Il Giro della Lunigiana ha vissuto una delle sue giornate più importanti poco più di una settimana fa, quando un comitato di rappresentanza è andato a presentare la Corsa dei Futuri Campioni alla Sala Stampa della Camera dei Deputati. Un passo enorme per una manifestazione che da sempre raccoglie, e accoglie, i migliori talenti della categoria juniores da tutto il mondo. Sulle strade della Lunigiana e della vicina Liguria sono passati tanti nomi che poi si sono affermati anche ai massimi livelli del ciclismo.
Perché prima di diventare campioni, questi corridori che tra poco scopriremo, sono stati ragazzi con un sogno da realizzare. Il talento gli ha permesso di emergere, ognuno in maniera diversa. Siamo però tornati a parlare di loro da una prospettiva diversa, non solo l’atleta ma anche la persona. Abbiamo voluto così raccontarli con gli occhi di chi ha potuto vedere un passaggio chiave della loro crescita, in un’età in cui si ha ancora spazio per essere davvero se stessi. Ricordiamo che la categoria juniores è riservata ai ragazzi di età compresa tra i 17 e i 18 anni.
Negli ultimi anni il Giro della Lunigiana ha parlato spesso francese, qui Lenny Martinez vincitore nel 2022L’anno successivo fu il turno di una altro transalpino: Leo Bisiaux (foto Fruzzetti)Mentre nel 2024 esplose il talento di Paul Seixas che dopo il Lunigiana passò direttamente nel WT con la Decathlon AG2RNegli ultimi anni il Giro della Lunigiana ha parlato spesso francese, qui Lenny Martinez vincitore nel 2022L’anno successivo fu il turno di una altro transalpino: Leo Bisiaux (foto Fruzzetti)Mentre nel 2024 esplose il talento di Paul Seixas che dopo il Lunigiana passò direttamente nel WT con la Decathlon AG2R
I “vicini” francesi
Lucio Petacchi è il direttore del Giro della Lunigiana dal 2023, ma vive la corsa da dentro fin dal 2021. Sotto il suo sguardo appassionato e attento sono passati gli ultimi talenti che ora brillano sulle strade di tutto il mondo. Una rapida accelerazione al titolo di “Corsa dei Futuri Campioni” per il Giro della Lunigiana è arrivata proprio negli ultimi anni, quando i giovani campioni usciti da questa gara hanno mosso subito passi importanti anche tra i professionisti.
«Il mio primo anno – racconta Lucio Petacchi – è stato quello di Lenny Martinez e Romain Gregoire, due talenti incredibili. In realtà tutte le mie edizioni sono state caratterizzate dai colori della bandiera francese visto che hanno vinto tre delle ultime quattro edizioni. Si vede che c’è qualcosa di diverso nel loro sguardo. Sono concentrati e determinati, sanno di avere gli occhi puntati addosso, questo però vale per tutti i ragazzi. I francesi però si guardano parecchio intorno, sono curiosi sul territorio che li circonda. Qualcuno chiede delle specialità culinarie, degli usi e delle tradizioni della Lunigiana».
Sono tanti anche i talenti italiani che sono passati dal Lunigiana, uno su tutti Vincenzo Nibali che lo vinse nel 2002Il Giro della Lunigiana crea un legame forte con i corridori che lo hanno corsoL’ultimo italiano che ha fatto vedere grandi cose al Lunigiana è stato Lorenzo Finn, secondo nel 2023 e nel 2024 (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)Sono tanti anche i talenti italiani che sono passati dal Lunigiana, uno su tutti Vincenzo Nibali che lo vinse nel 2002Il Giro della Lunigiana crea un legame forte con i corridori che lo hanno corsoL’ultimo italiano che ha fatto vedere grandi cose al Lunigiana è stato Lorenzo Finn, secondo nel 2023 e nel 2024 (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)
Gli azzurri
Il Giro della Lunigiana è per molti il primo banco di prova a livello internazionale, le Rappresentative Regionali portano i loro ragazzi a confrontarsi con atleti da tutto il mondo. Nelle passate edizioni c’è stato spazio anche per un atleta di casa: Lorenzo Mark Finn.
«Finn – dice ancora Lucio Petacchi – è un ragazzo di un’educazione e un talento incredibile. E’ molto disponibile e con lui si è parlato tanto dei percorsi visto che conosce benissimo le strade. Inoltre è un ragazzo molto attento anche ai diversi temi sociali, come Giro della Lunigiana ci siamo impegnati nel portare avanti alcune proposte legate al primo soccorso e non solamente in gara».
«Sono passati tanti ragazzi da noi – prosegue – anche perché per tanti italiani questa gara rappresenta il primo vero appuntamento internazionale della loro carriera. Molti conservano un ricordo indelebile ed è bello vedere come ognuno porti con sé qualcosa di diverso».
Un giovane Tadej Pogacar vince sul traguardo di Bolano nel 2016Lucio Petacchi insieme a Jarno Widar che nel 2023 mostrò a tutti i primi sprazzi di talentoIl Giro della Lunigiana per tanti atleti italiani rimane un bellissimo ricordo da conservare in quanto è la loro prima esperienza internazionale Un giovane Tadej Pogacar vince sul traguardo di Bolano nel 2016Lucio Petacchi insieme a Jarno Widar che nel 2023 mostrò a tutti i primi sprazzi di talentoIl Giro della Lunigiana per tanti atleti italiani rimane un bellissimo ricordo da conservare in quanto è la loro prima esperienza internazionale
Gli anni passati
Una delle figure storiche del Giro della Lunigiana è quella di Alessio Baudone, alla guida della corsa per diversi anni. Il suo ricordo è radicato e profondo, in una corsa internazionale ma che ha visto comunque dei cambiamenti.
«Credo ci sia stato un prima e un dopo Evenepoel – ci spiega con una risata – lui mi ha fatto impazzire. Partiva e salutava la compagnia anche in tappe pianeggianti. Era qualcosa di incredibile. Era l’Evenepoel che arrivava dal calcio e aveva quell’atteggiamento tipico, un po’ polemico. Ricordo che nella cronometro a Castelnuovo di Magra perse per un secondo da Matias Vacek. Fece una polemica incredibile, diceva di aver vinto lui. Però era di un altro livello, ho visto tanti campioni ma nessuno straripante come lui».
«Un altro ricordo che conservo è di Matej Mohoric – continua – in discesa andava davvero forte, come ora. Stargli dietro con la macchina era difficilissimo, a volte mi veniva istintivo dirgli di rallentare. Vincenzo Nibali, invece, vinse ma fu dominante in salita. Staccava tutti di ruota. Erano ragazzi diversi da quelli di ora, meno “professionisti”. Vedevi che il ciclismo era la loro passione ma prima che potesse diventare un lavoro c’era ancora tanto da fare. Con Evenepoel, e il fatto che dopo il Lunigiana sia passato subito nel WorldTour, si è aperta una rincorsa ai giovani».
CARCASSONNE (Francia) – Il bus della Lidl-Trek è pronto per partire, manca soltanto Jonathan Milan… incastrato dal protocollo previsto per chi indossa le maglie di classifica: la verde nel suo caso. La giornata non è andata come si aspettava. E anche se il traguardo a punti si trovava al chilometro 59,8 in un tratto di saliscendi, il friulano non è riuscito a infilarsi nella fuga che se l’è giocato. Né la squadra è parsa intenzionata a dare fondo a troppe energie per impedire agli attaccanti di prendere il largo, dopo aver lavorato per tenerli nel mirino.
Sta di fatto che il traguardo volante di Saint-Félix-Lauragais se l’è preso Mathieu Van der Poel su De Lie ed Eenkhoorn, mentre Milan lottava nelle retrovie e a 97 chilometri dall’arrivo ha perso contatto col gruppo. Il suo ritardo al traguardo è stato di 22’42”. La classifica a punti lo vede invece primo con 251 punti, a fronte dei 223 di Pogacar e i 210 di Van der Poel.
Steven De Jongh, fermato per pochi minuti davanti al pullman ha allargato le braccia. «Sarà molto difficile lottare per la maglia verde – ha detto il diesse belga – perché Pogacar può giocarsela come vuole. La classifica a punti è uno degli obiettivi che ci siamo dati venendo al Tour, al pari di vincere delle tappe. Una è venuta, due ci sono sfuggite. Lotteremo per i traguardi volanti, ma non snatureremo il nostro modo di correre. Per cui faremo il possibile nelle tappe che restano e cercheremo di vincerne almeno un’altra».
