Frigo “inviato” speciale al Catalunya. E intanto lavora per il Giro

27.03.2024
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«Esco dalla settimana più veloce della mia vita». Marco Frigo è rimasto se non proprio scioccato quantomeno colpito dalla Volta Ciclista a Catalunya. Non bisogna farsi ingannare dai suoi numeri nella corsa spagnola. Il veneto della Israel-Premier Tech ha chiuso oltre il centesimo posto nella generale, ma è stato sempre nel vivo della gara. E a disposizione del suo team.

Per questo, oltre che della sua corsa, Frigo è diventato per noi una sorta d’inviato in gruppo. Osservatore speciale di corridori e tattiche.

Marco Frigo (classe 2000) è il primo da sinistra. Al Catalunya si è messo a disposizione della sua squadra
Marco Frigo (classe 2000) è il primo da sinistra. Al Catalunya si è messo a disposizione della sua squadra
Marco, partiamo da quella tua frase: la settimana più veloce di sempre. Cosa significa?

Che siamo andati forte davvero. Ero partito per il Catalunya ben consapevole di quello che avrei trovato, anche se era la mia prima partecipazione in questa corsa. I miei compagni mi hanno sempre detto che questa corsa, specie in salita, è una delle più dure. Quindi è stata una settimana bella intensa… come mi aspettavo.

Vedevamo medie stellari, in effetti.

Siamo andati forte sin dal primo giorno. Anche la prima tappa, era un continuo destra-sinistra sulla costa. Sembrava un po’ la tappa di Napoli dell’anno scorso al Giro d’Italia. E poi in generale le fughe non hanno mai preso troppo spazio, 1’50”-2′ al massimo. E il bello è che le chiudevano a 50-60 chilometri dall’arrivo. Dinamiche davvero particolari.

Ecco, parlaci proprio di queste dinamiche. Cosa hai notato? Che succedeva in gruppo?

Sin dal primo giorno ho visto una UAE Emirates sicura delle proprie potenzialità, forte anche di un Pogacar in forma. Hanno dominato ogni tappa, a parte quelle con arrivo di volata di gruppo. Facevano ritmi impressionanti in salita, ma anche in discesa. E poi direi che ho notato un livello alto in generale. Erano tutti molto preparati proprio in salita.

E questo incideva sulla tattica?

In questa corsa e ai Paesi Baschi le squadre portano formazioni votate alle salite. Dopo scalate impegnative affrontate a ritmi vertiginosi, in altre occasioni saremmo rimasti in 30 corridori: qui ti giravi e c’erano dietro almeno 100 corridori. Dalla tv magari sembrava andassimo a spasso vedendo tanti atleti in gruppo e invece no. Anche perché se porti gente adatta alla salita, difficilmente è disposta a fare il gruppetto. Prima di farlo sputa sangue.

Frigo (a centro foto) e la Israel non hanno rinunciato a fare una corsa attiva
Frigo e la Israel non hanno rinunciato a fare una corsa attiva
Torniamo al discorso UAE Emirates, come si sono mossi?

Controllavano la prima parte della corsa, i primi 100 chilometri, con due corridori, poi sotto alle salite entravano in scena gli altri uomini, gli scalatori. Sono rimasti davanti tutta la settimana senza problemi. Qualche volta si è visto un timido avanzamento della Visma-Lease a Bike, ma nulla di che. E poi noi della Israel-Premier Tech ci abbiamo provato più volte, avevamo una formazione molto forte per questa gara.

Perché?

Perché abbiamo molte attività in zona, perché tanti corridori vivono tra Andorra e Girona. Io ho cercato di dare il mio apporto, agendo secondo le richieste del team. Nella prima frazione ci siamo mossi bene. Si faceva la tappa per Stephen Williams, che è veloce. C’era una salita di 6 chilometri a 30 dall’arrivo. Abbiamo fatto un’azione mirata a tagliare fuori i velocisti puri e ci eravamo riusciti. Poi sono rientrati a 4 chilometri dalla fine, ma era giusto così. Qualcosa di simile abbiamo fatto anche nell’ultima tappa. Insomma non siamo stati passivi.

Di Pogacar cosa ci dici?

Non saprei neanche cosa rispondere! E’ forte, in questo momento non c’è nessuno al suo livello. Almeno al Catalunya è stato così. Forse nell’ultima tappa era un po’ stanco… anche se poi ha vinto anche quella.

E tu Marco? Più d qualche volta di abbiamo visto davanti. Ci sembravi in controllo, pimpante… Sei “in bolla” con la tua tabella di marcia in vista del Giro?

Sono soddisfatto. Arrivavo al Catalunya dal ritiro in quota a Sierra Nevada e la mia condizione poteva essere un punto di domanda. Però ho avuto belle sensazioni, perciò direi di essere in tabella per fare un buon Giro d’Italia. E soprattutto sono contento che ci siano ancora dei margini. Mi sono presentato a questa corsa non per il Catalunya in modo specifico, ma con una buona condizione sempre in ottica Giro. Lo scorso anno nello stesso periodo avevo fatto la Coppi e Bartali e non avevo proprio le stesse sensazioni.

La UAE Emirates ha dominato in lungo e in largo secondo Frigo, a prescindere da Pogacar
La UAE Emirates ha dominato in lungo e in largo secondo Frigo, a prescindere da Pogacar
Ora come procederà il tuo programma?

Adesso sto passando ancora qualche giorno di recupero a casa, in Veneto. Poi tornerò per altre due settimane a Sierra Nevada. A metà aprile più o meno farò due corse di un giorno in Francia, la Grand Besancon Doubs e il Tour du Jura, e poi andrò al Giro.

Farai altra altura tra le corse in Francia e il Giro?

E’ da valutare. Pensavo di andare sul Pordoi, ma dipenderà molto dal meteo. Vedremo…

Al Catalunya si è visto un bel Tiberi…

Con Antonio, visto che abbiamo solo un anno di differenza (Tiberi è un 2001, ndr), siamo stati spesso rivali anche nelle categorie giovanili. Penso, e ho sempre detto, che lui sia uno dei nostri talenti migliori, uno dei ragazzi con il motore più grande. Spero che prestazioni come quella al Catalunya possano aiutarlo. E’ un piacere vederlo lassù.

Ma è anche un tuo rivale per la maglia bianca?

L’età dice questo, ma io parto per il Giro d’Italia con l’intento di vincere una tappa. Quello è il mio obiettivo principale. Però questo non significa che mollerò presto o a 50 dall’arrivo. Magari già nella prima settimana, dopo le prime due tappe, ci potranno essere delle buone occasioni.

Il Down Under lancia Williams: gallese e fiero di esserlo

28.01.2024
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Il Santos Tour Down Under, gara di apertura del WorldTour, spesso regala nomi nuovi all’elenco di vincitori, ma Stephen Williams non può essere considerato fra questi, perché un suo pedigree se l’è costruito negli ultimi anni. Prima alla Bahrain Merida e poi, dallo scorso anno, alla Israel Premier Tech, trionfando in importanti corse a tappe come ad esempio il Giro di Norvegia dello scorso anno. Ha 27 anni, è in quella sorta di “terra di nessuno” fra i giovani talenti e gli esponenti di un ciclismo un po’ diverso da quello attuale.

