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Sulle strade del Valle d’Aosta. Paradiso Clavalité, meta da fiaba

31.07.2023
5 min
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Da una parte all’altra della Valle d’Aosta. Continua il nostro viaggio senza fretta sulle strade del Giro della Valle d’Aosta. Dopo Pré de Pascal e Bionaz, è la volta di un altro luogo incredibile, forse il più selvaggio in assoluto mai toccato dalla corsa: la Val Clavalité.

La quarta frazione dell’ultimo VdA andava da Verrayes appunto a Clavalité e quindi da una parte all’altra della Dora Baltea. Si passava dal versante al sole, il bellissimo altopiano di Verrayes, paradiso dello sci di fondo, a quello detto “enevers” (ad ombra) alla selvaggia valle che sovrasta Fenis e che è quasi dirimpettaia del punto di partenza.

Da Nus a Fenis

La quarta frazione nella sua interezza ripercorreva una grossa fetta della parte orientale della Valle d’Aosta ed era molto lunga: 172 chilometri. Noi però ci mettiamo in sella per una quarantina di chilometri. Da Nus, paese natale di Federico Pellegrino, campione dello sci di fondo, saliamo verso Verrayes.

Non è una scalata impossibile, ma è pur sempre impegnativa. In 15 chilometri si acquistano circa 600 metri di dislivello, ma si va su a gradoni, come spesso accade su questo versante della Valle d’Aosta. La vista da lassù è magnifica. Ma è bello guardare lungo lo stesso versante e vedere i campanili affiorare tra gli alberi e tra le case col tetto a spiovente.

Da Verrayes scendiamo verso Fenis, nota per il suo castello medievale. Si tratta ormai di un simbolo della Valle. Una visita qui è assolutamente d’obbligo. 

Rafferty, Brenner e Meris sulle dure rampe di Clavalité. Da Fenis in 11 chilometri si sale di 900 metri (il Gpm è più alto dell’arrivo)
Rafferty, Brenner e Meris sulle dure rampe di Clavalité. Da Fenis in 11 chilometri si sale di 900 metri (il Gpm è più alto dell’arrivo)

Adesso si sale

Da qui, inizia appunto l’incredibile scalata di Clavalité. Questa località è davvero particolare, quasi remota se vogliamo. Pensate neanche tutti i valligiani la conoscono. Inizialmente sembra una stradina di montagna come ce ne sono tantissime in Valle d’Aosta. Poi il discorso cambia.

All’uscita di Fenis una curva immette su una strada più stretta che subito si arrampica al 10 per cento. Per alcuni chilometri si pedala con una pendenza arcigna sotto le ruote, e lecci e pioppi ai lati. La fitta vegetazione non lascia vedere un granché.

A metà salita c’è una bella spianata, un paio di chilometri, forse più, che sono una vera manna per recuperare. Ed è con questo più dolce che si va dentro le montagne. Verso Sud.

La vegetazione cambia. Ecco abeti e larici. La strada riprende a salire. Uno zig-zag a sinistra con una staccionata di legno, indica il punto più duro dell’intera scalata: sarà al 20 per cento o giù di lì. Poi le pendenza diventano più gentili, ma sempre in doppia cifra.

E’ qui che Sergio Meris si è sbarazzato di Rafferty e Brenner ed è andato a vincere il tappone del Valle d’Aosta. Ancora un paio di chilometri e si arriva ad uno slargo ricavato nel bosco. Quello è il “Gpm” il punto più alto dell’arrampicata (ufficiale) da Fenis.

Il paradiso

L’asfalto svanisce. La strada però continua. Con una svolta a sinistra s’infila nel bosco. E’ quasi buio per quanto è fitto. Ma il fondo nonostante non ci sia l’asfalto è buono: è un chilometro di saliscendi, con i funghi e le rocce di granito ai lati. Poi all’improvviso, la strada inizia a scendere con decisione. Una curva verso sinistra e… si resta senza fiato. 

Tutto si apre. Il tornante che scende verso sinistra è un balcone sulla Clavalité.

La Clavalité è un pianoro a 1.515 metri di quota. Prati verdi, cime innevate sullo sfondo, un laghetto, malghe ristrutturate secondo i vecchi dettami e i materiali della natura… Nessun traliccio, nessun segnale telefonico. Qui si è scelto per questo tipo di sviluppo. C’è solo una lingua di strada sterrata e il gorgoglio del torrente Clavalité. Unico.

Il bivacco Borroz a quota 2.150 metri. Chi ama l’avventura, qui può lasciare la bici e inforcare gli scarponi
Il bivacco Borroz a quota 2.150 metri. Chi ama l’avventura qui può lasciare la bici e inforcare gli scarponi

Oltre i 2.000 metri

E’ davvero incredibile. Sembra di tornare indietro nel tempo. Questo luogo “remoto” è ancora una volta il connubio perfetto per quello che è ormai noto come turismo slow.

Come sempre, in queste avventure in Valle, la gravel è il mezzo migliore. Una volta giunti sul pianoro, la tappa del Giro VdA si fermava 700 metri dopo la curva che si affacciava sulla conca, ma volendo si può andare ancora avanti.

Ci sono infatti altri 7 chilometri per raggiungere il bivacco Borroz a quota 2.150 metri ai piedi del Monte Glacier e, più a Ovest, del Monte Tersive che con i suoi 3.500 metri domina la Val Clavalité.

Raggiungere questa Valle è una vera esperienza. Riconcilia con la natura. Fa strano non vedere infrastrutture. Ci si ritrova in un paesaggio immacolato che vale la pena di essere scoperto e vissuto in bici. 

Sulle strade del Valle d’Aosta. A Bionaz: lago, vini e una scalata dolce

27.07.2023
5 min
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Continuiamo il nostro tour cicloturistico sulle strade del Giro della Valle d’Aosta. Dopo aver visitato Pré de Pascal, scopriamo la terza frazione, altra perla selvaggia di questa edizione della corsa under 23. Stavolta vi portiamo alla scoperta della Valpelline e di Bionaz.

Il Giro della Valle d’Aosta tocca da sempre località bellissime, ma molte, vedi Cervinia, sono già note. Mentre altre mete sono delle vere perle da scoprire. La tappa in questione misurava 138 chilometri e andava da Saint Vincent a Place Moulin, arrivando proprio alla diga di Bionaz. Quel giorno vinse il norvegese Tjotta.

Tra vino e “seupa”

Questa è forse la valle di Aosta per eccellenza. Si parte dal centro della città e rispetto alle altre valli laterali della Valle d’Aosta, la Valpelline è molto ampia, almeno all’inizio. Dalla città si sale dolcemente, per non dire che per alcuni chilometri neanche si sale: un po’ di pianura in Valle d’Aosta!

Ben presto ci si lascia alle spalle il “traffico” del capoluogo. Le case con giardini e molte con l’orto vicino sono forse gli aspetti che più ci hanno colpito. E anche qualche vigneto.

