78° Trofeo Piva (foto Pederiva)

Amadori: la nazionale che cambia e i ragazzi da valorizzare

07.04.2026
6 min
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NEGRAR DI VALPOLICELLA (VR) – Trofeo Piva e Giro del Belvedere hanno portato in alto i colori della nazionale italiana, con Riccardo Lorello e Lorenzo Finn. Due storie diverse. Quella di Lorello che finalmente in una formazione continental ha trovato il modo di emergere e vincere. Mentre l’altro è l’ennesimo capitolo di uno, Lorenzo Finn, che sembra nato per vincere e guardandolo da fuori sembra tutto semplice, ma così non è. 

Tra poche ore il Palio del Recioto metterà fine a questo trittico internazionale under 23, che ha visto emergere anche Tommaso Bambagioni in maglia Technipes #InEmiliaRomagna. Nelle prime posizioni di questi appuntamenti sono tanti i nomi degli italiani, ognuno con la sua storia e il suo percorso di crescita.

Sorpresa Lorello

A mettere tutto in ordine ci deve e ci dovrà pensare il cittì della nazionale U23, Marino Amadori. Chiamato al delicato compito di garantire ai ragazzi il cammino più equo possibile, dando a ciascuno le occasioni per dimostrare le proprie qualità (in apertura foto Pederiva). 

«Partiamo da Lorello – racconta all’ombra di una vigna nelle giornata di ieri al Belvedere – che è un corridore meritevole e ha già vestito la maglia azzurra lo scorso anno alla Nations Cup in Repubblica Ceca. E’ un ragazzo interessante, il quale in certi percorsi è molto bravo e veloce: vincere come ha fatto al Piva non è scontato. Può ancora crescere e migliorare, quindi mi auguro abbia modo di farlo. Anche perché mondiale ed europeo saranno molto impegnativi e non è da escludere che Lorello possa far parte nuovamente della nazionale».

78° Trofeo Piva (foto Pederiva)
In questi due giorni di gara è emerso anche Tommaso Bambagioni, secondo al Piva e terzo al Belvedere (foto Pederiva)
78° Trofeo Piva (foto Pederiva)
In questi due giorni di gara è emerso anche Tommaso Bambagioni, secondo al Piva e terzo al Belvedere (foto Pederiva)
Si è rivisto anche un Finn forte e vincente…

Mi aspettavo potesse rientrare nelle gare under 23 facendo esattamente quello che gli abbiamo visto fare oggi al Belvedere (ieri, ndr). Deve divertirsi, ha la possibilità di correre con una maglia unica e di conseguenza sono convinto debba togliersi le sue soddisfazioni. Corre in una squadra che gli permette di fare una certa attività, volta ad avere la migliore crescita possibile. Deve fare uno scalino ogni anno se un domani vorrà diventare qualcuno di importante

L’UCI ha cancellato la Nations Cup, come cambia la gestione della nazionale?

Era una competizione alla quale tenevamo molto e che è sempre stata un obiettivo, in cui abbiamo sempre fatto molto bene. Ora non c’è più, e vedendo come si muove il mondo under 23 tra devo team e continental, dovremo dare un supporto ai ragazzi che non sono in questi team o che non riescono a fare una certa attività internazionale. Apro una parentesi. 

78° Trofeo Piva (foto Pederiva)
Le formazioni continental italiane hanno dimostrato di poter competere contro i devo team (foto Pederiva)
78° Trofeo Piva (foto Pederiva)
Le formazioni continental italiane hanno dimostrato di poter competere contro i devo team (foto Pederiva)
Prego…

In questi giorni abbiamo avuto ottimi risultati con i nostri ragazzi, anche in gare di contesto internazionale e con molti devo team e corridori stranieri molto forti. Questo grazie alle corse a tappe come il Giro di Sardegna e la Coppi e Bartali, dove hanno messo chilometri nelle gambe. La differenza si è vista, soprattutto perché i ragazzi sono riusciti a fare un calendario simile a quello dei devo team

Come si inserisce il tuo lavoro in tutto questo?