Sabato Milan ha provato la fuga verso Superbagneres, poi la squadra lo ha aiutato per il traguardo a puntiSabato Milan ha provato la fuga verso Superbagneres, poi la squadra lo ha aiutato per il traguardo a punti
La guerra degli scatti
Lo aveva detto Petacchi prima ancora che il Tour entrasse nel vivo. Aveva consigliato a Milan di concentrarsi sul maggior numero di tappe possibili e poi di considerare la maglia verde una loro conseguenza. Con una vittoria e due secondi posti, il discorso è attuabile, ma di certo non semplice. Sfogliando il libro della corsa, è immediato notare che i traguardi a punti si trovano tutti nella prima metà di tappa e non dopo le montagne che ci aspettano. Milan può cercare di infilarsi nelle fughe, cosa che non gli è mai riuscita troppo agevolmente da quando lo hanno trasformato in un velocista. Oppure potrebbe chiedere alla squadra di tenere cucita la corsa fino allo sprint, pur sapendo che certe partenze sono micidiali e difficili da contrastare.
«La tappa è iniziata con grandi ambizioni – dice lui – e penso che dopo molti attacchi, mi sentissi me stesso, stavo bene. Ho iniziato la giornata e ho corso con l’aspettativa di conquistare più punti possibile. Penso di aver stretto i denti per entrare nei primi attacchi, volevo davvero essere davanti per conquistare lo sprint intermedio. Ma quando ho fatto l’ultimo tentativo, sapendo che sarebbe stato difficile, non sono riuscito a dare quel che mi aspettavo».
Van der Poel ha messo la maglia verde nel mirino? Per come corre, è possibileVan der Poel ha messo la maglia verde nel mirino? Per come corre, è possibile
L’insidia Van der Poel
Il percorso del Tour per certi versi gli strizza l’occhio, per altri lo mette a confronto con avversari più adatti di lui alle fughe. E se è vero che i punti in palio suoi traguardi di montagna peseranno meno di quelli dei traguardi volanti, la presenza di Van der Poel rende tutto molto difficile. L’olandese, che ha vinto una tappa e vestito la maglia gialla, potrebbe fare della verde il suo ultimo obiettivo del Tour e sarebbe difficile in quel caso contrastarne gli slanci.
«Penso che oggi anche la temperatura abbia inciso sulla mia prestazione – riflette Milan – sono un po’ deluso, ma Mathieu è quello che è. Domani finalmente avremo un bel giorno di riposo, poi vedremo per le prossime tappe. Sarà molto difficile, perché siamo vicini e ci aspettano giornate davvero dure. Sarebbe un finale davvero amaro lottare duramente e dare il massimo per difendere questa maglia e poi doversi dispiacere per non avercela fatta».
Nella 16ª tappa che arriva sul Ventoux, il traguardo a punti si trova al chilometro 112,4La 17ª tappa con arrivo a Valence si presta per lo sprint. Il traguardo a punti si trova al chilometro 47,9La 18ª tappa è affare per scalatori, ma il traguardo a punti si trova in partenza, al chilometro 23,7Ancora scalatori nella tappa numero 19, ma traguardo a punti dopo appena 8 chilometriForse solo la 20ª tappa potrebbe essere indigesta per Milan, con il traguardo a punti al chilometro 72,3Infine Parigi, con il traguardo volante prima dei tre giri di MontmartreNella 16ª tappa che arriva sul Ventoux, il traguardo a punti si trova al chilometro 112,4La 17ª tappa con arrivo a Valence si presta per lo sprint. Il traguardo a punti si trova al chilometro 47,9La 18ª tappa è affare per scalatori, ma il traguardo a punti si trova in partenza, al chilometro 23,7Ancora scalatori nella tappa numero 19, ma traguardo a punti dopo appena 8 chilometriForse solo la 20ª tappa potrebbe essere indigesta per Milan, con il traguardo a punti al chilometro 72,3Infine Parigi, con il traguardo volante prima dei tre giri di Montmartre
Il giorno di riposo servirà per studiare i percorsi. Il solo giorno in apparenza vietato per l’attuale livello di Milan sarà il ventesimo, con il traguardo volante al chilometro 72,3 dopo una serie di notevoli saliscendi, ma per il resto non c’è una tappa fuori portata. Sarà la squadra a decidere, se farsi bastare l’eventuale vittoria di mercoledì a Valence o lottare tutti i giorni per mantenere il simbolo verde del primato.
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Tre corse nella stessa. E mentre Thymen Arensman corona la sua con la vittoria e stramazza sull’asfalto, alle sue spalle si svolgono le altre due: la corsa di Vingegaard contro Pogacar e quella di Lipowitz verso la maglia bianca. Mesto su un’ammiraglia in qualche posto imprecisato della tappa, Remco Evenepoel ha avuto il tempo per riflettere sul ritiro dal Tour. In attesa di avere notizie su eventuali problemi di salute, annotiamo le osservazioni del suo allenatore sul poco lavoro d’intensità fatto dopo il Delfinato, ma anche la facilità con cui il belga ha scelto di mollare. Si cresce anche lottando per un piazzamento, non esiste soltanto il podio.
«Sono stato male preparando il Tour – dice Arensman – ma penso che nonostante la malattia, mi sia preparato bene. Sono venuto per mettermi alla prova e ho dovuto essere molto paziente nella prima settimana, aspettando fino alle montagne. Alla prima occasione che ho avuto, sono arrivato secondo nella tappa di Le Mont Dore e già mi era parsa un’esperienza incredibile. Ma questa è di più. Penso di avere avuto gambe fantastiche e la forma migliore della mia vita. Ho avuto paura che tre minuti non bastassero per resistere a Tadej e Jonas, non riesco a credere di essere riuscito a tenerli a bada. Tutti gli spettatori mi hanno dato qualche watt in più. Sono venuto in Francia solo per vivere l’esperienza del Tour, vincere una tappa è pazzesco».
Thymen Arensman, classe 2000, 1,90 per 68 kg, è pro’ dal 2021, aveva già vinto una tappa alla Vuelta 2022Dopo l’arrivo, Pogacar è andato dritto da lui e si è congratulatoThymen Arensman, classe 2000, 1,90 per 68 kg, è pro’ dal 2021, aveva già vinto una tappa alla Vuelta 2022Dopo l’arrivo, Pogacar è andato dritto da lui e si è congratulato
Il muro di Pogacar
Vedere Vingegaard che si scaglia contro Pogacar strappa il sorriso. Ma siccome è opinione diffusa che la terza settimana potrebbe capovolgere tutto l’acquisito, vedere Jonas scattare per due volte sulla salita finale fa dire che ne servirebbe di più, ma ben venga la buona volontà. Il Tour ha sempre vissuto dei duelli tra il leader imbattibile e i suoi sfidanti, ma solo uno prima di Pogacar aveva dato il senso dell’inscalfibilità: Lance Armstrong. Tutti, da Ullrich a Basso, contro di lui hanno perso il sonno e le sfide. Hanno continuato a provarci, ma di base come fai a crederci se quello là davanti neppure barcolla e, quando sei convinto di andare molto forte, ti scatta in faccia?
«Io credo che innanzitutto dipenda dallo spirito – dice Ivan Basso, chiamato in causa per la sua esperienza – dal temperamento del corridore. Se sei un attaccante, hai lo spirito di provarci sempre, perché non si sa mai cosa possa succedere. Ovviamente se non ci provi, non puoi sapere se l’altro sia in difficoltà o meno. E se lui ha la giornata storta e tu ne hai una di grazia, non c’è niente di impossibile. Io credo che Vingegaard non abbia nulla da perdere, nel senso che fare secondo non gli cambia nulla, mentre vincere il Tour con un’impresa sarebbe un’altra cosa. E’ chiaro che Tadej ha preparato questa gara come appuntamento clou dopo le classiche, quindi è fortissimo».
Basso ha lottato per anni contro Armstrong, senza riuscire mai a scalfirne l’armaturaBasso ha lottato per anni contro Armstrong, senza riuscire mai a scalfirne l’armatura
I numeri e l’istinto
Vingegaard appare deciso a non mollare e da martedì sul Mont Ventoux, potrebbe farsi nuovamente sotto.
«A questo punto – spiega Basso – ci sono due modi per provare ad attaccare Tadej. Il primo è legato all’analisi dei dati. Nelle squadre c’è qualcuno incaricato di studiarli, studiando se c’è una crepa in cui infilarsi. E poi ovviamente ci sono le doti dell’atleta, l’istinto e ilcolpo d’occhio. Quindi se l’istinto ti dice di andare in quel momento, tu ci provi e non sai mai quello che succede. Avere i dati è fondamentale. Servono per crescere, anche per andare indietro e vedere perché non vai o perché non vai come ti aspetti.
«Ma oltre a questo c’è quella cosa in più, che solo i campioni hanno e tirano fuori quando ritengono che sia giunto il momento. Infine c’è quello che ti viene dall’ammiraglia. Dall’immagine dell’elicottero si vede molto. Vedi dov’è posizionato l’avversario e se ha perso un metro oppure se ti segue come un’ombra. Io le ho provate in tutti i modi, ma Armstrong mi ha sempre ripreso. Però non avrei saputo correre in modo diverso».