A proposito di vigneti, nella prima metà della Saint Vincent-Bionaz sono stati una presenza importante. E’ da qui, infatti, che vengono vini pregiati come il Clairet, della cantina Grosjean

La strada sale larga e senza fretta fino a Valpelline. Qui c’è una nota sagra a fine mese (29-30 di luglio) ed è la sagra della “Seupa di Valpelline”. Si tratta di una sorta di “zuppa”, di uno sformato, della tradizione contadina. Dicono sia una prelibatezza. Ma vista la sua composizione non troppo light meglio mangiarla al ritorno!

Fino alla diga

Oltre Valpelline la strada inizia a salire. E quando sale lo fa con decisione, ma nel complesso la scalata verso Bionaz, in tutto poco più di 30 chilometri fino alla diga di Place Moulins, è a “gradoni”: 2-3 chilometri di rampa e successiva spianata di un paio di chilometri. Alla fine è una salita perfetta per il cicloturista: è impegnativa, quindi lascia quel senso di conquista, ma non è impossibile.

All’inizio la vegetazione è variegata, poi ecco i larici, che d’autunno regalano alla Valpelline dei colori sublimi, e gli abeti. L’unico inconveniente, se dovesse fare molto caldo è che andando verso Nord si ha quasi sempre il sole sulla schiena. Le fontane però non mancano.

E poi a Bionaz, il borgo maggiore della Valpelline, nonché sede di un’importante centro di fondo e biathlon, ci sono numerosi locali a bordo strada per concedersi una sosta refrigerante.

Lasciata Bionaz, la strada si stringe un po’. Ci sono più pascoli, più rocce a bordo carreggiata e l’ambiente diventa di alta montagna. Zitti, zitti, siamo oltre i 1.600 metri di quota e la strada termina sul filo dei 2.000 metri (1.979) della diga.

Il lago di Place Moulin dalla parte opposta alla diga. Guardate che colori in autunno. Tutta quest’area è nel territorio di Bionaz
Il lago di Place Moulin dalla parte opposta alla diga. Guardate che colori in autunno. Tutta quest’area è nel territorio di Bionaz

Ancora più su

A quel punto, se si ha una bici gravel si può continuare a pedalare sulle sponde del lago Place Moulins.

La stradina, molto frequentata dagli escursionisti, è dolce ma ondulata e porta al rifugio Prarayer. E’ uno sterrato che volendo si può fare anche con la specialissima, ma non è il massimo.

La lunghezza di questo segmento gravel è di 4,4 chilometri. Lo scenario però è superbo: le acque turchesi del lago, il bianco del ghiacciaio de Dent d’Hérens, un over 4.000 metri, che separa questa valle da Cervinia, le cascate spumeggianti che si gettano nello specchio d’acqua. Giunti al rifugio la strada termina. Da lì inizia il regno dei camosci.

Questa, tanto più che vicinissima ad Aosta, è stata forse la sorpresa più grande di questa edizione del Giro della Valle d’Aosta. Sembra incredibile che una valle tanto bella sia così relativamente poco nota. Un itinerario quindi perfetto da scoprire con lentezza.

Sulle strade del Valle d’Aosta. Andiamo in Val Veny

25.07.2023
6 min
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COURMAYEUR – Pedalare è sempre bello, farlo in luoghi particolarmente suggestivi lo è ancora di più. Specie se poi su quelle strade ci sono passati i corridori. E quest’anno il Giro della Valle d’Aosta ne ha toccati di luoghi affascinanti. Tra questi c’è Pré de Pascal, in Val Veny.

La Val Veny è alla testa dell’intera Valle d’Aosta. Si trova a Courmayeur, alle pendici del Monte Bianco. Da una parte c’è la Val Ferret, dall’altra appunto la Val Veny e di fronte il Gigante a chiudere la Valle e a separare l’Italia dalla Francia.

Ma la Val Veny, ancor più della Val Ferret (forse per via delle sue pendenze più impegnative), è ancora più selvaggia: una valle “vecchio stile”.

Sotto lo sguardo del Bianco

Salendo in bici e mettendoci “sulle ruote” dei ragazzi, ripercorriamo dunque la seconda frazione (qui anche la traccia e l’altimetria) dell’ultimo Giro della Valle d’Aosta, che appunto andava da Courmayeur a Pré de Pascal.

Dapprima si scendeva verso Aosta, poi un volta raggiunto il capoluogo si faceva l’inversione di rotta. In particolare ripercorriamo gli ultimi 60 chilometri o poco più. Il nostro viaggio parte quindi da Verrogne.

Verrogne è un borgo situato sulla sinistra orografica della Valle d’Aosta a circa 1.500 metri di quota. E’ un punto particolarmente panoramico. Dalle sue stradine a mezza costa si vedono ora la città, ora le altre vette della Valle. E’ da qui che si ha una particolare visuale del Bianco e della sua vetta.

Queste stradine sono relativamente più dolci di molti scalate della zona. Sono meno trafficate e consentono di vivere un ciclismo anche slow… se vogliamo.

Campanili, tetti di ardesia, prati da sfalcio e, nelle zone più basse anche i vigneti, si alternano senza sosta. Tra questi paesini, dopo un po’ di saliscendi si arriva a La Salle. E’ questo un borgo dove fermarsi per fare una sosta, degustare una bevanda fresca e magari potersi imbattere nella stella di casa, Federica Brignone, regina delle nevi e vincitrice della Coppa del mondo di sci alpino qualche inverno fa. 

Qui i più temerari che vogliono seguire alla lettera le strade del Giro della Valle d’Aosta possono arrampicarsi fino ai 1.416 metri di Les Places, altrimenti si può seguire dritti sulla strada principale per Courmayeur. 

In Val Veny

Giunti a Courmayeur, il cui centro storico merita senza dubbio una visita, in borgata Entrelevie si attacca la Val Veny. A segnarne l’ingresso “ufficiale” è l’innesto della Dora di Veny in quella Baltea. Basta seguire il torrente dunque.

Lo scenario cambia dopo poche centinaia di metri. All’inizio se vogliamo è anche un po’ “tetra”, questa valle ma si ha sin da subito l’idea della grande montagna. A sinistra i boschi ripidi del Mont Chetif, la nostra meta in un certo senso, e a destra i bastioni poderosi del Monte Bianco. 

E’ qui che il Gigante d’Europa propone due dei suoi ghiacciai più importanti: la Brenva e il Miage. In particolare si pedala proprio sotto la Brenva.

Prima di attaccare la vera scalata finale, poco dopo essere entrati in valle c’è subito una perla da scoprire: Notre Dame de la Guérison. Si tratta di un santuario mariano vero e proprio riferimento per pellegrini, turisti e soprattutto alpinisti. Sono davvero tanti i voti degli amanti della montagna d’alta quota. Una volta, il ghiacciaio della Brenva arriva a quasi al Santuario.

Polenta con salsiccia al sugo: una delle prelibatezze locali
Polenta con salsiccia al sugo: una delle prelibatezze locali

Come Golliker… quasi

Poco dopo, ma già nel cuore della Val Veny a Plan Ponquet, tra abeti, tavoli in legno per un pic nic e il suono spumeggiante della Dora di Veny, con una svolta a sinistra si attacca la salita che porta a Pré de Pascal.

