Zambanini continua a crescere, così come le sue ambizioni

05.07.2024
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La voce di Edoardo Zambanini oltrepassa il microfono del telefono con un tono raggiante e simpatico. Il classe 2001 della Bahrain Victorious sta andando a Livigno per trascorrere tre giorni un po’ diversi, ma sempre con la bici al suo fianco. La prima parte di stagione è alle spalle, terminata con il Giro di Slovenia e poi con il terzo posto al campionato italiano. Ora Zambanini prepara le fatiche della seconda metà dell’anno.

«Sto andando a Livigno – racconta – perché ci sono su la mia ragazza e alcuni compagni di squadra. Niente altura, quella arriverà settimana prossima quando con il team andremo in ritiro. Avevo voglia di cambiare zone di allenamento. Ho ripreso lunedì dopo una breve pausa arrivata al termine del campionato italiano. Ho staccato per una settimana e sono andato al mare, vicino a San Marino. Ho sfruttato la vicinanza per andare a godermi il Tour in Italia, ho visto l’arrivo di Rimini e la partenza da Cesenatico».

La stagione di Zambanini è iniziata a gennaio, con l’AlUla Tour
La stagione di Zambanini è iniziata a gennaio, con l’AlUla Tour

Lenta ripresa

Le vacanze per Zambanini sono finite: brevi ma comunque rigeneranti. Una settimana al caldo con l’unico pensiero di rilassarsi e godersi il meritato riposo dopo una prima parte di stagione intensa. 

«Lunedì ho ripreso gli allenamenti – continua – con calma. Ho fatto un’uscita leggera, di un paio d’ore, con il passare dei giorni ho aumentato l’impegno in sella, ma senza esagerare. Domani (oggi per chi legge, ndr) ho in programma una mezza distanza, ma nulla di troppo intenso. 

«Il 2024 – riprende – è stato un anno più fortunato rispetto a quello passato, almeno dal punto di vista della salute. Non ho avuto intoppi e mi sono allenato parecchio bene, con grande continuità. Nei primi mesi non avevo in programma nessuna altura, anche perché non ero nella selezione per il Giro d’Italia. La squadra voleva farmi fare altre corse, l’idea era quella di andare alle Vuelta».

Al Tour of Antalya ha corso con libertà concludendo terzo nella generale
Al Tour of Antalya ha corso con libertà concludendo terzo nella generale
Cos’è cambiato?

Che sono andato forte fin dalla prima parte di stagione, al Saudi Tour ho dato una mano ai velocisti. Da lì sono andato all’Antalya dove ho avuto spazio per me e ho raccolto un buon terzo posto nella generale. Poi ho messo insieme tante esperienze importanti, con un calendario interamente WorldTour: Strade Bianche, Catalunya, Baschi, Freccia Vallone e Romandia. 

Avevi già 36 giorni di corsa nelle gambe e ancora il Giro d’Italia da affrontare.

Ho corso parecchio, ma mi ha fatto bene, praticamente mi alternavo tra corse e casa. Una settimana da una parte e una dall’altra. Poi rispetto al 2023 ho avuto un grande cambiamento: il preparatore. Da Fusaz sono passato a lavorare con Michele Bartoli

Come mai?

La squadra ha deciso così. Da subito abbiamo avuto un bel feeling, ha un metodo di allenamento che mi piace. Gran parte del merito per questa prima parte di stagione corsa a buoni livelli va a lui.

Il risultato di maggior prestigio è stato il secondo posto di tappa dietro Hermans al Giro dei Paesi Baschi
Il risultato di maggior prestigio è stato il secondo posto di tappa dietro Hermans al Giro dei Paesi Baschi
Tanto che arrivata la convocazione per il Giro, accanto a Tiberi, che esperienza è stata?

Al Giro mi sono divertito tutti i giorni. Ho fatto la fatica giusta ma il tempo è volato, sono 21 tappe che porto tutte nel cuore. Mi sono messo a disposizione di Tiberi, vero, ma anche di Bauhaus finché c’è stato. Ogni giorno avevo qualcosa da fare e sono felice di com’è andato. Il mio compito era di rimanere accanto a Tiberi fino all’ultima salita, da lì andavo su con il mio passo.

Cosa hai imparato in quelle tre settimane?

Che lo spirito di squadra fa tanto. Noi avevamo un team davvero unito, sia tra noi corridori che con lo staff. Eravamo tanti italiani e questo ha contribuito al divertimento. Al Giro del 2023 non mi ero divertito così tanto, forse perché arrivavo con un’altra condizione. 

Zambanini ha corso il Giro accanto a Tiberi, con il quale dal 2024 condivide il preparatore: Bartoli
Zambanini ha corso il Giro accanto a Tiberi, con il quale dal 2024 condivide il preparatore: Bartoli
Fatiche concluse con un bel terzo posto al campionato italiano.

Prima sono andato al Giro di Slovenia, dove stavo molto bene e ho lavorato per Pello Bilbao che stava preparando il Tour de France. In classifica mi sono piazzato dodicesimo, ma la gamba era buona. Infatti al campionato italiano ho avuto più spazio e ho raggiunto il terzo posto finale, mi sono giocato le mie carte.

Dimostrando che quando hai spazio sai cosa fare. 

Sì, devo dire che quando mi è stata data libertà d’azione ho sempre fatto bene, in generale. Ricordo al primo anno, nel 2022 al Giro di Ungheria ero arrivato quarto nella generale, così come al Gran Piemonte. 

La prima parte di stagione si è conclusa con un ottimo terzo posto al campionato italiano, segno che la gamba c’è
La prima parte di stagione si è conclusa con un ottimo terzo posto al campionato italiano, segno che la gamba c’è
E’ ora di prendersi ancora più libertà?

Ne ho parlato con la squadra e ho chiesto proprio questa cosa. Nella seconda metà di stagione mi piacerebbe avere più chance. La Bahrain mi ha fatto crescere bene, se avrò questa condizione da qui a fine anno potrò giocarmi le mie carte. 

Anche perché sei in scadenza…

Questa cosa non mi preoccupa, con la squadra parlo costantemente e lo faremo ancora da qui a fine anno. Non resta che rimboccarsi le maniche, fare questi 20 giorni d’altura e fiondarmi nel finale di stagione. Ripartirò dal Giro di Polonia, poi Gran Bretagna, Plouay, Canada, Tre Valli Varesine, Gran Piemonte e Lombardia. 

In bocca al lupo.

Crepi! A presto!

I numeri sul Grappa e il futuro di Pellizzari: gli appunti di Piepoli

04.07.2024
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Dal Tour of the Alps al Giro d’Italia. Poi il Giro di Slovenia, i campionati italiani e proprio in questi giorni Giulio Pellizzari è impegnato al Tour of Austria. Non sarà troppo? E’ una curiosità che proveremo a toglierci con il supporto di Leonardo Piepoli, chiamato al suo fianco da Massimiliano Gentili, il vero mentore di Giulio. Come lo ha visto al Giro? E cosa pensa del programma successivo?

