Mohoric da favola. Iridato gravel con gambe e (la solita) intelligenza

08.10.2023
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PIEVE DI SOLIGO – A pochi minuti dal via della prova iridata, tutti sono d’accordo su una cosa: la corsa sarà davvero dura. Si parte dal Lago Le Bandie e si arriva a Pieve di Soligo, dopo 169 chilometri di fatiche. Il tracciato è lungo, forse troppo lungo, come sottolinea anche Francesco Moser, che lo avrebbe accorciato di qualche chilometro. In palio c’è un titolo mondiale ambitissimo. Quello gravel.

I pretendenti sono agguerriti: al via infatti ci sono Wout Van Aert, che arriva sorridente ma anche molto concentrato, non concedendo foto o autografi, Alejandro Valverde, che si prende l’applauso del pubblico a braccia alzate, e Matej Mohoric.

Pellizotti profeta

Franco Pellizotti, direttore sportivo della Bahrain-Victorious, ci aiuta ad capire cosa potrebbe succedere durante la corsa: «È un percorso bellissimo ma anche molto tecnico. Sarà importante non perdere di vista nessuno, perché ogni punto del tracciato potrebbe essere quello buono per l’attacco vincente. Inutile dire che l’attenzione sarà su Van Aert anche se, sinceramente, ultimamente non l’ho visto poi così brillante sulle salite. Rimane sicuramente molto quotato, ma anche altri, come Mohoric, potrebbero dire la loro».

Lo sloveno è molto conciso nel dire come affronterà la sua gara: semplicemente «a tutta», esclama. E indovinate com’è andata? La corsa parte, il ritmo è altissimo e in testa si forma un gruppetto di tre elementi: Matej Mohoric, Florian Vermeesch e Connor Swift. Terzetto che poi andrà a ricoprire i gradini del podio nello stesso nell’ordine. 

Non pervenuto, a sorpresa, Wout Van Aert. Sul muro di Ca’ del Poggio aveva già un distacco di oltre dieci minuti, complici anche diversi problemi meccanici e una scivolata. 

La corsa la fanno quei tre davanti: scatenati e sicuri in ogni passaggio. Il ritmo aumenta, le tattiche diventano sempre meno efficaci e la fatica quasi insostenibile. Dal terzetto si sfila prima Swift e poi Vermeesch, sotto le “trenate” dello sloveno.

Matej rimane solo al comando, senza alcun punto di riferimento e correndo qualunque rischio possibile pur di aggiudicarsi l’iridata. «Ogni tanto ci davano qualche riferimento circa il nostro vantaggio, ma non c’era da credergli», ha spiegato Mohoric.

Rischi che si concretizzano quando all’arrivo mancano appena tre chilometri: la piazza di Pieve di Soligo per un attimo sussulta. Matej è scivolato. Però riparte e si gode ugualmente il chilometro finale, che si trasforma in una lunga passerella.

Mohoric iridato

Lo sloveno non vince, trionfa. Alla sua prima corsa gravel, mette subito le cose in chiaro: «Mi sono divertito moltissimo. Il percorso era bellissimo e conoscevo molte di queste strade, in quanto ci gareggiavo da bambino. Tra i partenti c’erano molti nomi interessanti e questo rendeva la corsa ancora più elettrizzante». 

All’arrivo Matej è visibilmente divertito, abbraccia subito il suo diesse, Pellizotti, che gioisce quasi più di lui. Si ferma ogni qual volta una mano gli porge una penna per un autografo o un telefono per una foto. Dire che Mohoric si aspettasse questa vittoria non è esatto, però la desiderava tanto. Dopo il ritiro al Croazia, voleva dare il meglio di sé. 

Ma lo sloveno è così. Gentile, forte, educato, intelligente e meticoloso. Uno come lui, anche se a questo mondiale gravel non ha potuto dedicare troppo tempo, si è certamente informato bene su percorso, scelte tecniche, meteo… Ricordiamoci di come ha vinto la Sanremo lo scorso anno, con “l’invenzione” del reggisella telescopico. 

Matej chiude così il suo 2023 con un’altra vittoria, sei in tutto. E continua il suo feeling con la maglia iridata: era stato campione del mondo juniores nel 2012 e under 23 l’anno successivo, su strada ovviamente.

Iridato in locanda

E il suo meglio lo dà vivendo la corsa, più che preparandola. Lo sloveno ha infatti gareggiato senza potenziometro. Ha saputo della potenza media da Swift e Vermeesch e ammette che anche se l’avesse avuto, avrebbe creduto fosse rotto, tanto andavano forte. 

«Sapevo che tutti eravamo a tutta – aggiunge Mohoric – ma non dovevo finirmi del tutto. Ho dovuto gestire le mie energie molto bene, grazie anche al supporto della squadra. Ogni ora mi assicuravo di mangiare almeno 120 grammi di carboidrati e ai rifornimenti prendevo gel e borracce che la squadra mi passava». 

Scivolone a parte la corsa di Mohoric è stata “tranquilla”. Certo, litigata con elicottero esclusa: «In cima ad una salita ho cercato di mandare via l’elicottero perché stava alzando troppa polvere. No, non era una mosca quel gesto». 

La corsa gli è piaciuta così tanto che Mohoric ci tornerebbe: «Il mio programma su strada è molto fitto, sarebbe difficile partecipare spesso anche alle gare gravel, ma sicuramente non abbandonerò la disciplina. Poi con i panorami che abbiamo visto oggi ci tornerei anche in vacanza. Magari fermandomi a bere del buon vino e a mangiare il prosciutto di questa parte di Veneto!».

Se dunque vedrete un ragazzo in maglia iridata fermo in qualche locanda della zona, probabilmente sarà lui. 

Il Lombardia da dentro. In corsa c’era anche Elisa Longo Borghini

08.10.2023
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BERGAMO – Il Lombardia visto da dentro. Questa è stata la giornata di Elisa Longo Borghini nell’ultima Monumento della stagione. Una gara che l’ossolana della Lidl-Trek adora dichiaratamente e che ha seguito sull’auto di Stefano Allocchio, direttore delle corse targate Rcs Sport.

La stagione agonistica di Longo Borghini è finita anzi tempo per una serie di sfortunate vicissitudini fisiche. Non ha mai fatto mistero di quanto abbia sofferto chiudere prima il 2023, quindi tanto vale fare le cose che uno ama di più e, se possibile, divertirsi per guardare oltre. Elisa ha già superato questo step, anzi ha gli ultimi preparativi del matrimonio col suo Jacopo Mosca che l’attendono. E ne racconta alcuni divertenti di prima mattina a Como mentre è davanti al bus della sua squadra prima della partenza.

Così, tra una chiacchiera e l’altra, ne approfittiamo per rendere Elisa nostra inviata per sapere come un’atleta vive una gara da un altro punto di vista.

