Il Giro d’Italia di Filippo Zana è terminato sfiorando una top 10 in classifica generale. Non era partito con l’intenzione di seguire i migliori lungo tutte e tre le settimane, ma le vicissitudini in casa Jayco-AlUla lo hanno costretto a provarci. Undicesimo a Roma, un Giro lontano dalle telecamere ma comunque solido.
«Zana – ci racconta il suo diesse alla corsa rosa Valerio Piva – era partito per il Giro con le stesse ambizioni dell’anno passato. Essere di supporto a Dunbar per la classifica, cercare di ritagliarsi degli spazi nelle fughe e ripetere il successo del 2023».
L’obiettivo iniziale era permettere a Zana di lottare per una vittoria di tappa, come in Val di Zoldo nel 2023L’obiettivo iniziale era permettere a Zana di lottare per una vittoria di tappa, come in Val di Zoldo nel 2023
Carte rimescolate
Eddie Dunbar ha terminato il suo Giro d’Italia a Oropa, tornando a casa il giorno dopo. Le carte in casa Jayco si sono rimescolate e i ragazzi del team australiano sono andati avanti giorno per giorno.
«Chiaramente – continua – Piva – l’uscita di scena di Dunbar ha compromesso i nostri piani. Zana però si è dimostrato in grande condizione, soprattutto nelle due cronometro. Dopo Perugia eravamo convinti che potesse tener duro, magari perdendo qualcosa in classifica. Così si sarebbero aperti spazi per tentare di vincere una tappa e magari risalire qualche posizione. Il problema è che l’occasione si è creata troppo presto, nella tappa con arrivo a Bocca di Selva. In quella fuga era il migliore in classifica generale ed è entrato in top 10, ma era troppo presto».
La seconda tappa è stata anche l’ultima del Giro per Dunbar, costretto al ritiro causa cadutaLa seconda tappa è stata anche l’ultima del Giro per Dunbar, costretto al ritiro causa caduta
Dopo l’arrivo di Bocca di Selva si trovava a meno di un minuto da Tiberi, detentore della maglia bianca.
Era controllatissimo. La Bahrain in quella tappa si era messa a ricucire un po’ il margine sulla fuga nella quale era presente Zana. Il problema era che anche la Ineos era interessata alla maglia bianca, visto che avevano Arensman in classifica.
Alla fine era in top 10 e in lotta per la maglia bianca…
Gli spazi erano troppo ristretti per provare a fare qualcosa, per andare in fuga. L’unica mossa permessa era tenere duro e provare ad attaccare nei finali, ma con un Pogacar del genere era impossibile. In più Zana non è uno scalatore puro. Alla fine ci siamo detti che sarebbe stato importante portare a casa una top 10 e ci stavamo riuscendo.
Con il ritiro dell’irlandese è toccato a Zana curare la classifica generaleCon il ritiro dell’irlandese è toccato a Zana curare la classifica generale
Fino alla penultima tappa, quella della doppia scalata del Monte Grappa.
Li ha pagato tutti gli sforzi fatti. Ha perso contatto, di poco, proprio sul primo passaggio del Grappa, ha lottato per rientrare ma era da solo. Peccato, perché una top 10 era più che meritata.
Come mai avete optato per tenere duro nonostante non fosse esattamente la sua specialità?
Dopo la cronometro di Perugia abbiamo parlato tutti insieme: Zana, Pinotti ed io. Ci siamo detti che l’occasione era ghiotta e comunque Zana stava facendo registrare ottimi valori. Fare un Giro in lotta per la classifica non era nei piani iniziali, ma comunque ha portato un’esperienza diversa che lo farà crescere. Per la squadra è stato un buonissimo risultato, anche perché una top 10 porta più punti UCI che una vittoria di tappa.
Tutto è andato per il meglio, fino alla tappa del Monte Grappa, dove Zana ha perso la top 10Tutto è andato per il meglio, fino alla tappa del Monte Grappa, dove Zana ha perso la top 10
A livello personale ha fatto un passo indietro?
Vincere una tappa porta tanto dal punto di vista del prestigio. In quel giorno sei il migliore, il corridore al centro dell’attenzione. Però Zana ha fatto un Giro solido, che può avergli insegnato qualcosa di nuovo e che lo ha fatto crescere. E’ giovane potrà migliorare ancora, anche se non lo vedo come un corridore specializzato per i grandi giri. Per corse di una settimana sì.
Si è ritrovato anche spesso da solo.
La squadra era costruita intorno a Caleb Ewan. Con Zana e de Marchi che avrebbero dato sostegno a Dunbar. Il ritiro di quest’ultimo ha costretto Zana a lavorare per sé. L’esempio è la tappa del Grappa, se ci fosse stato qualcuno con lui magari sarebbe rientrato sul gruppo prima della seconda ascesa. Perdere la top 10 in questo modo è stato un po’ un boccone amaro, ma siamo molto soddisfatti di quanto fatto da Zana al Giro.
Eugert Zhupa è stato l'unico albanese ad aver preso parte al Giro d'Italia. Ora che la corsa rosa parte da casa sua ci racconta delle strade che troveremo
Pogacar è imbattibile e il Giro è già chiuso? Crediamo di no, così come forse si erano immaginati altri scenari. Forse si puntava alla sfida Tadej-Remco
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In certi casi i piazzamenti hanno un valore particolare. Quello di Einer Rubio al Giro d’Italia, concluso in settima posizione è preziosissimo perché certifica l’ingresso del ventiseienne colombiano di Chìquiza tra i corridori che hanno un valore assodato nei grandi Giri e nel ciclismo odierno non è cosa da poco. Non lo è neanche nell’economia del suo team, la Movistar, che con lui trova una valida alternativa a Enric Mas, orientato sul Tour.
Pochi sanno però che c’è tanto d’Italia in Rubio, che da ormai sette anni vive e si allena in Campania: «Arrivai da junior – racconta – trovando uno spazio all’Aran Cucine Vejus, società di Benevento. Anche allora il ciclismo giovanile italiano era visto come un’ottima strada per fare esperienza e affermarsi. Mai avrei pensato però che il mio legame sarebbe andato oltre e che lì avrei trovato l’amore. Il presidente del team è diventato anche mio suocero, a Pago Veiano mi ci sono stabilito e mi sento davvero a casa».
Gli inizi di Rubio all’Aran Cucine Vejus, dove il colombiano ha davvero trovato casaGli inizi di Rubio all’Aran Cucine Vejus, dove il colombiano ha davvero trovato casa
E’ stato un bel salto per te che venivi da oltreoceano…
Mi sono trovato subito bene, io poi sono nato e ho vissuto in campagna e la piccola dimensione del paese di provincia è ideale per me. Oltretutto le strade qui sono poco trafficate, ideali per potersi allenare anche come altimetria, ci sono begli strappi.
