Fratelli Fisher-Black, il 2023 in prima linea come da piccoli

27.09.2023
8 min
Salva

Il 2023 che sta facendo scorrere i titoli di coda ha mandato in scena anche i primi ruoli da protagonisti di due fratelli che arrivano da molto lontano. Quelli di Finn e Niamh Fisher-Black sono copioni ancora agli albori per farne diventare un colossal, ma intanto quest’anno si sono tolti entrambi la soddisfazione di essere protagonisti per un giorno, tagliando il traguardo in solitaria per la loro prima vittoria da pro’.

I due Fisher-Black sono figli del nuovo millennio (Niamh è del 2000, Finn più giovane di un anno) ma soprattutto sono figli di un mondo agli antipodi dal nostro. Nascono in Nuova Zelanda poi crescono corridori in Europa, dove stanno trovando l’affermazione. Tra aprile e giugno – nello spazio di 70 giorni – hanno timbrato il proprio cartellino. Finn, forse un po’ a sorpresa, ha conquistato la prima tappa del Giro di Sicilia illuminando la Valle dei Templi di Agrigento con una stoccata da perfetto finisseur. Niamh ha replicato al fratello due mesi dopo cogliendo la quarta frazione del Tour de Suisse sulle alte colline di Ebnat-Kappel grazie ad un allungo poderoso negli ultimi metri di gara. Tuttavia il loro nome non è una novità nel panorama internazionale. Anche se Niamh l’abbiamo conosciuta da vicino al Giro Donne 2022, abbiamo provato a ripercorrere il percorso dei due giovani neozelandesi.

Le prime pedalate da rivali

I fratelli Fisher-Black hanno iniziato a pedalare molto giovani in sella ad una Mtb disputando gare su una pista di cemento di cinquecento metri che circondava un campo da rugby (sport nazionale) nella loro città natale di Nelson, a nord dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda. Finn fu il primo a partecipare e Niamh riavvolge il nastro della memoria.

«Ero un po’ spaventata per correre – ricorda la sorella – quindi ho preferito guardare la sua corsa. Quando però ho visto che aveva vinto una sorta di medaglia sono stata un po’ invidiosa e così mi sono detta che la settimana dopo avrei corso anch’io. A quel punto non ho potuto più tornare indietro nella decisione. La competizione fra fratelli può creare dipendenza e abbiamo scoperto che potevamo esserlo fra noi, migliorandoci. All’epoca volevo ottenere un premio prima di lui o addirittura batterlo. In pratica questo è ciò che ci ha motivato col passare degli anni».

Finn e Niamh (che si pronuncia “Niif”) sono molto legati anche se si vedono poco durante la stagione (foto instagram)
Finn e Niamh (che si pronuncia “Niif”) sono molto legati anche se si vedono poco durante la stagione (foto instagram)

«E’ verissimo ciò che racconta lei – le fa eco Finn sorridendo – qualunque cosa facesse lei, io avrei voluta farla meglio. E’ stato fantastico perché ci spingevamo davvero a vicenda cercando di essere uno migliore dell’altra. Niamh per un breve periodo è stata più veloce di me però so che lei ricorda poco volentieri il periodo in cui ho iniziato ad essere più forte io. Lei dice che era frustrante ma abbiamo imparato da giovanissimi che lavorando assieme in gara potevamo avere la meglio sugli avversari. Oggi mi sento di dire che la nostra rivalità da bambini si è trasformata in rispetto e sostegno reciproci».

Ammirazione fraterna

La storia di Niamh e Finn Fisher-Black è simile a quella di tanti fratelli che gareggiano e vincono nel medesimo sport. Adesso sono atleti di formazioni al top che credono fortemente in loro. Niamh corre per la SD-Worx, Finn per la UAE Emirates. Entrambi sono in rampa di lancio e l’uno è orgoglioso dell’altra quando arrivano i grandi risultati.

«Ho sempre ammirato il mio fratellino (come lo chiama confidenzialmente ancora oggi, ndr) – dice Niamh – ed anche se sono io ad aver vinto il primo titolo internazionale su strada prima di lui (il mondiale U23 a Wollongong nel 2022, ndr), gli chiedo sempre consigli. In verità è lui quello che è sempre stato bravo a vincere le gare. Gliel’ho visto fare in tante corse, perché lo guardo sempre se non sono alle corse anch’io. Però è anche vero che Finn spesso mi fa domande. Anche questo nostro continuo confronto è un vantaggio per le nostre rispettive carriere».

«Durante l’anno – prosegue la sorella – siamo entrambi molto lontano da casa. Se attraverso un momento difficile oppure ho nostalgia della nostra terra, so che lui capisce quella sensazione. E’ bello avere qualcuno con cui relazionarsi e quindi tirarsi su di morale».

«Mia sorella – ribatte Finn virando l’argomento sul piano tecnico – è una persona che si adatta bene alle giornate difficili in corsa e alle gare a tappe. I suoi progressi in queste gare sono evidenti. Benché fisicamente sia piuttosto minuta, l’esatto contrario mio (Niamh è alta 1,60 metri, Finn invece 1,90, ndr), è un’atleta molto potente e forse più di una semplice scalatrice».

Finn “olandese”

Ben prima del titolo iridato di Niamh nel 2022, Finn era stato campione del mondo juniores nell’inseguimento a squadre ad Aigle nel 2018. La Nuova Zelanda d’altronde è sempre stata una Nazione con grande tradizione in pista. E’ stato però nel 2020 che hanno vissuto un paio di giorni di festa assieme. Finn vince il campionato nazionale U23 a crono, Niamh centra il titolo elite su strada.

«E’ stato davvero speciale – racconta il fratello – perché ricordo di aver tagliato il traguardo ed aver sentito che anche Niamh aveva vinto. Entrambi eravamo al nostro primo anno in Europa. Io ero stato preso dal Devo Team della Jumbo-Visma, lei dalla Bigla. Quindi è stato bello conquistare e indossare le maglie nazionali durante quella stagione».

«Personalmente – continua Finn – anche in pista ho passato belle giornate. Come quando ho battuto il record mondiale juniores dell’inseguimento individuale ai campionati neozelandesi nel 2019. Quella mattina non me lo sarei mai aspettato. E’ stato proprio quel risultato a dare una svolta alla mia carriera visto che un mese dopo ero su un aereo per andare a correre in Europa».

Fu preso infatti dal team Willebrord Vil Vooruit, una sorta di vivaio antesignano del Devo Team Jumbo-Visma, dove alcuni suoi compagni furono Kooij, Tulett, Van Sintmaartensdijk.

