Cassani? E’ sempre uguale: chiama ancora nel cuore della notte

20.05.2024
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LIVIGNO – Francesco Pancani è già in Val Gardena. Dovendo lavorare al traguardo della tappa di domani, il contingente di RAI Sport si è spostato ieri dopo l’arrivo e sta trascorrendo il giorno di riposo ai piedi delle Dolomiti. E mentre a Livigno il cielo si fa facendo grigio, da quella parte di mondo la giornata è tersa. Domani però dovrebbe essere brutto come qua, tanto che secondo alcune voci si starebbe ragionando di non fare neppure l’Umbrail Pass: speriamo non sia così. Parliamo con il commentatore toscano per raccontare il ritorno di Davide Cassani ai microfoni della tivù di Stato. La collaborazione, pur rinfrescata con alcune presenze, si era interrotta nel 2014 (la foto di apertura è del Giro 2011). Da allora Cassani ha fatto il tecnico della nazionale e il Presidente del Turismo dell’Emilia Romagna, si susurrava persino che stesse per costruire una squadra pro’, ha portato il Tour in Italia. Per questo Pancani è rimasto un po’ sorpreso quando Auro Bulbarelli, direttore di Rai Sport, ha tirato fuori il nome del romagnolo.

«Ne avevamo parlato con il direttore a inizio anno – conferma Pancani – e inizialmente mi ha stupito perché non pensavo che Davide avesse il tempo per farlo, visti i suoi tanti impegni. Questo si può dire: l’ho saputo prima che gli venisse proposto. E a quel punto ero sicuro che se avesse avuto la possibilità di organizzarsi, avrebbe detto di sì. E’ sempre stato molto legato all’azienda, l’ha fatto per tanti anni. Conosce tutti, conosce me, ero sicuro non ci sarebbero stati problemi».

Cassani torna ai microfoni Rai dopo essere stato fra gli artefici del via del Tour dall’Italia: a luglio avrà il piacere di raccontarlo
Cassani torna ai microfoni Rai dopo essere stato fra gli artefici del via del Tour dall’Italia: a luglio avrà il piacere di raccontarlo
Che effetto ha fatto ritrovarsi per la prima volta in cabina con lui?

Come se l’avessi lasciato il giorno prima. C’è sempre stato un grandissimo rapporto anche a livello personale. Se c’è una persona nel ciclismo cui devo dire grazie, quello è proprio lui, perché mi ha aiutato tantissimo quando ho cominciato nel 2010. C’è sempre stato un bellissimo rapporto, per cui siamo entrati subito in sintonia. Ce lo dicevamo nelle prime tappe: sembrava che avessimo smesso il giorno prima, invece erano dieci anni che non lavoravamo insieme. Nonostante questo c’è sempre stato anche il piacere di sentirsi, di chiacchierare di cose extra ciclismo, come fra veri amici.

Nel frattempo a livello tecnologico è cambiato qualcosa? Davide ha avuto bisogno di aggiornarsi su pulsanti, monitor, cuffie?

No, su questo il problema non c’è mai stato, perché lui con pulsanti e pulsantini è sempre stato un disastro. Me l’aveva detto anche Auro quando mi passò il testimone: «Guarda, occhio, perché col “Cassa” è un disastro». E in quello non è cambiato. Infatti lui ha la cuffia col filo lungo e la cassettina con tutti i pulsanti ce l’ha molto distante e la manovro io. Se si aspetta lui, si fa dei danni.

Nel frattempo sono molto cambiate anche le figure degli opinionisti, che sono diventati estremamente più tecnici. Qual è la risposta di Davide, su cosa fa leva?

Passione, curiosità e competenza, innanzitutto la passione e la curiosità. Un anno abbiamo fatto insieme tutte le ricognizioni e per aiutarlo nel montaggio e nella preparazione, rimasi con lui. Rimasi allibito dalla sua curiosità. Dovunque andassimo, che fosse un Comitato di tappa o una Pro Loco, era continuamente a chiedere e informarsi. Devo dire che anche in questo mi ha insegnato tanto, perché secondo me la curiosità è la base del giornalismo. Adesso cerca di fare la persona saggia e anziana, ma è uno che vive tutt’ora in bicicletta. Quindi se c’è qualcosa di nuovo, qualche innovazione, qualche modifica, lui la sa di sicuro perché passa le giornate in sella.

Nel 2014 Cassani è diventato tecnico della nazionale: qui al debutto di Ponferrada con Bennati, suo successore
Nel 2014 Cassani è diventato tecnico della nazionale: qui al debutto di Ponferrada con Bennati, suo successore
A livello di riscontri di pubblico, tramite numeri e social, come è stata accolta dal pubblico?

Bene, molto bene, anche se io non sono un grandissimo fanatico né dei social né dei dati Auditel.

Forse gli si può imputare un eccesso di realismo: per lui la fuga è sempre spacciata…

Secondo me lui deve dire quello che pensa, fa bene. Ieri per esempio, quando è partito Pogacar, ha detto subito che avrebbe vinto anche questa tappa. C’era ancora Quintana a 40 secondi e così gli ho fatto il gesto di aspettare un momento. Invece a sua volta ha ricambiato il gesto e ha ripetuto che avrebbe vinto Pogacar. E infatti ha vinto lui.

E’ come se vi foste lasciati ieri, ma nel tempo di cronaca avete dovuto riprendere il passo?

No, tutto a posto. Anche in questo secondo me Davide è bravissimo, così come era bravissimo Silvio Martinello, altra persona con cui ho sempre avuto un rapporto molto stretto e molto particolare. Hanno la dote, che secondo me non la impari, di avere i tempi televisivi. Quindi siccome in postazione hai 300 segnali che ti arrivano in cuffia, fra la pubblicità da lanciare, la linea alla moto, la linea al Processo e tutto il resto, a volte occorre cambiare le cose in un battito d’occhio. Per cui chiudo le cuffie sia a Davide sia a Fabio Genovesi, per evitare che vadano in confusione, ma se c’è da chiudere un discorso in tre secondi oppure prolungarlo di 15, con Davide non abbiamo problemi.

Uscito di scena Cassani, nel 2015 in postazione passò Silvio Martinello
Uscito di scena Cassani, nel 2015 in postazione passò Silvio Martinello
Quindi il gran traffico in cuffia ce l’hai solo tu?

Esatto e vi garantisco che è veramente un gran casino. C’è radio corsa, oppure la regia che preme il pulsante sbagliato e manda a noi i messaggi destinati magari a Rizzato sulla moto, quindi i segnali in cuffia sono davvero da perdere la testa. Però è una questione di abitudine.

Rispetto al primo Davide che aveva il suo quaderno e il computer, quello di oggi ha soltanto il telefono…

Ha due telefoni e un tablet. Quindi non ha il computerone come prima, ma ne ha tre piccoli e il risultato comunque è lo stesso. Ha sempre tutto, tutto sotto controllo. Un’altra cosa fantastica di Davide è che lui condivide tutto.

Cioè?