Lipowitz ha tagliato il traguardo con 1’25” di ritardo da Arensman, ma nella scia di PogacarLipowitz ha tagliato il traguardo con 1’25” di ritardo da Arensman, ma nella scia di Pogacar
La nuova maglia bianca
Mentre i primi due della classe se le davano di santa ragione, alle loro spalle Lipowitz ha conquistato il quinto posto a 1’25” da Arensman, ma ad appena 17 secondi da Pogacar. Questo gli ha reso la maglia bianca, che detiene ora con 1’25” su Oscar Onley. La classifica della Red Bull-Bora-Hansgrohe vede a questo punto il tedesco sul terzo gradino del podio, mentre Roglic viaggia in sesta posizione. Scendendo dal traguardo verso l’hotel, il primo direttore sportivo Enrico Gasparotto traccia un bilancio che, sottolinea, non può che essere provvisorio.
«Abbiamo vissuto tre buone giornate – dice il friulano – ma la tenuta alla distanza credo che la misureremo dopo la ventesima tappa. Quello che è venuto fuori in questi giorni è il fatto di aver approcciato la prima parte di Tour con un po’ più di serenità e tranquillità, invece di lottare per ogni secondo. E’ stato il nostro approccio e al momento ha fatto sì che Florian e Primoz abbiano avuto le gambe più fresche di altri. Però credo che si possa tirare una somma solo dopo le Alpi. Credo che a Lipowitz, abbia dato molta fiducia il terzo posto al Delfinato. Per lui è il primo Tour, ma per la seconda volta nell’anno si ritrova a lottare contro gli stessi protagonisti che sono l’apice del ciclismo mondiale.
«La stiamo vivendo serenamente, restando fedeli all’obiettivo del team, che prima di partire per il Tour era centrare il podio. Credo che siamo abbastanza in linea, però preferisco essere molto cauto perché la settimana prossima è molto difficile. Se ne vedranno ancora delle belle. Magari non sul Mont Ventoux, perché è una salita sola, anche se viene dopo il riposo e andrà gestito. Ma ci saranno due giornate da 5.500 e 4.500 metri di dislivello, che messe nell’ultima settimana, faranno male».
Primoz Roglic, terzo nella crono di ieri, viaggia al sesto posto della classificaPrimoz Roglic, terzo nella crono di ieri, viaggia al sesto posto della classifica
Il ruolo di Roglic
Prima di lasciarlo al suo viaggio verso l’hotel, l’ultima annotazione scappa quasi da sé. Roglic che al Giro, fino al ritiro, si è ritrovato a fare da esempio per Pellizzari, ora svolge lo stesso ruolo con Lipowitz. E’ un ruolo che gli piace?
«Primoz è molto partecipe ai discorsi – risponde Gasparotto – sia alle cose più goliardiche che i ragazzi si raccontano, sia agli aspetti più seri riguardanti la corsa. Il suo bagaglio di esperienza è enorme, ce ne sono pochi come lui. Ed è vincente il fatto che ne parliamo assieme sul bus, che discutiamo su tattiche e strategie, su quello che fanno gli altri e quello che dovremmo fare noi. Discutiamo sempre tutti insieme quando partiamo dall’hotel verso la partenza, è una cosa che abbiamo voluto noi direttori qui al Tour de France. Creare una sorta di ambiente rilassato, dove ognuno può dire quello che pensa. Credo che aiuti, no?
«Florian è una bravissima persona, un ragazzo d’oro, molto semplice. Quindi il fatto che Primoz sia così tranquillo, molto più dello scorso anno, per il gruppo è davvero un enorme vantaggio. E il terzo posto di ieri nella crono ha dato morale a tutti. Ora però dobbiamo riposare. Siamo passati dal caldo al freddo. Sono state giornate brevi, perché dopo le tappe, fra cena e massaggi si va a letto a mezzanotte e la mattina alle 9 sei già in giro. Abbiamo bisogno che lunedì sia un vero giorno di riposo, perché dal giorno dopo inizierà un altro Tour».
Quanto è difficile per i corridori stare in equilibrio fra programmi dei team e loro ambizioni. Ne parliamo con Gianpaolo Mondini, dottore in psicologia
L’azienda statunitense Enve annuncia un’ottima notizia per i cicloamatori più esigenti. Le ruote SES 4.5 PRO, (quelle usate da Pogacar da inizio stagione) sono ora disponibili per tutti.
Il campione del mondo le ha già utilizzate dall’inizio del 2025, ma sono state presentate soltanto all’inizio del Tour de France. Si tratta del secondo prodotto della linea PRO di Enve, quella dedicata ai professionisti, dopo il manubrio in monoscocca SES Aero PRO. Le nuove ruote sono notevolmente più leggere delle SES 4.5, pur mantenendo le stesse prestazioni in termini di aerodinamica.
Le SES 4.5 PRO non sostituiscono le SES 4.5 (che resteranno sul mercato), sono “semplicemente” una versione ancora più leggera Le SES 4.5 PRO non sostituiscono le SES 4.5 (che resteranno sul mercato), sono “semplicemente” una versione ancora più leggera
Peso piuma, stessa aerodinamicità
La più importante novità è il risparmio di peso. Per le SES 4.5 PRO Enve dichiara un peso di 1.295 grammi per il set (valvole e nastro inclusi) contro i 1.450 delle SES 4.5. Un risultato notevolissimo, dato da un insieme di diversi fattori. Il nuovo design ha permesso un risparmio di circa 50 grammi per cerchio, grazie all’utilizzo di un nuova fibra di carbonio ad alto modulo che ha permesso di ottenere la stessa rigidità con meno materiale.
Inoltre sia la profondità che la larghezza del cerchio sono state ridotte: le PRO hanno un canale interno da 23,5 mm nel punto più stretto, dove è stato realizzato una sorta di minihook (a differenza dei 25 mm del modello precedente). Questo permette di utilizzare al meglio gli pneumatici da 28 mm, rispetto a quelli da 30 mm suggeriti per le SES 4.5. Oltre a questo la larghezza del canale interno nella parte più larga è di 24,5 mm, una soluzione che assicura una bassa resistenza al rotolamentoe ottime prestazioni aerodinamiche.
Buona parte della leggerezza è dovuta al design del cerchio, con ben 100 grammi risparmiati alla coppiaBuona parte della leggerezza è dovuta al design del cerchio, con ben 100 grammi risparmiati alla coppia
Nuovo mozzo e nuovi cuscinetti
Ma il peso è stato ridotto anche lavorando su un nuovo mozzo. Le SES 4.5 PRO adottano infatti il nuovo Innerdrive PRO, perfezionando il già collaudato Innerdrive, utilizzando meno materiale. In questo modo la tecnologia alla base è la stessa, con molla a cricchetto a 40 denti e la funzione di allineamento dei raggi per minimizzare la torsione, ma il peso è inferiore di 60 grammi. La coppia infatti si attesta a 281 grammi (posteriore 194 grammi, anteriore 87 grammi).
Sono stati rinnovati anche i cuscinetti. I nuovi PRO Ceramic si avvalgono di sfere di grado 5, piste in acciaio inossidabile temprato e guarnizioni senza contattosul cuscinetto interno, per ridurre al massimo la resistenza. Secondo Enve si tratta dei migliori cuscinetti ceramici disponibili sul mercato (noi aspettiamo un eventuale test).
Nuovo anche il mozzo e i cuscinetti, entrambi col marchio di altissima gamma PRONuovo anche il mozzo e i cuscinetti, entrambi col marchio di altissima gamma PRO
Dimensione, prezzi e disponibilità
Le SES 4.5 PRO hanno un’altezza del cerchio di 49 mm all’anteriore e di 55 mm al posteriore, che le rende adattissime a tutti i percorsi. Un ultimo dettaglio da segnalare sono le grafiche, anch’esse studiate per limare ogni grammo (ricordiamo che il peso alla coppia è di 1.295 grammi).
Infine il prezzo. Le ruote di Pogacar saranno disponibili sul sito di Enveper tutti gli appassionati tra fine agosto e inizio settembre, al prezzo di 4.499 euro.
«Devo dire che sono stato sorpreso da chi ha utilizzato la bici da crono», ha detto Domenico Pozzovivo. E’ con lo scalatore lucano che abbiamo sviscerato la cronoscalata di Peyragudes. Una cronometro che ha visto protagonista ancora lui, sempre lui: Tadej Pogacar.
Lo sloveno si porta a casa la frazione, rafforza la sua maglia gialla, mette in cassaforte la quarta vittoria di tappa e si riprende anche la maglia a pois. Ma forse la vera notizia, o meglio, l’immagine del giorno è Jonas Vingegaard che riprende Remco Evenepoel.