Niamh globetrotter

Nel 2019 anche Niamh era su quel volo primaverile verso l’Europa. Lei lasciava il Team Mike Greer Homes con cui comunque aveva corso il Thuringen Tour, mentre Finn salutava il Team Skoda Racing. La destinazione della sorella era la Bigla Pro Cycling, con cui farà l’esordio al Giro delle Marche vinto da Paladin su Cavalli. L’anno successivo un altro debutto “italiano”, quello in una gara WorldTour alle Strade Bianche.

«Sono stati anni importanti quelli – spiega Niamh – nonostante di mezzo ci sia stato il Covid. Correndo in Europa con la mia squadra neozelandese mi sono fatta vedere dalla Bigla, con la quale mi sono messa in mostra fino a guadagnarmi la chiamata dalla SD Worx nel 2021. E’ stato un sogno per me correre assieme ad una super campionessa come Anna Van der Breggen, che oggi è la mia diesse. Quell’anno ho avuto le mie possibilità, e le sto avendo tuttora, fino ad arrivare ad indossare le maglie di leader in una corsa WorldTour come la Vuelta a Burgos».

«Non capita spesso – chiude Niamh – di poter vincere un mondiale, così come giocarsi le proprie carte in una gara importante come il Giro Donne (dove ha vinto la classifica giovani nel 2021 e 2002, ndr). Non lo avevo mai fatto prima ma lavorare con questo tipo di pressione addosso mi ha aperto gli occhi su una parte nuova di me nel ciclismo. Mi piace decisamente quel tipo di pressione. I miei obiettivi restano le classiche delle Ardenne e la generale nei grandi giri. Spero di crescere di livello ogni giorno che passa».

Il resto è storia dei giorni nostri. Finn ha dato seguito al centro in Sicilia disputando una bella Vuelta e sfiorando la vittoria nella sedicesima tappa, battuto solo dal suo amico ed ex compagno Vingegaard. Le sue caratteristiche sono adatte per le classiche mosse ed il suo nome è da segnare per i prossimi anni. Niamh, anche grazie al supporto di Cecchini, sta studiando da leader e quello al Tour de Suisse è il successo che ci voleva per consapevolizzarla ancora di più.

Qual è la vera dimensione di Hirschi? Risponde Marcato

27.09.2023
5 min
Salva

Marc Hirschi è tra i plurivittoriosi dell’anno. Lo svizzero della UAE Emirates si sta rendendo autore di una stagione a dir poco positiva. Non ultimi i successi alla Coppa Sabatini e al Giro del Lussemburgo. Tuttavia nelle grandi corse non riesce a primeggiare. Il suo ultimo successo nel WorldTour risale al 2020, una tappa del Tour de France.

E dire che Marc era arrivato a giocarsi i mondiali. Ha vinto anche una Freccia Vallone. Come da nostra abitudine, per saperne di più abbiamo coinvolto Marco Marcato, direttore sportivo della squadra araba, che lo ha diretto anche nella breve corsa a tappe lussemburghese.

Marco Marcato (classe 1984) è uno dei direttori sportivi della UAE Emirates
Marco Marcato (classe 1984) è uno dei direttori sportivi della UAE Emirates
Marco, partiamo da questo 2023 di Hirschi…

Direi una stagione positiva. E’ un po’ tutto l’anno che ogni corsa che fa parte per vincere. E ci riesce o ci va vicino, come un cecchino. Nelle gare dove ha la possibilità di fare la corsa, difficilmente sbaglia.

E’ il miglior Hirschi?

Lo abbiamo gestito bene, mi sento di dire. E’ questa la strada per il miglior Hirschi. Lo scorso anno aveva subito questo intervento all’anca nella prima parte di stagione. Era rientrato alla Per Sempre Alfredo e l’aveva vinta. Però nelle corse WorldTour faceva più fatica.

Ora va meglio?

Sì, ora va meglio. Lo scorso anno fu convocato all’ultimo minuto per il Tour, in sostituzione di Trentin e non ci arrivò bene. Soffrì. Non era in condizione e quel Tour non gli ha permesso di esprimersi al top nel finale di stagione, nonostante abbia poi vinto l’ultima corsa dell’anno, la Veneto Classic. Ha dimostrato il suo valore nelle corse di un giorno e anche nelle brevi corse a tappe. E i risultati si vedono: sette vittorie solo quest’anno.

Vi aspettavate questa vittoria in Lussemburgo?

Hirschi aveva corso tanto e qualche dubbio ce l’avevamo anche noi. Sapete, a questi livelli quando sei un po’ stanco, una settimana voli, quella dopo non sei più brillantissimo. Lui invece ha colto il risultato pieno.

Marc Hirschi (classe 1998) ha vinto il Giro di Lussemburgo, seconda corsa a tappe della sua carriera dopo l’Ungheria di questa estate
Marc Hirschi (classe 1998) ha vinto il Giro di Lussemburgo, seconda corsa a tappe della sua carriera dopo l’Ungheria di questa estate
Lussemburgo, Peccioli, Appennino… ma è questa la dimensione di Hirschi?

Marc, come ho detto, è arrivato da noi con questo problema all’anca che si portava dietro da un po’. E in tutta la passata stagione piano, piano è tornato ai suoi livelli. Quest’anno c’è stata una conferma. Un miglioramento. E’ un corridore di primo piano.

Ci rendiamo conto che ci sono anche tanti campioni in UAE, questo gli complica le cose?

Logico che considerando i campioni che abbiamo, se lo porti a un Tour de France difficilmente troverà lo spazio per vincere una tappa o per fare la sua corsa. Ad un vincente come Marc devi dare le sue opportunità. Altrimenti lo perdi. E il corridore perde il suo istinto. Guardando all’anno prossimo, l’idea era di fargli fare queste gare che ha fatto, prendere sicurezza. E credo ne sia soddisfatto.

Letta in quest’ottica non fargli fare il grande Giro è stata una tutela nei suoi confronti dunque?

Noi abbiamo tanti campioni e dovevamo trovare appunto il modo di tutelarlo e al tempo stesso di dargli le sue possibilità ed essere protagonista. Il calendario internazionale non è fatto solo di Grand Tour ma di tante corse e questo ha consentito a Marc e alla squadra di raccogliere tanti punti. Quindi direi di sì: l’assenza di un GT lo ha tutelato.

Un calendario ad hoc dunque, basato su corse “minori”. Lui lo ha accettato?

