Gasparotto alla Bora? Un ottimo acquisto, ecco perché

18.11.2021
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Gasparotto ha già cominciato a lavorare. Martedì si è caricato in macchina Matteo Fabbro e, approfittando del fatto che il biondo vive vicino ai suoi genitori, sono andati insieme a vedere la tappa del Santuario di Castelmonte, terzultima del Giro.

«Tappa interessante – dice prima di rimettersi in viaggio per Lugano – in zone che non ho mai frequentato. Quello è il feudo di De Marchi, che abita ai piedi delle prime salite di tappa. La salita di Kolovrat che parte dalla Slovenia vicino Caporetto è davvero dura. Sale su uno di quei passi su cui le dogane non sono controllate. Là in cima hanno tutti il fucile in casa. E’ un po’ lontana da Castelmonte, perché prima di scendere su Cividale c’è una serie di su e giù. Ma è dura…».

Un post su Instagram per annunciare il passaggio alla Bora-Hansgrohe
Un post su Instagram per annunciare il passaggio alla Bora-Hansgrohe

Progetto Bora-Hansgrohe

Il “Giallo” è uno dei nuovi direttori sportivi della Bora-Hansgrohe ed è stato bravissimo a tenersi il segreto in pancia, dato che le trattative sono iniziate molto presto nel corso della stagione. Dice che al momento dei primi contatti era concentrato su altre cose e che lo ha conquistato il fatto che si sia parlato di un progetto a lungo termine.

«Hanno parlato di anni futuri – spiega – e questo mi convince, perché non è facile cambiare tanto in una squadra in poco tempo. Avevo diverse idee per la testa. Nel 2021 ho avuto la fortuna di capire come si lavora in un’organizzazione come Rcs. Poi ho avuto la possibilità di sperimentarmi nel ruolo di direttore sportivo, sia pure in una continental (in apertura, sull’ammiraglia della Nippo Provence, in una foto scattata da sua moglie Anna Moska, ndr). E’ presto per dire se quello che sto iniziando è ciò che mi piacerebbe fare da grande. Adesso siamo tranquilli, vedremo come andrà sotto stress».

Gasparotto ha partecipato al Giro d’Italia del 2021 come regolatore in moto, assieme a Velo, Longo Borghini e Barbin
Gasparotto ha partecipato al Giro come regolatore in moto, assieme a Velo, Longo Borghini e Barbin

Giovani direttori

I team manager hanno capito che puntare su direttori sportivi appena scesi di bici offre un enorme vantaggio nel rapporto con i corridori. Perché sanno cosa vivono i ragazzi, avendo ancora sulla pelle e nella testa le stesse sensazioni. Parlano la stessa lingua. E gli atleti giovani, che credono ai fatti più che alle parole, ascoltano più volentieri un tecnico che fino al giorno prima era in mezzo a loro e aveva una voce forte nel gruppo. Uomini che hanno vissuto la schiavitù dei watt, ma sanno che in un corridore c’è tanto di più. E’ così con Pellizotti al Team Bahrain Victorious, con Tosatto alla Ineos e sarà così con Bennati in nazionale.

Si dice che da grandi si tende a imitare quello che si è vissuto. Quale sarà il tuo riferimento?

Per me Rolf Aldag è stato un bel modello e ho la fortuna di lavorarci anche alla Bora. Poi un altro bell’esempio è stato Marcello Albasini, con cui ho lavorato nella continental. Lui è stato illuminante per la capacità di essere padre dei corridori nonostante la grande differenza di età, il fatto di saperli ascoltare. Da tutti si può prendere qualcosa, non vorrei fare nomi…

Nemmeno di Fortunato Cestaro?

Fortunato fu un secondo padre, abbiamo lavorato insieme nei dilettanti e purtroppo non c’è più. Porto con me tutto il buono che mi ha insegnato. E a questo punto, parlerei anche di Franco Cattai, che mi ha messo in bici e che diceva allora in dialetto veneto le cose che ora vengono dette in inglese. Da tutti ho imparato qualcosa, che mi tornerà utile. Il ciclismo è cambiato molto. E’ tutto o niente, è diventato totalizzante. Si rischia di trascurare l’aspetto umano e le esigenze dei ragazzi

Sai già i nomi dei corridori con cui lavorerai?

Ne avrò sei e alcuni che mi intrigano, perché hanno dei caratteri particolari. Ci sono anche gli italiani…

Nel 2005 Gasparotto è passato alla Liquigas, qui al Trofeo Laigueglia
Nel 2005 Gasparotto è passato alla Liquigas, qui al Trofeo Laigueglia
Cosa ti pare di Aleotti?

Quando su un atleta si fanno programmi a lungo termine, vuol dire che la squadra ci crede. Giovanni ha caratteristiche simili alle mie, sarebbe intrigante portarlo alle classiche del Belgio e provare a fare qualcosa di buono.

Credi che questo incarico pareggi i conti con la cattiva sorte che ha condizionato tanto la tua carriera?

Non pareggia i conti, perché in definitiva nonostante gli alti e i bassi, sono contento della strada che ho fatto. Non ho rimpianti e rifarei certe cose, perché tutto, anche gli errori, mi hanno consentito di essere la persona che sono oggi. E sono contento perché entro in un ambiente che, tolti Aldag ed Eisel, non mi conosce…

Che cosa intendi?

Se mi avessero conosciuto 10 anni fa, magari il ricordo li condizionerebbe. Il “Gaspa” di oggi non è quello di prima e devo ammettere che mi piace più quello di oggi di quello di allora. Riconosco che ero un bel testone…

Ti sei fatto da solo la prossima domanda…

In che senso?

Che cosa diresti al “Gaspa” di allora se fossi il suo direttore sportivo?

Eh… (ride, ndr). Cercherei il canale giusto. Gli spiegherei quello che ho vissuto, sperando che accenda la lampadina anche a lui. Ho da raccontare esperienze pratiche che a me sono costate, io ho avuto tempo per rimediare, loro non ce l’hanno. Bisogna tirare fuori il meglio da tutte le situazioni, perché oggi il margine di errore è davvero ridotto.

Fabbro e Aleotti sono due dei corridori che lavoreranno con Gasparotto
Fabbro e Aleotti sono due dei corridori che lavoreranno con Gasparotto
Come si fa a conquistare la fiducia dei corridori?

Ve lo dico l’anno prossimo (ride nuovamente, ndr). Siamo tutti diversi, per questo è bello e interessante farne parte. Non si può avere con tutti lo stesso approccio, con ciascuno va trovato quello giusto ed è parte del mio lavoro. Arrivo da un corso all’Uci, in cui erano comprese quattro ore di coaching per spiegare come essere a capo di un gruppo di corridori. L’ho trovato molto interessante.