Secondo me è una regola fondamentale per lavorare bene con un commentatore tecnico, lo facevo anche prima quando seguivo la pallavolo. Non bisogna essere gelosi di quello che uno trova. Se io trovo una notizia, una curiosità, una cosa che può arricchire la telecronaca, non devo dirla per forza io. Secondo me la cosa carina è che ci siano ritmo e scambio di voci. In questo per esempio Davide è fantastico. Prima della tappa, arriva e snocciola 250 cose che lo hanno colpito. Oppure mi chiama a mezzanotte e mezza per dirmi che l’indomani si potrebbe dire una cosa e non riesci a fargli capire che potrebbe dirtela anche il giorno dopo. Ha sempre fatto così, a testimonianza appunto della sua grandissima passione e della voglia di condividere tutto. Anche per questo secondo me ci troviamo bene, perché ridiamo, scherziamo. E poi (ride, ndr), per fortuna è uno che non se la prende…

EDITORIALE / Giro Next Gen, fuori le italiane (alcune): parliamone

20.05.2024
5 min
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LIVIGNO – Deve essere la vicinanza geografica, in questo secondo riposo del Giro che guarda verso giganti ancora innevati. Così mentre Tadej Pogacar dorme il sonno dei giusti, parliamo del prossimo Giro che attraverserà l’Italia: il Next Gen, quello degli under 23, che si correrà da Aosta a Forlimpopoli dal 9 al 16 giugno (in apertura il vincitore 2023 Staune Mittet e la sua Jumbo-Visma Development).

Lo Stelvio, che domani non si affronterà per la neve, richiama le immagini grottesche dei corridori attaccati alle ammiraglie nel 2023. Si capisce perciò che nell’invitare le squadre per la prossima edizione, in RCS Sport abbiano deciso di lasciare a casa quelle che si macchiarono della colpa. Ci sta ed è giusto, come sarebbe stata auspicabile una sanzione federale verso i tecnici che permisero lo scempio.

Giro Next Gen del 2023: queste le immagini che hanno scatenato il putiferio (foto cyclingpro.net)
Giro Next Gen del 2023: queste le immagini che hanno scatenato il putiferio (foto cyclingpro.net)

La selezione delle squadre

Tuttavia nella selezione delle squadre qualcosa non torna oppure è riconducibile a una logica di mercato e non a un ragionamento puramente tecnico. Era prevedibile che si desse la precedenza alle continental, soprattutto ai devo team delle squadre WorldTour. Non stupisce che siano state lasciate a casa alcune squadre dilettantistiche italiane: basta scorrere gli ordini di arrivo per rendersi conto che il loro brillare nel 2024 è circoscritto a piccole corse nazionali o regionali. Eravamo ben consapevoli e lo abbiamo scritto a suo tempo che il passaggio di mano del Giro d’Italia avrebbe determinato una svolta di questo tipo. Allo stesso modo in cui sarà traumatica per le squadre femminili la selezione per il Giro Women, ma di questo parleremo a tempo debito.

Thomas Pidcock, Giro d'Italia U23, Aprica 2020
La Trinity, invitata al Giro Next Gen, vinse nel 2020 con un giovanissimo Tom Pidcock
Thomas Pidcock, Giro d'Italia U23, Aprica 2020
La Trinity, invitata al Giro Next Gen, vinse nel 2020 con un giovanissimo Tom Pidcock

Tra RCS e FCI

Il Giro Next Gen è stato affidato in appalto totale a RCS Sport dalla Federazione, che ne detiene la titolarità. Visto il bando con cui è stata effettuata l’assegnazione, è stato subito chiaro che soltanto il gruppo milanese avrebbe potuto farsene carico. Lo sbarramento finanziario ha tagliato fuori altri soggetti: semmai sarebbe potuto intervenire qualcuno dall’estero, ma per disinteresse o per un patto di non belligeranza, nessuno si è affacciato ai nostri confini. In ogni caso, RCS ha le capacità e le competenze per organizzare una corsa di quell’importanza. Forse però non ne ha ancora le competenze e magari non condivide del tutto la necessità che certe gare servano anche per promuovere il ciclismo italiano.

Comunque sia, mettendo avanti l’evidenza di una corsa davvero importante, l’organizzatore non ha guardato troppo al panorama italiano e nel fare gli inviti non c’è stata una vera condivisione con la Federazione. La cosa ci stupisce? Un po’, ecco perché.

La Arvedi è una squadra di pistard (qui Lamon, ovviamente elite): saranno accolti in trionfo nella loro Cremona (photors.it)
La Arvedi è una squadra di pistard (qui Lamon, ovviamente elite): saranno accolti in trionfo nella loro Cremona (photors.it)

Punti o inviti?

Nelle prime due edizioni sotto la sua guida, Extra Giro impose la selezione dei team italiani in base ai punteggi, riservandosi gli inviti per le straniere. Questo provocò qualche mal di pancia: i corridori italiani arrivavano a giugno piuttosto spremuti per la necessità di fare punti e soccombevano davanti alla freschezza degli stranieri, che potevano invece programmare l’attività. Si passò pertanto agli inviti anche per le squadre italiane, che prevedevano un occhio di riguardo per un certo numero di team.

Si faceva un’analisi attenta fra organizzatori e Struttura tecnica federale e alla fine chi rimaneva fuori difficilmente aveva da lamentarsi. La condizione era che avessero partecipato a gare internazionali, facendo punti con gli atleti under 23 e non con gli elite. Era immediato capire se davvero fare il Giro interessasse per opportunità tecniche o per avere qualcosa da mostrare agli sponsor.

Giro U23 del 2022: Hayter, Gregoire e Van Eetvelt. La Groupama non ci sarà, Hagens Berman e Lotto sì (foto Isola Press)
Giro U23 del 2022: Hayter, Gregoire e Van Eetvelt. La Groupama non ci sarà, Hagens Berman e Lotto sì (foto Isola Press)

Le squadre italiane

Guardando l’elenco dei team del prossimo Giro Next Gen, fra le assenze più eclatanti spicca quella della Groupama-FDJ che due anni fa dominò in lungo e in largo, rifiutata e per questi stupita. Fra le squadre italiane non continental sono state inserite la Arvedi, la Campana Imballaggi e la Trevigiani. E se la terza ha in Zamperini un nome di assoluto interesse, la prima e la seconda correranno il Giro grazie a un’apertura di credito e magari per la vicinanza di due tappe alla sede dei loro sponsor.

Fra le continental italiane sono rimaste fuori la Q36.5, la Work Service, la Beltrami e la UM Tools. La prima ha solo atleti U23 e nel ranking UCI è piazzata meglio di altri team invitati (77ª con 167 punti, terza nel ranking italiano). La Work Service in proporzione ha meno punti (109ª a quota 71), ma è più avanti ad esempio delle invitate Zalf, Drali e Mg.K Vis. La Beltrami è tra i fanalini di coda, ma ha comunque 10 punti come la Drali. La quarta non ha i punteggi necessari e sta ottenendo i migliori piazzamenti con atleti elite.

Per fortuna e per dare una possibilità agli atleti rimasti fuori, è stata ammessa la presenza di una nazionale italiana, in cui Marino Amadori potrà convocare i migliori elementi delle squadre rimaste fuori.

La Campana Imballaggi, squadra trentina, sarà al Giro con un organico giovanissimo
La Campana Imballaggi, squadra trentina, sarà al Giro con un organico giovanissimo

L’assenza di un criterio

Quello che resta è l’assenza di un criterio e di una voce federale. Si sceglie per i punti? Ottimo, è la via migliore. Si procede per inviti? Occorre frequentare le corse ogni settimana e parlare con le società prima che la stagione abbia inizio. Probabilmente si sarebbe arrivati alla stessa selezione riconoscendo alla FCI una sorta di partnership nella scelta, ammesso che la stessa Federazione abbia avuto interesse o voglia di prendervi parte. Sarebbe stato necessario a tutela di un movimento che in questo modo subisce spallate decise senza una regia che favorisca la transizione verso un’altra forma di ciclismo. Unendo tutto ciò alle debolezze dell’attività di base, scusateci se iniziamo a essere più preoccupati del solito.