La catena ci mette un attimo a salire sui rapporti più corti. Le pendenze aumentano rapidamente. Si va quasi sempre oltre il 10 per cento con punte che sfiorano il 20. Per fortuna non dobbiamo avere la stessa fretta che aveva Joshua Golliker in occasione della sua prima vittoria qualche settimana fa.

Bisogna pensare che questa non è più una strada ad “alto scorrimento”, ma una strada di alpeggio. Si sale tra i boschi, la carreggiata è più stretta ed ecco perché ci sono tali pendenze… Sostanzialmente è una strada forestale, tanto è vero che una volta giunti alla meta diventa sterrata.

La scalata è relativamente chiusa dagli alberi. A circa 300 metri da Pré de Pascal però si esce dal bosco. Sembra di toccare con un dito il Monte Bianco, tanto la prospettiva inganna. La meta finale è una radura. Qualche gioco per i bambini, un prato verdissimo, delle mucche e delle case in pietra, una delle quali è il ristorante Pré de Pascal. La seconda frazione del Giro della Valle d’Aosta si concludeva proprio lì. Disponendo di una bici gravel, si potrebbe anche continuare a salire.

Il Lago di Combal segna la testa della Val Veny. Anche questa meta merita una visita
Il Lago di Combal segna la testa della Val Veny. Anche questa meta merita una visita

L’alternativa

Tornando invece a Plan Ponquet, procedendo sulla strada principale, solitamente chiusa al traffico veicolare, ci si può inerpicare fino al magnifico la Lago Combal. Per arrivarci le pendenze, lo diciamo, non sono proprio gentili, ma il panorama una volta in cima giustifica la fatica!

In pratica, si arriva alla stessa quota di Pré de Pascal (poco più di 1.900 metri), ma la valle all’improvviso diventa pianeggiante. E’ qui che si possono vedere dei laghetti glaciali, come quello del Miage e quello più ampio e acquitrinoso del Combal dove si specchia il Monte Bianco. E’ un vero paradiso.

Volendo, in val Veny proprio a Pré de Pascal, presso l’omonimo hotel-ristorante che si nota nella foto di apertura, si può anche dormire. La cucina è quella tipica di montagna che da decenni la famiglia Scalvino-Borettaz porta avanti con passione.

Dislivelli elevati, analizziamo il caso Valle d’Aosta

22.07.2023
4 min
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Il discorso dei dislivelli da sempre, e sempre di più, affascina i ciclisti. Sulle piattaforme digitali, i computerini… i numeri delle salite attirano non poco. E al Giro della Valle d’Aosta, oltre a Darren Rafferty, il dislivello è stato protagonista. Il totale dei metri verticali da affrontare era di ben 15.500 in cinque tappe. Vale a dire una media di 3.100 per frazione. Il Giro Next Gen in otto frazioni arrivava a 12.050 metri, per rendere l’idea.

Spesso quando eravamo in Valle si scherzava: «Oggi gli under 23 battono i pro’ del Tour». In qualche caso ci si è chiesti se non si fosse esagerato. Più di qualche direttore sportivo si è velatamente lamentato, auspicando almeno una frazione centrale più morbida. Una frazione che desse respiro ai ragazzi e magari motivasse un po’ di più gli uomini “veloci”, termine che al Valle d’Aosta, è da prendere con le pinze.

D’altra parte, dando una botta al cerchio e una alla botte, lo spettacolo è stato magnifico e i percorsi affrontati sono stati bellissimi.

Riccardo Moret (a sinistra) e Francois Domaine, rispettivamente presidente e vicepresidente del Giro della Valle d’Aosta
Riccardo Moret (a sinistra) e Francois Domaine, rispettivamente presidente e vicepresidente del Giro della Valle d’Aosta

Quanto dislivello?

E allora cerchiamo di capire come sono andate le cose. Riccardo Moret, presidente della Società Ciclistica Valdostana, al via da Courmayeur, in occasione della seconda tappa ci aveva detto proprio del dislivello, aggiungendo che storicamente questa corsa ne proponeva molto. Un po’ per la conformazione del territorio e un po’ perché era proprio nel Dna dell’evento.

Discorso che poi abbiamo ripreso con Francois Domaine, vicepresidente del Valle d’Aosta. Con Domaine siamo partiti dall’esempio del tappone di Calavalité, con arrivo nella splendida conca sulle montagne a Sud di Fenis.

«La nostra volontà – spiega Domaine – è quella di proporre una tappa dura che somigli a quella dei professionisti, anche per il chilometraggio. Sì, forse proprio questa frazione poteva essere addolcita un po’ togliendo una salita, ma non credo che alla fine sarebbero cambiati molto i valori.

«Noi abbiamo delle statistiche e storicamente il Giro della Valle d’Aosta era concluso da “pochi” corridori, quest’anno ne sono arrivati alla fine due su tre».

Il discorso di una tappe stile pro’ alla fine concorda con quello che è lo sviluppo del ciclismo attuale. Un ciclismo in cui di fatto già a 19-20 sono dei piccoli pro’, tanto da fare la spola con la prima squadra WT nei casi dei team development.

«Nell’ottica dei 5-6 giorni di gara ci vorrebbe nel mezzo una tappa come quella iniziale di Arvier, una frazione che dia respiro. Che non è comunque una tappa facile, visto che contava oltre 1.300 metri di dislivello in 80 chilometri, tanto è vero che ha vinto Vandenstorme, ragazzo che avrà un futuro non solo come sprinter».

L’altimetria del tappone di Clavalité proponeva dislivelli importanti (4.579 metri)
L’altimetria del tappone di Clavalité proponeva dislivelli importanti (4.579 metri)

Strade obbligate

Non è facile per la Società Ciclistica Valdostana realizzare un tracciato semplice o molto più semplice: come diceva Moret l’orografia conta. La Valle d’Aosta è circondata da montagne ovunque e la valle principale, quella della Dora Baltea e del capoluogo, è comunque stretta. Non si hanno spazi da pianura Padana. E questa stessa valle va dai 1.300 metri di quota alla base del tunnel del Bianco ai 340 metri di Pont Saint Martin, che segna l’ingresso nel territorio aostano. Va da sé che le alternative non sono molte.

«Da noi – prosegue Domaine – allegerire i percorsi non è facile oltre che per le questioni orografiche anche per quelle logistiche e turistiche.

«In Valle – dice Domaine – abbiamo due arterie principali, la SS 26 e la SS27, che sono le vie di comunicazione più trafficate. Il Giro della Valle si corre poi nel mezzo della settimana: nei giorni feriali c’è il traffico anche di mezzi pesanti e nel week-end (siamo a luglio, ndr) c’è quello turistico. Cerchiamo pertanto di bypassare queste due strade per ovvi motivi e per farlo ci spostiamo sulle vie più laterali e queste o salgono o scendono».

Partenza da Saint Vincet, Il Giro tocca le perle della Valle d'Aosta
L’idea, anche per differenziare gli arrivi, è quella di toccare le importanti località in zone più basse. Qui la partenza da Saint Vincent
L’idea, anche per differenziare gli arrivi, è quella di toccare le importanti località in zone più basse. Qui la partenza da Saint Vincent

Influenze esterne

A questa motivazione tecnica se ne aggiunge anche una seconda altrettanto pragmatica ed importante: quella turistica, come accennavamo. Una gara ciclistica, specie in territori simili e con un’ottima diffusione internazionale grazie alla diretta streaming, fa leva anche sui distretti turistici.

