Ravasi alla Eolo-Kometa, una storia di Varese

19.11.2020
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Edward Ravasi, professione scalatore, si accinge a passare alla Eolo-Kometa. Una scelta a quanto pare dettata anche dal cuore, visto che Ivan Basso e la stessa Eolo sono di Varese come lui.

«Quando a fine estate è uscita la news di questa nuova squadra – racconta Ravasi – il mio pensiero è andato subito lì. Lo vedevo come un vanto del ciclismo varesino. Con il mio procuratore, Manuel Quinziato, abbiamo cercato anche altre soluzioni, tra cui una conferma alla UAE, ma quando poi si è fatto avanti Ivan ho scelto in un attimo».

In Valtellina con gli amici
In Valtellina con gli amici

Tra Zoom e zaino

La nuova squadra si sarebbe dovuta vedere per un breve ritiro proprio in Italia, ma la Lombardia è tornata zona rossa e quindi l’incontro sarà solo online, su Zoom.

«Servirà per conoscerci. Il primo raduno avverrà in Spagna a dicembre. Faremo una “bolla” e potremmo allenarci. Da quello che so il calendario sarà molto europeo. Partiremo dalle corse spagnole e poi tanta Italia e tanta Francia».

Ravasi ha un tono squillante. Ha appeno ripreso la preparazione (lo pizzichiamo che sta giusto per uscire e fare 4 ore). La sua ultima corsa è stata la Liegi, poi però non si è fermato subito in quanto sembrava dovesse fare la Vuelta ma all’ultimo è stato tagliato fuori. A quel punto ha preso lo zaino e con alcuni amici se ne è andato in montagna, tra le baite della Valtellina a godersi la natura e a rigenerare la testa.

Alti e bassi

Tra i dilettanti Edward era un pezzo grosso: successi importanti e il secondo posto al Tour de l’Avenir dietro a David Gaudu. Poi qualcosa non ha funzionato tra pro’.

«Mi aspettavo di più, ma non sempre tutto s’incastra nel modo giusto. Qualche contrattempo, qualche errore mio, la frattura del femore… Quest’anno poi non c’è stato tutto questo tempo per mettersi in mostra, anche perché mi hanno fatto fare tante corse di un giorno che non sono la mia specialità. Almeno ho avuto sensazioni buone, in salita sono tornato ai miei valori». 

Dopo qualche esperienza da stagista nella Lampre è passato alla UAE
Stagista nella Lampre, nel 2017 è passato alla UAE

«Nel 2018 ero davvero ad un buon livello. Avevo fatto un bel Delfinato e una buona Vuelta al fianco di Fabio Aru, quindi mi aspettavo il salto di qualità per il 2019. Durante quell’inverno ho lavorato, troppo, sui i miei punti deboli. Ho fatto molta pianura e molta velocità. Ho messo su chili (muscoli), ma il risultato è stato solo che non andavo più in salita. Nella prima metà della stagione ho fatica e basta e ad agosto mi sono rotto il femore».

Ravasi e i suoi “fratelli”

Edward è arrivato alla UAE nel 2017 con Filippo Ganna, Simone Consonni e Oliviero Troia, chi prima e chi dopo però sono tutti andati via (Troia è in scadenza). Perché?

«Quando io Ganna, Consonni… siamo arrivati alla UAE avevamo personalità forti. Tu magari in quel momento ti senti forte e in forma e pensi di fare una gara, ma la squadra vede in te un altro fine. Nascono situazioni che da entrambe le parti non si accettano al meglio. A lavorare per i capitani nelle corse dure mi sono trovato bene, è un buon ruolo per me. Se un corridore delle mie caratteristiche non fa gare dure fa fatica, perché io alla distanza esco. Ho un buon recupero. Oggi trovare spazio alla UAE è difficile, ma fa parte del gioco, poi sta a me dimostrare di andare forte. Un’esclusione ti dà fastidio, ma è anche una motivazione. Io ho fatto i miei errori, però ho sempre dato il massimo. Magari adesso alla Eolo-Kometa potrò avere i miei spazi».

Ravasi (a destra) e Ganna (a sinistra) nel 2017
Ravasi (a destra) e Ganna (a sinistra) nel 2017

Il bello e il brutto

«Alla fine – conclude Ravasi – di questi quattro anni sono contento, se non altro sono cresciuto e maturato.

«Un momento bello da quando sono pro’? Ne dico due. Il Giro d’Italia al primo anno. Neanche dovevo farlo, poi a tre giorni dal via mi ritrovo a fare la valigia. Non avevo fatto la preparazione giusta, ma fu bellissimo. E poi due anni fa in quel Delfinato. Sai, lì si fa fortissimo (i corridori cercano la convocazione per il Tour, ndr) e ogni volta che c’era la salita io andavo in fuga. Un giorno che non ci sono andato sono comunque rimasto coi migliori.

«Il più brutto, un po’ tutto il 2019. Mi ammalavo spesso, non sapevo perché, avevo dei problemi familiari. Le cose andavano male da una parte e dall’altra, tanto che quando mi sono rotto il femore quasi quasi ero contento. Avevo bisogno di resettare la testa».

Vincere o far vincere. E’ il Conti-pensiero

15.11.2020
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«E’ stata una stagione strana in generale. Abbiamo passato tantissimo tempo sui rulli e non si è mai fatta una vera base per essere costanti tutto l’anno». Valerio Conti appare ancora frastornato dall’annata più folle del millennio, tuttavia il corridore della UAE fa una disamina più che interessante.

L’abbraccio tra Conti e Ulissi a Monselice
L’abbraccio tra Conti e Ulissi a Monselice

L’altalena

«Io, come molti altri, sono partito forte, poi ho avuto un calo, poi ancora forte… E’ stata un’altalena anche mentale. Tutto in poco tempo: non mi è piaciuto».