Non sarà solo il mio, ma quello di Elia Viviani e Roberto Amadio, con i quali ho parlato e con cui ci stiamo attrezzando per inserirci e fare qualche corsa a tappe con la nazionale under 23. Il Tour of the Alps in questo senso cade perfettamente nel calendario e ci saremo per permettere a questi ragazzi, sei under 23 e un elite, di fare un’esperienza di un certo livello

77° Trofeo Piva, Matteo Scalco, XDS Astana Team (foto Pederiva)
Nei devo team corrono ottimi talenti, ma nelle altre squadre ci sono corridori altrettanto validi e da valorizzare (foto Pederiva)
77° Trofeo Piva, Matteo Scalco, XDS Astana Team (foto Pederiva)
Nei devo team corrono ottimi talenti, ma nelle altre squadre ci sono corridori altrettanto validi e da valorizzare (foto Pederiva)
Ne avete individuate altre?

Dovremo capire come sarà organizzato il Giro Next Gen e quali squadre rimarranno fuori, così come in ottica Tour de l’Avenir, al quale i devo team porteranno sicuramente i migliori. Noi dovremo capire se e come partecipare come nazionale per dare anche ai ragazzi delle continental l’occasione di fare certe esperienze. 

Come ti stai trovando con questi nuovi regolamenti e metodi?

Aver perso la Nations Cup è stato un colpo abbastanza duro, perché grazie a quelle gare avevamo modo di creare dei programmi e gestire i ragazzi per farli lavorare bene in vista dei vari obiettivi. Ad oggi ci sono 21 devo team e più di 300 ragazzi al loro interno. In un certo senso possono essere considerati i migliori, ma non dobbiamo escludere e dimenticare gli altri. Io rimango dell’idea che le formazioni italiane lavorino bene e che il talento ci sia. 

87° Giro del Belvedere. Lorenzo Finn, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (RS Photors)
Amadori si trova a lavorare con il campione del mondo U23 in carica: una bella responsabilità e un grande motivo di orgoglio (RS Photors)
87° Giro del Belvedere. Lorenzo Finn, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (RS Photors)
Amadori si trova a lavorare con il campione del mondo U23 in carica: una bella responsabilità e un grande motivo di orgoglio (RS Photors)
La nazionale diventa, in una certa ottica, un devo team?

Costruire un gruppo con il quale lavorare e porsi degli obiettivi è fondamentale, alla fine la squadra è alla base di questo sport. Quindi non si tratterà solo di offrire occasioni e supporto, ma anche creare un gruppo capace di andare agli eventi principali per giocarsi le proprie carte. I corridori ci sono, ad esempio Lorello, ma anche lo stesso Bambagioni. 

E’ il primo anno in cui hai modo di continuare a lavorare con il campione del mondo in carica.

Vero, non abbiamo ancora affrontato il discorso, ma credo che Lorenzo (Finn, ndr) ci tenga al mondiale. Mi piacerebbe fare una formazione all’altezza per poter andare a Montreal e giocarcela fino alla fine. Per me è una spinta, uno stimolo in più. Avere il campione del mondo è una motivazione anche per creare la nazionale giusta, propositiva e adeguata all’obiettivo.

87° Giro del Belvedere, Lorenzo Finn, maglia iridata, Red Bull-BORA-hansgrohe

L’iride di Finn brilla al Belvedere: una doppietta storica

06.04.2026
4 min
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VILLA DI VILLA (TV) – La sicurezza di Lorenzo Finn nei propri mezzi traspare in maniera abbastanza chiara fin dal mattino, quando il campione del mondo della Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies ha mosso i primi passi nel parcheggio dei bus. E’ l’esordio stagionale tra gli under 23, categoria che ha voluto tenere per continuare a imparare e crescere. Una scelta anche votata al voler fare le cose con calma, aggiungendo un altro mattone alla solida carriera che il ligure sta cercando di costruire

Passi ponderati, e tra questi c’era quello di tornare al Giro del Belvedere per ripetersi. Un bis che mancava dal 1960 e questa volta c’è anche la firma speciale della maglia iridata. Vederla e indossarla fa un certo effetto, nonostante tu sia un campione e in carriera ne hai già indossate due (da juniores e under 23), vincendo con entrambe (in apertura RS Photors).