Con il Giro d’Italia hai un bel legame. Lo scorso anno avevi sfiorato la Top 10 vincendo la tappa di Crans Montana, quest’anno hai centrato un piazzamento di maggior prestigio ma senza successi parziali. Che cosa è meglio?
Onestamente sono più contento quest’anno. L’11° posto della passata stagione era stato frutto soprattutto di una lunga fuga, questa volta invece sono rimasto quasi sempre nel vivo dell’azione, a contatto dei più forti (salvo uno, naturalmente…). Puntavo al piazzamento in classifica, anche perché conquistare una tappa così è più difficile: lo scorso anno era molto più facile entrare in fuga, questa volta ero “marcato stretto”…
Rubio al fianco di O’Connor. Per tutto il Giro è stato con i migliori, segno di un salto di qualitàRubio al fianco di O’Connor. Per tutto il Giro èè stato con i migliori, segno di un salto di qualità
Tu l’anno scorso c’eri, ma non c’era Pogacar, quanto ha cambiato la sua presenza, al di là della vittoria?
Tantissimo nell’economia della corsa. C’era un padrone assoluto, lui e il suo team e non si muoveva foglia che non fosse deciso da loro. La fuga aveva senso solo se loro davano il benestare, non inseguivano. Questo ha reso la corsa più irregimentata, lo scorso anno poteva davvero capitare di tutto. Ma lo sloveno è davvero di un’altra categoria.
Prima del Giro come andavano le cose?
Abbastanza bene, ho seguito praticamente lo stesso schema dello scorso anno in modo da arrivare alla partenza già in buona forma. Le corse a tappe come Volta Valenciana (che di fatto sostituiva la trasferta sudamericana dello scorso anno), Uae Tour e Catalunya sono state ideali per affinare la preparazione, poi sono tornato in Colombia per fare il necessario periodo di altura e sono tornato giusto per la partenza di Venaria reale. Ha funzionato tutto.
Il pubblico campano lo sente ormai come un corridore di casa. Rubio risiede a Pago Vejano (BN)Il pubblico campano lo sente ormai come un corridore di casa. Rubio risiede a Pago Vejano (BN)
Il tuo risultato dà anche un po’ di respiro al ciclismo colombiano, che ultimamente ha messo in mostra meno talenti rispetto al passato. Pensi che quanto successo a Bernal abbia avuto un contraccolpo?
Un po’ sì. I corridori forti ci sono, c’è tanta qualità. Il problema è strutturale e Bernal con i suoi successi copriva un po’ tutto. Per i giovani è difficile trovare sbocchi, perché significa dover andare via, per gareggiare bisogna pagare dalle nostre parti e la mancanza di un team di riferimento si sente. Per me è stato importante non solo venire in Italia, ma trovare poi un team come la Movistar, ideale per me, una vera famiglia dove c’è anche lo stesso mio idioma. E’ la miglior squadra che potessi desiderare.
Hai vissuto momenti difficili al Giro?
Sicuramente in occasione delle due cadute, con la pioggia e con il terreno sconnesso sulle strade bianche. Ho dovuto inseguire e avevo tanta paura di veder vanificati tutti i miei tentativi, soprattutto l’opportunità che avevi di stare con i migliori.
Insieme a Kuss alla Volta a Catalunya. Le medie corse a tappe sono state la sua preparazioneInsieme a Kuss alla Volta a Catalunya. Le medie corse a tappe sono state la sua preparazione
Dove ti rivedremo?
Le vacanze post corsa rosa stanno già finendo, mi aspetta il Giro di Svizzera dove correrò per la classifica puntando a sfruttare la condizione maturata nelle tre settimane. Poi bisognerà decidere che cosa fare per la seconda parte di stagione.
Tornerai alla Vuelta come lo scorso anno?
Il programma dovrebbe essere questo, ma io vorrei testarmi nelle classiche d’un giorno. Quando sono arrivato in Italia vedevo che il calendario era fatto quasi esclusivamente di corse di quel tipo e mi trovavo abbastanza bene, credo che in certe gare potrei dire la mia, diciamo che ci vorrei provare.
Rubio è nato a Chiquiza (COL) il 22 febbraio 1998. E’ in Italia dal 2017Rubio è nato a Chiquiza (COL) il 22 febbraio 1998. E’ in Italia dal 2017
Ma visto il percorso di Zurigo, un pensierino al mondiale lo fai?
Più di un pensierino… Ne parlerò con il cittì, se mi vorrà allora preparerò la corsa con grande attenzione. Vestire la maglia della nazionale è un grandissimo onore e su quel percorso non andrei certo per fare la comparsa…
La Visma-Lease a Bike riallaccia il filo con i Grandi Giri. Affini spiega che Yates è stato bravo a non farsi notare. E sul Finestre la Uae ha abboccato
Il Tour de Romandie ha significato il rientro alle corse per Giulio Ciccone. Un inizio di stagione tardivo causato da un problema al soprasella che lo ha escluso dal Giro d’Italia, suo primo obiettivo del 2024. Finite le fatiche in terra svizzera è volato in Spagna, a Sierra Nevada, per fare un lungo blocco di lavoro in vista dei prossimi impegni. Lo scalatore abruzzese sarà prima al via del Giro del Delfinato e poi al Tour de France.
«Sto bene ora – racconta Ciccone – sono stato in ritiro con la squadra e abbiamo fatto tre settimane intense di allenamento. Iniziare la stagione al Tour de Romandie è stato strano, non avevo mai cominciato così tardi a correre. Ma se ci pensate il calendario è ricco di impegni e da qui a settembre ci sono tante gare alle quali guardare con ottimismo».
Al Tour de Romandie è arrivato l’esordio stagionale per lo scalatore abruzzeseAl Tour de Romandie è arrivato l’esordio stagionale per lo scalatore abruzzese
Due ritmi differenti
In Svizzera erano presenti tanti corridori che sarebbero poi stati protagonisti al Giro d’Italia appena concluso come Arensman, Caruso e Alaphilippe. Oppure altri che andranno verso il Tour de France: Bernal, Vlasov e Simon Yates. Anche Ciccone punta alla Grande Boucle, ma per lui il Romandia era il primo passo, mentre per gli altri era l’ennesimo verso questo importante appuntamento.
«Il Romandia – continua Ciccone – serviva per mettere insieme ritmo gara e condizione. Ovvio, ho fatto tanta fatica, ma non correvo da mesi quindi era prevedibile. In più il livello degli altri corridori era alto. Io ho preso l’impegno come un prosieguo degli allenamenti fatti in precedenza. Finito il Romandia sono andato alla Eschborn-Frankfurt dove la condizione era già più alta».