Il momento topico della crono di Peyragudes: Vingegaard riprende e sorpassa Evenepoel partito 2′ prima di luiIl momento topico della crono di Peyragudes: Vingegaard riprende e sorpassa Evenepoel partito 2′ prima di lui
Jonas e Remco: il sorpasso
Eppure Vingegaard non è parso poi così stupito. «Ieri – ha detto il danese – non ero al mio solito livello. Sì, è stata la mia seconda brutta giornata al Tour. Non so come sia possibile. Di solito non mi capitano queste cose. Oggi sono tornato al mio livello di prima. Credo ancora in me stesso e continuerò a provarci. La squadra è incredibilmente forte e dobbiamo dimostrarlo ora; il Tour non è ancora finito».
Mentre Remco, stremato e deluso, non ha risposto a chi gli chiedeva del sorpasso da parte di Vingegaard. Una domanda (legittima sia chiaro), ma che forse in quel momento di frustrazione poteva essere percepita come una provocazione.
«E’ stata una brutta giornata – ha detto il belga – di tutto il resto non mi importa». Come biasimarlo. Questi due giorni sono stati durissimi per lui e stasera andrà a dormire con più preoccupazioni che certezze.
Come diceva Pozzovivo, Tadej ha limato sul peso. Sulla Y1Rs non c’era neanche il nastro. I rapporti: 55-38 all’anteriore e 11-34 al posteriore. Pedivelle da 165 mm (dati UAe Emirates)Come diceva Pozzovivo, Tadej ha limato sul peso. Sulla Y1Rs non c’era neanche il nastro. I rapporti: 55-38 all’anteriore e 11-34 al posteriore. Pedivelle da 165 mm (dati UAe Emirates)
Tadej senza dubbi
Quanti spunti ha regalato questa frazione contro il tempo sul colle pirenaico. Con il Pozzo si è parlato delle scelte tecniche e delle prestazioni. Ma anche della media oraria stellare. Si ipotizzava una media tra i 26,5 e i 27 all’ora: Tadej ha abbattuto il muro dei 28.
Pogacar stesso si è espresso sulla scelta tecnica fatta in concerto con la sua UAE Team Emirates: «La scelta della bici è stata la decisione più importante di oggi. Gareggiamo quasi sempre con questa bici; la usiamo il 99 per cento delle volte. Abbiamo fatto i nostri calcoli e se su quella da crono non riesci a sfruttare tutta la tua potenza, finisci con lo stesso tempo finale. Mi sento più a mio agio con questa bici, anche in salita. Per me ha funzionato bene. Comunque ho faticato tantissimo anche io. Nel finale pensavo di esplodere, per fortuna che ho visto il cronometro sul tabellone e capendo che avrei vinto mi sono motivato».
Mettete bene da parte le parole di Pogacar, perché vi torneranno molto utili quando adesso leggerete quelle di Pozzovivo.
Per ovvie caratteristiche fisiche Pozzovivo non era un grande cronoman, ma in più di qualche occasione si è ben difesoPer ovvie caratteristiche fisiche Pozzovivo non era un grande cronoman, ma in più di qualche occasione si è ben difeso
Domenico, una gran bella cronometro con una marea di spunti tecnici, a partire dalla scelta dei materiali. Cosa ti è sembrato in merito?
Devo dire che sono stato abbastanza sorpreso dalla scelta di chi ha utilizzato le bici da crono, però alla fine vista la media oraria era davvero una scelta che ci poteva anche stare. Erano veramente due strategie al limite: poteva andare bene sia una che l’altra.
Ed è quello che ci diceva Pinotti un po’ di tempo fa: bici da crono sì o bici da crono no? Si era al limite…
Se si fosse restati sul classico Peyresourde, avrei detto assolutamente bici da crono. Mentre salendo all’aeroporto, quel finale così ripido metteva un po’ di dubbi dal punto di vista dell’efficacia della bici da crono. Pogacar è stato veramente sicuro di sé, non ha avuto nessun problema a scegliere la sua bici (la Colnago Y1Rs, ndr).
Una cosa che abbiamo notato è che chi aveva la bici da crono non sempre è stato in posizione, a parte Roglic… Forse questo ci dice che era meglio la bici da strada?
Considerando la bici aero che hanno in Visma-Lease a Bike (la Cervélo S5, ndr), per me era meglio. Poi è anche vero che Vingegaard è uno che sulla bici da crono ha la critical power migliore rispetto a quella da strada. Ricordiamoci di quando ha fatto la cronometro devastante a Combloux nel 2023: penso che quelle potenze relative al peso non le abbia mai fatte sulla bici da strada. Però secondo me, forse una decina di secondi li guadagnava con la bici da strada.
Vingegaard è andato molto forte. Quanto ha inciso vedere prima la macchina ferma della Soudal e poi Remco davanti?
In quei casi fa tanto vedere il corridore davanti a te, perché nel finale hai l’acido lattico fin sopra le orecchie. Ogni piccola motivazione, anche per distrarti, ogni appiglio può aiutarti ad andare più a fondo nello sforzo, specie su un muro del genere. Io credo che gli abbia fatto guadagnare tranquillamente 5-10 secondi rispetto a Tadej.
Tobias Foss: ruota anteriore ad alto profilo e posteriore bassa sulla sua Pinarello da stradaTobias Foss: ruota anteriore ad alto profilo e posteriore bassa sulla sua Pinarello da strada
Restiamo sul setup dei Visma: bici da crono, casco aero e ruote basse. Perché? Questione di peso?
Sì, la coperta era corta: l’hanno tirata da una parte e hanno lasciato scoperto l’aspetto ruote. Io avrei sacrificato il casco aero a vantaggio di quello normale. Piuttosto avrei messo una ruota altissima o comunque una un po’ più alta.
Qualche bel “mischione” in termini di setup c’è stato. Lenny Martinez con bici da strada e lenticolare dietro, Tobias Foss con ruota alta davanti e bassa dietro… Questo fa capire che c’è stato tanto studio?
Ognuno ha cercato a suo modo la prestazione. Sono situazioni in cui magari qualcuno usa la fantasia, però a volte forse bisognerebbe essere più razionali. In soldoni: io la lenticolare non l’avrei messa mai.
E quale sarebbe stato l’assetto di Domenico Pozzovivo?
Avrei assolutamente utilizzato una bici da strada aero, limando su tutte le parti possibili. In questo modo la porti tranquillamente a 7 chili e per me avrebbe fatto la differenza.
Quello che ha fatto Pogacar, sostanzialmente…
Anche perché ultimamente sto usando una bici aero e in salita dice tranquillamente la sua, almeno se non è troppo pesante. Poi conta anche lo stile dei corridori. A me, per esempio, piace una bici molto rigida, e di solito le bici aero lo sono, quindi avrei avuto una risposta elastica molto reattiva.
Che fatica per Remco oggi. Ha pagato ben 2’39” a Tadej PogacarChe fatica per Remco oggi. Ha pagato ben 2’39” a Tadej Pogacar
Secondo te si sono fatti interventi piccoli sui manubri, magari allungare l’attacco per stare più bassi, oppure nel mezzo del Tour non si tocca niente?
Sulla bici da strada no, su quella da crono sì. Remco era chiaramente meno aero del solito. Ha alzato le appendici di un bel po’ (si vocifera 2 centimetri, ndr). Il problema della bici da crono è che ti perdona meno quando sei in crisi, come successo proprio a Remco. Era una scelta molto più rischiosa. Se stai bene come PrimozRoglic, che ha vissuto la sua giornata migliore in questo Tour, la sfrutti bene.
Poi devi avere determinate caratteristiche, devi essere abituato a quella bici. Come dicevi prima, Vingegaard ha la critical power più alta sulla crono…
E anche Roglic ci si esprime bene. E pure Florian Lipowitz è uno che ha un core, la parte centrale del corpo, incredibile. Anche quando è sulla bici da strada sembra che stia su quella da crono per come tira il manubrio e per il suo stile così disteso. Ecco, nel suo caso non avrei avuto dubbi a usare la bici da crono. Si vede che ci è a suo agio e riesce ad esprimersi.
Invece a livello di prestazioni cosa ti è sembrato?
Alla luce della prestazione di ieri, oggi mi aspettavo un altro show di Tadej Pogacar. Il tempo che ha sancito la vittoria è veramente incredibile. La media è fuori dal comune. Già andare sopra i 27 all’ora sarebbe stato straordinario, lui ha fatto più di 28 (28,435 km/h, ndr). E’ su un altro pianeta. Già uno fortissimo come Vingegaard, rispetto agli altri campioni, ha fatto una differenza abissale.
Quindi questi 36 secondi sono una differenza abissale o qualcuno si poteva aspettare anche di più?