Stefano Allocchio è il direttore di corsa di Rcs Sport. Nella sua auto passano tutte le informazioni della gara
Stefano Allocchio è il direttore di corsa di Rcs Sport. Nella sua auto passano tutte le informazioni della gara

Dopo il traguardo

I mezzi dell’organizzazione scorrono sotto la linea d’arrivo di Bergamo anticipando le ultime pedalate solitarie di Pogacar. L’appuntamento con Longo Borghini ce lo abbiamo in zona palco premiazioni per il suo racconto.

«Avevo già vissuto questa esperienza nel 2016 – spiega Elisa – Rispetto al passato stavolta partiva Jacopo ed è stato particolare durante il trasferimento iniziale al chilometro zero vederlo di fianco a me. Io sull’auto del direttore di corsa, lui in bici. Anche se della gara in sé si vede poco, se non la testa, ho seguito la corsa da amante del ciclismo da una postazione privilegiata. Di mestiere faccio la professionista, amo profondamente questo sport e mi piace guardare le corse ma vederle dal vivo è tutta un’altra cosa, specie in questo modo.

«Se mi aspettavo Jacopo in fuga? – risponde – Diciamo che sapevo che, mancando Ciccone, doveva andare in fuga uno dei nostri compagni di squadra. Sapevo che ci avrebbero provato anche se poi le dinamiche di gara sono diverse e non sempre così semplici. Alla fine lui non c’era ma ci è andato in fuga Hellemose ed è stato bello vederlo tutto il giorno davanti».

Dentro l’auto

Qualcuno dice che se non si vuole vedere o sapere nulla di una gara di ciclismo, bisogna salire su un’auto in corsa. In realtà non è proprio così, però certamente si percepisce l’emozione e l’adrenalina ti fa trascorrere sei ore di gara senza quasi accorgertene.

«In macchina ci sono tantissime comunicazioni radio – prosegue Longo Borghini – tra direttore e radio corsa, staffette, cambio ruote, polizia, squadre e altri mezzi. É un continuo scambio di informazioni per avere la situazione sempre sotto controllo. Sono importantissime per tutti, e di conseguenza per i corridori».

Il Giro di Lombardia regala sempre grandi panorami, soprattutto se il clima è più estivo che autunnale
Il Giro di Lombardia regala sempre grandi panorami, soprattutto se il clima è più estivo che autunnale

«Secondo me – va avanti nella analisi – sono fondamentali alcune segnaletiche, anche laddove uno possa pensare che sono superflue. Bisogna tenere conto che negli 30/40 chilometri di gara si è sempre al gancio, può mancare un po’ di lucidità. Ad esempio le insegne luminose, accompagnate da un suono che attirano l’attenzione, penso che abbiano portato molta più sicurezza per noi corridori in curva o nei punti in cui possono esserci ostacoli sul percorso».

«Tuttavia da amante della velocità – ci dice col sorriso sulle labbra – mi è piaciuto particolarmente essere nella macchina del direttore perché deve sempre allungare rispetto corridori, quindi eravamo sempre un po’ di traverso nelle curve. Mi sono divertita in quei momenti e scusate se non vi ho fatto nessuna foto dal finestrino. Significava avere la nausea e far passare una brutta giornata a tutti».

Amore per il Lombardia

L’anno scorso quando il Giro Donne arrivò a Bergamo, Longo Borghini lo disse subito che quel traguardo profumava di Giro di Lombardia. E la versione femminile sarebbe il suo sogno. II panorami, le grandi salite e il pubblico possono stimolare il corridore a non sentire la fatica.

Il pubblico ha salutato l’ultima gara di Pinot. Ma bisogna fare attenzione a non esagerare col contatto per non far cadere l’atleta
Il pubblico ha salutato l’ultima gara di Pinot. Ma bisogna fare attenzione a non esagerare col contatto per non far cadere l’atleta

«Mi piace l’atmosfera che si respira. Di questa gara mi piace veramente tutto. Si passa in zone in cui il ciclismo è nel cuore delle persone, che sono sempre tante sulla strada. I paesaggi sono stupendi e quindi per me il Lombardia ha sempre un fascino particolare. E’ per questo che vorrei un giorno poter correre il Lombardia femminile. So che c’è la volontà per farlo ma tuttavia so che ci sono delle difficoltà logistiche che comprendo pienamente. Però ripeto, sarebbe bello poterlo correre.

«Il ciclismo è lo sport del popolo – chiude – oggi ne ho avuto l’ennesima riprova. Il pubblico del ciclismo non paga un biglietto per i propri idoli in gara. E’ il bello del ciclismo. Il pubblico non può essere contenuto però deve essere più disciplinato, questo sì».

Masciarelli e la Colpack protagonisti in Turchia

08.10.2023
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Lorenzo Masciarelli è tornato da qualche giorno dal Tour of Istanbul, che ha corso insieme alla Colpack Ballan. Il team bergamasco è stato invitato in Turchia ed ha accettato, tuffandosi nell’avventura di un ciclismo tutto da scoprire. Masciarelli e compagni hanno messo insieme tanti piazzamenti ed un’esperienza che sicuramente li ha arricchiti. 

«Abbiamo avuto questa occasione – dice Masciarelli da casa sua – e l’abbiamo colta. Ci avevano parlato bene di questa gara e così è stato. Si tratta di una corsa giovane ma davvero ben organizzata, ci siamo trovati benissimo. L’organizzazione ci ha fornito l’ammiraglia, con tanto di adesivi degli sponsor, e un pulmino a nove posti per noi ragazzi. L’hotel in cui abbiamo alloggiato era a cinque stelle, quindi con un servizio invidiabile».

Il rientro

Masciarelli sta concludendo la sua prima stagione su strada con il Team Colpack, annata che ha avuto anche dei bassi, non ultimo la pericardite che ha costretto il giovane abruzzese a fermarsi per qualche mese. 

«Appena ho avuto il via libera dai medici – racconta Masciarelli – ho chiamato la squadra per organizzare e pianificare al meglio questo finale di stagione. L’obiettivo di quest’anno era fare tanta esperienza su strada, per questo una volta avuto il permesso per correre sono tornato. Il team non mi ha messo alcuna pressione e mi ha dato la possibilità di gareggiare senza alcuna pressione. Anche in Turchia mi sono messo a disposizione dei compagni e ho fatto tanta fatica, cosa fondamentale per prendere il feeling giusto con questo nuovo ciclismo.

«Dopo la pericardite – spiega – ho ripreso con calma a fine giugno e la condizione è stata fin da subito decente. Ho avuto un piccolo calo, ma già dal Matteotti stavo bene, ho corso davanti e solo nel finale mi si è spenta la luce, ma ci stava. Già da dopo quella gara stavo bene, forse meglio di come stavo a inizio stagione».

Il ciclismo turco

Andare a correre in Paesi dove il ciclismo è in rampa di lancio permette di sperimentare e provare qualcosa di nuovo. Terre diverse e persone differenti che si affacciano a questo sport per la prima volta. 