Prossimi passi?

Ritiro in Germania per programmi e misure. Poi liberi fino a gennaio e a quel punto si andrà in ritiro a Mallorca. La squadra ha deciso di lasciarli liberi a dicembre, perché i ragazzi sono veramente professionali. Ai miei tempi c’era da puntare il fucile perché ci allenassimo, qui bisogna frenarli perché fanno anche troppo. Aleotti e Fabbro andranno alle Canarie, molti si stanno attrezzando in questo senso. Stressarli adesso non serve. Saltato il Tour Down Under, si comincerà tutti più avanti. E la stagione sarà ancora una volta lunghissima…

Un alpinista alla Vuelta. Caro Palzer hai stupito anche noi!

08.09.2021
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Sono passati sei mesi e una manciata di giorni da quando Anton Palzer, uno dei più grandi scialpinisti e trail runner in attività, ha deciso d’intraprendere la carriera di ciclista professionista.

Per chi scrive, appassionato di montagna, quello del tedesco non era un nome nuovo. Si sapeva che Anton fosse un grande atleta, ma “detta tra noi”, lo sponsor che porta sul casco ci sembrava il vero terminale di questa “manovra mediatica” fatta insieme alla Bora-Hansgrohe dell’istrionico team manager Ralph Denk. Insomma eravamo molto curiosi, facevamo il tifo per lui, ma eravamo anche un pizzico scettici. Lo ammettiamo.

Anton Palzer (con il casco RedBull) e il suo compagno Ben Zwiehoff
Anton Palzer (con il casco RedBull) e il suo compagno Ben Zwiehoff

Da zero a cento

Invece Palzer ci ha fatto ricredere. Dalla sua prima gara, il Tour of the Alps, ne ha fatti di progressi. Tanto da riuscire a concludere la Vuelta, il suo primo grande Giro. In questi cinque mesi di corse ha inanellato 6.944 chilometri e 45 giorni di gara senza mai un ritiro. Anton ha portato lo spirito di lotta, spesso estrema come poteva avvenire in qualche sua arrampicata, nel ciclismo. Si è messo giù a testa bassa. Ha cercato di apprendere il più possibile dalla squadra e dai ragazzi che gli sono stati vicino. 

Ma certo portare a termine la Vuelta dopo solo pochi mesi di attività è stata una vera impresa. Okay, anche dei neopro’ vengono ormai buttati nella mischia, ma loro hanno l’esperienza del gruppo e delle categorie giovanili. Anton invece partiva da zero. La sua consapevolezza è stata probabilmente la sua forza.

«Fare il mio primo grande Giro nel mio primo anno da professionista sembrava un po’ irreale – ha dichiarato Palzer – era un’avventura folle per me. Non avevo idea di cosa mi aspettarmi da una gara così. L’ ho presa vivendola giorno per giorno, sperando di riuscire ad arrivare a Santiago di Compostela».

Caldo, cadute, tenacia

E in questo periodo il tedesco ha imparato eccome. Ha spesso parlato di squadra, del lavoro fatto per la Bora e per il capitano Felix Grosschartner. Lui, abituato a ghiaccio e neve, in Spagna ha sofferto moltissimo le alte temperature. Tanto che spesso nei suoi post parlava del “dannato caldo”. E’ caduto. Si è rialzato. Si è stupito dei 53 chilometri orari di media in avvio di alcune tappe. Ha bramato i giorni di riposo. Ma ha mostrato sempre un atteggiamento ottimistico e tenace.

«La prima settimana – ha detto sulle sue pagine social – è stata difficile e stressante. Ero davvero ben preparato ma ho iniziato la Vuelta con molto rispetto. Il caldo, le cadute, le abrasioni che hanno reso le notti difficili… Dopo la mia caduta ho fatto davvero fatica. Sono stato felice di aver raggiunto il primo giorno di riposo. Lì finalmente ho avuto un po’ di tempo per riprendermi fisicamente e mentalmente. Dopodiché mi sono sentito meglio, ho avuto meno dolore e sono tornato a dormire bene. E sono molto contento di essere stato meglio nella terza settimana, la più dura con quasi 20.000 metri di dislivello. 

«Il ritmo è stato estremamente alto. Ogni giorno ad un certo punto arrivava un momento in cui iniziavo a soffrire. Ma ho sempre avuto in mente l’obiettivo di arrivare alla fine. Per questo ho cercato di risparmiare energie quando possibile e di non prendere troppi rischi. Sono state tre settimane difficili e istruttive. Tre settimane che non dimenticherò mai. Tre settimane di cui vado orgoglioso! Il 5 marzo 2021 è stato il giorno in cui ho fatto la mia ultima gara come atleta di scialpinismo. Ho avuto la possibilità di seguire un percorso completamente nuovo, di iniziare una carriera da professionista e perseguire un sogno che avevo in mente già da un po’. Dopo sei mesi dopo sono arrivato a Santiago di Compostela finendo il mio primo grande Giro».

Eccolo entrare a Santiago de Compostela: obiettivo raggiunto e sogno realizzato
Eccolo entrare a Santiago de Compostela: obiettivo raggiunto e sogno realizzato

Esperienza per il futuro

E adesso? Palzer ha un altro anno di contratto. La Bora che punta decisa verso i grandi Giri potrebbe ritrovarsi una pedina in più da affiancare ai nuovi e tanti capitani, specie dopo aver detto che nelle terza settimana Palzer si sentiva meglio. Un segno molto importante.

«Non ho potuto ottenere un grande risultato – ha dichiarato Anton in suo blog – ma ho attraversato tre settimane super dure di ciclismo ai massimi livelli. Ho provato sofferenze che non avrei nemmeno potuto immaginare. Salite ripide, incidenti, lacrime e lunghe lunghe giornate in sella

«E’ stata l’esperienza più importante della mia vita di atleta. Ho imparato tanto e fatto un grande passo avanti nel mio sviluppo come ciclista professionista. Adesso, dopo alcuni giorni di riposo farò delle corse in Belgio, altra esperienza che non vedo l’ora di fare e ad ottobre farà delle gare di un giorno in Italia».

