BMC Timemachine Mpc, la nuova bici da crono che spinge i limiti della ricerca, della tecnologia e dei materiali, oltre ad essere sviluppata considerando il “comfort funzionale” dell’atleta. A monte non c’è solo la riduzione della resistenza aerodinamica, obiettivo comunque primario quando si argomenta il binomio bici/atleta. Qui si tratta di design, innovazione ed efficienza.
E poi c’è il suffisso Mpc, Masterpiece, una sorta di valore aggiunto che identifica l’apice dell’applicazione del carbonio in ambito ciclistico. Entriamo nel dettaglio della nuova BMC Timemachine Mpc, la bici da crono di Kung e del Team Tudor.
Kung ha portato in gara la BMC Timemachine Mpc, chiudendo la crono dell’Algarve in 7ª posizione a 28″ da GannaKung ha portato in gara la BMC Timemachine Mpc, chiudendo la crono dell’Algarve in 7ª posizione a 28″ da Ganna
BMC e Team Tudor, collaborazione stretta
Uno strumento votato alla performance come lo è la nuova Timemachine Mpc nasce in modo obbligato mettendo insieme diversi fattori. Tecnologia e studio, design, ma anche una stretta collaborazione di sviluppo, in questo caso tra l’azienda di Grenchen ed il Team guidato da Fabian Cancellara. Non a caso, a partire proprio da questo 2026, nel roster del Team Tudor c’è anche Stefan Kung, eccellente cronoman e sviluppatore superlativo.
La nuova Timemachine Mpc migliora decisamente l’eredità numerica e di performance lasciata dal precedente modello, BMC Speedmachine. Si è arrivati al 4% di resistenza aerodinamica risparmiata intervenendo esclusivamente sul sistema bicicletta (la somma di telaio, componenti ed atleta). Cosa significa il 4% nelle gare di oggi? Significa sfiorare i 51 chilometri orari, invece di 50, a parità di wattaggio con la generazione di bici precedente.
Kung da quest’anno al Team Tudor, anche in qualità di tester e sviluppatoreKung da quest’anno al Team Tudor, anche in qualità di tester e sviluppatore
BMC AeroSynthesis
Si tratta di una filosofia progettuale ed abbinata ad un approccio tecnologico tanto capace di estremizzare, quanto di far collimare l’integrazione con l’atleta. Più il corridore è comodo ed efficiente, più riesce ad esprimere la sua forza, le sue doti. Un concetto a tratti semplice, quasi banale, soprattutto se confrontato con le epoche passate.
I passaggi fondamentaliche hanno riguardato la nuova Timemachine Mpc, dall’idea fino ad arrivare alla messa su strada, sono 6. L’idea della bici ed i suoi obiettivi, lo studio con i moduli CFD, i prototipi e la galleria del vento. I primi test in velodromo (a Grenchen, il medesimo dove il nostro Filippo Ganna ha fatto il record dell’ora), la messa su strada effettiva.
Ogni BMC nasce da Impec LabIl primo telaio stampato 3D dal laboratorio svizzeroI primi componenti che caratterizzeranno lo stampo finaleLa prima bici “rideable” è di KungOgni BMC nasce da Impec LabIl primo telaio stampato 3D dal laboratorio svizzeroI primi componenti che caratterizzeranno lo stampo finaleLa prima bici “rideable” è di Kung
Masterpiece ed Impec Lab
Masterpieceè una costruzione monoscocca senza giunzioni, senza verniciatura, con polimerizzazione tramite autoclave. La posa delle pelli di carbonio è fatta completamente a mano e segue protocolli severi, dove non esiste il margine di errore. La stessa posa del carbonio fatta in questo modo permette di controllare peso e rigidità. Mpc è una produzione completamente europea.
Alcuni atleti del Team Tudor, corridori di primo livello, utilizzano i modelli Teammachine R Mpc. Impec Lab è in realtà la stanza dei bottoni di BMC, un luogo dove nascono i progetti BMC, dal primo disegno, fino ad arrivare all’ultimo prototipo che precede la produzione effettiva.
Stefan Christ è il responsabile di Ricerca e Sviluppo presso BMCStefan Christ è il responsabile di Ricerca e Sviluppo presso BMC
La precisa richiesta di Cancellara
«Ogni volta che abbiamo sviluppato una nuova bici – spiega Stefan Christ, responsabile di Ricerca e Sviluppo di BNC – abbiamo sempre cercato di reinventare la nostra eredità. Il progetto Timemachine Mpc ha permesso a me e al mio team di superare i nostri limiti e di misurare progressi reali, cronometro alla mano.
«Ci è stato chiesto in modo diretto e senza mezze misure, da Fabian Cancellara e dal team Tudor, di guadagnare secondi sulla linea d’arrivo. E’ stata una sfida esaltante, un test che ci ha messo alla prova e ha messo alla prova le nostre conoscenze».
Timemachine R, un nome che identifica anche le bici veloci di BMCI test nel velodromo di GrenchenLa pinna nascosta sotto la testa della forcellaTesta della forcella davvero impattanteUna spada per fendere lo spazioIl nodo sella tra le particolarità della biciKung alla prima volta su strada con la nuova Timemachine MpcIl profilo alare e “staccato” dei foderi obliquiScatola centrale enorme e squadrataUna prima volta per terminali posteriori del carro con questo designUna sezione anteriore tanto complessa ed articolata, quanto asimmetricaTimemachine R, un nome che identifica anche le bici veloci di BMCI test nel velodromo di GrenchenLa pinna nascosta sotto la testa della forcellaTesta della forcella davvero impattanteUna spada per fendere lo spazioIl nodo sella tra le particolarità della biciKung alla prima volta su strada con la nuova Timemachine MpcIl profilo alare e “staccato” dei foderi obliquiScatola centrale enorme e squadrataUna prima volta per terminali posteriori del carro con questo designUna sezione anteriore tanto complessa ed articolata, quanto asimmetrica
La BMC Timemachine Mpc sotto la lente
La bici rientra perfettamente nel “quadro” che regolamenta le norme 2026 imposte dall’UCI. L’interfaccia del cockpit è stata sviluppata in collaborazione con Profile Design, sulla base del prodotto Aeria, mentre le estensioni sono personalizzate in base alle necessità dell’atleta. Spiccano le leve freno FlowSpine integrate nel manubrio. La forcella, sempre full carbon come tutto il resto del frame-kit, con la sua testa ampia e spanciata prende il nome di Halo+. Quest’ultima ha i terminali diversi tra il destro ed il sinistro. Timemachine Mpc è studiata per la trasmissione monocorona, è previsto un guidacatena e la scatola centrale è larga 86,5 millimetri con sedi press-fit.
Il carro posteriore, nello specifico i forcellini ed il supporto del cambio, sono qualcosa di mai visto prima. Ci sono ovviamente da considerare i foderi obliqui, impattanti per quello che concerne il design della bici e prendono il nome di PayloadFins. Hanno una sorta di profilo alare e si innestano entrambi nella zona superiore del nodo sella. Collimano con un piantone dal profilo alare. I reggisella disponibili sono due e prevedono in totale 8 differenti off-set.
BMC Timemachine Mpc sarà disponibile anche per il pubblico come modulo telaio, rispettando le regole UCI. Telaio e forcella, reggisella e base-bar cockpit, perni passanti e minuteria dedicata. Le taglie disponibili sono due, S e ML.
Due giorni dopo la vittoria di Scaroni a Mallorca, la prima italiana del 2026, sulle strade arabe del Golfo Persico è arrivata anche la prima stagionale per Lorenzo Nespoli. La cosa curiosa, per il ragazzo della MBH Bank-CSB che finora è sempre andato forte soprattutto in salita, è che il successo nello Sharjah Tour è venuto in una cronometro di 9,8 chilometri piatta come il mare lungo il quale si snodava.
E’ la corsa in cui davanti al podio mettono sempre gli sceicchi e che, per contro, in parallelo propone anche la gara dei paralimpici. Come antipasto del UAE Tour che si svolgerà più o meno sulle stesse strade dal 16 febbraio, Sharjah è una corsa di classe 2.2 con un parterre di continental, con la MBH Bank-CSB e la Solution Tech-Nippo come sole professional.
