Search

Un anno dopo, parlando ancora con Aru di Baroncini

03.12.2022
5 min
Salva

Leggendo il pezzo di ieri in cui Filippo Baroncini (gs_ph.oto in apertura) raccontava la sua prima gara di ciclocross, la memoria è tornata a quel giorno di fine 2021 in cui l’allora campione del mondo degli U23 si ritrovò a pedalare sui Monti Sibillini accanto a Fabio Aru, fresco di ritiro. Baroncini indossava la maglia iridata con le insegne della Colpack-Ballan, Aru quella del Team Qhubeka-Assos con cui aveva chiuso la carriera dedicandosi anche lui al cross nei mesi prima del debutto su strada.

Aru e Baroncini si conobbero sulle strade di #NoiConVoi2021 e da lì iniziò lo scambio di consigli
Aru e Baroncini si conobbero sulle strade di #NoiConVoi2021 e da lì iniziò lo scambio di consigli

L’idea giusta

Fabio è in Sardegna per delle cose da fare nella sua Academy di ciclismo e domattina rientrerà a casa. Però intanto, avendo letto del debutto di Baroncini nel cross e della sua idea di correre domani a Vittorio Veneto (Filippo è iscritto nella categoria Uomini Open con il numero 46) , gli abbiamo chiesto un parere ricordando quella loro uscita e perché Baroncini quanto a statura e peso (1,88 per 74 chili) ricorda da vicino Van Aert (1,90 per 78 chili) anche nell’attitudine.

«Forse del cross avevamo anche parlato quella volta – ricorda il sardo – ma non ricordo bene. Di sicuro è qualcosa che gli servirà molto, sia all’inizio di stagione sia alle classiche. Vittorio Veneto è una gara durissima. Io l’ho vinto quando ero under 23, mentre non l’ho fatto nel 2021. Ero stato a San Fior e in Friuli. Comunque per un ragazzo di 22 anni come lui fare cross in inverno non è male, ma di certo è un po’ inusuale».

Fabio Aru, Montodino 2020
Alla vigilia della sua ultima stagione da pro’, Aru cercò (e trovò) entusiasmo e gamba nel ciclocross
Fabio Aru, Montodino 2020
Alla vigilia della sua ultima stagione da pro’, Aru cercò (e trovò) entusiasmo e gamba nel ciclocross
Perché inusuale?

Solitamente si parte da piccolini, poi da under 23 ti fanno smettere. Però la trovo un’ottima alternativa. Se piove o c’è tempo brutto, invece di andare su strada, l’alternativa di fare ciclocross o mountain bike è molto valida. Quando è freddo, le velocità più basse possono salvarti, oltre ad eliminare i problemi della strada. In meno tempo, fai un allenamento super, invece su strada servono sempre tante ore e poi magari fa freddo.

Baroncini avrà dei benefici?

Il cross è un’ottima alternativa alla strada. Magari non puoi fare la stagione da ottobre a febbraio, però fare un po’ di cross a fine novembre e dicembre, qualche gara può funzionare. Quando l’ho fatto l’anno scorso, mi accorsi di avere un colpo di pedale molto più pronto. A maggior ragione quando inizi su strada e inizi a fare un po’ più di endurance, hai la gamba già molto più pronta. Alla fine, anche chi fa pista ha gli stessi benefici. Comunque sia, sono sforzi brevi e intensi, che su strada tornano bene. 

Quindi una fase di preparazione?

Tutto sommato, Filippo ha le caratteristiche fisiche di un Van Aert e magari se le corse cui punterà diventano quelle, come capacità muscolare e cardiaca, avrà dei giovamenti. Gli uomini delle classiche ormai partono a tutta. Le gare sono diventate sempre più esigenti già da inizio stagione, a gennaio ci si deve presentare già con dei valori molto importanti. Perciò il cross ti permette di mantenere il motore sempre bello attivo e in spinta. Il giusto numero di gare: vedo che anche i big, Van der Poel e Van Aert, ormai fanno un calendario limitato.

Baroncini ha raccontato di aver tenuto la stessa altezza di sella della strada e di aver sofferto con le gomme…

Solitamente io ero sempre un centimetro scarso più basso e uno più corto. Nel fuoristrada sei sempre un pelino più basso, però magari lui si trova bene così. Un consiglio che posso dargli è di curare la pressione delle gomme. Quando facevo cross 15 anni fa, avevo imparato a scegliere in base ai percorsi e al mio peso. L’anno scorso invece ho sbagliato completamente le prime 2-3 gare perché gonfiavo troppo alto. Facevo 1,7-1,8, su percorsi dove potevo andare a 1,3-1,4 per il peso che avevo, che era a 62-63 chili. Serve avere lo strumento per misurarla con precisione, la semplice pompa non basta.

Oggi Aru è testimonial di Specialized ed Ekoi: qui con i bimbi della sua Academy in Sardegna
Oggi Aru è testimonial di Specialized ed Ekoi: qui con i bimbi della sua Academy in Sardegna
Come va in Sardegna con la tua Academy?

Stiamo definendo delle cose per il prossimo anno. Però intanto c’è questo circuito da ciclocross che è chiuso tutto l’anno, completamente tracciato e a nostra disposizione. Ce lo dà il Comune nella zona industriale del mio paese e lì dentro si possono allenare quando vogliono. I tre direttori della Academy fanno anche la manutenzione, perché sono tuttofare e appassionati. Con i piccoli c’è bisogno di questo.

Baroncini e il ciclocross: amore a prima vista

02.12.2022
5 min
Salva

Filippo Baroncini è tornato in corsa, questa volta però non su strade asfaltate ma su percorsi infangati (foto di apertura gs_ph.oto). Il corridore della Trek Segafredo, infatti, nel weekend ha corso al Memorial Amedeo Severini. Un’esperienza diversa per lui che, dopo un lungo stop causato dalla frattura di clavicola e polso, torna a mettere il numero sulla schiena. 

«E’ stato un inverno un po’ così – racconta Baroncini appena alzata la cornetta – non ho praticamente fatto vacanze. Un po’ dopo l’infortunio mi era andata via la voglia. I primi giorni della pausa li ho passati dal fisioterapista a recuperare. Ora mi sto allenando molto e sono volenteroso di ripartire».

La stagione su strada di Baroncini si è interrotta ad agosto, per lui una lunga pausa dalle corse
La stagione su strada di Baroncini si è interrotta ad agosto, per lui una lunga pausa dalle corse

La “pazza” idea

Così in questo inverno di poca pausa e tanto recupero il corridore di Massa Lombarda ha deciso di fare una nuova esperienza. 