Podio del 87 Giro del Belvedere: Lorenzo Finn, William Smith e Tommaso Bambagioni
Il podio del 87° Giro del Belvedere: Lorenzo Finn, William Smith e Tommaso Bambagioni (RS Photors)
Podio del 87 Giro del Belvedere: Lorenzo Finn, William Smith e Tommaso Bambagioni
Il podio del 87° Giro del Belvedere: Lorenzo Finn, William Smith e Tommaso Bambagioni (RS Photors)

Tornare al successo

La vittoria che serviva, arrivata in un modo che tanti hanno definito “alla Pogacar” anche se per certi paragoni servono tempo e la giusta pazienza. L’importante è che Lorenzo Finn abbia ritrovato il feeling con il primo gradino del podio, per il resto si vedrà. 

«Pogacar è forse il più forte corridore mai esistito – dice dietro il podio – e ti rendi conto solo partendo a 30 chilometri dall’arrivo di quale significato abbiano le sue imprese. Lui le disegna quando al traguardo di chilometri ne mancano 80, se non cento. Era una risposta che cercavo, già dagli allenamenti di questi giorni sentivo che stessi tornando al mio meglio e questa è solamente una conferma».

Il momento giusto

Parlando dietro al podio, con la maglia iridata e tutto il kit che sembra brillare sotto al sole di Villa di Villa, Lorenzo Finn racconta di aver rispettato la tattica scelta insieme al team. 

«Nonostante non mancasse poco, ho deciso di attaccare ancora prima di iniziare i due giri finali – racconta il campione del mondo under 23 – perché se avessi avuto le gambe il piano era quello di partire in quel punto. Avevo “usato” tutti i miei compagni, mi sentivo bene e ho deciso di andare

«E’ stata lunga poi arrivare fino alla fine, ma sono molto soddisfatto di quello che abbiamo fatto oggi, perché la squadra ha lavorato molto bene e si è messa a mia disposizione. Per questo devo ringraziarli».

87° Giro del Belvedere, Lorenzo Finn, maglia iridata, Red Bull-BORA-hansgrohe
La Red Bull-BORA-hansgrohe ha lavorato per Lorenzo Finn dai primi chilometri della gara (RS Photors)
87° Giro del Belvedere, Lorenzo Finn, maglia iridata, Red Bull-BORA-hansgrohe
La Red Bull-BORA-hansgrohe ha lavorato per Lorenzo Finn dai primi chilometri della gara (RS Photors)

A caccia del Recioto

Lorenzo Finn e la squadra hanno fretta di partire, domani si corre il Palio del Recioto e il trasferimento è di un paio d’ore. Il piano per recuperare le energie parte subito, l’obiettivo è quello di provare a vincere anche sulle colline della Valpolicella, nonostante il percorso sia più esigente e la fatica può farsi sentire. 

«L’anno scorso ho fatto secondo al Recioto (alle spalle di Nespoli, ndr) – dice ancora Lorenzo Finn – e cercherò di fare meglio. Oggi è stata dura, ma domani lo sarà ancora di più per quanto riguarda il dislivello, ma tutti hanno la stessa fatica nelle gambe».

Lorenzo Finn, Giro del Belvedere 2026, maglia iridata
Lorenzo Finn al mattino davanti ai microfoni faceva trasparire tutta la sicurezza nei propri mezzi
Lorenzo Finn, Giro del Belvedere 2026, maglia iridata
Lorenzo Finn al mattino davanti ai microfoni faceva trasparire tutta la sicurezza nei propri mezzi

Lo sguardo dall’ammiraglia

Cesare Benedetti si avvicina a Lorenzo Finn, una volta finite le domande e gli chiede com’è andata. I due parlano a bassa voce, ma trapela la giusta soddisfazione per aver fatto quello che tutti si aspettavano ma che non è mai facile mettere in atto: vincere. 