No, non ci si poteva attendere certi distacchi. Un conto è una tappa lunga e un conto uno sforzo breve. Il discorso è diverso. Bisogna anche capire nella testa come è stata approcciata. Ieri Tadej l’ho visto spingere fino in fondo perché secondo me aveva in testa il best time della salita. Oggi per me non aveva quel doppio fine, quindi quando ha capito che aveva vinto ha spinto, sì, ma senza distruggersi. E’ arrivato molto meno a tutta rispetto a Vingegaard.
Buona prestazione di Roglic. Lo sloveno chiude terzo e ora nella generale è 7° a 1’26” dal podioBuona prestazione di Roglic. Lo sloveno chiude terzo e ora nella generale è 7° a 1’26” dal podio
Invece qualcuno che ti ha colpito, in positivo o in negativo?
Luke Plapp me lo aspettavo perché è uno che a livello di potenza assoluta sulla salita secca ha quei numeri. In negativo direi Remco: me lo sarei aspettato terzo, invece ha fatto più fatica di ieri. Da lui mi aspetto di tutto. Domani potrebbe anche riprendersi, oppure potrebbe arrivare la giornata che mette la parola fine alla sua classifica.
La tendenza non è a suo favore. Ieri secondo te si è salvato solo perché si sono staccati Matteo Jorgenson e Simon Yates?
Però attenzione, ieri è stata una tattica quella della Visma talmente tirata, talmente al limite per cercare una falla in Tadej, che non sono state delle controprestazioni quelle di Jorgenson o Remco. Loro erano talmente al limite che il rischio di far saltare i compagni c’era, ed è stato così. Jorgenson e Yates sono saltati perché si andava fortissimo. Remco si è difeso davvero bene se pensiamo che si era staccato sulla penultima salita. Insomma, andare più forte di così era impossibile. Ci sarebbe voluto un altro Tadej e un altro Vinge per tirare in quel momento.
La lotta per il podio come la vedi?
E’ aperta. Per l’esperienza e dopo la buona prestazione di oggi direi che se Roglic non ha i suoi soliti problemi, è quello più lanciato verso il podio di Parigi. Però il compagno di squadra Lipowitz è solido. Sono loro due i miei favoriti. Ma manca ancora tanto. La tappa di domani dirà parecchio, perché non è solo un trittico. Bisogna aggiungerci anche la tappa di mercoledì. Diventano quattro giorni molto impegnativi. E in quattro giorni del genere possono verificarsi situazioni impreviste.
Secondo te che rapporti erano montati sui monocorona dei Red Bull e dei Visma? Potrebbero essere stati dei 48?
Non saprei dire con precisione, ma ad occhio sì: potrebbe essere stato un 48. Però la monocorona per me era una scelta azzardata, molto al limite a prescindere dalla dentatura precisa (se fosse un 46, un 48 o un 51, ndr), perché si rischiava di non trovare il rapporto, specie con le scale posteriori di adesso che fanno grandi salti.
Un po’ quello che è successo a Remco?
Molto probabilmente sì, anche se non era in una buona giornata. Sai, quando stai bene riesci sempre a metterci una toppa, ma se stai male ogni problema diventa un calvario.
Van der Poel è partito per la prima tappa per onorare suo nonno, ma il finale non è andato affatto bene. Errori tattici evidenti. Ha pagato la pressione?
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Il senso di questa giornata al Tour sta probabilmente nelle ultime parole di Tadej Pogacar, mentre sui rulli cercava di mandar via la fatica dalla testa e dalle gambe. La fronte imperlata di sudore e un bottino sin troppo ricco in cima al primo arrivo pirenaico. Hautacam non passa mai inosservato e così è stato anche stavolta.
«Penso che questa tappa sia per Samuele e per tutta la sua famiglia – ha detto il campione del mondo – perché è stato davvero triste. E’ stata la prima notizia che ho letto stamattina e mi sono ritrovato a pensare a lui nell’ultimo chilometro. A quanto può essere duro questo sport e a quanto dolore può causare».
Al via un minuto di raccoglimento e applausi per salutare Samuele Privitera, scomparso nella notte ad AostaAl via un minuto di raccoglimento e applausi per salutare Samuele Privitera, scomparso nella notte ad Aosta
Un minuto di applausi
Sarà l’emotività del momento o il ricordo di tutti gli amici che abbiamo salutato in questi anni, le parole di Pogacar hanno dato alla scena un sapore umano, a margine di uno show di potenza e forza che ancora una volta ha annichilito i rivali. Anche il Tour è stato scosso dalla notizia della morte di Samuele Privitera al Giro della Valle d’Aosta. In partenza il gruppo, con il Team Jayco-AlUla in testa, ha osservato un minuto di raccoglimento che si è concluso con l’applauso delle migliaia di persone accorse ad Auch per salutare la partenza del Tour.
«E’ stata una notizia devastante per tutta la famiglia Jayco-GreenEdge – ha dichiarato il direttore sportivo Mathew Hayman – ed è stato emozionante vedere il Tour de France fermarsi per un minuto per onorare la sua memoria. I nostri pensieri sono rivolti alla sua famiglia».
Su Col du Soulor il forcing della Visma ha fatto male soltanto a… Jorgenson: la giornataccia era nell’ariaAll’attacco di Hautacam, in testa è tornata la UAE Emirates, con Wellens, Narvaez e Yates: il segno della battagliaSu Col du Soulor il forcing della Visma ha fatto male soltanto a… Jorgenson: la giornataccia era nell’ariaAll’attacco di Hautacam, in testa è tornata la UAE Emirates, con Wellens, Narvaez e Yates: il segno della battaglia
Giornataccia Visma
Ora che si fa la conta dei distacchi sul primo arrivo in salita, ci si rende conto chela classifica scoraggia già ogni volo di fantasia. Prima è naufragato Evenepoel. Poi abbiamo assistito al forcing interrotto della Visma-Lease a Bike, che ha dovuto fermarsi per non perdere Jorgenson. E quando si è arrivati alla salita finale, quelli del UAE Team Emirates si sono messi davanti e hanno stritolato Vingegaard e compagni. Se gli olandesi davvero avevano un piano, forse non avevano fatto i conti con l’oste iridato, che ha dato sul traguardo 2’10” al danese e 2’23” a Lipowitz.
«Penso che oggi Jonas si sentisse bene – ha commentato il direttore sportivo Grischa Niermann – ma sull’ultima salita, Pogacar è stato chiaramente il migliore. Jonas ha sofferto molto, è stata una giornata dura. Matteo (Jorgenson, ndr) non è stato bene, ma non possiamo biasimare i corridori. Avevamo una strategia, ma lui non ce l’ha fatta. Non è successo quello che speravamo, ma comunque Jonas si è dimostrato il migliore di tutti gli altri. Congratulazioni a Tadej e alla UAE Emirates, hanno dimostrato chi è il più forte».
Vingegaard si è staccato al primo scatto di Pogacar ed è arrivato (distrutto) con 2’10” di ritardoEvenepoel si è staccato sul Soulor ed è rientrato, poi ancora verso Hautacam: all’arrivo passivo di 3’35”Vingegaard si è staccato al primo scatto di Pogacar ed è arrivato (distrutto) con 2’10” di ritardoEvenepoel si è staccato sul Soulor ed è rientrato, poi ancora verso Hautacam: all’arrivo passivo di 3’35”
I fantasmi di Hautacam
Non si vive nel passato e forse la Visma lo ha capito tutto in una volta. Se qualcuno credeva di poter ripetere la scena del 2022, quando Hautacam spense definitivamente le velleità di Pogacar, oggi avrà avuto un brusco risveglio. Un senso di positivo stupore che ha coinvolto anche il campione del mondo, che si è ripreso la maglia gialla con 3’31” su Vingegaard e 4’45” su Evenepoel.
«L’ultima volta che eravamo venuti a Hautacam – ha detto Pogacar – fu una storia molto diversa. Già la prima volta che feci la ricognizione di questa salita, pensai che fosse fantastica e non vedevo l’ora di affrontarla in corsa. L’unica cosa è che nel 2022 andai praticamente contro un muro. Stavo cercando di recuperare la maglia gialla, ma in quel periodo la Jumbo era troppo forte. Così ho cercato di dimenticare e non vedevo l’ora che arrivasse oggi. Tanti sono venuti da me a dirmi che sarebbe stata la mia rivincita e quando ci siamo avvicinati all’inizio della salita, la storia è parsa subito diversa rispetto ad allora. C’era di nuovo un corridore belga in testa, ma era Wellens e non Van Aert, e a tirare c’era la nostra squadra. Sono super contento di aver guadagnato tempo e di aver vinto su questa salita».