Ciò nonostante il laziale guarda il bicchiere mezzo pieno. E ammette che questo anno gli è servito molto per crescere. Era partito bene, vincendo il Trofeo Matteotti.

«E anche al Giro andavo forte. Poi dopo la prima settimana ho sempre avuto un po’ di febbre. Ho anche avuto paura di aver preso il covid, ma non era così. Per farla breve dopo 6 giorni ero già morto. Mi sono ammalato nella tappa di Camigliatello Silano e da lì è andata sempre peggio. Non ho più recuperato».

Regista in squadra

Valerio è uno di quei corridori che spesso lavora dietro le quinte, ma che invece è presente. Per i suoi compagni è un riferimento, sia in corsa che fuori.

«Io sono una persona positiva e spesso stempero la tensione in squadra, tendo a fare gruppo. La sera prima della sua seconda vittoria, Ulissi era molto teso. Il giorno dopo in corsa lo guardo e lo vedo ancora sulle sue. Allora lo affianco e gli dico: sei qua, fai la tua corsa e come va, va. Non stare a pensare agli altri. Dopo pochi chilometri Diego mi fa: qui la fuga ha troppo vantaggio, cinque minuti. E ha mandato Bjerg a tirare. Lui tende a fare parecchio di testa sua, però di me si fida».

Sarebbe bello arrivare a vincere la classifica Uci per i team con la UAE.

Valerio Conti

E la zampata, non solo psicologica di Conti, c’è stata anche nella prima tappa in linea del Giro, quella con arrivo ad Agrigento. In quell’occasione Valerio ha suggerito un assist che Ulissi proprio non poteva mancare, con tutte le debite proporzioni tra il calciatore che deve appoggiare la palla a porta vuota e il ciclista che deve lottare con altri cento avversari. Quel giorno l’azione del romano non è passata inosservata. 

«Su quell’arrivo tutti erano freschi e riuscire a fare una cosa del genere come abbiamo fatto non è stato facile. Magari in tv non si vedeva, ma il ritmo era altissimo e già solo per prendere la salita in testa c’era stata una lotta tremenda. Senza considerare il ritmo imposto nel finale per non restare chiusi e portare fuori Ulissi».

Conti in testa al gruppo, con la sua UAE
Conti in testa al gruppo, con la sua UAE

Vincere o far vincere

Valerio ha un contratto anche per il 2021 con la UAE. Lui è conscio del suo ruolo. Ulissi, Pogacar, Oliveira… C’è la consapevolezza che la squadra sta diventando una vera corazzata per essere in prima linea su tutti i terreni.

«Potrò essere vicino a Pogacar e Ulissi e avrò anche le mie opportunità in qualche corsa minore, ma certo se ci sono loro ad un Giro, un Tour, una Liegi… ci dobbiamo mettere a disposizione. Io posso aiutare. Tanto parliamoci chiaro, nel ciclismo di oggi conta chi vince e chi fa vincere. Chi fa sesto, undicesimo… sì, è andato fortissimo, ha fatto un buon risultato, ma alla fine cosa gli cambia? Chi si ricorda di lui? Io credo che la UAE stia lavorando bene, l’arrivo di Majka è un bel rinforzo. E’ quel Sepp Kuss che mancava, l’ultimo uomo per la salita.

«Già ripetere quel che abbiamo fatto quest’anno non sarebbe male – conclude Conti – ma sarebbe bello arrivare a vincere la classifica Uci per i team. Ed ho io la percezione che stiamo costruendo una corazzata per farlo!».

Matteo Trentin rulli lockdown 2020, Gianni, Jacopo

Sui rulli con Matteo, bevendo acqua e sali

11.11.2020
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La sveglia in casa di Matteo Trentin suona fra le 7,30 e le 8. Questo articolo è la prosecuzione ideale del precedente: per avere un quadro di insieme, vi conviene andare a leggerlo.

Matteo dunque scende dal letto e si dedica allo stretching. Poi, prima di uscire, avendo raccontato che al massimo per le 9 vuole essere in bici, si sposta in cucina per la colazione. Il neo acquisto della Uae Team Emirates non cucina né sembra avere voglia di farlo.

Colazione?

Dipende dall’allenamento. Se devo uscire a digiuno, un caffè. Altrimenti un uovo, cereali, un po’ di latte. Quando i bar erano aperti, a casa prendevo un thè verde. Adesso che i bar sono chiusi, perché la Liguria è diventata arancione, il caffè lo prendo a casa. E forse questo mi aiuterà a prenderne di meno. Sono arrivato anche a 10 al giorno e non è detto che faccia proprio bene.

Cosa metti in tasca quando parti da casa?

Un paio di barrette al muesli, una o due banane, oppure dei paninetti o crostatine. Una volta bastavano i 10 euro della salvezza, adesso neanche più quello…

Matteo Trentin, Claudia Morandini, Gianni, Jacopo
Dopo il lockdown, la voglia di stare all’aria aperto in famiglia
Matteo Trentin, Claudia Morandini, Gianni, Jacopo
Dopo il lockdown tutti all’aria aperta
Per il Covid?

Esatto, non puoi fermarti. Nella borraccia invece metto solo acqua. I sali li ho usati solo quando siamo stati per due messi attaccati ai rulli. Sudavo come una bestia (nella foto di apertura è con i figli Gianni e Jacopo, proprio sui rulli).

Rientri dalla bici e come pranzi?

Dipende dall’orario. Se faccio distanza e arrivo alle 16,30, sto leggero e aspetto cena per mangiare bene. Quindi prendo una piadina con pomodoro e prosciutto, un po’ di formaggio, oppure una bistecca o un trancio di pesce.

E a cena?