«Ho buttato lì l’idea alla squadra – ci dice – più che altro per avere un po’ di motivazione e per sfogarmi, dopo il secondo infortunio in stagione ne avevo bisogno. Loro hanno risposto che sarebbe stata un’ottima idea. Sono sempre stato incuriosito da questo mondo, è una disciplina che tanti corridori forti praticano e così ho pensato “magari qualche riscontro positivo lo trovo pure io”. Serviva per avere un po’ di gamba e di ritmo gara, perché la mia stagione ripartirà molto presto: dall’Australia. Poi sono tornato ad attaccare il numero sulla schiena, e devo dire che è sempre una bella esperienza. Pensate che il mio team di supporto erano mio papà e la mia fidanzata».

Ad un certo punto l’idea: ripartire dal ciclocross, per fare un po’ di fatica (gs_ph.oto)
Ad un certo punto l’idea: ripartire dal ciclocross, per fare un po’ di fatica (gs_ph.oto)

Una bella esperienza

Baroncini non ci ha messo molto a trovare la voglia di lanciarsi in questa nuova disciplina, è bastato poco: un po’ di fango, delle ruote grasse e tanta voglia di sperimentare. 

«Volevo divertirmi – riprende – e così è stato, ed è arrivato anche un bel risultato (terzo posto finale nella categoria open uomini, ndr). Si tratta di un bel modo di fare ritmo gara anche se non ad alte velocità, alla fine è stata un’ora intensa con una frequenza cardiaca molto alta, dove si stimola la soglia. In inverno è difficile mantenere dei ritmi alti in allenamento su strada a causa del freddo che abbassa la frequenza cardiaca».

In questa sua avventura lo hanno accompagnato il padre e la fidanzata (gs_ph.oto)
In questa sua avventura lo hanno accompagnato il padre e la fidanzata (gs_ph.oto)

Tecnica fai da te

Come anticipato dallo stesso Filippo, la sua squadra a supporto erano il padre a la fidanzata, nessun meccanico o tecnico al seguito. Allora viene da chiedersi come abbia fatto a prepararsi per questa sfida. 

«Ho usato la stessa bici del team Trek Baloise, la nostra squadra di ciclocross – continua nel racconto Baroncini – come telaio è molto simile all’Emonda. Il manubrio è un po’ più alto, per mantenere una guidabilità migliore e decisa. Nel cercare la posizione giusta sulla sella ho cercato di mantenermi il più vicino possibile a quella che uso su strada. Non ho avuto molto tempo per provarla, ma me la sono cavata bene, anche se devo dire che il livello non era altissimo. Però direi che mi è venuta voglia di riprovare in futuro, anche perché il risultato sicuramente mi ha dato motivazione, se mi avessero doppiato magari avrei desistito (dice ridendo, ndr)».

L’atmosfera del ciclocross lo ha stregato, in futuro potrebbe correre di nuovo (gs_ph.oto)
L’atmosfera del ciclocross lo ha stregato, in futuro potrebbe correre di nuovo (gs_ph.oto)

Qualche difficoltà

L’esperienza di Filippo è andata bene, ma qualcosa da registrare ci sarà per forza. Come il ritmo gara o qualche scelta tecnica. 

«La gara mi è volata – spiega – avrei quasi fatto un’altra ora di corsa probabilmente. Anche se sono andato a tutta dall’inizio alla fine, questo vuol dire che gli allenamenti fatti finora stanno dando i loro frutti. Ho preso la mano solo negli ultimi giri. Non sono riuscito a restare con i primi solo perché ci sono state un po’ di cadute all’inizio che mi hanno fatto perdere le ruote. Le difficoltà maggiori le ho avute nei tratti di contropendenza, quando dovevo salire e scendere dalla bici. Non sono molto rapido a trovare subito i pedali ed agganciarli e più di qualche volta ho perso dei secondi preziosi. 

«Un’altra difficoltà è stata nella scelta degli pneumatici. Appena visto il percorso ho pensato di mettere quelli più tassellati, però man mano che passavano i giri mi accorgevo che non sollevavo fango. Dopo la gara, dei ragazzi mi hanno detto che avevo proprio sbagliato scelta, infatti pattinavo molto sulle curve, non avevo presa. La pressione dei copertoni l’ho azzeccata invece, è già un primo passo. Dal punto di vista della guida è una disciplina molto utile e divertente, impari a muovere la bici in condizioni critiche. Io avevo già un po’ di esperienza dalla mtb, quindi non ero proprio un neofita».

Per Baroncini qualche difficoltà nella scelta dei copertoni giusti, ma la pressione è ok (gs_ph.oto)
Per Baroncini qualche difficoltà nella scelta dei copertoni giusti, ma la pressione è ok (gs_ph.oto)

Il tifo

Il ciclocross è tecnica, sentieri sterrati ma anche tanta gente e un ambiente caloroso, come si è trovato il corridore della Trek in questo nuovo ambiente?

«C’era un gran pubblico – conclude – con tanta gente sempre contenta e che faceva un gran chiasso. Sono tutti molto socievoli, ad un certo punto ho avuto anche un incidente meccanico (si è rotta la catena, ndr) e mi sono messo a correre con la gente che mi parlava e mi incitava. In più tra la fine della corsa e le premiazioni, c’è stato anche un rinfresco e si sono creati tanti gruppi. Domenica, mi sono iscritto alla gara che ci sarà a Vittorio Veneto, se il tempo non sarà troppo brutto parteciperò. E’ un’internazionale, quindi ci sarà un livello più alto. Insomma, mi sono proprio appassionato. Una cosa è certa: se avessi scoperto il ciclocross prima lo avrei praticato sicuramente di più». 

Eppure Baroncini ha vinto il mondiale U23 senza una WorldTour

27.09.2022
5 min
Salva

Come ci ha detto anche Marino Amadori: non è facile competere a livello mondiale e di nazionale contro chi fa attività nel WorldTour. E lo stesso Amadori ha aggiunto che lo scorso anno ha vinto sì, ma perché Baroncini è un talento e riuscirono a programmare bene l’avvicinamento.

Sostanzialmente abbiamo posto questo tema anche a Filippo Baroncini, che tra l’altro in questi giorni è pronto a tornare in bici dopo la doppia frattura (clavicola e polso) di fine agosto.

