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Impresa di Garofoli a Cervinia, fra incredulità e commozione

17.07.2021
7 min
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Ride. Poi si commuove. Puoi ride di nuovo. Si mette le mani nei capelli. Così come aveva fatto anche sul rettilineo d’arrivo. Non ci crede, Gianmarco Garofoli. Non crede neanche lui all’impresa che ha siglato a Cervinia nella seconda tappa del Giro della Valle d’Aosta. Un’azione d’altri tempi, come raramente si vedono. 

Lunga fuga solitaria (quasi 60 chilometri) attraverso valli, monti e discese. E l’arrivo sotto sua maestà il Cervino. Che deve aver visto bene quando ha alzato gli occhi al cielo.

Forcella rotta e sangue freddo

Con Gianmarco avevamo parlato al mattino proprio perché ieri si era fatto vedere parecchio. Aveva tirato per la squadra. Aveva tentato la fuga. Aveva forato. Era rientrato portando le borracce ai compagni e aveva vinto il traguardo volante.

«Eh sì stavo bene. In realtà quando mi avete visto cambiare bici non avevo forato. Bensì avevo rotto la forcella, proprio qui – e ci indica il punto – una paura con quelle discese. Volevo cambiarla prima ma la giuria aveva fatto il barrage delle ammiraglie e così appena ho potuto mi sono fermato».

Garofoli racconta poi del grande lavoro fatto dopo il Giro d’Italia U23, della grande opportunità che la Dsm WorldTour gli darà a breve, vale a dire fare il Tour de l’Ain in programma negli ultimi tre giorni di luglio.

«E magari poter andare al Tour de l’Avenir. Se penso anche al mondiale? Sì, quelle strade le conosco, ma intanto cerchiamo di lavorare per fare bene – le sue parole al mattino – e sono qui proprio per trovare la condizione».

Quello dell’Avenir è un desiderio che probabilmente Marino Amadori dopo la tappa di oggi sarà pronto ad esaudire.

Attacco folle

Valtournenche e Cervinia sono separate da una decina di chilometri, una più a valle dell’altra. Ma chiaramente il Giro della Valle d’Aosta ha fatto un altro percorso per unire le due località. Un percorso ricchissimo di salite. Dislivello monster, oltre 4.500 metri, ma almeno strade più pedalabili e larghe rispetto alla… gimkana di ieri.

Nella discesa dello Tsecore, terzultima scalata di giornata, ci sono diverse scivolate. Cade anche Garofoli, che si rialza, rientra e parte. I big si guardano. Ma dove vuoi che vada questo qui? Si vede proprio che è inesperto, avranno detto. Il ragazzo di Castelfidardo, nelle Marche, è il più piccolo in gara. Deve ancora compiere 19 anni. Nel momento in cui attacca, c’è un tratto di pianura. Stare in gruppo sarebbe ideale. E poi le due salite finali sono lunghissime. Quasi 15 chilometri il Saint Pantaleon e quasi 20 quella che porta a Cervinia.

Intanto Alessandro Verre, la maglia gialla, va in crisi. Garofoli guadagna subito tanto. E il vantaggio continua a crescere, ma in modo più regolare, sul Saint Pantaleon.

Garofoli all’arrivo. Si è alzato solo gli ultimi metri: pensava anche alla generale
Garofoli all’arrivo. Si è alzato solo gli ultimi metri: pensava anche alla generale

Mamma, papà e il Cervino

Lassù, sul Gpm, ci sono anche mamma Cristiana e papà Gianluca, pronti a fare il tifo e a dare l’acqua agli altri ragazzi della Dsm Develompment. Le urla della mamma, che intanto è scesa di qualche centinaio di metri, si sentono sin dal Gpm. Garofoli è super concentrato. Ma il suo volto è disteso e la pedalata è potente. Stamattina ci aveva detto di aver montato un 36×30, ma di certo sta spingendo qualche dente in meno.

Un anziano tifoso chiede al papà: «Come va in discesa?». E lui: «Benissimo». E infatti in fondo, il vantaggio che sul Gpm era superiore ai 2′ diventa di quasi 3’30”. La forcella stavolta è okay e le gomme da 26 millimetri che ha scelto si sono rivelate ideali.

Una cronoscalata

Adesso inizia una lunga cronoscalata per Garofoli. Il vento è anche un po’ contrario. Dietro c’è il compagno Vandenabeele. Poi Thompson, con El Gouzi e qualche altro che man mano si stacca.

