Malori: «Crono decisiva. Vingegaard favorito»

17.07.2023
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PASSY – Siamo nell’ultima settimana di questo combattutissimo Tour de France, poche ore e probabilmente ne sapremo qualcosa di più sulla maglia gialla di Parigi. Manca poco alla crono individuale, l’unica di questa Grande Boucle, da Passy a Combloux.

E mentre risaliamo la Cote de Domancy, già affollata di ciclisti e camper, ne approfittiamo per sentire un parere tecnico sulla sfida che verrà fra Tadej Pogacar e Joans Vingegaard. Al telefono c’è Adriano Malori, il “re” delle crono italiane di qualche anno fa

La Cote de Domancy, che vide anche i mondiali del 1980, diventa più dura man mano che si sale. Una volta in cima prosegue in falsopiano
La Cote de Domancy, che vide anche i mondiali del 1980, diventa più dura man mano che si sale. Una volta in cima prosegue in falsopiano
Adriano, ci siamo. Inizia la terza settimana con questa crono: chi vedi favorito?

Domani vince Vingegaard o comunque arriva lui davanti a Pogacar. Di base è più forte di Tadej a crono. Quest’anno le prove contro il tempo che ha fatto le ha vinte quasi tutte e anche lo scorso anno nello scontro diretto era andato più forte di lui. Senza contare che nel finale aveva mollato un po’ per far vincere il compagno Van Aert (cosa che si è vista anche nella serie sulla Jumbo-Visma del Tour 2022, ndr).

Del percorso cosa ci dici? Questa cote per esempio ha dei tratti al 13-14% e una volta in cima non spiana, ma continua a tirare: 2-5 per cento la pendenza…

Il percorso è dunque relativamente simile a quello dell’anno scorso: vallonato, duretto. Sarà una crono per chi ha tante gambe.

Quali segnali hai visto dalla tappa di ieri?

Un segnale chiaro: sin qui quando Pogacar scattava l’altro seppur di poco si staccava. Ieri tutto ciò non è accaduto e addirittura Vingegaard lo ha battuto nella volata del Gpm. Anche per questo lo vedo favorito. In più c’è un fattore tanto semplice quanto fondamentale da valutare.

Quale?

E arrivato il grande caldo ed è ormai un dato di fatto che Pogacar lo soffre. L’anno scorso fino a che c’è stato il fresco e il cattivo tempo dominava, come è arrivato il caldo è andato in difficoltà, tanto da pagare dazio non solo nel giorno del Galibier, ma anche verso Hautacam.

Pogacar quest’anno ha disputato solo due crono, una delle quali il campionato nazionale (nella foto di @alenmilavec) dove la concorrenza non era di certo proibitiva
Pogacar quest’anno ha disputato solo due crono, una delle quali il campionato nazionale (nella foto di @alenmilavec) dove la concorrenza non era di certo proibitiva
Adriano, hai parlato di temperatura: inciderà parecchio?

Assolutamente sì. Okay, siamo sulle Alpi e farà un po’ più fresco, ma da quel che noto è caldo anche lì. Vedo i corridori bagnarsi spesso e bere tanto. E poi parliamo di una crono: consideriamo i rulli, il riscaldamento, il body, il casco. Ecco questo del riscaldamento è un aspetto molto importante. Il pre-crono domani potrebbe essere più importante della crono stessa. Gli atleti dovranno essere bravi spingere il giusto sui rulli e a non surriscaldarsi.

Che distacchi ci possiamo attendere?

Anche se è corta credo che resteranno entro i 30”. Presumibilmente credo che Pogacar possa perdere un secondo a chilometro, quindi 20”-25” in totale.

Sul piano dei materiali chi è avvantaggiato tra i due?

E’ vero che Cervélo è più avanti con gli studi, ma è anche vero che in casa UAE Emirates hanno fatto dei passi in avanti e ormai sono pressoché alla pari. In più vediamo che questi grandi team quando ne hanno bisogno corrono con materiali senza marchi, perché si comprano i pezzi che più ritengono performanti, quindi sotto questo aspetto siamo alla pari direi.

Per Malori avere un riferimento di primo ordine all’arrivo è importante per gestire la crono. Qui Van Aert e Vingegaard
Per Malori avere un riferimento di primo ordine all’arrivo è importante per gestire la crono. Qui Van Aert e Vingegaard
Invece per quanto riguarda i riferimenti con gli altri ragazzi forse Vingegaard è avvantaggiato visto chi ha in squadra. E poi. Sono davvero importanti?

Sì, sì… sono importanti. Un compagno specie se va forte può darti indicazioni preziose sia sulla gestione dello sforzo ma anche sulle condizioni del percorso: ti dice dove l’asfalto è più scorrevole, dove ci sono avvallamenti. E’ utile per il vento, se questo non gira. Ed è presumibile che Vingegaard possa fare la crono sui tempi di Van Aert, il quale potrebbe essere in testa quando parte lui. In più poco prima ha anche Kuss che è in classifica e a crono se deve spingere non va piano.

Insomma ci attende una sfida anche di nervi…

Sì, sono i più forti e sono lì, forse non è mai successo così alla pari. Di certo fino a pochi giorni fa Vingegaard tremava quando quell’altro scattava, anche se gli guadagnava poco. Sono talmente al limite che nessuno dei due può commettere errori nei confronti dell’altro, perché come sbagliano perdono. Guardate la giornata no di Pogacar sui Pirenei: ha perso un minuto. anche per questo dico che la crono sarà l’ago della bilancia di questo Tour.

Un pronostico per domani?

Van Aert, Vingegaard, Kung e poi ad una ventina di secondi o poco più Pogacar, salvo giornate storte o imprevisti.

Nuove ruote Syncros Capital, l’asticella molto in alto

17.07.2023
6 min
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Capital SL sono le nuovissime ruote in carbonio di Syncros, costruite per essere un unico pezzo. In questo progetto (che è parte del portfolio Scott), che vede il suo risultato dopo uno sviluppo che dura da circa un lustro, coincidono aerodinamica, leggerezza e un insieme di tecnologie legate alla lavorazione del carbonio.

Le versioni disponibili sono due, quella più leggera da 1.170 grammi, ovvero la Syncros Capital SL e quella con un concept aerodinamico estremizzato, la Capital SL Aero da 1.290 grammi, alte rispettivamente 40 e 60 millimetri. Entriamo nel dettaglio.