Con lo Shariah Tour si apre la stagione del ciclismo negli Emirati Arabi. La maglia del leader è griffata PisseiLo gara si svolge nella penisola arabica che si affaccia sul Golfo Persico, poco a nord di DubaiCon lo Shariah Tour si apre la stagione del ciclismo negli Emirati Arabi. La maglia del leader è griffata PisseiLa gara si svolge nella penisola arabica che si affaccia sul Golfo Persico, poco a nord di Dubai
La profezia di Fusi
Classe 2004, Nespoli arriva da Carate Brianza e la prima volta che nel 2023 sentimmo parlare di lui fu per bocca di Antonio Fusi. Il cittì, che per un decennio dal 1995 guidò prima la nazionale U23 e poi quella dei pro’, lavorava come preparatore della squadra bergamasca. E passando in rassegna gli atleti e le loro attitudini, si sbilanciò proprio per Nespoli.
Per questo la maglia degli scalatori al Giro Next Gen 2024, i due titoli italiani cronosquadre (2023-2024) e la vittoria al Palio del Recioto dello scorso anno furono le conferme che ancora mancavano. Il secondo posto di ieri alle spalle di Matteo Fabbro nell’unico arrivo in salita dello Sharjah Tour ha aggiunto un altro tassello.
«Sapevo che la condizione fosse buona – racconta Nespoli – perché ho passato un buon inverno. Sono stato in Spagna da novembre con Novak (il coridore ceko che dalla MBH Bank è passato al Movistar Team, ndr), in una casa che abbiamo preso insieme. Appena finisce questa corsa, tornerò lì, mentre Pavel andrà al UAE Tour. Io ci resto fino alla Ruta del Sol, quindi fino al 18 febbraio. Mi sono allenato bene seguito da Dario Giovine e avevo solo tempo per andare in bicicletta. Quindi ho fatto solo quello, come è giusto che sia. Rispetto all’anno scorso sono aumentati i chilometri, ma soprattutto sento che il corpo risponde bene».
La vittoria al Palio del Recioto 2025 ha svoltato la stagione di Nespoli (foto Lisa Paletti)La vittoria al Palio del Recioto 2025 ha svoltato la stagione di Nespoli (foto Lisa Paletti)
I rulli (liberi) di un altro
Una cronometro di 9,9 chilometri con 22 metri di dislivello è quasi un esercizio di apnea, cercando di non calare mai. Si partiva e si arrivava ad Al Heera, lungo la spiaggia che faceva venire voglia di vacanze più che di fatica. E soprattutto, nonostante il percorso richiedesse un missile da crono, si è corso con la bici da strada, come accade nelle corse più esotiche di inizio stagione: qui negli Emirati come pure al Santos Tour Down Under.
«Ho fatto due conti – racconta Nespoli – e ho concluso che sarebbero stati 6 minuti ad andare e 6 minuti a tornare. Per cui sono partito a blocco su un viale dritto, ho fatto un’inversione attorno a un oggetto di cemento in mezzo alla strada, ho riposato due secondi e poi ho ricominciato a spingere per tornare indietro. Ho usato la bici da strada, quindi il massimo rapporto era il 54×11. Anche il manubrio era quello normale. E per il riscaldamento ho… rubato dei rulli liberi alle persone che c’erano di fianco e ho fatto quel che potevo».
La MBH Bank-CSB allo Sharjah Tour ha corso con Persico, Bagatin, Budzinski, Ambrosini, Nespoli e Peak. In ammiraglia c’è ZamparellaLa MBH Bank-CSB allo Sharjah Tour ha corso con Persico, Bagatin, Budzinski, Ambrosini, Nespoli e Peak. In ammiraglia c’è Zamparella
Quasi record sui 12 chilometri
Oltre alla spiaggia c’erano il vento e una temperatura di 23 gradi. Tra i rivali anche qualche cronoman di spessore, come il giovane Luca Giaimi in maglia UAE Gen Z e il vecchio Rein Taraamae, leader della corsa dal secondo giorno, che per nove anni è stato campione estone di specialità.
«All’andata il vento era tutto contro – racconta Nespoli – al ritorno era un po’ a favore, però si sentiva meno che all’andata. Per cui nella prima parte ho fatto 46 di media, mentre al ritorno fra 55 e 56. Nelle crono cerco di tenere alta la velocità e basta. I watt li ho guardati per non scoppiare dopo un minuto, ma erano abbastanza alti e per questo non c’era da stare tanto tranquilli. Ugualmente mi sono detto di provare a tenerli e di andare a 50 di media.
«Sui 12 minuti di gara (in realtà 11’52”, ndr) ho fatto un watt meno del mio record in salita sullo stesso tempo. Alla fine ho anche aumentato un po’, ma sono stato abbastanza regolare. Sicuramente all’andata c’è voluta più potenza, proprio per il vento contrario, ma non tanta più che al ritorno».
Allo Sharjah Tour la MBH Bank-CSB ha portato in corsa la nuova Cinelli AeroscoopAllo Sharjah Tour la MBH Bank-CSB ha portato in corsa la nuova Cinelli Aeroscoop
Lo sforzo solitario
Le crono gli piacciono, come il fatto di essere da solo e gestire in pace il suo tempo. E’ la mentalità dei cronoman, ma anche quella degli scalatori.
«Nelle settimane in Spagna – prosegue Nespoli – mi sono allenato con Novak, ma spesso ero anche da solo, nel senso che uscivamo insieme e poi ognuno aveva i suoi lavori. Quando sono a casa in Italia, esco sempre con un mio amico. Quando faccio i lavori e magari prendo una salita, ascolto un po’ di musica o qualche podcast, quindi il tempo passa bene. Poi a me piace stare in giro da solo nella natura, problemi non ne ho. Sono uno che cerca sempre strade nuove, anche sterrate se capita, perché mi piace divertirmi in bicicletta. La casa che abbiamo preso in Spagna è a Benissa, sopra Calpe, in mezzo alla solita valle dove si allenano tutti».
Lorenzo Nespoli, classe 2004, ha vinto la terza tappa a cronometro a Sharjah Fort, lungo la Al Heera BeachLorenzo Nespoli, classe 2004, ha vinto la terza tappa a cronometro a Sharjah Fort, lungo la Al Heera Beach
Il duello con Fabbro
Il resto è parlare dell’aspettativa per il 2026, che è di andare forte. Del fatto che dopo aver vinto la crono più che festeggiare gli è toccato tornare in hotel con la bici, perché si era fatto tardi all’antidoping e i compagni erano andati via. E del fatto di non essere riuscito a battere Fabbro nell’arrivo in salita, perché era ripido e il friulano pesa tanto meno di lui.
«Siamo arrivati in volata – saluta Nespoli – c’era un tornantone e poi l’arrivo. Sarò partito ai 100 metri, però la pendenza era sopra al 10 per cento, ho perso un po’ di spinta e mi ha passato. Non sarei riuscito a staccarlo prima, perché andavamo più o meno alla stessa velocità e lui poi ha avuto il cambio di ritmo. Domani si arriva in volata (oggi per chi legge, con vittoria di Salby e Persico al 4° posto, ndr). L’ultima volta che l’ho detto, nella seconda tappa, ho perso otto minuti e la possibilità di fare classifica, perché comunque andavo forte. Questa è una certezza che mi porto a casa».
E’ diventato grande in fretta Alec Segaert, senza andare di fretta. Il fiammingo di Roeselare – che compirà 23 anni fra due giorni – è approdato alla Bahrain-Victorious proseguendo nel suo processo di crescita graduale.
In ogni stagione ha saputo aggiungere una tessera al suo mosaico di esperienza e capacità, creando una base solida per diventare un corridore affidabile fino a guadagnarsi una sfida stimolante fuori dal suo Paese. Dopo quattro anni nella Lotto, nella nuova squadra Alec si (ri)unirà col fratello Loic, diventato nel 2024 uno dei coach e diesse della Bahrain (i due sono insieme nella foto di apertura) arrivando anch’egli dalla formazione belga.
Abbiamo conosciuto quel ragazzetto a maggio 2021 quando vinse in solitaria la gara juniores a Stradella sul percorso del Giro dello stesso anno. E quest’anno ce lo ritroveremo da pro’ dopo averlo visto in maglia rosa al Giro NextGen. Ne abbiamo approfittato quindi, dopo i ritiri in Spagna, per sapere come Segaert ha impostato il suo avvicinamentoalla stagione.