«Sapevamo che il ciclismo in Turchia non fosse molto seguito – dice Masciarelli – ma la gente era davvero curiosa. E’ capitato più volte che in qualche negozio le persone ci fermassero per farci domande sulla gara e quello che stava accadendo. Il tifo a bordo strada era davvero tanto, soprattutto nell’ultima tappa. Ci chiedevano borracce e autografi, ci siamo divertiti molto e la fatica non è mancata».

Le tappe

In Turchia le tappe erano quattro e la Colpack si è messa in evidenza in tutte e quattro. Il maltempo ha colpito la gara, rendendola ancora più dura e selettiva. 

«Ha piovuto tre giorni su quattro – racconta Masciarelli – non pioggia leggera, ma davvero forte. Nella prima tappa Romele ed io eravamo in fuga insieme ad un’altra decina di corridori, ma ci hanno ripreso. Sono usciti dal gruppo altri tre corridori e hanno preso un grande margine che non siamo riusciti a chiudere, complice anche la pioggia. Ci sono state tante cadute, lo stesso Romele mentre inseguivamo. Invece Volpato ha bucato. Alla fine siamo rimasti io e Persico, e lui è stato bravo a buttarsi nella mischia e cogliere un sesto posto. Anche nelle altre tappe ha piovuto molto, nella seconda Romele ha colto l’occasione giusta e si è agganciato al gruppetto che è arrivato all’arrivo, arrivando secondo. 

«La vittoria – prosegue – è arrivata nella terza tappa, l’unica senza pioggia, lì siamo riusciti a ricucire sulla fuga e Persico ha premiato il nostro lavoro con un grande sprint. A livello di squadra ci siamo comportati bene durante tutta la corsa, potevamo raccogliere qualcosa in più, forse. Ma alla fine possiamo ritenrci soddisfatti».

Avversari e strada

Scorrendo fra la startlist del Tour of Instanbul si notano i nomi di alcuni team development come quello dell’Astana e Novo Nordisk. 

«Le squadre presenti – continua Masciarelli – erano forti, soprattutto le straniere. C’era un team danese della Restaurant Suri che ha vinto la corsa, i belgi del Tarteletto e qualche devo team. La differenza con le squadre orientali si sentiva, tanto che all’ultima tappa siamo partiti in 80. Tanto ha fatto il meteo, perché si vedeva che lì non piove molto, infatti le strade erano viscide e ci sono state tante cadute e forature. Il percorso risultava sempre impegnativo, con continui sali e scendi e davvero poca pianura. L’esperienza, come detto è stata davvero positiva e ci ha fatto conoscere un ciclismo diverso dal nostro, mettendoci alla prova anche lontani da casa. Sono stato contento anche di quanto ho fatto io, aiutando la squadra e i miei compagni.

«Ora la stagione – conclude – sta finendo e insieme alla squadra vedremo come organizzare l’inverno. Vorrei fare qualche gara di ciclocross, come promesso lo scorso inverno, ma dopo i problemi al cuore bisogna capire come gestire il riposo. In inverno capiremo come gestirci, probabilmente correrò verso il finale della stagione del cross, verso gennaio o febbraio».

Remco non va, Bagioli capitano: prove generali di futuro

08.10.2023
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BERGAMO – Ha completato il suo personalissimo podio negli ultimi cinque giorni. Terzo alla Bernocchi, primo al Gran Piemonte ed infine secondo al Lombardia. Non smette di ripeterlo Andrea Bagioli nel dopo corsa. Lo dice con una bella carica di soddisfazione. E non gli si può dare torto, considerando come alla fine si sia inserito tra i due attesissimi totem sloveni Pogacar e Roglic.

Il pubblico di Bergamo si gusta l’arrivo solitario del leader della UAE Emirates ed applaude la volata del valtellinese della Soudal-Quick Step, che anticipa il capitano della Jumbo-Visma e il resto dei migliori. Appena tagliato il traguardo Bagioli viene subito precettato per il cerimoniale delle premiazioni, ma si capisce subito che ha voglia di parlare. La prestazione del Lombardia è la normale conseguenza di una condizione ottimale arrivata (e concretizzata) in quest’ultima settimana. Una settimana movimentata per la sua formazione.

Caduto nella prima parte di gara, Evenepoel paga dazio quando esplode la corsa. A quel punto Bagioli diventa leader
Caduto nella prima parte di gara, Evenepoel paga dazio quando esplode la corsa. A quel punto Bagioli diventa leader

Sorpreso di se stesso

Con una gamba così talvolta sembra quasi un dispiacere dover chiudere per forza l’annata, ma Bagioli non ci vuole pensare più di tanto. Guarda a ciò che è appena diventata storia agonistica con un pizzico di sorpresa.

«Diciamo che tra Gran Piemonte e oggi (ieri per chi legge, ndr) – spiega Bagioli – il livello era molto diverso, molto più alto qui al Lombardia. Sapevo di stare bene, ma sinceramente non avrei mai pensato di tenere sul Passo di Ganda. Questa era una salita di oltre venti minuti e solitamente sono troppo lunghe per me. In quel momento mi stavo vedendo nel gruppetto con Pogacar, Roglic, Carapaz, Vlasov e i due Yates.

«E’ stato strano, era la prima volta per me essere davanti con loro, però è stata una settimana incredibile con tre piazzamenti sul podio. In ogni caso sono riuscito a passare via bene la salita e poi ho pensato alla volata quando abbiamo capito che Pogacar non si poteva più riprendere».

Nel tratto di pianura dopo il Ganda, Bagioli e gli altri si danno i cambi, ma Pogacar scappa sempre di più
Nel tratto di pianura dopo il Ganda, Bagioli e gli altri si danno i cambi, ma Pogacar scappa sempre di più

Obiettivo sprint

Pogacar contro tutti, gli ultimi 30 chilometri si sono vissuti così. Il vincitore inizia la discesa del Ganda per primo senza dare l’impressione di attaccare. Invece guadagna terreno e gli inseguitori iniziano a pensare al secondo posto.

«Forse a qualcuno – prosegue Bagioli – può sembrare che in vetta sia Pogacar che Roglic fossero in crisi ma non lo erano, Pogacar soprattutto. Proprio sullo scollinamento Tadej ha allungato di poco, aveva pochi secondi, ma noi dietro ci siamo guardati e lui ha preso vantaggio. Noi eravamo a tutta, lui invece aveva ancora qualcosa nelle gambe ed ha fatto la differenza. Complimenti a Pogacar perché tenere tutto il tratto di pianura col vento contrario significa andare veramente forte. Nel finale ho pensato solo a spingere malgrado i crampi».

Bagioli voleva arrivare allo sprint con quel gruppetto perché sapeva di essere il più veloce. «Avevo solo paura che Roglic partisse presto visto che l’arrivo era in leggera discesa e quindi poteva sorprenderci da dietro. Lo ha fatto, Vlasov l’ha seguito, io mi sono messo a ruota ed ho fatto la mia volata negli ultimi 100 metri. Comunque sono contentissimo di questo secondo posto».