Williams è innanzitutto un gallese purosangue e ci tiene a essere considerato tale. Eppure la fama che la vittoria australiana gli ha dato lo coglie quasi di sorpresa ed essere intervistato dagli antipodi lo lascia ancor più interdetto.

Il gallese ha vinto già corse a tappe in Francia, Croazia, Norvegia e Australia
Il gallese ha vinto già corse a tappe in Francia, Croazia, Norvegia e Australia
Qual è la tua storia di ciclista?

Sono arrivato a questo sport abbastanza tardi. Avevo 15 anni quando ho avuto la mia prima bici da strada e mi ha cambiato la vita. Ho smesso di giocare a football, cricket e mi sono concentrato esclusivamente sull’andare in bicicletta, iniziando a fare attività agonistica quando avevo forse 16 anni, quando ero junior. Prima in un team Continental nel Regno Unito, poi in una formazione di sviluppo nei Paesi Bassi, la Grayson Academy. Nel 2019 ho firmato per la Bahrain Merida. Ho trascorso quattro anni lì, il che è stato pieno di alti e bassi. Alla fine del 2022 sono entrato a far parte della Israel Premier Tech.

Il tuo successo al Tour Down Under è stato un crescendo con la vittoria nell’ultima tappa. Eri partito da Tanunda con l’obiettivo del successo finale?

Inizialmente, ovviamente, sapevo che sarei arrivato con buone gambe, ma sapevo che il percorso era ovviamente adatto più a Corbin Strong. Era partito lui come leader della squadra, ma ha iniziato a stare male e il percorso molto selettivo di tutta la corsa a tappe non l’aiutava a recuperare. Così la squadra si è stretta intorno a me per il resto della gara.

Sapevi di poter fare bene?

Ho sempre saputo nel profondo della mia mente che sarei potuto essere competitivo, sia che si trattasse di un successo di tappa o di una classifica generale. Penso che all’inizio fosse un po’ 50 e 50, perché a inizio stagione, non sei mai veramente sicuro della forma che hai. Col passare dei giorni però ho capito che avrei avuto buone possibilità di vincere la gara.

Williams con il team che l’ha portato al successo in Australia, in un format a lui adatto
Williams con il team che l’ha portato al successo in Australia, in un format a lui adatto
Non capita spesso di vedere un corridore con la maglia di leader vincere la tappa finale, che cosa hai provato quel giorno?

E’ stato fantastico. Non c’è modo migliore per finire una corsa a tappe. E’ stato un privilegio essere messo in quella posizione dalla squadra e farcela in quel modo in cima al Monte Lofty è stato davvero speciale.

E’ la tua quarta vittoria in una breve corsa a tappe. Pensi che sia quella la tua dimensione ideale?

Sì, penso che al momento sia quello il mio target, insieme alle gare di un giorno piuttosto impegnative. Penso che le gare a tappe di una settimana siano sicuramente quelle in cui mi sento più capace di ottenere risultati in questo momento. Ovviamente, quelle in cui ho avuto successo chiaramente non hanno avuto una cronometro. Quindi questo è qualcosa di cui devo assolutamente essere consapevole per andare avanti. E’ qualcosa su cui devo migliorare per assicurarmi che, se mai mi trovassi in questa posizione in futuro, sarò in grado di trarne vantaggio e non perdere tempo inutilmente.

Il britannico ha sempre messo la sua firma’. Nel 2018 ha vinto la tappa di Pian delle Fugazze al Giro U23 (photors.it)
Il britannico ha sempre messo la sua firma’. Nel 2018 ha vinto la tappa di Pian delle Fugazze al Giro U23 (photors.it)
Sei al secondo anno all’Israel dopo una lunga esperienza alla Bahrain: quali sono le principali differenze fra i due team?

Penso che non ci siano troppe differenze, davvero. Entrambi i team sono molto professionali, molto ben gestiti e organizzati. Per me la cosa principale era solo ottenere un calendario di gare coerente, gare per le quali potessi prepararmi e andare con una buona base. Non ho mai avuto quel ritmo in Bahrain, ma qui dove sono adesso, sento che le cose stanno andando bene e sono in grado di esibirmi ad alto livello in gara e di fare bene.

Ti senti più gallese o britannico e che effetto ti ha fatto vestire la maglia del Galles ai Giochi del Commonwealth?

Sono un gallese molto orgoglioso. Mi è piaciuto correre ai Giochi del Commonwealth, anche se i risultati non sono stati dalla nostra parte. Ma è stato un privilegio sentirmi parte del mio popolo, simboleggiarlo. Sfortunatamente nel 2018 avevo dovuto rinunciare. Decisi di restare in Europa mentre i Giochi si svolgevano in Australia, due anni fa essendo in Inghilterra è stato più facile. Ora, con la squadra gallese, abbiamo un ottimo gruppo di ragazzi e un’ottima selezione di uomini e donne che rappresentano il Paese, che sono così bravi di per sé. E non c’è niente di meglio che rappresentare il tuo Paese in una delle più grandi manifestazioni multisportive.

Nell’ultima tappa ha rintuzzato l’attacco di Del Toro, trionfando con la maglia di leader
Nell’ultima tappa ha rintuzzato l’attacco di Del Toro, trionfando con la maglia di leader
Quanto è popolare il ciclismo in Galles?

Molto. Penso che il fermento che è arrivato dal 2018 con Geraint Thomas vincitore del Tour de France sia stato enorme e fondamentale per i giovani ciclisti in Galles. Ma anche i successi in pista con Eleanor Barker, penso che sia stato anche qualcosa di enorme nello sviluppo dei giovani ciclisti e nella possibilità di utilizzare la pista nel Galles del Sud e tutti gli altri impianti indoor in Galles. Il numero di praticanti è sicuramente in aumento e spero di vedere molto presto altri giovani talenti arrivere dal Galles nei prossimi anni.

Dopo la lunga trasferta australiana, che gare ti aspettano e con quali obiettivi?

Tornerò in Europa dopo la Cadel Evans Ocean Race e poi farò gare in Francia, Drome e Haut Var. Un paio di settimane di lavoro prima della Volta a Catalunya, poi andremo direttamente alle classiche dell’Ardenne. Abbiamo sicuramente una squadra forte lì e speriamo di poter fare qualcosa come squadra e raccogliere dei bei risultati.

Il tallone d’achille di Williams restano le crono. Per ora le ambizioni nei grandi giri vanno ridimensionate
Il tallone d’achille di Williams restano le crono. Per ora le ambizioni nei grandi giri vanno ridimensionate
Ti senti competitivo per un grande Giro, ossia di poter puntare alla classifica finale?

E’ qualcosa che voglio assolutamente provare a realizzare, sia nel prossimo futuro che tra qualche anno. Ma penso che, viste le mie caratteristiche al momento, sia più probabile andare a caccia di tappe nelle giornate difficili. E’ sempre stato nella mia mente da quando sono diventato professionista, quindi spero di poter raggiungere un livello in cui possa provare a puntare alla classifica generale quando sono coinvolte prove a cronometro. Ma c’è da lavorare.