Healy ha onorato la maglia gialla, ha combattuto per tutto il giorno. Ha chiuso a 13’38”Healy ha onorato la maglia gialla, ha combattuto per tutto il giorno. Ha chiuso a 13’38”
L’imbattibile Riis
Pogacar e tutta la sua squadra hanno corso utilizzando la Colnago Y1Rs, quella aerodinamica e leggermente più pesante della V5Rs. Il feeling con la bici è andato crescendo di corsa in corsa e probabilmente l’esigenza è sempre più quella di fare velocità, su pendenze mai severe come al Giro d’Italia.
Eppure, nonostante il suo strapotere, Pogacar non ha stabilito il record di Hautacam, che appartiene ancora a Bjarne Riis, per sua stessa ammissione dopato al momento di stabilirlo. Tadej ha percorso i 13,5 chilometri della salita (7,8 per cento di pendenza media) in 35’21” a 41″ dal record del danese che nel 1996 la scalò in 34’40”. Partito a circa 12 chilometri dall’arrivo, lo sloveno è stato nettamente in vantaggio sui tempi intermedi del danese, ma con il passare dei chilometri ha iniziato a calare il ritmo. Non è dato sapere se perché stanco o perché abbia ritenuto che non fosse necessario insistere avendo ancora un Tour intero da correre.
Il suo tempo è stato comunque di prim’ordine. Nel 2022 impiegò 37’39” dietro allo scatenato Vingegaard: due minuti peggio di oggi.
Pgcacar non ha stabilito il nuovo record di Hautacam, ma ha impiegato 2’18” meno che nel 2022Sul podio, di nuovo in giallo, per Pogacar le congratulazione del presidente francese MacronPgcacar non ha stabilito il nuovo record di Hautacam, ma ha impiegato 2’18” meno che nel 2022Sul podio, di nuovo in giallo, per Pogacar le congratulazione del presidente francese Macron
La vittoria più bella
In questa tappa del Tour che si è chiusa nel segno di qualcosa che abbiamo già visto, forse la cosa migliore da fare è accucciarsi nuovamente in un bozzolo silenzioso e dedicare gli ultimi pensieri a Samuele Privitera e al suo sogno spezzato di essere un giorno su queste strade. Non condividiamo la retorica del ciclismo diventato uno sport pericolosissimo, perché scava fosse comuni in cui non si fanno distinzioni.
Di certo, in questa inesorabile metafora della vita che è la strada, può capitare di doversi fermare a piangere un fratello che non c’è più. Per questo a nostro avviso, la vittoria più bella del Pogacar odierno è stata aver pronunciato le parole con cui abbiamo iniziato questo articolo.
Due settimane e poi scatterà anche il 2025 di Milan. Programma ambizioso, con Sanremo, classiche e Tour. Si lavora sodo su potenza, aerodinamica e stile
Niente, un po’ di tranquillità in questo Tour de France non c’è… per fortuna! Per averla ci è servito il giorno di riposo. Solo che ha caricato talmente tanto i corridori che anche oggi ci hanno dato sotto e nel finale abbiamo vissuto emozioni a raffica. Lo sprint, l’inseguimento di Van der Poel, il manifestante pro-Palestina e soprattutto la caduta di Tadej Pogacar.
A Tolosa, perla del Sud della Francia, tra il Tarn e la Garonne, terra di ampie colture e paesini collinari, vince Jonas Abrahamsen, il vichingo della Uno-X Mobility. Rispetto a quando era giovane ha scelto la via della potenza: più peso, più muscoli, più forza. E’ partito al chilometro zero e alla fine ha battuto allo sprint uno degli ex compagni di fuga, Mauro Schmid. Il campione elvetico stasera rivedrà tante volte quello sprint nella sua testa. Non è partito lungo, ma lunghissimo. E per come ha tenuto, è facile aspettarsi che possa avere dei rimpianti.
Nella fuga di giornata anche Davide Ballerini, giusto nel mezzo fra fra Schmid e Abrahamsen poi secondo e primoNella fuga di giornata anche Davide Ballerini, giusto nel mezzo fra fra Schmid e Abrahamsen poi secondo e primo
Allarme rosso
Il mondo del ciclismo resta col fiato sospeso quando il gruppo transita ai 5,5 chilometri dall’arrivo. All’uscita di una veloce curva a sinistra, su uno stradone largo e pianeggiante, il drappello dei big si apre. Un piccolo rallentamento, ma tanto basta perché Pogacar incroci da dietro la ruota di un altro corridore, Tobias Halland Johannessen, e finisca a terra (qui il video). Forse anche Tadej, in virtù del rallentamento e prima di una nuova accelerazione, si stava guardando intorno.
Fatto sta che per qualche secondoil fiato si è fermato. Il Tour ha smesso di respirare. Scivolone sul fianco sinistro, marciapiede in vista, clavicola a terra e casco vicino al ciglio. Poi è lo stesso Pogacar che come un gatto si rialza e cerca di rimettere la catena che nel frattempo era caduta.
Tadej Pogacar un po’ preoccupato all’arrivo di TolosaTadej Pogacar un po’ preoccupato all’arrivo di Tolosa
Il fair play
Tutti abbiamo pensato che i big accelerassero. In fondo, la caduta era stata innescata da un allungo nel drappello. Un attacco che andava immediatamente richiuso. E invece tutti fermi. Il re è scivolato. Ci tornano in mente le parole di Giovanni Ellena: «Lasciando la maglia gialla a Healy, Pogacar si è fatta amica la EF». Per la serie: ipse dixit.
«Sto abbastanza bene – ha detto Tadej subito dopo l’arrivo – Sono un po’ stupito da questa caduta ma è stato anche un giorno di vera guerra. Ho fatto questa caduta e cosa dire? Ringrazio il gruppo che ci ha aspettato, avrei potuto perdere un po’ di tempo, ma certo avrei dovuto spingere a fondo per cercare di rientrare. Grazie ragazzi per avermi atteso».
Pogacar sembra super tranquillo come sempre. Anche il manager della UAE Emirates, Mauro Gianetti, ha tranquillizzato i tifosi. Ha parlato di escoriazioni alle classiche zone da ciclista, quindi: gomito, braccio e il “rosone” sull’anca.
Ancora Pogacar: «Vingegaard e Jorgenson volevano attaccare e hanno portato tutti al limite. C’è chi attacca e chi segue. Purtroppo un corridore per seguire ha deciso di andare da sinistra a destra. Mi ha tagliato completamente la strada, ho toccato la sua ruota e sono scivolato. Fortunatamente ho ancora un po’ di pelle! Mi sono spaventato quando ho visto che stavo andando a sbattere con la testa».
«Domani sarà un grande giorno – ha concluso – Vediamo come recupererò. Normalmente dopo la botta di una caduta non sei al top, ma domani voglio dare il mio meglio. Come squadra siamo pronti per la prossima tappa».
Roberto Damiani (classe 1959) è sull’ammiraglia della Cofidis dal 2018Roberto Damiani (classe 1959) è sull’ammiraglia della Cofidis dal 2018
L’analisi di Damiani
Ma se questi sono i fatti, Roberto Damiani, direttore sportivo di lungo corso li commenta con noi. Entrare in certe dinamiche con chi certe cose le vive ogni giorno è davvero un valore aggiunto.
Roberto, un’altra tappa super movimentata. Milan ha detto che sembra ogni giorno una classica. Tu che ne dici?
Che Jonathan ha ragione! E ha detto anche un’altra cosa interessante: vivere il Tour da dentro è tutt’altra cosa rispetto a vederlo da fuori.
Veniamo al fatto del giorno: la caduta di Pogacar. Distrazione sua o taglio netto da parte del corridore della Uno-X?
No, no, che distrazione. E’ l’altro che gli ha tagliato la strada. C’è stato un attacco sulla destra e il gruppo si è spostato in quella direzione. Tadej non ha colpe, è un grave errore, non volontario, del corridore della Uno-X.
Pogacar ha detto di aver rischiato di sbattere la testa. Ma tutto sommato sta bene?
E ne aveva ben ragione. Gli effetti veri delle cadute li vedi 24-48 ore dopo. Però in effetti, a parte il rischio del bordo del marciapiede, si è trattato più di una scivolata che di una vera caduta. L’impatto, almeno da fuori, è sembrato meno “cattivo”.
Ora che protocolli si avviano?
Le sue più che botte vere e proprie saranno bruciature, vista la dinamica della caduta. Però avrà fastidio nel letto, quando si rigirerà nella notte e il lenzuolo si appiccicherà. Ma in UAE Emirates sono attrezzati, come gli altri team del resto. Ecco, una cosa importante sarà la visita dell’osteopata.
La EF e Onley hanno corso da veri leader. Sarà interessante vedere come si comporteranno domani verso HautacamLa EF e Onley hanno corso da veri leader. Sarà interessante vedere come si comporteranno domani verso Hautacam
Perché?