Pasta, se ho fatto distanza. Un bel piatto di pasta, visto che a Claudia piace cucinare.

In questo periodo in teoria anche Matteo deve anche perdere qualche chiletto?

Ho trovato il mio equilibrio, per fortuna. Ma anche per dimagrire serve un certo sistema. Mangi di più se fai distanza, perché il sacco vuoto non sta in piedi. Per il resto prediligi verdura o frutta. Certo non posso sfondarmi di carbonara…

Non ti piace?

E’ buonissima! E nel ciclismo mi tocca anche combattere per spiegare che non si usa la pancetta, ma il guanciale. E che non si mette la panna. Corridori! Non sanno le cose e pretendono di dirti come si fa. Comunque ieri a casa abbiamo mangiato la pasta al nero di seppia con calamari e pomodorini. A me è toccato scegliere il vino bianco. Di sicuro evitiamo la pasta in bianco.

FIlippo Ganna, Rohan Dennis, Sestriere, Giro d'Italia 2020
Nei Giri conta quello che mangi dopo la tappa: qui Ganna a Sestriere
FIlippo Ganna, Rohan Dennis, Sestriere, Giro d'Italia 2020
Nei Giri conta mangiare dopo la tappa: qui Ganna e la Ineos
Neanche più alle corse?

Abolita. Finché la mangi, la digerisci, la assimili e quella si trasforma in glicogeno, sei già sul bus verso l’hotel. Qualcuno che fa colazione prestissimo se la ritrova in finale, ma si può sostituire benissimo con un bel carbo-loading, che si può anche dire carico di carboidrati, visto che siamo italiani. Si comincia da due giorni prima e le scorte ci sono.

E nei Giri?

Nei Giri fai carico tutti i giorni. Ma in quel caso è più importante quello che mangi sul pullman dopo la corsa. Se pretendi di integrare tutto a cena, ti gonfi, non digerisci e dormi male. Nei Giri dopo un po’ non mangi perché hai fame, mangi perché devi tenere il motore in ordine.

Vino a tavola?

A volte, dipende dai giorni. Se non ti sfondi come se non ci fosse un domani, i piaceri della vita vanno coltivati, sennò salti di testa.

Matteo Trentin, campionati italiani 2020

Trentin, triplette e la domenica libera

11.11.2020
4 min
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Andare al parco con Jacopo è un bell’impegno, per questo a volte Trentin si distrae dal discorso. Il bimbo è vivace almeno quanto il padre, per cui una volta c’è da pregarlo che non lecchi lo scivolo e un’altra da consolarlo perché il gattino con cui giocherellava l’ha graffiato. Matteo è ancora in fase di recupero, ma avendo ricevuto la nuova Colnago, non esclude di usarla venerdì per una prova generale, prima di ripartire sul serio da lunedì. E noi di questo vogliamo che parli. Di come si allena, mangia e recupera. Per capire cosa ci sia dietro le scene di corsa e magari leggere in modo meno frettoloso alcune situazioni.

Matteo Trentin ciclocross
Trentin ha corso regolarmente nel ciclocross fino al passaggio nel 2011
Matteo Trentin ciclocross
Azzurro nel cross nelle categorie giovanili
Prima cosa, è cambiato molto per l’allenamento spostandoti dalla Valsugana a Monaco?

Sono cambiati il terreno e la temperatura. Qui è un po’ più caldo, ma non c’è poi tanta pianura. Ogni ambiente nuovo ha bisogno di adattamento, per cui i primi tempi li ho passati cercando strade e giri da fare.

E’ cambiata tanto la preparazione da quando sei professionista?

A grandi linee ho fatto sempre le stesse cose, però ogni anno si lavora sempre più in modo specifico. Bisogna andare meglio in salita, perché i percorsi sono più duri e ormai non trovi quasi più dislivelli inferiori ai 3.000 metri. I misuratori di potenza rendono più semplici alcune cose, ma allenarsi non è affatto più semplice. Se hai capito come fare, fai anche meno chilometri. Ma se hai un calendario fitto di gare, allora la preparazione non può essere mai precisa.

Manca continuità?

Certo. Non a caso quelli che vanno forte, ogni tanto spariscono. Si prendono il giusto tempo per lavorare. Prendi Roglic, uno che corre sempre tanto. Dopo il Tour ha corso il mondiale, quindi ha vinto la Liegi, è tornato ad allenarsi e poi è andato alla Vuelta. Se non fai così, non riesci a prepararti bene.

Come funziona la tua settimana di allenamento?

Non guardo i giorni, mi cambia poco che sia lunedì o martedì. La sola cosa che cerco di fare è di tenermi libero la domenica, ma so già che una ogni due settimane potrebbe toccarmi. Faccio blocchi di tre giorni e poi uno di riposo. A volte il secondo blocco può essere di due giorni, dipende dal lavoro che faccio. Di solito gestisco da me. Mi consulto, ma mi piace anche esplorare.

A che ora ti svegli?

Dipende. Con i bimbi a scuola, alle 7,30. Con i bimbi a casa, alle 8. Faccio in modo di essere in bici per le 9, così che non mi prenda tutta la giornata e possa tornare per stare il pomeriggio coi bimbi.

Tripletta, dunque: come funziona?

A ritroso. L’ultimo giorno è sempre il più lungo, se devo lavorare sul fondo a meno intensità. Il secondo giorno ci metto lavori di brillantezza di 20-30 minuti. Il primo giorno, che sono più fresco, faccio volate e lavori brevi di 5 minuti.

Le triplette compongono uno schema più ampio?

Esatto, tre blocchi che si ripetono. Due settimane di forza. Due settimane di capacità lattacida. Due settimane in cui unisco le due cose. Si parla di un mese e mezzo, quello che ho davanti adesso. In una stagione come l’ultima era quasi impossibile e non potevi sbagliare niente. Infatti si sono viste le differenze. C’è chi ha sbagliato tutto. Chi come me stava nel mezzo. E chi ci ha preso in pieno.