Sì, sì…ha appoggiato la nostra scelta lo scorso inverno. Marc è un ragazzo intelligente. E’ consapevole e ha sposato questa linea. Una linea che ha dato ragione a tutti: sette vittorie, tra cui il titolo nazionale, e una classifica UCI che lo vede tra i top corridori al mondo.

Grande classe e potenza per lo svizzero
Grande classe e potenza per lo svizzero
Un Hirschi che torna Hirschi fa sì che vi ritroviate un altro capitano per le classiche del Nord?

Assolutamente sì, Marc va bene in quelle gare, soprattutto per quelle delle Ardenne. Può essere una seconda punta di tutto rispetto.

E per un Fiandre?

Lui è leggero, corre bene ma dipende dalla corsa che viene fuori. Meglio su percorsi come Amstel, Freccia e Liegi… il Fiandre sarebbe più un rischio mettiamola così.

Qual è l’obiettivo da qui a fine stagione per Hirschi? Ha molte gare in programma…

La sua voglia di correre è alta. Ed è alta proprio perché è motivato. A fine stagione il 50 per cento del gruppo non ha più voglia, tra chi guarda già alla stagione successiva e chi è davvero stanco, pertanto spesso è la motivazione a fare la differenza. Marc ha vinto, il suo morale è alto e ci sono parecchie corse adatte a lui.

Quindi si punta anche al Lombardia? Tanto più quest’anno che il finale non è durissimo e lui è veloce?

Non è certa la sua partecipazione, però è un tracciato che gli si addice. Di contro il tanto dislivello e le salite lunghe potrebbero svantaggiarlo, specie guardando la starting list. Ci sono tanti scalatori di primo ordine che potrebbero avere qualcosa in più di lui.

Alla Coppa Sabatini, da lui vinta, grande feeling con Pogacar
Alla Coppa Sabatini, da lui vinta, grande feeling con Pogacar
Ma lui lo vorrebbe fare questo Lombardia?

Conosce i suoi limiti, i suoi valori e dove può arrivare. Sa che per un Lombardia è al limite. Stiamo valutando la formazione, cosa che a fine stagione non è mai facile: bisogna fare la conta delle energie. Se dovessimo portare anche Adam Yates, allora potremmo dare la priorità ad un altro corridore che lavori per Tadej e Adam.

A proposito di Tadej, a Peccioli abbiamo visto un buon feeling con Pogacar, che tipo è Hirschi con i compagni?

Va d’accordo con tutti. E’ ben voluto e sa stare in gruppo. Ride e scherza. Da fuori può sembrare di poche parole, ma a tavola la battuta non gli manca. E’ un uomo squadra.

«Per il Lombardia Pogacar ci sarà», parola di Hauptman

16.09.2023
4 min
Salva

Nonostante la forma non sia ancora al meglio, è arrivato terzo alla Coppa Sabatini, Tadej Pogacar non si smentisce. Ventiquattro ore prima aveva corso al Giro di Toscana ed erano questi i primi appuntamenti dopo il mondiale di Glasgow. Lo sloveno ha deciso d’iniziare il suo fine stagione dall’Italia. Anzi, è probabile che correrà solo nel Belpaese. Con Andrej Hauptman, uno dei direttori sportivi della UAE Emirates, facciamo il punto della situazione sul giovane campione.

A Peccioli il ciuffo fuori dal casco ancora non era ben visibile, ma il diesse sloveno fa intendere che presto il suo connazionale tornerà a sfoggiarlo. Un simbolo che ormai è un po’ come la bandana del Pirata.

L’umore è buono, anche se quello in apparenza non è mai venuto meno. Il podio iridato, agguantato in quelle condizioni, è davvero un perla. Una perla da cui ripartire.

Hauptamn e Pogacar, entrambi sloveni, quest’inverno
Hauptamn e Pogacar, entrambi sloveni, quest’inverno

Riecco Tadej

Con Hauptman partiamo dalle gare recenti. Lo avevamo lasciato nel post gara di Glasgow, dove avevamo visto un Pogacar davvero stanco, provato… tanto da avere anche un mancamento prima delle interviste di rito. E lo ritroviamo sorridente sulle strade della Toscana.

«Sicuramente – spiega Hauptman – è stato un anno particolare per Tadej. Nella preparazione frenetica per il Tour de France ha speso molto, ma adesso è di nuovo motivato, pronto e con la sua voglia di correre.

«Vero, dopo il mondiale era stanco, ma veniva da un Tour tiratissimo, dalla rincorsa alla maglia gialla nei mesi precedenti, dalla sua voglia di essere sempre davanti… alla fine il corpo dice no, dice basta. A Glasgow Tadej era stanco fisicamente, ma io credo che fosse stanco anche mentalmente. Come ho detto lui vuole sempre fare bene, vincere… ma non è così. Per radio tante volte lo dobbiamo frenare, dobbiamo dirgli di aspettare!».

Un bagno di folla e un grande calore per Tadej in queste prime uscite toscane
Un bagno di folla e un grande calore per Tadej in queste prime uscite toscane

Calendario in itinere

Hauptman dice che dopo il mondiale tutti quanti insieme hanno concertato un periodo di recupero per Pogacar. Era necessario, poi hanno valutato il suo stato e solo allora Tadej ha ripreso a correre. Durante la prima settimana post-Glasgow Pogacar non ha toccato la bici: riposo assoluto. Poi è ripartito con molta, molta calma. In questa fase non ha fatto altura.

«Piano, piano sta andando meglio – spiega Hauptman – queste prime corse italiane servono per capire come sta. Sono gare di avvicinamento ad ottobre, al Giro di Lombardia che è il primo obiettivo. Non conosco ancora il suo calendario di preciso, perché appunto volevamo vedere queste due prime gare. Il Giro dell’Emilia? E’ un’opzione certo».

Pogacar terzo a Peccioli. Il giorno prima era rientrato in gara al Giro di Toscana, 33 giorni dopo la prova a crono di Glasgow
Tadej terzo a Peccioli. Il giorno prima era rientrato in gara al Giro di Toscana, 33 giorni dopo la prova a crono di Glasgow

Obiettivo Lombardia

Ricapitolando: Pogacar s’infortuna alla Liegi (fine aprile), salta un bel pezzo di maggio poi inizia la sua rincorsa frenetica verso il Tour. I programmi perfetti chiaramente sono saltati e nel ciclismo di oggi e con avversari come quelli della Jumbo-Visma non puoi permetterti certe variazioni neanche se ti chiami Pogacar.

Questa sua stanchezza estiva ha nome e cognome: infortunio della Liegi.