I vari comprensori che ospitano la gara indicano i punti peculiari da toccare, succede al Giro d’Italia, al Tour de France, figuriamoci in gare più piccole. E questi consorzi il più delle volte vogliono portare la corsa in testa alla valle di riferimento così da farla vedere tutta.

«Anche questo è un aspetto di cui siamo consapevoli – conclude Domaine – al netto del dislivello della tappa pensiamo di proporre arrivi diversi. Arrivi in fondo alle valli e avremmo anche individuato delle località adatte, ma ci chiedono quasi sempre di arrivare in cima».

La questione è dunque ben complessa. Si può sempre modificare, aggiustare, migliorare, ma il Valle d’Aosta è questo e se da qui escono i campioni che oggi si giocano il Tour, il Giro e, in qualche caso anche le classiche più dure del mondo, un motivo ci sarà.

Cozzi, un diesse dei pro’ tra gli U23. Come va la sua Tudor?

21.07.2023
5 min
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VERRAYES – Un direttore sportivo dei professionisti tra i dilettanti, o meglio tra gli under 23. E’ Claudio Cozzi, tecnico della Tudor Pro Cycling, incontrato sulle strade del Giro della Valle d’Aosta. La sua ci è sembrata una presenza insolita. E forse lo è stata anche per lui. Di certo Cozzi è interessato e divertito da questa “nuova” esperienza con la continental del suo gruppo.

Claudio Cozzi (classe 1966) direttore sportivo della Tudor, per l’occasione in ammiraglia con gli U23
Claudio Cozzi (classe 1966) direttore sportivo della Tudor, per l’occasione in ammiraglia con gli U23
Claudio ma cosa ci fai qui?

Eh – ride Cozzi – è una nuova avventura. E’ la prima volta che li guido in corsa. Non conoscevo bene i ragazzi. Li avevo visti solo qualche volta in allenamento questo inverno in ritiro. Sono molto soddisfatto perché hanno una buona mentalità e soprattutto noto che cercano di correre bene.

Come sta andando questa stagione per voi Tudor in generale? Siete nuovi come team professional, più esperti tra gli under 23.

Penso che abbiamo iniziato bene. Abbiamo anche ottenuto qualche risultato importante già prima di quello che ci aspettavamo. Sapevamo che non sarebbe stato un anno facile partendo con solo qualche ragazzo di esperienza e tanti giovani. Sapevamo che c’era da lavorare e che li avremmo dovuti aspettare e portarli nella giusta direzione.

De Kleijn, Pellaud che è tornato alla vittoria, Voisard… un bel colpo per essere al primo anno tra le professional.

Sì, sì, ma infatti va bene così. De Kleijn è stata una grandissima sorpresa per me, perché lo conoscevo poco, ma è davvero un buon velocista che può migliorare ancora un po’.

Primo anno tra le professional per la Tudor e già 8 vittorie, 3 delle quali firmate dal potente sprinter olandese De Kleijn
Primo anno tra le professional per la Tudor e già 8 vittorie, 3 delle quali firmate dal potente sprinter olandese De Kleijn
Le grandi squadre hanno tutte il team development e anche voi siete qua con la squadra under 23: ma è davvero così importante crearsi un bacino interno?

La maggior parte dei ragazzi che abbiamo noi in prima squadra vengono dalla development. E’ una bella realtà che li porta a crescere nel modo giusto e ad arrivare al momento opportuno al  professionismo. Per quanto riguarda i nostri, soprattutto quelli impegnati al Valle d’Aosta, dobbiamo aspettare un po’ perché sono di primo o di secondo anno. Quindi hanno 19 o 20 anni. Sono ragazzini, ma hanno voglia di imparare.

Hai detto che hanno una buona mentalità e voglia d’imparare. Spiegaci meglio.

Sono interessati, curiosi, fanno domande. Per esempio il Valle d’Aosta è un’università per i giovani che devono fare esperienza. E’ una gara dura, esigente anche nelle discese. Una gara che richiede sacrifici… però quando escono da qua lo fanno con un buon bagaglio. Ci mettono della memoria e delle buone informazioni per crescere. Al Valle, per esempio, era importante la gestione: sulle strade aostane se non sai amministrarti e vai oltre il tuo limite ci metti un attimo a perdere tanti minuti. E con loro ho spinto molto su questo aspetto.

Cosa può dare un diesse abituato al grande professionisti ai ragazzi?

Per prima cosa ho cercato di conoscerli, ascoltando anche i consigli che mi ha dato il responsabile della squadra development. Poi parlando con loro, soprattutto prima di arrivare qua, ho cercato di capire il loro carattere, il loro modo di stare in corsa, le loro qualità, le loro caratteristiche. E per ognuno di loro abbiamo stabilito un programma per la corsa, con una strategia che hanno seguito perfettamente. E questo mi piace perché corrono come squadra, si aiutano. A turno vengono a prendere le borracce… e lo fanno nei momenti gusti, senza sprecare energie.

I Tudor al centro della foto (di A. Courthoud) si sono ben comportati al Valle d’Aosta. Donzé ha chiuso 15° nella generale
I Tudor al centro della foto (di A. Courthoud) si sono ben comportati al Valle d’Aosta. Donzé ha chiuso 15° nella generale
La vecchia scuola…

Ogni sera parliamo e dopo aver fatto il briefing del mattino prima della corsa li vedo molto attivi: chiedono, si informano, vogliono sapere cosa è meglio fare in quel punto, dove è meglio prendere le borracce, cosa fare in quest’altro punto…

Quindi vale anche il contrario: sono loro che danno a te?

Credo proprio di sì. Sono tutti ragazzi molto intelligenti, non è come quando ho iniziato io, che c’erano pochi i laureati. Ma non perché all’epoca erano stupidi, ma perché c’erano meno possibilità e si cresceva prima per certi aspetti. Loro invece hanno più di possibilità di studiare, pertanto si ha a che fare con persone che hanno una certa cultura e bisogna saperli approcciare. Ho 57 anni, ma devo tornare a quando ne avevo 25 per cercare di relazionarmi con loro veramente. Devo aggiornarmi, essere al passo coi tempi. Una volta ci dicevano: “Tu fai così”. E noi zitti e muti. Oggi invece gli devi spiegare perché devono fare così.

Claudio, hai detto che per ognuno di loro avete studiato un programma. Cosa significa? Ci fai un esempio?

Per esempio Robin Donzé è un buon climber. Gli ho detto: “Questa settimana, proviamo a vedere dove puoi arrivare. Ci poniamo una top 20 per tutte le tappe di salita. Impara a gestire la corsa. Quando sei in salita e sei al limite, cala qualche watt e prendi il tuo passo. Se ne hai, negli ultimi 2 chilometri vai full gas”. Ebbene, questo ragazzo tutti i giorni ha fatto questo e spesso negli ultimi due chilometri ha recuperato posizioni. Sto cercando di insegnarli a conoscersi sostanzialmente.