L’infortunio al soprasella lo ha fermato per tutto il mese di febbraio (foto Instagram)L’infortunio al soprasella lo ha fermato per tutto il mese di febbraio (foto Instagram)
Ricominciare da capo
Lo stop subito da Giulio, a inizio febbraio, ha costretto il corridore della Lidl-Trek a ripartire da zero e ricostruire tutto il lavoro dell’inverno. Una cosa che mentalmente può abbattere anche gli atleti più motivati.
«Sono arrivato al Romandia con meno di due mesi di allenamento – riprende – fermarsi durante l’inverno ha azzerato tutto il lavoro fatto in precedenza. L’uno di marzo sono partito da zero e dopo qualche settimana sono tornato in gruppo. Si deve ripartire con le gambe, ma anche di testa. Non bisogna farsi abbattere dalla situazione anche se rimettere insieme i pezzi è difficile. Arrivare ad una condizione decente mi è costato fatica e impegno. Probabilmente questo è stato uno dei periodi più difficili, ma sono contento di come l’ho superato».
L’anno scorso al Tour Ciccone conquistò la maglia a pois, proverà a difenderla?L’anno scorso al Tour Ciccone conquistò la maglia a pois, proverà a difenderla?
Nuovi obiettivi
Con appena sette giorni di corsa messi insieme in questo 2024 Ciccone si avvicina alla seconda parte di stagione carico di aspettative, grazie anche al supporto della squadra.
«Il team – conclude – mi ha subito cambiato il calendario e i piani. L’avvicinamento al Tour è dei migliori e forse farò un calendario più intenso del previsto. Farò la Grande Boucle e a settembre la Vuelta, mentre con il programma iniziale avevo un solo una corsa a tappe di tre settimane: il Giro d’Italia. Ovvio che gli obiettivi cambiano, al Tour Thao sarà il capitano mentre io mi metterò nel ruolo del “jolly”. Porterò fantasia, ma sarò comunque a disposizione di Geoghegan Hart. Probabilmente avrò più spazio alla Vuelta, ma vedremo come mi sentirò durante la stagione. Dispiace aver perso il Giro, ma ora mi concentro sul Tour de France, che parte comunque dall’Italia.
«Il Delfinato – che partirà domenica 2 giugno – sarà un po’ una sorpresa visto che è la prima gara in cui arriverò con una buona condizione e una preparazione mirata. Provo e testo con tanta curiosità, vedremo dove mi porterà».
Le performance di Vingegaard superiori a Roglic possono spaccare la Jumbo Visma. Con Garzelli ripassiamo situazioni simili, per capire come potrebbe finire
ARTA TERME – La Carnia, stando alla definizione che ne dà Wikipedia, “è una regione storico-geografica prevalentemente montana, situata nella parte nord-occidentale della provincia di Udine, in Friuli, comprendente buona parte delle Alpi Carniche italiane con le sue valli alpine. Il centro principale è Tolmezzo.”
Ma come sempre accade, le definizioni dei dizionari – o delle enciclopedie – non restituiscono l’anima dei luoghi. Per quella, nei luoghi bisogna andarci. Noi abbiamo avuto la fortuna di farlo, ospitati da Silent Alps, il Consorzio Turistico di Arta Terme: un paesino di 2.000 abitanti nel cuore della Carnia, a pochi chilometri da Tolmezzo.
Arta è un importante centro termale nato attorno alla fonte di Acqua Pudia, un’acqua “solfato-calcico-magnesiaco-sulfera” nota fin dall’epoca romana e che nei secoli è stata determinante alla crescita e alla notorietà del paese. Anche Giosuè Carducci era solito trascorrere il suo tempo qui, tanto che decantò le proprietà terapeutiche dell’acqua e dell’aria di questi posti e ad Arta dedicò addirittura una poesia “Il Comune Rustico”.
Ponti e percorsi a misura di bici affinché il territorio sia tutto fruibile: Silent Alps è anche questoLa Carnia è anche archeologia: ecco l’Ospizio dei Cavalieri di San Giovanni ad Arta TermePonti e percorsi a misura di bici affinché il territorio sia tutto fruibile: Silent Alps è anche questoLa Carnia è anche archeologia: ecco l’Ospizio dei Cavalieri di San Giovanni ad Arta Terme
Esploratori su due ruote
Noi però a differenza di Carducci siamo qui anche e soprattutto per scoprire questi luoghi attraverso uno degli itinerari cicloturistici offerti dal Consorzio. Lo faremo accompagnati da Omar, la nostra guida. Partiamo dal “Grand Hotel Gortani – Wellness&Relax” nel centro del paese, con l’obiettivo di scoprire la Val Pesarina, detta anche la Valle del Tempo.
L’itinerario prevede una settantina di chilometri con circa mille metri di dislivello. Risaliamo la Valle del But, una delle otto della Carnia, e in breve ci troviamo a Sutrio. Se questo nome non vi è nuovo, è perché da lì parte la salita di uno dei due versanti dello Zoncolan, il primo che venne scalato nel Giro d’Italia del 2003 e che fece conoscere il Kaiser al mondo, quando a vincere fu Gilberto Simoni. Perché, scopriamo da Omar, il nostro percorso è di fatto il giro dello Zoncolan, ma – per nostra fortuna, almeno questa volta – senza doverci arrivare in cima.
Da Sutrio svoltiamo a sinistra e passiamo per Cercivento, un piccolo borgo montano famoso per essere una Bibbia a cielo aperto, grazie ad un progetto che ha decorato il paese con oltre trenta opere tra mosaici, murales e affreschi raffiguranti scene bibliche.
Abbiamo pedalato in Carnia alla fine di maggio e il sole era già caldo: tempo di bereAnche la e-bike è un buon modo per approcciare un territorio che ha le sue durezze altimetricheAbbiamo pedalato in Carnia alla fine di maggio e il sole era già caldo: tempo di bereAnche la e-bike è un buon modo per approcciare un territorio che ha le sue durezze altimetriche
I bignè giganti di Lilly
Dopo Cercivento la strada inizia a salire ma senza mai diventare una crucis. In breve scolliniamo a Sella Valcalda e scendiamo a Comeglians dove ci fermiamo alla pasticceria “Lilly” per assaggiare i suoi bignè giganti, che scopriamo essere apprezzatissimi in tutto il Friuli.
Ripieni di crema pasticciera e decorati con cioccolato e una ciliegia candita, capiamo il perché della loro fama e probabilmente l’ha capito anche il giovane ciclista seduto al tavolo di fronte al nostro assieme a suo papà. Mangia felice mentre sfoggia la divisa del POGI Team, la squadra giovanile creata da Tadej Pogačar per supportare gli aspiranti corridori del suo Paese. Il Giro d’Italia è passato qui giusto ieri e molto probabilmente lui si è goduto il passaggio del suo idolo e poi ha deciso di restare ancora qualche giorno per scoprire, come noi, le bellezze della Carnia e la dolcezza dei bignè di Lilly. Finita la pausa ripartiamo verso la meta del nostro itinerario, la Val Pesarina.