Alfonsina Strada, cent’anni dopo pedalando contro il pregiudizio

20.05.2024
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Ci sono tanti modi per vincere. E non tutti richiedono che si transiti per primi sotto il traguardo. Alfonsina Strada lo ha fatto, più volte. Ma non è famosa per quello. La sua vittoria è molto più profonda, radicata. Lei può essere davvero considerata un’antesignana dell’emancipazione femminile, un personaggio a suo modo modernissimo, in un’epoca ormai lontana un secolo. Perché a colpi di pedale ha preso a spallate lo status quo, i pregiudizi legati all’universo femminile. Se oggi le ragazze gareggiano in giro per il mondo, vivono di ciclismo con contratti importanti, lo devono anche a lei. E le celebrazioni per il centenario della sua presenza al Giro, stabilite in quest’edizione, sono un tributo sacrosanto.

Carattere forte, quello di Alfonsina. Seconda di 10 figli, impara presto che la vita bisogna guadagnarsela ogni giorno, masticando il duro sapore della povertà. A 10 anni, quasi inaspettatamente un giorno suo padre rientra a casa con una bici. A maschi di famiglia vorrebbero impossessarsene, ma Alfonsina sa come farsi rispettare e alla fine ci sta sempre lei, sopra. E’ come se quel mezzo diventasse la sua voce, esprimesse la sua voglia d’indipendenza.

Un murales recente a ricordo dell’impresa della Strada. Il Giro celebra il centenario della sua presenza
Un murales recente a ricordo dell’impresa della Strada. Il Giro celebra il centenario della sua presenza

Che smacco per gli uomini…

Inizia a gareggiare, corre contro i maschi e spesso li batte. Sono gare dove c’è sopra un bel giro di scommesse, Alfonsina porta a casa soldi e questi insabbiano ogni renitenza, ogni retaggio culturale in famiglia. Non fuori però: quella ragazzina che non sa stare al suo posto non piace, se poi si permette anche di battere i maschi… Non è una situazione che può durare a lungo, anche perché le dicerie pesano sull’equilibrio famigliare, così arriva il tempo che Alfonsina prende la sua strada.

Nel 1907, a 16 anni, vince il titolo di miglior ciclista italiana (poca cosa in verità, non è che fossero poi così tante…), va anche a correre all’estero, addirittura a San Pietroburgo viene premiata dallo Zar Giorgio II in persona. Nel 1911 stabilisce il record mondiale di velocità. Si trasferisce a Milano dove incontra Luigi Strada. A differenza di tanti altri, lui non disapprova la sua passione per le biciclette, anzi. Il giorno delle nozze, le regala una bici. Alfonsina cambia cognome, da Morini diventa Strada, quasi un destino in quelle sei lettere.

L’iconica immagine della giovanissima emiliana in sella alla sua bici
L’iconica immagine della giovanissima emiliana in sella alla sua bici

L’iscrizione al Lombardia

La svolta arriva nel 1917: Alfonsina decide di iscriversi al Giro di Lombardia. C’è grande trambusto nella sede del comitato organizzatore. La sua richiesta arriva come un fulmine a ciel sereno. Non la vorrebbero, ma nel regolamento non c’è alcun articolo, alcuna postilla che dica che sono solo gli uomini a poter partecipare. Alla fine sono costretti loro malgrado a farla partecipare. Tanti le fanno il tifo contro, la chiamano il “diavolo in gonnella”, ma lei è superiore a tutto. Non vince, sarebbe stato troppo, ma visto che più della metà dei corridori si ritira per il clima impervio e il percorso e lei non è fra questi, è come se avesse dato uno schiaffo a tutti i pregiudizi e a chi li esprime. Ci tornerà l’anno successivo, finendo 21° assoluto (prima donna, naturalmente…)

I soldi che guadagna in bici non bastano, anche perché nel frattempo il marito si è ammalato. Lavora come sarta, ma sente che è un ripiego. Che non rispecchia quel che vuol fare. Nel 1924 decide di riprovarci, ma alza le sue ambizioni: ora vuole partecipare al Giro d’Italia. Questa volta gli organizzatori la accolgono di buon occhio. Calma, non è che sia cambiata la cultura del tempo, anzi… Solo che le difficoltà economiche e dissidi nell’ambiente hanno tenuto lontani molti team e agli organizzatori fa comodo il richiamo di una donna al via contro i maschi. E’ pur sempre una bella pubblicità.

La Strada ha stabilito il record dell’ora femminile nel 1938 con 35,38 chilometri (foto Umbekannter Kustler)
La Strada ha stabilito il record dell’ora femminile nel 1938 con 35,38 chilometri (foto Umbekannter Kustler)

Un manico di scopa

Con il numero 72, Alfonsina Strada si presenta al via: saranno 12 giorni di gara, 3.613 chilometri da percorrere in 12 tappe. A ogni frazione la gente si divide fra chi la osanna e chi la critica. Gli organizzatori cavalcano l’onda della popolarità, a ogni arrivo senza guardare la classifica lei viene acclamata e premiata anche più del vincitore assoluto.

L’ottavo giorno, tappa da L’Aquila a Perugia, si pedala sotto la pioggia battente e la corsa diventa una lunga prova a eliminazione. Una pozza d’acqua le fa compiere un sobbalzo e il manubrio si spacca. Chiunque si sarebbe ritirato, non lei. Prende un manico di scopa e lo adatta con un po’ di nastro, fatto sta che raggiunge il traguardo. Ma fuori tempo massimo. Dovrebbe chiuderla lì, ma per gli organizzatori sarebbe un dramma: poi la corsa chi la segue più? Si raggiunge così un compromesso: continuerà a correre senza che le venga preso il tempo. A patto che arrivi al traguardo finale di Milano.

Una carriera lunga quella di Alfonsina Morini in Strada, nata a Castelfranco Emilia nel 1891
Una carriera lunga quella di Alfonsina Morini in Strada, nata a Castelfranco Emilia nel 1891

L’apertura del negozio

Alfonsina lo fa, è fra i 30 che completano il Giro a fronte dei 60 che non ce l’hanno fatta. Poco importa il responso cronometrico finale, lei c’è. Diventa un’icona per l’universo femminile, forse anche troppo. Sono anni difficili per il Paese che sta cambiando pelle e sui retaggi culturali si fa leva per il cambiamento che nulla cambia… La Strada però ha ormai una popolarità che ha valicato i confini nazionali: la chiamano a correre all’estero e lei lo fa, torna anche a vincere contro gli uomini, porta a casa un bel po’ di quattrini.

Dopo la Guerra, morto il primo marito, Alfonsina si risposa con un ex ciclista, Carlo Messori, con il quale nel 1950 finalmente può avverare il suo sogno: aprire una bottega di bici a Milano. Quel negozio rimane aperto per 7 anni, durante ii quali è un riferimento nazionale, anche perché resta un unicum nell’universo nazionale. Pensateci bene: anche oggi quante sono le donne meccanico di bici? Quante fra le stesse cicliste sanno mettere mano a una bici? Per Alfonsina la bicicletta non aveva segreti e tanti si rivolgevano a lei per riparazioni e consigli.