«Osservare il periodo di stacco quando si sta bene è certamente meglio che farlo quando si è stanchi – dice il diesse sloveno – ma c’erano degli appuntamenti importanti come Tour e mondiale e non ci si poteva fermare prima chiaramente. Dovevamo fare i conti con la situazione. Io sono convinto che Tadej abbia pagato tanto e sia arrivato così stanco ad agosto a causa l’infortunio di aprile. Il problema nasce tutto da lì».

Però ora lo sloveno sta bene. Alla Coppa Sabatini si è mostrato in ripresa. Era già diverso dal Giro di Toscana di appena 24 ore prima. Durante lo stop non ha fatto grandi lavori. Sono queste gare i suoi “primi fuorigiri”.

«L’obiettivo – conclude Hauptman – come detto è il Lombardia. E state tranquilli che per quel giorno Tadej ci sarà».

Il packaging di MET promuove la sostenibilità

28.08.2023
3 min
Salva

MET realizza caschi da ben 36 anni. L’azienda di Talamona, situata alle porte della Valtellina, produce caschi che accompagnano in gara, in allenamento o anche nelle pedalate del fine settimana grandi campioni e semplici amatori. Dal 2008 ha ampliato al sua offerta al mondo off road con il marchio Bluegrass. Negli ultimi anni ha legato il suo nome ad uno dei fenomeni del ciclismo moderno. Stiamo parlando di Tadej Pogacar che fino ad oggi ha conquistato tutti i suoi successi indossando esclusivamente caschi MET. Di recente l’azienda valtellinese ha prolungato fino al 2027 il proprio rapporto di collaborazione tecnica con l’UAE Team Emirates, la formazione nella quale milita l’asso sloveno fin dal suo debutto nel professionismo.

MET ha allungato la sua collaborazione con la UAE Emirates fino al 2027
MET ha allungato la sua collaborazione con la UAE Emirates fino al 2027

Stile di vita

MET non è solo caschi. E’ anche promozione della bicicletta come stile di vita sano e mezzo per una mobilità più sicura e sostenibile. A sostenerlo con forza sono gli stessi responsabili dell’azienda.

Per perseguire questi obiettivi lavorano continuamente a migliorare i loro prodotti e tutto ciò che ad essi è in qualche modo collegato. Ci riferiamo in particolare al tema dell’imballaggio dei caschi e alla loro spedizione. Non dimentichiamo infatti che i caschi MET sono venduti in ogni angolo del mondo.

Il nuovo imballaggio dei prodotti di MET permette di risparmiare peso e materiali: dimensioni ridotte, consumi ridotti
Il nuovo imballaggio dei prodotti di MET permette di risparmiare peso e materiali: dimensioni ridotte, consumi ridotti

Meno cartone

Da sempre nella sede di Talamona si lavora per ridurre al minimo l’uso di cartoni in eccesso, risparmiando spazio ovunque sia possibile in fase di spedizione. Il motto da rispettare è il seguente: dimensioni ridotte, consumi ridotti.

Ultimamente in MET sono aumentati gli sforzi per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi utilizzati. Tutto questo non ha in alcun modo inficiato la qualità e la sicurezza in fase di spedizione. Tutti i caschi MET che lasciano i magazzini di Talamona diretti in ogni angolo del mondo sono garantiti da un imballaggio estremamente sicuro. L’utilizzo di meno cartone in fase di imballaggio ha solamente ridotto l’impatto ambientale generato dalla scatola in cui è inserito il casco.

Riassumendo: meno inchiostro superfluo, meno plastica e più materia prima riciclata.

Meno plastica

A proposito di plastica, in MET si è lavorato per ridurre al minimo la quantità utilizzata in fase di imballaggio e nello stesso tempo minimizzando il più possibile la dimensione degli imballaggi stessi. Imballaggi più piccoli consentono spedizioni più efficienti e meno frequenti. Grazie a scatole più piccole è possibile infatti effettuare meno spedizioni e di conseguenza ridurre anche l’incidenza sull’ambiente circostante che si ha spedendo quotidianamente la merce.

MET

Scatta la Vuelta. Ayuso (quasi) senza limiti è pronto a giocarsela

26.08.2023
4 min
Salva

Juan puoi vincere la Vuelta? «Credo di sì. E’ molto difficile ma non impossibile». E ancora: senti la pressione? «La pressione non mi tocca». Vent’anni, il viso ancora con i brufoli dell’adolescenza e una sicurezza che fa paura. Durante la conferenza stampa pre-Vuelta a Juan Ayuso sono state poste tante domande e queste sono quelle che ci hanno più colpito.

L’asso della UAE Emirates è pronto ad affrontare per la seconda volta la grande corsa spagnola, che è anche il suo secondo grande Giro. Lo scorso anno il suo mentore Matxin ci disse che era impossibile fermare il talento. Ayuso non doveva farla, troppo giovane (non aveva compiuto 20 anni), ma poi andava talmente forte che era impossibile tenerlo a freno. E infatti salì sul podio finale di Madrid.

A poche ore dal via di Barcellona che, ricordiamo, avverrà con una cronosquadre alquanto tecnica: 19 curve a 90 gradi in 15 chilometri (e con rischio di pioggia), ecco cosa ha detto uno degli atleti in assoluto più attesi.

Vuelta: ci eravamo lasciati così, con Juan Ayuso sul podio 2022 dietro Evenepoel e Mas
Vuelta: ci eravamo lasciati così, con Juan Ayuso sul podio 2022 dietro Evenepoel e Mas

Gambe okay

Un anno dopo Ayuso si presenta ai nastri di partenza con gli occhi puntati addosso, qualche velleità in più e soprattutto tanta consapevolezza dei propri mezzi. Non che un tipo così ne avesse bisogno, ma tra il dire e il fare…

«Sto bene – ha detto Ayuso – ho lavorato tanto, anche in altura, per tutto l’anno. Avrei preferito arrivare qui senza le cadute di Ordizia e Getxo. Rispetto alla passata edizione fare meglio sarà dura, perché si tratta di migliorare un podio, ma io ci proverò. Ci sono tanti avversari fortissimi, i migliori del mondo. Manca solo  Pogacar.

«In UAE siamo in due, due leader, con Joao (Almeida, al suo fianco nella foto di apertura, ndr) e questo credo sia un vantaggio. Amplia le nostre strategie. Sarà la strada poi a dare una gerarchia ma per combattere contro Remco e la Jumbo-Visma è meglio essere in due. Spero che Vingegaard non ci arrivi al massimo! Se contro di lui ha avuto problemi Tadej (Pogacar, ndr) figuriamoci gli altri!».