La versione Capital SL da 40 (foto eltoromedia-Scott)
La versione Capital SL da 40 (foto eltoromedia-Scott)

Nuove Syncros, un pezzo unico

Le Capital SL sono un sistema che si basa sulla costruzione monoblocco, in cui è considerato anche lo pneumatico ai fini della performance complessiva. Dal cerchio ai raggi, fino ad arrivare all’inserimento al mozzo (che è disegnato sulla base del DT Swiss 240 EXP), tutto è un unico blocco di carbonio. Spariscono i nipples in acciaio e vengono eliminate le flange del mozzo di tenuta dei raggi. Tecnicamente si tratta di un prodotto hors categorie che ha obbligato Syncros a sviluppare anche una serie di nuove metodologie di lavoro.

Sono fatte a mano grazie ad un processo di pre-tensione dei raggi, fattore che rende la ruota un corpo unico, ma al tempo stesso permette di personalizzare la tensione dei raggi nelle fasi di costruzione. Il tessuto di carbonio non è interrotto tra il cerchio ed i raggi, fino ad arrivare alla flangia ad anello che si accoppia al mozzo. Anche qui non c’è interruzione, perché la fibra di carbonio prosegue dall’altro capo del cerchio.

Traducendo: si aumenta e migliora la rigidità torsionale, il valore alla bilancia è inferiore (se paragonato ai profilati in acciaio) e sono più resistenti. Le ruote risultano più precise, rigide e guidabili in diverse situazioni, ma anche più reattive nel corso delle accelerazioni. Le Syncros Capital sono anche più guidabili e stabili nelle fasi di piega e curva.

Il cerchio è hookless

In entrambe le versioni il cerchio adotta la soluzione hookless ed ha una larghezza del canale interno pari a 25 millimetri. Questo permette di sfruttare in modo ottimale le coperture (tubeless) da 28 millimetri di sezione (e anche oltre), grazie ad un’interfaccia perfetta tra cerchio e gomma, il tutto in linea con gli standard ETRTO.

Anche la lenticolare che debutta al Tour

Al pari delle nuove Capital SL, debutta anche la lenticolare di Syncros, che vedremo domani sulle Scott Plasma RC TT dei corridori del Team DSM-Firmenich, abbinata all’anteriore da 60 (Capital SL Aero). La Capital SL Disc è una ruota specifiche per le prove contro il tempo, con un valore alla bilancia dichiarato di 970 grammi e con la predisposizione tubeless.

Sviluppate a braccetto con Schwalbe

Le Syncros Capital SL sono state sviluppate grazie al contributo di Schwalbe, anche per questo motivo si parla e si scrive di “sistema”. Grazie a questa collaborazione tra i due brand nasce anche il nuovo tubeless Schwalbe, il Pro One Aero, che presenta un design maggiormente efficiente in termini di aerodinamica, più da facile da abbinare ai cerchi di ultima generazione come lo sono i nuovi Syncros.

Disegno differenziato

Gli Schwalbe Pro One Aero sono dei tubeless da 28 millimetri di sezione, che però presentano una costruzione differenziata tra anteriore e posteriore. Questo fattore fa si che la larghezza reale cambia tra davanti e dietro, a parità di cerchio. Davanti abbiamo uno pneumatico con un’ampiezza compresa tra i 27,5 e 28,5 millimetri, mentre dietro è tra i 29,5 e 30,5 millimetri. Cambia anche lo spessore del battistrada, 0,8 (davanti) e 1,2 millimetri (posteriore).

Questi tubeless sono ovviamente compatibili con la tecnologia hookless del cerchio e ottimizzati per i canali interni da 23/25 millimetri di larghezza.

Syncros

EDITORIALE / Le moto e le barriere mancanti sul Joux Plane

17.07.2023
5 min
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Speriamo tutti che finisca a minuti. Che fra la crono, Courchevel e la tappa di sabato, Vingegaard e Pogacar trovino lo spunto per l’attacco decisivo, che renda memorabile questo Tour. Ma se le differenze dovessero restare di secondi, come spiegare a Pogacar che quei pochi non guadagnati sul Col de Joux Plane per colpa di una moto sono stati cosa di poco conto? E come convincere Hindley che sia stato giusto perdere il terzo posto grazie alla scia delle auto e delle moto grazie alle quali Carlos Rodriguez è rientrato sui primi?

Sul Col de Joux Plane, Rodriguez è rientrato sui rpimi anche grazie alle scia di moto
Sul Col de Joux Plane, Rodriguez è rientrato sui rpimi anche grazie alle scia di moto

Una macchina infallibile

Il Tour de France cresce, se non nei numeri certo nei dettagli. L’organizzazione è così curata che in certi momenti ti lascia senza fiato. La chat per i giornalisti accreditati fornisce informazioni così puntuali, che potresti startene a casa e raccontare di essere in Francia, tanti sono i dati di cui sei inondato quotidianamente. Le squadre raccontano con sollievo ed entusiasmo che quasi ogni giorno (di certo in quelli che potrebbero presentare problemi), ci sono moto della Polizia che le scortano fino agli hotel. Per non parlare delle evacuazioni dopo gli arrivi in salita. Quando parte il convoglio scortato dalla Gendarmerie, il resto del mondo – auto di tifosi, camper e ogni altro veicolo – vengono fermati con un rigore unico. Al Giro d’Italia successe un bel trambusto per gli elicotteri del Gran Sasso, qui tutte le squadre sono sicure di avere un percorso netto dall’arrivo all’hotel. Anche perché quest’anno gli hotel non sono stati quasi mai a distanze proibitive dagli arrivi.

Tutta la scalata del Col de Joux Plane ha visto una folla numerosa e poco disciplinata sul percorso
Tutta la scalata del Col de Joux Plane ha visto una folla numerosa e poco disciplinata sul percorso

Le moto sul Joux Plane

Si potrebbe andare avanti a magnificare la bravura degli uomini di ASO, ma proprio per questo quanto è successo sabato nella tappa di Morzine merita una riflessione a fin di bene.

Mancavano circa 600 metri dal GPM del Col de Joux Plane, quando Pogacar è scattato per prendere l’abbuono sulla cima e ha dovuto rialzarsi a causa della presenza sulla strada di due moto che ne hanno frenato lo slancio. Una della televisione francese, l’altra di Bernard Papon, storico fotografo de L’Equipe, che da queste parti è il vero padrone della strada. I due sono stati squalificati per la tappa successiva e multati di 500 franchi svizzeri.

Un passo indietro, tuttavia. Per rendere più avvincente la sfida su alcune montagne, il Tour ha previsto che sulla cima vengano dati degli abbuoni. Il sistema funziona, ma non tiene adeguatamente conto della folla sempre più numerosa, invadente e spesso – bisogna dirlo – indisciplinata. Alcuni tifosi, molto più di prima, pensano di poter fare come vogliono, quasi siano protagonisti della tappa al pari degli atleti.