Perché prima di tutto controlla la postura di Tadej e poi verifica che le sue catene cinetiche non si siano modificate. Gli dà quella che in gergo chiamiamo “raddrizzata”.
Da diesse, raccontaci quei momenti nell’ammiraglia UAE…
Ti giochi il paradiso! Soprattutto quando hai l’uomo di classifica al Tour. Ogni piccola cosa può essere decisiva: una foratura, un cambio del meteo… Ma con altri corridori non è un problema, con il leader di classifica sì. Devi valutare ogni centimetro. Lo dico per esperienza, quando per due volte provai a vincere il Tour con Cadel Evans. Oggi poi non solo senti radio corsa, ma dall’ammiraglia vedi anche quello che succede. E consentitemi di ridire l’importanza delle radioline e dei due direttori in macchina.
Perché?
Con le radioline puoi avvertire subito la squadra, e in UAE sono stati velocissimi a prendere immediatamente la situazione in mano. E poi perché un diesse pensa ad avvicinarsi il più possibile a chi è caduto e l’altro intanto avverte che il leader è a terra e ferma tutti immediatamente o fa rallentare quelli dietro.
Discorso fair play: qual è la tua posizione? Giusto aspettare?
Sì, e mi fa piacere. Mi fa piacere per Pogacar e per il ciclismo. Mi è sembrato un atto più che dovuto.
Un affranto Mauro Schmid seduto sui gradini del bus della sua Jayco-AlUla (foto X – GreenEDGE Cycling)Un affranto Mauro Schmid seduto sui gradini del bus della sua Jayco-AlUla (foto X – GreenEDGE Cycling)
Ma se fosse caduto Oscar Onley per esempio, lo avrebbero atteso?
Bella domanda. Qui entra in ballo il peso specifico dell’atleta nel gruppo. Io spero e penso di sì. Ma magari non subito. In fin dei conti conta anche l’aspetto visivo. E’ caduto il campione del mondo, o la maglia gialla: lo vedi prima. Nel caso di Onley, almeno all’inizio, per il gruppo era caduto uno della Picnic-PostNL. Se cadeva Hinault, Indurain o Nibali il gruppo reagiva diversamente.
Chiudiamo con la corsa. Schmid stasera ci ripenserà secondo te?
Sì, ha corso per perdere. Era più intento a non far rientrare Van der Poel che a battere Abrahamsen.
E questa preoccupazione era legittima?
Un podio al Tour va sempre bene, okay, però ci devi provare. Piuttosto avrei tirato meno. Anche perché con quella volata lunga ha mostrato che ne aveva. Mi è piaciuta invece la notizia che Van der Poel non sapesse ci fossero due atleti davanti. Se è vero che non aveva la radiolina, quando ha fatto quell’azione sull’ultima salita magari era concentrato e ci sta che non abbia visto i due in fuga. E in ammiraglia Alpecin-Deceuninck non potevano avvertirlo. Lui si è reso conto che ne aveva due davanti solo quando li ha visti a meno.
La tattica della Visma-Lease a Bike ha dell’inspiegabile o forse no? Gli attacchi di Jorgenson visti ieri sono il massimo che sono capaci di fare o c’è dell’altro? Forse per replicare quanto di buono furono capaci di fare nel Tour del 2023 e ancor meglio in quello del 2022, gli uomini della squadra olandese si sono messi in testa di tenere Pogacar sotto pressione. Anche nel 2022 sembrava che lo sloveno, vincitore dei due Tour precedenti, fosse inattaccabile. Invece nel giorno del Granon, complice la tenaglia messa in atto fra Roglic e Vingegaard, la maglia gialla perse colore e lo sloveno andò a fondo.
Il Pogacar 2025 è un altro corridore. Ha preso tutte le contromisure del caso per fronteggiare la disidratazione. Ha un’altra solidità atletica. E quando accelera, il solo che gli resta dietro è proprio Vingegaard e non proprio agevolmente. Fra i due non c’è grande simpatia, forse è il contrario, ma appaiono il prodotto di preparazioni sopraffine e irraggiungibili per il resto del gruppo.
La Visma-Lease a Bike ha fatto il forcing sulla salita finale di ieri con Kuss, isolando PogacarLa Visma-Lease a Bike ha fatto il forcing sulla salita finale di ieri con Kuss, isolando Pogacar
Dubbio Visma
Ieri la squadra olandese ha preso seriamente in mano la corsa e ha isolato il campione del mondo. Ha fatto di tutto, in apparenza, perché non perdesse la maglia gialla, ma Tadej in questo è stato bravissimo e l’ha lasciata andare. E quando ha accelerato, usando la Colnago Y1Rs, vale a dire la bici aerodinamica, la sensazione è che ne avesse ancora più di tutti. Ma non abbastanza per staccare Vingegaard.
«E’ vero che non abbiamo guadagnato tempo su Pogacar – ha detto Campenaerts, tra i più attivi nel fare il forcing con Kuss e Jorgenson – ma ci abbiamo riprovato. Come facciamo ogni giorno. Questa è la cosa più importante. Se arriveremo a Parigi senza aver vinto il Tour, almeno potremo dire di averci provato in tutti i modi possibili. Non dovremo avere rimpianti. E poi non credo che non serva a niente. Tadej sta diventando incredibilmente nervoso per il nostro approccio fuori dagli schemi nel mettere pressione alla sua squadra. Dobbiamo essere onesti e dire che ad ora è il più forte, ma noi continueremo a spingerlo al limite».
Si spiegano così la tattica e quella domanda che tutti ci siamo posti: a cosa serve tanto accelerare se Vingegaard nemmeno prova ad attaccare? Se hanno ragione loro, serve a tenere Pogacar sulla corda per ogni santo giorno del Tour. Ieri lo hanno isolato. Senza Almeida, con Sivakov malconcio e Adam Yates ancora da capire, i Pirenei potrebbero essere un interessante banco di prova.
Le risposte di Pogacar a Jorgenson fanno capire che lo sloveno vede due rivali nella VismaLe risposte di Pogacar a Jorgenson fanno capire che lo sloveno vede due rivali nella Visma
La sfrontatezza del re
Lui, il re del Tour che ha ceduto il mantello giallo al furetto Healy, fa di tutto per sviare le tensioni. Si mostra divertito e leggero come uno che ancora nemmeno ha dovuto spremersi più di tanto e la sensazione è che sia vero.
«Stamattina abbiamo fatto una bella pedalata – ha detto commentando il giorno di riposo – e bevuto un buon caffè. Poi abbiamo pranzato con un hamburger e ora è il momento di fare un pisolino e un massaggio, poi andremo cena e sarà quasi ora di ripartire. E’ stato un giorno di riposo abbastanza veloce dopo nove tappe davvero frenetiche. In qualche modo ero contento che ieri ci fosse salita, così i ritmi si sono rallentati. Sono felice che siamo sopravvissuti e che stiano arrivando finalmente le montagne.
«Ci sarà meno stress. E’ stata una settimana davvero buona – ha proseguito – tranne per il fatto che abbiamo perso Almeida e quella è l’unica grande sconfitta. Negli ultimi due giorni in cui ha corso, Joao ha dimostrato un vero spirito da guerriero, non riesco a immaginare di correre con una costola rotta. Però mi dispiace che abbia dovuto andarsene, perché avevamo un gruppo davvero bello e anche lui non vedeva l’ora che arrivassero le prossime due settimane per difendere la maglia gialla. Ci aspettano tre giornate di salita davvero belle, in una settimana che, con il riposo di martedì, sarà più breve di un giorno. Penso che questa settimana possa essere già piuttosto decisiva, vedremo alcuni grandi distacchi, anche nella crono di Peyragudes. Il livello è altissimo, ma credo che le salite metteranno ordine».
Quando Pogacar si è stancato di rispondere a tuti, al suo scatto ha reagito solo VingegaardQuando Pogacar si è stancato di rispondere a tuti, al suo scatto ha reagito solo Vingegaard
Un Tour allo sfinimento
Il livello è davvero alto, ma sbalordisce quello del UAE Team Emirates e della Visma-Lease a Bike, che con Jorgenson tiene in apprensione Pogacar, per il suo distacco ancora minimo. Le altre squadre dietro vengono ridicolizzate da una superiorità che non ammette replica. Lo stesso Evenepoel, che probabilmente concluderà ancora una volta al terzo posto, appare lontano dai livelli di quei due che corrono in una lega a parte.
Non si può ancora parlare di Tour concluso, perché nella tattica asfissiante della Visma si riconosce uno schema preciso e non è detto che Pogacar sarà sempre in grado di avere l’ultima parola. «Il nostro obiettivo – ha ribadito il general manager olandese Richard Plugge – è combattere ogni singolo giorno. Continuare a usare la mazza, rendendo le tappe difficili e continuando ad andare avanti».