Quante distanze fai?

In base alla corsa che preparo e alle sensazioni. In due settimane può capitare che faccia per quattro volte uscite di 7 ore. Anche se le distanze…

Matteo Trentin, Freccia del Brabante 2020
Terzo alla Gand-Wevelgem, battuto da Pedersen e Senechal
Matteo Trentin, Freccia del Brabante 2020
Terzo alla Gand-Wevlgem
Cosa?

Una volta che hai acquisito il fondo, conta molto lavorare sull’anaerobico, che si fa meglio in corsa che a casa. E’ la lezione di chi arriva da cross e mountain bike. Ormai funziona che a un’ora e mezza dall’arrivo si accelera in modo violentissimo e loro hanno quella capacità enorme di andare fuori giri.

E allora perché hai mollato il cross?

Prima di tutto, perché non ero così forte a livello internazionale da convincere le mie squadre a incoraggiarmi. Poi perché non ho tempo e qui nel Sud della Francia non se ne fa. Continuo a farne un po’, l’anno scorso sono arrivato terzo a Scorzè. Ma scherzi a parte, ho cercato il modo di compensare quella preparazione e l’anno scorso ad esempio ero arrivato a quel tipo di gamba e si è visto da come andavo in salita. E comunque se fai tutto l’anno su strada, d’inverno devi recuperare. Fra un po’ se ne accorgeranno i due fenomeni del momento…

Quale il lavoro che ti piace di meno?

Il medio, quei 25-30 minuti sempre allo stesso ritmo.

Quale ti piace di più?

I lavori brevi e vivaci di 7-8 minuti. Un momento, aspetta… Mi piacciono quando sto bene, altrimenti a inizio stagione sembro un pesce palla, come appena uscito dal letto di un ricovero per anziani.

Vai in palestra?

Ci andavo quando erano aperte e anche questo fa la differenza. Vado due volte a settimana per i lavori di forza. A casa non ho spazio e poi preferisco lavorare nel modo giusto, con lo stimolo di fare bene. E’ capitato anche che andassi prima a fare le volate, poi in palestra a fare forza e poi continuassi in bici per velocizzare.

E lo stretching?

Leggero, tutte le mattine

E la sera a letto a che ora?

Alle 22,30 massimo le 23. Se facciamo assembramenti anche a mezzanotte. Ma con due bambini, anche il dopo cena è un bel momento per recuperare.

Adesso allora parliamo di alimentazione…

Guarda per quello servirebbe un altro articolo.

E che problema c’è. Ci spostiamo nell’altra stanza

Diego Ulissi, Arianna Bindi, Anna e Lia, Lugano

Ulissi, dalla paura una stagione coi fiocchi

09.11.2020
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C’è una vasta letteratura goliardica su cosa faccia un corridore giunto a casa dopo il Giro d’Italia, ma questa volta Diego Ulissi ha subito messo giù la valigia e si è rifugiato nell’abbraccio delle sue donne. Arianna e le due bimbe. Troppo bislacca e dura la sua stagione per perdersi quel calore, troppo grande la voglia di staccare la spina. Il livornese di Lugano è uno dei corridori della Uae Emirates che a febbraio rimase bloccato nella quarantena di Abu Dhabi e perse per questo la nascita di Anna, la secondogenita. E forse rileggendo la stagione alla luce di quella violenza inattesa, si capisce perché fare il corridore sia certamente un privilegio sotto certi punti di vista, ma la vita del professionista non sia sempre rose e fiori

Diego Ulissi, quarantena, Abu Dhabi, 2020
I 20 giorni bloccato ad Abu Dhabi sono stati un periodo davvero duro (foto Instagram)
Diego Ulissi, quarantena, Abu Dhabi, 2020
La quarantena ad Abu Dhabi è stata molto dura (foto Instagram)
Dov’è la bici, Diego?

In garage, sola soletta. Dopo il Giro non l’ho più presa. Sono stati mesi intensi. Alla fine è stato fatto un miracolo, portando a casa i grandi Giri e le classiche più importanti. E’ saltata solo la Roubaix. Hanno fatto un bellissimo lavoro. Ma di fatto siamo sempre stati in giro.

Tornavi a casa ogni tanto?

Ma proprio ogni tanto. C’erano le gare una dietro l’altra. Stavo un giorno e poi ripartivo, anche perché si doveva arrivare alle corse con 2-3 giorni di anticipo, per fare i tamponi.

Quindi alla fine è bello essere tornati a casa?

E’ stato bello ripartire ad agosto, è altrettanto bello ora riposare e godersi la famiglia. Girando così per l’Europa, la paura c’era. L’idea di portare il virus in casa. Mi sentivo in sicurezza, ma è una cosa che non si può prevedere. Abbiamo vissuto un insieme di stress.

Come stanno le piccole Ulissi?

Bene, grazie! La grande ora è a scuola, Anna si fa sentire. Lia l’ha accolta bene, ma ogni tanto le viene qualche botta di gelosia. Per cui dobbiamo essere bravi noi a bilanciare tutto. E’ come se ti arriva in squadra uno giovane, tutti seguono lui e a te viene il dubbio di non contare più nulla…

Una bella stagione la tua.

Ero già partito bene prima. Poi sono venuti quei tre mesi di sosta, tutti da gestire. Poi un sacco di piazzamenti sul podio e alla fine per fortuna la vittoria in Lussemburgo mi ha permesso di lavorare sereno per il Giro. Picchia e mena, picchia e mena, la vittoria doveva arrivare, perché andavo veramente forte.