Bernard Papon è il fotografo di punta de L’Equipe. Ha spiegato bene la dinamica delgi eventi (foto Nikon France)
Bernard Papon è il fotografo di punta de L’Equipe. Ha spiegato bene la dinamica delgi eventi (foto Nikon France)

Parla il fotografo

Nel giorno del pasticcio, le due moto erano certamente troppo vicine agli atleti, non dovevano essere così attaccate. Se però fossero state 10 metri più avanti, non avrebbero potuto riprendere quelle immagini, perché nel mezzo si sarebbero infilati i tifosi. Lo spazio di lavoro per gli operatori si riduce: crescono la folla e i mezzi dei VIP. Come se ne esce? E chi ci dice che al momento di ripartire, non avessero davanti troppa gente che ne impediva l’accelerazione?

«C’erano così tante persone – ha spiegato Papon – che è stato chiamato il pool (cioè una sola moto che poi darà le foto a tutti gli altri fotografi, ndr). Quando ho visto che Pogacar è partito, l’ho detto al mio pilota, che mi ha risposto semplicemente di non poter accelerare. E quando Pogacar ci ha raggiunto, ci siamo trovati in una situazione delicata. Il pubblico era così fitto che al momento c’era da fare una scelta: interrompere lo sforzo del corridore o buttarsi tra il pubblico e ferire le persone.

«Non difenderò l’indifendibile: non dovremmo mai trovarci in questo tipo di situazione. Avrei dovuto chiedere al mio pilota di prendere spazio più velocemente e in anticipo. La prossima volta accelero e non scatto la foto, peccato. E’ tutto pianificato dal punto di vista dei regolamenti per queste situazioni. Abbiamo commesso un errore e sono profondamente dispiaciuto per Tadej Pogacar e per lo spettacolo».

Quando Vingegaard ha attaccato ai 300 metri dal GPM, un cordone teneva il pubblico lontano dalla strada. Poteva iniziare prima?
Quando Vingegaard ha attaccato ai 300 metri dal GPM, un cordone teneva il pubblico lontano dalla strada. Poteva iniziare prima?

Barriere ai 500 metri

A 300 metri dalla cima, dei cordoni tenevano i tifosi lontani dalla strada e questo ha permesso a Vingegaard di scattare e prendere 8 secondi di abbuono, mentre Pogacar ha dovuto accontentarsi di 5. Ma soprattutto, il loro rallentamento dopo quel pasticcio, ha permesso a Rodriguez di rientrare.

Dietro i primi due c’era una tale coda di moto e auto e non tutte con un ruolo specifico in corsa, da chiedersi se il gigantismo e la presenza di Vip in carovana in certi momenti non rischi di influenzare la competizione. Quando Pogacar per quei 300 metri ha smesso di attaccare e si è messo a salire ai 15 all’ora, alle sue spalle questa colonna si è compattata, si è allungata e ha permesso a Rodriguez di avere un riferimento nella sua rincorsa.

Forse questa giornata merita una riflessione, che siamo certi gli uomini di ASO avranno già fatto. Belli i traguardi della montagna con abbuoni. Sbagliato che quelle due moto fossero così vicine (tutti vorremmo quelle foto, siamo onesti). Ma forse se là in cima ci si giocano secondi importanti per la maglia gialla, occorre mettere barriere o corde dai 500 metri. Quando si abitua il proprio popolo alla perfezione, basta una sbavatura perché tutti si storca il naso.

Per Pogacar e per il mondiale: parole chiare di Trentin

17.07.2023
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SAINT GERVAIS LES BAINS – Tanto lavoro si fa per qualche buon motivo. Prima chiaramente c’è da vincere il Tour con Pogacar, rinunciando alle proprie chance. Poi però c’è il mondiale di Glasgow, cui Matteo Trentin non può certo essere indifferente. I motivi sono due. Il primo è che l’ultima volta che ha corso da quelle parti, ha vinto il campionato europeo su Van der Poel e Van Aert. Il secondo è che l’ultimo mondiale nel Regno Unito lo aveva praticamente vinto, ma si fece infilare da Mads Pedersen. Detto adesso che il danese vince anche tappe al Tour, potrebbe non essere troppo strano, ma allora fu una bella beffa.

«Per adesso siamo qua – sorride il trentino – tutti molto tranquilli. Abbiamo passato secondo me il punto in cui magari eravamo più in difficoltà, vale a dire la prima settimana. Tadej veniva da un infortunio e adesso sicuramente, mano a mano che passa il tempo, starà sempre meglio. Quindi cos’altro dire? Siamo fiduciosi».

La caduta di San Sebastian lo ha fatto penare con il ginocchio destro
La caduta di San Sebastian lo ha fatto penare con il ginocchio destro

Come nel 2018

Sul ginocchio destro porta un bendaggio, la fisionomia è quella tipica del Tour de France che ti asciuga anche se non ne hai voglia. In questi giorni il lavoro di Trentin è chiaro: tirare in pianura e fino alle prime rampe delle salite, poi farsi da parte. In un modo o nell’altro, anche un buon percorso di preparazione.

«Nei primi giorni purtroppo sono caduto – dice – quindi ho dovuto soffrire molto a causa della botta al ginocchio. Adesso piano piano sta andando per il meglio e quindi anche le gambe iniziano a girare come Dio comanda. Il mondiale avrà un percorso tecnico, un po’ simile a quello su cui corremmo l’Europeo e su cui prima erano stati fatti i Commonwealth Games, anche perché in quella città c’è poco più di qualche curva. Semmai, un fattore molto determinante sarà la pioggia. Se non ci sarà, forse sarà un po’ più facile di quando ho vinto l’europeo, perché si faceva tutto in circuito. Questa volta invece, abbiamo 100 e passa chilometri di trasferimento da Edimburgo, anche se non sembrano troppo tecnici».

Van Aert e Van der Poel hanno lavorato per i compagni, ma si sono anche allenati
Van Aert e Van der Poel hanno lavorato per i compagni, ma si sono anche allenati

Occhio a Van Aert e Vdp

Il Tour è un obiettivo per molti, ma anche una palestra. E così, scorrendo avanti e indietro per il gruppo, Trentin si è accorto di non essere l’unico a pedalare con un secondo fine nella testa.