Nizzolo fermo ai box, ma già pensa a un grande ritorno

22.01.2024
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Non sono state feste davvero fortunate per Giacomo Nizzolo. Neanche il tempo di stappare lo spumante che il lombardo si è ritrovato a terra, vittima di una caduta in allenamento a Chur, in Svizzera, che di fatto ha interrotto sul nascere la sua stagione, la prima nella Q36.5.

Passato qualche giorno, l’ex campione europeo sta reagendo innanzitutto nello spirito, primo passo verso la completa ripresa: «Il 12 febbraio – racconta – farò la lastra per vedere se e come si è formato il callo osseo. In base ai risultati si stabiliranno i necessari tempi di ripresa. Intanto vado avanti con la fisioterapia e cerco di affrontare tutto con il sorriso perché sono i rischi del mestiere».

Nizzolo resta tra i più riconosciuti e amati dal pubblico. Alla Q36.5 è come tornare a casa, ha corso in quel gruppo 3 anni
Nizzolo resta tra i più riconosciuti e amati dal pubblico. Alla Q36.5 è come tornare a casa, ha corso in quel gruppo 3 anni
Come è successo?

Non potrei neanche raccontare nulla di speciale. La cosa che più mi dispiace è che è stata una caduta stupida, da solo, di quelle che ne capitano tante nel corso di una carriera. Ma stavolta ha avuto danni davvero pesanti. Proprio non ci voleva.

Il milanese ha chiuso il biennio all’Israel – Premier Tech con due vittorie all’attivo
Il milanese ha chiuso il biennio all’Israel – Premier Tech con due vittorie all’attivo
Oltretutto è arrivata in un periodo delicato, quello del cambio di squadra…

Una caduta simile non è mai piacevole, a maggior ragione quando capita prima del ritiro prestagionale. Avevo avuto occasione di conoscere i miei compagni, lo staff devo dire lo conosco già bene, dai tempi della Ntt e della Qhubeka. Ero contento perché era come se fossi tornato a casa, poi è bastato un attimo di disattenzione per stravolgere tutto.

Cerchiamo di mettere da parte la disavventura e pensare al futuro. Per te approdare alla Q36.5 è, come hai detto giustamente, un po’ ritrovare la strada di casa…

La cosa che più mi ha colpito è che ho rivisto lo stesso entusiasmo di allora, di prima che tutti i problemi portassero alla cancellazione della squadra WorldTour. C’è una gran voglia di crescere e un gruppo affiatato, fra l’altro sin dai primi momenti non mi hanno mai fatto mancare il loro sostegno e il responsabile sanitario Lorenz Emmert segue la mia guarigione con attenzione pressoché costante. L’impressione è stata davvero entusiasmante.

La vittoria più importante in carriera, il titolo europeo conquistato nel 2020 a Plouay
La vittoria più importante in carriera, il titolo europeo conquistato nel 2020 a Plouay
Quando hai chiuso la stagione ti sentivi abbattuto per com’era andato il biennio all’Israel Premier Tech e soprattutto per la tua stagione?

Abbattuto no, perché ho combattuto fino alla fine: non posso rimproverarmi davvero nulla. Certamente però mi aspettavo risultati migliori: ho chiuso la stagione con una sola vittoria in Francia e non è da me. Ma cambiando aria, ho recuperato entusiasmo, sin dalle prime pedalate avevo voglia di ritornare il Nizzolo che tutti conoscono.

Oltretutto tu sei abituato a partire sempre forte, molti tuoi risultati di spessore sono arrivati proprio nella primissima parte dell’annata agonistica…

E’ vero, mi è stato tolto un pezzo importante, ma questo non mi turba. Vorrà dire che troverò la forma un po’ più tardi e per me saranno comunque le prime settimane, dove poter ottenere risultati, solo che saranno altre gare. Il problema è che dovrò ripartire da zero, quanto ho fatto prima è stato pressoché annullato da questo maledetto infortunio. La cosa importante sarà comunque non avere fretta, seguire tutti gli step secondo i tempi giusti. In questo la squadra mi dà sicurezza. Il primo passo sarà recuperare il tono muscolare.

Nonostante il brutto infortunio, Nizzolo guarda con ottimismo al futuro, puntando alla seconda parte dell’anno
Nonostante il brutto infortunio, Nizzolo guarda con ottimismo al futuro, puntando alla seconda parte dell’anno
Entri in una squadra molto composita, con giovani e anziani in egual misura. Dal tuo punto di vista, lavorerai in un team che imposterà le corse in maniera diversa dall’Israel? Quale supporto avrai per le volate?

E’ certamente presto per dirlo, ma io credo che ci siano tanti buoni corridori, ci sia un bellissimo potenziale per costruire un treno di qualità che possa pilotarmi verso il finale nella maniera migliore, possa permettermi di giocare le mie carte al cospetto di chiunque. Poi dipenderà dalla forma che avrò io e quella che avranno gli altri, ma sono ottimista. Ora devo solo aspettare e fare quello che serve, poi verrà il mio momento.

Sci di fondo e bici col Giro nel mirino: è l’inverno di Marco Frigo

16.01.2024
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Da una sciata di fondo sulle piste di Asiago, alle più miti temperature di Marbella, Marco Frigo si appresta così ad affrontare la sua seconda stagione tra i grandi. Il corridore della Israel-Premier Tech, sta lavorando sodo, ma con calma. Anche perché il suo debutto in gara non sarà a brevissimo e ancora più in là sono i suoi obiettivi.

Una convinzione che nasce principalmente dal suo buon 2023. Un anno di risposte, di conferme, ma anche consapevolezze che le carte sono in regola, ma la strada per arrivare in alto è ancora lunga. 

Frigo appartiene alla nazionale d’oro di Amadori. Quella di Zana, Colnaghi e Baroncini. Di Gazzoli e Verre. Ragazzi che piano piano si stanno facendo largo, ognuno tra le proprie storie, le proprie difficoltà, i propri tempi… ma avanzano.

Marco Frigo (classe 2000) sta lavorando molto anche a crono, specialità che non disdegna affatto
Marco Frigo (classe 2000) sta lavorando molto anche a crono, specialità che non disdegna affatto
Marco, partiamo dalla più classica delle domande: come stai?

Bene, dai. Sin qui è stato un buon inverno. Dopo una stagione positiva c’è più consapevolezza e quello che ora faccio, lo faccio con più tranquillità e più sicurezza, perché so che il cammino che intraprendo mi porta dove voglio. Lo scorso anno invece avevo molti più dubbi, molti punti interrogativi. Starò facendo abbastanza? Andrà bene questo allenamento? Sarò al livello richiesto dal WorldTour? Riuscirò a portare a termine la stagione?

Dopo un anno in prima squadra, tante corse WorldTour e un grande Giro, il motore si dice sia diverso. Vale anche per te?