La Strada all’uscita dalla sua bottega, riferimento per anni per i ciclisti milanesi (foto Umbekannter Kustler)
La Strada all’uscita dalla sua bottega, riferimento per anni per i ciclisti milanesi (foto Umbekannter Kustler)

Morire come ha vissuto

Alfonsina muore nel 1959, a 68 anni, con una fine in fin dei conti degna di come aveva vissuto. Era andata ad assistere alla Tre Valli Varesine, provando a mettere in moto la sua Moto Guzzi 500 cc ha un infarto che le è fatale. Anche la sua morte contribuisce alla sua storia, alla sua immagine di emblema del riscatto femminile, della parità dei sessi. Una battaglia vissuta in anni remoti, da sola, contro un muro. Sgretolato a colpi di pedale.

La Q36.5 fuori dai Giri: la frustrazione dello sponsor

20.05.2024
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Luigi Bergamo, il signor Q36.5, probabilmente domani si affaccerà al Giro che raggiunge la Val Gardena e la provincia della sua Bolzano. La squadra che porta il nome della sua azienda di abbigliamento ne è rimasta fuori per il secondo anno consecutivo, allo stesso modo in cui la continental ad essa collegata non prenderà parte al Giro Next Gen. Il discorso potrebbe essere spinoso. Se è vero che il Giro d’Italia è la vetrina che dà un senso alle squadre di matrice italiana, è chiaro che non farne parte sia un disagio da gestire. A ciò si aggiunga il fatto che un buon aggancio col Giro, Vincenzo Nibali, da agosto dovrebbe interrompere la sua collaborazione come consulente con la squadra diretta da Ryder Douglas.

«E’ un po’ la situazione – dice Bergamo – non do colpe a nessuno. Sono i problemi legati alle squadre professional. Se non hai certi punti o comunque certi corridori, principalmente i punti, fai fatica ad accedere alle gare. Noi siamo stati fortunati nella prima parte della stagione, perché abbiamo avuto accesso a tutte le gare di RCS. Abbiamo parlato. Già l’anno scorso avevamo chiesto se fosse possibile partecipare al Giro. Però logicamente, avendo solo tre wild card, è legittimo che due siano andate alla VF Group-Bardiani e alla Polti, che sono due squadre italiane. Saremmo parzialmente italiani anche noi, ma l’entrata della Tudor come sponsor ha cambiato le cose. Poteva esserci una minima speranza se qualche squadra WorldTour, come in passato la Lotto, avesse rinunciato, ma così non è stato».

Luigi Bergamo è fondatore e CEO del marchio Q36.5 (foto Jim Merithew)
Luigi Bergamo è fondatore e CEO del marchio Q36.5 (foto Jim Merithew)
Che cosa significa per uno sponsor italiano non essere al Giro?

Non essere al Giro e poi ovviamente nemmeno al Tour è una bella frustrazione. Abbiamo avuto visibilità nella prima parte della stagione, ma nella seconda sparisci. Certo, faremo il Giro di Svizzera, magari il Delfinato, però tre settimane di Giro sono un’altra cosa. Ora ho visto anche della development team, però non so cosa sia successo.

Cosa ne pensa?

Anche quello è un peccato, perché di fatto è una squadra italiana. Non conosco le cause, è una cosa ancora fresca.

Pensa che il suo gruppo possa avere qualche problema con Rcs Sport?

No, direi di no. Tutti coloro con cui ho parlato anche lo scorso anno li ho trovati disponibili. Però è vero che l’asticella si alza e ogni anno si pretende sempre di più. Siamo stati sfortunati con diversi corridori che si sono fatti male oppure hanno avuto problemi e questo di certo ha tolto visibilità e risultati.

L’aspetto sportivo è un po’ al di sotto delle attese?

Parlerei di sfortuna. Nizzolo ha cominciato a correre praticamente ieri a Veenendaal per l’infortunio (foto di apertura). Il canadese Zukowski si è rotto la clavicola ed è fuori anche lo spagnolo Azparren. Si puntava sull’esperienza del belga Frison per le classiche, ma è stato fuori a lungo ed è appena rientrato. Insomma, un po’ di acciacchi e altri che l’anno scorso erano andati bene e quest’anno non vanno. La squadra ha performato meno rispetto a quello che era stato l’anno scorso. L’avvio era stato più che positivo, speravamo che si continuasse anche con qualche giovane che l’anno scorso era andato benino e invece fa ancora fatica.

In compenso, si può dire che avere una squadra sia utile per un’azienda che produce abbigliamento sportivo?

Almeno quello ci dà soddisfazione, è un bel banco di prova, anche per valutare quello che a volte chiamo l’abuso del prodotto. Quello di strapazzare i capi che forniamo è il vero test, anche per trovare nuove soluzioni. Essendo votati per scelta e per passione all’innovazione dell’abbigliamento, una squadra che metta tutto alla prova è sicuramente un buono strumento e una fonte di ispirazione.

I corridori sono buoni tester?

Non tutti sono attenti o ti danno degli input appropriati, però ce ne sono alcuni che per passione sono un po’ più attenti e vicini al prodotto. Cercano sempre il limite, sia con la bici che con i capi che indossano. Oltre al nome del brand o del marchio, che ha il punto di forza nella termoregolazione, la sfida è legata alle velocità sempre più alte, che richiedono una performance superiore da parte dell’abbigliamento. C’è sempre maggiore attenzione nel portare concetti di aerodinamica che una volta erano legati solo alla cronometro, mentre adesso si sono spostati anche alle corse su strada.

Nel 2024 tanti piazzamenti per Moschetti, che indossa un body anche su strada
Nel 2024 tanti piazzamenti per Moschetti, che indossa un body anche su strada
Ormai si corre sempre più col body: pensa che diventerà una tendenza anche per il mercato?

L’amatore vuole maglietta e salopette. Anche se lo abbiamo proposto, vedo che il pezzo singolo funziona molto poco, anche perché è più difficile da abbinare. Tante volte hai bisogno del pantalone di taglia M e la maglia S e non possiamo fare lavorazioni su misura per ogni cliente. La persona normale, al di là di quelli che corrono e fanno delle vere competizioni, è più comoda con i due pezzi separati. Diciamo che per l’azienda le cose legate alla squadra procedono bene. Per il resto, si tratta di aspettare. Ci vediamo a Santa Cristina Valgardena, un salto dovrei farlo di sicuro.

Tutto Pogacar, da mattina a sera, nel giorno dell’impresa

19.05.2024
7 min
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LIVIGNO – Quando un corridore del Team Polti arriva, solleva lo sguardo verso la vetta e si chiede sconsolato se non si potesse arrivare un po’ più in alto, la gente intorno ride, mentre Tadej Pogacar è già nel pieno del racconto. La tappa è finita come avevano pianificato, ma tra il dire e il fare c’erano di mezzo l’ultima salita e una scalata prodigiosa per riprendere tutti i fuggitivi e per ultimo il brillante Quintana.