Alec Segaert è nato il 16 gennaio 2003 a Roeselare. Con la Bahrain ha firmato un contratto fino a fine 2028Alec Segaert è nato il 16 gennaio 2003 a Roeselare. Con la Bahrain ha firmato un contratto fino a fine 2028
In Bahrain ritroverai tuo fratello Loic, che è stato il tuo primo allenatore, e immaginiamo che tu sia felice di lavorare di nuovo con lui. Come pensi che sarà il vostro rapporto ora in una squadra WT rispetto al passato?
Di sicuro è molto bello essere ancora insieme a Loic nella mia nuova squadra. Anche prima siamo sempre stati in contatto, ma adesso sarà ancora meglio poter parlare di tutto con lui. Il nostro legame è molto solido, non cambierà nemmeno ora dove c’è un rapporto lavorativo più profondo. Anzi, credo che possiamo crescere insieme e crearci una carriera, io come corridore e lui come allenatore. In ogni caso vedremo come andrà.
Nel 2025 hai corso molto e ti è mancato solo il podio. Com’è stata la stagione nel complesso?
La scorsa annata non è stata male in generale. Ho sentito di aver fatto un grande salto in avanti. In effetti non sono riuscito a vincere e sarebbe stato bello farlo. Ci sono andato vicino più volte, come l’ultima gara disputata al Tour of Holland (terzo posto nella quinta ed ultima tappa, ndr).
Bilancio positivo quindi?
Assolutamente sì. Posso ritenermi soddisfatto di ciò che ho fatto nel 2025. Ho disputato tutte le grandi classiche del Nord e ho corso un Grande Giro (la Vuelta, ndr) che mi è servito per fare più esperienza. Spero che la vittoria arrivi presto quest’anno.
A crono Segaert ha sempre mostrato grandi doti e punta a sfruttarle anche nelle altre gare in lineaA crono Segaert ha sempre mostrato grandi doti e punta a sfruttarle anche nelle altre gare in linea
Raccogliamo il tuo spunto. Nel 2025 hai corso la Vuelta, che è stato il tuo primo Grande Giro. Come valuteresti quell’esperienza?
Certamente mi tornerà utile quest’anno. E’ stata molto buona. Alla Vuelta sono andato proprio come volevo. In diverse tappe sono riuscito ad entrare nelle fughe, come mi ero prefissato all’inizio. Sono contento di aver fatto una buona cronometro individuale alla diciottesima tappa (ottavo posto a 15” dal vincitore Ganna, ndr). Significa che stavo bene.
Cosa ti ha insegnato?
Con la squadra siamo andati bene. Ho scoperto un po’ più di me stesso. Ad esempio, insieme a De Buyst ho cercato di fare un buon lead-out per Viviani alle sue ultime corse. E’ stato molto bello correre con compagni così esperti e vincenti come loro.
Sei forte a cronometro, ma hai dimostrato di avere le carte in regola per le classiche e le tappe collinari. Che tipo di corridore pensi di essere diventato e quanto ritieni di essere cresciuto?
Sicuramente le cronometro sono un buon termometro per vedere se sei in forma o meno. Quella di andare bene nelle prove contro il tempo credo che sia una qualità che posso sfruttare anche in altri tipi di gare.
Segaert con la Lotto nel 2025 ha disputato la Vuelta, il suo primo Grande Giro, andando in fuga e lavorando nel treno di VivianiSegaert con la Lotto nel 2025 ha disputato la Vuelta, il suo primo Grande Giro, andando in fuga e lavorando nel treno di Viviani
Sai già come sarà distribuita la tua stagione?
Penso che sarà suddivisa in due o tre parti. La prima si concentrerà sulle classiche, mentre nella seconda ci saranno le gare a tappe dove troverò le crono. Alla Bahrain voglio crescere come supporto per i compagni che puntano alle generali. Questo è un aspetto in cui spero di poter fare la differenza per la squadra.
In quali ambiti pensi di essere migliorato finora, sia in sella alla bici che fuori?
Come dicevo prima, ho lavorato nei finali di tappa nel treno dei velocisti. Non posso considerarmi una “ultima ruota”, però sto imparando molto in questo frangente e vorrei continuare a farlo anche qua. Per il resto nelle classiche mi sono migliorato molto sia nella posizione in gruppo che nelle tecnica di guida
In quali ambiti vorresti migliorare?
Grazie alla crescita di cui parlavo prima, potrei fare dei finali di alcune gare in modo più intelligente. Penso che questa sia una delle mie qualità più importanti. Quindi questo aspetto lo voglio migliorare ancora di più, sperando magari di usarlo per vincere.
Nella prima parte del 2026 di Segaert ci sono le classiche e il Giro d’Italia dove vuole essere un supporto per i capitani (foto Charly Lopez)Nella prima parte del 2026 di Segaert ci sono le classiche e il Giro d’Italia dove vuole essere un supporto per i capitani (foto Charly Lopez)
Hai vinto diverse gare in Italia, un posto che ti ha sempre portato bene. Sarebbe bello vedere Alec Segaert al via del Giro…
Mi è sempre piaciuto correre in Italia e posso già dirvi che ci vedremo da voi a maggio. Non vedo l’ora di correrlo. Prima però ci saranno ancora tutte le classiche. Esordirò presto con corse in Spagna e Francia, ma per me la vera stagione inizierà con la Omloop Het Nieuwsblad, poi Fiandre e Roubaix. Ed infine mi preparerò a dovere per il Giro.
Quali sono gli obiettivi di Segaert per il 2026 con il Bahrain e con la nazionale?
La maggior parte dei miei obiettivi sono concentrati per la squadra. Fare bene alle classiche è il mio obiettivo più importante dell’anno. Poi ripeto: voglio aiutare i nostri leader delle generali al Giro o nelle gare a tappe di una settimana. Se tutto andrà bene, spero di essere convocato per europeo e mondiale col Belgio, ma c’è ancora tanto tempo per pensarci. Intanto cerchiamo di iniziare la stagione poi vedremo tutto.
Iniziamo a guardare avanti, ai grandi appuntamenti della stagione. Un momento cruciale del prossimo anno, e certamente del prossimoGiro d’Italia Women, sarà il 2 giugno, quando si affronterà la Belluno – Nevegal, tappa a cronometro individuale in salita. Insomma, una vera cronoscalata di 12,7 chilometri.
Una cronoscalata che in qualche modo non è una novità. E sì, perché fu affrontata, per filo e per segno, dai colleghi uomini nel Giro d’Italia del 2011, quello dominato da Alberto Contador (anche se quel successo finì a Scarponi per la squalifica dello spagnolo). Fatto sta che quel giorno vinse lui e al settimo posto si piazzò Marco Pinotti. Oggi il bergamasco è coach della Jayco-AlUla e al Giro Women avrà una delle atlete che meglio si adatta a questa frazione: Monica Trinca Colonel. Ma al netto della valtellinese, con Pinotti andiamo a scoprire questa crono. Cosa riserverà. Con quale bici si affronterà. Quali distacchi aspettarci.
Marco Pinotti in azione quel 24 maggio 2011 sulle rampe del Nevegal. Si può notare la maglia tricolore di specialità e la bici da stradaMarco Pinotti in azione quel 24 maggio 2011 sulle rampe del Nevegal. Si può notare la maglia tricolore di specialità e la bici da strada
Marco, prima di tutto: cosa ricordi di quel giorno al Nevegal?
Eh – ride Pinotti – me la ricordo bene: una gran fatica! Mi ricordo che noi venivamo dalla tappa incredibile del Gardeccia, la più dura che abbia mai fatto. Dunque c’era un gruppo abbastanza stanco per quella tappa e io ero uno di quelli. Però il giorno prima c’era stato il riposo e questo mi aiutò molto. Per me fu un Giro un po’ contraddittorio: ero partito bene riuscendo a stare nei primi dieci in classifica, poi proprio verso il Gardeccia avevo un po’ mollato, ma giusto quella crono mi ridiede morale… per provare a vincere poi la tappa di San Pellegrino (fu secondo dietro a Capecchi, ndr), che mi consentì di rientrare in classifica..
Che crono è?