Verso Bergamo Alta Andrea (col 193) tiene bene alle “menate” di Rodriguez e Vlasov
Verso Bergamo Alta Andrea (col 193) tiene bene alle “menate” di Rodriguez e Vlasov

Vice Remco

Il grande merito di Bagioli è quello di essersi fatto trovare pronto nel momento in cui la Soudal-Quick Step si è trovata in difficoltà. Se partiva con i gradi del vice capitano, allora il suo dovere lo ha fatto alla grande fino in fondo. Oltretutto è la seconda volta che un italiano del “Wolfpack” coglie la piazza d’onore al Lombardia dietro Pogacar. Dopo Masnada nel 2021, ecco Bagioli e sullo sfondo Evenepoel che alza bandiera bianca, stavolta per una caduta.

«Quando è caduto Remco ad inizio gara – racconta Andrea – io ero dietro di lui. Ho dovuto frenare e rallentare, ma non ho subito nessun problema. Tuttavia appena abbiamo cominciato il Passo Ganda Remco ci ha detto subito che non era al top, quindi mi hanno dato il via libera per fare la mia corsa. Così ho fatto e naturalmente sono contentissimo di essere rimasto davanti con i migliori».

Bagioli (secondo da destra) sfrutta la ruota di Vlasov e lo salta negli ultimi 100 metri
Bagioli (secondo da destra) sfrutta la ruota di Vlasov e lo salta negli ultimi 100 metri

Il presente

Non potevamo esimerci da una considerazione sull’affaire fusione tra Soudal e Jumbo. Si fa, non si fa, tutto è ancora incerto anche se pare che i due top team continueranno per conto proprio. Bagioli guarda a quello che sta lasciando e a ciò che verrà.

«L’atmosfera in squadra nelle ultime settimane era parecchio strana – va avanti Bagioli – nessuno sapeva realmente niente: né direttori, né corridori. E’ vero che io vado in un altro team, ma mi dispiace per loro. Abbiamo cercato di mantenere l’umore alto in hotel soprattutto in questa settimana, sia tra compagni che staff. Abbiamo solo pensato di fare il meglio possibile e penso che lo abbiamo dimostrato. Ilan (Van Wilder, ndr) ha vinto la Tre Valli, io il Gran Piemonte e poi secondo al Lombardia. Sono contento di aver contribuito in questo senso. Le ultimissime notizie dicono che la fusione non ci sarà e spero per loro che non avvenga. Per me è giusto che la squadra vada avanti da sola, anche considerando il personale che potrebbe restare a piedi».

Quanto tifo per Andrea che da queste parti ha anche corso quando era alla Colpack (foto @woutbeel)
Quanto tifo per Andrea che da queste parti ha anche corso quando era alla Colpack (foto @woutbeel)

Il futuro

Bagioli è in parte dispiaciuto di lasciare questo team, però lui stesso ha parlato di scelte. L’anno prossimo inizierà una nuova avventura con la Lidl-Trek. Lefevere, il suo team manager, lo aveva tirato in ballo dicendo che cambiando squadra avrebbe avuto la mente libera e avrebbe fatto bene.

«Può essere – dice il valtellinese – ma la mente è più libera perché si firma un contratto, non perché si cambia squadra. Con un contratto nuovo sai di essere a posto per gli anni successivi e quindi puoi correre con più forza nelle gambe. Non hai l’ossessione.

«Spero che in queste corse sia nato un nuovo me. In particolare in questi ultimi mesi sono cresciuto sia mentalmente che fisicamente. Non vedo l’ora di iniziare il prossimo anno. Vorrei fare molto bene nelle classiche delle Ardenne. Prima però farò un po’ di vacanza».

L’assolo di Bergamo: un Pogacar umano che piace anche di più

07.10.2023
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BERGAMO – Un affondo apparentemente banale, in un punto non cruciale della corsa, e Tadej Pogacar si è portato a casa il suo terzo – consecutivo – Giro di Lombardia. Lo sloveno è riuscito a trasformare in poesia quei 30 chilometri finali.

Un affondo drammatico, sul limbo dei crampi. Con il tuo connazionale, Primoz Roglic, che vuol chiudere con una vittoria il suo viaggio nella squadra che lo ha reso grande. Con quei chilometri che sembrano non passare mai e con la consapevolezza di non essere il più forte. O almeno il solito “schiacciasassi”.

Altro che classica d’autunno: il 117° Giro di Lombardia si è corso con temperature quasi estive
Altro che classica d’autunno: il 117° Giro di Lombardia si è corso con temperature quasi estive

Tattica 10

«Questa mattina Tadej non stava bene – confida il manager della UAE Emirates, Mauro Gianetti, dopo il traguardo – aveva un po’ di tosse. “Ma vedrai che che col caldo passerà”, gli dicevamo…  Non era il più brillante? E’ vero, ma ha fatto un capolavoro.

«La tattica era di fare forte quel tratto. Ha visto che Roglic era un po’ dietro e, visto che tirava da un po’, ci ha provato. Ha pensato che stando a tutta da diversi minuti avrebbe fatto fatica ad inseguirlo subito. Però quando ha avuto quel crampo abbiamo tremato».

Ecco perché dicevamo che era uno scatto banale solo in apparenza. Altroché. C’era acume tattico, una freddezza glaciale. Pogacar oggi non era il più forte. Conoscendolo, se lo fosse stato, al primo scatto sul Ganda avrebbe salutato tutti. E invece non è successo.

Rifornimento galeotto: ai -11 km Pogacar ha i crampi. Marzano lo affianca e gli passa un gel. Gianetti: «Felice di pagare la multa»
Rifornimento galeotto: ai -11 km Pogacar ha i crampi. Marzano lo affianca e gli passa un gel. Gianetti: «Felice di pagare la multa»

Pogacar l’umano

Però non ha mollato e dove non sono arrivate le gambe è arrivata la testa. Ci tornano in mente le parole di Hauptman, il direttore sportivo che meglio lo conosce: «Vedrete che Tadej si farà trovare pronto per il Lombardia». Non aveva sbagliato. 

E’ sicuramente un dato di fatto che la sua stagione dopo la caduta della Liegi abbia subito una piega diversa da quella prevista. Dopo quello stop Pogacar ha vinto, ma non ha più convinto. Al Tour de France ha salvato la piazza d’onore grazie anche alla squadra e in queste gare di avvicinamento all’ultimo Monumento non ha alzato le braccia al cielo, né “giocato” come era solito fare.

Evidentemente anche i supereroi pagano dazio in questo ciclismo al limite. Ma questo non fa altro che elevare il mito di Pogacar. Un Pogacar umano. E questo piace. Piace tanto. Il boato quando è salito sul podio di Bergamo è stato più forte persino di quello di Andrea Bagioli, che giocava in casa.