Diciamo che ho buone sensazioni e anche i numeri dei test lo dicono. Sono circa tre settimane più indietro rispetto allo scorso, quando venivo dal finale di stagione in cui mi ero rotto lo scafoide e, avendo ripreso prima, di questi tempi avevo più chilometri e più lavori nelle gambe. E anche per questo sono fiducioso.

Quale sarà il canovaccio della tua stagione agonistica?

Più o meno quello dell’anno scorso. Partirò dal Tour de Provence (8-11 febbraio, ndr). Farò soprattutto delle gare a tappe con l’obiettivo primario del Giro d’Italia. Successivamente, dopo lo stacco post Giro, preparerò il finale di stagione, stavolta con la speranza di fare meglio dello scorso anno nella seconda metà.

Frigo vuol fare bene le classiche di fine stagione. Eccolo, qui al Giro dell’Emilia
Frigo vuol fare bene le classiche di fine stagione. Eccolo, qui al Giro dell’Emilia
Come stai lavorando nel complesso in questo inverno?

In generale sono aumentati, ma di poco, i volumi. Qualche chilometro in più, ma anche qualcosa in più nei lavori. Se lo scorso anno, per esempio, facevo 3×15” adesso magari faccio 3×20”. Lo abbiamo stabilito con il mio allenatore, Ruben Plaza. Comunque sin qui ho fatto pochi lavori. Insisteremo di più sull’intensità a partire dalla prossima settimana.

Nel tuo gruppo di allenamento c’è anche Froome?

Dipende. Magari un giorno capito nel gruppo con Chris e un altro sono con Jakub (Fuglsang, ndr). Dico che in ogni caso mi piace questa cosa, perché sono corridori che guardavo da bambino e adesso mi ritrovo quotidianamente con loro. Questo mi rende orgoglioso, felice.

A proposito di Fuglsang, proprio lui alla Veneto Classic ad ottobre ci aveva parlato benissimo di te. Ci aveva detto anche che ti stava dando una mano per migliorare in discesa. Ci lavorate ancora?

Ho un buonissimo rapporto con lui. E siamo spesso compagni di stanza. E’ un corridore di esperienza, di classe. Siamo entrambi molto diretti e il confronto è costante. Spero di fare molte gare con lui. Da un atleta così c’è solo che da imparare.

Sci e bici: il connubio perfetto per Marco Frigo
Sci e bici: il connubio perfetto per Marco Frigo
Marco, sei anche un appassionato di sci di fondo. E ti sei allenato anche con un azzurro di Coppa del mondo come Simone Mocellini: cosa ti dà questo sport per il ciclismo?

Sì è vero, il fondo mi piace molto. Avrei voluto molta più neve per sciare di più. Spero che quando tornerò da Marbella ce ne sarà un bel po’, così mi allenerò ancora sugli sci stretti. Questa è una passione nata da bambino. In particolare me l’ha trasmessa mio nonno Carlo. Lo sci di fondo per me è un buon metodo di allenamento, fa bene sia per la componente aerobica che per quella muscolare e del core. Si compensa alla grande con il ciclismo. Ho anche idea di acquistare degli skiroll per il futuro, nel caso non dovesse esserci neve per farne di più tra novembre e dicembre.

Capitolo Giro d’Italia. In passato ci hai detto che sei uomo da corse a tappe e ora che vuoi arrivarci in forma…

Ho detto che lavoro in quella direzione. Forse per la classifica generale è ancora un po’ presto, ma di due cose sono certo. Una: cercare di vincere una tappa. Due: nelle prime due tappe non si mollerà di un centimetro. Voglio tenere duro il più possibile perché in qualche modo potrebbe esserci in palio la maglia rosa, come fu a Lago Laceno lo scorso anno (quando la prese Leknessund, ndr). 

Al Giro c’è anche un bel po’ di crono…

E’ un aspetto che mi piace curare. Credo possa essere una specialità a me favorevole, viste le mie caratteristiche fisiche, specie poi per le brevi corse a tappe. Oltre alle uscite in programma, quando faccio i rulli, sia scarico che i lavori, li faccio sempre con la bici da crono. Proprio ieri qui a Marbella abbiamo fatto quasi 4 ore sulla bici da crono. Poi la mezz’ora finale ci siamo sciolti su quella strada. Abbiamo fatto anche qualche lavoro di gruppo, tipo cronosquadre… anche a ritmo gara.

Preparazione: per Pozzovivo l’unico vero dogma è adattarsi

06.12.2023
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Qualche giorno fa coach Leonardo Piepoli è intervenuto su Davide Formolo. Si parlava di cambiamenti nella preparazione, di approcci differenti da avere… ma siamo sicuri che un corridore riesca a cambiare tanto facilmente, specie se over 30? Spesso insistere sui determinati concetti, se non addirittura gli stessi allenamenti veri e propri, era un dogma imprescindibile.

In tanti facevano fatica a cambiare. Il concetto era ed è: “Quell’allenamento è andato bene, lo faccio di nuovo”. In realtà non è proprio così. E non lo è per una lunga serie di motivi: età, stimoli fisici in senso stretto, cambio di ruolo in squadra…

Domenico Pozzovivo, per esempio, il pro’ in attività più esperto con i suoi 41 anni, ha vissuto ormai diverse epoche del ciclismo e si è sempre adattato. Magari, visto da fuori, il corridore ancora in forza alla Israel-Premier Tech può sembrare uno dei più abitudinari: i ritiri sullo Stelvio o sull’Etna, gli allenamenti costanti anche quando il meteo non è buono… «Quando hai poca grinta, vai con Pozzo», parola di Alberto Bettiol, suo vicino di casa a Lugano, tanto per dirne una. Per Domenico ieri mattina un’ora di nuoto e poco dopo un’uscita in mtb nelle zone del suo Pollino.

Pozzovivo, che sta prendendo la seconda laurea proprio in Scienze Motorie, ci ha spiegato che cambiare è quasi un imperativo, specie nel ciclismo di oggi. L’approccio alle uscite in bici, ma anche all’alimentazione, al riposo, all’integrazione… è totalmente diverso che in passato.

Domenico Pozzovivo (classe 1982) in compagnia di alcuni amici in mtb
Domenico Pozzovivo (classe 1982) in compagnia di alcuni amici in mtb
Domenico, partiamo dal concetto che emerge dalle parole di Piepoli: si riesce a cambiare i propri allenamenti dopo tanti anni da professionista?

Questo concetto del non cambiare è proprio contrario ai principi basilari dell’allenamento. Una seduta, una preparazione, per essere stimolante deve essere differente. Deve variare, altrimenti non produce più stimoli. Bisogna cambiare, altrimenti si ha una sorta di assuefazione.

Assuefazione, il corpo riconosce certi stimoli e certi limiti. E lì resta, insomma…

Esatto, si ha un’assuefazione che non è solo fisica, ma anche mentale. Non arrivi più al limite. Non ci riesci perché vivi l’allenamento come una routine e non come una sfida. E a mio avviso questo aspetto di sfida non dovrebbe mai mancare neanche nell’allenamento.

Nella tua tua nuova avventura universitaria si parla espressamente anche di questi concetti?