Agrigento, si volta, Sagan è alle spalle. Tappa vinta alla grande
Agrigento, Sagan battuto: grande vittoria
Come è stato il lockdown in casa Ulissi?

Venti giorni fermo negli Emirati, facendo ben poco. Poi sono tornato a casa e uscivo volentieri per non prendere peso e anche perché avevo bisogno di respirare la libertà. E’ stato un periodo particolare che non dimenticherò mai. C’era paura. Il covid era solo all’inizio e non si sapeva nulla.

Due tappe vinte al Giro, Agrigento e Monselice, quale ti è piaciuta di più?

La prima. Stai bene e lo sai, ma finché non lo dimostri… Quel giorno abbiamo fatto tutto quello che si era detto sul bus. E poi battere un corridore come Sagan non capita sempre. Ho grande rispetto per Peter, è un campione e una brava persona. Sa rendere merito ai rivali e non penso che quel giorno abbia fatto lui un errore. Semplicemente Conti ed io abbiamo reso duro un finale che tanto duro non era.

Che rapporto c’è fra Ulissi e Valerio?

Di base, una bellissima amicizia. Ci conosciamo da tanto ed è bello per questo riuscire a mettere in atto assieme le tattiche.

Si è parlato tanto dei giovani del Giro, ma anche tu sei stato un giovane prodigio, con due mondiali juniores vinti. Cosa è cambiato?

Il mondo. Quando sono passato 11 anni fa, era la squadra in primis a tenerti tranquillo. Il primo anno feci solo corse piccole e nessuna grande corsa a tappe. Il secondo anno feci il Giro, ma gestivano i giorni di gara col contagocce. E anche noi fisicamente sentivamo il passaggio, faticavamo molto. Ora invece arrivano pronti e le squadre li buttano subito nelle mischie più importanti.

Come mai?

Forse perché vengono dalle continental. Forse perché da junior sono già dei piccoli pro’ che lavorano in modo scientifico e curano l’alimentazione. E’ tutto un insieme di cose.

Ulissi si sente vecchio come Nibali?

Posso dire che ancora mi difendo bene. L’importante è quello che hai dentro. La voglia di ottenere risultati e di migliorarsi sempre. Guarda Valverde, gli anni passano anche per lui, ma non molla. La testa spesso fa più delle gambe, ma certo a 20 anni trovare la forma è molto più semplice.

La Uae Emirates sta crescendo a vista d’occhio…

Si rinforza. Quando un team nasce, serve qualche anno prima che diventi top. Ora siamo ai vertici delle classifiche, Pogacar ha vinto il Tour e tutti ci siamo presi grandi soddisfazioni. In più sono stati ingaggiati corridori importantissimi, per i risultati che possono fare e per la propria esperienza.

Ultima cosa, poi ti lasciamo ad Anna… Come va a Lugano con il Covid?

Siamo a due passi da Milano, ma ci sono meno restrizioni. Contagi non mancano, intendiamoci, ma le scuole sono aperte e vedo meno paura in giro. Se ricordate, riaprirono anche prima, già a maggio. Stiamo a vedere. La settimana scorsa siamo stati in Toscana perché Lia aveva qualche giorno di vacanza per i Santi e si vede la differenza. Speriamo che passi presto

Fabio Baldato, Greg Van Avermaet, Het Nieuwsblad 2019

Baldato, CCC addio e di corsa alla Uae

07.11.2020
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Baldato annuisce e prosegue nel racconto. Quello che più dispiace alla fine del viaggio è che la compagnia si disperda. E anche se per lui il futuro ha i colori della Uae Team Emirates, guardando agli ultimi 11 anni del gruppo che fu prima Bmc e poi Ccc-Sprandi, il rimpianto è ancora molto forte.

«Il rammarico più grande – dice il tecnico vicentino – è proprio per la struttura e l’ottimo affiatamento. Si era formato un bel gruppo italiano con direttori sportivi, preparatori e ottimi corridori. Trentin e De Marchi, Mareczko e anche Masnada, il poco che è rimasto. Altri giovani come Barta, che adesso sta facendo bene alla Vuelta. Già a fine marzo quando si parlò della sospensione degli stipendi, capimmo che c’era il rischio di fermare tutto. Ma Ochowiz trovò la soluzione che ci ha permesso di rimetterci in gioco e ripartire…».

Matteo Trentin, campionati italiani 2020
Matteo Trentin, 16° ai campionati italiani di Cittadella
Matteo Trentin, campionati italiani 2020
Matteo Trentin, 16° ai tricolori

Colpa di chi?

Quando va male, si punta il dito. E così al Giro era parso che fra l’anima polacca e quella americana non corresse buon sangue. Gabriele Missaglia, tecnico italiano della Ccc sin dagli albori, si era lasciato scappare che al gruppo polacco non fosse piaciuto il comportamento di Ochowiz. Ed è parso che anche nella mancata selezione di De Marchi al Giro, per lasciare spazio a quelli che una grande corsa non l’avevano ancora fatta, ci fosse quasi una ripicca.

«Io non credo – dice Baldato – anche perché Jim è sì americano, ma ha origini polacche. C’era una vena reciproca di simpatia, pur venendo da mondi diversi. La situazione economica però ha costretto Ccc a fare un passo indietro. E quando va male, si danno le colpe in giro».

Gli allenatori

Così la stagione è decollata a metà fra la speranza e la certezza di essere a bordo di una grande nave durante il suo ultimo viaggio.