«Credo che al Giro fosse difficile – spiega il pugliese – fare meglio di così. Immaginavo che potesse essere già a quel livello, perché al Tour of the Alps aveva dimostrato di essere cresciuto. Giulio ha sempre continuato a migliorare e arrivando al Giro ha fatto un ulteriore salto di qualità. Non mi ha stupito. Se si guarda la prima tappa in Piemonte, quella di Torino, era già andato davvero forte».

Dopo il Giro, al Criterium Cycling Stars un altro bagno di pubblico per Pellizzari (photors.it)
Dopo il Giro, al Criterium Cycling Stars un altro bagno di pubblico per Pellizzari (photors.it)
Diciamo che il suo avvicinamento al Giro è stato singolare, con il Belvedere e il Palio del Recioto prima di andare al Tour of the Alps.

Secondo me il progetto che stanno facendo i Reverberi funziona. Magari subito può sembrare strano, perché fare quelle corse potrebbe sembrare un passo indietro per uno che ha già fatto bene tra i professionisti. Invece, secondo me, è utile anche portarlo in corse più piccole e mi piace che lui lo abbia preso bene, secondo me è stato propedeutico. Non si è tirato indietro, ha detto che sono corse belle e che gli piacciono e proprio con questi atteggiamenti lui fa la differenza. Quanto a testa è migliore di tanti altri e questa ne è la dimostrazione.

Perché dici che è stato propedeutico?

Li mandi sotto e fanno risultato, poi li mandi sopra e faticano. Come adesso con Pinarello. Negli under 23 cresce forte, mentre fra i pro’ non ci riesce ancora. Perciò lo rimandano sotto, fa risultato, prende fiato e poi torna tra i grandi. E’ una cosa che ti aiuta a crescere.

Dove vedi i margini più ampi di Pellizzari?

Credo che ne abbia in tutti i campi, perché è molto acerbo in tutto. Sicuramente il primo fronte da attaccare potrebbe essere la cronometro, per un fatto fisico e di attitudine. Ci ha lavorato davvero poco finora, anche perché facevamo un certo tipo di attività per cui la cronometro era relativa. Ora dovrà cominciare a lavorarci, a conoscere i materiali. C’è di buono che è giovanissimo, quindi ha l’elasticità che serve per adattarsi alla bici. E quando si tratta di spingere, non ha problemi.

La crono è il prossimo… osso da attaccare: i margini sono enormi
La crono è il prossimo… osso da attaccare: i margini sono enormi
Non averci lavorato prima è un limite o davvero non serviva?

Io credo che Max Gentili meglio di così non potesse gestirlo. Un giorno mi disse una cosa, quella che mi è rimasta più impressa. Mi disse che da junior, se avesse voluto, con Giulio avrebbe potuto vincere dieci corse. Invece per tutto il tempo che l’ha avuto, ha cercato quelle meno adatte a lui e lo mandava all’attacco perché provasse ugualmente a vincere. E questo ha fatto sì che adesso abbiamo quel ragazzo che prende e attacca. Sfrontato, senza la paura di crollare. E se rimbalza, il giorno dopo è nuovamente lì. Max era molto convinto che sarebbe diventato un corridore e ha fatto tutto il necessario per farlo crescere e non per portare a casa vittorie. Cosa che non è troppo comune e secondo me è una mossa giustissima.

Come vedi la scelta di andare al Tour of Austria?

Un giorno Giulio mi ha chiamato e mi ha chiesto che cosa ne pensassi, dato che gli avevano proposto di andare. Anziché rispondergli, ho chiesto la sua opinione. E lui ha detto che negli stessi giorni la sua ragazza era al Giro Donne, mentre i genitori sarebbero andati in vacanza. Allora ha detto che quasi quasi avrebbe fatto meglio a correre, così magari avrebbe provato a vincere una corsa, dato che finora tanti attacchi, ma zero vittorie. E questo è un altro dei casi in cui dico che Giulio Pellizzari ha la testa due spanne sugli altri.

Per cosa?

Altri avrebbero tirato fuori delle menate. Sulla squadra che li spreme, sul fatto che erano stanchi, sul fatto che si sarebbero finiti. Giulio sa che potrebbe essere stanco, è ovvio. E quando si renderà conto che non ce la dovesse fare, prenderà le sue decisioni. Ma secondo me, dato che di qui a fine anno non parteciperà più a corse a tappe, l’Austria ci può stare. Il suo calendario, dall’estate in avanti, prevede solo corse di un giorno, che gli vanno bene anche a livello di crescita. Lavorerà sul cambio di ritmo, farà a tutta salite di due o tre minuti, dovrà limare per arrivare a prenderle davanti. Perciò l’Austria adesso non gli farà male. Gli under 23 olandesi o belgi fanno 8 corse a tappe per anno. Va bene che Giulio ha fatto il Giro d’Italia, ma la sua non è stata un’attività eccessiva rispetto a quella dei coetanei europei.

Il podio del Tour de l’Avenir 2023: dietro Del Toro, Piganzoli e Pellizzari (foto Tour de l’Avenir)
Il podio del Tour de l’Avenir 2023: dietro Del Toro, Piganzoli e Pellizzari (foto Tour de l’Avenir)
Visto che fare dei passaggi fra gli U23 è propedeutico, perché escludere di partecipare al Tour de l’Avenir? L’anno scorso è stato sul podio, lavorare per vincere non sarebbe utile?

Non so in realtà se abbiano scelto qualcosa, però io personalmente sono sempre stato contrario, per il fatto che hai solo da perdere. Non riesci a crescere. Nel suo caso, preferisco che faccia il Giro d’Austria. Qualunque sia il risultato, chiunque ci lavorerà il prossimo anno, vedrà che è andato forte al Tour of the Alps, al Giro d’Italia, allo Slovenia e magari anche in Austria. Vuol dire qualcosa. Per andare al Tour de l’Avenir devi fare una preparazione su misura, mentre adesso conviene che Giulio finisca l’Austria, poi stacchi e inizi a preparare le corse italiane.

Avrai sicuramente visto i suoi dati del Giro: ci colpì nel giorno del Grappa, quando provò a stare dietro a Pogacar che saliva a 600 watt. Quel giorno Giulio ha fatto qualche record personale?

Ha tirato fuori anche quello che non aveva. Il Grappa è un’ora di salita e lui alla prima scalata ha fatto la sua ora migliore di sempre. E nella seconda passata, circa mezz’ora dopo, ha migliorato la sua migliore ora di sempre. Ha fatto il suo “best all time” in entrambi i casi, più di così non poteva andare. Ma anche lì dimostra la consistenza del ragazzo di fare una salita così forte e poi di farla ancora poco dopo. Vuol dire che ha tanta testa, ma anche tanto motore. Fare certi numeri a fine Giro vuol dire avere qualcosa di più rispetto alla media.