Il nuovo professionismo di Oss e Sagan? Gare e divertimento

15.08.2021
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Giusto un paio di giorni fa, parlando con Sagan, la parola chiave era stata divertimento. Ebbene, questa vale anche per Daniel Oss. Il trentino, da anni spalla ma anche amico di Peter, infatti andrà con lui alla TotalEnergies. Li aspettano un piano, un’avventura, una sfida totalmente diversi. Non sarà un semplice passaggio di squadra. E anche i tifosi potranno fregarsi le mani. Perché? Ce lo dice Oss…

Daniel Oss: il suo Tour non è stato facile, specie dopo il ritiro di Sagan
Daniel Oss: il suo Tour non è stato facile, specie dopo il ritiro di Sagan
Daniel come stai?

Bene dai! Un po’ stanco… Ho fatto Burgos, sono riserva per il Giro di Norvegia. Mentre poi farò il Benelux Tour, lo Slovacchia e la Roubaix.

E poi ti, anzi vi attende una nuova sfida. Come è andata?

Beh, io ho fatto da consigliere a Peter! Ma lui sa benissimo cosa fare. E’ stata lunga la trattativa. E non è stato facile in questo ultimo periodo, perché anche da parte della Bora-Hansgrohe e di Ralph Denk (il team manager, ndr) c’è stata una svolta verso i giovani. In più ha apertamente dichiarato che vuole una Bora più competitiva per la corse a tappe.

Trattativa lunga quindi…

Noi ci siamo messi di buona lena. Ma è una linfa nuova. Vedo tutto ciò come un’occasione. E grazie a Giovanni (Lombardi, il manager di Peter e Oss, ndr) si è lavorato su tutti i fronti e non solo sul cambio di squadra.

Cioè?

L’idea era di trovare un team per fare bene e per fare un qualcosa di diverso. Questa era una prerogativa di ognuno di noi. Era il “mood” di Peter ma anche il mio. Ed è quello che credo ci abbia legato così tanto e per tanti anni. Possiamo esprimere il nostro carattere: essere comunque dei professionisti al 100%, ma possiamo farlo con una bella dose di divertimento. Portavamo questa bandiera nell’interpretare questo nuovo ciclismo da anni. Spesso voi giornalisti, e ne sono contento, sottolineate quanto sia diventato stressante. Forse stress è anche una parola esagerata, ma ha tante sfaccettature e rende l’idea.

Insomma correre, ma divertendosi…

Esatto. La Total e Bernaudeau ci hanno dato questo tipo di spunto. Un qualcosa che condividono. Peter ha fatto molte riunioni prima di decidere. Voleva capire fino in fondo quanto fosse concreta questa possibilità. Come potete immaginare con un Sagan sul mercato la Total non è stata l’unica squadra a farsi avanti. Peter faceva gola a tanti. Io gli ho dato carta bianca: mi fido di te, gli ho detto. Poi lui mi dava dei feedback e io gli dicevo la mia. Non era scontato che tutto il suo entourage potesse seguirlo, proprio perché la trattativa si stava dilungando. Adesso però sono contento…

E si sente dal tuo tono, Daniel! Si percepisce questa voglia di cambiare…

Cambiare per me è fisiologico, fa bene. Serve per ritrovare gli stimoli giusti. I miei due o tre cambi di squadra mi hanno fatto crescere anche sul profilo umano. Ti connetti con altre culture e altre persone. 

Divertimento dicevamo, un passaggio di squadra che non è solo un cambio di casacca: si parla anche di “un altro ciclismo”, di gravel. Anche tu sposi questa linea?

Ma alla grande la sposo! Non vedevo l’ora. Il “Just ride” era il mio credo. Il divertimento, il viaggio… E poi diciamolo: altre attività come il gravel fanno bene anche per gli sponsor. Specialized c’è, ma anche Sportful vorrà allargarsi e non fare solo capi super tecnici. La direzione è questa. Già qualche anno fa abbiamo detto che tutta questa tecnologia, questo mondo super tirato e questa generazione di atleti ci sembravano un po’ “strani”. Tutti super perfetti, tutti a fare i “professorini”…

Anche a Burgos, sempre “pancia a terra” per Oss e compagni
Anche a Burgos, sempre “pancia a terra” per Oss e compagni
Quindi vi vedremo anche in altre vesti?

Beh, le gare restano la priorità, è chiaro. Poi sì: il gravel è la novità. Ma noi pensavamo anche alla Mtb, ai viaggi. Sagan mi diceva sempre di fare qualcosa e gli rispondevo: Peter per me va bene, basta organizzarsi. Il problema è il tuo tempo! Io sono super motivato. E un po’ alla volta arrivano nuove idee. Vediamo di rifare il Just Ride, d’integrare con i viaggi.. non so bene neanche io come avverrà tutto ciò.

Hai seguito l’impresa di Lachlan Morton?

Sì l’ho seguita. Bella, ma ecco quello non è proprio ciò che intendo io per divertimento, per gravel. Così come l’ha fatta lui c’è troppa sofferenza. Noi saremo più “da viaggio” (nella DirectEnergie, corre Jerome Cousin che questa idea l’ha fatta sua all’uscita dal lockdown, ndr).

Daniel, non vediamo l’ora di capire cosa combinerete…

L’entusiasmo si era un po’ smorzato e tutto si è fatto molto impegnativo. Soprattutto in queste ultime gare nelle quali Peter non c’era. Si è dovuto trovare un altro leader e tutti erano sempre super concentrati. Ecco questo è un esempio di questo ciclismo che vogliamo cambiare: stare in un ambiente in cui c’è uno stress alle stelle anche quando non ce n’era bisogno. Vedi Burgos: tutti super concentrati, tutti al massimo, sotto ogni punto di vista, tutti a spingere anche quando non serviva.

L’ultima “grande” di Vlasov in maglia Astana, poi sarà Bora

14.08.2021
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«Fa un grande caldo anche qui – dice Vlasov, fresco di firma con la Bora-Hansgrohe – io invece sono abbastanza fresco. Dopo il Giro ho riposato parecchio. Poi sono andato a Livigno. Le Olimpiadi sono state la prima corsa dopo i campionati nazionali, quindi sapevo che sarebbe stato un giorno duro. Peccato solo essere caduto nella prima tappa della Vuelta a Burgos, perché ancora mi fa un po’ male. La Vuelta è molto dura, per questo la vivrò tappa per tappa».

Destinazione Bora

La corsa spagnola che inizia oggi con la crono di Burgos sarà l’ultimo grande Giro di Alksandr Vlasov con la maglia dell’Astana. Sulla partenza del russo si erano addensate voci già nel 2020, quando aveva cambiato inaspettatamente procuratore e sembrava lanciatissimo verso il Team Ineos Grenadiers. Ma il mercato cambia ed essendosi liberata dell’ingaggio di Sagan, la Bora-Hansgrohe ha trovato gli argomenti giusti per convincerlo.