Elia Blum a inizio luglio è diventato campione svizzero U23, prima vittoria di peso per la Tudor U23
Elia Blum a inizio luglio è diventato campione svizzero U23, prima vittoria di peso per la Tudor U23
Un lavoro di pazienza e mirato al lungo termine?

Esatto, vederlo nei primi 15 finali è stato un buon obiettivo, tanto più che è la prima volta che questi ragazzi affrontano un percorso simile con altimetrie che superano abbondantemente i 3.000 metri di dislivello. 

In effetti quest’anno sono andati molto forte: ti aspettavi un livello simile in questa categoria?

Premessa, io sono un appassionato di ciclismo, quindi quando sono a casa vado a vedere gli allievi, gli juniores, gli under 23, poi leggo, mi informo… Vedo gli ordini d’arrivo, i dati e mi aspettavo un livello alto. Anche nei pro’, se togli quella manciata di fenomeni…

Quindi i soliti Roglic, Pogacar, Van Aert, Vingegaard e Van der Poel?

Esatto, tolti loro poi ci sono 50-60 corridori che sono quasi alla pari e possono giocarsi la corsa. Segno che il livello medio si è alzato per i discorsi che facciamo sempre: materiali, vestiario, alimentazione… Penso all’allenamento: una volta era generalizzato, adesso è specifico per ogni corridore. E questo discorso vale anche qui in parte.

Meris scappa e trionfa. Rafferty leader… alla Van Aert

15.07.2023
6 min
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FENIS – E per fortuna che la tappa era troppo lunga per essere degli under 23. Si sarebbero gestiti. Il Giro della Valle d’Aosta ha regalato ancora un super spettacolo. I ragazzi si sono attaccati come non ci fosse un domani sin dall’inizio. Un frazione così si può paragonare a quella dell’Aquila al Giro d’Italia del 2010 o per fare un paragone più recente a quella del Tourmalet di qualche giorno fa al Tour de France. E il Van Aert della situazione è stato Darren Rafferty, con la differenza che da stasera è lui la nuova maglia gialla della corsa.

Eppure in tutto questo caos – è anche difficile trovare un punto da dove iniziare a scrivere – il re di giornata non è lui, ma Sergio Meris (qui potete vedere il suo arrivo). Grazie a lui la Colpack-Ballan torna a lasciare il segno al Valle d’Aosta dopo l’incredibile vittoria di Alessandro Verre due anni fa.

Partenza in quota a Verrayes, dal centro dello sci di fondo. Golliker è ancora in giallo
Partenza in quota a Verrayes, dal centro dello sci di fondo. Golliker è ancora in giallo

La tempesta perfetta

Tappone da 172,5 chilometri e ben oltre 4.000 metri di dislivello. C’è chi teme per il tempo massimo. In questo contesto ne esce una corsa incredibile. Degna di un dibattito da processo alla tappa.

Attacca la Hagens Berman Axeon con Antonio Morgado. Lo seguono alcuni atleti tra cui due della Soudal-Quick Step. C’è confusione e dai contrattaccanti sul primo dei cinque Gpm esce Darren Rafferty, terzo al mattino. Una freccia. Piomba sul drappello di testa e la fuga aumenta subito il vantaggio.

E qui scatta il “processo alla tappa”: perché le altre squadre lasciano fare se dentro c’è un pesce così grosso? E’ quello che ci siamo chiesti, quando ancora non vedevamo le immagini e non avevamo parlato con i protagonisti. L’idea era quella d’indagare tra i direttori sportivi una volta all’arrivo.

In realtà non hanno lasciato fare. Davide De Cassan ci confida che prima la Groupama-Fdj e poi la Circus-ReUs di Alexy Faure Prost hanno spinto e anche forte. Solo che davanti Morgado, Rafferty e i Soudal spingevano forte. L’obiettivo di questi ultimi, tra l’altro centrato, era quello della maglia di miglior scalatore con Jonathan Vervenne. Tutto questo ha creato la tempesta perfetta. Una tempesta che Rafferty e Meris sono riusciti a sfruttare al meglio.

Rafferty come Van Aert

Rafferty, dicevamo, sembrava Van Aert: ha tirato all’inverosimile. Dopo aver perso Morgado, stremato e super anche lui, è stato in testa ininterrottamente per 40 dei 45 chilometri rimasti.

All’arrivo l’irlandese guarda nel vuoto e racconta: «La nostra azione non doveva essere esattamente così. Sì, dovevamo attaccare con un uomo. Ma poi ho visto che Morgado non era troppo distante. Io mi sentivo bene e mi sono buttato dentro. Abbiamo subito preso un bel vantaggio e a quel punto abbiamo insistito.

«Morgado è stato eccezionale. Ha fatto un lavoro super: ha tirato per 50-60 chilometri. Io non mi aspettavo di prendere tutto quel vantaggio, ma siamo andati davvero full gas. Mi spiace per la tappa, ma io pensavo alla generale e per questo ho tirato sempre. E’ stata una tappa folle e una delle giornate più dure della mia vita».

La frazione non l’ha vinta, ma mentre aspetta di salire sul palco per indossare la maglia gialla, Rafferty già pensa al giorno dopo. «So che dovremmo difenderci. Oggi l’obiettivo era la maglia e l’ho centrato. Conosco le salite di domani, le abbiamo fatte l’anno scorso. Mi piacciono, sarà ancora dura, ma io sto bene».

Fa impressione la sua espressione. Rafferty è letteralmente distrutto. Sembra deluso. Non riesce a ridere. Giusto sul palco abbozza un sorriso.

Brenner terzo al traguardo. Si arrivava a Clavalité, un vero paradiso a 1.500 m di quota. Le poche baite che ci sono non hanno, per scelta, la corrente elettrica
Brenner terzo al traguardo. Si arrivava a Clavalité, un vero paradiso a 1.500 m di quota. Le poche baite che ci sono non hanno, per scelta, la corrente elettrica

Grande Meris

Chi invece ride, e giustamente, è Sergio Meris. Per lui un successo importantissimo, di peso, di prestigio, di gambe e di testa. Sergio sale sul treno giusto e cavalca quella tempesta di cui dicevamo. S’incolla alla ruota di Rafferty e non la molla. Se non quando l’ammiraglia della Dsm non s’incolla nel vero senso della parola alla sua. E’ l’imbocco della salita finale e per i tifosi italiani scorre un brivido lungo la schiena.

«In seguito a quell’impatto ho avuto un problema con la catena – racconta Meris dopo l’arrivo – ho perso una trentina di secondi, ma sono riuscito a rientrare senza spendere poi tantissimo».

 

E dire che ieri Meris non era andato affatto bene. Ma forse questo successo è figlio proprio della frazione di 24 ore fa.

«Ieri proprio è stata una giornata no. Le gambe non andavano e così alla fine ho deciso di risparmiare qualcosa. Sì, forse è nata anche lì questa vittoria.

«Oggi le cose sono andate nettamente meglio. Io – un po’ come Rafferty – avevo Kajamini davanti e più che altro ho cercato di stare attento davanti al gruppo. Quando si sono mossi Rafferty e gli altri li ho seguiti. All’inizio devo dire che ancora non sentivo delle buone gambe poi le cose sono andate sempre meglio».