Per Decathlon è ancora vivo l’effetto Giro

01.07.2024
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LISSONE – Non si corre certo il rischio di essere smentiti se si afferma che il team rivelazione di questa prima parte del 2024 sia la Decathlon-AG2R La Mondiale. La formazione transalpina ha saputo cogliere tantissimi successi e soprattutto l’ha fatto con diversi atleti. Gli ultimi due in ordine di tempo sono stati Bruno Armirail e Paul Lapeira, entrambi in gara in questi giorni al Tour de France. Grazie a loro sono arrivati i titoli nazionali francesi a crono e su strada. Due sono stati anche i successi ottenuti dalla Decathlon-AG2R La Mondiale sulle strade dell’ultimo Giro d’Italia, grazie a Valentin Paret-Peintre e al nostro Andrea Vendrame, ai quali ha fatto gradita compagnia la vittoria nella classifica a squadre.

Per sapere se c’è stato un possibile «effetto Giro» sulle vendite dei prodotti ciclo in casa Decathlon Italia abbiamo fatto visita a Rosario Cozzolino, Category Manager Ciclismo della filiale italiana dell’azienda francese.

Foto di gruppo nello store di Settimo Torinese, al centro Andrea Vendrame e Rosario Cozzolino
Foto di gruppo nello store di Settimo Torinese, al centro Andrea Vendrame e Rosario Cozzolino
Che bilancio possiamo tracciare a poco più di un mese dalla conclusione del Giro d’Italia?

Il bilancio è decisamente positivo. Il Giro d’Italia è andato al di là delle nostre più rosee aspettative. Il successo di squadra, le due vittorie di tappa e il fatto che una di queste sia arrivata dall’unico italiano presente nel team, Andrea Vendrame, ci ha fatto enorme piacere. Prima del Giro avevamo avuto Andrea come nostro ospite presso il nostro store di Settimo Torinese… In qualche modo gli abbiamo portato fortuna.

Un Giro d’Italia così positivo da parte della squadra ha avuto un “ritorno” anche per voi di Decathlon Italia?

Direi di sì. In occasione del Giro abbiamo lanciato la campagna “Segui la scia” che ha interessato circa 100 prodotti legati al mondo road cycling presentati con un’offerta ad hoc. Durante il Giro d’Italia abbiamo poi creato una serie di contenuti video per evidenziare le ottime performance realizzate dalla squadra e di conseguenza l’ottima qualità dei prodotti Van Rysel e più in generale Decathlon. Il risultato finale in termini di vendite è stato decisamente positivo.

Gli atleti del team Decathlon-AG2R La Mondiale in azione con le loro bici Van Rysel (foto P.Ballet Team Decathlon-AG2r)
Gli atleti del team Decathlon-AG2R La Mondiale in azione con le loro bici Van Rysel (foto P.Ballet Team Decathlon-AG2r)
A livello generale, state riscontrando dei dati positivi nel segmento ciclo?

Rispetto allo scorso anno abbiamo avuto un incremento delle vendite che sfiora il 30%. Se guardiamo poi al 2022, un anno che viveva ancora dell’onda lunga della voglia di bici generata dal Covid, possiamo notare una tendenza positiva. Tutto questo non può che renderci contenti. Focalizzandoci al solo comparto delle bici di alta gamma, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, abbiamo venduto più del doppio di biciclette. Tutto questo si è andato ad accompagnare ad una crescita costante nella vendita di tutti gli accessori firmati Van Rysel, come occhiali, caschi e scarpe. Si tratta di un segmento, quello degli accessori, che in Italia ha sempre avuto un trend positivo.

Cosa significa per Decathlon diventare un player che tratta prodotti di alto di gamma?

Per noi è molto importante. Vogliamo diventare un riferimento anche per un tipo di clientela che cerca prodotti top e che può diventare quindi di interesse anche per altri brand alto di gamma. Per questi brand Decathlon deve diventare come una “opportunità” da cogliere per raggiungere nuovi potenziali clienti e non come qualcosa che può generare timore. Proprio per questo il nostro obiettivo è creare nuove partnership, così come abbiamo fatto con Santini. Un ruolo di primo piano lo svolgeranno i nostri negozi “Gold” con prodotti e competenze al top. Tutto questo però non deve tradire quella che è da sempre la forza e la filosofia di Decatlon. Sto parlando dell’accessibilità allo sport. Il nostro obiettivo rimane sempre quello di rendere lo sport, qualunque sia la disciplina praticata, accessibile al maggior numero di persone possibile.

Fotografata ieri al via da Cesenatico la nuova Van Rysel FCR 2
Fotografata ieri al via da Cesenatico la nuova Van Rysel FCR 2
Ritorniamo al team. Una cosa che ha colpito è il fatto che in tutte le loro interviste staff e atleti attribuiscono all’arrivo di Decathlon i risultati positivi ottenuti fino ad oggi…

Tutto questo per noi è fonte di grande soddisfazione, così come il vedere apprezzate dai ragazzi del team le Van Rysel in uso alla squadra. Di recente ho avuto modo di partecipare ad un incontro presso la sede Van Rysel a Lille. E’ emerso che gli atleti sono davvero molto soddisfatti del materiale a loro disposizione. Se erano titubanti al momento di ricevere le nuove bici ora sono contentissimi. Ci hanno rivelato che oggi possono “sgomitare” con gli altri e buttarsi in avanti anche ad alte velocità senza alcun timore dal momento che si sentono sicuri in sella.

Siamo a inizio Tour, a livello di novità di prodotto ci dobbiamo aspettare qualcosa?

Al Tour de France ha debuttato la nuova FCR 2 (il debutto è avvenuto ieri nella tappa di Cesenatico, ndr). L’hanno usata Sam Bennet e Oliver Naesen. Non resta che cercarla in gruppo.

Decathlon

Enervit celebra 70 anni di innovazione e passione per lo sport

29.06.2024
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L’età di un’azienda non rappresenta solo il tempo trascorso, ma anche le esperienze accumulate, le intuizioni sviluppate, i traguardi raggiunti e il percorso tracciato. In occasione dei suoi primi settant’anni anni, Enervit racconta la propria storia, ricordando chi è, i valori in cui crede e i sogni che continua a coltivare.

Dal 1954, quando l’azienda si chiamava Also, Enervit ha mantenuto saldo il suo obiettivo originario: “Aiutare tutte le persone a migliorare la qualità della propria vita“. Questo semplice ma potente concetto racchiude in sé tre parole chiave: persone, qualità e vita.

Enervit festeggia i suoi 70 anni con in libro edito da Mondadori, questa la copertina
Enervit festeggia i suoi 70 anni con in libro edito da Mondadori, questa la copertina

Una storia italiana

Per celebrare questa straordinaria eredità, Enervit ha realizzato un libro fotografico intitolato “The Enervit Story” che ripercorre il lungo impegno dell’azienda nella nutrizione positiva e nell’integrazione alimentare sportiva. Il libro, arricchito da numerose immagini, offre uno spaccato di una società in continuo movimento, contestualizzando il periodo storico e lasciando intravedere il futuro. È una monografia che emoziona e trasporta tra racconti, volti, nomi e imprese di chi ha fatto e continua a fare la storia dello sport: da Sara Simeoni a Alberto Tomba, da Reinhold Messner a Tadej Pogacar, da Francesco Moser a Jannik Sinner, e molti altri campioni. 