Futuro al Tour

«Aleksandr è sicuramente uno dei più grandi talenti per quanto riguarda le corse a tappe – ha detto Ralf Denk, manager del team tedesco – e siamo molto contenti che abbia deciso di unirsi a noi, nonostante ci fosse l’interessamento di altre squadre. Con lui punteremo sicuramente sui Grandi Giri. A medio termine l’obiettivo è il Tour de France, ma deve ancora imparare e crescere, così che potrebbe essere più facile al Giro o alla Vuelta».

Nessuna paura

Facile è un aggettivo che si fa fatica a declinare accanto ai grandi Giri, ma comprendiamo il senso dell’affermazione del manager tedesco, nella cui… casa stanno crescendo Fabbro e Aleotti che immancabilmente saranno coinvolti al fianco del russo in arrivo.

«Avevo avuto qualche proposta – dice Vlasov – e visto che si parla di lavoro, ho trovato interessante fare nuove esperienze. Il fatto che sia andato via il gruppo di Sagan fa sì che la squadra voglia spostarsi sui Giri e questo per me è importante. Prima di firmare, abbiamo anche parlato con l’Astana, poi si è presa la decisione. Non mi fa paura, anzi è uno stimolo grande. Ho parlato con lo staff dei preparatori, anche se non so ancora chi mi seguirà direttamente».

Aleksandr Vlasov è nato a Vyborg, la stessa città di Eugeni Berzin, il 23 aprile del 1996. E’ pro’ dal 2018
Aleksandr Vlasov è nato a Vyborg, la stessa città di Eugeni Berzin, il 23 aprile del 1996. E’ pro’ dal 2018

Mostro alla 18ª tappa

Ora basta, però, parliamo della Vuelta. Anche perché è Vlasov il primo a non voler parlare troppo del 2022, avendo ancora in basso sfide così grandi nel presente.

«La Vuelta – dice – è molto dura, con una serie di tappe impegnative, fra cui metto l’arrivo in salita del terzo giorno che può far male proprio a causa della caduta di Burgos. Poi di sicuro la 18ª tappa, con questo Atu d’el Gamoniteiru di cui parlano tutti con terrore. E poi la crono dell’ultimo giorno di quasi 34 chilometri, non proprio piatti e secondo me decisivi. Credo di avere un grande gruppo, con quasi tutti spagnoli, tranne Natarov e me. Per la salita ci sono gli Izagirre e Oscar Rodriguez. Per la pianura “Luisle” Sanchez e Fraile, credo che ce la possiamo giocare».

Fino al Lombardia

E proprio mentre si dice che una bella fetta del blocco spagnolo del team kazako starebbe per spostarsi verso la Movistar, le suggestioni nel calendario di Vlasov non si fermano alla Vuelta.

«Preferisco fare un passo per volta – ammette – la federazione mi ha chiesto di partecipare ai mondiali, anche se non hanno un percorso troppo adatto a me. E poi arriverò sino al Lombardia, passando prima per la Tre Valli Varesine e altre classiche come il Giro dell’Emilia (conquistato nel 2020, ndr). Per il resto almeno per quest’anno, farò la solita vita e credo che per ora terrò la residenza ad Andorra. Poi per il futuro vedremo».

Al Lombardia di agosto nel 2020, Vlasov decisivo per la vittoria di Fuglsang
Al Lombardia di agosto nel 2020, Vlasov decisivo per la vittoria di Fuglsang

Primi della classe

Alla Vuelta per migliorare il piazzamento del Giro? A Milano chiuse al quarto posto, dopo essere stato secondo fino al giorno dello Zoncolan. Le salite di grande pendenza sono bocconi da addentare con attenzione. Lo scorso anno arrivò secondo sull’Angliru, preceduto da Hugh Carthy per appena 16 secondi. Sullo Zoncolan, facendo corsa di testa, ha perso 1’01” da Simon Yates che gli ha soffiato il secondo posto nella generale. Due diversi approcci con la montagna, con l’auspicio suo e del team che anche questa volta possa e debba correre accanto o nei dintorni dei primi della classe.

Aleotti e il CT Friuli: il metodo olandese funziona anche qui

08.08.2021
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Non solo quelli della Jumbo Visma sanno lavorare con i giovani. La differenza, rispetto ad alcune realtà italiane, è che loro lo fanno avendo davanti una squadra WorldTour. Che non è poco. Però alcune delle dinamiche di cui ci ha parlato nei giorni scorsi Robbert de Groot le abbiamo viste svolgersi anche da noi. E se del Team Colpack e di come ad esempio abbia gestito Tiberi e Ayuso vi abbiamo parlato nei mesi scorsi, questa volta tiriamo in ballo uno dei talenti più belli che abbiamo in Italia e che già al primo anno di professionismo ha fatto un bel Giro d’Italia e ha vinto il Sibiu Cycling Tour: Giovanni Aleotti (in apertura secondo dietro Nizzolo al Circuito di Getxo). Ricordando il modo in cui è stato seguito al Cycling Team Friuli, le assonanze con il metodo olandese saltano agli occhi.

Un selfie dopo il tricolore del 2020 a Zola Predosa con Mattiussi, Baronti e Boscolo
Un selfie dopo il tricolore del 2020 a Zola Predosa con Mattiussi, Baronti e Boscolo

Da domani al Polonia

Giovanni è all’immediata vigilia del Giro di Polonia, che scatterà domattina e che bici.PRO vi racconterà con i servizi di Simone Carpanini, e si presta volentieri all’approfondimento.

«Il paragone ci può stare – dice – perché anche al CTF prima di prendere un corridore lo vogliono conoscere, a prescindere dai risultati. Quando andai lassù per la prima volta, non si può dire che fossi lo junior più vincente d’Italia, nemmeno il secondo. Cercavano un carattere che ben si integrasse con il loro progetto. Si accorsero di me, dai report della Sancarlese, la squadra in cui correvo, e grazie a quello che gli dissero Melloni e Donegà, che ci erano arrivati prima di me. Andai per la prima volta a Udine proprio con Donegà e parlai con Andrea Fusaz e Alessio Mattiussi. Non avevo grandi richieste, ero abbastanza uno qualunque».

Alla Jumbo parlano di conoscenza dell’ambiente familiare: i tuoi genitori incontrarono mai i dirigenti del team?

La prima volta andai da solo, ma a novembre quando si trattò di andare su per fare il posizionamento in sella, mi accompagnarono e conobbero l’ambiente. Non rimasero molto, mentre io restai su per qualche giorno in casetta.