Pesariis è il paese degli orologi, in cui nacque l’azienda dei Fratelli Solari (foto Charmen)Un guado e la voglia di giocare: chi cavalca la MTB ha dentro anche questoPesariis è il paese degli orologi, in cui nacque l’azienda dei Fratelli Solari (foto Charmen)Un guado e la voglia di giocare: chi cavalca la MTB ha dentro anche questo
Il paese degli orologi
Appena la imbocchiamo ci accoglie un cartello con scritto “Valle del Tempo” con un grande orologio vintage a fianco. Domandiamo ad Omar maggiori informazioni. Ci racconta che in questa piccola valle nel bel mezzo della Carnia, precisamente nella frazione di Pesariis, nel 1725 fu fondata la Solari, una piccola ditta familiare che costruiva allora orologi da torre e che negli anni è cresciuta fino a diventare ora una delle più importanti fabbriche di orologi del mondo.
Tutto, a Pesariis, parla di orologi. Un numero imprecisato di orologi monumentali orna ogni angolo del paese, orologi a vasche d’acqua, orologi ad acqua turbina, orologi a pendolo, meridiane, orologi a palette giganti, orologi a carillon.
Camminiamo stupiti tra le vie e assieme a noi molte altre persone arrivate da chissà dove per godersi questo spettacolo di ingegno, tecnica ed estetica, che ha fatto di Pesariis (178 abitanti all’ultimo censimento) uno dei più importanti centri turistici della Carnia.
Tutti a tavola, con un tagliere di salumi e formaggio per cominciareSalsiccia affumicata sopra la polenta “in toç”, cioè con un intingolo di salvia e burro fusoEcco i “cjarsons”: una specie di ravioli tipici della CarniaPer contorno, tarassaco e radicchio in conservaTutti a tavola, con un tagliere di salumi e formaggio per cominciareTutti a tavola, ecco i “cjarsons”: una specie di ravioli tipici della CarniaSalsiccia affumicata sopra la polenta “in toç”, cioè con un intingolo di salvia e burro fusoPer contorno, tarassaco e radicchio in conserva
Tempo di rientrare
Ma il tempo, anche nella Valle del Tempo, è tiranno ed è già ora di ripartire, nuvole minacciose incombono e cerchiamo di sfuggirgli (spoiler: non ce la faremo). Scendiamo a ritroso la Val Pesarina e ci tuffiamo nella Val Degano ad Ovaro, da dove parte il versante più famoso dello Zoncolan, quello terribile, durissimo, quello che ne fa la salita più dura del ciclismo mondiale.
Noi passiamo soltanto sotto l’arco di legno che dà il via a quel tormento, non a caso conosciuto come la Porta dell’Inferno, lo salutiamo e poi prendiamo una bellissima ciclabile in falsopiano (in discesa) e in breve siamo a Tolmezzo.
Qui imbocchiamo di nuovo la Val del But e, sotto un acquazzone biblico, dopo pochi chilometri torniamo ad Arta Terme. Per fortuna ad accoglierci c’è di nuovo il “Grand Hotel Gortani – Wellness&Relax”, con gli innumerevoli servizi offerti dalla sua Spa, cullati dai mille benefici dell’Acqua Pudia tanto cara a Carducci.
Un’Acqua che, dopo un giro in bicicletta attraverso i tesori nascosti della Carnia, ha un sapore ancora migliore.
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Il Giro d’Italia che si è appena concluso si potrebbe dire essere stato uno tra i più belli di sempre, una di quelle corse che verrà ricordata come noi oggi ricordiamo, per esempio, le imprese di Eddy Merckx. Anzi, potremmo dirci più fortunati, perché nessuno degli splendidi momenti che abbiamo vissuto verrà mai dimenticato…dai social! Già, il Giro 107 è stato molto attivo sui social grazie a dei protagonisti che sanno il fatto loro davanti ai cellulari.
Il re del Giro
Come se la Maglia Rosa non gli bastasse, Tadej Pogacar sui social è stato il Re indiscusso di questo Giro. Non sono passati di certo inosservati gli aggiornamenti praticamente quotidiani che faceva sui suoi profili, associando canzoni rap che hanno subito messo le cose in chiaro.
Pogi alla seconda tappa, quando ha preso la rosa, cantava “Volevo fare il boss”. In maglia rosa pedalava sulle note della Pantera Rosa. Nel giorno di riposo si è dedicato “Fenomeno” di Fabri Fibra. Mentre dopo la vittoria a Bassano del Grappa si è dato a qualcosa di più classico con il celebre pezzo di Andrea Bocelli “Con te partirò”, a richiamare quanto epica fosse la sua vittoria.
Tra pose simpatiche sul palco e sorrisi smaglianti, ci ha fatto anche emozionare parecchio. «La borraccia Tadej, la borraccia!», gli urlava un piccolo tifoso, al quale ha poi passato (direttamente in mano) la borraccia fresca fresca di rifornimento, dalla quale non ha nemmeno staccato il gel. Assieme a quello tra Coppi e Bartali, questo è il passaggio di borraccia più bello della storia. Spensierato assieme alla sua Urska che bacia dolcemente sulla fronte, complice con Giulio Pellizzari con quell’occhiata d’intesa sul Monte Grappa, Tadej ha indubbiamente vinto anche il Trofeo Social.
Dopo la terza tappa, su Instagram foto e messaggio di Thomas: «Bravo Tadej, ti sei divertito, domani tappa tranquilla»Dopo la terza tappa, su Instagram foto e messaggio di Thomas: «Bravo Tadej, ti sei divertito, domani tappa tranquilla»
Le provocazioni di “G”
Nessuno (nemmeno a dirlo) riesce ad eguagliare lo sloveno nemmeno da questo punto di vista. Ma sui social sono stati molti i volti che ci hanno fatti divertire.
Geraint Thomas, in ballo tra la seconda e la terza posizione in generale, ha lanciato diverse frecciatine. Dopo la terza tappa, quella dell’attacco di Fossano, scriveva: “Bravo Tadej ti sei divertito, domani però tappa tranquilla”. Nella tappa degli sterrati, quando Mister G è stato ripreso dalle telecamere con Tadej sulla sua ruota, ha chiesto al pubblico social: “Chi è l’impostore che ho a ruota?”.