«Lorenzo (Finn, ndr) sta sempre meglio – spiega Benedetti – è uscito in crescendo dalla Coppi e Bartali. Conosceva il percorso del Belvedere e sapeva come gestire tutti gli aspetti della gara. Ne abbiamo parlato insieme, lui ha scelto il punto in cui attaccare, mentre per quanto mi riguarda sarei rimasto più “conservativo”. Lorenzo era convinto della condizione, sentiva di essere in crescendo e ha avuto ragione».

Giro delle Fiandre 2026, Anversa, grote Markt, pubblico, tifosi, colore, foglio firma, partenza

EDITORIALE / Il Fiandre oscurato nel giorno di Pasqua

06.04.2026
4 min
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La RAI al Fiandre non c’era, così per seguirne la diretta alcuni si sono attaccati a un sito di streaming, mentre altri si sono spostati su Discovery Plus, seguendo la cronaca di Eurosport. E mentre noi di bici.PRO già pregustavamo i pezzi e i contenuti social che a breve avremmo ricevuto da lassù, altri hanno scritto e incollato quello che hanno visto nello schermo, in un racconto freddino che un Fiandre così bello proprio non meritava. Ci si lamenta degli appena 5 azzurri nell’ordine di arrivo, ma nella sala stampa di Oudenaarde i giornalisti italiani erano anche meno.

Pogacar, Van der Poel, Van Aert, Evenepoel, Pedersen: è stato un Fiandre di stelle
Pogacar, Van der Poel, Van Aert, Evenepoel, Pedersen: è stato un Fiandre di stelle
Pogacar, Van der Poel, Van Aert, Evenepoel, Pedersen: è stato un Fiandre di stelle
Pogacar, Van der Poel, Van Aert, Evenepoel, Pedersen: è stato un Fiandre di stelle

I soldi pubblici

L’assenza della RAI fa più notizia delle altre. Si tende ad accostare le sue trasmissioni a qualcosa di gratuito, anche se per vederle sborsiamo ogni anno 90 euro. Grazie ai soldi che vengono prelevati direttamente dalla bolletta dell’elettricità, la televisione di stato copre circa il 65 per cento del suo fatturato, con entrate per circa 1,8 miliardi ogni anno. Per acquistare i diritti in chiaro del Fiandre tuttavia, non si sono trovate le risorse: la corsa vinta ieri da Pogacar è infatti la sola Monumento del 2026 a non essere trasmessa in chiaro in Italia.

Dopo le parole imbarazzanti del direttore di Rai Sport nella cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali, quelle del presidente della FIGC in seguito all’eliminazione dell’Italia dai mondiali di calcio sono state la conferma della mentalità di un sistema che gestisce le risorse a senso unico e a spese degli altri. La RAI non avrebbe mai rinunciato a una partita di calcio in cui fossero presenti così tante stelle internazionali, mentre ha ritenuto di poterlo fare a spese del ciclismo. Ma se quelli sono soldi pubblici, è corretto che grandi eventi come il Giro delle Fiandre vengano oscurati con tale facilità? E perché non si è udita una sola parola da parte del presidente della FCI e quello della Lega Ciclismo?

Gabriele Gravina ha dato le dimissioni dalla presidenza della FIGC dopo l'ennesimo flop della nazionale di calcio (immagine FIGC)
Gabriele Gravina ha dato le dimissioni dalla presidenza della FIGC dopo l’ennesimo flop della nazionale di calcio (immagine FIGC)
Gabriele Gravina ha dato le dimissioni dalla presidenza della FIGC dopo l'ennesimo flop della nazionale di calcio (immagine FIGC)
Gabriele Gravina ha dato le dimissioni dalla presidenza della FIGC dopo l’ennesimo flop della nazionale di calcio (immagine FIGC)

Il sistema si indebolisce

Potremmo gonfiare il petto e dire che noi al Fiandre c’eravamo, ma abbiamo capito da tempo che se il sistema si indebolisce, alla fine siamo tutti più vulnerabili. Ed è questo che rende preoccupante la situazione dello sport italiano, aggrappato al calcio come un naufrago al barcone rovesciato. Certo è pretenzioso attendersi che in questo tempo così tragico il Governo metta mano a certe questioni ed è proprio su questa rassegnazione che fanno affidamento coloro che sono abituati a vivere nel privilegio senza rendersi conto della realtà.