Più che altro sono concetti a cui arrivi dopo che li hai messi in pratica, ma a livello accademico non si parla di questi aspetti mentali, specialmente legati al ciclismo di altissimo livello. Si parla di quelli fisici chiaramente, dei principi base sugli stimoli.

Pozzovivo è passato nel 2005: anni, soprattutto in questo periodo, dai ritmi più blandi. Eccolo nel 2012 con Modolo provando i materiali per la crono
Pozzovivo è passato nel 2005. Eccolo durante un ritiro del 2012 con Modolo provare i materiali per la crono
Quindi è facile o no modificare le proprie abitudini?

La verità è che alla fine tutti fanno fatica a modificare loro abitudini, ma bisogna imporselo. Devi. Io per esempio faccio più difficoltà ad affrontare i lavori brevi e intensi come i 30” o un minuto a tutta. E faccio fatica sia fisicamente che mentalmente. Ogni anno quando devo iniziarli, devo quasi fare una sorta di training autogeno: «Dai, da oggi li devi fare!», mi dico. E devi avere la capacità di toccare i tuoi limiti in quei lavori. Tanto più che sono uno scalatore e una volta, non era così. Non ci ero abituato.

Cosa è cambiato di più in tanti anni dunque? In cosa ti sei dovuto adattare?

Una volta, e non parlo di 15 anni fa ma molti meno, non facevi quei lavori così brevi, almeno se eri uno scalatore. Però io credo che devi stare al passo coi tempi. Essere chiusi mentalmente non va bene, ogni certezza la devi rimettere in discussione e non parlo solo di allenamenti, ma anche di integrazione, alimentazione.. Insomma per me i dogmi non esistono. Oggi ancora di più. Una volta i cambiamenti importanti avvenivano ogni cinque anni, adesso ogni 2-3 anni tutto è rivoluzionato.

Facciamo un esempio pratico: le SFR per esempio. Come le fai adesso e come le facevi prima?

Forse questo è l’aspetto che meno è cambiato, specie per me. Io non faccio delle SFR vere e proprie, ma faccio una parte a potenza costante e una parte con cadenze alte. Un alternarsi di forza e trasformazione, di “in e out”… Quindi questo non è variato, quello che semmai è cambiato è l’approccio alla forza. Una volta uno scalatore non faceva la forza massima, adesso sì. E lo stesso l’approccio alla soglia, quello sì che è cambiato parecchio.

L’approccio alla forza (e non solo) è cambiato anche per gli scalatori. Magari se ne fa meno in bici, ma più a secco, almeno in certi periodi dell’anno
L’approccio alla forza (e non solo) è cambiato anche per gli scalatori. Magari se ne fa meno in bici, ma più a secco, almeno in certi periodi dell’anno
E come ti sei adattato?

Prima si faceva poca soglia, proprio in termini di volumi, e sempre molto “flat”, lineare. Adesso, numeri alla mano, se ne fa almeno il triplo e con delle variazioni d’intensità del fuorisoglia stesso.

Però i chilometri sono scesi?

Un po’ sì: aumenta la qualità e un po’ si riduce la quantità. Ma sono calati anche perché ad esclusione delle grandi classiche, le tappe sono più corte e anche nei grandi Giri non ci sono più i tapponi di un tempo. Io ormai le sei ore, sei ore e mezzo, le faccio giusto prima di un Lombardia o di una Liegi.

Quindi nessun dogma, “obbligo” di cambiare anche contro le proprie voglie: così si adatta il pro’, giusto?

Continuo parlando della soglia. Una volta non ti sognavi di fare i lavori a soglia o fuorisoglia a dicembre. Oggi invece sono due aspetti caratterizzanti nell’inizio della preparazione: la base, che che forse è l’unico dogma esistente, e la soglia appunto. E questi due aspetti vanno di pari passo. Se ci si pensa sono i due estremi della preparazione: s’inizia facendoli insieme e poi si riempie quello che c’è nel mezzo. E’ quasi una manipolazione matematica della curva della preparazione.

Woods non molla, anzi rilancia e pensa al Giro

24.11.2023
6 min
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Per un certo periodo, nel corso del ciclomercato, sono girate voci su una possibile fuoriuscita di Michael Woods dalla Israel Premier Tech. Il che sembrava strano considerando che il canadese è come il vino buono, migliora invecchiando. Anche nel 2023 è riuscito a mettere la sua firma risultando tra i più brillanti del suo team, conosciuto per essere quello che, fra WorldTour ed ex WT, ha l’età media più alta, in controtendenza rispetto al ciclismo attuale.

Le voci poi sono svanite nel tempo, la realtà è che Woods resta parte integrante del team, sicuramente scosso dagli ultimi accadimenti che hanno coinvolto il Paese come raccontava il nuovo acquisto Sheehan. Woods ora è in famiglia, dall’altra parte dell’Atlantico ad affrontare la primissima parte della preparazione in attesa del ritiro prestagionale di dicembre, prestandosi così a una chiacchierata a bocce ferme su quel che è stato e quel che verrà.

Il trionfo sul Puy de Dome al Tour de France, staccando Latour di 28″. Al Tour ha chiuso 48°
Il trionfo sul Puy de Dome al Tour de France, staccando Latour di 28″. Al Tour ha chiuso 48°
Come giudichi la tua ultima stagione?

Certamente è stato un successo. Ho ottenuto il risultato più importante della mia carriera vincendo una tappa al Tour de France. Non sarà stata la mia stagione migliore in quanto a costanza di risultati, ma sono rimasto piuttosto soddisfatto e questo mi ha dato la motivazione per la stagione a venire.

Che cosa ti ha lasciato la vittoria nella tappa del Puy de Dome?

Molta soddisfazione, anche sollievo. Dopo aver detto che volevo vincere una tappa del Tour da così tanto tempo, temevo che quel momento non sarebbe più arrivato. E alla fine mi ha lasciato molta motivazione. Ora ho un nuovo obiettivo, ovvero cercare di ottenere un’altra vittoria di tappa al Giro e completare la collezione di vittorie in tutti e tre i grandi Giri. Penso che sarebbe davvero speciale.

Michael Woods, Vuelta 2020
La vittoria a Villanueva alla Vuelta 2020. Ora Woods punta a completare la collezione di tappe nei grandi Giri
Michael Woods, Vuelta 2020
La vittoria a Villanueva alla Vuelta 2020. Ora Woods punta a completare la collezione di tappe nei grandi Giri
In questo periodo ti senti più competitivo nelle classiche in linea o nelle brevi corse a tappe?

Penso che il livello si sia alzato. Ci sono molti corridori ora nel World Tour che sono semplicemente incredibili. All’epoca di Valverde c’erano solo uno o due corridori dominanti, io sono arrivato vicino quando era alla fine della sua carriera. Quando ho iniziato a emergere, mi sentivo come se fossi un po’ più competitivo rispetto ai migliori. Oggi la situazione è diversa, ma ciò non significa che non ho ancora la possibilità di fare bene in queste gare e sono ancora piuttosto entusiasta per lottare con i più giovani negli anni a venire.