Si sono divertiti anche alla Lidl-Trek, tra balletti pre-partenza sulle note degli ABBA e con uno scatenato fan club di Jonathan Milan. Grande protagonista anche il nostro Pippo Ganna, che ha dato il meglio di sé indossando il tricolore. Tra gli abbracci con la sua cagnolina, al siparietto con Luke Plapp dove chiedeva (gentilmente) a Tadej di rallentare cosicché potesse vincere la crono di Perugia.
Da Alaphilippe, una pizza per Maestri? Macché, dentro c’è la sua magliaDa Alaphilippe, una pizza per Maestri? Macché, dentro c’è la sua maglia
Una pizza per Maestri
Hanno fatto il giro dei social anche le immagini di Giulio Pellizzari che gongola un po’ incredulo con in mano occhiali e maglia del suo idolo: (indovinate un po’) Tadej Pogacar.
Con il suo fascino tutto francese, Julian Alaphilippe è molto seguito sui social: a favore di camera ha portato in regalo, in un cartone della pizza, una sua maglia a Mirco Maestri, dopo l’avventura in fuga del giorno prima. Sui social l’hanno definito “leggenda”, e non potevamo esimerci dal ricordarvelo.
Menzione speciale per Andrea, il meccanico della Intermarche-Circus Wanty. Dopo l’epica spinta in gara per aiutare il suo corridore a ripartire, i social si sono divertiti a fargli spingere… qualunque cosa, anche Marcell Jacobs!
Momento social particolarmente apprezzato anche il primo giorno di riposo, dove corridori e squadre sono stati avvistati nella città partenopea tra golose pizze e pause gelato.
E’ stato anche il Giro d’Italia del pubblico, raramente così numerosoE’ stato anche il Giro d’Italia del pubblico, raramente così numeroso
Il Giro del pubblico
Ma quindi, chi c’è sul podio social accanto a Tadej? Senza dubbio voi: il pubblico, i tifosi. Quest’anno il Giro d’Italia ha avuto un seguito incredibile di appassionati che si sono riversati sulle strade di tutta Italia anche sono per un saluto veloce alla carovana rosa. Tra striscioni, scritte e feste improvvisate lungo i percorsi, i veri protagonisti sono stati forse proprio i tifosi, che hanno indiscutibilmente contribuito a rendere questa edizione della Corsa Rosa unica e speciale. Ovviamente, documentando tutto sui social!
CAMERINO – Lo sguardo abbraccia il mondo. La mattina si rischiara, dopo che l’alba ha coperto la campagna di un’insolita nebbia in quest’angolo silenzioso delle Marche. Pellizzari guarda giù, dopo aver raccontato la storia di un tunnel che collegherebbe la Rocca dei Borgia in cui ci troviamo con il castello dei Varano. Dice che quando erano bambini hanno provato a percorrerlo, ma di aver trovato una grata.
Si fanno quattro passi. Siete mai stati a Camerino negli ultimi otto anni? Era una città universitaria piena di vita, dopo il terremoto del 2016 è una città fantasma. Il centro è deserto, puntellato, ingabbiato, sfregiato. Fatti salvi pochi cantieri, è come se il tempo si sia fermato ai giorni del sisma. Tanta gente vive ancora nelle casette, altri se ne sono andati. Per questo quando Giulio ha attaccato sulle salite del Giro, è stato come se portasse nel petto anche il battito dei loro cuori. Glielo hanno detto martedì sera nella festa di bentornato, con una spinta d’animo che veniva da piangere. Erano quasi in 700 nell’Auditorium Benedetto XIII, intitolato al Papa che nel 1727 fondò l’Università di Camerino. E’ stato un incontro emotivo e dignitoso, con l’orgoglio marchigiano che si è sollevato sopra la difficile quotidianità.
Pellizzari ha corso un Giro a testa alta. Qui è secondo dietro Pogacar a Monte Pana, dietro MartinezPellizzari ha corso un Giro a testa alta. Qui è secondo dietro Pogacar a Monte Pana, dietro Martinez
Sveglia all’alba
Casa Pellizzari è una villetta divisa in due, che nell’altra metà ospitava il bed&breakfast di famiglia, ora occupato da una zia. Quando abbiamo mandato il messaggio per dire che eravamo arrivati, Giulio è sceso ad aprire con gli occhi di chi si è svegliato presto. Infatti alle 6,30 hanno suonato anche gli ispettori della Wada: quando entri nel gruppo di chi va forte, anche i controlli diventano più assidui. Un caffè farà bene ad entrambi. Il Giro d’Italia si è concluso da due giorni. Quando nella tappa di Roma abbiamo saputo che il martedì sera lo avrebbero accolto nella sua città, gli abbiamo chiesto di assistere e poi di fare due parole l’indomani. E’ tutto nuovo, aver incontrato la sua gente è stato un’esperienza inattesa.
«Beh, è stato emozionante – dice – non pensavo che fossero così tanti. Qua a Camerino ci conosciamo tutti, perché il paese è piccolino e tanti mi ricordano come il ragazzino che girava sempre in bici intorno alla città con gli amici. E ieri me l’hanno detto in tanti: “Allora era una cosa seria!”. E’ stato bello anche sentire questo…».
Pellizzari e la sua famiglia sono stati accolti nell’Auditorium Benedetto XIII a CamerinoMassimiliano Gentili racconta, Giulio, sua madre e suo padre ascoltanoLa commozione di Pellizzari, mentre sul palco viene ricordato il nonno MarioCon Fabio Luna e Lino Secchi, presidenti del Coni e della FCI regionaliCon Francesco Acquaroli, presidente della Regione MarchePellizzari e la sua famiglia sono stati accolti nell’Auditorium Benedetto XIII a CamerinoMassimiliano Gentili racconta, Giulio, sua madre e suo padre ascoltanoLa commozione di Pellizzari, mentre sul palco viene ricordato il nonno MarioCon Fabio Luna e Lino Secchi, presidenti del Coni e della FCI regionaliCon Francesco Acquaroli, presidente della Regione Marche
Il ragazzino che girava con la bici: eri così?
Sì, sempre. Facevamo le gare, partivamo da casa del mio amico Mirco, a 500 metri da qui. Andavamo in centro, ma qualcuno imbrogliava e prendeva le scale mobili. Poi scendevamo dalla Rocca e ritornavamo. Facevamo sempre lo stesso giro, sempre la gara: è stata così dai 7 ai 15anni. In casa c’era una mountain bike, il mezzo più veloce per muoverci. Poi ogni tanto, quando finivamo giù in basso, le caricavamo nelle navette. Però solo quando c’era l’autista buono…
Massimiliano Gentili, il tuo padrino ciclistico, racconta che nella prima uscita con lui, a 16 anni, lo guardasti in faccia e poi scattasti…
E’ vero (sorride, e abbassa lo sguardo, ndr), è successo sulla salita di Trevi, vicino Foligno. Questa cosa di arrivare primo in salita ce l’ho sempre avuta, anche quando ero più piccolo e mi allenavo qua a Matelica. Volevo sempre fare la salita per scattare. La salita è quello che mi piace, il simbolo del ciclismo. Da bambino guardavo il Giro d’Italia, soprattutto con mio nonno Mario e con il mio amico Mirco. Mi ricordo il Giro del 2015 con Aru in maglia bianca, infatti i suoi cani si chiamavano Aru e Contador.