«Forse i politici italiani – ha detto giorni fa il presidente della UEFA Ceferin – dovrebbero chiedersi perché avete una delle peggiori infrastrutture calcistiche d’Europa». Ma i politici italiani hanno una vaga idea delle infrastrutture del ciclismo e di altri sport che devono adeguarsi a strade su cui si muore, piste che non esistono e palestre scolastiche vecchie e inadeguate? Il compito dei politici che di recente si sono affacciati al ciclismo potrebbe essere forse quello di cercare una misura comune perché lo sport in Italia abbia il valore previsto dalla Costituzione e non sia un club per pochi?

Si è parlato di circa 500 mila tifosi lungo il percorso del Fiandre: la RAI non ha colto la portata dell'evento?
Si è parlato di circa 500 mila tifosi lungo il percorso del Fiandre: la RAI non ha colto la portata dell’evento?
Si è parlato di circa 500 mila tifosi lungo il percorso del Fiandre: la RAI non ha colto la portata dell'evento?
Si è parlato di circa 500 mila tifosi lungo il percorso del Fiandre: la RAI non ha colto la portata dell’evento?

Una Pasqua diversa

La Pasqua 2026 se ne è andata con Pogacar vincitore del Fiandre e Van der Poel che in pochi mesi si è ritrovato nei panni in cui pensava di aver costretto Van Aert. La Roubaix avrà probabilmente uno sviluppo diverso per l’assenza di salite, ma vedendo tutte quelle persone assiepate lungo i viottoli del Nord, per qualche istante la mente è andata alla Pasqua di chi in questo momento vive sotto le bombe e la protervia degli altri.

Se come dice questo Papa un po’ spuntato – «La pace si persegue con il dialogo, non con la forza. No all’indifferenza e alla rassegnazione» – alla partenza della corsa si sarebbe potuto spendere un minuto di silenzio per i bambini ammazzati, i naufraghi delle ultime ore e le persone che non hanno più una casa e una vita. Sarebbe stato bello vivere la nostra Pasqua ricordando anche loro e non fingere che vada tutto bene. A modo nostro, andando avanti parlando solo di sport e dei fatti nostri, rischiamo di somigliare a coloro contro cui puntiamo il dito.

Remco Evenepoel, Fiandre 2026

La prima di Remco su muri e pavé? Promosso alla grande

06.04.2026
5 min
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OUDENAARDE (Belgio) – «Finire terzo alla mia prima partecipazione non è affatto male. Non posso che essere orgoglioso». Remco Evenepoel entra subito nel cuore della questione. Il suo podio alla prima partecipazione al Giro delle Fiandre è probabilmente la vera notizia della giornata, perché che gli altri due andassero forte si sapeva.

L’asso della  Red Bull-Bora era sorridente e questa non è una cosa che capita spesso a chi, come lui, è abituato al numero uno. A vincere. Lo abbiamo visto anche al recente Volta a Catalunya quanto fosse nervoso quando non riusciva a fare ciò che voleva.

L'unico neo del suo primo Fiandre, a detta di Remco stesso, è stato non aver superato prima Pedersen sul Kwaremont
L’unico neo del suo primo Fiandre, a detta di Remco stesso, è stato non aver superato prima Pedersen sul Kwaremont
L'unico neo del suo primo Fiandre, a detta di Remco stesso, è stato non aver superato prima Pedersen sul Kwaremont
L’unico neo del suo primo Fiandre, a detta di Remco stesso, è stato non aver superato prima Pedersen sul Kwaremont

Punto di partenza

Il Giro delle Fiandre è una corsa per pochi. Servono le gambe, ma serve anche saper limare, stare davanti… E’ una “guerra di posizione”. E’ guida sul pavé. Noi restiamo stupiti, ma anche se in bici ci è salito tardi, Evenepoel è e resta pur sempre un belga e certi feeling riesce a trovarli prima di altri.