«Nel 2018 a Glasgow – appunta – mi lasciai dietro Van der Poel e Van Aert, un bel podio da avere nella foto. E credo che anche questa volta fra i protagonisti ci saranno quei due. Li ho visti pedalare molto bene, ognuno fa il suo. Van Aert lavora per Vingegaard, mentre Van der Poel finora ha fatto un grande lavoro per Philipsen. Ora vediamo cosa farà nella terza settimana, dove sicuramente avrà libertà e lo vedremo molto di più».

Ai mondiali di Wollongong 2022, Trentin era il regista in corsa e Bettiol una delle punte. Sarà ancora così?
Ai mondiali di Wollongong 2022, Trentin era il regista in corsa e Bettiol una delle punte. Sarà ancora così?

Getxo poi Barberino

Non resta che finire il Tour, insomma. Poi tirare un po’ il fiato e preparare la valigia per Glasgow, non prima di aver fatto una tappa in Spagna.

«La settimana dopo il Tour – conferma Trentin – dovrei correre a Getxo e poi andare al mondiale, passando per il ritiro di Barberino del Mugello. Ma prima abbiamo ancora da fare qui, lasciatemi andare. Al Tour ci sono sempre un sacco di cose da mettere a posto».

In Francia le novità non finiscono mai

17.07.2023
6 min
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Siamo al secondo giorno di riposo di questo Tour de France. Come d’abitudine, proprio la giornata di pausa è anche l’occasione per andare a spulciare le novità e le curiosità che ci riservano i corridori.

Alla ricerca delle leggerezza con le verniciature ridotte al minimo sindacale, come le Merida di Landa e Bilbao. Ci sono un nuovo casco Scott e una sella di Van der Poel che sembra essere diversa da quella usata fino alla primavera. E molto altro.

Le Merida Scultura “limate” nella verniciatura

Tecnicamente si tratta della Merida Scultura normalmente utilizzata dai corridori del Team Baharain-Victorious e la la sola differenza è la mancanza della verniciatura.

Viene utilizzata in questo Tour de France da Bilbao e Landa nel corso delle frazioni con dislivello positivo importante, una soluzione che permette di risparmiare qualche grammo e di sfiorare il peso limite dei 6,8 chilogrammi.

Un nuovo casco Scott

Potrebbe essere la nuova versione del Cadence, il casco aero di Scott, indossato da Sam Welsford e da altri atleti del Team DSM-Firmenich. L’estetica ci mostra un casco più compatto rispetto alla versione precedente, soprattutto ai lati e nelle protuberanze posteriori, dove si notano le feritoie/estrattori d’aria più esposti.

Rimane comunque la forma arrotondata nella sezione superiore, soluzione che da sempre contraddistingue il Cadence.

Sella più stretta per VdP?

Il modello fornito da Selle Italia e usato dal corridore olandese è sempre Flite Superflow, nella livrea a lui dedicata. C’è un però: se la mettiamo a confronto con quella montata sulla bici vittoriosa della Sanremo (oppure con quella normalmente utilizzata sulla bici da cx), per lo meno nelle immagini, la sella utilizzata al Tour de France 2023 sembra più stretta. Non mancheremo di approfondire l’argomento in futuro e nel caso andremo ad analizzare eventuali fattori tecnici.

Novità ai piedi di Campenaerts: le Nimbl con i lacci e l’elastico
Novità ai piedi di Campenaerts: le Nimbl con i lacci e l’elastico

Le Nimbl di Campenaerts con la fascia

Quelle che dalle prime immagini sembravano le scarpe tutte in carbonio, in realtà sono le Nimbl Air Ultimate con le stringhe.

La curiosità vera e propria è nella fascia che il corridore belga ha nella parte superiore della calzatura, probabilmente per stringere e comprimere il punto in cui fa il nodo ai lacci.

Le Mavic indossate da Lafay e Martin
Le Mavic indossate da Lafay e Martin

La Cosmic Ultimate di Lafay

Non le ruote, bensì le calzature, sono indossate dal vincitore di tappa di San Sebastian e dal compagno di team Guillaume Martin. Nonostante non sia presente nel World Tour con il prodotto simbolo (le ruote), Mavic è a supporto di alcuni corridori transalpini proprio con le scarpe.

Si tratta della versione top di gamma che adotta una tomaia molto particolare, costruita grazie ad un tessuto che prende il nome di Matrix.

Rapporti standard e non

Tutto nella norma, ben all’interno dei normali standard per quanto concerne gli atleti supportati da Sram. Quasi tutti gli atleti, per le tappe con dislivelli positivi importanti, hanno utilizzato la doppia corona anteriore 52-39 e la scala 10-33 per i pignoni. Difficile immaginare un pro che utilizza il 33, mentre diventano interessanti gli sviluppi metrici con il penultimo pignone da 28 denti. Avevamo approfondito l’argomento in occasione dei Giro d’Italia.

Ci ha colpito la combinazione anteriore di Laengen (Team UAE-Emirates), con la corona più grande da 56 denti e l’interna da 40 (cassetta posteriore 11-34), considerando un Tour de France tutt’altro che pianeggiante. Tutte le bici con trasmissione Shimano hanno montato 54-40 e 11-34, tranne qualche corridore (Pidcock ad esempio) che continua ad usare la “vecchia” combinazione 53-39.

Solo le nuove BMC hanno montato il Campagnolo Wireless, ma senza le corone e la guarnitura dedicate alla trasmissione. Presumibilmente la scelta è legata all’utilizzo del misuratore di potenza, che per il nuovo Campy è ancora in fase di sviluppo. Gli atleti del Team AG2R-Citroen usano un misuratore P2Max Ngeco con le corone 54-39.

Anche i pro’ con ruote “endurance”

Alcuni atleti del Team Lotto-DSTNY utilizzano il modello ERC 35 1100 di DT Swiss, ruota concettualmente sviluppata per una pratica votata all’endurance. Tecnicamente si tratta di un pacchetto che ad un peso molto contenuto (1300 grammi dichiarati), molto veloce e scorrevole, non estremamente rigido e capace di semplificare la guida anche nei tratti più tecnici. E risparmiare qualche energia in questo Tour de France condotto a ritmi folli, non è per nulla banale.

Poco tempo fa avevamo provato la versione con cerchio da 45. Invece chi ha scelto di tenere le ARC da 50 millimetri ha utilizzato i tubeless da 26 millimetri. Una scelta non usuale, considerando che il team belga è stato uno dei primi ad utilizzate i tubeless da 28, se non addirittura le sezioni differenziate 28/30 per anteriore e posteriore.

Tappa (un po’) noiosa e una domanda: chi vince il Tour?