Hai chiuso con buoni risultati nelle corse italiane di fine stagione: ti aspettavi di più fra Emilia, Tre Valli Varesine e Lombardia?

Sono rimasto abbastanza soddisfatto dalle prime due prove, ma un po’ deluso dal Lombardia. Mi sono sentito davvero bene in queste classiche, come se fossi tornato al mio vecchio livello. Ma sfortunatamente al Lombardia ho sbagliato dal punto di vista dell’esecuzione sulla salita finale ed ero troppo indietro quando l’attacco ha iniziato a partire. Ho notato davvero come negli ultimi due, tre anni se non sei nella posizione perfetta, è quasi impossibile competere contro i migliori ciclisti del mondo. In passato potevi commettere un errore ed essere un po’ troppo indietro, ma rimediare. Il ritmo delle gare adesso è così inesorabile, così alto che se commetti un errore, finisci per pagarlo. E così ho finito per non far parte di quel primo gruppo, anche se sentivo di avere davvero le gambe per esserci.

Woods al Lombardia, chiuso al 12° posto perdendo sull’ultima salita il treno dei migliori
Woods al Lombardia, chiuso al 12° posto perdendo sull’ultima salita il treno dei migliori
Le corse delle Ardenne continuano ad essere un tuo obiettivo?

Sì, sicuramente. Sono davvero concentrato su di loro. Tuttavia, il grande obiettivo per me l’anno prossimo è il Giro d’Italia, dovrò essere al massimo della forma per l’avvio della corsa rosa.

Affronterai il quarto anno alla Israel: come ti trovi nel team e cosa rispondi a chi dice che ha un’età media troppo avanzata?

Sono davvero entusiasta di far parte di questa squadra per il quarto anno, per me è una famiglia che si prende cura di me e mi sento davvero privilegiato. Detto questo, la nostra età media è sicuramente una delle più alte nel gruppo e io con i miei 37 anni contribuisco sicuramente a questo. Ma penso di essere davvero fortunato a far parte di una squadra che non guarda a questo aspetto. Geraint Thomas ha dimostrato la scorsa stagione, come ho dimostrato anch’io al Tour, che puoi ancora essere al meglio nella tua carriera. Anche Alejandro Valverde ne è un ottimo esempio. E sono entusiasta di continuare a esplorare le mie capacità fino alla fine dei trent’anni. E chissà, forse anche oltre.

Per il canadese il 2024 sarà il quarto anno all’Israel. Team fra i più anziani, con 10 elementi sopra i 30 anni
Per il canadese il 2024 sarà il quarto anno all’Israel. Team fra i più anziani, con 10 elementi sopra i 30 anni
Hai 37 anni: sei d’accordo con chi dice che il ciclismo attuale renderà impossibile nel futuro continuare a correre a un’età simile?

No. Penso che sicuramente la tendenza stia andando verso i ciclisti più giovani. Penso che ora, con l’accesso alle informazioni migliori come tecnologia, coaching, nutrizione, diventare un giovane corridore di vertice stia diventando molto più semplice. Non è necessario passare anni di esperienza per raggiungere un livello superiore. Puoi semplicemente seguire qualcuno su Strava o farti seguire da un buon allenatore nei picchi di allenamento, puoi guardare tutte le gare online e imparare molto più velocemente di quanto potevi prima.

Al Giro d’Italia Woods manca dal 2018, quando sfiorò la vittoria a Caltagirone
Al Giro d’Italia Woods manca dal 2018, quando sfiorò la vittoria a Caltagirone
Tempi duri quindi per chi viene da un’altra cultura ciclistica…

Mah, penso che l’età abbia ancora un ruolo nello sport. Io stesso sto ancora imparando. Questo è uno sport in cui impari costantemente e, man mano che migliori, diventa più facile esibirsi a questo livello. Per quanto mi riguarda, fisiologicamente mi sto avvicinando al massimo delle mie capacità, ma sento ancora che sto migliorando mentalmente. Avere quell’esperienza che l’età porta con sé aiuta. È ancora uno sport di squadra e avere ragazzi che hanno solo anni di esperienza aiuta molto all’interno del team.

Se ti guardi indietro, hai qualche rammarico per un’occasione perduta?

Anche se ho avuto dei fallimenti nella mia carriera, ho avuto anche dei grandi successi. E certamente quei fallimenti, quegli errori che ho commesso, mi hanno reso un pilota e una persona migliore.

Fuglsang: «Anno sfortunato, ma ho ancora fame»

27.10.2023
5 min
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Tosto, sfortunato, esperto: Jakob Fuglsang non si smentisce. Il danese della Israel–Premier Tech ci racconta della sua stagione e soprattutto di quella che verrà. Di questo ciclismo che cambia alla velocità della luce. Sembra passato un secolo da quando vinse la Liegi, invece è storia del 2019. E lo stesso vale per il Lombardia dell’anno successivo.

Quest’anno Jakob era partito benino. Discrete sensazioni e programmi importanti. Ma già la sua prima gara, il UAE Tour, era terminata con un ritiro. Fuglsang aveva avvertito dei dolori al soprassella. Fu costretto a fermarsi anticipatamente. Da lì il dolore è dilagato. Problemi ai testicoli. Mesi di stop. Alle fine il bilancio del suo 2023 agonistico ha detto: 33 giorni di gara e due sole top ten.

Jakob Fuglsang (classe 1985) in carriera vanta successi di prestigio e anche la medaglia d’argento olimpica a Rio 2016
Jakob Fuglsang (classe 1985) in carriera vanta successi di prestigio e anche la medaglia d’argento olimpica a Rio 2016
Jakob, una stagione difficile…

Sì, decisamente. Non è stato di certo il miglior anno. Ma non c’è niente da fare. Lo butto via e penso a quello prossimo. 

Dopo i tuoi problemi iniziali, alla ripresa questa estate hai avuto altri intoppi in Lussemburgo…

Ho avuto un virus intestinale. Lo aveva preso tutta la famiglia. All’inizio pensavo di averlo evitato, ma la mattina della prima tappa ho vomitato anche io. Davvero una stagione da buttare. Era difficile già ritrovare un buon livello dopo lo stop d’inizio anno, figuriamoci dopo. In più anche il calendario non mi favoriva (la Israel non ha fatto la Vuelta, ndr). Non avevamo moltissime gare da fare. Se ti alleni sempre devi ogni volta fare almeno la prima gara solo per ritrovare il ritmo. Anche questa poca continuità non mi ha aiutato. Il team ha corso molto nella prima parte della stagione. Ma dal Tour de Suisse in poi non c’era tanto da fare… se non facevi il Tour de France.

Come si fa a mantenere la concentrazione e i nervi saldi dopo un’annata del genere?

Posso dire che almeno in queste ultime settimane dell’anno ho corso un bel po’ e non mi sono dovuto allenare troppo. Per il resto, cosa si pensa? Che è il mio lavoro. E in qualche modo si cerca sempre di farlo al meglio in ogni condizione. 

La mente è già all’anno prossimo?

Sì, sì… Già sto pensando che voglio partire bene. E mostrare che quel che mi è successo quest’anno non è perché sono vecchio o non abbia voglia, ma solo perché sono stato davvero sfortunato.