I primi contatti li avesti con Fusaz e Mattiussi, oppure anche con Boscolo e Bressan, il diesse e il manager?

No, con Fusaz e Alessio. Boscolo e Bressan li lasciano fare, anche perché quelle prime fasi sono molto di competenza del CTF Lab. Con Renzo feci la conoscenza in un secondo momento.

Come faceste a capire che il tuo carattere si integrava con il loro progetto?

Te ne accorgi dai primi giorni di allenamento. Ci trovammo subito d’accordo, non era uno scambio di tabelle e dati, ma si crea un bel rapporto personale con gli allenatori. Come adesso alla Bora con Szmyd. C’è un bel rapporto umano e un buono scambio di feedback. Anche al CTF ci seguivano ogni giorno. Infine le trasferte per le corse cementano l’intesa.

La Jumbo cerca, così almeno dicono, corridori di carattere e con caratteristiche per brillare su tutti i terreni. Li chiamano corridori moderni.

Anche al CTF Lab cercano la completezza. Nel mio caso, andavo bene in salita ed ero veloce. Anziché spingere su una piuttosto che sull’altra, abbiamo lavorato sodo cercando di non snaturarmi, per migliorare in salita, tenendo lo spunto veloce, che mi è sempre stato utile. Ho sempre lavorato a tutto tondo, facendo corse impegnative già al primo anno, che fanno migliorare.

Un altro esempio del loro lavoro può essere Milan?

Johnny è l’esempio forse più lampante. Non so quanta pista avesse fatto prima di incontrarli e non è nemmeno facile gestire un ragazzo quando arriva al primo anno. Però lui come me si è affidato, perché ha visto un direttore e un allenatore che avevano una visione. Il primo anno magari non sei nelle condizioni di entrare nel merito delle scelte, dal secondo inizia lo scambio di idee, che ha permesso a loro di affinare la preparazione e a me di prendere coscienza dei miei mezzi. Anche Jonathan è arrivato che era molto acerbo e dopo due anni è diventato campione olimpico.

La Jumbo lavora per trovare corridori da inserire nella squadra WorldTour, quali sono gli stimoli del CT Friuli secondo te?

Lo fanno per passione, secondo me, e perché per Andrea Fusaz aver lanciato tanti atleti nel corso degli anni sia una bella soddisfazione. E’ una famiglia, si respira il clima di una famiglia. Mi piace pensare che sia così.

Cambierebbe qualcosa se ad esempi il CT Friuli diventasse il vivaio di una squadra WorldTour?

Non saprei (riflette per qualche secondo, ndr), ci sarebbero tanti fattori da valutare. Probabilmente smetterebbe di essere la piccola famiglia che ha portato al professionismo tanti di noi e che è sempre stata la sua chiave. Ci sarebbe da valutare e capire se ne vale la pena.

Milan
Andrea Fusaz, responsabile del CTF Lab, al lavoro con Milan per il posizionamento in sella
Milan
Andrea Fusaz, responsabile del CTF Lab, al lavoro con Milan per il posizionamento in sella
Che corsa vai a fare al Polonia?

La gamba c’è e ci sono tappe molto adatte. Dopo la pioggia di San Sebastian ho preso un po’ di raffreddore, spero di non aver perso troppo. Farò corsa parallela con Fabbro e poi vedremo. E di fatto, il Polonia sarà l’ultima corsa a tappe della mia prima stagione da pro’. Poi correrò a Plouay, in Vallonia e tutte le corse italiane fino al Lombardia. Il Giro è andato molto bene, la vittoria a Sibiu ci voleva. Insomma, non posso proprio lamentarmi.

E l’università?

Ecco, abbiamo trovato di cosa lamentarsi. In realtà d’estate è praticamente impossibile studiare. La sessione estiva c’era a maggio, in pieno Giro d’Italia. Vediamo se dall’autunno in avanti riuscirò a mettermi in pari.

Botte da orbi sui primi Pirenei. Vince Konrad, rabbia Colbrelli

13.07.2021
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Fabio non è più lì, ma ogni volta sembra di sentire la sua voce. Il Col de Portet d’Aspet ormai è legato indissolubilmente al suo nome e alla sua storia, anche quando è l’ultimo scoglio per impedire a Konrad di vincere la tappa. Gaudu e Colbrelli scollinano appena 25 secondi alle sue spalle, ma non basta. La discesa che carezza la stele bianca messa lì per Casartelli in questo angolo dei Pirenei è resa scivolosa e minacciosa dal bagnato e proprio in quelle curve, il campione austriaco costruisce la sua vittoria. Le tira come il discesista sugli sci. Linee rotonde, i freni appena sfiorati. E quando approda nella pianura, il suo vantaggio è raddoppiato: 43 secondi. Konrad fila come una moto e porta a termine la sua fatica di 35 chilometri come Politt nel giorno del ritiro di Sagan e come Mollema un paio di tappe fa.

Dopo la partenza in discesa, i corridori hanno richiesto un piccolo stop per sfilare le mantelline. Poi la tappa è partita
Dopo la partenza in discesa, i corridori hanno richiesto un piccolo stop per sfilare le mantelline. Poi la tappa è partita

Guardando si impara

Due vittorie da professionista, finora. Uno di quegli uomini che leggi negli ordini di arrivo, ma raramente davanti a tutti. Ma lui c’è spesso. Due terzi posti negli arrivi più impegnativi del Delfinato, un podio al Giro di Svizzera e due volte nei dieci al Giro d’Italia.

Per Konrad 35 chilometri di fuga solitaria sui primi Pirenei del Tour: lo ha ispirato Mollema
Per Konrad 35 chilometri di fuga solitaria sui primi Pirenei del Tour: lo ha ispirato Mollema

«Questa è la mia prima vittoria nel WorldTour – dice ed è commosso – ed è venuta nella più grande gara del mondo. Sono davvero senza parole. Questa vittoria è per la mia famiglia, i miei amici, tutti quelli che credono in me e anche per Bora-Hansgrohe, che non ha mai smesso di farlo. Vincere una tappa con la maglia di campione nazionale mi rende davvero orgoglioso. Ero già entrato tre volte in fuga, sempre con l’idea di aspettare il finale. Quando ha vinto Mohoric, se ne è andato molto presto. Quando ha vinto Mollema, se ne è andato molto presto e io sono arrivato secondo dietro di lui. Quindi mi sono detto: “Se mi ricapita, faccio come loro”. Ci ho provato e sono contento che abbia funzionato».