Ogni tanto all’orizzonte fa capolino il Cervino. Il bianco è fresco e stacca tantissimo col verde degli alberi. Fino all’altro ieri c’era neve fresca. Di certo Gianmarco non avrà visto tutto ciò. Anche perché l’attraversamento di Valtournenche fa male e lui orami è fuori da tanto tempo.

La pedalata è meno fluida. Perde qualcosa ma assolutamente non crolla. Cinque chilometri, tre, uno… Il tunnel, la folla di Cervinia, l’arrivo e gli occhi al cielo dove il Cervino si gode lo spettacolo. Qui hanno vinto tanti campioni, non ultimo Fabio Aru. Ma un’impresa così in bici forse neanche la “Gran Becca” l’aveva mai vista.

Il marchigiano tra i suoi genitori, mentre fa i rulli per defaticarsi
Il marchigiano tra i suoi genitori, mentre fa i rulli per defaticarsi

Cocciuto sin da bambino

E ritorniamo alla commozione iniziale di Garofoli. Mentre è sui rulli per fare defaticamento, dietro di lui c’è Thompson che se la ride. Grazie alle sue accelerazioni finali infatti, il neozelandese è riuscito a prendere la maglia gialla.

«Mamma mia che numero – racconta Garofoli ancora col fiatone – Un qualcosa d’incredibile, non lo so neanche io… Stamattina il diesse mi diceva: stai calmo, resta con gli uomini della generale. Io gli ho risposto: no Bennie io oggi attacco, voglio rischiare. Voglio provare a vedere cosa succede».

Insomma aveva le idee chiare Gianmarco. E la mamma su quel Gpm ce lo aveva detto: «Le ha sempre avute le idee chiare. A tre anni ha fatto la sua prima corsa in bici, pensate aveva le rotelle, e la vinse. Da quel giorno mi disse: io voglio fare il corridore. E anche a scuola. Le professoresse mi dicevano: suo figlio scrive bene, ma parla solo di ciclismo! Ha sempre avuto questa passione. Mai un’incertezza. Giocava anche a calcio. Era bravo. Ma quando si è trattato di scegliere non ha avuto dubbi».

L’azione potente di Garofoli. Adesso è secondo nella generale a 1’57” da Thompson
L’azione potente di Garofoli. Adesso è secondo nella generale a 1’57” da Thompson

Computerino spento

Un’azione così non si vede tutti i giorni. Forse solo Garofoli se l’era studiata. Forse…

«Più spingevo e più mi sentivo più forte. Sentivo che stavo guadagnando minuti ed è stato un qualcosa d’incredibile. E arrivare qui, nella tappa regina, da solo… la tappa regina, capite!

«Cosa mi passava per la testa? Rivedevo tutti i sacrifici fatti. Perché le vittorie così sì, sono belle, ma si costruiscono a casa con il lavoro. E io dopo il Giro U23 ne ho fatto tanto. Quello è stato il mio punto d’inizio. Sono stato 20 giorni sulle Dolomiti, tra Moena e il San Pellegrino, da solo. Oggi ho avuto un momento di cedimento verso i 5 chilometri dall’arrivo. A quel punto ho spento il computerino, non volevo sapere più niente: chilometri, wattaggio, velocità… Spingevo come potevo. Perché era da tanto che ero a tutta ed ero stanco. Però anche Bennie (Lambrechts, il diesse, ndr) dall’ammiraglia mi ha dato un grande aiuto. Mi è stato vicino. Ma ha detto che stavo facendo un’impresa. Ho fatto qualcosa d’incredibile».

Thompson quarto e in giallo

Una giornata ricca di emozioni per Garofoli. «La dedica è per la mia fidanzata Chiara, che mi supporta tantissimo, per la mia famiglia e per la mia bisnonna Gilda che è morta proprio mentre facevo le ultime pedalate». I genitori gli hanno comunicato la notizia poco dopo l’arrivo.

Peccato solo che questa impresa non si sia conclusa con la maglia gialla. Ma Garofoli era fuori da tantissimo e da solo, mentre Reuben Thompson viaggiava con il drappello dei migliori. E, complice un minor dispendio energetico e la fatica (normale) di Garofoli, nel finale ha recuperato parecchio. Il neozelandese della Groupama-Fdj ieri era giunto secondo a 30” da Verre e la sua regolarità, oggi quarto, lo ha pagato. 