L’unica recriminazione del campione olimpico riguarda proprio una posizione in un momento chiave. «Il mio unico errore – ha detto Remco – è stato non aver superato prima Mads Pedersen sull’Oude Kwaremont. Pensavo che stesse per chiudere su chi era davanti… ma non è stato così e questo mi ha costretto a rincorrere per qualche minuto.

«Però per il resto è stato importante essere presente nei momenti chiave. Avevamo tre punti molto importanti: Eikenberg, Molenberg, Berg Ten Houte. Volevamo assolutamente essere tra i primi dieci e ci siamo riusciti. Poi tenere duro è stato estenuante. Quando tirava Van der Poel recuperavo un po’, magari se fossi rientrato sarebbero cambiate le cose. Mentre quando tirava Pogacar perdevo. Ho capito che non sarei più rientrato su di loro prima dello Steenbeekdries. Lì hanno guadagnato altri secondi ed è stata la fine per me».

E proprio perché sul pavé Evenepoel è parso a suo agio, c’è già chi lo aspetta alla Parigi-Roubaix.
«Quest’anno no, ma in futuro chissà. Vediamo, ne dobbiamo parlare. Una cosa è certa: Van der Poel e Pogacar sono stati più forti e sono arrivato al posto che meritavo. Però tornerò. Mi è piaciuto moltissimo e non so quanta gente urlasse il mio nome a bordo strada».

Zak Dempster è a capo dei tecnici della Red Bull-Bora
Zak Dempster è a capo dei tecnici della Red Bull-Bora. Lo abbiamo incontrato dopo la corsa
Zak Dempster è a capo dei tecnici della Red Bull-Bora
Zak Dempster è a capo dei tecnici della Red Bull-Bora. Lo abbiamo incontrato dopo la corsa

Parla Dempster

A questo punto ci siamo rivolti anche al team stesso di Remco. Zack Dempster, a capo dello staff tecnico della Red Bull-Bora, era alquanto soddisfatto del suo atleta.

«Sì – dice Dempster – lo sono decisamente. Credo che non si possa discutere il fatto che Tadej e Mathieu siano stati più forti, ma penso che Remco abbia fatto una corsa molto coraggiosa. Possiamo essere tutti molto orgogliosi di lui. E lui stesso può esserlo. Se ci aspettavamo questa prestazione? Sì, insomma, se la corsa fosse andata nel verso giusto. Il fatto che sia esplosa presto, che dopo pochi muri siano rimasti in pochi, è stato un vantaggio per lui».

Quest’ultima frase ce l’aveva detta poco prima del via Matteo Trentin. Tra l’altro Trentin, ieri cadendo, si è fratturato una clavicola ed è stato anche operato. Ma torniamo a Dempster: «Alla fine quella di Remco è stata una prova di grande coraggio, come dicevo. Gli è arrivato vicinissimo dopo il Koppenberg, quindi sarebbe stato fantastico se fosse riuscito a chiudere. Ma credo che alla fine l’ordine del podio sia stato quello corretto per come si è svolta la gara».

Questa presenza di Remco Evenepoel al Giro delle Fiandre suscitava grande curiosità... E non solo tra i connazionali. E’ uno dei beniamini di casa che si schiera al via della corsa più importante del Belgio, e anche per questo l’ha suscitata anche tra i più tecnici.

Si voleva capire se il campione olimpico fosse pronto per queste classiche. Che nelle corse di un giorno sia formidabile lo sappiamo. Anzi, forse va più forte in queste che nei Grandi Giri, ma per certe gare il discorso è diverso. Come detto, non si tratta solo di gambe. E questa curiosità si celava anche in Remco stesso, come racconta Dempster.

«Ieri sera, più che teso, Remco era come un bambino che aspetta le uova di Pasqua. Era super eccitato, come tutti i ragazzi e tutta la squadra. E’ stato davvero emozionante vederlo arrivare. Credo che questa parte del team, il gruppo delle classiche, sia un esempio per tutti su come vogliamo mostrare il nostro stile di corsa. Siamo entusiasti. Quando vedi quattro corridori nei primi quindici, significa che siamo sulla strada giusta».