Il forcing di Colbrelli e Gaudu sul Portet d’Aspet ha ridotto il ritardo da Konrad
Il forcing di Colbrelli e Gaudu sul Portet d’Aspet ha ridotto il ritardo da Konrad

Rammarico Colbrelli

Ha funzionato davvero bene. E mentre lui davanti scandiva il suo ritmo forsennato, dietro gli inseguitori erano prigionieri dello stesso attendismo da cui Konrad per primo questa volta si è scosso. Il rammarico per la maglia tricolore di Colbrelli comincia a farsi lancinante. Il terzo posto di Tignes era frutto di una tattica estemporanea, ma questa volta nella porzione meno cattiva dei Pirenei il piano era venuto perfetto. E forse proprio il vederlo così forte in salita potrebbe aver dissuaso Gaudu dal collaborare a fondo con lui una volta finito il Col de Portet d’Aspet.

«Mancava ancora tanto all’arrivo – dice Colbrelli – sapevo che lui era avvantaggiato su quel percorso, ma era tanto lontano. Mi ha davvero stupito che sia riuscito a conservare questo vantaggio e ad arrivare. Noi dietro tiravamo a tutta e lui non perdeva. E’ stato il più forte. A me un po’ gira, oggi era una bella chance. E’ così però, vince solo uno purtroppo. Guardiamo avanti».

Nel finale il blitz della Jumbo Visma, che voleva cogliere di sorpresa porprio Pogacar
Nel finale il blitz della Jumbo Visma, che voleva cogliere di sorpresa porprio Pogacar

Imboscata Jumbo

Alle spalle dei fuggitivi, del vincitore e degli scornati, il finale sulla testa del gruppo della maglia gialla è stato da mal di testa, senza un senso apparente. Sulla Cote d’Aspret Sarrat, rispondendo a un allungo della Cofidis, Wout van Aert ha piazzato uno scatto in stile Fiandre che ha fatto esplodere il gruppo. Perché? Avevano visto qualcuno in difficoltà?

«Non era un piano premeditato – spiega Van Aert – hanno urlato attraverso la radio che un certo numero di favoriti era molto indietro nel gruppo. Quello era il momento per noi di provare a mettere un po’ di pressione. Soprattutto perché negli ultimi chilometri c’era vento al traverso. Valeva sicuramente la pena provare, ma alla fine non ha funzionato. Pogacar non è lontanissimo, quindi ogni secondo guadagnato è buono. Se ci sarà l’occasione continueremo a provarci».

Tutto il rammarico di Colbrelli passando per secondo sul traguardo
Tutto il rammarico di Colbrelli passando per secondo sul traguardo

Pogacar sul chi vive

Lo sloveno della maglia gialla, ha accolto con un sorriso l’imboscata, cui alla fine hanno ben risposto tutti i primi della classifica.

«Non ho capito che cosa sia successo – ha detto sorridendo – ho visto che acceleravano e ho seguito le ruote. La lezione del giorno è che bisogna essere sempre concentrati, anche se si va in pianura e sembra che niente possa accadere. E domani ci sarà la tappa più dura del Tour, la tappa regina dei Pirenei. Ho fatto le ricognizioni delle prossime due giornate, conosco le salite. Non sono preoccupato, ma so per certo che saranno due giorni durissimi».

Dietro la curva spunta Aleotti. Giovanni firma la “prima”

13.07.2021
4 min
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Alzare le braccia al cielo dopo uno sprint, quasi all’improvviso, dietro una curva. E poi gioire. Sapere che dentro di te la strada percorsa è sempre più quella giusta, che i sogni, passo dopo passo, si stanno avverando. In una parola: sei felice. Giovanni Aleotti era felice qualche giorno fa sulla vetta del Paltinis, in Transilvania al centro della Romania.

Uno splendido posto: natura ancora selvaggia nei monti Cindrel. D’inverno si scia anche, ma nei giorni del Sibiu Tour la bici impazza. E vincere lassù, anche se non è il Tour che si corre 2.300 chilometri più ad ovest, ha il suo perché. Il corridore della Bora-Hansgrohe ha vinto la sua prima corsa da professionista, anzi le prime due, visto che oltre ad una tappa si è portato a casa anche la generale del Sibiu.

Al Sibiu Tour Aleotti firma la “prima”, davanti ad Aru
Al Sibiu Tour Aleotti firma la “prima”, davanti ad Aru
Giovanni, prima di tutto complimenti. Ti aspettavi questa vittoria?

Vincere al primo anno da professionista non me lo aspettavo. Partivo per fare bene perché la squadra mi dava l’opportunità di provarci. Sapevo che stavo bene ma da lì a siglare la prima… Comunque è stato un successo che mi dà molto morale per il resto della stagione.

E hai battuto Fabio Aru, che resta sempre un grande corridore. Vi siete parlati?

In realtà abbiamo parlato più dopo la tappa che in corsa. Mi ha chiesto se fossi andato in Sardegna per la Settimana Internazionale Italiana. Eravamo molto concentrati. Lui è stato fortissimo ed è un bravo ragazzo. E’ un corridore importante. E’ stata una bella sfida, dai. 

Cosa ti è passato per la mente quando hai tagliato quella linea?

Tanta gioia. Come detto ero concentrato, ma subito sono stato contento. La squadra era contenta, i diesse e lo staff erano contenti… E la sera con i compagni abbiamo festeggiato. Aver ricevuto da loro l’aiuto al primo anno da pro’ non è cosa da poco. E poi riuscire a finalizzare il lavoro è stata una soddisfazione in più.

Che poi il tuo piccolo capolavoro non lo hai fatto solo vincendo la prima tappa, ma controllando la corsa da vero leader. Come ti sei sentito in questo ruolo? Hai accusato un po’ la pressione?

Io mi sono impegnato al massimo sin da subito nel prologo cittadino del giorno prima. Poi dopo che abbiamo preso la maglia l’obiettivo era difenderla. Anche nella tappa successiva c’era un arrivo impegnativo: 23 chilometri di salita e traguardo a 2.030 metri di quota. Però io ero tranquillo e il team non mi ha fatto sentire la pressione. E poi già aver vinto una tappa era un buon risultato. No, no… l’ho vissuta bene!

In Romania podio italiano con il brindisi tra Aleotti ed Aru
In Romania podio italiano con il brindisi tra Aleotti ed Aru
Prima hai parlato di bella sfida con Aru. E infatti anche il giorno dopo siete arrivati secondo e terzo…

Mi aspettavo un suo attacco. Vedevo che Fabio era il più forte e il più attivo. E’ quello che mi ha messo più in difficoltà di tutti. Ma la squadra sapendo che Aru era il più pericoloso mi aveva detto di controllarlo, di stare attento soprattutto a lui. Poi devo dire che era una scalata adatta a me, perché era pedalabile, e anche questo magari ha inciso. 