Ma nulla è chiuso. Perché domani si sale ancora e su queste montagne i minuti, si è visto, fioccano. Conta il recupero. Garofoli ha mostrato ottime qualità in tal senso. Lo si è visto anche al Giro. E poi ci è sembrato molto preparato. Mentre faceva i rulli, diceva al massaggiatore cosa passargli, alternando integratori ed acqua con una sapienza da veterano.

La vittoria di Verre (vissuta dall’ammiraglia Colpack)

16.07.2021
7 min
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«Certo che Pogacar è come Ayuso». Inizia con questa battuta l’avventura (perché di avventura si tratta) nell’ammiraglia della Colpack – Ballan. Siamo al Giro della Val d’Aosta. Dopo una mattina fredda e piovosa splende il sole su Pollein, sede di partenza e di arrivo della prima tappa. 

I consueti saluti con i diesse, qualche domanda tra tecnici e corridori prima del via e l’invito di Gianluca Valoti, diesse proprio della Colpack, a seguire la tappa in ammiraglia. Occasione d’oro. A proposito, l’autore della frase iniziale – tenetela a mente – è proprio Gianluca Valoti. 

Percorso nervosissimo

Si parte. Se la corsa è tranquilla il percorso no. Il Val d’Aosta rivela subito le sue caratteristiche di tracciato ostico, non solo altimetricamente. Curve, stradine, dossi, tornanti, rampe, paesini… è un saliscendi continuo. E spesso c’è spazio per una sola vettura, tanto le strade sono strette. E così che Stefano Casiraghi, il meccanico del team, esclama: «Abbiamo fatto 30 chilometri ma sembra di aver fatto otto Roubaix!».

Si parla del più e del meno: il discorso tra continental e squadre U23, delle radioline che avrebbero fatto comodo su un tracciato così tecnico e forse anche un po’ pericoloso, della durata dei freni e delle gomme delle ammiraglie.

E questi strappi, sempre abbondantemente in doppia cifra, fanno subito tante vittime. La Colpack perde dal gruppo di testa Nicola Plebani. Una volta a valle Valoti lo affianca e gli dice di insistere. Ma più si va avanti e più le vittime sono illustri. Anche stranieri quotati si staccano. E fa fatica Davide Piganzoli, tra i più attivi al Giro U23.

Il diesse della Colpack dà indicazioni ai suoi ragazzi

Rischio e caos a metà corsa

Il percorso è davvero tecnico. Valoti, che ha una calma olimpica (da vero leader), cerca di scrutare Alessandro Verre, il suo uomo di classifica. Ci dice che spesso il lucano “è poco cattivo”, un po’ remissivo. E su percorsi così non te lo puoi permettere… se punti in alto.

E infatti radiocorsa annuncia: «Attacco di Vandenabeele in discesa». E il diesse della Colpack: «Lo stavo per dire: vedrai che Vandenabeele attacca. E’ fortissimo in discesa».

Siamo verso metà corsa e impazza il caos tra le ammiraglie. I corridori vogliono l’acqua, i diesse fanno “a sportellate” per andare in coda e cercare di scambiare una parola con i loro ragazzi oltre che rifonirli. E’ un continuo sfiorarsi. E a volte ci si tocca per davvero.

A valle il gruppo si è spezzato. Verre è dietro. Valoti resta tranquillo, almeno sembra, ma la situazione è pericolosissima. Davanti ci sono dei veri “cagnacci”. E il distacco non è poco. Garofoli (bravissimo) dà menate importanti e alla fine il quasi minuto di distacco in qualche modo viene colmato. Pericolo scampato.

«Adesso – borbotta il diesse della Colpack – inizia la salita. Vai avanti, Alessandro – come se potesse sentirlo – Ieri l’abbiamo provata. Lo sai dove inizia. E com’è…».

Peggio dello Zoncolan

E dire che la frazione odierna doveva essere la più facile. In effetti è così. O almeno questo dicono i numeri. Ma credeteci: siamo stanchi noi che siamo stati in ammiraglia, figuriamoci i corridori. Strappi secchi e discese ripidissime. Tutta così. Una Liegi aostana si era detto in conferenza stampa al mattino. Fanno più male 3.200 metri di dislivello così che fare due volte lo Stelvio.

E poi il bello. Al chilometro 78 inizia la salita di Terreblanche. Il Garibaldi la dà come 2ª categoria. Vogliamo sperare si siano sbagliati. Pendenze anche al di sopra del 20%. Strada strettissima. In un attimo Aosta diventa piccolissima nel fondovalle. La moto del cambio ruote fonde. I corridori salgono a zig-zag. Le ruote davanti delle bici a volte si alzano. Un tornante è talmente stretto che bisogna fare manovra con l’ammiraglia. E lo sapevano. Tanto che c’è un addetto con il giubbino giallo che regola le manovre delle vetture. Incredibile. Mai vista una cosa del genere dal vivo. Il gruppo non esiste più.