E’ una crono veloce nella prima parte: c’è una discesa uscendo da Belluno. Poi c’è un pezzo duro attorno al terzo chilometro, poi ancora un breve tratto rapido e infine è tutta salita. Quindi va gestita bene nella prima parte. La porzione in salita inizia subito con il tratto più duro: 4,4 chilometri al 10 per cento. L’ultimo chilometro e mezzo è invece più rapido.
Non è una cronoscalata secca, insomma?
Lo è, ma nel complesso resta una crono veloce. Non ricordo fosse particolarmente tecnica. Ricordo invece che utilizzammo praticamente tutti la bici da strada e credo che anche il prossimo giugno, con le ragazze, faremo la stessa scelta. E’ una crono per fare alti numeri perché è a bassa quota e si presta a spingere. Bisogna solo stare attenti a gestire la prima parte.
Il profilo della 4ª tappa del prossimo Giro Women: la cronometro individuale Belluno – Nevegal di 12,7 kmIl profilo della 4ª tappa del prossimo Giro Women: la cronometro individuale Belluno – Nevegal di 12,7 km
Sarà un po’ più dura per le ragazze?
Sì, sicuramente. Sarà una crono, secondo me, superiore ai 35 minuti per loro. Noi la facemmo in 29 minuti (Contador vinse con 28’55”). Per me è fondamentale la gestione, perché non è tutta in salita e perché sono pendenze che invitano a spingere il rapporto. Sono pendenze tra l’8 e il 10 per cento, costanti. Però le donne non hanno la forza degli uomini, capito?
Visto che hai parlato di gestione, quale passo si imposta?
Bisogna partire controllati, perché nella prima parte bisogna anche guidare bene la bici, ma senza esagerare nei rischi. Alla fine il tempo lo si fa nella seconda metà, quella in salita, quella dal chilometro 5 in poi. Nella prima parte puoi lasciare qualcosina, ma sarebbero comunque pochi secondi. Devi cercare di stare sotto soglia, ma senza addormentarti. Ipotizzo una prima parte che può durare sugli 8 minuti e poi ti aspettano 25-27 minuti di salita vera e propria. Quindi la prima parte è quasi un warm-up. E poi servono energie per il finale.
Perché?
Perché gli ultimi 1.500-1.700 metri sono più facili. Non dico in falsopiano, ma lì è fondamentale fare velocità.
Marlene Reusser, fortissima a crono e dallo scorso anno anche in salita, sembra essere la favorita per la crono del Nevegal. Ma per Pinotti può andare bene anche un peso più leggeroMarlene Reusser, fortissima a crono e dallo scorso anno anche in salita, sembra essere la favorita per la crono del Nevegal. Ma per Pinotti può andare bene anche un peso più leggero
Snocciolando un po’ di nomi: questa crono è adatta a chi?
Potenzialmente a Marlen Reusser, però attenzione: la salita è ripida. Forse anche un’atleta più leggera può darle fastidio. La Vollering, secondo me, sarebbe favorita su di lei.
Prima hai accennato al fatto che si userà la bici da strada. Con che setup?
Non molti accorgimenti: va bene la bici da strada con un set di ruote veloci. Le nostre bici (Giant, ndr) in Jayco-AlUla sono comunque intorno ai 6,8 chili con ruote alte. Pertanto non bisogna andare alla ricerca di ruote superleggere, ma di ruote veloci, che agevolino la prima parte, più orientata all’aerodinamica.
Rapporti?
Doppia corona sicuramente. L’unico accorgimento, pensando ai primi 5 chilometri, potrebbe essere avere delle protesi, però non so quanto convenga, perché aggiungeresti peso e poi i manubri di oggi sono abbastanza stretti. E poi quanto realmente staresti in posizione? Perché qualche curva c’è. Con delle protesi potresti guadagnare 6-7 secondi in quei primi 5 chilometri.
l file di Pinotti della cronoscalata del 2011. Il profilo ricalca quello che affronteranno le donne al prossimo Giro WomenE qui ecco i suoi dati di quel giorno. Pinotti chiuse 7° a 58″ da Contadorl file di Pinotti della cronoscalata del 2011. Il profilo ricalca quello che affronteranno le donne al prossimo Giro WomenE qui ecco i suoi dati di quel giorno. Pinotti chiuse 7° a 58″ da Contador
Escluderesti il cambio bici da crono a bici da strada?
Assolutamente sì. Anche se dura più di mezz’ora è comunque una crono “corta” ed esplosiva. E poi non dimentichiamo che nella prima parte c’è anche uno strappo di quasi un chilometro al 5 per cento, dove la bici da crono non dà alcun vantaggio… specie se poi devi anche fermarti a cambiarla e riprendere il ritmo. Il cambio ti costa 15 secondi, c’è il rischio di nervosismo… No: niente cambio.
Marco, farete un sopralluogo con Trinca Colonel?
E’ da valutare in base agli impegni tra gare e ritiri. Magari non mandiamo l’atleta, però qualcuno spero di mandarlo. Magari riesco ad andarci io di persona.
Quindi è una crono che strizza l’occhio più alle scalatrici che alle specialiste dell’orologio?
Sì, sicuramente. La divisione temporale tra la parte bassa e quella in salita favorisce quest’ultima. Nonostante il mio pacing, che in qualche modo fu perfetto per fare settimo, finii a 58 secondi da Contador. Vuol dire che sbagliai poco, per uno che non era uno scalatore puro. Se riprendo il file di quel giorno, noto che c’erano 30 gradi, e questo caldo potrebbe incidere. Noto anche che nei primi 5 chilometri feci 39,5 di media: questo conferma che sono veloci ma non del tutto piatti. Nello strappo al 5 per cento feci 30 di media, mentre nel tratto in discesa 47,6. Altri segmenti erano a 40 all’ora con pendenza al 2 per cento.
Dati che ci aiutano a capire come non sia tutta salita, ma nemmeno ideale per una bici da crono da cambiare in corsa.
Esatto. Il tratto di salita più duro, quello centrale, lo affrontai quasi sempre a 18 all’ora. Salita vera.
Un finale di stagione corso sempre all’attacco, con la voglia di trovare la prima vittoria tra i professionisti. Lorenzo Milesi ha cambiato marcia ed è consapevole di essere arrivato a un punto della sua carriera dove è importante anche dimostrare con i risultati. Il successo è sfumato per poco. Dalla seconda metà di stagione, iniziata con il Tour de Wallonie, sono arrivate sette top 10, di cui una è il secondo posto nel Mixed Team Relay agli europei.
«Siamo stati tre giorni in Svezia – ci racconta da casa Lorenzo Milesi – per staccare, siamo stati a Malmoe e poi siamo saliti verso nord. Il tempo è ancora bello lì e ce lo siamo goduto. Nicolas (Milesi, ndr) e Alessandro (Romele, ndr) avevano deciso di andare già da tempo, io ero in dubbio perché forse sarei andato a correre alla Crono delle Nazioni. Alla fine la squadra ha rinunciato e ho terminato la stagione al Lombardia, e direi che va bene così visto che ho fatto ottantuno giorni di corsa».
Da destra: Lorenzo Milesi, Alessandro Romele, Nicolas Milesi, durante la breve vacanza in SveziaDa destra: Lorenzo Milesi, Alessandro Romele, Nicolas Milesi, durante la breve vacanza in Svezia
Mira aggiustata
Lorenzo Milesi, al suo terzo anno nel WorldTour di cui corsi con la Movistar, ha trovato continuità nella seconda parte di stagione.
«Fino al campionato italiano – spiega Milesi – la stagione era rivedibile. Il problema principale è stata la troppa palestra fatta lo scorso inverno, ho preso troppo peso a livello muscolare e ho iniziato la stagione con qualche chilo di troppo. Erano tutti muscoli, ma il rapporto peso/potenza non mi permetteva di essere efficace. Così ho accantonato i pesi e mi sono concentrato sulla bicicletta, soltanto che correndo spesso era difficile concentrarsi sul fare un allenamento che mi permettesse di perdere peso. Il cambio di passo si è visto a luglio, quando ho avuto modo di fermarmi e andare in altura ad allenarmi».
Nella seconda metà di stagione Lorenzo Milesi ha corso spesso all’attacco mettendo insieme quasi 500 chilometri di fugaNella seconda metà di stagione Lorenzo Milesi ha corso spesso all’attacco mettendo insieme quasi 500 chilometri di fuga
Hai tracciato una riga e sei ripartito?