Gianluca Valoti abbraccia Meris, una vittoria importante che dà morale alla Colpack-Ballan
Gianluca Valoti abbraccia Meris, una vittoria importante che dà morale alla Colpack-Ballan

Lo scatto che senti

Meris racconta il momento dello scatto decisivo. Il suo diesse Gianluca Valoti, commosso all’arrivo a Clavalité – un vero paradiso naturalistico – gli aveva detto di non muoversi prima dei quattro chilometri dall’arrivo.

«Ma io vedevo che stavo sempre meglio – riprende Meris – notavo che Brenner e Rafferty non pedalavano più benissimo e i watt erano un po’ calati. Così ho deciso di andare prima. Mi sentivo veramente bene». 

Una cosa che abbiamo notato è che Meris rispetto agli altri due aveva sempre mangiato e bevuto. Mentre l’irlandese e il tedesco erano lì a menare a testa bassa. Piccolezze, che piccolezze non sono, fondamentali in una tappa tanto dura e lunga.

Resta una frazione, la classica di Cervinia con Saint Pantaleon e appunto Cervinia nel finale. Tutto è aperto, visto che i ribaltoni non mancano mai in questa gara, ma con un Rafferty così c’è poco da fare. Bisogna vedere se non pagherà dazio.

La classifica vede l’irlandese in testa con 2’44” sul francese Alexy Faure Prost e 3’19” sul messicano Isaac Del Toro, oggi bravissimo a recuperare oltre 4′ nelle due salite finali sulla testa della corsa. Mentre l’ex maglia gialla, Golliker, è giunta ad oltre 12′ e serenamente ha salutato la leadership.

A Bionaz Vince Tjotta, ma De Cassan ruggisce e riapre i giochi

14.07.2023
6 min
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BIONAZ – «Ve lo avevo detto stamattina. Il Giro della Valle d’Aosta non è finito». Davide De Cassan è sorridente ai 1.979 metri della diga di Place Moulin, sopra Bionaz, nella splendida e selvaggia Valpelline. Okay, Davide non ha vinto, il trionfo è andato al norvegese Martin Tjotta, ma quel che conta è che il corridore del Cycling Team Friuli c’è.

La terza tappa del Valle d’Aosta propone salite lunghe, ma pedalabili. Oggi fa anche più caldo di ieri. La squadra friulana inserisce un uomo nella fuga. Un chiaro segno che si volevano smuovere le acque.

Il norvegese Tjotta conquista la terza tappa (foto Alexis Courthoud)
Il norvegese Tjotta conquista la terza tappa (foto Alexis Courthoud)
Il norvegese Tjotta conquista la terza tappa (foto Alexis Courthoud)

De Cassan leader vero

E le acque le hanno smosse eccome. Uno scatto in un tratto intermedio, se vogliamo un po’ come Golliker ieri, ha lanciato Tjotta alla vittoria e ha tolto questa gioia a De Cassan ma il gioco del CTF è stato ottimo.

De Cassan si comporta e parla da leader. Sguardo fisso negli occhi, petto in fuori, testa alta. Davvero quando ci vede arrivare ci punta il dito e ci dice quella frase scritta all’inizio.

Quando arriva Roman Ermakov lo ringrazia. Lo abbraccia. Gli dice – in inglese – che non è riuscito a vincere, ma anche di stare tranquillo, che il Valle d’Aosta non è finito.

De Cassan "consola" Ermakov, il compagno che lo ha aiutato fino allo sfinimento
De Cassan “consola” Ermakov, il compagno che lo ha aiutato fino allo sfinimento
De Cassan “consola” Ermakov, il compagno che lo ha aiutato fino allo sfinimento
E’ vero, ce lo avevi detto: non era finita ieri a Pré de Pascal…

Volevo rifarmi della tappa di ieri. La mia squadra mi ha supportato al massimo. Questo attacco era abbastanza programmato, ma tra il dire e il fare ci sono sempre tante cose. Sono mancati 12”, tanto mi ha dato Tjotta, però il morale è alto. Vediamo domani.

Una reazione da campione Davide. Un po’ come Pogacar dopo la prima tappa pirenaica di questo Tour de France…

Eh – ride – ma lui ha vinto, io ho fatto secondo.

Però hai ancora altre tappe. E anche Pogacar non è ancora in giallo.

Vero, non è finita e io ci proverò ancora. Poi se arriverà bene, sennò pazienza. 

Cosa scatta nella testa per fare una tappa così coraggiosa? Ieri sera eri andato a letto con la rabbia, con la delusione…

No, rabbia direi di no. C’è tanta gente che mi supporta e che supporta noi del CTF, quindi volevo semplicemente dare tutto per non avere rimpianti.

Ieri avete montato rapporti piuttosto corti viste le pendenze estreme del finale, oggi qual era il tuo setup?

Ho mantenuto gli stessi rapporti: 53-36 davanti e 11-30 dietro.

Il ragazzo della Alpecin-Deceuninck, Alex Bogna, non ti dava un cambio: questa cosa ti innervosiva?

Sì, mi ha innervosito parecchio. Però il ciclismo ormai un po’ lo capisco e lui aveva il suo leader dietro di noi. Certo, avesse collaborato probabilmente quei 12” sarebbero diventati qualcosa in meno e ci sarebbe stato un altro finale di tappa, ma questo non lo saprò mai. Pazienza.

Golliker ha mantenuto la maglia gialla e Faure Prost è stato autore di un finale importante, tu però sei rientrato in classifica (12⁰ a 2’23”). Cosa cambia?

Stasera guarderò bene l’ordine d’arrivo e i distacchi. E a mente fredda decideremo cosa fare da domani.

Colpaccio Mattiussi

Sull’arrivo di Bionaz ci sono diversi personaggi della Valle d’Aosta, su tutti Federico Pellegrino, mito dello sci di fondo e medaglia olimpica, che dall’alto del palco si gode la sfida e guarda con ammirazione i ragazzi. Il gioco di squadra del Cycling Team Friuli non è passato inosservato neanche a lui. 

Autore di questa azione è Alessio Mattiussi, il direttore sportivo del team di Roberto Bressan.

Alessio, anche con te partiamo dalla reazione di De Cassan…

Ieri ci aspettavamo qualcosa di più da Davide, ma sapevamo che era in condizione. Volevamo però riprovarci, dare un segnale e far vedere chi è il CTF. L’idea appunto era quella di piazzare un ragazzo all’attacco e avere un ponte per il finale. Davide doveva attaccare da lontano e guadagnare sul gruppo, se non altro per conquistare la vittoria di tappa… che ci è sfuggita di poco.

Ieri abbiamo visto una salita ripida, oggi scalate più pedalabili: sono questi i suoi percorsi?

Secondo me, visto anche come è andato Davide lo scorso anno proprio qui al Valle d’Aosta, lui preferisce salite più lunghe con pendenze un po’ più dolci. Quindi sì: oggi era la sua tappa. Ma non finisce qui perché da domani le scalate cambiano di nuovo. La particolarità di questa corsa è che è lunga, dura e le crisi, per tutti, sono dietro l’angolo.