Verre ce l’ha fatta. Valoti e Casiraghi si complimentano a vicenda. E’ festa in casa Colpack
Verre ce l’ha fatta. Valoti e Casiraghi si complimentano a vicenda

Triello, duello…

Però la salita in qualche modo in ammiraglia diventa dolce. E sì perché radiocorsa dice che il numero 40, Alessandro Verre, è quarto. Poi terzo, poi secondo. Davanti c’è il neozelandese della Groupama-Fdj Continental, Reuben Thompson. Il Gpm arriva all’improvviso nel bosco. Discesa folle: ripidissima e strettissima (c’è persino il muschio al centro dell’asfalto) e si riprende a salire. 

Stavolta la strada è più larga e la pendenza decisamente più agevole. Il giudice ci dà l’okay per passare. Verre vede Thompson e a sua volta è inseguito alla stessa distanza (una decina di secondi) dal colombiano Didier Cardona. «Non mollare», dice Valoti. «Malto», riesce a sussurrare Verre che vuole le maltodestrine. «Sono 4 chilometri così. All’ultimo chilometro devi chiudere», ribatte il diesse.

Il giudice ci rimanda dietro. La tensione sale. Riusciamo a vedere il duello, anzi il triello, a distanza. Thompson, Verre, Cardona. Poi le curve tolgono la visuale. Ma l’inconfondibile voce di Virgilio Rossi, radicorsa, annuncia: «Verre ha ripreso Thompson». E poco dopo: «Passaggi al Gpm di Les Fleurs: primo il numero 40, secondo il numero 15 (Thompson, ndr)».

Thompson (classe 2001) alle interviste post tappa
Thompson (classe 2001) alle interviste post tappa

E assolo…

Vanno via in due. Il giudice ci fa stare a ruota del colombiano che resta lì ad una manciata di secondi ma non chiude. Eppure spesso il tachimetro segna 80 all’ora. Verso fine discesa un drappello rientra da dietro. Ma davanti quei due sono stati dei falchi. Nel finale resta uno strappetto. Verre che è uno scricciolo in confronto a Thompson non può arrivare in volata. «E così – racconta Verre dopo l’arrivo – ho raccolto tutte le energie rimaste e sono riuscito a staccarlo».

Intanto in ammiraglia impazza la gioia. Il moderato “evvai” del Gpm diventa un grido. Valoti e Casiraghi si abbracciano. «Non pensavo di prenderla subito – dice Valoti riferendosi alla maglia di leader – però! La difenderemo…. Quando ho visto Thompson da solo ho capito che era cotto, mentre Verre spingeva bene». 

La tranquillità di Verre, che pensa già al recupero poco dopo la tappa
La tranquillità di Verre, che pensa già al recupero poco dopo la tappa

Pensieri da campione

Dopo mezz’ora ancora arrivano corridori a Pollein. Il sole quasi quasi va a nascondersi dietro alle montagne. Le ombre sono lunghissime. Verre se ne sta tranquillo dietro al palco a mangiare riso, tonno e mais. Ha già fatto le interviste.

«No, non mi aspettavo di vincere – ci dice – a metà corsa ho rischiato tanto. Il gruppo si era spezzato, io ero dietro tra le ammiraglie. Ci vuole la testa, sempre. Tante volte uno pensa a risparmiarsi per il finale, ma poi si ritrova in quelle situazioni. Per fortuna è andata bene».

E’ stato davvero emozionate assistere all’inseguimento del lucano sulla salita finale. Abbiamo provato a metterci nei suoi panni. Cosa pensava in quel momento? Era lì a tutta, ma c’erano sempre quei 100 metri di distacco. Non è facile mentalmente.

«E’ stata una situazione strana – racconta Alessandro – perché io ero nel mezzo. Non solo dovevo inseguire, ma ero anche inseguito. Credevo che Thompson stesse facendo il furbo. Che mi tenesse lì e che avesse mollato, che volesse finirmi». Poi gli facciamo notare che Valoti gli aveva detto di chiudere nell’ultimo chilometro e lui così ha fatto.

«Sì è vero, ma io ho pensato ad Ayuso e a Pogacar. Loro non lasciano nulla a nessuno. Ho cercato di imitarli. Anche perché non sai nei prossimi giorni cosa può succedere».