Esattamente, mi sono allenato per tre settimane a Livigno. In quei giorni ho spinto molto, infatti quando sono ritornato in corsa al Tour de Wallonie stavo molto bene.
Come ti sei allenato?
Di solito in altura si fanno tante ore e pochi lavori intensi. Io invece mi sono concentrati su sforzi brevi e intensi mettendo da parte il discorso dei chilometri. Ho curato tanto la parte di imbocco delle salite, arrivavo spingendo wattaggi alti per abituarmi allo sforzo in gara e poi iniziavo i lavori. A livello del mare sono faticosi ma gestibili, fatti a 1.500 o 2.000 metri d’altitudine è un’altra cosa.
Alla seconda tappa del Tour de Wallonie Lorenzo Milesi viene battuto allo sprint da Oliver KnightAlla seconda tappa del Tour de Wallonie Lorenzo Milesi viene battuto allo sprint da Oliver Knight
Fatto sta che hai trovato il modo di tornare in gara al tuo meglio…
Sì e anche la squadra era soddisfatta. L’obiettivo a inizio stagione era di arrivare nella seconda parte e provare a raccogliere dei risultati. Essere partito bene con il Wallonie mi ha permesso di trovare fiducia, sia a me che alla squadra. Quest’anno ho anche cambiato preparatore, ora lavoro con Leonardo Piepoli. Mi trovo bene con lui e sono sicuro di poter migliorare ancora.
A livello personale che consapevolezze hai trovato?
Ho capito che fare risultato è dura, ma sono convinto che nel 2026 riuscirò a fare un passo ulteriore, iniziare a lavorare bene dall’inverno mi darà una mano.
Lorenzo Milesi ha detto di aver fatto dei passi in avanti a cronometro grazie anche al nuovo casco di Abus: il TimeShifterLorenzo Milesi ha detto di aver fatto dei passi in avanti a cronometro grazie anche al nuovo casco di Abus: il TimeShifter
Sei andato forte al Nord, hai ancora in testa le Classiche?
E’ un argomento di cui dovrò parlare con la squadra. Siamo convinti che il mio profilo sia adatto a questo genere di corse. Solo che faccio fatica mentalmente perché prendo i muri che sono a centro gruppo. E se lo fai una volta rientri e stai in corsa, ma alla terza volta paghi lo sforzo e ti stacchi. Devo capire se insistere ancora un anno o cambiare obiettivi. Mercoledì ho il volo per Pamplona per un primo ritiro con il team per parlare di obiettivi e calendari, ne parleremo.
Tu su due piedi cosa diresti?
Che sarei felice anche di mettermi alla prova in gare come la Liegi o l’Amstel, magari sono gare che si addicono di più al mio modo di correre. E’ anche vero che quest’anno ho attaccato il numero sulla schiena il 25 gennaio in Spagna e sono arrivato alle classiche di primavera con più di venti giorni di gara. Il problema è che se corri troppo, soprattutto nelle gare di un giorno, poi fai fatica ad allenarti. Per arrivare più competitivo alle corse del Nord dovrei fare un calendario diverso.
Milesi, qui a destra in azione durante il Mixed Team Relay, è tornato a vestire la maglia della nazionale a cronometro dopo due anniMilesi, qui a destra in azione durante il Mixed Team Relay, è tornato a vestire la maglia della nazionale a cronometro dopo due anni
Per quanto riguarda la cronometro?
E’ sempre un punto fondamentale per me, sul quale mi concentro. Faccio fatica a fare il doppio allenamento, quindi uscire con la bici da strada e poi prendere quella da cronometro, o viceversa. Preferisco allenarmi con una sola bici per tutta la giornata. Comunque la sto curando, anche perché se voglio essere competitivo nelle corse a tappe di una settimana è un aspetto sul quale lavorare. Quest’anno Abus ci ha dato un nuovo casco da cronometro e devo dire che i miglioramenti sono evidenti.
Anche per tornare a vestire la maglia azzurra come fatto quest’anno agli europei?
Sì, ma in questi casi il merito di partecipare a certi eventi passa dall’ottenere dei risultati durante la stagione. Per ambire alla maglia della nazionale devi dimostrare di andare forte durante tutto l’anno e puntare a rimanere sempre tra i primi cinque in tutte le prove contro il tempo.
Nella costante e incessante lotta per la ricerca della velocità nelle discipline come il triathlon e le prove contro il tempo Vision ha sempre studiato e sviluppato prodotti che potessero rivoluzionare questi concetti. I confini sono stati più volte spostati, superati e ridisegnati a seconda delle sfide e dell’innovazione aerodinamica. Da questo punto di vista il lancio del nuovo manubrio Metron TFA EVO Aerobar segna un’evoluzione ancora più audace in quello che è il design del manubrio.
La novità è quella dell’architettura mono-riser, la quale va a sostituire il tradizionale sistema dual-stack. Non stiamo parlando di un cambiamento votato esclusivamente all’estetica, ma anche alla ricerca della miglior prestazione possibile.
Il nuovo Vision Metron TFA EVO ha un’architettura mono-riser (foto Kevin MacKinnon)Questa permette di aver un miglior flusso aerodinamico e una regolazione al millimetro in base alle esigenze dell’atleta (foto Kevin MacKinnon)Il nuovo Vision Metron TFA EVO ha un’architettura mono-riser (foto Kevin MacKinnon)Questa permette di aver un miglior flusso aerodinamico e una regolazione al millimetro in base alle esigenze dell’atleta (foto Kevin MacKinnon)
La “prova” del vento
Il concetto portato da Visione del design mono-riser è emerso grazie a uno spettro di simulazioni e di test che sono stati fatti in galleria del vento. Consolidando la struttura del riser in un montante centrale viene ridotta in maniera significativa la superficie frontale e la turbolenza intorno alla zona del cockpit. Il guadagno, in termini di aerodinamica ma anche di tempo e velocità, è ampio e va a determinare in positivo le prestazioni dell’atleta nelle prove dove il cronometro la fa da padrone.
Inoltre ne risulta anche un vantaggio per quanto riguarda il peso, visto che si utilizza meno materiale, tuttavia questo non comporta nessuno svantaggio in rigidità e regolabilità.
Il nuovo Vision Metron TFA EVO Aerobar utilizzato da Jonas Vingegaard, atleta del team Visma Lease a Bike (foto SprintCycling)Il nuovo Vision Metron TFA EVO Aerobar utilizzato da Jonas Vingegaard, atleta del team Visma Lease a Bike (foto SprintCycling)
Testato
Vision è consapevole, dall’alto della sua esperienza, che oltre ai vantaggi numeri e tecnici devono esserci anche dei vantaggi pratici. Quest’ultimo aspetto è influenzato dal feedback che meccanici e atleti possono fornire.
Con il nuovo Metron TFA EVO le regolazioni e i microaggiustamenti per l’altezza dello stack sono ancora più precisi. Si ha anche un vantaggio nella regolazione dell’angolazione per quanto riguarda le estensioni. Il fatto di passare a un manubrio mono-riser riduce in maniera sensibile il numero di viti necessario all’assemblaggio, in questo modo si avranno tempi più corti e minore complessità nel montaggio.
Il Metron Vision TFA EVO è disponibile in 4 lunghezze che vanno da 280 a 340 mmE’ possibile acquistare la sola basebar al prezzo di 725 euroAlla base è possibile aggiungere le appendici da cronometro a 679 euroOppure l’estensione base al prezzo di 219 euroIl Metron Vision TFA EVO è disponibile in 4 lunghezze che vanno da 280 a 340 mmE’ possibile acquistare la sola basebar al prezzo di 725 euroAlla base è possibile aggiungere le appendici da cronometro a 679 euroOppure l’estensione base al prezzo di 219 euro
Regolazione
Le taglie a disposizione sono quattro, il che offre un’ampia gamma di regolazioni per il posizionamento in sella, sia longitudinalmente che in ampiezza. Un dettaglio che consente agli atleti di trovare la giusta posizione senza dover sacrificare la performance sportiva.
Le estensioni TFE EVO sono state progettate con l’obiettivo di essere compatibili al 100 per cento con la maggior parte delle bici da triathlon e da cronometro sul mercato senza alcun compromesso in termini di prestazioni o design aerodinamico. E’ il costante impegno nella ricerca e nello sviluppo che rende Vision un marchio tecnico capace di lavorare a stretto contatto con diverse realtà professionistiche e non solo.