Il passagio in testa sul Passo Sella gli è valso il Trofeo Cima CoppiIl passagio in testa sul Passo Sella gli è valso il Trofeo Cima Coppi
Martedì ti sei commosso al ricordo di tuo nonno…
Mario, detto Mariuccio (annuisce, ndr). Un signore accanto a me ha fatto un racconto su di lui: non volevo piangere, ma non ce l’ho fatta. Adesso gli anziani mi riconoscono come il nipote di Mariuccio e dicono che sarebbe orgoglioso di me. Ho scoperto al bar tramite amici che fosse un grande tifoso di ciclismo e suo padre anche più di lui. Gli assomiglio tanto. Quando nonna morì, andavo a dormire da lui e anche a tavola mangiavamo allo stesso modo. Strappavamo la carne col pane e mangiavamo pane e ciauscolo la mattina. Nonno se ne è andato nel 2015, l’anno prima del terremoto.
La gente, i tuoi compagni sanno che qui c’è stato il terremoto?
Ricordo che 3-4 mesi dopo, a mia madre è capitato di incontrare gente che le chiedeva dove si andasse per il centro. E lei doveva rispondere che il centro non c’era più. Erano passate poche settimane e nel telegiornale se ne era parlato anche parecchio…
Quei giorni ti hanno cambiato?
Se ci penso ora, magari non mi hanno cambiato, però mi dispiace non aver vissuto da grande lo splendore di Camerino prima che crollasse tutto. Il centro delle mie sfide in bici non c’è più. E allora penso alle nuove generazioni. Io potevo lasciare la bici per due giorni poggiata a un muro e trovarla ancora, oggi nel quartiere dei negozi che hanno costruito a valle non so se sia ancora così. Nel centro storico non passavano le auto, sotto ora c’è il traffico e non so se i bambini possono fare quello che facevamo noi.
Cosa ricordi di quei giorni?
Era mercoledì e io ero a casa di Mirco, praticamente ci ho passato l’infanzia. Stava venendo il temporale, così ho preso la bici per tornare che già cominciava a piovere. Nel parcheggio meccanizzato, quello con le scale mobili, le luci si accendevano e si spegnevano, c’erano tuoni e lampi. La sera eravamo qua e di colpo tutto ha iniziato a ballare. Due sono usciti da quella porta, uno si è messo sotto il tavolo, che era la cosa giusta da fare. In due siamo usciti dall’altra parte. Vedo diverse scene, una è quella delle coppe che cadono e si rompono. Subito dopo, la domenica, siamo andati con mia nonna a Bassano da amici di mio padre, però solo noi tre figli. Mamma e papà sono rimasti qui, perché giravano anche i ladri.
Nella ferramenta di Sandro Santacchi, a destra, covo dei ciclisti di CamerinoNella ferramenta di Sandro Santacchi, a destra, covo dei ciclisti di Camerino
Il viaggio nel ciclismo
Il suo viaggio è iniziato a 16 anni, quando Massimiliano Gentili ebbe una visione e lo indicò come possibile corridore da corse a tappe. Glielo affidarono, riconoscendogli grande fiducia. «Suo padre Achille – raccontava l’altra sera l’umbro – è sempre stato presente, ma rigorosamente un passo indietro». Achille sorride e ringrazia, discreto e per questo elegante. Sa che i genitori possono essere un peso, così ha preferito lasciar fare, tenendo l’occhio vigile. Ed è stato così che crescendo, Giulio Pellizzari si è trovato catapultato fuori dalla dimensione ovattata e protetta di Camerino, per andare a scoprire il mondo.
I tuoi coetanei erano qui con la solita vita, mentre tu a 18 anni giravi già per aeroporti. Hai mai avuto paura?
Sì! Più che altro a 18 anni non avevo mai preso un aereo, per cui finché si girava con la squadra, non avevo problemi. Ma da solo era un’altra cosa, ho avuto le mie ansie. Oltre a tutte le esperienze, anche questa mi ha fatto crescere. Mi sono ritrovato da solo dall’altra parte del mondo, in un aeroporto immenso, con la borsa della bici e l’inglese un po’ così. Un po’ d’ansia ti prende. Però adesso ho imparato a gestire anche quello. I miei amici mi dicono: “Beato te che sei sempre in giro!”. E io gli rispondo: “Beati voi perché state a casa!”. Non c’è una via di mezzo. Girare il mondo fa tanto, fa crescere, però in certi momenti la vita di casa mi manca davvero.
Queste immagini hanno fatto storia: Pogacar regala a Pellizzari la sua maglia rosa a Monte PanaQueste immagini hanno fatto storia: Pogacar regala a Pellizzari la sua maglia rosa a Monte Pana
Finalmente però sei arrivato a fare il Giro d’Italia…
E’ stato bello. Dopo il Tour of the Alps che è andato bene, il Giro diventava un banco di prova. Non volevo solo fare esperienza, volevo fare bene. All’inizio ero inquieto, perché tre settimane sono lunghe. Poi ho scoperto che diventa una routine e perdi anche il conto dei giorni. Solo a 3-4 tappe dalla fine, inizi a capire che sta per finire.
Hai vissuto giorni esaltanti e altri duri: come è stato correre per tre giorni con gli antibiotici in corpo?
Pesante, ti senti fiacco. Non riesci a spingere. Stare in gruppo non è mai facile, perché si va ogni giorno a tutta. Per fortuna l’unica partenza tranquilla del Giro è stata quella verso Francavilla in cui io stavo peggio e quindi mi sono salvato. Continuavo ad andare dietro e rientrare, andare dietro e rientrare. Per fortuna il giorno dopo si arrivava nelle Marche e mi sono ripreso, ma arrivare a Francavilla è stato davvero duro. Volevo mollare, ma mi hanno convinto a non farlo e devo dire grazie per questo. Una cosa che non ho mai raccontato è che nel riposo di Livigno, il giorno prima di fare secondo a Monte Pana, ho sognato che mi ero ritirato e il giorno dopo piangevo, pregando Roberto Reverberi che mi facesse rientrare in gara.
Giulio con la compagna Andrea Casagranda: trentina, anche lei atleta alla BePinkGiulio con la compagna Andrea Casagranda: trentina, anche lei atleta alla BePink
Il tuo amico Pogacar?