La grinta di Ayuso che non ha paura di tornare a sfidare i giganti
La grinta di Ayuso che non ha paura di tornare a sfidare i giganti

Una sfida che stuzzica

Ma se le gambe sono okay, anche la testa non è da meno. Come tutti i predestinati, quando Juan parla, non è mai banale. Sembra avere tutto sotto controllo. Ha piena coscienza della situazione. Dice apertamente che Roglic e Vingegaard hanno qualcosa in più di lui e Almeida, ma che una giornata storta può sempre capitare e che proprio per questo è importante correre bene e avere più carte da giocare.

Si vede proprio, si percepisce, che questa sfida con Vingegaard, Roglic ed Evenepoel lo stuzzica. L’aspetta, non vede l’ora di sfidarli faccia a faccia. Per testarsi. Per scoprire nuovi orizzonti. Per batterli… perché poi come ci hanno detto tutti i tecnici che lo hanno gestito: Juan Ayuso è un animale da gara.

«Mi sento molto forte mentalmente e per questo pronto a sacrificarmi al massimo sia contro gli avversari, sia pensando ai momenti duri che ci saranno nell’arco di tre settimane. La Vuelta dell’anno scorso è stata qualcosa di speciale, la ricorderò sempre ed è la gara che mi ha dato molta fiducia. E’ stata la vera esperienza».

E forse anche da lì arriva quella manciata di watt in più che lo stesso Ayuso ha detto di avere quest’anno.

Gli UAE hanno lavorato molto per la cronosquadre, anche nell’autodromo di Barcellona. Ayuso va forte anche a crono (foto Fizza)
Gli UAE hanno lavorato molto per la cronosquadre, anche nell’autodromo di Barcellona. Ayuso va forte anche a crono (foto Fizza)

L’importanza delle crono

Quindi le gambe ci sono e la testa anche: il terzo elemento in ballo è la gara stessa. Ayuso ha definito il percorso della Vuelta più duro del Tour e questo in teoria favorisce uno scalatore come lui. Ci sono tante salite, anche con pendenze estreme – vedi l’Angliru – e non mancano i chilometri a crono.

«Le crono – spiega Ayuso – possono essere decisive perché spesso siamo tutti molto vicini in salita. Ma questo non mi preoccupa, perché durante la stagione ci abbiamo lavorato molto. Ho fatto sia dei lavori specifici, che dei test in galleria del vento. Io credo che le crono possano essere un buon momento per me».

Ayuso è sicuro, ambizioso ma non spaccone, di certo è intelligente. E in qualche modo è poi lui stesso a gettare acqua sul fuoco, dopo le bordate iniziali.

«L’obiettivo è provare a vincere una tappa – conclude Juan – l’anno scorso ci ero andato vicino, ma non ci sono riuscito. Poi viene la classifica generale. Ma mi rendo conto che ci sono anche più aspettative su di me e sarò più marcato. Fa parte del gioco. Ma significa anche che ci sono tante persone (tifosi e staff) che credono in me ed è per questo che guardo la cosa dal lato positivo».

Il collezionista di maglie, Felix Grossschartner

15.08.2023
5 min
Salva

Chiamatelo collezionista di maglie. Dopo aver vestito fino a fine giugno quella di campione austriaco, Felix Grossschartner se n’è regalata un’altra, quella di miglior scalatore europeo al San Gottardo, che probabilmente non indosserà mai in corsa, ma che ha testimoniato la sua buona condizione dopo il Tour de France.

Abituato a fare il capitano alla Bora-Hansgrohe, alla Grande Boucle di quest’anno il ventinovenne di Wels si è ritagliato il nuovo ruolo di gregario con la casacca della UAE Emirates, preziosa pedina per aiutare Tadej Pogacar e Adam Yates a salire sul podio di Parigi. Durante un giorno di meritato riposo, Felix ci ha raccontato la sua campagna francese e poi ci ha parlato dei piani futuri.

Grossschartner con Adam Yates, fresco di maglia gialla. Un selfie sul bus…
Grossschartner con Adam Yates, fresco di maglia gialla. Un selfie sul bus…
Che cosa ha voluto dire la vittoria sul San Gottardo per te?

E’ stato bello conquistare il titolo di miglior scalatore europeo, ma so bene che il livello non era esattamente quello delle gare WorldTour. Arrivare primo fa sempre piacere e mi auguro che in futuro questa corsa cresca e diventi sempre più famosa e frequentata. Comunque un po’ di pressione c’era perché io arrivavo dal Tour e c’erano tanti giovani che volevano battermi, per cui è stata una bella soddisfazione riuscire ad arrivare a braccia alzate. 

Hai ricevuto anche una maglia di miglior scalatore?

Mi hanno dato una maglia, ma non so se potrò vestirla nelle gare professionistiche. Non so se la squadra ne farà una apposta, ma al massimo mi iscriverò a qualche gara amatoriale in Austria, così potrò indossarla: da noi, infatti, ci sono i campionati nazionali per scalatori. Scherzi a parte, forse è un po’ presto ed è meglio che mi dedichi al professionismo ancora per qualche stagione.

Tornando al Tour de France, com’è stata la tua esperienza da gregario?

Era la prima volta, soprattutto al servizio di un campione come Tadej, uno dei favoriti per la vittoria finale. Il lavoro duro toccava sempre a noi o alla Jumbo-Visma, per cui bisognava sempre farsi trovare pronti. Quando corri per una squadra che non ha questi obiettivi, a volte puoi concederti un po’ di riposo, ma per i gregari di Pogacar o Vingegaard è tutta un’altra storia e devi essere sempre sul pezzo, tirare sulle salite finali e cercare di rimanere sempre tra i migliori quindici di giornata.

Soddisfatto?

È stata una bella esperienza e sono contento di aver dato il mio contributo. Alla fine non abbiamo vinto, ma ottenere un doppio podio è comunque un grande risultato. Senza dubbio, combatteremo per riprenderci la maglia gialla.

Come ci aveva anticipato a Sestriere il team manager Matxin, Yates è stato il secondo capitano, non un corridore qualunque: ci racconti la corsa da dietro le quinte?

E’ stato bello perché sia Tadej sia Adam sono due persone molto disponibili. Inoltre, entrambi sanno guidare molto bene la bicicletta e questo è fondamentale nel posizionamento all’interno del gruppo, perché significa molto meno lavoro e meno stress per noi gregari.

Ci avevi raccontato quando Tadej fosse “alla mano” negli allenamenti, ti ha stupito anche corrergli al fianco da compagno al Tour?