«Non è stato un anno semplice – racconta Baldato – e sono orgoglioso che ci siamo tolti con Cerny la bella soddisfazione di una tappa al Giro, anche se sarà ricordata come quella dello sciopero. La sensazione che tutti più o meno abbiamo provato è stata quella di un frullatore, in cui siamo riusciti a dare la giusta rotazione ai corridori, mentre per noi e lo staff è stato un girare senta sosta. Non abbiamo mai staccato fra una corsa e l’altra. Non avevamo ricambi. Ma la cosa peggiore si è rivelata l’impossibilità di stare accanto ai corridori. Arrivavo alle corse, guardavo chi c’era e decidevamo come correre. Un grande aiuto ci è venuto dagli allenatori, da Marco Pinotti e Andrea Fusaz, perché giornalmente ci tenevano al corrente della situazione, dandoci il polso della squadra».

Valerio Piva, Cadel Evans, Vuelta 2014
Con Piva alla Bmc c’era anche Cadel Evans, maglia gialla 2011
Valerio Piva, Cadel Evans, Vuelta 2014
Valerio Piva, Cadel Evans colonne Bmc

Firma d’agosto

Due anni fa, prima che Ccc entrasse nel gruppo del WorldTour, Gianetti lo aveva cercato. Ma Baldato era legato al gruppo della Bmc e alla fine rimase con Ochowiz.

«Ma a Gianetti – ricorda Baldato – avevo lasciato la porta aperta. E quest’anno prima del Tour, ci siamo risentiti. Quando poi ho capito che dalla nostra parte non c’erano grandi novità, ho firmato con la Uae. Stanno costruendo un bel gruppo di giovani, che era tale anche prima di vincere il Tour con Pogacar. La possibilità di avere nuovamente delle responsabilità mi stuzzicava. Anche se adesso è presto per fare programmi…».

La ripartenza

Mezzo gruppo è alla Vuelta e l’ipotesi dei ritiri a gennaio si incaglia sulla prospettiva che nel 2021 si comincerà più avanti.

«Bisognerà vedere cosa dicono gli organizzatori – sintetizza Baldato – perché si è dimostrato che la bolla funziona, il problema è il contorno. Ai tifosi dico che le corse si vedono bene anche da casa e si tratta di capire che è l’unico modo perché il ciclismo prosegua. E’ difficile per tutti. Chiuderemo l’anno con oltre 100 mila euro speso per i tamponi. Per questo quando si cominciò a puntare il dito contro la Ccc che tagliava gli stipendi, avrei voluto fosse chiaro che in altro modo ci saremmo tutti fermati. E poi, diciamoci le cose chiaramente, le squadre che non hanno toccato gli stipendi si contano su una mano. Abbiamo salvato il salvabile, per come si era messa. Per questo credo che in un modo o nell’altro, alla fine avremo tutti qualcosa da festeggiare».

“A casa” di Covi tra allenamenti e chitarra

06.11.2020
4 min
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Come scorre la giornata di un professionista? Questa varia molto a seconda della stagione e se il corridore è ad una gara oppure no. Prendiamo ad esempio questo periodo in cui molti ragazzi sono a “riposo”, vista della prossima stagione. Oggi siamo andati “a casa” di Alessandro Covi, talento della UAE Team Emirates che ha chiuso la sua prima stagione da pro’. Il 22 enne varesino doveva partire per la Vuelta, il suo primo grande Giro, però è stato colpito dal covid.

Covi esce in allenamento da casa sua a Taino
Covi esce in allenamento da casa sua a Taino
Alessandro, prima di tutto come stai?

Adesso bene. Non sono più positivo. Ho avuto febbre e mal di gola, ma le vie respiratore per fortuna sono rimaste intatte.

Ci facciamo gli affari tuoi: come passi la giornata? Partiamo dalla sveglia. Hai un orario fisso?

No, mi sveglio… quando mi sveglio! Quando apro gli occhi significa che mi sono riposato.

Quindi colazione: cosa mangi?

Bisogna fare una distinzione se devo fare scarico o riposo. Se devo scaricare mi sveglio e dopo 10′ sono in bici. A quel punto la faccio al bar magari con qualche amico. Mi piace godermela quell’uscita e quella giornata. Me la vivo senza stress. Se invece devo fare un allenamento vero allora prendo del the, dei biscotti, prosciutto o uova. Mi piace molto l’avocado. Però alterno anche. Dipende da cosa c’è: va bene anche uno yogurt, dei panini con marmellata o Nutella. In realtà più Nutella, ma non scrivetelo! Scherzi a parte, nessuno in squadra ci sgrida. I nutrizionisti ci dicono cosa mangiare. Devono aiutarci a stare bene. Io sono un divoratore di carne rossa. Se mi piace perché devo rinunciarci?

Poi, esci in allenamento?

Sì. Capita che posso incontrarmi con qualche amico o altri pro’ di zona. Esco spesso con Luca Chirico, Edward Ravasi e Robert Stannard. Lui è quello che fa i percorsi. Però è particolare, sapete? E’ capace che programma un giro e poi sconvolge tutto all’improvviso. Se il suo percorso è compatibile con il mio programma vado con lui e non ci penso. La salita che faccio più? E’ il Cuvignone. 

Alessandro usa spesso la bici da crono anche in allenamento
Alessandro usa spesso la bici da crono in allenamento
E al rientro?

Al rientro può capitare anche di mangiare che è ormai pomeriggio. Io vivo con i miei e mia mamma, Marialisa, mi fa trovare del riso, della pasta. E anche qualche proteina tipo uova o carne.

Siamo al pomeriggio. Come lo passi: gambe all’aria o vai in giro?

Varia. Esco con i miei amici o con la mia ragazza, Carola. Però se sono stanco davvero non esco o al massimo vado a casa sua. Di base comunque mi piace incontrare gli amici e stare con loro. A me basta una coca al bar e star lì a chiacchierare due ore. 