Matxin ha seguito la tappa nel box dei giornalisti, 100 metri dopo il traguardo. Seduto su una sedia e senza farsi notare, inviava aggiornamenti nel gruppo whatsapp dei DS del UAE Team Emirates. Tempi e annotazioni. Poco prima che Tadej attaccasse, uno sguardo per anticiparci quanto stava per succedere. Poi, quando era ormai chiaro che lo sloveno fosse involato verso la vittoria, abbiamo messo da parte la scaramanzia, chiedendogli qualche lume. La conferma dal tecnico spagnolo arrivava puntuale. L’attacco è venuto nel punto desiderato, dove iniziava il vento a favore. E poi ammetteva di trovare insolito vivere le tappe da fermo e non in ammiraglia, ma a guidare la squadra oggi c’erano i diesse italiani: Baldato, Mori e Marcato.

Tadej appare un po’ stanco, ma di certo quelli che continuano ad arrivare dopo di lui (lo faranno ancora per un’ora e 58 minuti) sono conciati decisamente peggio. La crono ha presentato il conto ai suoi sfidanti, ma è ragionevole pensare che per vincere oggi qua in cima anche lui abbia dovuto fare i conti con la fatica. Però quando ha attaccato sembrava che volasse. Agile e potente, con quel 55 spinto senza apparente fatica, ma la fatica c’è stata. Il suo umore tuttavia è decisamente migliore rispetto alla prima settimana e lo si capisce quando con le risposte salta da un tema all’altro con leggerezza e la voglia di sorridere.

Ricordi quando sei stato a Livigno per la prima volta?

Sono stato qui molte volte, la prima al primo anno da junior. Eravamo stati a Sankt Moritz per dieci giorni in una casa in ritiro con la nazionale, quello che potevamo permetterci. E così venimmo a Livigno con un furgone mezzo rotto per fare benzina, perché costa meno e per comprare del cibo. Quella è stata la prima volta, un bellissimo ricordo. Da lì ci sono tornato quasi ogni anno e qui ho anche uno dei ricordi più belli della mia vita. Questa vittoria si avvicina alla cima della lista, ma è ancora molto lontano dal numero uno. Sono super felice di essere di nuovo qui e di aver vinto la tappa regina.

Adesso però dovrai dire qual è il ricordo più bello della tua vita…

Forse posso dirlo, che diavolo! E’ stato quando ho iniziato a uscire davvero con la mia ragazza, la mia fidanzata Urska. A Livigno ci fu il primo appuntamento, un bellissimo momento della mia vita.

Veniamo alla tappa, è durata più di sei ore, come era stato il risveglio? Puoi dirci qualcosa della tua colazione oppure è segreta?

No, non è segreto (ride, ndr). Mi sono svegliato alle 7,20, per fare colazione alle 7,30. Ho mangiato porridge di riso, insomma del riso dolce. Si sposa bene con le fragole e i mirtilli. Poi il pane, quello fatto in casa a lievitazione naturale dal nostro chef, con una piccola omelette. Poi i waffle, sempre fatti dal nostro chef, con marmellata di pesche e anche di lamponi. Insomma, una colazione abbondante e siamo rimasti a tavola per circa 40 minuti. E alle 8,30 siamo partiti dall’hotel per andare alla partenza.

Da adesso in poi, forse comincia un nuovo Giro, dato che i distacchi sono così ampi. Pensi di correre in modo accorto o proverai a vincere ancora per fare la storia della corsa?

Non so cosa dire cosa serva per essere una leggenda o per fare la storia del Giro. Di sicuro però ogni Giro ha la sua storia e le sue storie. In ogni grande corsa avviene qualcosa che poi finirà nei libri. Perciò ora penso più al giorno di riposo qui a Livigno, che per me è uno dei posti più belli d’Italia. E poi vedremo cosa porterà la prossima settimana. Per ora posso dire che sono felice del vantaggio, dei risultati e della mia squadra, il resto lo vedremo giorno per giorno. Mancano ancora sei tappe, speriamo di arrivare a Roma allo stesso modo.

Riprendere Quintana per Pogacar è stato rivivere i ricordi di quando da ragazzo guardava il Tour in tv
Riprendere Quintana per Pogacar è stato rivivere i ricordi di quando da ragazzo guardava il Tour in tv
Matxin ha detto che avete eseguito il piano alla perfezione: avere Quintana là davanti lo ha reso più faticoso?

Sì, il piano era esattamente questo. Quando ho sentito il divario da Steinhauser, ho pensato: “Sì, facciamolo. Proviamo ad aumentare il divario con gli avversari in classifica generale”. Quando abbiamo alzato il ritmo con Majka, non avevo molto chiara la strada, però sapevo che c’era il vento a favore e che mi avrebbe favorito. Mi piace il vento a favore. Poi ho sentito che Steinhauser si stava spegnendo lentamente e che Quintana lo aveva scavalcato. Però non mi sono mai preoccupato davvero. Anche se non avessi vinto la tappa, sarebbe stata comunque una giornata fantastica.

Hai qualche ricordo di Quintana, di quando lottava per i Tour?

Guardavo sempre il Tour quando Froome e Quintana si attaccavano a vicenda ed ero sempre arrabbiato con Nairo. Mi chiedevo perché non provasse ad attaccare prima, a scattare a dieci chilometri dall’arrivo. Invece aspettava sempre gli ultimi tre chilometri. Sono questi i miei ricordi ed era bello comunque da vedere in televisione e ragionare su come avrei voluto fare io. Oggi è andato forte, quelli dalla fuga sono andati tutti.

Il calore deitifosi si è fatto sentire: Pogacar ha sostenitori davvero in ogni angolo d’Italia
Il calore deitifosi si è fatto sentire: Pogacar ha sostenitori davvero in ogni angolo d’Italia
Attila Valter ha provato a seguirti, ma ha detto che era folle rendersi conto della facilità con cui andavi oltre i 400 watt. Ti sorprende che i rivali della classifica non abbiano provato a seguirti?

Non ho guardato indietro quando Majka ha accelerato. Sapevo cosa dovevamo fare, so come corre Rafal e anche cosa mi aspettava. Non mi sono voltato. Ho semplicemente guardato avanti e ho cercato di impostare il mio ritmo. Ho sentito che Martinez ha provato a seguirmi, ha fatto davvero un buon lavoro. Dopo aver preso vantaggio, sapevo che se fossi riuscito a respirare, poi avrei trovato un ritmo davvero buono e così è stato. Quando sono rientrato nel gruppo di Attila Valter, ho dato subito un po’ più di gas. Si fa quando riprendi una fuga, perché qualcuno prova sempre a seguirti. Così è il ciclismo…

Ti manca il fatto di non avere uno sfidante come Vingegaard?

So che quella sfida arriverà a luglio. Per ora posso dire che in questo Giro mi sto divertendo, e d’ora in avanti mi permetterà di fare le mie cose. Non vedo l’ora che arrivi luglio per incontrare Jonas, Remco, Primoz e forse qualcun altro. Perciò, cerchiamo di sopravvivere a questa settimana e poi concentriamoci su luglio.

Ieri hai dimostrato di aver fatto dei grandi passi avanti anche nella crono: una buona notizia proprio pensando a luglio?

Avevamo migliorato la posizione già prima dei campionati del mondo dell’anno scorso, ma era un po’ troppo aggressiva e mi ha rovinato i glutei e anche la testa. Quella con cui ho corso al Giro è un po’ meno aggressiva e nel frattempo sto lavorando sul mio fisico per spingere e adattarmi meglio alla posizione. Ogni allenamento che faccio è migliore, sono davvero soddisfatto della direzione e del miglioramento del mio corpo, della mia posizione, delle mie gambe, della mia motivazione. Dobbiamo concentrarci finché non arriviamo a curare ogni dettaglio.