Poche volte abbiamo visto lo sloveno soffrire così. Eccolo nel bagno di folla (splendido) di Bergamo Alta
Poche volte abbiamo visto lo sloveno soffrire così. Eccolo nel bagno di folla (splendido) di Bergamo Alta

Più testa che gambe

Dopo il traguardo lo abbiamo visto insolitamente commosso. Lo sloveno ha festeggiato come mai prima. Braccia al cielo. Abbracci forti. Forse un accenno di commozione dietro agli occhialoni. Tutti elementi che ci dicono che la vittoria oggi era affatto scontata.

«Ho provato ad attaccare in salita – ha detto Pogacar – ma non sono riuscito a fare la differenza. Quando passava in testa Vlasov faticavo. Credo che oggi lui sia stato uno dei più forti in salita. Io però credevo nella vittoria di questo Lombardia, mi ero allenato bene in queste settimane.

«Sull’ultima salita, che conoscevo davvero bene, ho tirato fino in cima perché speravo che io e Alexander saremmo arrivati insieme al traguardo. Poi, all’inizio della discesa, quando gli altri erano ancora lì e ho visto che c’era un piccolo buco, mi sono buttato. Ricordavo la discesa. Di certo meglio di due anni fa quando fu un disastro!».

Pogacar racconta poi quanto sia stata dispendiosa proprio la discesa. La planata dal Ganda, che poi è Selvino, richiedeva un grande impulso vista la scarsa pendenza. Era un continuo rilanciare se si voleva fare velocità.

E infatti lo stesso Tadej ha detto: «Stavolta è stata dura finire l’attacco da così lontano. In pianura poi ho avuto i crampi. Prima un crampo a destra, poi uno a sinistra. Pensavo che fosse tutto finito, così ho calato un po’ il ritmo e la potenza. Ho cercato di essere più aerodinamico possibile, di chiudermi con le spalle. Ma ormai ero in ballo e mi sono concentrato su come salvarmi per lo strappo finale. Fortunatamente dietro non hanno collaborato al meglio. E in quel momento ci speravo».

«Alla fine, anche se doloroso, mi sono goduto gli ultimi chilometri. Questa è stata la vittoria più difficile delle tre, anche perché sono arrivato da solo. E’ stata una giornata bellissima, abbiamo anche vinto la classifica WorldTour a squadre e devo ringraziare tutti i ragazzi ancora una volta. Mi dispiace solo per Bax che si è rotto il femore. Un peccato perché stava benissimo».

Roglic senza rimpianti

Dietro non hanno collaborato al meglio. Il rivale numero uno Primoz Roglic, a cui tutti guardavano,  piomba sull’arrivo di Bergamo in terza posizione. E’ stanco ma ride. E mentre gira la bici per andare al podio dice: «No rimpianti, no rimpianti».

«Semplicemente – ha detto Primoz – non avevo le gambe, ma ho dato tutto. E’ stata una lotta molto, molto lunga. Ma quando Pogacar è scappato non potevo fare nulla. Non avevo scelta.

«Se penso a come ho iniziato la mia stagione e all’infortunio da cui venivo, non posso che essere soddisfatto di questa annata. Voglio ringraziare la mia squadra. Siamo stati uniti fino alla fine».

E anche la Jumbo-Visma ha ringraziato lui. Dal team manager Plugge ai compagni, fino al personale che lo attendeva al bus con delle pizze fumanti.

«Abbiamo lavorato al massimo per lui fino alla fine, con la massima serietà. Primoz è il nostro campione. Dopo otto anni non poteva essere diversamente», ci ha detto Ard Bierens, addetto stampa del team olandese.

Silvia Persico: argento tra la polvere e l’emozione

07.10.2023
5 min
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PIEVE DI SOLIGO – «Si sente la gara», ha esordito così il commissario tecnico della nazionale azzurra di ciclocross e gravel Daniele Pontoni, come se dentro di sé sentisse che sarebbe stato un grande mondiale.

Al Lago Le Bandie la giornata inizia molto presto: l’erba è ancora bagnata dalla rugiada della notte e fa fresco, ma nulla importa. Oggi si corre la gara dell’anno, il mondiale gravel: a prepararsi non sono solo le donne élite ma anche tutti i partenti delle altre categorie in programma in giornata tra master uomini e donne. C’è chi fa stretching, chi preferisce i rulli e chi la totale tranquillità.

Un argento che per la Persico è il modo migliore per chiudere l’anno e avvicinarsi a quello olimpico
Un argento che per la Persico è il modo migliore per chiudere l’anno e avvicinarsi a quello olimpico

Mentre le atlete si incolonnano davanti ad uno spettacolo naturale, cala il silenzio, interrotto solo dal via ufficiale. All’improvviso il parco si riempie di colori e di urla d’incitamento: sarà la strada ad eleggere la più forte, colei che sarà la campionessa del mondo.

Gli spettatori si fanno curiosi, bramosi di sapere cosa sta succedendo in gara, come sono messe le nostre azzurre, quanto manca al finale. Un’attesa che pare infinita ingannata dagli arrivi che continuano a susseguirsi sulla linea del traguardo: ogni casco che si intravede in lontananza è un sussulto.

La Niewiadoma ha chiuso con 32″ su Persico e Vollering, 1’29” sulla Kastelijn, 1’33” sulla Wiebes
La Niewiadoma ha chiuso con 32″ su Persico e Vollering, 1’29” sulla Kastelijn, 1’33” sulla Wiebes

Vittoria polacca con Niewiadoma

Al mondiale di Pieve di Soligo fa caldo, pare una bellissima giornata d’estate e l’agitazione di certo non aiuta. Per l’Italia ci sono sei tecnici all’arrivo, che non devono attendere molto per festeggiare. La prima a tagliare il traguardo è la polacca Katarzyna Niewiadoma, ma appena 37” più indietro ci sono la nostra Silvia Persico e la neerlandese Demi Vollering.

La volata per l’argento la vince l’azzurra e la piazza esplode in applausi e urla di gioia. Dopo il traguardo Silvia si abbandona in un abbraccio con il CT Daniele Pontoni che con gli occhi lucidi non dice nulla: l’impresa fatta da Silvia parla da sé.

Come lei stessa ci ha raccontato, quella del 2023 è stata una stagione molto lunga, iniziata con il cross a gennaio e conclusa oggi con l’argento mondiale nel gravel, una specialità nuova per lei che approfondirà nei prossimi mesi, non prima di aver festeggiato s’intende. Mentre si dirige verso la sala stampa, con la mano fa il segno di una croce e ci fa capire quanto è stanca: «Credo sia stata una delle gare più dure della mia vita. Gli ultimi 10 chilometri sono stati terribili, sembravano non finire mai!».

Per Niewiadoma un oro che aggiusta una stagione con ben 26 Top 10 ma senza altri squilli
Per Niewiadoma un oro che aggiusta una stagione con ben 26 Top 10 ma senza altri squilli

Persico: «Esperienza da ripetere»

Che non si tratti di una gara semplice lo si intuisce guardando il percorso: quando il gruppo ha affrontato l’iconico muro di Ca’ del Poggio, all’arrivo mancavano ancora 62 chilometri, praticamente quasi metà gara e la parte più tosta è proprio il finale, sulle Colline patrimonio Unesco, con quattro strappi impegnativi (San Viglio, Le Serre, Le Tende, Collagù).