Negli anni Cinquanta, una coppia di farmacisti innovativi, Franca Garavaglia e Paolo Sorbini, gestiva una farmacia a Milano, all’angolo tra via Settembrini e via Vitruvio. È in questo contesto che nasce la storia di Enervit, inizialmente chiamata Also, nel 1954. La passione per lo sport si manifesta negli anni settanta, quando l’azienda sviluppa il primo integratore a base di fruttosio, vitamine e sali minerali, destinato a fare la storia: Enervit. Questo prodotto introduce il concetto rivoluzionario del “bere giusto” durante l’attività sportiva, sfatando il mito che l’idratazione durante lo sforzo blocchi l’atleta.

Gli anni ottanta vedono Enervit protagonista di una grande innovazione: l’integrazione proteica come supporto fondamentale per gli allenamenti e le prestazioni ad altissimo livello. Sara Simeoni, altista d’oro alle Olimpiadi di Mosca del 1980, grazie a Enervit Protein e a consigli nutrizionali mirati, conquista un argento straordinario alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Nello stesso anno, Enervit realizza un altro sogno: organizzare a Città del Messico il Record dell’Ora di Francesco Moser. Grazie a importanti innovazioni nel ciclismo, Moser supera il record di Eddy Merckx, entrando nella storia con il suo 51.151 km.

Con il cambio di millennio, Enervit amplia i suoi orizzonti grazie all’incontro con Barry Sears, biochimico e ideatore della dieta Zona. Nasce così EnerZona, una linea di prodotti basata sui principi della Zona, che apre a una nuova visione dell’alimentazione.

Enervit riconosce il ruolo chiave della nutrizione nelle prestazioni sportive, integrando la ricerca scientifica e l’innovazione nelle sue scelte. Questo impegno porta l’azienda a definirsi “The Positive Nutrition Company”, enfatizzando l’importanza della nutrizione positiva nel proprio DNA.

Alberto Sorbini Presidente Enervit
Alberto Sorbini Presidente Enervit

Sguardo sempre al futuro

Nel corso degli anni, numerosi campioni e squadre hanno collaborato con Enervit, tra cui Reinhold Messner, Miguel Indurain, Stefano Baldini, Alex Zanardi, Sofia Goggia, Federico Pellegrino e tanti altri. Tra le squadre spiccano Virtus Segafredo Bologna, Valencia Basket Club, Lidl-Trek, UAE Team Emirates, con Tadej Pogacar, vincitore del Giro d’Italia, e la Federazione Ciclistica Italiana. Nel 2024, Enervit accoglie Jannik Sinner, il primo italiano a vincere gli Australian Open e a raggiungere la vetta del ranking ATP.

Enervit festeggia dunque oggi 70 anni di innovazione, di ricerca e di passione per lo sport. Dal piccolo laboratorio dietro una farmacia milanese, l’azienda è cresciuta diventando un punto di riferimento nella nutrizione sportiva. Con un impegno costante verso il miglioramento della qualità della vita, Enervit continua a sostenere atleti e appassionati, guardando al futuro con la stessa determinazione e visione che l’hanno guidata fin dall’inizio.

Enervit

Il nuovo Fiorelli: attaccante, ambizioso e sicuro di sé

26.06.2024
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La prima parte di stagione per Filippo Fiorelli si è chiusa con il campionato italiano in Toscana e quell’attacco sullo strappo di Monte Morello per ricucire il gap sul gruppo di testa. Ora il siciliano è tornato a casa per riposare e ricaricare le batterie in vista della seconda metà di stagione. Un 2024 che lo ha visto mutare, cambiare obiettivi e diventare un corridore d’attacco. 

«Ora sono a casa – racconta – a Palermo per godermi quattro giorni di stacco totale, magari andrò al mare visto che è praticamente fuori dalla porta. Il tempo fino ad ora non è stato bellissimo, spero migliori prima di giovedì, giorno in cui tornerò ad allenarmi. Riprenderò con bici e palestra come fatto a inizio anno. Le gare sulle quali ho messo il cerchietto rosso saranno a inizio agosto, si parte con l’Arctict Race of Norway. Avevo già corso da quelle parti, nel 2021 quando mi sono ritirato dal Giro d’Italia, ma era un’altra corsa: il Giro di Norvegia».

Fiorelli alle spalle di Aleotti in salita, una testimonianza dei progressi del siciliano
Fiorelli alle spalle di Aleotti in salita, una testimonianza dei progressi del siciliano

Un nuovo Fiorelli

Ce lo aveva raccontato quest’inverno nel ritiro della Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè di come l’obiettivo fosse quello di cambiare pelle. Nelle settimane successive il preparatore della squadra, Andrea Giorgi, ci  aveva confermato il tutto spiegandoci il cambio di ritmo in allenamento

«Mi sono accorto dei cambiamenti fatti durante tutta la prima parte di stagione – spiega Fiorelli – anche se nelle prime corse i risultati non erano stati come quelli degli anni scorsi. Poi però sono andato al Giro con ambizioni diverse, di attaccare da lontano. Se si guarda ai risultati il cambiamento non si vede, ma a livello di numeri la stagione è nettamente migliore rispetto agli anni precedenti. Ora mi muovo su percorsi nettamente più impegnativi, con salite che l’anno scorso mi avrebbero fatto male. Sono situazioni di corsa in cui anticipo i migliori e per questo a volte serve un briciolo di fortuna in più, però la stagione è andata bene. Ho avuto un piccolo intoppo nei primi mesi, nei quali ho sofferto di sinusite, ma abbiamo capito il problema e a fine anno mi opererò. Ci siamo accorti che ho il setto nasale leggermente deviato e questo provoca un’infiammazione alle vie respiratorie».

Fiorelli mantiene comunque uno spunto veloce, che può giocarsi nelle volate ristrette
Fiorelli mantiene comunque uno spunto veloce, che può giocarsi nelle volate ristrette

Volate? No grazie

Fiorelli non si lancia più negli sprint di gruppo, ora lo si vede in azione in tappe impegnative, come quella di Prati di Tivo al Giro d’Abruzzo. Oppure attacca da lontano, cercando la fuga, come accaduto al Giro d’Italia nelle prime tre tappe. 

«Non aspetto più le volate – racconta – sono tornato a seguire le mie caratteristiche naturali. Non sono mai stato un velocista, ma aspettavo gli sprint perché in squadra non avevamo un velocista puro. Rimango un corridore con un buono spunto veloce, ma che sa andare forte su percorsi misti. All’ultimo Giro d’Italia abbiamo cambiato registro, nelle prime tre tappe sono entrato in altrettante fughe perché c’era l’occasione di prendere la maglia ciclamino. Alla fine ci sono riuscito ed è stato più gratificante che aspettare una volata per fare ottavo. Vero che nel 2023 a Roma ho fatto terzo, ma succede una volta ogni tanto e comunque non ho vinto. Tanto vale anticipare e provare a fregare i migliori».

Al Giro nuovi obiettivi per lui e la squadra, premiati con la maglia ciclamino
Al Giro nuovi obiettivi per lui e la squadra, premiati con la maglia ciclamino

Nuovo metodo

Il merito di questi miglioramenti va anche ad Andrea Giorgi, preparatore del team che ha aiutato Fiorelli in questa sua trasformazione. 