Opzioni di acquisto: TFE EVO Aerobar completo: 944 euro, TFA EVO Basebar: 725 euro.
Le cronometro possono diventare una prigione? Le parole di Michael Rogers e poi quelle di Pinotti hanno aperto uno squarcio interessante. Grandi campioni a lungo dominatori, costretti ad aumentare un lavoro già asfissiante per l’arrivo di nuovi avversari. Abbiamo pensato a Ganna, costretto da Evenepoel a cercare forza e ispirazione nei dettagli più estremi. Ma abbiamo pensato anche a Cancellara, protagonista 10 anni fa di un finale che pochi sarebbero stati in grado di pronosticare.
Due volte iridato a crono da junior. Poi un filotto impressionante dal 2006 al 2010. Salisburgo 2006, campione del mondo. Stoccarda 2007, campione del mondo. Pechino 2008, campione olimpico. Mendrisio 2009, campione del mondo. Melbourne 2010, campione del mondo. Poi iniziò l’inversione di tendenza. Bronzo nel 2011 e nel 2013, in entrambi i casi dietro Tony Martin e Bradley Wiggins. Nel mezzo, nel 2012, il deludente settimo posto alle Olimpiadi di Londra, staccato di 2’14” dallo stesso britannico, vincitore in quell’anno del Tour.
E quando si pensava ormai alla fine della storia, ecco il colpo di scena con l’oro nella crono alle Olimpiadi di Rio 2016: ultima gara della carriera. Un ritorno su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo. Nessuno, tranne Luca Guercilena, che aveva già allenato Michael Rogers e in quel fantastico viaggio del 2016 accompagnò Cancellara giorno dopo giorno.
Guercilena incontrò per la prima volta Cancellara nella Mapei Giovani e lo ha poi ritrovato nel 2011 a partire dalla Leopard-TrekGuercilena incontrò per la prima volta Cancellara nella Mapei Giovani e lo ha poi ritrovato nel 2011 a partire dalla Leopard-Trek
Si può dire davvero che dopo un po’ la crono ti svuota?
La differenza sostanziale è tra preparare la cronometro all’interno di una gara a tappe, rispetto a quelle di un solo giorno come il mondiale, in cui il volume di lavoro specifico che devi fare è altissimo e devi prepararle facendo salire la condizione al massimo. A un certo punto con Fabian saltammo dei mondiali perché si era deciso di non investire più nel preparare la gara di un giorno.
Quanto c’era di fatica fisica e quanto di fatica mentale?
L’intensità psicologica è altissima. Il volume di lavoro specifico che fai ogni giorno dietro motore è di alta intensità, quindi è veramente pesante. Quando preparavamo i vari appuntamenti con Rogers e anche con Cancellara, per 3-4 volte a settimana si facevano sedute dietro motore di tre ore con media/alta intensità. Con ripetute fuori scia, brevi e prolungate. Un lavoro veramente esaustivo, in cui devi essere sempre molto concentrato, perché lavori su blocchi di 30 secondi/un minuto e questo richiede un livello di attenzione elevatissimo. Lo stress psicologico aumenta al pari di quello fisico, perché devi sostenere tutto quel carico.
Come nacque l’idea di tornare alle Olimpiadi, visto tutto questo?
Tutti avevano dipinto la cronometro di Rio come durissima. Io ero andato a vederla l’anno prima con il test-event e sinceramente, nonostante ci fossero due strappi importanti, sul volume totale della cronometro che era lunga 54,6 chilometri, non raggiungevi neanche i 4 chilometri di salita. Quindi sebbene Fabian in quel momento pagasse dazio ai vari Dumoulin e Froome, dichiarammo un doppio obiettivo.
Il Tour non aveva dato grandi risposte, tutt’altro. Nella crono del 13° giorno, vinta da Dumoulin su Froome, Cancellara arrivò 23° a 3’15”Il Tour non aveva dato grandi risposte, tutt’altro. Nella crono del 13° giorno, vinta da Dumoulin su Froome, Cancellara arrivò 23° a 3’15”
Doppio?
Obiettivi paralleli. Il primo era il suo desiderio di finire la carriera con un bel risultato alle Olimpiadi, per non dover tenere duro per tutta la stagione. Dall’altro lato, ero io che insistevo, perché sebbene tutti dicessero che fosse durissima, secondo me c’era un volume di chilometri di discesa tecnica e di pianura che lo avrebbero favorito. Così ci dicemmo di andare e puntare al miglior risultato possibile. All’inizio pensavamo a una medaglia, poi col passare del tempo e degli allenamenti, i dati iniziarono a dirci che si potesse puntare al grande risultato.
Quanto è durata la preparazione per Rio?
Eravamo già stati in ritiro fra il Giro di Svizzera e il campionato nazionale. Ero andato da lui e avevamo fatto quasi 20 giorni sempre insieme. Poi andammo al Tour de France, ma non c’era una cronometro all’inizio, quindi preparare la prova secca era piuttosto complicato. Arrivammo alla vigilia del secondo giorno di riposo e ci fermammo. Quindi tornai da lui e iniziammo a lavorare per le Olimpiadi, diciamo dal 22-23 luglio per altri 10-15 giorni di lavoro specifico. Neanche più una distanza su strada, tutti i giorni dietro motore per 3-4 ore alla volta.
Più difficile del solito?
Gli ultimi lavori prima di partire per Rio furono veramente impegnativi. Allenamenti di 50 chilometri facendo un chilometro in scia della moto a 60 all’ora e poi 500 metri fuori scia. E’ pesantissimo per la testa eppure Fabian l’ha fatto e anche con la pioggia. Simulavamo anche le salite del percorso. Nel circuito che usavamo, c’era una strada in salita con il birillo in cima, lui arrivava su, ci girava intorno e poi io con la moto lo riportavo subito in velocità. Devi avere veramente gli attributi per fare una roba del genere, tanti altri avrebbero girato e sarebbero tornati a casa.
Fra il 2006 e il 2014, Cancellara vinse anche 3 Fiandre e 3 Roubaix: questa l’ultima nel 2013Fra il 2006 e il 2014, Cancellara vinse anche 3 Fiandre e 3 Roubaix: questa l’ultima nel 2013
Quindi subito con la motivazione al massimo?
All’inizio era dubbioso, perché Dumoulin e gli altri gli avevano dato delle belle batoste, per cui il morale non era dei migliori. Sapevamo che con il suo peso, nelle crono di un Grande Giro faceva fatica ad esprimersi. Ma tornato a casa e recuperato lo sforzo del Tour, con il lavoro specifico iniziammo a vedere i numeri salire in modo lineare e cominciò ad arrivare anche il morale. E’ stato anche un lavoro di convincimento, ripetendo che il percorso gli sarebbe piaciuto, ma gli ultimi dubbi se ne sono andati quando finalmente il percorso l’ha visto. Ha fatto un paio di giri un po’ brillanti e ha cambiato sguardo: una medaglia era possibile. E dopo, con gli ultimi allenamenti e vedendo anche le facce degli altri, abbiamo capito che si poteva giocare per l’obiettivo grosso.
Aver preso legnate da Dumoulin o Froome poteva incidere così tanto sulla preparazione?
In quel ciclismo si guardavano già tanto i numeri, più che altro la critical power. Però c’era ancora uno scontro abbastanza forte dell’uomo contro l’uomo. Contava anche il discorso di sfidare l’altro. Mi ricordo che il giorno prima stavamo facendo la sgambata dietro moto e Dumoulin, che probabilmente stava facendo una ripetuta per sbloccarsi, ci passò a doppia velocità e subito la reazione di Fabian fu quella di andargli a ruota. Forse adesso, con la miriade di numeri che riusciamo ad analizzare nel dettaglio, il discorso è più su se stessi e basta.
C’è meno agonismo?
Ci sono altri riferimenti. Un atleta può avere la giornata no, ma quando parte per una cronometro ha tutta una serie di informazioni su se stesso, sul tempo, la temperatura, il pacing e quant’altro, che se è in grado di seguire le indicazioni, al 99 per cento fa la massima prestazione possibile. Poi diventa importante la tecnica, perché se ci sono due o tre curve che ti mettono in difficoltà, vince quello più bravo a guidare la bici. Però se sei su un percorso dritto e piatto, si fa fatica a pensare che vinca uno non pronosticato.