Silvia arriva stanca e accaldata, è richiesta da amici, parenti e giornalisti e attorniata dai fotografi, ma non perde mai il sorriso. Ci racconta che il debutto nel mondo del gravel le è piaciuto, si è divertita (e si vede!) e ha raggiunto l’obiettivo.

«Vincere sarebbe stato un sogno – ammette – ma nei miei piani c’era il podio e ce l’ho fatta. Mi sono divertita davvero molto, per migliorarmi dovrei creare un calendario più incentrato sulla disciplina. Non so ancora bene quali saranno i programmi per la prossima stagione, ma so che coltiverò sicuramente la gravel. Ora penso di meritarmi una pausa, al resto ci penserò dopo».

Per Realini un’ottima gara. Protagonista fin quasi alla fine ha chiuso nona a 6’03”
Per Realini un’ottima gara. Protagonista fin quasi alla fine ha chiuso nona a 6’03”

Azzurri, fatevi spingere dal tifo…

Prima di salutarci chiacchieriamo un po’, in vista anche della prova maschile: «Devono crederci fino alla fine – aggiunge Silvia – senza farsi intimorire dal percorso davvero duro. Correre sulle strade di casa con un tifo così speciale ti dà tanta carica, bisogna farsi forza così».

Il podio è un tripudio di colori e di emozioni e in prima fila, da tifoso più grande, c’è il CT Daniele Pontoni che sorride a Silvia con uno sguardo a dir poco orgoglioso: «Ha vinto la più forte, non c’è nient’altro da dire. Sulle salite finali la Niewiadoma ha iniziato ad allungare creando un buco dietro di sé che le è valso la vittoria: Silvia Persico intanto, forte della collaborazione di Demi Vollering, ha continuato la corsa con un passo regolare, preferendo giocarsela in volata».

Le olandesi hanno provato a fare gara dura, ma ai -25 Niewiadoma ha chiuso i conti
Le olandesi hanno provato a fare gara dura, ma ai -25 Niewiadoma ha chiuso i conti

All’arrivo lo speaker parlava di un rallentamento di Silvia, come se si stesse rialzando, versione smentita da Silvia stessa: «Dire che ho rischiato di staccarmi non è corretto, le ho lasciato al massimo cinque metri, ma sono sempre stata lì». E noi, davanti a tutta questa bellezza e a quella medaglia d’argento che ha grande valore, non possiamo che emozionarci sinceramente.

Fine stagione, quando la testa fa più differenza che mai

07.10.2023
5 min
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Il coach Notari, Elena Cecchini, Giulio Ciccone… Ciascuno di loro nelle ultime interviste ha parlato dell’importanza della testa in questa fase della stagione. Hanno quasi lasciato intendere che se la “testa gira” si può fare la differenza più che in altri periodi dell’anno. Come a dire che, anche se si è stanchi ma si ha voglia, qualcosa di buono si può combinare.

Elisabetta Borgia, psicologa dello sport della Lidl-Trek e della Federciclismo, ci ha aiutato ad approfondire il discorso.

Elisabetta Borgia, in forza alla Lidl-Trek
Elisabetta Borgia, in forza alla Lidl-Trek
Dottoressa, come dicevamo, il limite fra stanchezza e freschezza mentale può fare una differenza maggiore in questo periodo. Come se fosse più determinante che in altri momenti: perché?

Più che di freschezza, io parlerei di energie mentali. Già altre volte abbiamo usato la metafora del serbatoio che ad inizio stagione è pieno. E mantenerlo pieno è una delle sfide del ciclismo, ma oserei dire dello sport moderno. Il gioco è gestire questo serbatoio tra i vari picchi, evitando di finire senza benzina.

Perché è una sfida?

Perché le stagioni sono più lunghe, lo sport è cambiato, si viaggia di più, c’è più attenzione mediatica… In questa fase della stagione chi ha gestito meglio il serbatoio, tra i momenti di massima forma e quindi di dispendio energetico e quelli di recupero in cui lo ha riempito, riesce a fare la differenza. Mi viene in mente ad esempio un’atleta della mtb che ha avuto un infortunio durante l’anno e che è appena riuscita a vincere la sua prima prova di Coppa del mondo negli Stati Uniti. E’ arrivata a fine stagione ancora motivata e brillante. Evidentemente aver dovuto saltare delle gare, aver dovuto optare per il “Piano B”, l’ha portata a risparmiare energie che le sono risultate preziose adesso. 

Alcuni preparatori ci hanno detto come la freschezza mentale agevoli l’assimilare di alcuni lavori, quindi incida anche sull’aspetto prettamente fisico della prestazione. E’ così?

Di base è molto difficile parlare di dati fisici e aspetti mentali. Noi siamo soliti dividere i due aspetti, quello mentale e quello fisico, ma questa divisione è qualcosa di nostro, una semplificazione. In realtà noi siamo un tutt’uno. E questo vale anche per voi che scrivete. Un articolo, per quanto coinvolgente possa essere, vi viene meglio quando siete freschi, motivati, felici oppure quando dovete scriverlo di notte, annoiati, stanchi e magari un po’ malati?

Marc Hirschi deve aver ben gestito le sue energie, in questa fase della stagione è tra i più attivi e sempre nella top ten
Marc Hirschi deve aver ben gestito le sue energie, in questa fase della stagione è tra i più attivi e sempre nella top ten
Risposta scontata chiaramente

La differenza è che se hai ancora energie, riuscirai ad allenarti con efficacia, a fare la vita da atleta senza sforzi esagerati, a mangiare bene senza troppa fatica. Ma se il serbatoio è vuoto, tutto è più difficile. Poi è chiaro che a fine stagione ci sia della stanchezza psicofisica, ma è normale. Se prendiamo l’esempio del solito serbatoio, è normale che la lancetta sia sulla zona arancione, quella che precede il “rosso fisso”.

Se invece è vuoto?

E’ sintomo che la gestione non sia stata ottimale, che l’atleta non sia riuscito a riconoscere quei segnali, quei campanelli d’allarme, quei “vuoti del motore’”che anticipano lo stop. Così come non va bene se è del tutto pieno. Vuol dire che durante il percorso stagionale non ha dato abbastanza, cosa che personalmente non ho mai riscontrato. Infatti, anche nel caso si sia stati fermi per infortunio o per problemi vari, la rincorsa al rientro e la riabilitazione portano a spendere delle energie nervose. Un infortunio logora.

Prima dottoressa, hai parlato anche di viaggi. Molti atleti più o meno scherzando ci hanno detto del peso di dover ripartire alla volta delle ultime gare importanti tra Cina e Giappone. Anche quello contribuisce a svuotare il serbatoio?