Prima del Giro, il sogno era correre con lui, adesso il sogno è staccarlo. Con calma, ovviamente, però alla fine se stacchi lui, vinci la corsa. La differenza fra me e lui è che lui è proprio un fenomeno, però un po’ mi rivedo nel suo modo di fare. Se avessi il suo motore, correrei allo stesso modo. Sempre per vincere. Alla fine, se uno ha le gambe… Corriamo per vincere, no? Ho letto un’intervista a Gianetti, ha detto che ci pagano per vincere ed è vero…
Come hai fatto a rientrare sulla fuga nel giorno del Grappa proprio a 100 metri dal GPM e prendere i punti per la maglia azzurra?
Ero partito per fare la gara, la squadra voleva che andassi in fuga. Io mi sentivo bene e sapevo che la fuga non sarebbe arrivata, quindi non volevo buttare via tutto. Però non ero certo che se mi fossi ritrovato con i primi venti, avrei avuto le gambe per attaccarli. Non sentivo bene la radio, perché prendeva poco e c’era tanta gente. Non sapevo quanto mancasse e nel dubbio sono partito a 3 chilometri dalla vetta. Alla fine tutti mi hanno chiesto come abbia fatto a riprenderli a 100 metri dal GPM, ma davvero penso che sia stato anche per fortuna.
Stremato dopo la fuga, sul Monte Grappa Pellizzari ha conquistato i punti per la maglia azzurra del GPMStremato dopo la fuga, sul Monte Grappa Pellizzari ha conquistato i punti per la maglia azzurra del GPM
Serve motivazione per andare in fuga sapendo che Pogacar punta alla stessa tappa?
Alla fine è una guerra persa, però ci provi: non sai mai come va. Se avessi preso un minuto in più, mi avrebbe ripreso un pezzettino dopo. Forse mi avrebbe staccato sullo strappo, ma rinunciare non mi appartiene. E’ stato bello correre a Roma con la maglia azzurra della montagna, il sogno però è arrivarci con un colore diverso. Alla fine ci siamo salutati, gli ho fatto i complimenti e in bocca al lupo per il Tour.
Com’è quando il giorno dopo si spengono le luci?
Un po’ mi manca. Quando c’è tanta gente che fa il tifo, i paesi in rosa, respiri l’aria di festa. Alla fine ti ci abitui, però è sempre emozionante. Negli ultimi giorni, ho capito che stava per finire, ma al contempo sono stanco, è giusto recuperare. Per cui farò lo Slovenia, il campionato italiano e poi si stacca per un po’ la spina.
Lo lasciamo alla sua casa, al suo cielo, alla famiglia e agli amici e andiamo a fare un giro in centro. Nella serata per Giulio abbiamo toccato con mano l’orgoglio. Ce ne andiamo con la speranza che la sua voce continui a raccontare la storia di Camerino e della sua gente. Basta che continui ad essere se stesso, il Giulio di sempre. Forse allora per queste strade l’oblio smetterà di essere l’unico destino possibile.
Van der Poel resta solo dopo la caduta di Pogacar e scrive la storia. Tre Roubaix di seguito le aveva fatte solo Moser. Peccato per i gesti di alcuni tifosi
ROMA – Tredicesimo al primo grande Giro non è affatto male. E soprattutto quando è un risultato cercato. Un risultato che va a scapito della possibilità di conquistare una vittoria di tappa. Tutto questo è il Giro d’ItaliadiDavide Piganzoli, talento della Polti-Kometa.
Lottando con i più grandi, tenendo duro, mettendosi alla prova a cronometro, il “Piga” è arrivato a Roma. E tutto sommato, sembra esserci arrivato anche bene. Il suo volto era molto meno provato di quello di tanti altri. Ecco dunque un altro giovane, oltre ad Antonio Tiberi, che in ottica futura ci dà buone speranze per i grandi Giri.
Davide Piganzoli (classe 2002) è arrivato a Roma 13° in classifica a 32’23” da PogacarDavide Piganzoli (classe 2002) è arrivato a Roma 13° in classifica a 32’23” da Pogacar
Davide, prima di tutto complimenti…
Grazie! Sì, direi che alla fine è andato bene questo mio Giro. Forse all’inizio eravamo partiti con altre intenzioni, magari provare a vincere una tappa e prendere una buona fuga. E invece ci siamo ritrovati un po’ in classifica, tanto più che Matteo (Fabbro, ndr) non è stato bene. E così abbiamo cercato di fare il possibile, di correre sempre davanti…
Eppure sappiamo che in classifica non ti ci sei ritrovato, ma hai detto tu al team di voler tenere duro…
Più che altro non avevo e non volevo lo stress della classifica al via. Nel momento in cui magari fossi stato davanti le cose sarebbero un po’ cambiate. Sostanzialmente mi dicevo: «Se farò una tappa buona, se riuscirò a prendere una una fuga importante e magari guadagnerò qualche minuto sul gruppo allora terrò duro». Poi però è successo che in questo Giro il gruppo non ha mai lasciato tanto spazio alle fughe e io mi sono trovato lì lo stesso…. Ne sono contento!
Quanto è diverso il Piganzoli di Roma da quello Torino?
Alla fine sono state tre settimane intense e, dico la verità, sono passate abbastanza velocemente. Tre settimane in cui penso che un po’ sono cambiato in effetti. Ho preso più consapevolezza di me stesso e dei miei mezzi, ma al tempo stesso ho capito che c’è ancora tanto da lavorare. Però ho visto che i grandi non sono poi così lontani. A parte Pogacar.
Lui togliamolo! Nel senso che non va preso come esempio…
Esatto. Però è innegabile che c’è ancora tanto da lavorare. Io sono fiducioso.
Il lombardo è consapevole che a crono deve lavorare molto, anche se la sua posizione di partenza non è così maleIl lombardo è consapevole che a crono deve lavorare molto, anche se la sua posizione di partenza non è così male
Come sono state le sensazioni in salita? E queste sono cambiate durante il Giro?
Ho avuto un paio di giornate in cui non sono stato al cento per cento. Penso per esempio alla tappa con il Passo Sella in partenza. Lì non stavo benissimo e infatti mi sono staccato subito. Sono rientrato e ho tenuto il più possibile fino all’arrivo. Ma penso che se a 21 anni hai solo due giornate così così e perdi abbastanza poco, vuol dire che si può sperare. Che si può crescere.
Qual è il punto dove dovresti lavorare di più secondo te?
Penso che a crono devo lavorarci un bel po’. Bisogna capire come migliorare. E poi anche in salita, però su questo fronte è più “semplice”. Mi hanno sempre detto che si migliora con gli anni, quindi cercherò di continuare a lavorare per poi provare a essere davanti.