Nel 2021 a Leuven ci deliziò con un’azione spettacolare, mix tra potenza e acume tattico. E anche quello scatto alla vigilia fu esemplare. Fece le prove di quel che poi realizzò alla lettera in corsa. Gestì la pressione da veterano. All’epoca correva nella Colpack-Ballan (team continental), non era ancora nelle fila della Trek-Segafredo (team WorldTour) e non fece gare da stagista.

Sia dopo il Giro U23 che dopo l’Avenir Baroncini è andato in altura (foto Instagram)
Sia dopo il Giro U23 che dopo l’Avenir Baroncini è andato in altura (foto Instagram)
Filippo, quanto è importante fare attività WorldTour in ottica di gare internazionali per un under 23? E quanto ha inciso la Vuelta per Fedorov?

E’ fondamentale fare una stagione nel WorldTour, ma poi credo anche dipenda molto dalla persona. Magari nessuno si aspettava la vittoria di un kazako. Se Vacek avesse fatto un’intera stagione come Fedorov non avrebbe fatto secondo. Si è visto proprio che nel finale non aveva gamba. Che era più stanco.

Non se lo aspettavano ma ha vinto…

Il concetto è proprio quello. Ha sorpreso tutti. E’ uscito alla grande dalla Vuelta. Poi se l’è anche giocata bene uscendo in anticipo, mentre altri, vedi Kooij (della Jumbo Visma, ndr), sono stati troppo a ruota. L’olandese ha corso tanto, ma non credo abbia fatto un grande Giro. Perché è quello che ti dà una marcia in più. Anche io lo scorso anno avevo fatto delle corse a tappe. E l’Avenir era stato la mia Vuelta prima del mondiale.

Ecco, parliamo del tuo cammino iridato dello scorso anno. Qual era il programma senza un grande Giro ma con attività da U23?

Partiamo dal presupposto che mi ero focalizzato molto sul mondiale. Ero tornato nuovamente a Livigno prima dell’Avenir e sapevo che in Francia non avrei avuto una super gamba, altrimenti una tappa sarei riuscito a portarla a casa. Ho sfruttato la corsa per prepararmi e crescere al meglio. Ho rinunciato al risultato in quel momento per avere una marcia in più dopo. Ed è quello che ha fatto Fedorov.

Una delle poche foto di Baroncini in maglia iridata, conquistata in una continental dalla vocazione U23, il Team Colpack (foto Instagram)
Una delle poche foto di Baroncini in maglia iridata, conquistata in una continental dalla vocazione U23, il Team Colpack (foto Instagram)
E nella finestra tra Avenir e mondiale?

Dopo l’Avenir siamo andati diretti al Sestriere e lì nella prima settimana ho fatto completamente scarico. Nella prima settimana sarò uscito due volte. Nella seconda ho fatto qualche lavoretto di attivazione. Mai uscite troppo lunghe, ma mirate. In 15 giorni – ride Baroncini – feci solo due distanze.

Perché ridi?

Perché ricordo che Amadori era preoccupato. Mi chiedeva: «Allora, oggi che fai?». E io: «Riposo». Il giorno dopo: «Oggi esci?». E io: «No, riposo…». Mi vergognavo quasi ogni volta a rispondergli così, ma alla fine è stata una carta vincente. Il recupero ha lo stesso peso di alimentazione e allenamento.

Dopo il Sestriere?

Sono andato al Giro del Friuli (tre tappe, ndr) e poi a casa dove ho fatto qualità. Dietro motore, tanta bici da crono: dopo tanta altura serve. In più avevo scelto un percorso con caratteristiche simili al mondiale con salite non troppo lunghe e strappi per abituarmi al ritmo. E poi sono andato agli europei.

E a Trento facesti secondo: come andò la gamba?

Nella gara a crono non avevo carburato ancora al massimo. Le cose sono cambiate dopo la prova in linea. E anche in quella all’inizio ero preoccupato, sentivo che non avevo il ritmo dei migliori, anche in ricognizione. Non avevo idea di quel che poteva fare Ayuso e di quel che potevo fare io. Poi invece è andata bene e lì mi sono tranquillizzato. Ho capito che mi ero sbloccato, che potevo vincere il mondiale… E per fortuna che ho fatto secondo, così a Leuven avevo della rabbia in più!

Baroncini in azzurro davanti a Moscon nella Coppa Sabatini. Alternare gare U23 con quelle dei pro’ è il mix ideale per crescere
Baroncini in azzurro davanti a Moscon nella Coppa Sabatini. Alternare gare U23 con quelle dei pro’ è il mix ideale per crescere
Restiamo sul tema della preparazione. Tra l’europeo e il mondiale cosa hai fatto?

Corsi alla Sabatini con la nazionale dei pro’. Fu il test finale una decina di giorni prima della gara iridata. A quel punto ero davvero pronto. Ricordo che c’era Cassani e la sera nella riunione Davide davanti a tutti quei campioni disse che si puntava anche su di me. E io tra me e me pensavo: “Ma che dice questo?”. Invece poi in corsa ebbi sensazioni ottime e Cassani aveva ragione. Feci quarto. La responsabilità però un po’ la sentivo.

E ai fini della responsabilità, l’esperienza della Sabatini ti ha aiutato per Leuven? Prendere in mano la squadra, essere un leader…

Sicuramente. Mi ha fatto sentire più uomo, più consapevole dei miei mezzi e anche più tranquillo.

Insomma Filippo, anche con un’attività ben ponderata tra gli “under 23 moderni”, cioè con gare importanti e qualche puntatina con i pro’, pensi si possa ancora vincere un mondiale?

Io penso si possa vincere ancora. Certo però che se si fanno solo solo corse in Italia, solo corse di un giorno tra gli under 23 allora no, non va bene.

Monaco chiama, Baroncini ritrova azzurro e fiducia

12.08.2022
3 min
Salva

A volte serve un segnale per capire che la sfiga è alle spalle. Così per Baroncini la convocazione in azzurro agli europei di Monaco è diventata il faro da seguire per rilanciare la stagione. Il romagnolo, iridato U23 a Leuven 2021, si è tuffato nel primo anno da pro’ con la baldanza giusta per lasciare il segno. Tuttavia il destino gli ha presentato un conto beffardo. Prima con un risentimento al ginocchio, poi con la caduta all’Algarve e la frattura del radio. Filippo non è tipo che si lasci abbattere e di solito dalle cadute riparte più forte di prima, ma certo moralmente non è stato facile. Ecco perché le belle parole di Luca Guercilena e le attenzioni di Bennati dopo il campionato italiano, chiuso al quinto posto, gli hanno fatto capire che la svolta potrebbe essere vicina.