«Ho cambiato proprio metodo di lavoro, non allenamento – dice – perché quello che faccio in bici non cambia. Ora però mi concentro su salite da 12 minuti, cosa che mi permette di rimanere con i migliori anche in percorsi davvero impegnativi. Al campionato italiano di domenica sono arrivato nono rimanendo con i migliori, anzi nella salita finale ho anche attaccato per chiudere il gap sui primi. Ero lì a 20 secondi, la differenza era poca, quindi penso che la strada intrapresa sia giusta. E’ solamente il primo anno che lavoro in questo modo, ci sono ancora margini di miglioramento, per arrivare a tenere più minuti in salita e con maggiore intensità. Quello che mi manca ora è il risultato pieno, a questo proposito la seconda parte di stagione è ricca di occasioni. L’attimo giusto arriverà, dovrò coglierlo».

In Slovenia si rivede Pozzovivo, che promette un gran finale

18.06.2024
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Tra le pieghe del Giro di Slovenia si annida anche la storia di un quarantunenne che a dispetto della sua età e di tanti piccoli/grandi problemi alla vigilia, come vedremo, è arrivato a sfiorare il podio finale. Ma d’altronde chi conosce Domenico Pozzovivo non si sorprende di certo, visto tutto quel che ha fatto in vent’anni di carriera.

Per lui ogni corsa, da quando ha annunciato a fine stagione il ritiro definitivo, è diventata una passerella, ma non è nel carattere del lucano affrontare le gare in maniera superficiale, anzi. E’ stato così anche in Slovenia, dove ci sono stati anche momenti che lo hanno profondamente toccato.

«Siamo passati anche per Skofja Loka, dove vinsi nel 2012 – racconta – e non nascondo che quando è successo mi sono venuti tanti pensieri. Non posso negare che queste settimane siano particolari, ogni corsa si vela di sensazioni malinconiche. Non è detto che sia una cosa negativa, è solo una carrellata di emozioni che mi investe».

Pozzovivo ha chiuso lo Slovenia al 4° posto, a pari tempo con Pellizzari, a 26″ dal vincitore Aleotti
Pozzovivo ha chiuso lo Slovenia al 4° posto, a pari tempo con Pellizzari, a 26″ dal vincitore Aleotti
Da che cosa dipende?

Quando hai alle spalle vent’anni di carriera, affrontando tante corse più volte nella tua vita, è normale che sia così. Ci tengo a sottolineare che non è nausea da bici, voglia di finire, saturazione. Niente di tutto questo. E’ la consapevolezza che il tempo scorre e che è arrivato il momento di girare pagina, di chiudere una parentesi grandiosa e sofferta, piena di bene e di male, che ha contraddistinto la mia vita sin da quand’ero adolescente. Per un ultraquarantenne non è cosa da poco.

Come sei arrivato al Giro di Slovenia?

Con tanti dubbi, soprattutto perché già il finale del Giro d’Italia non era stato semplice. La particolarità è che l’ho finito con addosso il Covid, che per la terza volta mi ha colpito e sempre nello stesso periodo. Diciamo anzi che ho fatto appena in tempo a finire la corsa. Poi sono stati dieci giorni a soffrire per la tosse con addirittura un principio di polmonite. Pensavo a un certo punto di non esserci, ma mi sarebbe spiaciuto proprio perché non avrò un’altra occasione. Poi all’immediata vigilia con il mio team della VF Group Bardiani abbiamo deciso di partire nonostante tutto.

Il lucano davanti alla maglia gialla Aleotti. In Slovenia il corridore della Bardiani è stato protagonista nelle tappe finali
Il lucano davanti alla maglia gialla Aleotti. In Slovenia il corridore della Bardiani è stato protagonista nelle tappe finali
Non era certo lo spirito migliore…

Le prime due tappe per fortuna non avevano grandi influenze sulla classifica e ho potuto viaggiare di conserva, rimanendo nel gruppo. Quelle due tappe mi hanno restituito un po’ di brillantezza e nelle tappe successive ho potuto lottare con i migliori. Già dalla frazione di Nova Gorica ho visto che potevo fare qualcosa d’interessante.

Lo Slovenia è arrivato due settimane dopo il Giro. Dopo una grande corsa a tappe ci si divide sempre tra chi dice che fare un’altra corsa a tappe è controindicato e chi invece lo ritiene utile. Tu a quale schieramento appartieni?

Io sono sempre stato uno di quelli che usciva dalla corsa rosa con un’ottima gamba da sfruttare, ad esempio al Giro di Svizzera dove ho vinto una tappa nel 2017 e dove, quando ho corso, non sono mai uscito dai primi 10. La differenza secondo me dipende dal tempo dopo: il Delfinato arriva troppo a ridosso del Giro, è chiaro che lì non sei ancora riuscito a recuperare, fisicamente ma anche mentalmente. Ma la settimana successiva è già utile, la forma a quel punto emerge. Poi molto fa anche l’esperienza: nei primi anni avevo sensazioni altalenanti, poi sono andato sempre meglio.

Sono concetti assoluti o dipende molto dall’individuo?

Le caratteristiche del singolo corridore pesano sempre, ma parlando nel tempo con i compagni delle varie squadre, ho riscontrato che il principio di base è quello, la prima settimana è difficile, ma dopo si emerge. Il discorso legato al Delfinato è subordinato alla sua lunghezza: non parliamo di una corsa a tappe breve, ma quando si tratta di prove di 7-8 giorni, è un impegno diverso dal punto di vista organico, quindi richiede qualche accortezza in più.

Che livello era la corsa slovena?

Molto buona, c’erano squadre WorldTour e altri corridori che venivano dal Giro. Si andava sempre molto forte, è una corsa che è molto cresciuta e che mette alla prova chi gareggia.

A Roma, il suo addio da corridore al Giro d’Italia chiuso nonostante tutto al 20° posto
A Roma, il suo addio da corridore al Giro d’Italia chiuso nonostante tutto al 20° posto
Ti vedremo ai tricolori?

Sarà la mia ultima apparizione da corridore, voglio onorarli al meglio e gestirli bene, anche perché poi tirerò i remi in barca. Non avrebbe senso continuare senza impegni imprescindibili e proprio considerando quel che ho avuto alla fine del Giro. Gli altri anni non avevo mai tempo per recuperare, ora voglio staccare, riprendermi bene e cominciare a preparare la seconda parte di stagione.

Che cosa ti attendi?

Mi propongo di fare una bella chiusura, ritrovare la condizione che avevo due anni fa quando mi rammaricai molto di non aver potuto correre al Lombardia. Quest’anno non voglio mancare e prometto a tutti che sarà comunque una grande festa. Ci stiamo già pensando, soprattutto a qualcosa di gastronomico…

Guido Bontempi: bici o moto, basta che abbiano due ruote

12.06.2024
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Guido Bontempi ha avuto una carriera di altissimo livello tra gli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90, in cui ha vinto molto, anzi moltissimo. Sedici tappe al Giro d’Italia, sei al Tour, quattro alla Vuelta, due Gand-Wevelgem, una Parigi-Bruxelles e una E3 Harelbeke, oltre a due podi alla Milano-Sanremo.