E siamo alla sera…

E si rimangia! Alle 20… non che ci sia un orario fisso, ma più o meno è sempre quello. La sera ci sta un minestrone di verdure o comunque una cosa leggera che non mi riempia di carboidrati se il giorno dopo devo fare un allenamento fino a due ore mezzo, tre. Se invece devo fare di più mangio anche pasta o riso. E la carne non manca quasi mai.

E il dolcetto dopo cena? 

Se sto a casa no. Se sono al ristorante sempre.

Qual è il tuo preferito?

Il tiramisù.

Invece parlando di allenamenti qual è la tua settimana tipo lontano dalle gare?

Lunedì scarico, un’ora e mezza al massimo. Martedì lavori di forza. Prima faccio delle ripetute più brevi, poi un po’ di agilizzazione e infine altre due salite da 15′. Mercoledì distanza, che oscilla tra le 4 e le 6 ore. Capita anche di fare dei lavoretti in salita. Giovedì 2-3 ore con lavori specifici. Spesso prendo la bici da crono e faccio dietro moto.

Con chi lo fai?

Se c’è con mio papà, altrimenti mi metto dietro ai camion!

Riprendiamo la settimana tipo. Eravamo arrivati al venerdì…

Venerdì faccio lavori specifici per la salita. E il sabato di nuovo distanza. La domenica invece il mio preparatore Rubens Bertogliati, mi fa riposare. Lui è un grande. Chi ha corso e fa il preparatore credo sia il top anche perché si basa più sulle sensazioni che sui numeri. In più devo dire che a me piace molto andare in palestra e non manca quasi mai nella mia settimana, anche a ridosso delle corse.

Quando ci vai?

Il martedì e il venerdì sempre. Capita anche che possa invertire l’uscita in bici con la palestra.

Dipende dal tempo?

No, non sono uno che sta a guardare le previsioni. Se c’è da fare allenamento esco anche se piove, se devo fare scarico invece non sto lì a prendere l’acqua per un’ora. Però non vi ho detto una cosa…

Strimpellata in esclusiva per bici.PRO
Cosa?

Durante la quarantena ho iniziato a suonare la chitarra. Non sapevo che fare. Papà la suona, così l’ho presa dalla sua camera, ho guardato qualche tutorial e un po’ ho imparato.

Beh, ora dovrai esibirti: cosa ci suoni?

Gianna di Rino Gaetano. 

Godiamoci il primo concerto live di Alessandro Covi allora…

P.S. Non è vero che è solo una settimana che si esercita!

Jasper Philipsen, Vuelta 2020

Philipsen spegne il sogno di Cattaneo

05.11.2020
3 min
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A un certo punto, dopo la fuga sull’Angliru, Mattia Cattaneo ci la creduto, poi il grande sogno si è infranto a 3,5 chilometri dall’arrivo di Puebla de Sanabria e la tappa l’ha vinta Philipsen. Quando il vento si è messo contro e dietro i rivali si sono messi a tirare. E’ partito a circa 30 chilometri dall’arrivo, mollando la compagnia della grande fuga nata dopo appena 40 chilometri nella tappa più lunga della Vuelta (230,8 chilometri), corsa con il freddo più freddo. Il percorso era tutto un su e giù, con sei salite come colline, dal nome magari poco minaccioso ma capaci di sommare un dislivello di quasi 4.000 metri.

La fuga giusta

Colpetti di tosse frammentano il discorso. Dopo la tappa c’è stato il controllo, poi s’è trattato di tornare al pullman e fare la doccia. A quel punto, con l’acqua calda che riportava la voglia di parlare, la sua ricostruzione comincia.

«Alla fine non c’era tanto freddo – dice – mentre all’inizio ci ha fatto battere i denti. Io ho l’abitudine di partire sempre davanti e dopo 40 chilometri ho cominciato a vedere scatti e controscatti e una fuga che partiva con gente come Luis Leon Sanchez, Guillaume Martin e Rojas. C’erano due Sunweb, due Mitchelton. Era una bella fuga e io comincio a sentire le sensazioni giuste. Servirebbe la quarta settimana…».

Mattia Cattaneo, Vuelta 2020
Mattia Cattaneo, una Vuelta in crescita
Mattia Cattaneo, Vuelta 2020
Mattia Cattaneo, Vuelta in crescita

Contro il vento

Lo scatto è stato giusto. La salita è il suo terreno e l’ha gestita, senza che dietro guadagnassero chissà quanto. Poi quando la discesa si è addolcita e la strada si è allargata, sono iniziati i guai.

«Era dura con quel vento in faccia – dice – sarebbe bastato quel pizzico di fortuna di non trovarlo. Ho capito di avere i minuti contati quando sono arrivato con circa un minuto a 10 chilometri dall’arrivo. La strada si è allargata, la discesa è diminuita fino a un 2-3 per cento e il vento era teso. Dietro tiri cinquanta metri e ti sposti, davanti tiri sempre e non hai scampo. Il rammarico c’è, come ogni volta che vedi la vittoria e poi ti scappa. Ma so di aver dato tutto, per cui non c’è rimpianto…».

Urlo Philipsen

Sul traguardo Philipsen, che ha 22 anni e veste la maglia della Uae Team Emirates, ha cacciato un urlo animalesco, festeggiando per la prima tappa vinta in un grande Giro. Alle sue spalle, ugualmente sollevati ma certo meno euforici, gli uomini di classifica hanno apprezzato la neutralizzazione della tappa ai meno tre dall’arrivo: scelta della Giuria che ha permesso agli atleti di vertice di andare a letto con la stessa classifica di ieri.

«E’ fantastico – dice Philipsen – non posso descrivere quanto io sia felice per questa vittoria. Significa tanto per me. Ho aspettato il momento giusto per tutta la Vuelta e oggi è arrivato in modo proprio inatteso. Ci sono state tante squadre a controllare la corsa. La fuga era forte e ben assortita, ma ho visto il vento e posso dire che stare davanti era davvero duro. Ho cominciato a crederci chilometro dopo chilometro, ma stamattina non mi sarei mai aspettato una volata di gruppo. A me piacciono gli arrivi in leggera salita, questo era perfetto per me».