«Con Bennati non avevo mai parlato – dice il corridore della Trek-Segafredo – al di fuori di qualche messaggio. Ho scoperto una persona ragionevole e super disponibile. Sono entrato nel suo progetto e l’italiano è stato la conferma che qualche qualità forse ce l’ho davvero».

L’azzurro lo esalta: lo scorso anno a Leuven, Baroncini ha sbranato la corsa degli U23 con forza e lucidità
L’azzurro lo esalta: lo scorso anno a Leuven, Baroncini ha sbranato la corsa degli U23 con forza e lucidità
Come stai?

Bene, finalmente ho buone sensazioni. Sono un cavallo che non vedeva l’ora di correre. Piano piano va tutto a posto e anche la condizione è arrivata. Sono convinto che senza l’infortunio al braccio, sarebbe stato diverso. Ma adesso la maglia azzurra è una bella soddisfazione, per noi italiani quella maglia è speciale. Le siamo legati. A me dà l’effetto di moltiplicarmi le forze.

E’ stato difficile ripartire?

Non sono uno che si butta giù e ho sempre pensato che sia stato un fatto di sfortuna. Quando è così, mi viene la rabbia e mi motivo di più. Però ugualmente ripartire è duro, conviene non pensarci e lavorare. Cogliere le opportunità come vengono. La parte mentale fa tanto. Quelli che si demoralizzano faticano il doppio.

Al Giro di Grecia, dopo il 3° posto del primo giorno, Baroncini leader dei giovani
Al Giro di Grecia, dopo il 3° posto del primo giorno, Baroncini leader dei giovani
Quando c’è stato nell’anno un Baroncini veramente forte?

Secondo me al Tour d’Occitanie. Avevo una condizione molto buona e quello è stato un vero periodo di rinascita. Le sensazioni buone puoi averle anche in allenamento, ma in corsa è diverso. E là in Francia mi sono sentito forte anche sulle salite. Stavo bene.

Che cosa ti aspetti dagli europei?

Vado per lavorare e per fare il jolly. Farò qualsiasi cosa mi verrà chiesta. Non siamo la nazionale che dovrà tirare, per cui possono esserci anche ruoli diversi. Saremo una nazionale aggressiva, ma se servisse, le gambe per tirare ci sono, fra me, Ganna e Milan.

La crono è uno dei suoi pezzi forti: quest’anno è stato 5° ai campionati italiani
La crono è uno dei suoi pezzi forti: quest’anno è stato 5° ai campionati italiani
Con Bennati hai parlato anche del mondiale?

Qualcosa sì, ma preferisco fare un passo per volta. Perciò dopo gli europei andrò al Poitou Charentes, quindi a Plouay. A quel punto ci sarà da capire per l’Australia e poi si lavorerà per fare un grande settembre.

L’obiettivo resta vincere?

Non mi tiro indietro, soprattutto in questo ciclismo in cui nessuno aspetta nessuno. Bisogna cogliere ogni occasione e non penso di essere il tipo che se la fa addosso. La gamba c’è, altrimenti Bennati non mi avrebbe chiamato per gli europei. 

Un altro Giro per Cicco e il sogno (sfumato) di Ganna

10.08.2022
5 min
Salva

«Abbiamo sondato Ganna – spiega Luca Guercilena – per capire se fosse interessato a un ruolo di leader assoluto, non solo per le crono. Gli abbiamo parlato di classiche e di grandi Giri, in cui andare a caccia di tappe senza dover tirare per un capitano. Ma alla fine ha scelto di prolungare il contratto con Ineos. Massimo rispetto per la sua scelta e per chi lo ha messo nelle condizioni di farla».

Il team manager della Trek-Segafredo risponde da Mentone. In questa fase torrida dell’estate, le sue giornate sono fatte un po’ di mare e di telefono sempre acceso, perché come dice sorridendo, la new generation lavora sempre. La voce per cui Ganna sarebbe finito nello squadrone americano con forte matrice italiana aveva cominciato a girare e ci aveva incuriosito. In precedenza, la Trek aveva provato la carta Nibali senza grosse fortune reciproche e il nome Ganna poteva essere un bel modo per rendere più grande l’italianità del team.

La Trek-Segafredo ha provato davvero a ingaggiare Ganna, proponendogli un ruolo da leader
La Trek-Segafredo ha provato davvero a ingaggiare Ganna, proponendogli un ruolo da leader
Sfumata l’occasione Ganna, si può dire che la squadra 2023 sia fatta?

Più o meno sì. Una volta luglio era il mese delle strette di mano e ad agosto si chiudevano gli affari. Adesso si lavora tutto l’anno, perché nessuno vuole rischiare di firmare un contratto dopo il Tour, quando magari una vittoria può far lievitare il valore dell’atleta. Meglio chiudere prima. E poi si sta diffondendo questa abitudine di firmare contratti lunghissimi.

Che cosa vuol dire?

Innanzitutto che c’è stabilità e questo è un bene. Ma sicuramente questo aprirà le porte del mercato, perché non è detto che un corridore si troverà per forza bene per 5-6 anni nella stessa squadra. E a quel punto, essendo tutti contratti con penali prestabilite, si potrebbe tentare di portarne via qualcuno. Di solito questa opportunità viene a crearsi nelle squadre con tanti leader.

Pedersen è alla Trek dal 2017, ha vinto un mondiale e al Tour 2022 la tappa di Saint Etienne
Pedersen è alla Trek dal 2017, ha vinto un mondiale e al Tour 2022 la tappa di Saint Etienne
Alex Carera ha spiegato che il sistema del ranking potrebbe rendere nulli dei contratti.

E’ vero. Nel contratto si scrive che ha validità finché si rimane nel WorldTour. Questo significa che le squadre che retrocedono potrebbero rischiare di sparire e che l’eventuale retrocessione metterà sul mercato tanti corridori che potrebbero non volere seguire il team nella categoria inferiore.

A parte Ganna, non si siete svenati per inseguire un grosso nome, soprattutto per i grandi Giri.