Dopo una seconda parte di carriera come direttore sportivo terminata nel 2012, ha riunito le sue due passioni, la moto e il ciclismo. Ha lavorato prima come pilota regolatore e poi come motociclista al servizio dei fotografi in alcune delle più importanti corse del mondo. L’ultima delle quali è stata il Giro d’Italia appena concluso. Ci siamo fatti raccontare la sua esperienza.

Il Giro 2024 è stato per Bontempi, classe 1960, il primo con un fotografo sulla moto
Il Giro 2024 è stato per Bontempi, classe 1960, il primo con un fotografo sulla moto
Guido, com’è nata questa passione per il motociclismo?

Sempre stato appassionato di moto, fin da ragazzo. La prima l’ho avuta già a 16 anni, una bellissima Vespa primavera ET3, poi sono passato ad una Cagiva 350 e poi una Yamaha. Durante gli anni da direttore sportivo ho messo tutto un po’ in stand-by, ma appena andato in pensione, nel 2012, quella passione è ripartita.

E ha fatto il grande passo: da stare in gruppo in bici a starci in moto…

Sì, mio fratello era già nel giro, mi ha un po’ motivato e quindi mi sono detto: perchè no? Nei due anni successivi ho fatto il corso di motostaffetta tramite la Federazione, poi quello di scorta tecnica ufficiale con la Polizia Stradale, che mi hanno abilitato a partecipare a tutti i tipi di corse. Poi Vito Mulazzani, che all’epoca era il responsabile delle moto di tutte le corse Rcs, mi ha introdotto in Rcs dove ho iniziato a lavorare come pilota regolatore con Longo Borghini. Da lì le mie conoscenze mi hanno permesso un po’ alla volta di spostarmi anche con i fotografi e gli operatori della televisione, un mondo che mi hanno aperte tutto un altro ventaglio di possibilità.  Per esempio ora collaboro anche con le corse di Unipublic – del gruppo ASO – come la Vuelta, l’Itzulia e la Volta Catalunya, oltre che con l’agenzia Sprint Cycling di Roberto Bettini. Diciamo che poi, essendo in pensione, posso decidere liberamente come e dove spostarmi, il che mi dà grande libertà.

Adesso quindi può decidere lei a quali gare partecipare?

Diciamo di sì, poi naturalmente dipende anche molto dalle richieste che ho. Cerco di andare sempre alla Parigi-Nizza, al Delfinato e al Giro. Anche la Strade Bianche è molto bella, anche se l’ho fatta solo da regolatore perché coincide con la Parigi-Nizza e in genere, appunto, in quel periodo sono in Francia. Comunque sia le gare mi piacciono tutte, perchè mi permettono di stare in gruppo, vedere i corridori da vicino, le loro espressioni, le loro emozioni anche. Quello che si vede in televisione io ho la fortuna di vederlo dal vivo. L’anno scorso ho fatto circa 100 giorni di corsa, che non è poco, ora dopo il Giro ho un po’ di riposo, poi a metà agosto si riparte per la Vuelta.

Bontempi e Giovanni Lombardi alla Vuelta 2022: entrambi velocisti, entrambi ancora nell’ambiente
Bontempi e Giovanni Lombardi alla Vuelta 2022: entrambi velocisti, entrambi ancora nell’ambiente
Per uno che fa il suo mestiere è davvero così importante aver fatto il corridore?

Sì, assolutamente. E’ fondamentale perché occorre conoscere bene il modo in cui si muove il gruppo, le dinamiche che si creano. Saper capire quali sono i momenti di nervosismo ed è meglio stare distanti e quando invece c’è più tranquillità e ci si possono permettere certe manovre. Secondo me si vede eccome la differenza tra un pilota che è stato corridore e uno che invece non ha mai gareggiato in bici. Lo vedi non solo dal modo di guidare, ma anche dall’attenzione per i punti migliori in cui piazzarsi per scattare la foto giusta.

A proposito di scatti, com’è andata quest’esperienza al Giro d’Italia con Bettini?

Direi che è andato molto bene, un Giro fatto sempre in prima linea assieme a Luca (Bettini, ndr). Intanto non siamo mai stati richiamati dalla giuria, neanche una volta, che è già un’ottima cosa. Per il resto è stato un Giro tranquillo, abbiamo avuto solo due-tre giornate di brutto tempo. Il bello di stare in gruppo con un fotografo è che puoi stare in mezzo alla corsa fino all’ultimo, che vuol dire fino a circa a 1 km dall’arrivo nelle tappe in salita e fino a 5-6 km dalla fine in quelle in pianura. Dipende un po’ dalla tortuosità del percorso. Poi la Giuria ti fa spostare per questioni di sicurezza, ma fino a quel momento te la godi tutta.

E allora cosa ti è parso della gara?

Da una parte è vero che Pogacar l’ha uccisa già dall’inizio, dall’altra però ha dato spettacolo comunque attaccando a ripetizione. Ha fatto il campione, ecco. L’ho visto sempre tranquillo, sempre nella posizione giusta, poi aveva una squadra che l’ha scortato benissimo in ogni tappa. Per cui quando è così – squadra forte e grandi gambe – viene tutto molto più facile. Quello che è certo è che non mi è mai sembrato in affanno. Adesso aspettiamo di vederlo al Tour con gli altri avversari.

Le moto precedono e seguono il corridore (qui Pogacar sul Grappa). Secondo Bontempi i corridori non ne colgono l’utilità
Le moto precedono e seguono il corridore (qui Pogacar sul Grappa). Secondo Bontempi i corridori non ne colgono l’utilità
Come ha visto gli altri corridori da classifica?

Hanno fatto quello che potevano, che non era granché contro uno così. Thomas ha fatto il suo, ma è a fine carriera. Martinez ha pedalato abbastanza bene, ma non mi ricordo grandi azioni tranne quelle dello sloveno. Mi ha impressionato sul Grappa, la prima salita l’hanno fatta tranquilla, la seconda invece è stato un trionfo personale della Maglia Rosa. Una passerella spettacolare resa ancora più bella da tutta la gente che c’era.”

Molto pubblico?

Sul Grappa davvero tantissimo, una folla ovunque. Ma anche nelle altre tappe c’era moltissimo pubblico. Mi ricordo sul Mortirolo per esempio o anche su altre montagne, molto più che negli anni scorsi.  Stessa cosa per le città, nella tappa di Napoli o anche a Roma, dove i turisti hanno approfittato per vedere da vicino i corridori. Credo sia merito dell’effetto Pogacar che ha attirato moltissima attenzione, dando una bella mano di freschezza al Giro.

Ha notato differenze tra il modo di correre attuale e quello che c’era ai suoi tempi?