16.07.2023
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SAINT GERVAIS MONT BLANC – Chi lo vince il Tour? Se neanche la salita finale di questa tappa è servita a scavare un solco, significa che Vingegaard e Pogacar sono davvero identici. Speriamo che nessuno si offenda, ma la tappa è stata piuttosto noiosa e priva di pathos: ci siamo abituati forse troppo bene? Oggi intanto ha vinto Wout Poels, che ha tirato nei Tour di Froome e quello di Bernal e adesso si è preso il gusto di togliersi di ruota il Wout più famoso. Quando l’olandese della Bahrain Victorious ha attaccato, Van Aert ha preferito restare seduto e salvare il secondo posto.

Wouter Poels ha lavorato per tanti vincitori di Tour, ma non aveva mai vinto una tappa. Ci è riuscito a 35 anni
Wouter Poels ha lavorato per tanti vincitori di Tour, ma non aveva mai vinto una tappa. Ci è riuscito a 35 anni

Ellingworth: «Decide la crono»

Chi lo vince questo Tour? Abbiamo approfittato di un giro fra i pullman per chiederlo ad alcuni manager. Il primo è Rod Ellingworth, il capo della Ineos Grenadiers, che il Tour l’ha vinto per sei volte con Wiggins, Froome e Bernal e al momento è in lizza con Carlos Rodriguez per un posto sul podio.

«Penso sia abbastanza chiaro – dice – che Pogacar e Vingegaard sono davanti a tutti gli altri. Invece per il terzo posto, c’è una bella lotta. Carlos si sta solo concentrando sul fare il suo meglio ogni giorno, facendo bene le cose semplici, come si è visto oggi in salita. Non sta pensando al podio. E’ salito il più velocemente possibile e quando li ha presi non si è seduto. Pensavamo che fosse in grado di entrare tra i primi cinque e siamo sulla buona strada. Ma è il primo Tour e con questi giovani non si sa mai, può darsi che un giorno spenda troppo o commetta qualche piccolo errore di alimentazione.

«Credo che fra i primi due il lato fisico sia sempre l’elemento più importante. Ogni squadra ha la propria filosofia e anche noi siamo stati vicini a vincere il Giro. Chi vincerà fra loro due? Penso che siano entrambi simili. Penso che la cronometro mostrerà chi ha la forma migliore. E’ una corsa che piace, ci sono tutti gli ingredienti. Ogni Tour ha la sua storia, semplicemente bisogna accettarla come viene».

Anche oggi Rodriguez è rientrato sui primi due, rinforzando il suo terzo posto dall’assalto di Adam Yates
Anche oggi Rodriguez è rientrato sui primi due, rinforzando il suo terzo posto dall’assalto di Adam Yates

Matxin: «La battaglia continua»

Matxin è il team manager di Pogacar, la sua testa spunta da una selva di microfoni. Stamattina la riunione sul pullman del UAE Team Emirates è durata parecchio, segno che in pentola qualcosa bollisse.

«Non leggo il futuro – sorride – non potevo sapere che sarebbero arrivati alla crono quasi alla pari. Ovviamente per noi era una tappa importante. Abbiamo avuto una grandissima squadra che ha creduto in Tadej. Adam Yates prima ha provato a fare il podio, poi si è rimesso a disposizione. 

«Non sono stupito invece per il fatto che Tadej sia arrivato al Tour dopo due mesi senza correre e sia così competitivo. E’ il numero uno al mondo, è un corridore che quasi vince ogni corsa che fa. Però ha davanti il vincitore dell’ultimo Tour de France. Vingegaard è uno dei migliori corridori del mondo. La crono sarà davvero molto buona per entrambi, la battaglia continua. I 10 secondi che oggi sono pochi, magari a Parigi potrebbero essere tanti. La crono di martedì non è simile a quella con cui vincemmo il Tour del 2020. Questa sarà molto più tecnica».

Yates ha prima attaccataoo per puntare al podio, poi si è rimesso a disposizione di Pogacar
Yates ha prima attaccataoo per puntare al podio, poi si è rimesso a disposizione di Pogacar

Vingegaard: «Oggi un pareggio»

Gli uomini della Jumbo sono andati diretti in hotel, per cui il loro punto di vista ce l’ha dato direttamente Vingegaard, acchiappato dopo l’arrivo e poi nella conferenza stampa.

«Oggi c’è stato un pareggio – analizza la maglia gialla – nessuno è riuscito a guadagnare tempo. Era una tappa decisiva, come lo saranno la crono, mercoledì a Courchevel e sabato a Le Markstein. E’ stata una bella giornata, resa difficile dalla caduta che ha coinvolto tre compagni di squadra. Sarebbe bello che i tifosi capissero che le foto si possono fare ugualmente stando sul marciapiede e non in mezzo alla strada. 

«Crediamo ancora nel nostro piano. Si può sempre fare meglio, probabilmente nessuno di noi sa quale sia il suo limite, ma deve cercare di avvicinarsi il più possibile. Ora mi concentrerò su quello che devo fare, impegnandomi per andare più forte possibile nella crono. Ma prima mi riposerò e trascorrerò del tempo con la mia famiglia, che verrà a trovarmi».

La notizia del giorno è il distacco prematuro di Kuss, penalizzato però da una caduta
La notizia del giorno è il distacco prematuro di Kuss, penalizzato però da una caduta

Unzue: «Occhio al Col de la Loze»

Unzue è il grande capo del Movistar Team, che in avvio di Tour ha perso Enric Mas e adesso è qui che fa la corte a Carlos Rodriguez: un tema tuttavia su cui Eusebio non intende sbilanciarsi.

«Sono uguali – sorride – e superiori agli altri. Mi ricordano Fignon contro Hinault, oppure Fignon contro Lemond, però fra quelli c’erano comunque delle differenze che qui non ci sono. Il primo giorno ho pensato che fossero pazzi perché cercavano gli abbuoni, ma quelle piccole differenze sono il margine che li divide ancora oggi. Solo nel primo giorno sui Pirenei, Jonas ha guadagnato quasi un minuto, poi parità assoluta.

«La crono sarà importante, ma restano due grandi tappe di montagna. Il Col de la Loze è una salita lunga un’ora, la più lunga dell’intero Tour. E poi i Vosgi alla fine che, anche con il caldo, possono rendere bestiale la tappa numero 20. Le squadre sono equilibrate, ma rispetto allo scorso anno a Vingegaard mancherà Roglic, che fu decisivo nel giorno chiave. Credo però che quel giorno la maglia gialla abbia imparato tanto. Diciamo che la crono dirà chi dei due dovrà rischiare tutto con un attacco».