Ama le salite pedalabili però abbiamo visto che era molto agile, in certi frangenti quasi troppo. E’ una sua caratteristica o magari si potevano scegliere altri rapporti?

Tendenzialmente è un ragazzo che ama alzarsi poco sui pedali, sta seduto e quindi cerca di fare girare molto la gamba. E’ una sua attitudine e noi l’assecondiamo.

Come mai ieri era un po’ imballato? Stamattina dopo l’intervista video Davide ci ha detto che ieri gli altri avevano messo la sesta e lui era rimasto in quinta…

In realtà ha fatto un buon avvicinamento e una buonissima prima tappa, comunque all’imbocco della scalata finale era con i migliori. Resterà un’incognita credo, tanto più dopo aver visto come è andata questa seconda tappa. Davide però è un uomo parecchio di endurance, esce alla distanza e più il Giro è duro e più può far vedere di che pasta è fatto.

Grazie mille…

Se posso aggiungere una nota, vorrei dire un grazie ad Ermakov. Oggi ha svolto un lavoro eccezionale. Questo significa essere corridore e aver capito cos’è una squadra.

Un inglese sul Bianco. Impresa di Golliker a Pré de Pascal

13.07.2023
5 min
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COURMAYEUR – Il Monte Bianco si può toccare con un dito dalla radura di Pré de Pascal. Il ghiacciaio del Miage ogni tanto – sin troppo spesso ahinoi – scarica blocchi di ghiaccio. Il boato rimbomba per tutta la Val Veny rompendone il tipico silenzio della montagna. Poco dopo a rompere questo silenzio è il fiatone di Joshua David Golliker che, ciondolante, si arrampica sino a quota 1.912 metri di questo spettacolare arrivo del Giro della Valle d’Aosta. Un inglese sul Bianco, un po’ come i pionieri dell’alpinismo. Tra l’altro oggi la tappa è partita proprio davanti la casa delle guide alpine di Courmayeur.

Se ieri l’antipasto era stato leggero, oggi ecco una prima tappa cattiva, durissima. Al via ci si chiedeva perché ci fossero poche squadre italiane presenti a questa gara. Una delle motivazioni addotte da più direttori sportivi è che la corsa è troppo dura e pochissimi team nostrani hanno l’uomo adatto per un tracciato tanto esigente. Forse è così, forse no, ma di certo il Valle d’Aosta non è mai stato troppo morbido.

Non solo salite, il Valle d’Aosta si conferma corsa dura sotto ogni aspetto (foto Alexis Courthoud)
Non solo salite, il Valle d’Aosta si conferma corsa dura sotto ogni aspetto (foto Alexis Courthoud)

E’ sempre Fdj

Chi invece l’uomo ce lo aveva (e chissà se lo sapeva) era la continental della Groupama-Fdj. Negli ultimi due anni i ragazzi di Jerome Gannat, il diesse, avevano dominato. Ma era un’altra squadra. Una squadra piena zeppa di campioni: da Germani a Martinez, da Gregoire a Thompson…

«Non è quella squadra – ci aveva detto stamattina Gannat – però Rolland Brieuc può far bene e forse anche un altro ragazzino». E l’altro ragazzino non ha fatto bene: ha fatto benissimo.

Joshua Golliker si è reso protagonista di un finale strepitoso. E non solo lungo la scalata finale. L’inglese è scattato quando stavano per riprendere la fuga, ad una decina di chilometri dall’imbocco della salita. Si pensava lavorasse per gli altri visto quanto spingeva forte nel fondovalle.

«Mi è sembrato un buon punto per scattare – racconta Golliker mentre aspetta di andare sul podio – c’era qualcuno della vecchia fuga e ho deciso di spingere forte. In questo modo potevo andare del mio passo e così attaccare la salita con un po’ di margine».

«Cosa pensavo durante la scalata? A niente. Ho spento il cervello e mi concentravo solo sulla cadenza». Una cadenza alta, sempre sulle 80 rpm con il 36×34 come rapporto più leggero sulla sua Lapierre. Una cadenza ottima considerando che spesso si pedalava al 13 per cento con una punta del 20.

Ragazzino terribile

Golliker è un primo anno, è del 2004, così come i primi tre di oggi. E certe prestazioni a questo livello assumono ancora più valore. 

«Joshua ha corso in Francia lo scorso anno – racconta Gannat – con una squadra di Tolosa (Team 31 Jolly Cycles, ndr) ed ha anche vinto. Lo abbiamo adocchiato e alla fine lo abbiamo preso».

«Sì, un po’ sono stupito anche io che sia riuscito a vincere, ma poco. Questa mattina vi avevo detto che avevamo due ragazzi, ebbene l’altro era lui. La scorsa settimana eravamo in ritiro da queste parti e abbiamo provato le tappe di questo Valle d’Aosta. Ho visto che pedalava bene, che stava crescendo molto di condizione. Questo poteva essere un arrivo adatto a lui».

«E poi ha giocato bene le sue carte. Lo scatto in quel punto intermedio nel fondovalle non è stato casuale. David è molto forte, ma non ha la botta secca, non ha il cambio di ritmo. In questo modo è potuto andare via di passo».

Certo che se va così, potrebbe anche tenere la maglia gialla. Ma tutto è da scoprire e lo stesso diesse francese sembra “viverla alla giornata”.

Ultimo chilometro. Faure Prost scatta e guadagna qualche secondo sui diretti avversari. Da segnalare il ritiro di uno dei favoriti: Finlay Pickering
Ultimo chilometro. Faure Prost scatta e guadagna qualche secondo sui diretti avversari. Da segnalare il ritiro di uno dei favoriti: Finlay Pickering

Faure Prost scalpita

Ma dietro i big hanno lasciato fare solo in parte. Va detto che le squadre dei favoriti hanno corso come i pro’. Un grande controllo, ranghi compatti e sgasate potenti nel finale.

E tra i favoriti c’è senz’altro Alexy Faure Prost, francese della Circus-ReUz. Nei 1.500 metri finali ha mangiato oltre 30” a Golliker.

«Oggi sono arrivato secondo dietro a un corridore che ha fatto una buona azione – ha detto Faure Prost – Per me lui non è una novità. L’anno scorso ha corso in Francia, quindi lo conoscevo e so che quando sta bene può fare grandi numeri. Magari non mi aspettavo li facesse a questo livello. Ma è anche vero che ai piedi della salita aveva già un buon vantaggio e ormai era tardi per noi».

Per molti Faure Prost è tra i favoriti, se non il favorito. Lui accetta questa affermazione, ma dice anche che ci sono altri atleti che possono fare bene e poi sono talmente giovani e il percorso è talmente duro, che è difficile fare previsioni. Però…

«Però le gambe stavano bene. Credo di averle sbloccate del tutto nell’ultima salita. Sono fiducioso per i prossimi giorni».

La sfida è appena iniziata, ci aspettano ancora tre giorni di fuoco. Durissimi, affascinanti. E la sensazione è che la Groupama-Fdj venderà cara la pelle. 