Credo che adesso ci sia molto meno affiatamento tra le moto e gli atleti. Ai miei tempi, per esempio, capitava abbastanza spesso che si dessero dieci mila lire ai motociclisti per andare a prendere un ghiacciolo, ora queste cose non capitano più. Forse perché c’è la tv e il gruppo è sempre in diretta in ogni momento, oppure perché c’è un agonismo spinto all’eccesso, non lo so, però certo è cambiato molto. I corridori devono capire che le moto sono al loro servizio, invece a volte il gruppo non le lascia passare e posso assicurare che quando i corridori decidono che non si passa, non si passa e basta. Ma le moto sono lì per la loro sicurezza, senza quel lavoro i pericoli non possono essere segnalati e questo è un guaio. A volte basterebbe che si spostassero per 100 metri e passarebbero 10 moto. E poi c’è anche un’altra cosa diversa rispetto al passato.

Bontempi nella scia di Ghebreigzabhier: i fotografi percorrono la tappa in parallelo con gli atleti
Bontempi nella scia di Ghebreigzabhier: i fotografi percorrono la tappa in parallelo con gli atleti
Sarebbe?

Ora con i freni a disco i corridori vanno fortissimo, specialmente in discesa e non è semplice avvicinarsi il giusto per permettere al fotografo di fare lo scatto giusto. Occorre avvicinarsi e poi scappare via subito per non intralciare, e comunque molti corridori si lamentano. Invece quando correvo io, mi era molto utile avere una moto davanti. In base alle frenate del pilota infatti, mi regolavo sul tipo di curva che stavo per affrontare. Se vedevo una frenata leggera, sapevo che potevo buttarmi più deciso. Se invece lo vedevo pinzare due o tre volte, capivo che c’era una svolta secca e rallentavo di più. Quando sei capace di leggere la guida della moto che hai davanti, puoi andare molto più forte. Adesso invece la maggior parte dei corridori non lo fa più, anche se secondo me li aiuterebbe molto. Adesso la moto più che altro dà solo fastidio.

Ultima domanda Guido. Ha mai avuto giornate difficili in questi anni da pilota in gruppo?

Diciamo che quando piove bisogna sempre stare molto attenti, certo. Mi ricordo di una Strade Bianche in cui pioveva a dirotto e la moto in discesa sullo sterrato andava un po’ dove voleva lei, ma alla fine bastava farla scorrere, riprenderla alla fine e non abbiamo avuto problemi. Perché la verità è che se ti piace la moto e ti piace il ciclismo, di veri momenti difficili ne trovi gran pochi.

Nostalgia della maglia rosa? Ci pensa Castelli…

12.06.2024
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Se non ce la fate a staccarvi dal rosa di Pogacar che fende folle di tifosi sul Monte Grappa, dal bianco di Tiberi, dallo sfrecciare ciclamino di Milan o dalla speranza azzurra indossata da Pellizzari (per gentile… concessione di Tadej), allora il catalogo Castelli è ciò di cui avete bisogno. Sono passate due settimane (16 giorni) dalla fine del Giro e ne mancano ancora due per il Tour, il modo migliore per caratterizzare l’estate in bicicletta è pescare nella collezione Castelli ispirata alla corsa rosa.

L’azienda di Fonzaso che ha vestito le maglie ufficiali ha inserito infatti nel proprio catalogo una serie di kit ispirati sì alle classifiche del Giro d’Italia 2024, ma anche alle località più iconiche che lo hanno caratterizzato. Per uomo e per donna. Per cui se oltre all’estetica del capo queste maglie risvegliano nell’appassionato il ricordo di quel giorno, averla indosso mentre si portano la bici, la fatica e i propri sogni in giro su altre strade può essere una bella cura contro la nostalgia.

Le maglie… vere

Allora proviamo a sfogliare insieme il catalogo, iniziando dalla #Giro 107 Race Jersey: quella vera. Viene proposta nei colori di classifica (rosa, ciclamino, bianca, azzurra), con l’aggiunta di un nero che ricorda il primato dell’ultimo di classifica. Un primato non ufficiale che quest’anno è spettato ad Alan Riou, francese di 27 anni della Arkea-B&B Hotels, che l’ha ottenuta con quasi sette minuti di svantaggio dal penultimo.

La maglia è confezionata con il tessuto Air_O Strecth per traspirabilità, comfort ed elasticità ed è progettata per ottenere la massima efficienza aerodinamica tra i 30 e i 55 km/h. Visto che si va incontro alla stagione calda, viene consigliato l’abbinamento con l’intimo Bolero SS. Il disegno delle spalle ha una costruzione ugualmente aerodinamica con il necessario orientamento del tessuto. Le maniche sono elasticizzate fino al gomito, con profili a taglio vivo. In vita una fascia elastica consente di mantenere la maglia in posizione e sostenere le tasche. La lampo proviene dalla gamma YKK® Vislon® e ha l’immancabile tiretto Amore Infinito. Il prezzo al pubblico è di 129,95 euro.

Le maglie iconiche

Oltre le maglie di classifica, che hanno le caratteristiche tecniche e di conseguenza i costi necessari ai professionisti, si passa alle maglie evocative e qui la scelta è davvero spettacolare. Una maglia in particolare che attira per il suo disegno e il nome e che, al pari di un Gronchi Rosa, andrà collezionata e mostrata con orgoglio: la maglia Stelvio. Già, perché il valico più alto non s’è fatto e forse per questo rimarrà a lungo nell’immaginario per il mistero di quel giorno.

Le altre maglie dunque. Quelle ispirate ai traguardi: Roma, Monte Grappa, Napoli, Grande Toro, Stelvio, Oropa, con una grafica che ricorda quella di Pantani del 1999 (che però era in rosa), ma senza le scritte degli sponsor. Costano 89,95 e mantengono le proprietà di una maglia da gara, sia pure con standard meno estremi.

Quindi tessuto elasticizzato Strada micromesh su fronte, retro e maniche per ottimizzare la vestibilità e la gestione dell’umidità. Fondo manica a taglio vivo. Tessuto elasticizzato Tailwind su pannelli laterali e tasche per una vestibilità perfetta. Pannelli laterali anatomici che avvolgono la schiena. Lampo YKK® Vislon® a tutta lunghezza. L’elastico in silicone in vita per impedire alla maglia di salire

Colpi d’occhio

Altre maglie con la stessa tecnologia e lo stesso prezzo si ispirano ai colori di classifica, vengono proposte nelle taglie per bambino oppure con grafiche ispirate i colori del Giro, ma meno fedeli alle originali. Non tutti del resto amano pedalare vestiti come i campioni, ma apprezzano un dettaglio che ne richiami la grandezza. Non staremo a farvi l’elenco, ma vi invitiamo a curiosare nel sito Castelli per cercare quella che semmai vi si addice di più.

#Giro107 Trofeo Bibshort, è la salopette di qualità superiore
#Giro107 Trofeo Bibshort, è la salopette di qualità superiore

Gli accessori

I vari kit si completano con due salopette. #Giro 107 Competizione Bibshort ha fondello KISS Air2t, essuto Affinity Pro Lycra® all’interno della gamba, tessuto testurizzato Vortex BLC sulla gamba, fondo gamba GIRO4 con striscie in silicone, cuciture piatte, dettagli riflettenti posteriori, bretelle in rete comode e traspiranti e costa 99,95 euro.