Per Remco una grande squadra a supporto, a partire da Gianni Vermeersch
Per Remco una grande squadra a supporto, a partire da Gianni Vermeersch
Per Remco una grande squadra a supporto, a partire da Gianni Vermeersch
Per Remco una grande squadra a supporto, a partire da Gianni Vermeersch

Questione (anche) di squadra

La squadra conta sempre, ma in certe gare ancora di più. Chiacchierando con tecnici e corridori, era emerso come la Red Bull-Bora avesse uno squadrone. I due Van Dijke, Gianni Vermeersch… Ed è proprio quest’ultimo, rivela Dempster, l’uomo che è stato più vicino a Remco in questa sfida.

«Penso ad esempio a Vermeersch – spiega Dempster – che credo sia uno dei corridori più sottovalutati in queste gare. Oggi è arrivato decimo ed è stato solidissimo, come alla Strade Bianche. Gianni Vermeersch non è il corridore con il “motore” più grande, ma è estremamente intelligente nel modo in cui si muove. Ed è proprio questo che devi trasmettere ai grandi campioni. Remco ha un potenziale e un motore enormi, ma più impara a correre con intelligenza, più potrà ottenere grandi traguardi. Avere al fianco un corridore come Gianni è stato fondamentale. Per non parlare di Jan Tratnik e della nuova generazione come i Van Dijke, Tim e Mick».

Prima di chiudere, proviamo a fare un passo indietro con Dempster per capire quando è stato deciso di correre il Fiandre. Lo stesso Remco ha parlato di aver “depistato” la stampa, rispetto a quanto dichiarato a dicembre a Maiorca. Questa partecipazione era nei programmi già da un po’. Così, partendo dalla sua buona guida sul pavé, abbiamo chiesto a Dempster da quanto tempo Remco avesse fatto la ricognizione.

«Non dimentichiamo – conclude Dempster – che Remco è di queste zone. Percorreva queste colline per andare agli allenamenti di calcio. Penso al Bosberg per esempio. E’ cresciuto su queste strade. Durante la pandemia si allenava comunque qui. Ha fatto una ricognizione prima di Capodanno, su cui ha realizzato anche un video dicendo di essere pronto. E giovedì abbiamo rivisto le parti più importanti, anche se pioveva. È stata una fortuna che il meteo sia migliorato, anche questo è servito per la sua prestazione».

Demi Vollering, Fiandre Women 2026

Vollering e così sia! Si prende il Fiandre con un assolo magistrale

05.04.2026
5 min
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OUDENAARDE (Belgio) – Indica la testa Demi Vollering, come se vincere un Giro delle Fiandre Women non fosse anche una questione di gambe. E oggi lei di gambe ne aveva davvero tante. Quasi troppe. Ma Demi è così: o tutto, tutto. O niente, niente.

La gara femminile scivola via secondo il copione più classico, con una fuga che parte abbastanza presto e nella quale c’è anche un bel po’ d’Italia, merito di Letizia Borghesi. E questa forse è la notizia più bella della giornata per i colori italiani.

Meteo variabile. Le ragazze si sono date battaglia sin da subito stabilendo tra l'altro la media più alta di sempre seppur di poco: 38,369 km/h
Le ragazze si sono date battaglia sin da subito stabilendo, seppur di poco, la media più alta di sempre: 38,369 km/h
Le ragazze si sono date battaglia sin da subito stabilendo, seppur di poco, la media più alta di sempre: 38,369 km/h

Determinazione Vollering

Dopo aver lasciato Anversa per la partenza degli uomini, ci siamo spostati a Oudenaarde, dove invece prendevano il via le donne. E guarda caso la prima atleta che abbiamo visto sfilare verso il foglio firma è stata proprio Demi Vollering. La campionessa europea non è mai particolarmente sorridente, a dire il vero, ma oggi appariva più cupa che mai.

Forse era solo iper concentrata, determinata. E con una voglia enorme di tornare a ruggire nelle corse più importanti, come qualche stagione fa. E soprattutto di farlo anche sulle pietre, quelle che contano di più.