I viaggi sono sicuramente un elemento di stress. Io giro parecchio e amo osservare i comportamenti e gli aeroporti sono un luogo ideale in tal senso. Si vede un po’ in tutti un certo stato di ansia. Pensateci, in aeroporto devi arrivare prima, rispettare certi orari, lasciare la macchina, non dimenticare il passaporto, imbarcare i bagagli… Questi stress valgono per chi sta andando in vacanza, figuriamoci per chi deve lavorare.

I viaggi lunghi sono uno stress e se si parte già stanchi tutto si complica
I viaggi lunghi sono uno stress, specie a fine stagione. Se si parte già stanchi tutto si complica
Chiaro…

Nel caso dei corridori il viaggio di per sé è uno stress: il fuso orario, nel mezzo perdi un allenamento, sai che quando risalirai in sella non avrai ottime sensazioni. Non gli do una connotazione negativa, è oggettivo che i viaggi stagionali siano di più che in passato e a volte sono anche di lungo raggio. Ma tutto questo fa parte di quella che io chiamo “evoluzione della specie”, vale a dire lo sport che cambia.

La soluzione qual è?

La soluzione è riuscire a modulare lo sforzo durante la stagione, essere consapevoli ed osservare i propri limiti. In questo caso avere uno staff affiatato e competente attorno può fare la differenza. Poi chiaramente non si può pensare di controllare e prevedere tutto. Ci vuole anche la flessibilità di modificare i programmi in corso d’opera, quando ci si rende conto che le cose non stanno andando nella direzione auspicata. Tornando al peso dei viaggi, un conto è andare dall’altra parte del mondo avendo fatto una bella stagione e quindi partendo tranquilli. Un conto è andarci se ancora non si ha un contratto per l’anno successivo. A quel punto Cina e Giappone diventano importantissime. Ne vale il futuro di dell’atleta stesso.

La nuova Teammachine R, simbolo dell’evoluzione BMC

07.10.2023
6 min
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LAGO DI COMO – Vista al Delfinato e al Tour, la nuova BMC diventa ufficiale nel giorno de Il Lombardia 2023. Si chiama Teammachine R a tutti gli effetti un’ulteriore evoluzione della Teammachine, ancora più efficiente in termini di aerodinamica e con un design destinato a lasciare il segno.

La nuova Teammachine R (acronimo di racing) rafforza ulteriormente una collaborazione strategica fra BMC e Red Bull Advanced Technology, partnership dalla quale ha preso forma anche la Speedmachine. L’abbiamo vista e provata in anteprima, portandola in uno dei luoghi sacri del ciclismo: il Ghisallo (foto di apertura).

Teammachine R Three (foto BMC)
Teammachine R Three (foto BMC)

Tra ciclismo e Formula Uno

«Si può ancora inventare qualcosa di nuovo – commenta Stefan Christ, responsabile R&D di BMC – innovare e sviluppare, esplorare delle soluzioni che non erano state provate fino ad ora, ma per farlo è necessario spingersi oltre. Siamo riusciti ad unire la meticolosità ingegneristica della F1, questo grazie alla collaborazione con Red Bull, alla conoscenza del nostro Impec lab, in ambito ciclistico e di applicazione del carbonio sulle biciclette.

«Il risultato è straordinario – prosegue Christ – e va ben oltre i numeri delle migliaia di analisi che abbiamo condotto. La nuova Teammachine R non rappresenta esclusivamente una bicicletta, ma è anche il punto in cui la tecnologia può cambiare ed evolvere ancora. Questa bici è di fatto il secondo prodotto che nasce dalla collaborazione tra BMC e Red Bull».

Stefan Christ, con la prima Teammachine full carbon usata da Tylor Phinney
Stefan Christ, con la prima Teammachine full carbon usata da Tylor Phinney

300 pelli di carbonio

La bici nella sua totalità è ricchissima di dettagli. Il telaio è completamente in composito ed è costruito utilizzando oltre 300 pezze di carbonio (910 grammi dichiarati, con verniciatura e nella versione LTD).

Il progetto forcella prende nome di Halo, è full carbon e ha un valore alla bilancia dichiarato di 395 grammi (mentre il reggisella, con design specifico ne pesa 155 e contiene la batteria Di2). Nella parte alta, i foderi si allargano (mai vista una forma del genere, se non nella Speedmachine), con l’obiettivo di creare il minor contrasto possibile con lo spazio frontale. E’ ottimizzata per pneumatici da 25/28 millimetri, ma ci stanno gomme fino a 30 di sezione. Questo fattore collima con le sezioni frontali ridotte degli steli che, se osservati frontalmente, sembrano triangolari. Ma sono tutti i profilati a portare in dote un nuovo sviluppo legato a forme, volumi e applicazione della fibra composita.

Ne sono un esempio la scatola del movimento centrale (che adotta il nome di Mariana, per via del suo disegno che scarica in modo importante verso i foderi del carro), il piantone e l’orizzontale, elementi che agevolano lo scorrimento dell’aria verso il retro e considerano il binomio bici/atleta.

L’abbondante scatola del movimento centrale
L’abbondante scatola del movimento centrale

Manubrio con molto flare

Dalla Teammachine SLR 01 sono stati mutuati i portaborraccia integrati Aerocore e anche il manubrio integrato ICS con flare di 12,5° (largo 36 centimetri nella parte superiore dei manettini, 42 al limite inferiore della curva).

Il forcellino del cambio si nasconde nel telaio e anche le sedi filettate dei perni passanti sono completamente nascoste. La nuova BMC Teammachine R, a parità di allestimento e condizioni è più veloce del 3,5 per cento se comparata con la Teammachine SLR.

Allestimenti e prezzi

La Teammachine R è disponibile in cinque allestimenti diversi, ai quali si aggiunge un frame-kit (5.999 euro). La 01 LTD porta in dote la trasmissione Sram Red eTap AXS, con un prezzo di listino di 14.999 euro (con questo allestimento il delta del peso, per tutte le taglie è compreso tra i 6,85 e 7,3 chilogrammi). La 01 TWO è quella con la trasmissione Dura Ace ed un prezzo di listino di 13.999 euro. Ci sono poi le 01 Three e Four, rispettivamente con il Force eTap AXS e Ultegra Di2 a 9.499 e 8.999 euro.

Sono 6 le taglie (47, 51 e 54, 56, 58 e 61) a disposizione e tutte mostrano un valore dell’interasse molto ridotto. Solo le due più grandi, la 58 e la 61, hanno un passo totale di pochi millimetri sopra il metro di lunghezza.

Le prime impressioni

Circa 60 chilometri e poco più di due ore con 650 metri di dislivello positivo, come un “aperitivo”, perché per descrivere ed argomentare una bici, a nostro parere ci vuole più tempo, anche se la stessa bicicletta offre un feeling immediato. E’ più rigida e sicuramente più aerodinamica rispetto alla versione SLR della Teamachine “tradizionale”.