Fdj in parata, ma l’Italia resiste con Raccani (e un buon Frigo)

16.07.2022
6 min
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Riunione all’ombra sulle sedioline da campeggio per gli azzurri di Marino Amadori, questa mattina a Pont Saint Martin. Il cittì ha dato ai ragazzi poche ma chiare indicazioni: correre compatti e tenere il più possibile “i due Fdj”. E “quei due”, Reuben Thompson e Lenny Martinez, ieri sera pensavano a come avrebbero esultato sull’arrivo di Coumarial, tanto erano “certi” della vittoria. Tuttavia non hanno ucciso la corsa del tutto. Dietro di loro ci sono stati due ragazzi italiani, Simone Raccani e Marco Frigo.

I due Groupama-Fdj alla vigilia del tappone pensavano anche a come avrebbero attaccato. Solo Lorenzo Germani, che doveva tirare, badava al concreto.

Prima del via il ciociaro ci aveva detto: «Basta solo che non ci sia qualche fuga difficile da controllare. Per il resto siamo tranquilli. Guarda Reuben – scherzava il campione italiano – quando lui vede le tappe così, che fanno su e giù, è contento. Si gasa».

Fdj sotto controllo

Il caldo morde anche oggi le valli e i passi del Giro della Valle d’Aosta, ma la sensazione è che ci sia un pizzico in meno di afa. A compensare le fatiche però, c’erano i tanti chilometri, 173, e il tantissimo dislivello, 4.600 metri.

Tutti temevano che la squadra francese potesse distruggere tutto, in realtà anche loro l’hanno presa con le pinze. Sì, hanno vinto. Sono arrivati in parata, ma forse qualche scoria della tappa di Santa Caterina al Giro U23 era rimasta.

Gannat, il loro diesse, li ha fatti scattare solo nel finale. O quantomeno quando non c’erano più insidiosi fondovalle da dover gestire, come la Valtellina al Giro appunto. E nella salita finale una volta rimasti soli hanno controllato. Non volevano assolutamente saltare stavolta. La sensazione almeno era questa.

Però Raccani

In tutto ciò Simone Raccani e Marco Frigo si sono difesi benone. Entrambi hanno dato l’anima.

Il corridore della Zalf Desirée Fior , per l’occasione in azzurro, ha dimostrato che quel posto in classifica, il terzo, non era stato affatto una casualità.

Quando taglia il traguardo ha la bocca spalancata e la maglia aperta. Non mette il piede a terra ma continua a girare disegnando dei cerchi con la bici. Chissà il cuore fin dove era arrivato e quanto premeva l’acido lattico dentro quei quadricipiti per non fermarsi subito.

«Sull’ultima salita ho preso il mio ritmo e sono venuto su del mio passo, dando tutto – dice Raccani dopo il traguardo – Dopo una tappa di 173 chilometri e con questo caldo sapevo che era un attimo dal sentirsi bene o male e viceversa».

Per Simone Raccani (classe 2001) un’ottima prestazione verso Coumarial: terzo a 43″ da Thompson
Per Simone Raccani (classe 2001) un’ottima prestazione verso Coumarial: terzo a 43″ da Thompson

Sognare è lecito

Raccani non solo ha mitigato le distanze da Martinez e Thompson, ma ha anche rimontato diversi avverasi che erano davanti con i due Fdj in precedenza. 

«Ho sofferto il cambio di ritmo sulla penultima salita – racconta Raccani – e infatti devo dire grazie ai ragazzi che nel finale mi hanno aiutato a prendere la salita nel miglior modo possibile. Hanno tirato, mi hanno tenuto coperto. Poi è toccata a me».

Ma la corsa finisce domani a Cervinia e sognare è lecito. E’ lecito perché all’inizio della scalata finale, il distacco dai leader era sul minuto, forse appena meno. Ma all’arrivo il cronometro ha segnato 43” di ritardo per Raccani. Una quindicina secondi che danno speranza. E sui quali vale la pena riflettere.

Raccani ha spinto a tutta. Ma anche Lenny e Reuben non sono andati piano. Sì, forse hanno controllato in alcuni momenti ma, dice Thompson: «Non abbiamo controllato, abbiamo cercato di non saltare, perché comunque per staccare Onley e Berhe Hagos, abbiamo fatto dei grandi fuori giri».

E questo non fa che aumentare l’importanza dell’azione di Raccani. «Penso di essere salito bene – riprende Raccani – Ho recuperato parecchi secondi ai primi. Purtroppo non sono riuscito a riprenderli però… Sì, il Valle d’Aosta finisce domani: bisogna correre a tutta, bisogna osservarli e vediamo come andrà. Restano loro quelli da battere.

«Dopo un Giro under 23 sottotono sono venuto qui per riscattarmi. Sapevo di stare bene, ma non credevo di ritrovarmi questa condizione addosso. Sono davvero contento e darò tutto per concludere la gara nel miglior modo possibile».

In fuga anche Giulio Pellizzari (in coda) per difendere la maglia a pois (foto Alexis Courthoud)
In fuga anche Giulio Pellizzari (in coda) per difendere la maglia a pois (foto Alexis Courthoud)

Riecco Frigo

Ma le buone notizie non finiscono qui. Marco Frigo l’ultima volta che lo avevamo visto era “a spasso” al Giro d’Italia U23. Era venuto a salutare i suoi compagni della Israel Cycling Academy e lui aveva un braccio rotto, dopo la caduta al Giro dell’Appennino. 

La sua grinta e la sua serietà non erano venute meno neanche in quei giorni. Pedalava sulla bici da crono perché gli consentiva di non gravare sul polso.

«Volevo fare l’italiano a crono – racconta Frigo – ma non è stato possibile. L’istante dopo aver preso la decisione di non farlo, ho prenotato un alloggio al Pordoi per fare l’altura. Mi sono allenato, ho ricostruito una buona base, ho cercato di fare volume. E per questo sono contento di essere qui adesso.

«Non è andata male. E’ stata una bella tappa. Ho reagito bene, meglio di quanto pensassi. Va già bene così per me questo Valle d’Aosta, visti i pochi giorni di allenamento che ho nelle gambe».

Marco Frigo (classe 2000) è arrivato quinto, ma in netta ripresa dopo l’infortunio all’Appennino
Marco Frigo (classe 2000) è arrivato quinto, ma in netta ripresa dopo l’infortunio all’Appennino

Verso l’Avenir

E questo “non cambio” di ritmo ce lo ha avuto anche Frigo. Anche lui, come Raccani, ha pagato l’attacco violento nella penultima salita. 

«Ho perso quei trenta secondi, poi tutto sommato li ho tenuti bene fino ai tre, quattro chilometri dall’arrivo. A quel punto un po’ ho pagato dazio. Stasera sarà importante riposare bene e poi vediamo come starà il fisico domani».

Frigo forse è l’italiano con le spalle più grosse. Il prossimo anno passerà nel team WolrdTour della Israel e ha già una certa esperienza internazionale. Era con la nazionale di Amadori sia all’Avenir che al mondiale di Baroncini.  Potrebbe essere lui la nostra carta proprio per l’Avenir. E la via passa dal Valle d’Aosta.