Con il passare dei giorni sembra sempre più chiaro che la Vuelta si deciderà sabato sulla Covatilla. A meno che Carapaz, non fidandosi di poter recuperare 39 secondi nel testa a testa, decida di inventarsi qualcosa.

Archetti: «La fissa di Tadej? La leggerezza»

29.10.2020
4 min
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Leggerezza. A quanto pare è questa la parola d’ordine di Tadej Pogacar per la sua bici. Ce lo confessa il meccanico della UAE Team Emirates, Giuseppe Archetti. Avevamo già parlato della Colnago V3Rs dello sloveno. Stavolta torniamo sull’argomento, approfondendo un po’ più i gusti e le scelte del corridore.

Il meccanico bresciano ne ha avuti di campioni tra le mani o, meglio, le loro bici. E come spesso accade chi va molto forte come lo sloveno è poco esigente. Per la serie poche fisse e pedalare.

Ruote alte e freni a disco: Pogacar in una tappa di “pianura”
Ruote alte e freni a disco: Pogacar in una tappa di “pianura”

Quella sera alla Vuelta

«L’unica fissa di Tadej – racconta Archetti – se così possiamo dire è la leggerezza. Quando la sua bici è a 6,830 chili e gliela fai vedere sulla bilancia, lui è contento. E non è che lo controlla sempre, lo fa soprattutto nelle tappe importanti, quelle in salita. Quel peso infatti è legato alle ruote. Quando la strada sale usa quasi sempre le Campagnolo Bora con profilo da 35, può capitare che utilizzi anche quelle da 50, ma è più raro. Mentre in pianura monta quelle con profilo da 60, che chiaramente pesano un po’ di più. 

«Questa cosa del peso è nata l’anno scorso alla Vuelta. Deve averne parlato in gruppo. Una sera è venuto e mi ha chiesto: quanto pesa la mia bici? Gliel’ho fatta vedere e una volta assicuratosi che stava sui 6,8 chili si è tranquillizzato».

La Colnago VR3Rs è già di suo una bici molto leggera. E quando Pogacar utilizza il set di ruote per la salita, Archetti dice che la belva va zavorrata. Vengono inseriti dei piccoli pesi nella zona bassa del movimento centrale.

Quando la sua bici è a 6,830 chili e gliela fai vedere sulla bilancia, lui è contento

Giuseppe Archetti, meccanico UAE

«Li mettiamo lì perché la bici ha meno scompensi – riprende Archetti – e la guida ne risente di meno. Peso di 6,830 chili con il Garmin. Senza Garmin, saremmo stati, come dire, molto al limite! Il nostro addetto stampa nei post tappa aveva sempre con un computerino nella tasca, pronto a montarlo sulla bici nel caso qualcuno l’avesse voluta pesare».

Tubolare se piove

Un altro elemento a cui Tadej presta attenzione sono le gomme. Il suo range di pressioni oscilla tra le 6 e le 6,8 bar, a seconda che sia asciutto o bagnato, se ci sono strade rovinate o buone, se opta per i tubolari o tubeless. Il loro fornitore è Vittoria. Di solito nelle tappe più dure o quando piove Tadej preferisce i tubolari, in quanto gli danno più sicurezza.

«Il tubeless per me è il futuro – dice Archetti – soprattutto al di fuori delle competizioni. Dopo 35 anni in questo settore resto dell’idea che un buon tubolare non sia inferiore. L’anno scorso Pogacar mi chiedeva qualche consiglio, ma alla fine, come ripeto, si è regolato con il tubeless nelle tappe più facili e il tubolare in quelle di salita».

Pedivelle da 172,5 millimetri su strada e da 170 a crono
Pedivelle da 172,5 millimetri su strada e da 170 a crono

Pedivelle variabili

Non è un maniaco della bici quindi Pogacar, ma gli piace testare i materiali. Vuol sapere che cosa sta usando.

«E’ molto attento – continua Archetti – alla scelta delle pedivelle. A cronometro utilizza quelle da 170 millimetri, mentre nelle tappe normali quelle da 172,5.

«Lo trovate strano? Ormai ci sono numeri e strumenti che certificano il rendimento dell’atleta. Lo dicono i test effettuati in pista. Pensate che Brandon McNulty che è alto 1,87 metri al Giro d’Italia a crono utilizzava pedivelle proprio da 170 millimetri.

«Le uniche cose sulle quali Tadej ci ha messo un po’ a decidere sono stati la sella e il manubrio, ma una volta fatta la scelta non ha più toccato nulla. Per quanto riguarda la sella è passato alla Prologo Scratch M5. Quando è arrivata se l’è portata a casa, ci si è allenato e poi sentendola più comoda l’ha scelta definitivamente. Sul manubrio invece c’è stato qualche “cambio”. Aveva la piega Deda Sl (Superleggera, ndr), ma quando ha visto l’Alanera l’ha voluta provare. Dopo però è tornato all’Sl per poi optare definitivamente per l’Alanera, che è una piega integrata».

Chissà, forse un po’ avrà inciso anche l’impatto estetico, che in effetti è notevole con quella piega.

Ultima chicca (e che chicca) è la corsa dei freni. «Pogacar ama una corsa breve, sia all’anteriore che al posteriore. E anche una leva vicino alla piega. Tuttavia il comando Campagnolo (Super Record 12V, ndr) non consente questa regolazione. Ho fatto io un lavoro artigianale, di fresatura, e gliel’ho avvicinata. La stessa regolazione che mi chiedeva Gilberto Simoni».