Cervinia, bis di Golliker. Rafferty re del Valle d’Aosta

16.07.2023
6 min
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CERVINIA – Stavolta i ragazzi del Giro della Valle d’Aosta hanno corso come i pro’: una corsa nella corsa. Per la tappa e per la generale. E a vincere queste “due corse” sono stati due nomi noti di questa 59ª edizione del “Petit Tour”: Joshua Golliker e Darren Rafferty.

L’inglesino della Groupama-Fdj ha ricordato un po’ l’impresa di Gianmarco Garofoli di due anni fa. Era in una fuga di sette e poi ad oltre 40 chilometri dall’arrivo si è scatenato e ha lasciato tutti lì andando a prendersi il prestigioso traguardo all’ombra del “Nobile Scoglio”, il Cervino.

Rafferty, trionfo meritato

Stamattina al via da Valtournanche il clan della Hagens Berman Axeon sembrava tranquillo. Il direttore sportivo Koos Morenhaut ci aveva detto che avrebbero pensato soprattutto a controllare. Che comunque ieri avevano speso tanto, ma anche che i suoi ragazzi erano compatti, motivati e gasati da questa maglia.

E così hanno fatto. Si sono gestiti, anche in questo caso, come dei pro’. Hanno impostato dei ritmi intelligenti, senza esagerare. Sono rimasti compatti e sono arrivati il più possibile vicino al traguardo. Nei tratti pedalabili di salita mettevano davanti i passisti e in quelli più duri gli scalatori. Ogni cosa girava al dettaglio.

Nel finale Rafferty è stato attaccato soprattutto da Del Toro e Faure Prost. Lui li ha tenuti, ma quando stava per andare fuorigiri… «Non sono andato nel panico – ha detto lo stesso Rafferty allo streaming ufficiale dell’evento – sapevo di avere un buon vantaggio e che non mancava poi tanto così. Così ho cercato un ritmo buono che mi consentisse di arrivare in sicurezza. Evidentemente ho pagato gli sforzi di ieri.

«Ma devo e voglio ringraziare la squadra. Siamo rimasti in cinque e non è stato poco. Di qualsiasi cosa avevo bisogno i ragazzi c’erano. E’ stato un piacere vederli lavorare per me e ne sono orgoglioso».

Rafferty quasi certamente passerà nel WorldTour. Lui non ha rivelato niente e anzi ha glissato su questa domanda, ma è probabile che lo vedremo con la EF Education – Easy Post.

Golliker (classe 2004) in azione sul Saint Pantaleon. Spesso, anche verso Cervinia, spingeva il 54 (foto Alexis Courthoud)
Golliker (classe 2004) in azione sul Saint Pantaleon. Spesso, anche verso Cervinia, spingeva il 54 (foto Alexis Courthoud)

Golliker, chi sei? 

E poi c’è questo ragazzino, Golliker. E’ un primo anno. Ha vinto due tappe su cinque. In salita spinge rapporti incredibili. Anche sul muro di Pré de Pascal aveva il 40 all’anteriore. Sembrerebbe essere quello che si dice uno scalatore puro. Ma a quanto pare lui non la pensa così.

«No – ci ha detto l’inglese – non sono uno scalatore puro, cerco solo di spingere e posso farlo anche in salita».

Pensate che Golliker va in bici da appena tre anni. Oggi dopo l’arrivo si è anche commosso e ci ha chiesto di aspettare un po’ prima di fargli le domande. Forse si è reso conto di quale impresa avesse fatto. 

«Ammetto – dice Golliker – che sono ancora sotto shock per oggi. E’ stato stupefacente. Vado in bici da tre anni, prima facevo tutti gli sport, ma ho scelto il ciclismo perché mi appassionava di più».

Golliker vive nei dintorni di Besancon, dove la Groupama-Fdj ha la sede. Una scelta dovuta anche al fatto che in Inghilterra nei dintorni di Londra dove vive non ci sono salite e c’è invece molto traffico.

Analisi di uno scalatore

Vederlo pedalare ci ha incuriosito. Uno che vince due tappe (dure) al Valle d’Aosta, per di più al primo anno, non può non essere uno scalatore, così ci siamo rivolti al suo direttore sportivo, Jerome Gannat.

Jerome, Golliker è uno scalatore puro?

No, però è un rullo compressore! Scherzi a parte, anche se si guarda la sua struttura fisica non è da vero grimpeur. Joshua non ha quel cambio di ritmo netto. A lui piace prendere il suo passo e spingere, forte.

Eppure spinge rapporti lunghi in salita. Di solito fa così chi è uno scalatore…

Vero, ma lui va così perché è potente. Anche muscolarmente. Poi è talmente giovane, ha 19 anni, che non è definito. Non ha finito di crescere, ma credo che anche fra qualche anno non sarà uno scalatore puro.

Golliker correva in Francia, lo seguivate già prima che venisse da voi?

No, sono sei mesi che lavoriamo con lui, ma è già migliorato molto. Joshua è un attaccante nato. Lui è un po’ “on-off”. Se è davanti, spinge, va via e rende al 100 per cento, ma se è in gruppo si perde un po’. Credo quasi che si annoi. E’ una questione di motivazione.

Ed è per questo che ieri nel tappone si è staccato?

Non credo. Era ancora in maglia. Io non sono rimasto sorpreso che l’abbia persa. Neanche l’abbiamo veramente difesa, conoscevamo i limiti di Joshua. In salita il gruppo poi non è andato fortissimo. Poi ci sono stati scatti a raffica e, come ho detto, Golliker non riesce a rispondervi bene. In più lui è giovane e la distanza era molto lunga.

Hai detto che non è uno scalatore puro. E allora che tipologia di corridore è?

Un corridore molto forte. Io credo che lo potremmo vedere protagonista nelle tappe davvero difficili o intermedie perché è molto forte fisicamente. Ma in generale sono cose molto difficili da valutare perché parliamo di ragazzi under 23. Lo valuteremo davvero quando lascerà la squadra continental e quanto progredirà tra i pro’. 

E invece oggi come è andata?

Gli ho detto di attaccare perché ho ripensato allo scenario dell’anno scorso quando eravamo nella stessa situazione della Hagens Berman Axeon. Gli ho detto che avrebbero lasciato andare la fuga, come facemmo noi l’anno scorso. Anche se in realtà credevo ci lasciassero più spazio e per questo ero preoccupato. Ma è andata bene.