Dopo il Giro cosa hai fatto?

Ho passato qualche giorno tranquillo anche se non ho staccato del tutto perché già pensavo all’italiano che era qua ad Imola (Aleotti è emiliano, ndr). Solo dopo ho staccato. Ma domani riprenderò alla Settimana Internazionale Italiana.

E non hai fatto altura? 

No, perché dopo il Giro ho deciso, in accordo con il team, di stare un po’ a casa. Di fatto mancavo da molto tempo, visto che ero stato in ritiro a Sierra Nevada prima proprio del Giro. E poi nel mezzo ci sono state parecchie gare e fare altura per pochi giorni ha poco senso.

Oltre alla Settimana Internazionale Italiana quale altre gare farai?

Farò San Sebastian e il giorno dopo il circuito Getxo.

La Bora controlla la corsa. Aleotti un vero leader
La Bora controlla la corsa. Aleotti (in giallo) un vero leader
San Sebastian è una gara importante. E’ adatta ad Aleotti…

Ed è anche impegnativa. Però con quelli che escono dal Tour…

Ma molti di loro però saranno a Tokyo…

Quello è vero – ride Aleotti – un occhio ce lo butto! E’ una bella gara, vedremo come starò.

Con Bressan, il tuo mentore tra gli U23 al Cycling Team Friuli, vi siete sentiti dopo il tuo successo?

Sì, subito mi ha inviato i vari articoli che parlavano di me. E’ una soddisfazione per lui, ma anche per la squadra, per  Renzo Boscolo. Ho messo in pratica tanto di quello che mi hanno insegnato. Loro mi hanno formato. E non lo dico tanto per dire.

C’era qualcosa che Bressan ti ripeteva sempre?

Roberto mi ripeteva sempre di fidarmi delle persone che avevo dietro, della struttura che mi supportava e così ho fatto. Quando senti la fiducia di chi hai intorno e gli altri si fidano di te fai la differenza. Tra di noi c’è un buon rapporto e l’ho sempre ascoltato. Tra gli under 23 ho messo da parte i suoi consigli già al primo anno perché potessi raccogliere qualcosa negli anni successivi.

La calda estate di Fabbro: un gran finale per riscattare il Giro

12.07.2021
4 min
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Chi non è al Tour de France è quasi sicuramente in altura e magari a Livigno. E lassù, nella perla della Alpi Retiche c’è anche Matteo Fabbro. Il friulano è in ritiro con alcuni compagni della Bora-Hansgrohe come Bodnar e Benedetti. Tanti chilometri, qualche selfie e poche pause.

C’è molto su cui lavorare, ci sono tante gare che lo aspettano. L’imperativo è rimettersi in carreggiata e tornare ai livelli che gli competono.

Fabbro in altura tra Bodnar (a sinistra) e Benedetti (a destra)
Fabbro in altura con Bodnar e Benedetti (che ha scattato la foto)
Si riparte da Livigno, Matteo….

Esatto, si riparte da qui! Dopo il campionato italiano ho fatto alcuni giorni senza neanche guardare la bici. 

E quali gare stai preparando?

Mi sto preparando per il finale di stagione. Non farò la Vuelta ma tutte le altre corse. Riprenderò con Limburgo, Vallonia, San Sebastian e Giro di Polonia.

Era previsto che non facessi la Vuelta?

La squadra aveva puntato su di me più per la prima parte di stagione che sulla seconda, però mai dire mai. E se per la Vuelta dovesse arrivare una chiamata in extremis, perché nel ciclismo di oggi non si hanno mai certezze, ci andrei volentieri.

Per Fabbro al Giro tanta fatica e tanto lavoro per il suo capitano Buchmann
Per Fabbro al Giro tanta fatica e tanto lavoro per il suo capitano Buchmann
Come giudichi la tua stagione sin qui?

Sono partito bene, ma poi al Giro tra la caduta e una cosa ed un’altra non ho reso come volevo. In più abbiamo perso il nostro capitano a cinque giorni dalla fine. Quindi se dovessi dare un giudizio sul Giro direi che non è andata bene, mentre se dovessi darlo per quel che ho fatto prima della corsa rosa direi che sono molto soddisfatto. Il quinto posto della Tirreno non me lo aspettavo neanche io. 

Cosa è successo al Giro?

Sono stato male dopo la Tirreno. Ho preso freddo in quella tappa dei muri e ho avuto una bronchite che non passava. Alla fine sono stato costretto a stare dieci giorni senza toccare la bici. E nel ciclismo di oggi devi essere al massimo per fare bene.

Hai detto che farai tutte le altre gare al di fuori della Vuelta, quindi anche quelle del calendario italiano: tra queste ce n’è una che ti piace in particolare? E soprattutto, con che mentalità ci vai?

Beh, spero di poter fare bene in quelle gare che ho detto prima. Quale preferisco tra le italiane? Il Lombardia è la classica per eccellenza di fine anno e anche quella che più mi si addice. Ma anche il Giro dell’Emilia è duro e mi piace. Nelle gare del calendario italiano ci tengo a fare bene in tutte.

Un buon Giro di Svizzera quello di Fabbro, nonostante non fosse in programma
Un buon Giro di Svizzera quello di Fabbro, nonostante non fosse in programma
Però anche allo Svizzera non sei andato male, tutto sommato sei uscito bene dal Giro…

Il Giro di Svizzera non era in programma. Anche lì ho lavorato molto per il nostro capitano, Schachmann. Ho saputo della convocazione per lo Svizzera nel secondo giorno di riposo post Giro… immaginate voi! Così mi sono fermato solo tre giorni. A quel punto ho tirato dritto fino all’italiano. Era un bel po’ che correvo. Avevo iniziato al Provence a febbraio. L’unico rimpianto, come ripeto, è stato l’essermi ammalato dopo la Tirreno.

Matteo, ci avevi detto di voler crescere ancora e di arrivare a scontrarti con i più forti in salita: è sempre valido questo obiettivo?

Sì, sì, vale sempre. Il risultato della Tirreno mi ha dato molta fiducia. Ma se hai problemi nel ciclismo di oggi li paghi.

E adesso sei a Livigno con i tuoi compagni: come state lavorando?