Se chiudi gli occhi, qual è il tuo ricordo del Giro? La tua foto della corsa rosa?
Sicuramente i tanti tifosi sulle strade. Ti riempiono veramente il cuore. Alla fine è vero che senti un pochino meno la fatica, perché i tanti tifosi ti spingono. Quantomeno è una fatica diversa, mettiamola così.
Verso Livigno, nella sua Valtellina, tanti tifosi e un’ottima prestazioneVerso Livigno, nella sua Valtellina, tanti tifosi e un’ottima prestazione
Di Pogacar cosa ci dici? Tu che ci hai pedalato fianco a fianco è davvero impressionante anche per voi corridori?
Sì, è impressionante vederlo in azione. Tu vedi che quando gli altri fanno veramente tanta fatica, lui invece è proprio tranquillo. Si gestisce, si guarda attorno. Salendo sul Grappa eravamo rimasti in una ventina. Vedevi gente come Thomas o Martinez che stavano facendo fatica, che comunque erano impegnati, avevano lo sguardo fisso, e Tadej invece saliva facile facile, controllava tutto, si voltava. Lì capisci che sta facendo una gara da sé.
Quali sono i tuoi programmi adesso?
Riposerò un pochino, poi farò subito il Giro di Slovenia e i campionati nazionali. Poi ancora un bel po’ di riposo per programmare la seconda parte di stagione.
Se la gamba è buona allo Slovenia ci farai divertire?
Ah – ride Piganzoli – non lo so. Intanto recuperiamo e poi vediamo.
Il Giro torna nelle terre del sisma 2016 con l'8ª tappa. Ne parliamo con l'onorevole Castelli, Commissario alla ricostruzione. Quale il ruolo dello sport?
Su carta è il suo secondo grande Giro, in realtà è stato il primo. Lorenzo Milesi ha concluso il suo primo Giro d’Italia. Lo scorso anno la sua vecchia squadra, la Dsm-Firmenich, lo aveva schierato alla Vuelta, ma Lorenzo era stato costretto a fermarsi anzitempo, nonostante fosse partito col botto: maglia rossa dopo la prima tappa, una cronosquadre. Tuttavia alla sesta tappa era a casa.
Al primo anno, la Movistar lo ha schierato subito nella gara di casa. In ballo c’erano due crono importanti per il campione mondiale di specialità under 23 e un percorso che tutto sommato non era impossibile per un ragazzo del 2002. Lorenzo era tra i più giovani in assoluto al via.
Milesi in azione in pianura al servizio di Gaviria. Per la Movistar un corridore duttile come lui è stata una risorsaMilesi in azione in pianura al servizio di Gaviria. Per la Movistar un corridore duttile come lui è stata una risorsa
Lorenzo, sei arrivato a Roma: come stai?
Bene direi. Avevo fatto una settimana alla Vuelta l’anno scorso e devo dire che questo primo Giro d’Italia è stato fantastico. Fantastico tutto il contorno, l’atmosfera… la gara. Che è stata dura, ma noi siamo qua. Le gambe le sento come il primo giorno!
Un altro esordiente come te qui al Giro, Lorenzo Germani, ci diceva che in effetti ci sono dei momenti in cui si respira, ma quando si va forte il ritmo è incredibile. Anche per te è così?
E’ vero, è vero. Anche se poi a me sembra che qui tra i pro’ si vada forte in tutte le gare, alla fine. Sono le corse WorldTour che hanno queste caratteristiche.
Ti aspettavi che il Giro fosse più o meno duro?
Più o meno così. Mi aspettavo di non poter competere tutti i giorni sin da quest’anno. Immaginavo che non sarei stato lì davanti a sgomitare. Ma per questo mi dicono, servirà del tempo.
Nelle due crono (tra l’altro lunghe) del Giro, Lorenzo ha ottenuto un 12° e un 11° postoNelle due crono (tra l’altro lunghe) del Giro, Lorenzo ha ottenuto un 12° e un 11° posto
Come ti sei gestito durante queste tre settimane?
Ho cercato di fare bene soprattutto le cronometro. Di queste sono abbastanza soddisfatto. Ho mancato la top 10… però di poco. Per il resto cercavo di risparmiare il più possibile e fare il mio compito.
E qual era il tuo ruolo?
Nelle tappe piatte dovevo cercare di aiutare Fernando Gaviria, in quelle in salita dovevo stare vicino ad Einer Rubio. Quindi anche per questo non ho provato spesso ad andare in fuga. Ci sono andato solo nel giorno del Mortirolo, quando si arrivava a Livigno, però alla prima salita sono rimbalzato! Si andava a tutta e davanti eravamo ancora tantissimi, quindi c’era poco da fare…
Cosa ti porti via da questo Giro d’Italia?
Più che altro quello che spero di portare via, cioè una buona gamba per poter fare bene nelle prossime gare. Ovviamente ho imparato anche a come gestirmi nelle varie settimane, a dosare gli sforzi, a capire il recupero… Un esperienza un po’ generale direi.
Cimolai e Milesi, compagni di stanza al Giro: tra i due ballano 13 anni di differenzaCimolai e Milesi, compagni di stanza al Giro: tra i due ballano 13 anni di differenza
Hai detto che speri in una buona gamba per le prossime corse, ebbene quali saranno queste gare?
Non so ancora di preciso, bisogna decidere appunto in base a come finisco il Giro e a come recupererò. Quindi si vedrà nei prossimi giorni cosa fare. Sicuramente farò i campionati italiani, sia su strada che a cronometro.
Con chi hai parlato di più durante questo Giro d’Italia?
Degli avversari con Piganzoli. Eravamo tutti giorni là in coda al gruppo a chiacchierare! Dei compagni di squadra con Davide Cimolai. Cimo è mio compagno di stanza, è italiano ed è anche più facile confrontarmi con lui.
Quando abbiamo incontrato Milesi, lui e la sua squadra stavano per andare al foglio firma, proprio in quel momento ci raggiungeva Davide Cimolai. Quale occasione migliore per una foto insieme e per chiedergli qualcosa di Lorenzo. E Davide: «E’ un po’ testone perché parla poco e potrebbe domandare di più, ma ha un motore che neanche lui sa quanto è grande! Potrà fare molto bene».
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Il premio più ambito del concorso Enervit è la maglia autografata da Tadej PogacarLa firma dello sloveno sarà anche sulla borraccia del UAE Team EmiratesIl premio più ambito del concorso Enervit è la maglia autografata da Tadej PogacarLa firma dello sloveno sarà anche sulla borraccia del UAE Team Emirates
Tra Sport e sostenibilità
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Il terzo posto di Francavilla ha portato allegria alla Polti-Kometa. Lonardi racconta il finale rocambolesco. E siccome sognare non costa, ora punta più su