Bastianelli, leggi qua: parlano tutte di te

16.07.2023
7 min
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Dicono che bisogna ritirarsi dalla scene agonistiche quando si è al top per lasciare il ricordo migliore. E quando Marta Bastianelli alla nona tappa del Giro Donne è salita sul suo ultimo “podio-firma” la commozione si è diffusa in tutto il gruppo. Il suo addio era stato ampiamente preventivato dalla stessa campionessa, ma per tutti quanti – presenti e non – è stato un momento toccante. Uno di quelli che metabolizzi solo quando avviene realmente.

Tanti hanno voluto omaggiare la carriera dell’atleta del UAE Team ADQ e delle Fiamme Azzurre sui propri profili social. Noi abbiamo voluto raccogliere qualche pensiero profondo di chi la conosce bene. Difficile limitarsi ad una semplice battuta.

Giorgia e Marta

Nel 2007 Stoccarda si tinge d’azzurro. Il successo iridato di Paolo Bettini è anticipato di 24 ore da quello della ventenne Bastianelli che trionfa in solitaria. Terza, e perfetta nel coprirle le spalle, finisce Giorgia Bronzini dietro alla già terribile Marianne Vos.

«Con Marta – ci racconta la piacentina diesse della Liv Racing TeqFind – sono stata bene negli anni in cui abbiamo condiviso la maglia della nazionale. Per me è una cosa speciale pensare di esserle stata utile quando ha vinto il mondiale. Nella sua vita ha dimostrato la professionalità ed il suo grande valore, sia umano che sportivo. Non solo ha avuto grandi successi, ma dopo la nascita della figlia ha saputo ritornare ad altissimi livelli. Sicuramente si farà sentire la sua uscita. Un’atleta come lei conta in un team. Era una delle voci più autorevoli del gruppo. E’ un’altra delle grandi che lascia l’attività agonistica, ma spero che lei possa trovare una sua dimensione in questo mondo. Per me ha le qualità per far crescere delle nuove leve e trasmettere loro passione e grinta».

Bastianelli e Trevisi hanno corso insieme dal 2016 ad oggi (unica eccezione il 2019)
Bastianelli e Trevisi hanno corso insieme dal 2016 ad oggi (unica eccezione il 2019)

Anna e Marta

Bastianelli in carriera ha militato in tante squadre, nelle quali è sempre riuscita a stringere rapporti umani intensi. In sette degli ultimi otto anni Anna Trevisi è stata una sua fedelissima, fatta eccezione nel 2019 quando Marta andò alla Virtu Cycling.

«Ci siamo conosciute – dice la passista reggiana – nel 2016 all’Alè Cipollini. E siamo diventate amiche da subito. Ci siamo legate tanto praticamente dal primo giorno. Poi siamo rimaste sempre nella stessa squadra, che l’anno scorso è diventata l’attuale UAE Team ADQ. Onestamente ho tanti ricordi con lei, ma l’aneddoto più divertente è successo proprio quest’anno alla Spar Flanders Diamond, l’ultima gara che abbiamo corso assieme (l’11 giugno, ndr). Lei è sempre stata riconosciuta da tutti come una ragazza estremamente precisa, ma in quell’occasione è riuscita di dimenticarsi a casa le scarpette da gara. Non le era mai successo niente di simile in tanti anni (sorride, ndr). Ora, nel suo post carriera, io la vedrei bene come ambassador di qualche brand ciclistico. Secondo me qualcuno dovrebbe pensarci».

Cecchini, Bastianelli e Trevisi non sono mai state tutte e tre nella stessa squadra, ma sono grandi amiche
Cecchini, Bastianelli e Trevisi non sono mai state tutte e tre nella stessa squadra, ma sono grandi amiche

Elena e Marta

Uno dei legami più stretti forse Bastianelli ce l’ha con Elena Cecchini. La friulana della SD-Worx è stata una delle prime a dedicare un post social, anche se siamo certi che le aveva già espresso tutto a voce, di persona. In comune hanno tanti momenti, non solo quel 5 agosto 2018 a Glasgow nel quale Marta vince l’europeo ed Elena sullo slancio finisce quarta, dopo aver lavorato per lei.

«Nel 2012 – spiega Cecchini – mi sono trovata compagna di Marta sia nella Mcipollini-Giambenini-Gauss sia nelle Fiamme Azzurre. Siamo rimaste assieme ancora l’anno successivo nella Faren prima della sua maternità e da lì le nostre strade sportive si sono divise, non certo quelle personali. Durante le nostre carriere non sono mancate le sfide tra di noi e le nostre squadre, ma il rapporto si è sempre rafforzato. Ho cinque anni in meno e l’ho sempre vista come un riferimento. Conoscendola meglio ho scoperto che abbiamo entrambe un carattere forte e soprattutto gli stessi valori, come la famiglia. Abbiamo avuto sempre tanta sintonia, tanto da fare spesso le vacanze assieme».

«Marta – prosegue – è un’atleta vecchio stile, molto diretta sia con le giovani che con le veterane. E’ sempre stata molto carismatica. Tutti ascoltavano quando parlava, ha sempre dimostrato più esperienza della sua età. E’ una leader naturale. Adesso sono le altre che ti devono riconoscere la leadership. E’ difficile dire chi potrà raccogliere la sua eredità, per me sarebbe un onore se potessi farlo io.

«Dopo la nascita di Clarissa – conclude Cecchini – Marta è cambiata. Guardava le più forti in gruppo e non aveva paura di nessuno. Mi ha insegnato a credere sempre in se stessi. Poi a livello organizzativo è sempre stata il top facendo combaciare gli impegni agonistici con la famiglia. Adesso credo che debba vivere al meglio la transizione da corridore al post carriera. Sarebbe bello rimanesse nell’ambiente, però sono certa che deciderà per il meglio, come ha sempre fatto».

Bertizzolo visibilmente commossa mentre sul palco del Giro Donne Bastianelli si congeda dal ciclismo
Bertizzolo visibilmente commossa mentre sul palco del Giro Donne Bastianelli si congeda dal ciclismo

Sofia e Marta

C’è un altro quarto posto che entra di diritto – legato a doppia mandata – ad un altro grande successo, forse il più emozionante, di Bastianelli. E’ quello di Sofia Bertizzolo al Fiandre 2019. Corrono assieme alla Virtu Cycling e nel finale la ragazza di Bassano del Grappa funge da prezioso punto d’appoggio per la sua capitana.