Il danese ama la Strade Bianche anche in virtù delle sue doti di ex biker (iridato U23 nel 2007). Qui con Alaphilippe nel 2019
Il danese ama la Strade Bianche anche in virtù delle sue doti di ex biker (iridato U23 nel 2007). Qui con Alaphilippe nel 2019
Jakob, hai detto che comunque ti sei allenato molto, ma hai corso poco. Come ci si regola in queste situazioni? Continuerai a spingere ancora un po’, oppure osserverai il classico periodo di riposo?

No, riposo. Dopo l’ultima gara (la Veneto Classic, ndr) faccio almeno un paio di settimane di riposo assoluto. Poi riprendo a metà novembre. Magari nel mezzo farò qualcosa altro, non so, correre un po’ a piedi, andare in palestra. Provo sempre a lasciare la bici per un po’. Mi serve anche per la testa e per avere poi la fame di bici quando devo tornare ad allenarmi.

A proposito di palestra, dopo lo stop d’inizio anno quando hai ripreso l’hai fatta?

Assolutamente sì. Sono proprio dovuto ripartire da zero. Dovete pensare che per un mese intero non potevo, e non dovevo, toccare la bici, né fare alcuna attività fisica. Addirittura non potevo stare troppo in piedi. In più dovevo prendere gli antibiotici: cicli intensissimi. Quindi per forza sono dovuto ripartire dalla base.

Sagan ha detto di voler finire come ha iniziato, con la Mtb. Anche tu sei stato un grande biker. Farai la stessa cosa? Ci pensi a questa soluzione?

No, no – ride – io ho ancora un contratto per un anno e non è detto che il prossimo sia l’ultimo. Sto pensando di fare ancora una stagione, specie se andrà bene il 2024. Chiaro che se andrà come quest’anno non ha senso.

E questo ipotetico anno in più è legato alla sfortuna di questa stagione?

No, questa è andata. L’anno in più dipenderà da come andrà la prossima stagione. Ho voglia, voglia di finire ad un buon livello e con le gambe per essere competitivo.

Fuglsang è un ottimo discesista…
Fuglsang è un ottimo discesista…
Hai già in mente qualche obiettivo per il 2024?

Mi piacerebbe fare il Tour de France, anche perché parte dall’Italia, che mi piace tanto, ed è un po’ particolare. In più arriva vicino casa, a Nizza. E poi potrebbe essere il mio ultimo Tour. Per il resto l’obiettivo è quello di partire bene, come ho detto, trovare subito una buona condizione. Anche perché ad inizio anno ci sono classiche, una su tutte la Strade Bianche, in cui vorrei fare bene.

Sei ormai un veterano, i giovani ascoltano oggi? O sanno già tutto, come ci dicono molti?

Pensano di sapere tutto, ma alla fine non è così! Alla fine per me i corridori con esperienza servono ancora. Lo so che tante squadre guardano molto ai giovani e sono tutte alla ricerca del nuovo Remco o del nuovo Pogacar, ma anche ad atleti così servono vicino corridori di esperienza. Anche sotto questo punto di vista per esempio sento di avere ancora molto da dare. Ho anche corso come gregario in passato e so cosa vuol dire. Quindi spazio a noi vecchi!

Ultima domanda, abbiamo toccato il capitolo dei giovani. Nella tua squadra ce n’è uno, italiano, che promette molto bene: Marco Frigo. Cosa ci dici lui?

Marco è fortissimo. Sereno, sostanzioso. Per me può diventare un gran bel corridore e conquistare vittorie di peso. Come si sa, ha qualche problema in discesa, ma ci sta lavorando. Ed è già migliorato molto da quando è venuto da noi. 

Beh, tu ne sai qualcosa delle discese! Avete mai lavorato insieme in tal senso?

Un po’ sì, nei ritiri… 

Frigo in nazionale: Bennati lo chiama per Pantani e Matteotti

15.09.2023
4 min
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Marco Frigo è un’altra delle belle novità di questo 2023 ciclistico, dei giovani italiani che crescono e che si fanno largo nel WorldTour. Abbiamo ancora in mente le sue fughe al Giro d’Italia, il primo della sua carriera.

Da qualche settimana il veneto della Israel-Premier Tech ha ripreso il cammino per la sua seconda parte di stagione. Prima il ritorno in Repubblica Ceca, poi l’Arctic Race in Norvegia, poi ancora la trasferta in America per la Maryland Cycling Classic. Ma all’orizzonte per Frigo ci sono anche le classiche italiane e un paio le farà in maglia azzurra.

Marco Frigo (classe 2000) in Norvegia ha corso per il compagno Williams, poi vincitore della gara
Marco Frigo (classe 2000) in Norvegia ha corso per il compagno Williams, poi vincitore della gara
Marco, partiamo proprio dall’America…

La trasferta negli Stati Uniti è stata un po’ stancante. Non che sia stanco fisicamente, ma nonostante le precauzione il fuso orario si fa sentire. Bisogna attuare i migliori metodi per subirlo il meno possibile. Detto questo è stata una bella esperienza.

Che corsa hai trovato?

Veramente un bel percorso, magari non molto selettivo, ma di certo curioso. Sembrava di essere sulle montagne russe. Un continuo su e giù. Mi sono sentito bene. E’ stata una bella gara. Ero anche lì per giocarmela, ma nel finale purtroppo ho avuto un problema meccanico che mi ha tagliato fuori, ma succede.

Frigo (secondo da destra) è un amante dello sci di fondo e correre al circolo polare artico per lui è stata una doppia emozione (foto Instagram)
Frigo (secondo da destra) è un amante dello sci di fondo e correre al circolo polare artico per lui è stata una doppia emozione (foto Instagram)
Quindi la condizione è buona. Com’è stato questo anno col primo grande Giro nelle gambe? 

Se dovessi già tirare una prima linea, anche se probabilmente ne andrà fatta un’altra a fine stagione, dico che sono contento di come ho reagito al mio primo grande Giro. Tuttavia in futuro avrei forse un approccio un po’ diverso al recupero, post Giro. Starei un po’ più tranquillo nell’immediato. Quest’anno forse ho continuato a spingere un po’. Forse proprio perché uscivo bene dal Giro, forse per l’euforia di una buona corsa rosa… Col tempo un pelo l’ho pagato e quindi immagino che quella fase di recupero sarà da ritoccare. Ma parliamo di dettagli, comunque sto bene.

Come hai lavorato questa estate?

Dopo i campionati italiani ho recuperato per bene. E’ seguita una fase di altura nella quale ho costruito di nuovo una bella base per tutta questa seconda parte di stagione. Sono andato prima con la squadra a Livigno e poi ho aggiunto una settimana da solo sul Pordoi.

Due giorni fa hai disputato il GP de Wallonie, corsa di un giorno…

Avevamo una buona squadra per fare bene e io avevo un ruolo di supporto. Ero pronto e contento di dare il mio contributo. Le gare a tappe ormai sono finite. C’è rimasto qualcosa in Asia, ma da dopo la Norvegia solo corse di un giorno per me.