Tiberi ha pagato la fatica della crono arrivando a 3’59”. E’ 5° nella generale
Tiberi ha pagato la fatica della crono arrivando a 3’59”. E’ 5° nella generale
Dopo queste prestazioni così esaltanti, pensi di essere ancora un atleta con dei margini?

Di sicuro sì. Posso migliorare soprattutto nella crono, perché penso che il mondo del ciclismo ci porterà nei prossimi anni a sfide ancora superiori. E io penso di poter crescere molto. Quindi andiamo per gradi, ma sono davvero felice del punto in cui sono. Le bici per il Tour de France dovranno essere perfette.

Qualcuno dice che il Giro è finito.

No, il Giro finisce sul Monte Grappa, a Bassano. E’ l’ultima dura tappa di montagna, una giornata davvero brutale. Per questo ho continuato a guadagnare vantaggio. Meglio farlo quando si può. Oggi è stato un bel giorno.

Piganzoli-Pellizzari: cuore e gambe, ma a Livigno destini diversi

19.05.2024
5 min
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LIVIGNO – L’aria ai quasi 2.400 metri del Mottolino, frazione di Livigno, è frizzante e pizzica le narici. Fa freddo, la temperatura non supera gli otto gradi e i corridori arrivano uno ad uno con distacchi che danno tempo al sole di nascondersi dietro l’orizzonte. Uno dei primi ad arrivare, alle spalle del vincitore di giornata e maglia rosa, Tadej Pogacar, è Davide Piganzoli. Il corridore della Polti-Kometa oggi ha corso in casa e all’attacco. E’ andato in fuga e si è dimostrato uno dei più attivi.

La Polti-Kometa oggi ha lavorato per Piganzoli, qui alle spalle di Fabbro sul Mortirolo
La Polti-Kometa oggi ha lavorato per Piganzoli, qui alle spalle di Fabbro sul Mortirolo

L’aria di casa

Il calore che i tifosi, assiepati fuori la zona mista, riservano a Piganzoli è fortissimo. Un boato lo accoglie, lui sorride, si siede e racconta questa giornata lunga e impegnativa. «Era la tappa di casa – dice – ci ho provato. Ci ho creduto ma alla fine sono mancate un po’ le gambe».

«Mi aspettavo più bagarre all’inizio – continua il valtellinese – invece la fuga è andata via subito, con un gruppo numeroso di una cinquantina di atleti. Con il passare dei chilometri c’è stata più selezione e siamo rimasti in trenta. Eravamo in cinque della Polti e ho chiesto ai miei compagni di lavorare. Fabbro ha fatto un gran ritmo sul Mortirolo. Io conoscevo bene la discesa e quindi mi sono riportato facilmente sui corridori che si erano avvantaggiati.

Generoso

Sulla strada che lentamente ha portato il gruppo da Bormio alla cima del Passo di Foscagno, Piganzoli è stato uno dei più attivi. Sembrava quello con la gamba migliore, più fresca, tanto che è stato lui a fare la prima mossa ai meno 30 dall’arrivo.

«Non penso di essere stato impaziente – riprende seduto sulla sedia della zona mista – stavo bene e avevo l’opportunità di vincere una tappa al Giro d’Italia, cosa che non capita tutti i giorni. L’ho fatto un po’ con il cuore e un po’ con le gambe, per la mia terra e i miei tifosi. Ho vissuto una giornata di grandi emozioni che mi hanno dato tanta voglia di fare.

«Le gambe alla fine erano quelle che erano. Quando ho provato ad allungare pensavo fosse il momento giusto. Pogacar è stato più forte e si è visto».

Per Pellizzari una fuga dal sapore di rivalsa dopo tre giorni difficili
Per Pellizzari una fuga dal sapore di rivalsa dopo tre giorni difficili

Pellizzari per ritrovarsi

Nel folto gruppo che questa mattina è scappato nei primi chilometri c’era anche Giulio Pellizzari. Lui era anche tra i sei corridori che sulle rampe del Colle San Zeno si sono avvantaggiati anticipando la fuga di giornata.

«Siamo andati via in discesa – sul Colle San Zeno – ero alla ruota del ragazzo della Alpecin-Deceuninck che è sceso davvero forte e gli sono rimasto a ruota. C’era anche Piganzoli, ma ha preso un buco e non ci ha seguiti».

«Forse ci siamo un po’ cucinati nella valle, con quella strada che piano piano saliva e non dava troppo respiro. Probabilmente sarebbe stato meglio stare nel secondo gruppo. Quei 45 chilometri nella valle li abbiamo pagati, tanto che alla prima accelerazione (ad opera proprio di Piganzoli, ndr) sono saltato».

Il sogno di arrivare a Roma

Pellizzari respira. Ha la voce bassa e prima di parlare prende degli integratori dal massaggiatore per accelerare il recupero. Li manda giù insieme a sorsi d’acqua amari come la giornata di oggi, ma lo spirito non si affievolisce

«Sono finito, cotto – ci confida con ancora la fatica negli occhi – ci ho provato più di testa che di gambe. Era una tappa dura per tutti, quindi ho provato ad anticipare ma è stata veramente tosta. Non sto proprio un granché, nei giorni scorsi sono stato male e oggi ho voluto provarci per dare un segnale anche a me stesso».

«Fisicamente sto a pezzi, volevo quasi andare a casa. Domani c’è il giorno di riposo, per fortuna, ci vuole proprio. Arrivare a Roma sarà già un successo ma mi va di provare a finire questo mio primo Giro d’Italia. Infatti, appena mi hanno staccato sono venuto su del mio passo per salvare un po’ di energie. Anche perché la settimana più dura deve ancora iniziare».

Applausi per Quintana: «Adesso sono fiducioso»

19.05.2024
5 min
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LIVIGNO – La faccia non è di quelle tristi di chi ha perso una tappa. Anche da dietro gli occhiali, si capisce che Nairo Quintana sorride. A parte il terrore per la curva pendente, stretta e in sterrato, in pratica un baratro, dopo l’arrivo, poi il volto del colombiano si distende.

Asciugamano attorno al collo. Diversi colpi di tosse. Ma anche il tifo dei suoi connazionali. Il rumore fastidioso dell’ennesimo elicottero porta-vip e finalmente il corridore della Movistar inizia a raccontare. La gentilezza è rimasta quella di un tempo.

Nairo Quintana (classe 1990) dopo l’arrivo ai 2.385 metri del Mottolino, secondo a 29“ da Pogacar
Nairo Quintana (classe 1990) dopo l’arrivo ai 2.385 metri del Mottolino, secondo a 29“ da Pogacar

Nairo risorge

Tra i prati innevati del Mottolino per rubare un pezzetto di scena all’azione bellissima di Tadej Pogacar, serviva lui. Serviva un campione importante. A spingere Nairo erano in tanti. Rivederlo ai vertici ha fatto piacere a tanta gente. E la ressa per intervistarlo dopo il traguardo la dice lunga.

«Era una tappa che mi piaceva – spiega Quintana – era molto difficile, c’era molto dislivello. Ci pensavo da quando era iniziato il Giro d’Italia. Peccato essere arrivato al Giro in una condizione non facile. Ma aver tenuto duro è stato importante. E questa tappa è stata emozionante, molto significativa per me».