«In generale su Marta – commenta Bertizzolo – posso dire che è una grandissima persona. Si è sempre dedicata alle giovani e ha sempre un pensiero di crescita verso le persone che le stanno attorno. E’ un continuo stimolo per lei essere critica in modo costruttivo. Dal punto di vista agonistico invece si racconta da sola. Forse è stata incostante per tanti motivi, ma si è ricavata una carriera incredibile in cui non manca nulla. Ogni tanto ripenso a quel Fiandre. E’ stato impagabile. Ricordo le parole di Bjarne Riis (il diesse della Virtu, ndr) alla radio nel finale, che abbiamo gestito in maniera splendida. Eravamo in una situazione di forza e superiorità numerica. E poi Marta quel giorno voleva vincere. Quando lei voleva vincere, non ce n’era per nessuno. Mi mancherà tanto (dice con un pizzico di emozione, ndr)».

«La sua forza in bici – continua – era la visione di gara. Magari le piacerebbe fare la diesse, ma credo che dall’ammiraglia perderebbe questa sensibilità. Posso dire invece che sarebbe un peccato non sfruttare la sua conoscenza per la nostra Federazione. Potrebbe essere utile nei ritiri invernali o a metà anno, tenendo conto che magari potrebbe avere ancora un po’ di voglia di pedalare per restare a contatto con le giovani. Sarebbe importante non farsela scappare. Questo potrebbe essere il ruolo più calzante per Marta».

Sagan e Alaphilippe: Boucle anonima, destini diversi

16.07.2023
5 min
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In questo Tour de France, al di là di chi lotta per la maglia gialla o compete comunque da protagonista, ci sono due figure già storiche per il ciclismo, che hanno vestito a ripetizione la maglia iridata, ma che hanno perso parte dello smalto che avevano. Ci sono molti punti in comune fra Peter Sagan e Julian Alaphilippe, dato da un passato fatto di grandi vittorie nelle classiche e nelle edizioni iridate. Il presente li vede un po’ ai margini, anche se lo stanno vivendo in maniera diversa perché anche il futuro si prospetta differente.

Due corridori posti su binari diversi, che Gianni Bugno, altro corridore capace di conquistare due titoli mondiali a distanza di un anno (Sagan a dir la verità ne ha vinti addirittura tre) guarda con la sua lente d’ingrandimento.

Peter Sagan chiuderà a fine stagione, per dedicarsi alla mountain bike, con il sogno delle Olimpiadi
Peter Sagan chiuderà a fine stagione, per dedicarsi alla mountain bike, con il sogno delle Olimpiadi

«E’ chiaro che non sono più i campioni di qualche anno fa – inizia Bugno – anche se la gente vedo che li guarda sempre con grande affetto, quando arrivano alla partenza. Questo Tour però lo stanno vivendo in maniera diversa, mi colpisce soprattutto Sagan, che vedo molto al di sotto dei suoi standard. Credo che il fatto di aver già annunciato l’intenzione di smettere a fine anno gli precluda molte possibilità».

Pensi che influisca mentalmente?

Sì, ho come l’impressione che abbia mollato, che non ci creda più. E quando sei tu il primo a non crederci, è difficile che i risultati arrivino. Non so neanche quale sia la sua reale condizione, mi pare sia un po’ a terra moralmente e non abbia la spinta giusta per provarci. Si accorge che in volata non può tenere testa a Philipsen, anche sui percorsi misti che una volta erano il suo forte non emerge, è un po’ alla deriva.

Nonostante gli scarsi risultati, la passione per Sagan non accenna a diminuire
Nonostante gli scarsi risultati, la passione per Sagan non accenna a diminuire
E’ uno stato che emerge in questo Tour o lo avevi notato già prima?

No, è un po’ tutta la stagione che va così. L’ultima vittoria è stata il titolo nazionale dello scorso anno, sono 12 mesi che non vince. Ogni tanto riesce a cogliere qualche piazzamento e nulla più. Per questo dico che è una questione soprattutto di testa. Ha bisogno di nuovi stimoli.

Poteva averli dal team, in quanto a supporto diverso?

E’ un discorso più personale. Io credo che ormai sia proiettato verso nuove dimensioni, non è un caso se ha detto che vorrebbe riprovare la mountain bike per tentare di andare alle Olimpiadi oppure se sia sempre molto interessato al gravel. Ha bisogno di una nuova dimensione, che in questo ciclismo su strada non trova più.

Alaphilippe è spesso in fuga e vuole centrare una tappa. La Soudal lo sta supportando?
Alaphilippe è spesso in fuga e vuole centrare una tappa. La Soudal lo sta supportando?
Veniamo ad Alaphilippe: stesso discorso?

Il francese non è sicuramente quello dello scorso anno, si vede anche quando prova a entrare nelle fughe, ma nel suo caso ci sono ragionamenti diversi da fare. Non ha dalla sua un team che lo supporta e questo mi dispiace, perché si ci è dimenticati un po’ troppo in fretta di come con i suoi titoli mondiali abbia tenuto su la squadra, di quanto sia stato importante anche come immagine. Il fatto di essere visto dai vertici del team con un po’ di sufficienza lo condiziona. Però…

Continua…

Io guardandolo bene noto che in questo Tour, pur non ottenendo risultati, sta impegnandosi e la sua condizione è in crescendo. Secondo me uscirà dal Tour con una gamba notevole e non dimentichiamo che subito dopo ci sono i mondiali…

Il francese inseguito da Van Aert, una sfida che potrebbe ripetersi al mondiale in agosto
Il francese inseguito da Van Aert, una sfida che potrebbe ripetersi al mondiale in agosto
Secondo te il francese può essere un fattore a Glasgow?

Io penso di sì, perché il percorso è abbastanza adatto al suo modo di correre. Io non lo sottovaluterei, potrebbe anche dire la sua in quel contesto, considerando che altri, quelli che stanno lottando nei quartieri alti della classifica, saranno comunque un po’ stanchi, anche mentalmente.

Il suo futuro come lo vedi?

Sarà importante per lui scegliere una giusta squadra per il 2024. Può fare ancora molto, ha solo 31 anni e tutte le qualità per emergere nelle corse a lui più adatte. Anche nel suo caso servono nuovi stimoli, ma può trovarli tranquillamente nel “suo” mondo.

Bugno nel 1998, l’ultimo suo anno chiuso con un’importante vittoria alla Vuelta
Bugno nel 1998, l’ultimo suo anno chiuso con un’importante vittoria alla Vuelta
Le loro storie hanno qualcosa che ti riporta al tuo passato?

Io ho chiuso a 34 anni, ma anche nella mia ultima stagione vinsi, il mio ultimo successo è stato una tappa alla Vuelta. So però che alla fine comincia a mancarti il morale e quando non c’è quello, tutto diventa più difficile. E’ successo anche a me. Molto però dipenderà da quel che vorranno fare, credo che le loro strade andranno diversificandosi sempre più.