Due o tre anni fa facemmo la scelta di puntare su corridori U25, che col tempo avremmo selezionato ulteriormente. Pedersen e Stuyven sono i primi frutti di questa politica, come Simmons e Ciccone, che non è giovanissimo, ma fa parte comunque di un processo di formazione. Detto questo, i leader più forti sono già blindati e non conviene strapagarne uno che magari arriva nei primi cinque. Soprattutto se vuoi avere il controllo del budget.

Stuyven è alla Trek dal 2014. Lo scorso anno ha vinto la Sanremo
Stuyven è alla Trek dal 2014. Lo scorso anno ha vinto la Sanremo
C’era Carapaz sul mercato e andrà alla EF-Easy Post…

Carapaz è un atleta forte, ma rientra nella categoria precedente. Per cui, avendo sposato la politica dei giovani, non aveva senso puntare su un atleta di 30 anni che avrebbe impegnato una grande fetta di risorse.

Nel frattempo ci sono degli stagisti molto interessanti.

Abbiamo Vacek e Thibau Nys, ma ci sono in arrivo anche altri nomi da team professional di cui ancora non posso parlare.

Il 2022 ha insegnato qualcosa di più su Ciccone?

Giulio ha dimostrato di poter vincere tappe nei grandi Giri, ma sono convinto che debba fare ancora un tentativo per la classifica. Serve la salute e lui non ne ha avuta molta. Voglio ancora un tentativo tenendo conto delle sue caratteristiche. Quindi senza limitarlo, perché la sua arma potrebbe essere l’imprevedibilità.

Baroncini ha tutto per essere un leader: ha 21 anni, non serve avere fretta
Baroncini ha tutto per essere un leader: ha 21 anni, non serve avere fretta
E intanto Bennati ha convocato Baroncini per gli europei.

Dal mio punto di vista, “Baro” è l’italiano che può guadagnarsi una posizione di assoluto rilievo. Ha fisico e testa. Può diventare un grande leader, sta a lui riuscirci.

Si può dire che il Covid abbia danneggiato anche il 2022?

Assolutamente! E sarà così anche nel 2023. Anche se non ci sono effetti pesanti sulla salute, tanti corridori hanno il sistema immunitario non ancora a posto. Inoltre si tornerà a 30 corridori e questo li metterà ancor più sotto pressione. Però non sono più a favore delle super restrizioni. Bisogna tornare a spingere come nel 2019 e chi sta male resta a casa.

Guercilena, al Giro con l’addetto stampa Paolo Barbieri, è manager della Trek-Segafredo
Guercilena, al Giro con l’addetto stampa Paolo Barbieri, è manager della Trek-Segafredo
Torniamo per un attimo a Ganna, per lui saresti tornato allenatore? Sarebbe stato stimolante dopo Cancellara…

Ci avevo pensato, sarebbe stato perfetto nella nostra squadra. Sono ambizioso, lo siamo tutti e penso che non sarebbe stato male. Però lo capisco, Ineos è uno squadrone. Se ne andrà a 31 anni, la sua carriera ormai ha quei colori.

Andriolo realizza la borraccia “su misura”

16.06.2022
4 min
Salva

Andriolo è una realtà attiva dagli anni Cinquanta nel settore della lavorazione delle materie plastiche. A partire dagli anni Novanta si è specializzata nella realizzazione di borracce per uso sportivo e più in generale per il tempo libero.

Per conoscere l’azienda e come lavora, abbiamo deciso di incontrare Anna Andriolo presso la sede dell’azienda di famiglia a Venegono Inferiore in provincia di Varese. Abbiamo scoperto un’azienda moderna, sempre attenta al rinnovamento tecnologico, ma con uno spirito familiare.

Esterno dell’azienda Andriolo a Venegono Inferiore
Esterno dell’azienda Andriolo a Venegono Inferiore
Se dovessimo descrivere Andriolo da dove dovremmo partire?

Sicuramente dal cliente che è al centro di ogni nostro progetto. Lo ascoltiamo attentamente con l’obiettivo di trasformare in disegni e forme ogni sua esigenza. Per poterlo fare abbiamo puntato su tecnologie sempre più innovative. A queste poi si aggiunge la possibilità di contare su un team di professionisti che sa appunto ascoltare il cliente per trovare insieme a lui la soluzione ideale.

Il passo successivo?

Dalla bozza-prototipo alla realizzazione del prodotto finale tutte le fasi sono seguite scrupolosamente da personale altamente specializzato con l’obiettivo di realizzare un prodotto in grado di rispettare tutti gli standard qualitativi richiesti.

Producete in Italia?

La nostra forza consiste anche nel fatto che tutta la produzione è interamente effettuata in Italia. Ogni singola fase, dalla progettazione alla realizzazione del prodotto finale, è gestita direttamente da noi. 

I tecnici Andriolo dispongono di software di disegno e progettazione tridimensionale per creare prodotti sempre più efficienti
Software di disegno e progettazione tridimensionale per creare prodotti sempre più efficienti
Hai parlato di tecnologia sempre più innovative. 

Esatto. Ancora oggi ogni singola borraccia viene progettata e prodotta con la stessa passione di un tempo. A differenza del passato però, oggi i nostri tecnici possono disporre di moderni software di disegno e prototipazione tridimensionale, perfettamente integrati con le macchine a controllo numerico del reparto di officina. Ogni borraccia Andriolo è inoltre personalizzabile grazie al servizio di stampa digitale, anche per ordini di piccola quantità.

Qual è il vostro rapporto con l’ambiente?

Il tema del rispetto e della cura dell’ambiente che ci circonda ha assunto anche per noi un ruolo fondamentale. In Andriolo prestiamo la massima attenzione all’impatto che la nostra produzione industriale può avere sul territorio circostante. Anche per questo ci siamo specializzati nella produzione di bottiglie in Tritan, materiale che le rende infrangibili, lavabili in lavastoviglie e quindi riutilizzabili. Negli ultimi anni siamo diventati fornitori di comuni, scuole, asili, atenei universitari, strutture alberghiere e tante altre realtà che hanno deciso di distribuire borracce o bottiglie ecocompatibili.

Non solo corridori e corse, insomma?

Questo aprirsi al mondo al di fuori del ciclismo è stata una caratteristica che ci ha contraddistinto fin dall’inizio della nostra attività, anche se al mondo della bicicletta siamo sempre molto legati. Oggi collaboriamo con diversi team. Tra questi mi piace citare il team Colpack Ballan. Lo scorso anno ha vinto con Juan Ayuso il Giro d’Italia e con Baroncini il mondiale. E’ stata una bellissima doppia soddisfazione. Con loro collaboriamo da anni. Ogni stagione gli forniamo all’incirca 5.000 borracce.