Nella testa dello scalatore scattano tante cose. Oggi Quintana è tornato ad assaporare, come lui stesso ha detto, le sensazioni di una volta. E probabilmente è per questo motivo che sorride. «La strada – aggiunge – è quella giusta».

Questa frazione misurava 222 km e 14 erano oltre i 2.000 metri: quote che piacciono molto a Nairo
Questa frazione misurava 222 km e 14 erano oltre i 2.000 metri: quote che piacciono molto a Nairo

Mai abbattersi

E’ vero: Pogacar se lo è divorato. Una volta era lui a fare così, ma gli anni passano, la concorrenza oggi più che mai è spietata e i problemi non si può dire non ci siano stati per Nairo. Ma essere ancora qui a lottare è stato significativo.

«Pogacar – riprende Quintana – è stato molto forte. E’ solido e può vincere tutto quello che vuole. Dalla macchina mi dicevano che Tadej era uscito e che dovevo accelerare. Così ho fatto. Il mio è stato un passo importante, ma quando mi ha ripreso sapevo che tenerlo sarebbe stato molto difficile. A quel punto mi sono gestito, cercando di non andare fuori giri e di salire regolare nel finale. Pogacar voleva vincere… c’era poco da fare».

Durante le partenze delle tappe al mattino si parla. E tra le varie chiacchiere Max Sciandri, il suo direttore sportivo, ci aveva detto che Quintana sicuramente sarebbe venuto fuori col passare dei giorni. «Uno col suo motore – aveva detto il tecnico toscano – prima o poi emerge. Anche se non è al top. Gli altri caleranno di più». E così è andata.

Vedere Nairo in piedi è una rarità, ma sapendo dell’attacco di Pogacar stava spingendo a tutta
Vedere Nairo in piedi è una rarità, ma sapendo dell’attacco di Pogacar stava spingendo a tutta

Non finisce qui

Se poi ci si mette anche l’esperienza il gioco è fatto. O almeno sarebbe stato fatto se non ci fosse stato Pogacar. Quintana è stato nella fuga. Dapprima con qualche compagno, poi da solo. Ha contribuito all’attacco, ma sempre senza esporsi troppo. 

Il colombiano è uscito allo scoperto quando era il momento giusto. Quando bisognava dare tutto. Quando ci si avvicinava alle sue quote, quelle del Foscagno, valico over 2.000 metri. E lo ha fatto col suo tipico intercedere: rapporto lungo, spalle fisse verso l’anteriore e nessuna espressione. Sembrava andasse piano. Sembrava…

«Io ero convinto oggi – riprende Quintana – ho spinto forte, ma come ho detto Pogacar voleva vincere. Il Monte Grappa? Eh, lo conosco, lo conosco… lì ho bei ricordi (ci vinse al Giro 2014, ndr). Aspettiamo dai. Il Giro non è finito e adesso sono più fiducioso».

Contador intervista Quintana, tra i due un gesto d’intesa prima di congedarsi
Contador intervista Quintana, tra i due un gesto d’intesa prima di congedarsi

Intesa tra scalatori

Poco prima che lo staff lo caricasse sull’ovovia per tornare a valle, arriva Alberto Contador, inviato di Eurosport. Lui e Nairo parlano in spagnolo. Alberto gli pone più o meno le stesse domande, salvo che Quintana aggiunge che merito di questo suo miglioramento è anche del buon clima che si respira in squadra. «C’è armonia. Ci aiutiamo e le cose vanno bene. Ringrazio la squadra per avermi riportato alle competizioni».

Una volta loro due se le davano di santa ragione, adesso le loro strade sono separate. Ma finita l’intervista tra i due campioni scatta come un gesto d’intesa. Un’intesa tra scalatori. Alberto gli dice all’orecchio, probabilmente gli sospira un: «Bravo». Poi appoggia la sua spalla a quella di Nairo, che contraccambia e ribatte. «Es bueno, es bueno…».

E la fiducia o quel “es bueno”, non sono solo di facciata o di sensazioni. Negli ultimi 15 chilometri, cioè da quando è scattato Pogacar, Nairo è stato il terzo più veloce. Ha incassato 2’58”, una decina di secondi in più di Bardet, che però non era stato in fuga tutto il giorno, ma aveva sempre viaggiato coperto a ruota.

Ha ragione Sciandri: il motore, quando c’è, prima o poi viene fuori.

Uae Team Adq, in piena espansione. Parla Cherie Pridham

19.05.2024
5 min
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Se in campo maschile tutti guardano all’Uae Team Emirates come la squadra attualmente più forte del lotto (grazie soprattutto alle imprese di Pogacar), fra le donne la situazione è più complessa. L’Uae Team Adq è sicuramente un team di riferimento, ma il suo peso specifico pur importante non è paritetico. Quest’anno sono arrivate finora 6 vittorie, un bilancio lontano da quello non solo della Sd Worx, riferimento del settore, ma anche di altre formazioni.

Parliamo di una formazione in crescita, da considerare in piena evoluzione nella ricerca di un’identità definita. Cherie Pridham, manager della squadra si sta adoperando per dargliela conscia del fatto che serve tempo.

«Ovviamente vogliamo sempre più risultati. Vogliamo far crescere ogni squadra, quella maggiore come il devo team e stanno crescendo rapidamente. Sono piuttosto soddisfatta del punto dove siamo arrivati sotto la nuova gestione, con l’impegno mio e del team di direttori sportivi. Ci sarebbe piaciuto di meglio, soprattutto nel periodo delle classiche belghe, ma abbiamo colto piazzamenti importanti, che valgono».

Una delle 6 vittorie in casa Uae, quella di Eleonora Gasparrini a La Classique Morbihan
Una delle 6 vittorie in casa Uae, quella di Eleonora Gasparrini a La Classique Morbihan
Che cosa è mancato nel periodo delle classiche?

Semplice: un po’ di fortuna. Ovviamente ci vogliono le gambe, ma alcuni risultati non sono andati come volevamo. A volte abbiamo avuto degli incidenti, come con Consonni alla Gand-Wevelgem. Ma dobbiamo prendere quanto di buono c’è stato in ogni situazione.

Il roster di 16 atlete è troppo ristretto per affrontare tutta la stagione?

Nel WorldTour mondiale ci sono molti più corridori, ma il nostro è un movimento che si è sta sviluppando ora. Un paio di elementi in più farebbero comodo, ma bisogna crescere piano e in modo sostenibile economicamente. La partecipazione è ristretta a poche atlete, inoltre al fianco del team principale c’è quello development, insomma di carne al fuoco ce n’è tanta. Le corse femminili crescono rapidamente dobbiamo seguire il flusso senza però esagerare. Dobbiamo far crescere le nostre punte come Consonni o Persico, gestire il team nel suo complesso. Sappiamo che dobbiamo rafforzarci e lo faremo, a ogni livello. Ma occorre procedere passo dopo passo.

La devastante caduta alla Vuelta a Burgos. Per Bertizzolo, a terra, il responso è la frattura a un braccio
La devastante caduta alla Vuelta a Burgos. Per Bertizzolo, a terra, il responso è la frattura a un braccio
L’infortunio della Bertizzolo quanto peserà nel prosieguo della stagione?

Ho parlato con Sofia dopo la diagnosi del radio rotto. Ma le gambe funzionano. Servirà solo un po’ di recupero dall’incidente iniziale. So che Sofia tornerà preso, stiamo già pensando ad un ritorno strategico. Il Giro potrebbe ancora essere un’opzione, ma sempre in accordo con il team medico.