E poi ci sono le classiche italiane…

Sabato e domenica correrò il Pantani e il Matteotti con la nazionale. Dopodiché mi aspetta qualche gara del calendario italiano. Penso ad un Giro dell’Emilia o ad una Bernocchi, gare accattivanti che mi è sempre piaciuto fare e che non ho ancora mai corso e per questo sono molto curioso. Ce ne sono poi un paio come le ultime due in Veneto, vicino casa, che mi piacciono parecchio. Le sento di più.

Dopo Giro lungo per Frigo: Giro del Belgio, campionato italiano a crono e in linea
Dopo Giro lungo per Frigo: Giro del Belgio, campionato italiano a crono e in linea
Torni in azzurro dai tempi dell’under 23 in quella grandiosa nazionale che salì sul podio dell’Avenir e vinse il mondiale… Com’è andata questa convocazione?

In realtà dovreste chiederlo a Bennati! Una cosa è certa: anche se non è una convocazione per un europeo o un mondiale, mi fa sempre piacere indossare una maglia azzurra. E’ successo che nelle seconda metà di agosto mi è arrivata la telefonata di Bennati che mi ha chiesto se volessi fare queste due corse in azzurro. Io ho detto di sì. Chiaramente prima di una risposta definitiva, per non creare conflitti, ho chiesto il via libera alla mia squadra. E tutto è andato bene.

Quindi ti ha un po’ sorpreso questa convocazione?

Sinceramente sì, come ho detto mi fa piacere. Sono due belle gare e per entrambe sarà la mia prima partecipazione. Mi aspetto di fare una buona prestazione, poi se sarà per dare supporto o per cogliere un risultato questo non lo so. Quello che mi interessa è andare forte.

Woods nel vuoto del Puy de Dome. Colpi di stiletto fra “i due”

09.07.2023
5 min
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Due corse in una sul Puy de Dome, incredibilmente vuoto e silenzioso senza pubblico. Stavolta al Tour de France si è corso in modo simile al Giro d’Italia con due corse in una. E le due corse di oggi se le sono aggiudicate Michael Woods e Tadej Pogacar.

Due sfide dai contenuti tecnici più profondi di quanto non si sia visto da fuori e per questo Domenico Pozzovivo ci aiuta ad analizzarli. Il lucano ha una doppia valenza, è compagno di Woods alla Israel-Premier Tech ed è uno scalatore e visto che si parla di salita…

Per la tappa

La corsa si potrebbe riassumere in un “tanto tuonò che non piovve”, o quanto meno fece una “pioggerellina”. C’era un’attesa enorme attorno a questa tappa e a questa montagna, che mancava da 35 anni. L’Equipe aveva proposto una copertina dal sapore storico, giocando sul duello del 1964 fra Poulidor e Anquetil.

Invece il gruppo degli uomini di classifica lascia andare. La fuga va via al primo tentativo e prende un margine enorme, il cui vantaggio massimo supererà i 16′. 

All’imbocco della salita Matteo Jorgenson scappa e sembra averla fatta franca. Tutti gli occhi sono puntati su Woods, il favorito, che invece non reagisce. 

Woods mette Jorgenson nel mirino. Recupera qualche istante, poi scatta. Per il canadese (classe 1986) un successo che corona una lunga carriera di sport
Woods mette Jorgenson nel mirino. Recupera qualche istante, poi scatta. Per il canadese (classe 1986) un successo che corona una lunga carriera di sport
Domenico, ha vinto un tuo compagno. Complimenti!

Missione compiuta! Quando una squadra come la nostra, allestita per le tappe, ne vince una può ritenersi soddisfatta. Adesso i ragazzi correranno in modo più rilassato e magari potranno correre anche rischiando di più e, perché no, vincere ancora. 

Vincere porta a vincere, insomma?

Sì, sei più rilassato, non hai paura di perdere e rischi. E tutto sommato già oggi Woods è come se avesse giocato a poker. Si è un po’ rilassato ad inizio salita e poi è stato costretto a recuperare. Ma è riuscito a sfruttare le sue qualità.

E quali sono le sue qualità?

Quelle di un corridore molto bravo su salite di questo tipo: dure ma non troppo lunghe. Lui è molto esplosivo e venendo dall’atletica, dal mezzofondo, ha una capacità lattacida invidiabile.

Tu già lo conoscevi?

Sì, sono anni che lo conosco, che siamo avversari e poi da quest’anno corriamo insieme. Una persona di qualità, forte…

E anche lui non è proprio un bimbo! Woods conosceva questa frazione? Era venuto in avanscoperta in quella giornata organizzata da ASO?

No, perché non era al Delfinato. Michael era con me al Tour d’Occitanie, dove ha anche vinto. E’ riuscito a sfruttare questa tappa. La fuga è stata favorita dall’andamento tattico. Ci si aspettava un controllo fra Vingegaard e Pogacar, una partita a scacchi che appunto ha favorito la fuga. Se uno dei due doveva recuperare avrebbero chiuso, ci sarebbe stato un altro ritmo e la fuga non sarebbe arrivata.

L’altra corsa…

E poi appunto c’è stata la partita a scacchi fra la Jumbo-Visma e la UAE Emirates. Solo poco prima della salita la squadra di Vingegaard ha preso in mano la corsa. Poi sono subentrati i ragazzi di Pogacar e di nuovo i gialloneri. Fino allo scatto dei due a 1.500 metri dal traguardo.

Domenico, passiamo dunque alla sfida fra i due grandi di questa Grande Boucle… Tanto tuonò che non piovve: anche tu la vedi così?

Come detto prima si sono controllati. Quando poi di mezzo non c’è la vittoria di tappa le polveri inevitabilmente si bagnano un po’, non c’è mai la stessa carica agonistica. Per di più oggi la tappa è filata via tranquilla e ci hanno messo un po’ per passare alla modalità aggressiva.

Si conoscono molto bene. Pogacar ha portato un attacco di “X” secondi e l’altro sapeva che il suo affondo sarebbe durato così. Poi ha tenuto duro, ma l’altro ha insistito un pelo di più. Erano sul filo. Tutto molto tecnico-tattico. Tu come la vedi?

La verità è che io ho visto più preoccupato Pogacar che Vingegaard. Per me Tadej era molto attento al caldo. Se ci avete fatto caso si bagnava spesso su tutto il corpo. Sappiamo che quando fa caldo lui ha spesso una piccola contro-prestazione. Vingegaard dal canto suo contava su questa cosa e forse si aspettava che calasse un filo. Mentre Pogacar si è sentito meglio di quel che credeva e ha attaccato.

E riguardo ai watt?

Credo che entrambi ne abbiano espressi un filo meno che sui Pirenei, e credo dipenda proprio dal caldo.

Pogacar e Vingegaard sono davvero al limite e alla pari. Ormai si parla di metri, neanche di secondi. Sarà una lotta anche di nervi?

Senza ombra di dubbio. Questa è una componente fondamentale nella sfida uno contro uno. E in questo Tadej forse ha qualche chance in più, anche se l’altro ha una grande squadra.