La borraccia Andriolo realizzata per Findlock (foto Facebook Findlock)
La borraccia Andriolo realizzata per Findlock (foto Facebook Findlock)

Una nuova borraccia

Prima di salutarci Anna Andriolo ci mostra una borraccia particolare realizzata per l’azienda tedesca Findlock, specializzata nelle chiusure magnetiche-meccaniche. Andriolo ha realizzato per loro un modello speciale che può essere sfilato dal tubo obliquo lateralmente grazie alla presenza di un magnete inserito nella stessa borraccia: il tutto senza la presenza del tradizionale portaborraccia.

Anna ci ha mostrato le macchine che realizzano queste innovative borracce, ma soprattutto ci ha fatto capire quanto un prodotto di per sé semplice come una borraccia nasconda anni di studio e di passione per il proprio lavoro.

Andriolo

La performance passa anche dai piedi? Andiamo a vedere

04.04.2022
4 min
Salva

La continua ricerca dell’ottimizzazione dei materiali e l’esasperazione della posizione in bici sono argomenti molto dibattuti su cui ancora oggi l’UCI tenta di fare chiarezza. Ci sono però ambiti di cui si conoscono meno le applicazioni tecniche e i benefici diretti. Uno di questi riguarda uno dei tre punti di contatto con la bici: i piedi. 

Plantari per la prevenzione degli infortuni e per la massimizzazione della potenza espressa sui pedali sono due aspetti che possono fare la differenza dove la ricerca del dettaglio è d’obbligo. Come vengono sviluppati? Quali sono le motivazioni della creazione di questi dispositivi? Lo abbiamo chiesto al dottor Federico Dall’Olio, tecnico ortopedico e collaboratore presso Fisioradi Medical Center. Tra i suoi pazienti spiccano nomi come: Roberto Conti, Davide Cassani, Filippo Baroncini (i due sono insieme nella foto di apertura), Luca Facchinetti, Valentino Rossi e tanti altri atleti del mondo dello sport.

Durante la visita viene studiata anche la postura nella vita quotidiana per un’analisi complessiva (foto Facebook/Fisioradi)
Durante la visita viene studiata anche la postura in piedi (foto Facebook/Fisioradi)
Con quali esigenze i ciclisti si rivolgono a lei?

Di norma i ciclisti vengono per plantari su misura da inserire nelle scarpette. Collaboro spesso anche con i biomeccanici. Eventualmente quando loro trovano situazioni che richiedano la realizzazione di plantari su misura. Mi mandano il paziente o mi chiamano per dare questo servizio.

Quindi la valutazione del biomeccanico è complementare?

Prima è importante la valutazione del biomeccanico a meno che non ci siano delle situazioni localizzate al piede che richiedano lo scarico dell’arto inferiore. 

Che cosa riguarda il suo lavoro nello specifico?

Ovviamente quello che posso fare io è un esame che va a prescindere dal mezzo meccanico, la bici in questo caso. Valuto l’appoggio del piede durante il cammino, durante la posizione statica in piedi. Faccio una valutazione obiettiva nella rotazione del bacino o altro. E poi vado a suggerire la costruzione di un’ortesi plantare atta alla vita quotidiana. Eventualmente anche per il gesto sportivo.

Filippo Baroncini ha scelto di essere seguito per la creazione dei plantari prima della vittoria al mondiale
Filippo Baroncini ha scelto di essere seguito per la creazione dei plantari prima della vittoria al mondiale
Serve quindi anche per migliorare la performance?

Sulla bici il beneficio diventa più di scarico e correttivo di quello che è lo sviluppo della spinta del piede all’interno della scarpetta. Nello specifico con Filippo Baroncini abbiamo studiato un plantare per una ridistribuzione del carico a tutta pianta che consente di ottimizzare la spinta e la forza sui pedali.

E’ quindi un’ottimizzazione del gesto tecnico?

Sì, chiaramente gli scarpini di serie non sempre si sposano con tutti i piedi. In più essendo vincolati alle tacchette, hanno un punto di spinta unico e scaricano tutta l’energia unicamente lì. Con il plantare si riesce a ottimizzare questa spinta a livello complessivo della pianta del piede.

Può essere utile per la prevenzione degli infortuni?

Assolutamente. Si vanno a tutelare gli aspetti articolari, che siano la caviglia e il ginocchio, dando degli angoli particolari alla scarpa partendo dall’appoggio dei piedi. 

La valutazione della postura comprende anche il bacino e l’anca che deriva dall’appoggio dei piedi (foto Facebook/Fisioradi)
La valutazione della postura comprende anche il bacino e l’anca (foto Facebook/Fisioradi)
Quali sono i problemi ricorrenti per cui un ciclista si presenta da lei?

Il classico problema ricorrente un po’ di tutti i ciclisti è la metatarsalgia. Un sovraccarico a livello di avanpiede. Oppure un problema con l’articolazione del ginocchio, quando non riesce a trovare una soluzione con la postura dal biomeccanico si va a intervenire con un ortesi plantare direttamente all’interno della scarpa.

Come si procede per la realizzazione del plantare?

Si va ad indagare e poi si va a renderizzare il piede all’interno della scarpa. Per fare questo utilizziamo delle solette baropodometriche. Sono solette con dei sensori pressori, inserite all’interno della scarpa che vanno a registrare tutte le varie pressioni e le forze che ci sono all’interno della calzatura. In sostanza come si deforma il piede durante il gesto sportivo.

Il plantare serve inoltre a correggere la postura sia in bici sia nella vita di tutti i giorni (foto Facebook/Fisioradi)
Il plantare serve inoltre a correggere la postura (foto Facebook/Fisioradi)
Che tecnologia utilizzate?

Oltre alla valutazione, vado ad eseguire l’ortesi in laboratorio. Prediligo un’ortesi su calco. Adesso si dispone di tecnologie che consentono di progettare un plantare con un metodo specifico che va a ottimizzare al decimo di millimetro tutti quelli che sono gli spessori e al tempo stesso tutti quelli che possono essere i materiali, per andare incontro al comfort e alla maggiore espressione della performance.

Pensa che con l’esasperazione dei materiali e delle componenti, per quanto riguarda le scarpe si stia andando in una direzione a discapito del comfort e della prevenzione infortuni?