Ci saranno novità il prossimo anno, sia a livello manageriale che di atlete?

Per quanto mi riguarda, no, penso che ci stiamo stabilizzando bene. Naturalmente io sono il manager, quindi non è mio compito discutere di contratti. Per quanto riguarda lo staff verrà consultato ovviamente, ma non spetta a me deciderlo. Non sono a conoscenza di alcun cambiamento al momento.

Davide Arzeni, uno dei diesse, portato in trionfo dopo la tripletta al GP Liberazione
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A Giro e Tour con quali ambizioni andate, per puntare alle tappe o alla classifica?

Dobbiamo essere realistici e con la squadra che abbiamo, le vittorie di tappa sono un obiettivo chiaro per noi. Per salire di livello e di ambizioni serviranno ancora 1-2 anni. Poi nello sport non si può mai sapere, il podio della classifica generale al Tour de France può sempre arrivare, non c’è nulla di impossibile. Hai bisogno che tutto vada per il verso giusto, ma per il futuro di questa stagione, penso che saremo contenti delle vittorie di tappa.

Voi avete in squadra un forte numero di italiane: quanto è utile che ci sia un gruppo della stessa nazione?

È un gruppo di corridori e staff che ho ereditato, ma non è una situazione diversa da quando lavoravo alla Lotto, dove c’era uno zoccolo duro belga perché era un team belga. Qui le radici sono italiane. Nel destino del team c’è una maggiore internazionalizzazione, aprendo la porta a esperienze diverse, nazionalità diverse, culture diverse. E’ un passaggio importante. Ma questo avverrà in futuro. Per ora stiamo lavorando con un buon gruppo di staff e persone motivate e, ovviamente, le ragazze si stanno abituando allo stile di gestione. I progressi ci sono e sono evidenti.

Silvia Persico dovrebbe essere la punta della Uae nei grandi giri, con uno sguardo alla classifica
Silvia Persico dovrebbe essere la punta della Uae nei grandi giri, con uno sguardo alla classifica
Quale risultato da qui alla fine della stagione renderebbe il vostro bilancio completamente positivo?

Penso che una vittoria di tappa in un Grand Tour sia lo snodo più significativo. Dobbiamo essere aggressivi nelle gare e non essere solo un numero, vogliamo lottare per quella vittoria e se questo ci permette di vincere tappe al Giro e al Tour, questo mi renderà molto felice.

Hai lavorato a lungo nell’ambiente maschile: questi anni con le ragazze sono più facili o difficili?

Domanda delicata, bisogna stare attenti qui – afferma ridendo la Pridham – Sono cresciuta come atleta e so quanto fosse difficile quando lo ero. Penso che il ciclismo femminile stia diventando sempre più professionale. C’è una crescita continua, anche nella percezione stessa del nostro mondo da parte delle sue protagoniste. La squadra e i corridori stanno spendendo molto di più, investendo molto di più in se stessi per diventare più professionali. Con le donne l’approccio è un po’ diverso. Quando ti rivolgi a una squadra professionistica maschile, puoi essere un po’ più diretto. Come donne, per natura vogliamo sapere tutto. Vogliamo più spiegazioni, più ragionamenti. Ma diventeranno sempre più coinvolte nella loro carriera.

Ulissi: una stagione diversa con grandi soddisfazioni

19.05.2024
4 min
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La stagione di Diego Ulissi prosegue lontana dai Grandi Giri, il toscano del UAE Team Emirates continua a raccogliere risultati di tutto rispetto. Il ritorno dal Giro di Ungheria, dove ha colto un secondo posto e due piazzamenti in top 10, ha il sapore di casa. 

«Sto bene – racconta Ulissi – sono tornato dall’Ungheria e ora sto un po’ a casa fino alla prossima corsa, il GP Gippingen, del prossimo 7 giugno. Tutto sta andando secondo i piani, sto facendo il mio con tantissimi piazzamenti e già una vittoria all’attivo».

Alla Settimana Internazionale Coppi e Bartali il primo successo di stagione
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La richiesta della squadra

Il Giro d’Italia prosegue la sua rotta verso Roma e in gruppo la UAE Emirates la sta facendo da padrona. Ma chiaramente tra le sue fila manca Diego Ulissi, che dopo cinque partecipazioni consecutive non era al via della corsa rosa. 

«Già da dicembre – spiega – mi era stato comunicato che non avrei fatto grandi Giri. Il ciclismo moderno e le esigenze della squadra richiedono che si cerchi di fare punti anche in altre gare. Sono un corridore che ha dimostrato di essere in grado di raccogliere ancora risultati e piazzamenti. E’ una strategia della squadra che condivido e che ho appreso con la massima serenità. Matxin ha preso questo tipo di scelta e io mi sono messo a disposizione come sempre».

Al Giro d’Abruzzo un secondo posto nella tappa di Prati di Tivo, alle spalle di Lutsenko
Al Giro d’Abruzzo un secondo posto nella tappa di Prati di Tivo, alle spalle di Lutsenko
I risultati parlano chiaro.

La motivazione è che vado alle gare e posso vincere. Piuttosto che andare al Giro per tirare, hanno preferito mettermi a caccia di risultati. Io prendo le scelte del team e le accolgo in maniera serena, posto che sarei andato anche al Giro a tirare per Pogacar, come ho fatto negli ultimi due anni per Almeida. 

La stagione ti ha dato le giuste soddisfazioni fino ad ora?

In questi anni ho sempre mantenuto un livello molto alto e mantenerlo non è semplice. Non ci sono gare più o meno importanti, anche quelle che sono considerate di secondo livello richiedono di essere al 100 per cento. Sono contento di quanto fatto sin qui. 

Per competere con i giovani Ulissi ha alzato l’intensità dei sui allenamenti
Per competere con i giovani Ulissi ha alzato l’intensità dei sui allenamenti
Non facendo un grande Giro hai cambiato qualcosa nella preparazione?

I ritmi in allenamento sono più alti, così da arrivare alle gare pronto e in condizione. Nell’arco della stagione ho corso molto (33 giorni fino ad ora, ndr) quindi non ho avuto tanto tempo per fare allenamenti particolari. 

In generale non è cambiato nulla?

Negli ultimi anni sì, per rimanere competitivo contro i più giovani mi sono dovuto adattare anche io. Non correndo un grande Giro ho alzato i livelli di intensità a discapito della resistenza. Anche perché per il discorso dei punteggi il livello del gruppo alle corse si è alzato ulteriormente. Ad ogni gara si va per vincere. 

La preparazione di Ulissi è variata quel poco che serve per essere competitivo nelle brevi corse a tappe (foto UAE Emirates)
La preparazione di Ulissi è variata quel poco che serve per essere competitivo nelle brevi corse a tappe (foto UAE Emirates)
Cambiando calendario e disputando gare diverse, hai notato qualche differenza?

Come detto la competizione, che è sempre alta. Una volta alle gare di cosiddetta seconda fascia si arrivava meno preparati, ora non succede più. 

Il programma per la seconda parte di stagione cosa prevede?

Adesso finisco la prima parte con il Giro di Slovenia e il campionato italiano. La seconda metà di stagione rimarrà uguale agli ultimi anni con Appennino, Giro di Polonia e tante gare di un giorno o di una settimana. L’unico appuntamento che ho saltato è stata la Tirreno per un malanno.