Non facciamo troppa intensità. Facciamo fondo e dei lavoretti per mettere il fisico sotto stress. Per lavoretti intendo medio e medio alto, insomma poca soglia. Le gare non sono vicine e poi saranno quelle a dirci a che livello siamo. Anche perché poi parto per il Limburgo e il Vallonia senza grandi ambizioni di risultato visto che l’anno scorso ha vinto Demare! Insomma non sono proprio le mie gare – dice lo scalatore friulano che pesa poco più di 55 chili – però mai dire mai. Magari proprio perché uno parte libero di testa, senza pressioni, si diverte e finisce per fare bene.

C’è tanta voglia di riscatto nel friulano. La sensazione è quella che Fabbro si possa divertire in queste gare che lo aspettano. Lui è un “dritto”: va per la sua strada e ha le idee chiare. Se abbiamo imparato a conoscerlo, il suo obiettivo di migliorare in salita per tenere testa ai grandi è primario e la sua idea è quella di puntare un giorno alla classifica generale di un grande Giro. Quantomeno vorrà provarci per vedere se sarà possibile e in che misura. E questa è un’ambizione importante, una di quelle che ti aiuta a lavorare giorno dopo giorno.

Tanta fatica, neanche una crisi. Il Giro di Aleotti per Sagan

03.06.2021
4 min
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Nessun piazzamento fra i primi, sicuramente tanta fatica, eppure della presenza di Giovanni Aleotti al Giro d’Italia ci siamo accorti tutti. Lo abbiamo visto tirare. Lavorare per Buchmann sulle salite e per Sagan fino alla vittoria di Foligno. E nella tappa all’Alpe di Mera, la penultima di montagna, lo abbiamo visto andare in fuga: la qual cosa per un neoprofessionista è un gran bel segnale. Non vai in fuga a tre giorni dalla fine del Giro, se non hai gambe buone e un bel recupero.

Giovanni è a casa ormai da lunedì, la fatica sta allentando la presa. «Perché poi – spiega – quando entri nel ciclo, la senti meno. Sono stato per qualche giorno tranquillo e la prossima settimana ricomincerò ad allenarmi sul serio, pensando alla prossima corsa, che saranno i campionati italiani. Ma dal Giro sono uscito bene. E considerato che neanche dovevo farlo, sono soddisfatto».

A Cortina, un bel po’ di fatica, ma Aleotti è arrivato assieme a Fabbro Sagan e Oss
A Cortina, un bel po’ di fatica, ma Aleotti è arrivato assieme a Fabbro Sagan e Oss
Sei mai stato inquieto al riguardo?

Sapevo che mi veniva offerta una grande opportunità, per cui ero impaziente di mettermi in mostra.

Come cambiano le sensazioni e la percezione della fatica, se sei abituato al massimo a corse di 10 giorni?

Tre settimane sono tante. Dopo i primi 10 giorni ero ancora brillante, era la durata massima mai fatta. Sono arrivato fresco al primo riposo, poi ovviamente si è fatto tutto più faticoso. La terza settimana è stata impegnativa, ma non ho avuto una giornata negativa. Mi sono gestito bene.

Avere chiaro il compito di lavorare per un leader agevola oppure pesa?

E’ stimolante, soprattutto se parliamo di Sagan. Noi lavoriamo e lui vince: sono cose che ti ripagano. Tutti abbiamo dato il 110 per cento, anche perché eravamo un bel gruppo. Parlavamo quasi tutti italiano, per cui mi sono trovato molto bene anche con compagni come Oss, Benedetti, Bodnar e Fabbro, con cui ho diviso la stanza.

Neanche una giornata negativa, possibile?

Magari progressivamente ho perso la freschezza dei primi 10 giorni, però stavo bene. La fuga all’Alpe di Mera l’ho presa pur sapendo che nel finale si sarebbero mossi gli uomini di classifica. Nella prima parte del Giro ho tirato per Buchmann, poi per Sagan. Nella terza settimana abbiamo avuto più spazio per giocare le nostre carte. Giornate nere no, ma forse quella per Sega di Ala è stata la più dura.

Con Sagan e Benedetti, lavorando per lo slovacco e la sua maglia ciclamino
Con Sagan e Benedetti, lavorando per lo slovacco e la sua maglia ciclamino
Come mai?

Perché è venuta dopo il secondo riposo, quindi la stanchezza iniziava a farsi sentire. Ero un po’ fiacco e ci si è messo anche il primo caldo, dopo che sulle Dolomiti avevamo corso con il freddo.

Hai sempre mangiato bene, dormito bene… come è andato il recupero con il passare delle tappe?

L’appetito non mi è mai mancato. Sono riuscito a fare tutto quello che ci dicevano, non è cambiato poi molto nelle abitudini e questo mi fa ben sperare in vista del futuro. Magari ci sono state notti in cui ho dormito di più e altre meno, ma a volte dipende anche dal fatto che cambiamo sempre hotel e magari capita la camera troppo calda oppure rumorosa…

Si dice che un grande Giro dia una super condizione…

Questo lo vedremo nei prossimi giorni. Sono uscito dal Giro con lo stesso peso, non sono dimagrito. Anzi c’è stato qualche giorno in cui ero più stanco che in altri e magari trattenevo qualche liquido di troppo.

Difficile seguire la routine per 21 tappe?

Anche quella era nuova. Sveglia, controllo del peso, poi si andava nel camion cucina per la colazione, con porridge o pasta. Dopo un’ora di saliva sul pullman, si andava alla partenza e si faceva il meeting prima di partire.

Sega di Ala è stato un giorno difficile: ma visto quanta gente?
Sega di Ala è stato un giorno difficile: ma visto quanta gente?
Come è stato correre con il pubblico sulle strade?

Bello, davvero bello. A Torino, la presentazione delle squadre è parsa surreale. Un posto stupendo, grandi scenografie e pochissima gente: vera atmosfera Covid. Ma quando siano arrivati sulle prime salite, abbiamo cominciato a vedere tanta gente. A Sega di Ala erano davvero in tanti. Ho fatto fatica, ma è stato bellissimo.

Come arriverai agli italiani: altura o cosa?

Ci pensiamo la settimana prossima, perché non ho ancora un programma. Ma posso prepararmi anche a casa. La maglia italiana si assegnerà a Imola, quasi le mie strade.

L’anno scorso su quelle strade avrebbe potuto correre anche lui i mondiali under 23, poi annullati per la pandemia. Il buon lavoro avviato dal Cycling Team Friuli sta seguendo il giusto cammino, i 22 anni sono un bel biglietto da visita per le prossime stagioni. In attesa di conoscere il suo programma, l’idea di un Giro senza giornate storte è un bel pensiero da coltivare nell’immaginare le prossime stagioni.