No, questo no. Ogni casa costruttrice adotta delle dime diverse per le proprie calzature. A seconda della marca ognuna ha una sua differente calzata. Anche se molti ciclisti dispongono di scarpini fatti su misura, difficilmente riescono ad ottenere un prodotto che li soddisfi al cento per cento. Quindi si preferisce partire da un modello più comodo e largo per poi inserirci successivamente un plantare su misura. 

La frattura, il recupero, il rientro: i 38 giorni di Baroncini…

01.04.2022
5 min
Salva

Filippo Baroncini è tornato alle corse. Il campione del mondo U23 si era infortunato nella prima tappa dell’Algarve, in Portogallo. Frattura del radio e per questo aveva dovuto interrompere bruscamente la sua prima stagione da pro’.

Dopo 38 giorni però il corridore della Trek-Segafredo ha riattaccato il numero sula schiena al Gp Industria e Commercio. Da quel giorno di metà febbraio in Portogallo la sua non è stata che una rincorsa appunto al ritorno.

«Adesso va bene – racconta Baroncini – tutto sommato sono riuscito a recuperare con tempi ristretti. Il mio primo obiettivo era quello. Il secondo era rientrare alle gare: entrambi li abbiamo centrati».

Prima tappa della Volta Algarve, dopo qualche ora Filippo si romperà il radio
Prima tappa della Volta Algarve, dopo qualche ora Filippo si romperà il radio

Vietato perdere tempo

«Dopo la caduta – dice il corridore di Massa Lombarda – ho aspettato una settimana prima di operarmi. Una settimana in cui sono stato totalmente fermo. Con la squadra volevamo trovare un centro specializzato che facesse le cose fatte bene e mi consentisse di ridurre i tempi di recupero. E infatti tre giorni dopo l’operazione ero sui rulli.

«Al Policlinico di Modena mi hanno messo una placca e otto viti. Sentivo giusto un po’ di fastidio nei primi due giorni successivi, ma poi il braccio si è sgonfiato e tutto è andato meglio. Io nel frattempo ho cercato di muovere il braccio il più possibile per non perdere il tono muscolare e l’abitudine al movimento».

Tutto è stato studiato nel dettaglio. Filippo di fatto aveva il braccio libero. Solo per i primi giorni ha utilizzato un tutore su misura, giusto per prevenire un eventuale colpo.

Con ancora indosso la divisa della squadra, Baroncini è al pronto soccorso a Portimao (foto Instagram)
Con ancora indosso la divisa della squadra, Baroncini è al pronto soccorso a Portimao (foto Instagram)

Nervi d’acciaio

Ma in questi casi conta molto anche la testa. E se il rientro dell’iridato U23 di Leuven è avvenuto in breve tempo è anche perché si è campioni non solo in sella.

«La prima cosa che ho pensato è che questa stagione era la fotocopia dell’anno scorso. Nel 2021 mi ruppi la clavicola, ma poi andò tutto liscio. Speriamo che almeno sia uguale!

«Lo scorso anno andai a visionare la tappa di San Marino della Coppi e Bartali e dopo quattro giorni mi ruppi appunto la clavicola. Quest’anno con Popovych ero andato a fare il sopralluogo della Strade Bianche e dopo quattro giorni è toccato al braccio».

«In realtà un po’ mi dispiaceva vedere gli altri correre e crescere, mentre io ero fermo. Mi sembrava di perdere tempo. Pensavo al quantitativo di gare che stavo perdendo, al fatto che non sarei potuto andare in Belgio. Avrei dovuto farle tutte, Giro delle Fiandre incluso. Per adesso sono ancora riserva alla Roubaix».

A Larciano Baroncini ha chiuso al 38° posto, a 10’03” da Ulissi
A Larciano Baroncini ha chiuso al 38° posto, a 10’03” da Ulissi

Rulli e ventilatore

Il pallino della condizione era la cosa che più preoccupava Baroncini. In fin dei conti aveva lavorato molto durante l’inverno, c’era attesa ed entusiasmo per il debutto tra i pro’ e soprattutto le sensazioni delle prime gare non erano state male.

«Tre giorni dopo l’operazione – racconta Filippo – ho ripreso a pedalare. All’inizio, per tre giorni, ho fatto i rulli, poi sono uscito su strada. I rulli li facevo due volte al giorno, un’oretta a sessione. Non facevo molto anche perché con la placca, soprattutto i primi giorni, dovevo evitare di sudare per i punti. Così li facevo alla giusta intensità e col ventilatore puntato sul braccio.

«Al quarto giorno sono uscito in bici e da lì ho fatto tanto fondo: ore e chilometri quasi senza specifici. Anche per questo alla fine non ho perso il fondo, ma “solo” il ritmo gara. Semmai ne ho approfittato per perdere un po’ di peso».

E questa cosa un po’ ci stupisce. Ma come? Stando fermo non dovrebbe essere il contrario? «Ho cercato di togliere quel chilo e mezzo di troppo che avevo. Ho limato i carboidrati e poi ero nervoso e avevo lo stomaco chiuso».

L’ultima volta che Baroncini ha corso in Belgio è finita così…
L’ultima volta che Baroncini ha corso in Belgio è finita così…

Da Larciano al Brabante

E quindi la storia si chiude col rientro di domenica scorsa a Larciano. Un rientro che Baroncini tutto sommato giudica in modo positivo.

«Le sensazioni – racconta Filippo – sono state buone. Non ho avuto fastidi al braccio e questa era la cosa più importante. Fino agli ultimi due giri ho retto bene, poi quando hanno aperto il gas per davvero mi sono staccato, ma me lo aspettavo. Alla fine avevo iniziato a fare l’intensità solo una settimana e mezza prima della gara. Quattro volte dietro motore. Se avessi iniziato prima magari li avrei anche tenuti.

«Comunque la gara l’ho finita. Una volta staccato, mi sono messo nel gruppetto e ho accumulato altro lavoro. E infatti già questa settimana sto meglio».

Il programma di Baroncini passa per il Circuit de la Sarthe, una quattro giorni in Francia, e per alcune corse in Belgio, come la Freccia del Brabante. Tornare lassù dopo l’ultima volta iridata, deve fare un certo effetto.

«Finalmente si ricomincia. Non vedo l’ora. Mi piacerebbe essere competitivo lassù, ma non so se sarà possibile. Vediamo cosa diranno queste corse in Francia».