Di sicuro si respira la volontà di non subire la corsa, ma di farla. E in questo contesto risulterà ancora una volta decisiva la seconda settimana. Se per decidere il Giro d’Italia c’è stato bisogno dell’ultima tappa di montagna, il Tour si decide da tempo nella settimana centrale. Chi fa prima il vuoto, riesce a difenderlo fino a Parigi. Vingegaard calerà la maschera e andrà all’attacco oppure si rassegnerà a reggere nuovamente lo strascico del re?
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«Possiamo anche aspettare», così aveva detto Mauro Gianetti questa mattina al via dalla splendida Saint-Malo. E tutto sommato la vittoria numero 101 del suo Tadej Pogacar è arrivata, per dirla in gergo calcistico, di rimessa… per certi versi. Controllo, azione nel punto giusto, volata, braccia al cielo. Minima spesa, massima resa.
La corsa fila via veloce. Una classica fuga: cinque atleti, ma dietro non lasciano troppo spazio. I velocisti si staccano dopo aver racimolato gli ultimi punti rimasti al traguardo volante. E bravo il nostro Jonathan Milan a fare la formichina. E’ così che si porta quella maglia a Parigi, anche se oggi l’ha persa e indovinate chi l’ha presa? Però da domani iniziano delle frazioni veloci e ci auguriamo che il friulano possa riprendersi lo scettro.
Sul Mur de Bretagne grande controllo. Remco guida. Tadej ha un occhio avanti e uno dietro e Vingegaard francobolla la ruota dello slovenoSul Mur de Bretagne grande controllo. Remco guida…Pogacar ha un occhio avanti e uno dietro e Vingegaard francobolla la ruota dello sloveno
Pogacar anche sul Mur
Per la sesta volta il Tour de France arriva su questo strappo già iconico. Vincere quassù è quasi una semiclassica. E se si presenta l’occasione, perché non sfruttarla?
Ancora oggi, un po’ come ieri verso Vire, a mettere i bastoni tra le ruote ai progetti difensivi della UAE Team Emirates è stata la Visma-Lease a Bike. Forse oggi davvero la UAE non era troppo interessata alla tappa, o meglio, a non lasciare andare via fughe troppo numerose. Forse Pogacar avrebbe lasciato ancora la maglia a Mathieu Van der Poel. E invece eccola rimbalzargli addosso.
La squadra di Jonas Vingegaard ha ridotto forte il gap a quel punto. Tim Wellens (sempre più un gigante) e Jhonatan Narvaez lo hanno portato davanti nello strappo finale. A quel punto Pogacar non ha speso una goccia di energia in più del necessario per evitare che altri si prendessero tappa e abbuoni. Ha fatto tirare Remco Evenepoel… pensate un po’.
Almeida taglia il traguardo a 10’13” scortato dal connazionale Nelson OliveiraTra i vari tentativi di fuga anche quello di Van Aert con Mauro Schimd… Ma la UAE e Alpecin avevano chiusoMa se Almeida ha tagliato il traguardo, Mattia Cattaneo è stato costretto a dire basta dopo i postumi nella caduta della quarta tappa. Remco perde il suo miglior gregarioAlmeida taglia il traguardo a 10’13” scortato dal connazionale Nelson OliveiraTra i vari tentativi di fuga anche quello di Van Aert con Mauro Schimd… Ma la UAE e Alpecin avevano chiusoMa se Almeida ha tagliato il traguardo, Mattia Cattaneo è stato costretto a dire basta dopo i postumi nella caduta della quarta tappa. Remco perde il suo miglior gregario
Almeida, che dolore
Ma in tutto questo c’è un neo per la UAE Team Emirates e Tadej Pogacar: la caduta di Joao Almeida. Una caduta, tra l’altro, non troppo chiara. Una delle bici a bordo strada era senza copertone e, al momento dell’innesco del capitombolo, frontalmente si nota una fuoriuscita di aria e liquido. Bisogna capire se la copertura è stallonata per l’impatto o se al contrario questa stessa ha innescato il tutto.
Fatto sta che a pagarne le spese sono stati uomini di classifica importanti. Parliamo di Santiago Buitrago e soprattutto di Joao Almeida, che sembrava aver riportato la frattura del polso.
E non a caso sull’arrivo, appena saputo il tutto, Pogacar non era affatto contento. Era piuttosto preoccupato per Almeida e perché il rischio di perdere un gregario tanto importante non è cosa da poco. Si è visto in questi giorni quanto il portoghese abbia fatto la differenza.
«Per me la giornata è andata alla perfezione – ha detto Pogacar – esattamente come avevamo programmato. La squadra ha fatto un lavoro fantastico. Abbiamo dovuto dedicare molta energia al raffreddamento del corpo, perché faceva molto caldo. E’ stata una tappa veloce e dura. I ragazzi mi hanno lasciato ai piedi della salita. E normalmente, anche Joao sarebbe stato lì, ma è caduto e spero che stia bene. Che dire: sono di nuovo in giallo. Spero che ora avremo due giornate un po’ più facili».
Pogacar torna in giallo. Ora guida con 54″ su Remco e 1’11” su VingegaardPogacar torna in giallo. Ora guida con 54″ su Remco e 1’11” su Vingegaard
I valore dei gregari
Con il ruzzolone e i ritiri di oggi si torna a parlare di cadute. Mattia Cattaneo si è ritirato, sembrerebbe a causa dei postumi della caduta subita nella quarta tappa. Il primo gregario di Remco ha tenuto duro per un paio di giorni, ma oggi è stato costretto ad alzare bandiera bianca.
«Sì – ha detto Evenepoel – Mattia è la mia guardia del corpo abituale e si è ritirato. Era uno dei ragazzi con cui avevo ancora degli impegni. Mi mancherà sicuramente, ma tutto sommato, il suo stop è stata la decisione giusta. Aveva mal di testa e non si sentiva bene, quindi è meglio così. Queste sono le corse».
E anche Pogacar si è espresso su Almeida. «Giornata perfetta? Se Joao sta bene, allora è una giornata perfetta. Se non sta bene, questa vittoria è per lui».
Insomma anche i grandissimi si preoccupano senza i loro uomini più fidati. Badate che questa tappa potrebbe avere un peso specifico nell’economia del Tour de France. Se Almeida non dovesse farcela la Visma avrebbe un vantaggio non da poco. Mentre Remco è davvero solo.
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L’analisi di Gianetti
Avevamo aperto l’articolo con le parole di Mauro Gianetti, CEO della UAE Team Emirates, e con le sue parole lo chiudiamo.
«La prima cosa – ci dice Gianetti – è che Joao sta bene, diciamo così. Ha delle abrasioni, ha un’infrazione a una costola, ma i raggi X hanno escluso fratture. Certo, ha preso una bella botta e sbattere sull’asfalto a 60 all’ora non è mai bello. Ma poteva andare peggio. Pertanto, se la notte andrà bene, domattina dovrebbe partire regolarmente».
Poi si passa alla tattica. Pogacar sembrava quasi disinteressato al successo e, tutto sommato, se ci fosse stato Mathieu Van der Poel a vincere non gli sarebbe dispiaciuto. Forse…
«Disinteressati direi di no – riprende Gianetti – abbiamo provato a giocarci la tappa. Certo, l’importante era non finire la squadra per controllare la corsa. Fortunatamente all’inizio anche Van der Poel e la Alpecin-Deceuninckci credevano e abbiamo collaborato. Ma occhio però, perché anche se Mathieu e Tadej sono amici, non gli avrebbe lasciato la tappa. Anche perché Vingegaard e Remco erano in agguato. Insomma, Tadej non si sarebbe tirato indietro. Domani e dopodomani ci saranno due giornate semplici, in cui magari si riesce a non spendere troppo».
«E poi – fa una pausa Mauro – alla fine vincere sul Mur-de-Bretagne è qualcosa di iconico. Avete visto quanta gente c’era? Senza contare che siamo a casa del grandissimo Bernard Hinault, e anche questo conta. E’ un omaggio a questo gigante».
«Alleanza trasversale con la Alpecin? Se ieri Van der Poel avesse preso la maglia con 2 minuti magari ci avrebbe aiutato di più, però così non è stato. E alla fine neanche puoi fare troppi calcoli. Oggi se non avessimo vinto noi, l’avrebbe fatto Vingegaard. E sinceramente, meglio stare davanti che dietro».
Gianetti si gode i suoi ragazzi. Parla di un gruppo coeso, di un bell’ambiente: «Li vedo uniti. Sono amici prima ancora che corridori. Tutti hanno ben chiaro l’obiettivo. Penso proprio ad Almeida, che l’altro giorno avrebbe anche potuto vincere, ma si è messo a disposizione. Ha giocato per Pogacar».