A Rio cambiò tutto e dopo quei 54,6 chilometri (e con una posizione oggi improponibile) arrivò l’oro con 47″ su Dumoulin, 1’02” su Froome.A Rio cambiò tutto e dopo quei 54,6 chilometri (e con una posizione oggi improponibile) arrivò l’oro con 47″ su Dumoulin, 1’02” su Froome.
Come dire che battere Evenepoel nelle condizioni a lui favorevoli sia impossibile?
Esatto. Forse prima c’era un discreto livellamento. C’è stato Michael Rogers, poi Fabian, però c’erano anche Dumoulin, Wiggins, Tony Martin, Phinney… C’erano parecchi cronomen competitivi, poi gradualmente si è arrivati allo strapotere assoluto dei singoli. Per cui quando si va in partenza, è difficilissimo che ci siano sorprese, chiaramente in base al percorso.
Tutto il lavoro che ha fatto per la crono, ha inciso sulla carriera di stradista di Fabian?
Sì, per com’era lui, senza dubbio. Per vincere le Roubaix o le classiche del pavé, escludiamo Pogacar che ovviamente è un caso sui generis, è importante essere in grado di fare sforzi intensi e costanti per quasi un’ora. Poi ci sono le varie declinazioni. Boonen era più forte nelle volate, quindi molto esplosivo, ma per brevi tratti riusciva a tenere determinate intensità. Per cui Fabian doveva trovare l’occasione per attaccare e prendergli 10-15 secondi costringendolo a uno sforzo superiore per andarlo a prendere. Indubbiamente avere delle caratteristiche di quel tipo, è stato un vantaggio.
Perdona la domanda scomoda, perché riferita a un atleta non tuo. Visto lo strapotere di Evenepoel, di cui hai parlato, consiglieresti a Ganna di mollare per un po’ le crono per dedicarsi alle classiche?
Bè, considerando tutto quello che ha vinto Ganna a cronometro, potrebbe valerne la pena e forse poteva valerla anche prima. Dobbiamo tutti eterna gratitudine a Pippo per il lustro che ci ha dato, però è ovvio che per il ciclismo in senso assoluto, il Sagan che vince Fiandre e Roubaix ha un impatto maggiore delle tante crono che puoi aver vinto in carriera. Visto quanto Ganna è già andato vicino alla Sanremo, secondo me potrebbe rischiare e lavorare per migliorare nelle classiche o provare a farle un paio d’anni a tutta e basta.
La chiamata al podio ed esplode la gioia dopo quattro mesi di lavoro tiratissimo: secondo oro dopo 8 anniLa chiamata al podio ed esplode la gioia dopo quattro mesi di lavoro tiratissimo: secondo oro dopo 8 anni
E poi magari tornare a Los Angeles e vincere la crono come Cancellara a Rio?
Sì, senza dubbio. Comunque un cronoman di quel livello non perde le sue caratteristiche. Nel momento in cui ti rifocalizzi a fare un determinato tipo di lavoro, la memoria muscolare ce l’hai e quindi una volta che ci sono la condizione e la salute, riesci lo stesso a fare performance.
Quando capiste che era fatta?
Eravamo tutti sorpresi. Quando passò all’ultimo intertempo, che era a sette chilometri dall’arrivo, aveva 48 secondi di vantaggio e in quel momento capimmo che il bel risultato si stava concretizzando in una medaglia d’oro. Non era il favorito, nessuno lo dava neppure nei primi cinque. Non arrivava da una stagione brillantissima. Ma dimostrò una grande forza psicologica. E chiuse la carriera a Rio con l’oro al collo.
Alberto Dainese alla Tudor Pro Cycling per trovare la continuità. Parte tutto dal rapporto umano e dal programma. Si lavora per vincere il più possibile
IL PORTALE DEDICATO AL CICLISMO PROFESSIONISTICO SI ESTENDE A TUTTI GLI APPASSIONATI DELLE DUE RUOTE:
VENITE SU BICI.STYLE
bici.STYLE è la risorsa per essere sempre aggiornati su percorsi, notizie, tecnica, hotellerie, industria e salute
La stagione volge al termine e si iniziano a tracciare i primi bilanci. E nel “pianeta cronometro” il dominatore, senza se e senza ma, è stato Remco Evenepoel. Il belga ha conquistato il suo terzo mondiale consecutivo contro il tempo, esattamente come Michael Rogers, primo cronoman a conquistare tre titoli iridati di specialità consecutivi.
Al risuonare di questo nome, ci è venuta in mente una frase che ci disse nel 2022, commentando la delusione di Ganna dopo i mondiali di Wollongong del 2022, che chiuse al secondo posto dopo le due vittorie del 2020 e 2021. E lui: «E’ proprio la testa il problema. Per preparare un grande evento come una crono ci vuole tanta energia mentale, anche e soprattutto nella fase di allenamento, perché è molto specifico. Non è facile. L’abbiamo visto. Io sono stato il primo, poi è arrivato Fabian Cancellara e poi Tony Martin. Eravamo tutti intorno a quel podio e io ho fatto fatica al quarto mondiale. «Non avevo più la concentrazione o la grinta per spingermi così tanto nella fase di allenamento, come quando lottavo per vincere. Preparando il quarto, mi accorsi subito che non avevo la fame per fare fatica. Quasi vomitavo dopo ogni ripetuta».
Pinotti in carriera è andato a migliorare, ma forse è stato una particolarità. E comunque aveva stimoli per raggiungere i migliori. Non aveva vinto tre titoli iridatiPinotti in carriera è andato a migliorare, ma forse è stato una particolarità. E comunque aveva stimoli per raggiungere i migliori. Non aveva vinto tre titoli iridati
Senza dover fare processi a nessuno, abbiamo ripreso questo discorso con Marco Pinotti. Stavolta il tecnico della Jayco-AlUla lo abbiamo sentito come ex cronoman per commentare questo concetto, in base alle sue esperienze. Davvero il tempo all’apice del cronoman è di 3-4 anni?
Insomma Marco, davvero la cronometro è una specialità così usurante?
Non si può dare una risposta univoca: dipende da come uno li distribuisce, questi anni, e da cosa fa nel mezzo. Secondo me non è detto che uno perda questa verve, anzi, magari può anche aumentare. Certo è che la cronometro impone una capacità di soffrire per un tempo continuo e prolungato che va anche allenata. E qui sta il bello.
Il bello per il cronoman…
Probabilmente quando un atleta fa fatica a soffrire a cronometro, fa fatica a soffrire anche nelle altre gare. Non è una cosa specifica del cronoman. Forse in una prova contro il tempo questi problemi si accentuano.
Da un paio di anni Ganna non riesce a battere Remco a crono. Sul podio dell’europeo la sua espressione non era certo feliceDa un paio di anni Ganna non riesce a battere Remco a crono. Sul podio dell’europeo la sua espressione non era certo felice
Perché?
Perché bisogna andare a toccare un livello di profondità, di sforzo e di sofferenza molto elevato. Uno sforzo che dopo un certo punto uno non ce la fa più. E’ quello che succede magari agli inseguitori che fanno i quattro chilometri da soli o a squadre. Sono discipline dure. Però, attenzione: non è solo questione della cronometro in quanto tale, perché se ci pensiamo bene magari il suo sforzo è paragonabile a quello di uno scalatore nella salita finale. Non è una cosa tanto differente come tipo di sforzo… almeno a livello fisico.
Però la gara è il termine di un percorso. Rogers parlava anche di allenamenti al limite del vomito. C’erano esercizi particolarmente stressanti che facevi?
Alcuni allenamenti specifici li facevo in pista, per una questione di sicurezza e di fattibilità in quanto a numeri e dati. Però ci sono allenamenti che venivano più facili in salita. Quando invece devi lavorare in pianura e raggiungere certi livelli, è vero che ci vogliono più convinzione e più grinta. Queste due capacità per me sono fondamentali.
Perché?
Perché se ti vengono a mancare, va bene un giorno o due, ma se è di più forse è il momento di cambiare mestiere o di prendersi una pausa.