E’ incredibile, perché sei nella corsa ciclistica più importante al mondo, eppure con lui tutto sembra così normale. Ci sono delle tattiche, le segui e molto spesso vinci grazie a lui. 

Ci racconti il buffo team radio che ha fatto il giro del web tra tigri e coccodrilli?

Ci siamo divertiti un sacco anche noi. Se l’è inventato di sana pianta il nostro compagno danese, Mikkel Bjerg e noi abbiamo improvvisato, perché in realtà non voleva dire niente ma era solo per puro divertimento. La cosa ancor più buffa è che lui non le pianifica queste cose, ma le tira fuori all’improvviso, per cui è riuscita ancora meglio. 

L’atmosfera in squadra era altissima e si è visto come avete festeggiato il doppio podio di Parigi, sapendo tutto il lavoro che c’era dietro, corretto?

Esatto. Il morale era sempre alto, persino quando Tadej ha perso terreno sul Col de La Loze, nonostante in quel momento abbiamo realizzato che non avremmo più avuto possibilità di vincere il Tour. Tadej era dispiaciuto, ma noi siamo una squadra e l’abbiamo supportato anche in quel frangente difficile. È stata dura, ma siamo ripartiti e abbiamo imparato anche da quella situazione.

Arrivato dalla Bora, Grossschartner si è messo subito a disposizione della “causa Pogacar”
Arrivato dalla Bora, Grossschartner si è messo subito a disposizione della “causa Pogacar”
Quali sono i tuoi piani adesso?

Avrei dovuto fare la cronometro mondiale, ma non mi sentivo benissimo lunedì e martedì, così ho dato forfait. Credo che le fatiche del Delfinato e del Tour si siano fatte sentire, poi con l’ulteriore sforzo al San Gottardo. Ora farò un po’ di riposo, poi mi rimetto sotto la settimana prossima, niente Vuelta. Farò la classica del Gp di Plouay a inizio settembre, poi il Giro di Lussemburgo e qualche piccola corsa, poi chiuderò la stagione in Cina, col Tour di Guangxi, che ho già fatto due volte.

Ti vedremo al Giro d’Italia l’anno prossimo, magari con Tadej?

Chissà, non ve lo so ancora dire. Vedremo, non abbiamo ancora parlato dei programmi di squadra, tra qualche mese lo saprete. 

Quali sono i tuoi hobby quando non pedali?

Passare del tempo con la mia fidanzata, oppure giocare a golf. D’inverno, invece, mi do allo sci alpinismo: a un’oretta da casa mia ci sono tutte le montagne che voglio.  

Tra Pogacar e Vingegaard è uno pari. Non svegliateci!

06.07.2023
6 min
Salva

Dateci un pizzico. Ma è tutto vero? Una tappa sensazionale quella di oggi, che lo diventa ancora di più se sommata a quella di ieri. L’attacco e la rivincita. In una parola: duello. Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard ci hanno regalato uno spettacolo sensazionale.

Qualcuno già aveva parlato di Tour de France “chiuso”, o quantomeno ben indirizzato, vista la superiorità quasi violenta di ieri da parte del danese della Jumbo-Visma. E invece oggi è già tutto diverso.

Il duello dei duelli annunciato sin dall’arrivo di Parigi dell’estate scorsa non sta tradendo le attese. Ogni volta che i due hanno potuto si sono sfidati faccia a faccia.

Nella prima parte di tappa Bora-Hansgrohe sin troppo attiva. Hindley non lascia troppo spazio alla fuga
Nella prima parte di tappa Bora-Hansgrohe sin troppo attiva. Hindley non lascia troppo spazio alla fuga

Reazione da campione

Il valore aggiunto di questa giornata è stata la reazione di Pogacar. Una reazione da campione, da uomo tosto, non solo da atleta potente. 

Questo ragazzo non era mai stato battuto. Aveva vinto facile e già doversi scontrare per vincere era una cosa nuova. In più ieri le aveva prese di nuovo. E anche bene. Lo sloveno non solo è riuscito a tenere botta verso Cauterets-Cambasque, ma ha fatto molto di più. Una reazione alla Pantani.

Qualche giorno fa avevamo scritto del campione che fiuta la preda. Che qualcosa cambia quando capisce di stare bene. E oggi la chiave – chissà se di tutto il Tour – è nel Tourmalet. Jumbo che distrugge ogni velleità. Spacca il gruppo come poche volte si è visto nella storia del ciclismo e Tadej che resta lì. Il corridore della UAE Emirates è concentrato, agile, stabile… alla ruota di Vingegaard.

Il danese spinge, ma lui capisce che lo tiene bene. Nella testa del campione che deve riprendersi in quel momento scatta qualcosa. Sicuro. Matematico.

Ma quali valigie

Ed è quel che è successo. Dopo ieri qualche pensiero poco positivo c’era nella testa di Pogacar. «Chi non sarebbe stato turbato? – ha detto Pogacar stesso – Quello che Jonas ha fatto ieri è stato incredibile.

«Oggi, quando ha iniziato ad accelerare nel Tourmalet, ho pensato tra me e me che sarebbe stato come ieri. Avremmo potuto fare le valigie e tornare a casa».

Oggi la gamba era diversa e, come detto Tadej, ha fiutato qualcosa… «Per fortuna oggi avevo una buona gamba. Sono riuscito a seguirlo nel Tourmalet e quando ho sentito che era il momento giusto, ho attaccato nel finale – breve pausa e poi aggiunge – E’ stato un grande sollievo».

Quest’ultima è una frase da non sottovalutare da parte di Pogacar. E’ la prima volta che gliela sentiamo dire. Ma tutto ciò non fa che avvalorare l’impresa della rivincita. Della reazione.

A 2,8 km dall’arrivo Pogacar attacca. Vingegaard non risponde. Ora nella generale tra i due ci sono appena 25″
A 2,8 km dall’arrivo Pogacar attacca. Vingegaard non risponde. Ora nella generale tra i due ci sono appena 25″

Quella musica sul bus

Reazione che parte da ieri in qualche modo. Anche se in casa UAE non c’erano poi questi musi lunghi. E ancora una volta il merito era soprattutto del diretto interessato, ma anche dell’ambiente che lo circonda.

«Ieri abbiamo parlato tranquillamente quando è arrivato al bus – racconta Joxean Fernandez Matxinsi è messo nel macchinario per il down cooling e con lucidità abbiamo analizzato a tappa. Ma serenamente. Tadej ha detto che aveva trovato un avversario più forte, ma anche che mancavano tanti giorni e che si sentiva un po’ meglio. Era ottimista come sempre.