Raduno alle 10 al Centro Atlante. E San Marino si riempie di bici

30.03.2022
5 min
Salva

Che la Repubblica di San Marino abbia un forte legame col ciclismo non si discute. Così come sia diventata negli ultimi mesi la nuova caput mundi del panorama professionistico. La questione della neonata legge speciale sul fisco, chiamata “residenza atipica a regime fiscale agevolato” (con la tassazione al 7%) ha tenuto banco ad inizio 2022 ma da qualche giorno sul Monte Titano ci si dà di gomito per le imprese ottenute dai corridori che abitano lassù. Uno in particolare, Biniam Girmay.

Il 21enne eritreo della Intermarchè-Wanty-Gobert che ha appena conquistato la Gand-Wevelgem è uno dei tanti ciclisti che hanno preso residenza a San Marino, seppur lui con la particolare condizione di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro (rinnovabile annualmente) per un massimo di 11 mesi.

Biniam Girmay Hailu è uno dei residenti nella Repubblica di San Marino
Biniam Girmay Hailu è uno dei residenti nella Repubblica di San Marino

Festa per la Gand

A parlarci di ciò che è avvenuto nel piccolo Stato incastonato nel cuore della Romagna è stato Walter Baldiserra (a destra in apertura insieme ad Adriano Amici del Gs Emilia), presidente della Federciclismo di San Marino, in occasione della terza tappa della Settimana Internazionale Coppi e Bartali, disputata tutta in terra sammarinese. Quel giorno il nome di Girmay era saltato fuori subito dalla nostra chiacchierata.

«Qui a San Marino – raccontava Baldiserra – ci abitano, tra i tanti, i primi due del mondiale U23. Lui, in centro nella parte alta della città, e il campione del mondo Baroncini, che invece sta più a valle, vicino alla Dogana. Pensate che Girmay – prosegue ora il numero uno della Federciclismo sammarinese – quest’inverno in un nostro negozio aveva preso una dozzina di bici da spedire giù in Eritrea dove ha una sorta di scuola-ciclismo. Poi dallo stesso negozio si era fatto prestare dei rulli per due settimane quando ha preso il Covid e non poteva uscire per allenarsi. Si vede spesso qua, si allena molte volte col colombiano Johnatan Canaveral della Bardiani-CSF-Faizanè e non rinuncia mai a fare una foto con chi gliela chiede. E’ un bravo ragazzo, si è inserito bene».

Giulio Ciccone è stato uno dei primi a trasferirsi a San Marino
Giulio Ciccone è stato uno dei primi a trasferirsi a San Marino
Walter tutti questi pro’ si allenano assieme?

Sì. Hanno un punto di ritrovo ed un orario fissi. Centro Commerciale Atlante alle 10, verso valle. Chiaramente se non sono in giro a gareggiare. Nella zona si è sparsa la voce e in poco tempo, soprattutto se il meteo era buono, c’era tantissima gente che si aggregava a loro. Giovani e amatori. Qualche junior o under 23 romagnolo mi ha chiesto se avevo il numero di qualche professionista ma chiaramente non posso darglielo. Vedrete che non avranno difficoltà a incontrarsi sulle nostre strade.

Come la vivete questa situazione per il vostro movimento?

Prima di tutto ci tengo a precisare che questi campioni non potranno mai correre per la nostra federazione, a meno che non cambino alcune regole. Tuttavia per noi è molto importante perché ci dà un po’ di lustro. Inoltre dà un impulso alla nostra piccola federazione, che svolge tutta la sua attività in Italia. Avere pro’ come Ciccone, Fortunato, Fabbro, Boaro e tutti gli altri (quasi una trentina, ndr) crea un indotto economico e ciclistico. Quei soldi che ci entrano, noi li reinvestiamo tutti per i nostri ragazzi.

Lorenzo Fortunato, l’uomo dello Zoncolan, non si è spostato troppo dalla sua Bologna
Lorenzo Fortunato, l’uomo dello Zoncolan, non si è spostato troppo dalla sua Bologna
Quante società avete?

Ne abbiamo tre che fanno attività giovanile per una cinquantina di tesserati complessivi. La Gravity Team, la San Marino Mtb e la Ciclistica Juvenes, che è tornata dopo qualche anno. Con quelle amatoriali saliamo ad undici società per un totale di 650 tesserati totali. Poi non dimentichiamoci che con la nostra federazione è affiliata la A.R. Monex Pro Cycling Team, formazione U23 composta da ragazzi messicani seguiti nella preparazione da Piotr Ugrumov. Grazie a tutto ciò ci piacerebbe avere nuovamente un nostro team U23 perché qua attorno per i nostri ragazzi sarebbe difficile trovare una squadra.

Voi avevate un grande talento che era Michael Antonelli e che purtroppo ci ha lasciato troppo presto. Come avete superato quel momento?

Non è stato per nulla facile, forse non ci siamo mai ripresi. E’ stato un colpo tremendo sia dal punto di vista psicologico che sportivo. Michael è morto nel dicembre 2020, ma pensate che già dopo il suo incidente alla Firenze-Viareggio del 2018 i suoi amici hanno smesso tutti di correre. Michael era una promessa dal sicuro avvenire, un ragazzo splendido. Da junior nel 2017 eravamo stati agli europei in Danimarca dove fece 12° in volata (vittoria di Gazzoli, ndr), pochi giorni dopo che aveva firmato per la Mastromarco per l’anno successivo. Poi sempre assieme siamo stati ai mondiali a Bergen in Norvegia e ancora agli europei U23 nel 2018 in Repubblica Ceca. Ora abbiamo Luca Scarponi, junior del Gravity Team, che si allena con la A.R. Monex.

Michael Antonelli, un grande talento, scomparso purtroppo nel dicembre 2020
Michael Antonelli, un grande talento, scomparso purtroppo nel dicembre 2020
Vi sareste mai aspettati tutta questa attenzione?

No, assolutamente. Fino a qualche anno fa era quasi impossibile venire a stare da noi, nemmeno se eri miliardario. Questa nuova legge statale è stata fatta per agevolare il nostro Stato e le nostre attività. Con tutti questi sportivi di richiamo (ci sono anche i piloti Enea Bastianini iridato nel 2020 di Moto 2 e il giapponese Tatsuki Suzuki di Moto 3, ndr) San Marino ha ripreso un ulteriore slancio, anche sotto l’aspetto turistico. Speriamo che il nostro movimento ciclistico possa giovarsene nei prossimi anni.