Evenepoel nella crono, per lui terribile di Peyragudes al Tour 2025: vero che era in salita, ma quel giorno la testa fece la differenza in negativo per luiEvenepoel nella crono, per lui terribile di Peyragudes al Tour 2025: vero che era in salita, ma quel giorno la testa fece la differenza in negativo per lui
Quali sono i lavori del cronoman che più lo svuotano?
Quando devi lavorare a velocità di gara in pianura, o nei lavori intermittenti. Esercizi che non sono specifici per lo sforzo, ma per aumentare l’efficienza sulla bici da crono. Perché ci sono lavori intermittenti che fai anche su strada, però con la bici da cronometro sono ancora più duri.
Come mai sono più duri?
Perché sei sul mezzo che ti deve dare il risultato e soprattutto perché sei in posizione. Sei schiacciato. La bici da cronometro è la bici “scomoda” per eccellenza. Già questo ti porta via altre psicoenergie, mettiamola così. Se devo fare cinque ore in bici è una cosa, se ne faccio tre a cronometro ad una certa intensità è un’altra.
Quando capisci che la concentrazione non è al top?
In gara lo capisci subito. Lo capisci già la mattina prima di partire, secondo me. Magari quelli sono anche i momenti in cui uno cade, sono i momenti in cui non riesci più a stare rilassato e focalizzato nello stesso momento.
Per durare a lungo Pinotti parla di sana gestione: questa è a 360° e impone anche la voglia spasmodica di ricercare nuovi materiali e soluzioni tecnichePer durare a lungo Pinotti parla di sana gestione: questa è a 360° e impone anche la voglia spasmodica di ricercare nuovi materiali e soluzioni tecniche
Ti è mai capitato di avere un rifiuto della preparazione e di dire: «Basta, questo esercizio non lo voglio fare più»?
Sinceramente no. Può capitarti un periodo in cui fai più fatica ad allenarti, perché magari hai altre cose per la testa. A me è successo quando studiavo, per esempio. Ero ancora dilettante. Senti quella mancanza d’aria, ti senti assillato dagli impegni.
E come te la cavasti?
Mi sarei dovuto prendere una pausa. Adesso ho capito che era inutile provare a far tutto.
Uscendo dalla parte mentale, esiste invece un tempo fisiologico di massima espressione della performance per il cronoman?
Per me sì, ed è di 10 anni. Se ti gestisci bene, e intendo a 360 gradi, puoi essere al top per dieci anni.
Incontro con Michael Rogers. Il ruolo di Road Manager e Innovation Manager. Le regole UCI sui materiali. I limiti. E il suo pensiero sul momento di Ganna
L’attesa del duello tra Remco Evenepoel e Tadej Pogacar è stata per almeno tre anni il ritornello di ogni primavera, quando li si attendeva all’esame della Liegi. Poi per un motivo o per l’altro, solitamente per incidenti che hanno coinvolto uno dei due, il duello non c’è mai stato. Si è rinnovato al Tour 2024, sul terreno di Pogacar: il confronto non ha avuto storia, anche se il terzo posto di Remco faceva ben sperare. Nell’ultima Boucle invece, il belga è naufragato. Ed è per questo che la rivincita di ieri nella crono di Kigali, sul terreno di Evenepoel, ha il sapore di un’annunciazione. Se tutto andrà come deve, quel duello si vedrà domenica nella prova su strada. Non ci saranno soltanto loro, ma ne saranno i fari.
Il terzo posto di Van Wylder è forse il risultato che minimizza la prestazione di Tadej Pogacar?Il terzo posto di Van Wylder è forse il risultato che minimizza la prestazione di Tadej Pogacar?
La spiegazione di Pogacar
Il sorpasso di Kigali ha davvero aperto una crepa nell’inscalfibilità di Tadej? In realtà il quarto posto di ieri, ad appena un secondo dal podio, è il miglior risultato di Pogacar in una cronometro iridata. Fu decimo nel 2021 (vincitore Ganna), sesto nel 2022 (vincitore Foss), ventunesimo nel 2023 (vincitore Evenepoel). Perché immaginare o prevedere che a Kigali avrebbe potuto vincere?
La crono secca ha ben poco in comune con quella di un Grande Giro. E al di là della specificità del gesto, per lo sloveno ci sono tutte le attenuanti possibili. Dal fuso orario del Canada ancora da recuperare alla più classica giornata storta, passando per qualche problema di salute durante la preparazione. La crepa tuttavia c’è e sta nel fatto che anche Van Wylder sia riuscito a fare meglio di Tadej, che oggettivamente è andato meno di quanto ci si aspettasse. Forse non basta chiamarsi Pogacar, serve anche che tutto fili alla perfezione.
«Ho dato il massimo – ha detto lo sloveno – ovviamente sono deluso che Remco mi abbia superato. Non è stata la mia migliore prestazione, ma prima del Canada non sono riuscito a terminare il mio blocco di allenamento sulla bici da cronometro. Sono stato malato, ma se volevo essere al 100 per cento per il mondiale, dovevo fare quelle corse, anche se avrebbe significato non dare il massimo nella cronometro. E’ incredibile quanto Remco sia forte in questa disciplina. Si è preparato al 100 per cento e sarà pronto anche per domenica prossima. Ho visto che ero a un secondo dal podio, se l’avessi saputo, nell’ultimo chilometro avrei potuto avere un po’ più di motivazione. Oggi ho dei rimpianti, ma domani è un altro giorno».
Le strade di Kigali sono piene di tifosi e curiosi: l’accoglienza è molto calorosaLe strade di Kigali sono piene di tifosi e curiosi: l’accoglienza è molto calorosa
L’obiettivo del poker
Evenepoel contro Pogacar a cronometro sarebbe un confronto impari. Il belga ha conquistato il terzo iride consecutivo come Tony Martin e Michael Rogers e potrebbe puntare al poker consecutivo. Un risultato sfuggito anche a Cancellara, che ha vinto quattro mondiali ma non filati e anche un oro olimpico, come Evenepoel.
«Nella prima parte – ha spiegato Evenepoel – sentivo già le gambe lavorare molto bene. Ho mantenuto la velocità senza spingermi al limite. Sulla prima salita, la più dura della giornata, ho spinto davvero forte. Quando ho visto che avevo già un grande distacco, ho cercato di mantenere il ritmo. Il pavé sull’ultima salita a un certo punto l’ho odiato. E’ stato difficile tenere il passo, ma ci sono riuscito e ho vinto. In una giornata come questa, non importa chi superi. Quando ho raggiunto il pavé e ho visto che mi stavo avvicinando a Pogacar, sapevo che dovevo spingere. Ma non volevo esagerare, perché sapevo che gli ultimi 400 metri sarebbero stati duri. Ho avuto una giornata davvero buona e spero di riuscire a mantenere questa forma fino alla gara su strada della prossima settimana. L’anno prossimo però voglio diventare il primo corridore con quattro titoli consecutivi, ma per ora mi godo questo».
Evenepoel ora fa rotta sulla prova su strada, con una fiducia notevoleEvenepoel ora fa rotta sulla prova su strada, con una fiducia notevole
Il record di Merckx
Il sorpasso di Kigali rimane una notizia e mette ancora di più l’accento sull’eccezionale prestazione di Evenepoel. L’unico corridore in attività con più vittorie a cronometro di Remco è Ganna, che ne ha collezionate 29. Kung, come il belga, ne ha 22. Roglic è fermo a quota 19. Il francese Jacques Anquetil ha 63 vittorie a cronometro, mentre Fabian Cancellara ne ha centrate 58. Il record assoluto di vittorie contro il tempo appartiene a Eddy Merckx, che ne ha vinte ben 69. Remco ha ancora 25 anni, ma forse certe vette non le raggiungerà mai più nessuno.
«Per superare mio padre – ha dichiarato di recente Axel Merckx, nel tentativo di fare finalmente giustizia – bisogna combinare Pogacar, Van der Poel, Evenepoel e Cavendish. Mathieu come specialista delle classiche di primavera. Tadej come corridore completo. Mark come velocista. E Remco come cronoman. Quattro campioni incredibili, ciascuno superiore nel proprio dominio, ma bisognerebbe unirli tutti per superare mio padre».
Archiviata con la vittoria di Pogacar la prima tappa pirenaica. In classifica non cambia nulla. Forze al lumicino. Pesa sempre di più la crisi del Granon