«Pensate che quando siamo ripartiti da Laruns avevamo la musica a tutto volume nel bus!».

In UAE si aspettavano un andamento della corsa di oggi come quello che si è visto. E loro sarebbero stati pronti a difendersi compatti.

«Dovevamo stare attenti sul Tourmalet. E Tadej ci è riuscito… Poi è successo quello che avete visto. In ammiraglia Andrej (Hauptman, ndr) che gli parlava gli diceva della strada: quanto mancava, le curve, le pendenze e dopo che è partito oltre ai distacchi reali – ci tiene a sottolineare il tecnico spagnolo – anche qualche altro incitamento… Per esempio gli ha detto che Urska (Zigart, la sua fidanzata, ndr) stava meglio, che c’erano i genitori all’arrivo, che stava facendo un’impresa dell’altro mondo. Tutte cose per non fargli sentire il mal di gambe».

Dopo l’incidente alla Liegi, Pogacar è più fresco e il Tour dura tre settimane. «Questo è vero. E’ un aspetto che abbiamo valutato, però ci sono anche gli avversari, a partire da Vingegaard. Non è una gara di Tadej… contro di Tadej».

«Come lo vedo io? Ieri aveva la rabbia di chi vuole riscattarsi e oggi quella di chi vuol vincere. Che poi non si tratta di rabbia. Tutti noi siamo compatti, uniti. In squadra c’è un bell’ambiente. Oggi quando è tornato al bus ci siamo abbracciati tutti. E tutti abbiamo iniziato a saltare».

Vingegaard è comunque in maglia gialla. Lo premia Macron, presidente della Francia
Vingegaard è comunque in maglia gialla. Lo premia Macron, presidente della Francia

Conti senza l’oste

E poi c’è il lato della Jumbo-Visma. Fortissima. Anche loro belli da vedere. Arrivano con i passisti fino a 5-6 chilometri dal Tourmalet. Usano gli scalatori in modo diverso: non stile “gregari diesel”, ma come degli attaccanti da salita. Le azioni di Kelderman (soprattutto) e Kuss sono state brevi e intense. 

In cima poi c’è l’altro protagonista di giornata che li attende, Wout Van Aert. Superbo. Ha tirato da solo per oltre metà tappa. E come Tarzan sulle liane, Vingegaard è passato da un gregario all’altro. Tattica perfetta e anche giusta, se vogliamo.

«Sarebbe stato perfetto – ha detto Vingegaard – staccare Tadej sul Tourmalet e trovare Van Aert nel fondovalle. Ci abbiamo provato ma non ci siamo riusciti. Lotteremo fino a Parigi».

In fin dei conti i gialloneri hanno ragionato sui numeri di ieri. Con Jonas che era il più forte. Ed è stata più che legittima la loro tattica. Ma oltre la tattica ci sono gli avversari. E quando uno di questi è Pogacar non si può mai stare tranquilli.

In tutto ciò un’altra bella notizia è che ancora non è finita. Il sogno continua. Non svegliateci… ma teniamo gli occhi aperti!

Un giorno con Pogacar: il racconto di Viel

25.06.2023
4 min
Salva

I giorni che ci separano dalla partenza del Tour de France sono sempre meno, la Grande Boucle, quest’anno, prenderà il via dai Paesi Baschi. I lavori di rifinitura proseguono, ormai il più è fatto, non ci si può nascondere. Uno dei favoriti, insieme al vincitore uscente Vingegaard, è Tadej Pogacar (in apertura foto Instagram Dmt). Lo sloveno è recentemente tornato alle corse dopo l’infortunio subito alla Liegi, ed ha subito conquistato il titolo nazionale a cronometro.

Viel ha avuto l’occasione, grazie al suo lavoro in Dmt, di passare una giornata con Pogacar (foto Instagram Dmt)
Viel ha avuto l’occasione, grazie al suo lavoro in Dmt, di passare una giornata con Pogacar (foto Instagram Dmt)

Sempre sul Sestriere

Pogacar per rifinire la condizione e la gamba in vista del Tour ha fatto tappa sul Sestriere, dove siamo andati a curiosare qualche giorno fa. Un altro occhio attento sulle strade piemontesi lo ha portato Mattia Viel, il quale lavora da qualche mese con Dmt

«Da gennaio sono nel gruppo marketing di Dmt- racconta Viel – tra i vari compiti svolgo anche attività di creazione di contenuti per le agenzie con cui lavoriamo. E’ bello rimanere a stretto contatto con il mondo del professionismo e le giornate passate con le atlete della UAE Team ADQ e poi con Pogacar sono state molto stimolanti». 

Viel è rimasto sorpreso dalla qualità muscolare di Pogacar (foto Mattia Viel)
Viel è rimasto sorpreso dalla qualità muscolare di Pogacar (foto Mattia Viel)
Com’è stato passare una giornata con un campione come Pogacar?

E’ una cosa molto bella, poi io ero concentrato sul lavoro, e sul momento non avevo realizzato di essere a contatto con uno dei ciclisti più forti al mondo. 

Da vicino che impressione ti ha fatto?

Dallo schermo sembra giovane, e lo è, ma una volta visto dal vivo sembra ancora più piccolo. Ha un viso naif ma nonostante ciò ha le caratteristiche per essere il numero uno. Una cosa che ho pensato è come il ciclismo ti faccia maturare fin da giovane.

In che senso?

Pogacar tra una settimana si troverà al Tour de France a giocarsi la vittoria finale e questo lo vedi nel suo sguardo e nell’atteggiamento dello staff che lo circonda. I suoi atteggiamenti, invece, sono diversi, è molto disponibile, ha una tranquillità incredibile. Lo abbiamo seguito in una giornata di scarico, quindi era più sereno, però tutto doveva essere ben programmato. Bastano solamente due minuti di troppo fermo in cima al Colle delle Finestre per ammalarsi e perdere tutto il lavoro fatto. 

Lo sloveno utilizzerà un nuovo modello delle Dmt KR SL con la suola bianca (foto Mattia Viel)
Lo sloveno utilizzerà un nuovo modello delle Dmt KR SL con la suola bianca (foto Mattia Viel)
Altre cose che hai notato?

Le gambe, ha un muscolo “fresco”. Non si ritrova ad avere il polpaccio di un professionista navigato, dove si vede il muscolo teso o le vene in evidenza. Anzi, non ha nemmeno questa massa impressionante, poi però pensi a quello che fa e capisci che hai davanti un campione. Ah, c’è dell’altro…

Racconta…

Aver corso tra i professionisti mi permette di avere un occhio allenato e riesco ad apprezzare i particolari. Riesco a notare da come uno aggancia la scarpa sul pedale o da come parte come sta. Pogacar sembra davvero in ottima forma. 