La rigidità si sente principalmente nella zona centrale e sull’avantreno, con un’agilità e una rapidità di cambiare direzione non comune per una bici aero. Questi due aspetti si percepiscono di pari passo alla stabilità e alla capacità della bicicletta di aumentare la velocità in un amen, il tutto considerando delle ruote da 62 millimetri. E’ da considerare anche in ottica della salita, visto che le ruote da 62 non sono così usuali e la nuova Teammachine R, nonostante è da categorizzare come bici da agonista vero e proprio, offre un feeling immediato.

BMC-Switzerland

Un mondiale gravel illuminato da tante stelle. Si parte oggi

07.10.2023
5 min
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PIEVE DI SOLIGO – Le ore che mancano all’inizio del secondo campionato del mondo gravel sono sempre meno. Ieri le strade di questo paesino si sono colorate delle maglie dei vari corridori che da oggi si daranno battaglia per la maglia iridata. Tanta polvere, tanti sorrisi ed altrettante salite aspettano i più di 1.000 iscritti tra master ed elite

Il primo ottobre Lorena Wiebes (al centro) ha conquistato l’europeo gravel. Terza Cecchini (foto UEC)
Il primo ottobre Lorena Wiebes (al centro) ha conquistato l’europeo gravel. Terza Cecchini (foto UEC)

La maglia della Wiebes

Si comincerà alle 10,30 con la prova femminile, che prenderà il via dalle Bandie. Le sfidanti sono numerose ed il parterre è di alta qualità, con la campionessa europea gravel, Lorena Wiebes, a guidare il gruppo con il suo nuovo simbolo del primato. 

«Mi sono organizzata – spiega la neo campionessa europea di specialità – per lasciare spazio a queste corse nel mio calendario stagionale. Sono partita dalle qualificazioni e devo dire che è una disciplina che mi piace molto. Ho usato per qualche volta in allenamento la bici da gravel ed è stato diverso, più divertente. Arrivo dalla strada e sono due modi di correre diversi. In corsa mi aspetto una partenza al massimo, saremo tante e non ci sarà spazio per tutte, quindi la lotta sarà serrata. Il finale di gara, invece, sarà molto selettivo con tante salite a fare da giudice».

Demi Vollering e compagne durante la ricognizione sul percorso del mondiale gravel
Demi Vollering e compagne durante la ricognizione sul percorso del mondiale gravel

Vollering guida la caccia 

Lorena Wiebes non è la sola atleta che dalla strada è passata in prestito al mondo del gravel. Infatti oggi al via c’era anche Demi Vollering, un nome che nel campo femminile attira sempre tante attenzioni. L’olandese della SD Worx, vincitrice del Tour de France Femmes, arriva con tante aspettative. Il suo palmares su strada, nel 2023, conta: Strade Bianche, Liegi-Bastogne-Liegi, Freccia Vallone e Amstel Gold Race. Vollering ha fatto anche incetta di corse a tappe, oltre alla Grande Boucle femminile ha vinto la Vuelta a Burgos e Tour de Romandie

«Penso che sia il finale perfetto di stagione – dice in sala stampa – era il 2019 quando ho preso in mano per la prima volta una bici gravel. La uso per allenarmi in alcune situazione e anche per fare qualche viaggio. Anche io mi aspetto una gara tosta, ma sono qui anche per godermi un modo diverso di correre».

Come detto la starting tlist femminile è ricca di tante atlete interessanti, su tutte Kasia Niewiadoma. Un mondiale gravel che si apre, come giusto che sia, anche alle esperte del fuoristrada, come Emma Norsgaard, Ashleig Moolman-Pasio e la campionessa austriaca gravel Sabine Sommer. Tra le italiane spiccano il nome di Persico e Realini: ragazze cresciute nel ciclocross, che ora sperimentano questa nuova disciplina. 

Gianni Vermeersche
Gianni Vermeersch rimetterà in palio la maglia di campione del mondo, conquistata nel 2022 sempre in Veneto

Il titolo di Vermeersch

Il belga Gianni Vermeersch metterà in palio domani la maglia iridata, conquistata un anno fa sempre in Veneto. I pretendenti sono tanti, su tutti il nome del gigante della Jumbo-Visma Wout Van Aert (foto di apertura Houffa Gravel): tre volte campione del mondo nel ciclocross.

«Il gravel, di fatto, lo pratico sin da piccolo – racconta Van Aert – quando con la mia bicicletta da ciclocross facevo uscite di lunghi chilometraggi. Ho cominciato però ad apprezzarlo nell’anno del Covid, mi ha permesso di fare percorsi e strade nuove in allenamento e ho seguito con curiosità la sua rapida ascesa. Quest’anno cercavo un bell’obiettivo per il finale di stagione e il Mondiale Gravel UCI mi è sembrato quello più interessante, così ho chiesto alla squadra il permesso di correrlo». 

Il belga alla sua prima apparizione nel gravel ha stracciato la concorrenza, ma domenica dovrà far ben più attenzione. 

Pro’, ex pro’ e specialisti

Non mancheranno i nomi di spicco nemmeno nella gara maschile riservata agli elite. Fin da inizio 2023 quella di Alejandro Valverde era una presenza quasi certa. L’embatido ha salutato il mondo dei professionisti al termine della scorsa stagione e si è lanciato nel gravel con la stessa fame di vincere. Oltre allo spagnolo ci saranno tanti ex professionisti, come Niki Terpstra, vincitore di una Parigi-Roubaix e un Giro delle Fiandre. Senza tralasciare il padrone di casa Sacha Modolo, o altri nomi di spicco del calibro di Nicholas Roche e Laurens Ten Dam. 

Tra i protagonisti della stagione su strada che si cimenteranno in questo secondo mondiale gravel c’è Matej Mohoric. Dopo una stagione che gli ha regalato anche una vittoria di tappa al Tour de France, lo sloveno si metterà alla prova fuoristrada. 

«Questo mondiale – dice Mohoric – era un mio obiettivo fin dall’inizio della stagione. E’ il modo migliore per finire il 2023, non sento alcuna pressione per performance o risultati. Il percorso disegnato è davvero bello e tecnico, ha tratti simili a quelli che si possono trovare su strada, ma anche sezioni impegnative. Chi è abituato a gareggiare in queste corse potrebbe essere avvantaggiato, anche se non credo che Wout (Van Aert, ndr) avrà tante difficoltà a staccare tutti (ride, ndr). Torno a correre in una regione che mi ha dato tanto fin da quando ero junior e ne sono super felice, perché mi tornano alla mente molti ricordi».

La giusta dose di esperienza in conferenza stampa, la porta Mattia De Marchi che tra polvere e strade bianche ha tanto da dire

«Pedalo tutti i giorni su queste strade – spiega – conosco il territorio a menadito. Ho tanti amici che praticano il gravel e tutti sono rimasti piacevolmente sorpresi dal percorso. In questa specialità conta la forza, ma anche tanto il saper reagire alle sfortune, ci sono molte zone “nere” dove un guasto può compromettere l’intera corsa. Il gravel non è una corsa di tattica, ma un all-in».