#Giro107 Trofeo Bibshort, di livello superiore, ha tessuto Espresso Doppio, fondo gamba a taglio vivo con antiscivolo in silicone, bretelle in rete elasticizzata, tasca sul retro, fondello Progetto X2 Air Seamless, linguette riflettenti. Prezzo di 149,85. Completano il quadro lo scaldacollo, due diversi modelli di calzini, cappellino, guanti e persino la maglia dedicata al Giro Virtual.

Abbiamo scritto anche troppo, certe cose più che sentirsele raccontare bisogna andare in negozio ad annusarle, sfiorarle, guardarle, finché il desiderio non dirà cosa scegliere. Sapete già in quali negozi andare? Nessun problema, nel sito Castelli c’è scritto anche quello.

Castelli

Polmonite alle spalle, Uijtdebroeks rilancia sull’estate

11.06.2024
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Quasi certamente non avrebbe impensierito Pogacar, però di certo l’uscita di Uijtdebroeks dal Giro ha privato la quotidianità di un elemento di disturbo. Che fosse per la maglia bianca o per un piazzamento sul podio, il belga della Visma-Lease a Bike avrebbe attaccato di certo. E a quel punto qualche equilibrio alle spalle della maglia rosa sarebbe potuto cambiare.

In questi giorni lo abbiamo ritrovato in gara al Tour de Suisse, corsa che nel 2023 chiuse al nono posto con qualche bella azione in montagna. Il suo percorso nella squadra olandese è stato colpito da identica sfortuna. Intendiamoci, anche il 2023 non fu baciato dalla sorte migliore: ricordiamo bene i guai alla partenza del Giro e le sostituzioni in extremis. Quella Jumbo Visma però era talmente piena di campioni al top della forma, che non ebbe problemi a concludere l’anno in modo trionfale. Quest’anno, partito Roglic, la sfortuna ha colpito anche i pezzi grossi e le cose si stanno mettendo maluccio.

«Incredibile tanta sfortuna – ha detto Uijtdebroeks al belga Het Nieuwsblad al via dello Svizzera – e continua ad andare avanti. Kruijswijk e Van Baarle, entrambi concentrati specificatamente sul Tour, hanno avuto problemi seri. Fortunatamente abbiamo una squadra forte, con altri atleti che rientrano anche da malattie o infortuni. Troveremo una soluzione. Per me il Tour non è certamente un’opzione. Primo perché non era mai nei miei programmi e quindi non l’ho preparato. Secondo perché sono ancora molto giovane. A meno che tutti i corridori dell’intera squadra non si fermino di colpo. Ma per fortuna questa possibilità mi sembra inesistente».

Il Giro d’Italia di Uijtdebroeks era cominciato con il 14° posto nella tappa di Torino
Il Giro d’Italia di Uijtdebroeks era cominciato con il 14° posto nella tappa di Torino

La polmonite del Giro

Un senso dell’humor ad alto rischio quello del 21 enne belga della provincia vallone di Liegi, che al Tour de Suisse ha debuttato con una crono senza squilli (in apertura foto Instagram/Visma-Lease a Bike) e una prima tappa in gruppo, dato l’arrivo in volata. La sua ultima apparizione in corsa era stata appunto la decima tappa del Giro, vinta da Paret Peintre nello scenario stupendo di Bocca della Selva, sulle montagne beneventane.

«Avevo davvero la speranza di poter ripartire il giorno successivo – racconta – ma mi sono sentito male. Già la mattina, durante le interviste prima della corsa, mi veniva da tossire, avevo il fiato corto… Però continuavo a pensare a un raffreddore da fieno. Alla fine ho finito anche abbastanza bene, a 13 secondi da Pogacar. Per cui ho pensato che mi sarebbe bastata una notte di sonno per mettere tutto a posto. Invece sui rulli dopo la corsa ho iniziato a capire che qualcosa non andasse, quasi non riuscivo a respirare. Ci siamo accorti che avevo la febbre a 39: il medico ha capito subito che avevo la polmonite e il mio Giro è finito lì. E’ stato un duro colpo. Non avevo mai raggiunto un livello così alto. Soprattutto perché la prima parte del Giro non mi stava piacendo, ma avevo fiducia che andando verso le montagna il bello dovesse ancora venire».

La ripresa ad Andorra

Al momento del ritiro, Uijtdebroeks indossava la maglia bianca dei giovani, seguito a 12 secondi da Tiberi. Proprio quel giorno Antonio gli aveva guadagnato 9 secondi, magari anche per le sue condizioni.

«Era un Giro ancora tutto da correre – prosegue – difficile dire cosa sarebbe successo. Quello che ho visto fare a Pogacar non lo avevo mai visto in vita mia. Era bello corrergli accanto, nel giorno di Rapolano sugli sterrati mi sono divertito e per questo mi dispiace non aver potuto lottare per difendere o migliorare il mio piazzamento. La cosa peggiore è che i problemi ai polmoni sono andati avanti a lungo, più di quanto mi aspettassi. Una sensazione di bruciore e sempre mancanza di respiro, che a quanto pare sono sintomi tipici della polmonite. Alla fine sono rimasto fermo per una settimana, poi ho ripreso e a quel punto è entrato in ballo il Giro della Svizzera. Abbiamo iniziato a ricostruire passo dopo passo, con uno stage in quota ad Andorra. All’inizio con molta attenzione, per non fare più danni della stessa malattia. Ho trascorso lassù più di due settimane e adesso le condizioni sono di nuovo abbastanza buone. Certo non ho la forma del Giro, ho perso parecchio…».

Sono servite due settimane ad Andorra per ritrovare una buona condizione (foto @elcastelletproduccions)
Sono servite due settimane ad Andorra per ritrovare una buona condizione (foto @elcastelletproduccions)

Mirino sulla Vuelta?

Resta ora da capire quale sia il suo vero livello in uno Svizzera che vede al via meno facce da Tour rispetto al Delfinato. Quale sarà il suo posto in gruppo, soprattutto dopo lo stop per la polmonite? Neppure Cian lo sa e quando ha aperto il libro di corsa, non ha avuto grosse sensazioni, salvo poi riprendersi con lo sfogliare le tappe.

«Quando ho visto che nel finale ci sono tante montagne, sono stato felice. Poi mi è preso un colpo vedendo che l’ultimo giorno c’è una cronometro, finché però ho visto che si tratta di una cronometro in salita. Sono motivato, dovrei riuscire di nuovo a raggiungere un buon picco di forma e spero di ottenere qualcosa di buono. Resta da vedere se ciò significhi un posto tra i primi dieci, tra i primi cinque o altro. Non voglio fare pronostici. E a quel punto valuteremo come proseguire la stagione. Non avendo finito il Giro, la Vuelta potrebbe diventare un’opzione, ma non ne abbiamo ancora parlato. Il finale di stagione ha tante possibilità, incluso il mondiale. Intanto il passo successivo saranno i campionati nazionali e poi sarò a disposizione della nazionale».