Cosa avete fatto lì al Sestriere?

Dei video e dei contenuti per dei prodotti. Abbiamo fatto venire una troupe per fare delle riprese e qualche foto: classici video dietro macchina ecc. Ho avuto la fortuna di osservarlo dalla macchina, l’ho visto sereno, sicuro di sé. Pedalava davvero bene, senza problemi. Ho respirato, però, l’atmosfera nella quale si capisce che sta per iniziare qualcosa di importante. Come una quiete prima della tempesta. Quello che impressiona è la serenità con cui viene vissuto l’avvicinamento alla corsa più importante dell’anno. 

La troupe ha “litigato” per alcuni minuti per domare il ciuffo di Pogacar (foto Mattia Viel)
La troupe ha “litigato” per alcuni minuti per domare il ciuffo di Pogacar (foto Mattia Viel)
Eravate lì per Dmt, Pogacar usa qualche accortezza per le sue scarpe?

No, Tadej indossa le KR SL, il modello con i lacci. Ad occhio nudo non si vedono particolari rilevanti, magari può esserci qualche piccola accortezza a livello di soletta, molti professionisti lo fanno. 

C’è qualche aneddoto divertente della giornata?

Uno sì! La troupe per i video aveva anche due truccatrici, una di loro ha cercato invano di mettere il ciuffo di Pogacar dentro il casco. Probabilmente pensava che a livello estetico il video sarebbe venuto meglio, Tadej dopo un po’ di tentativi le ha fatto gentilmente notare che quel ciuffo è il suo segno distintivo. Fa parte del personaggio Pogacar, sono indivisibili!

A Bergamo Healy semina, McNulty raccoglie

21.05.2023
4 min
Salva

BERGAMO – McNulty ha il volto stanco ma felice di chi ha vinto sapendo di aver dato tutto quello che aveva in corpo, ed anche qualcosa di più. Il finale della quindicesima tappa del Giro d’Italia è la copia del Lombardia del 2021, quel giorno vinse un altro corridore in maglia UAE Emirates: Tadej Pogacar. Anche in questo caso si è trattato di uno sprint ristretto, con tre atleti che arrivano fino agli ultimi metri lasciando con il fiato sospeso il pubblico. McNulty vince di forza e con grande cattiveria agonistica, anticipando sulla linea bianca Healy e Frigo, con quest’ultimo che ha lanciato la volata dai 500 metri una volta rientrato sulle ruote dei primi due.

Una lunga giornata

Il sole si affaccia finalmente sul Giro d’Italia, ricordandoci che siamo a maggio ed è ormai primavera inoltrata. Le strade delle valli bergamasche diventano un punto di ritrovo per appassionati ed amanti di ciclismo, con colori e rumori che intasano l’aria di “amore infinito”.

«E’ stata finalmente una bella giornata di sole – racconta lo statunitense nel post corsa – ma la fatica non è mancata. Fin dai primi chilometri ci siamo dati battaglia per prendere la fuga e rimanere nelle posizioni di testa. Il gruppo dei primi era davvero numeroso (inizialmente era composto da diciassette corridori, ndr) ma la strada man mano ha accumulato fatica nelle gambe. La tappa era lunga ed estremamente difficile, con tante salite e strade tortuose, le quali non ti permettevano di deconcentrarti nemmeno un secondo. Avevo provato anche nei giorni precedenti ad entrare in qualche fuga ma non ero al meglio della condizione, oggi per fortuna è stato diverso».

Il forcing di Healy sullo strappo finale di Città Alta non ha portato i frutti sperati
Il forcing di Healy sullo strappo finale di Città Alta non ha portato i frutti sperati

Sfida a eliminazione

Con i chilometri che scorrevano sotto le ruote ed il respiro sempre più pesante i diciassette uomini che hanno animato la tappa sono diminuiti sempre più. Uno scatto di Bonifazio a 45 chilometri dall’arrivo, prima del traguardo volante di Almenno, ha animato la corsa. La scalata alla Roncola, ultima salita di giornata, è stata il passaggio chiave di questa tappa.

«Frigo è scattato dopo il lavoro dei Movistar – continua McNulty, con il volto arrossato dal sole – l’ho seguito subito e ci siamo avvantaggiati ma poi Healy è tornato sotto. E’ stato l’irlandese ad alzare il ritmo sulle pendenze della Roncola, Non era facile seguirlo, ma non mi sono arreso ed ho proseguito del mio passo. Ho approfittato della discesa per riportarmi su di lui senza troppo affanno, un fuori giri lo avrei pagato sicuramente di più.

Ben Healy ha dato tutto, forse avrebbe potuto risparmiare un po’ di energie ad inizio tappa per affrontare meglio il finale
Healy ha dato tutto, forse avrebbe potuto risparmiare un po’ di energie ad inizio tappa per affrontare meglio il finale

Healy sprecone

Il giovane irlandese della EF Education Easy Post è stato uno dei protagonisti di giornata, se non il principale. Si è dimostrato uno dei più attivi battagliando con Rubio ad ogni GPM, i due in cima a Passo Valcava sono arrivati anche ad uno spalla a spalla molto aggressivo. Healy era consapevole di essere il più forte oggi, ma non è riuscito a portare a casa il bottino pieno, complice una gestione di gara non eccellente.

«Healy – conclude McNulty – ha attaccato spesso, lo ha fatto anche sulla salita di Bergamo Alta. In precedenza, Frigo è riuscito a rientrare su di noi nel tratto di strada tra la Roncola e lo strappo finale. Ho cercato di approfittare di un momento di indecisione tra noi tre ai meno sette dall’arrivo ma non è andata bene. Il duello finale si è svolto sulla salita di Bergamo Alta. E’ stato davvero uno spettacolo vedere così tanta gente a bordo strada, ha sicuramente aiutato a sentire meno la fatica. Ben (Healy, ndr) ha affrontato quello strappo finale a tutta ma sono riuscito a resistere.

«Nella breve discesa che portava all’ultimo chilometro Frigo è rientrato ancora, dimostrando di essere molto forte, ed ha lanciato uno sprint lungo. L’ho tenuto a bada e per fortuna sono rimasto in testa per tutta la volata finale. E’ la mia prima vittoria in un grande Giro e sono davvero felice di ciò. Ora arriva il giorno di riposo e poi l’ultima settimana, che sarà davvero tosta».