Alla fine ci è riuscita. Ha corso “alla Pogacar”, tanto per fare un paragone, ma lei, rispetto allo sloveno, oggi è stata ancora più devastante.

«E’ andata diversamente da come ci aspettavamo – ha detto Vollering subito dopo il traguardo – sono davvero felice e molto orgogliosa di tutte le ragazze della squadra. Tutte si sono impegnate al massimo e sono grata a ognuna di loro».

Piccola riflessione: le sue parole sono state quasi un copia-incolla di quelle pronunciate proprio da Pogacar un’oretta prima.

Finale pancia a terra

Secondo copione per certi aspetti, ma molto più movimentata per altri, è stata questa corsa femminile, visto che diverse protagoniste attese sono finite a terra. Tra queste una delle super favorite, Marlen Reusser, ma anche a Kim Le Court e Lorena Wiebes, cadute nelle prime fasi di gara e acciaccate nel finale.

La capitana della FDJ-Suez ha sferrato il suo attacco sull’Oude Kwaremont. «Sapevo che il Kwaremont mi si addiceva di più, perché era la salita più lunga. Ho dato il massimo nella prima parte, pensando: ora spingo più forte che posso fino alla fine e poi vediamo. Quando mi sono voltata ho capito di essere da sola. Da lì in poi ho sofferto moltissimo… ma ce l’ho fatta».

Tattica ideale per una scalatrice come lei, per chi ama salite più lunghe che richiedono sforzi prolungati.

Però la vittoria non era ancora in cassaforte. Vollering non aveva un vantaggio enorme, tuttavia si vedeva che aveva studiato il percorso alla perfezione. Nella breve discesa dal Paterberg ha pennellato le curve e sfruttato ogni millimetro di strada.

«Ho spinto forte fino alla fine. Avevo un po’ paura del tratto pianeggiante con tutto quel vento. Solo negli ultimi due chilometri, quando l’ammiraglia era dietro di me e ho visto Lars Boom (il suo direttore sportivo, ndr), ho capito che il distacco era buono e che potevo farcela. Ho lavorato per questo, inseguivo un sogno».

Dietro, Elisa Longo Borghini e Silvia Persico cercavano di chiudere su Pauline Ferrand-Prévot e Puck Pieterse per provare ad agganciare il podio con la loro compagna Karlijn Swinkels. Ma Backstedt e Kopecky hanno poi avuto la meglio.

Silvia Persico ed Elisa Longo Borghi stremate all'arrivo. Alla fine chiuso rispettivamente al settimo e ottavo posto
Silvia Persico ed Elisa Longo Borghini stremate all’arrivo. Hanno chiuso rispettivamente al settimo e ottavo posto
Silvia Persico ed Elisa Longo Borghi stremate all'arrivo. Alla fine chiuso rispettivamente al settimo e ottavo posto
Silvia Persico ed Elisa Longo Borghini stremate all’arrivo. Hanno chiuso rispettivamente al settimo e ottavo posto

Persico e Longo, che leonesse

Tuttavia, tornando ai colori italiani, non è tutto da buttare. Le due atlete della UAE Adq hanno dato tutto. Silvia Persico ed Elisa Longo Borghini hanno lottato come due leonesse, ma non è arrivato il piazzamento sul podio.

«Purtroppo non è andata come speravamo, però abbiamo dato il massimo – ha detto Persico dopo l’arrivo – Elisa arrivava da due settimane non semplici, quindi va bene così e guardiamo alle prossime gare. Io alla fine non stavo male ed essere riuscita a dare tutto mi fa piacere». Ricordiamo che proprio a causa di un malanno stagionale, Longo Borghini aveva dovuto saltare la Sanremo, non certo l’avvicinamento migliore per una gara esigente come il Fiandre.

Mentre parla in zona mista, Silvia viene distratta da un monitor alle nostre spalle. «Stavo guardando il distacco da Demi. Si vedeva che pedalava bene. Tra l’altro le FDJ hanno corso molto bene: onore a loro».

Abbiamo dato tutto, ha detto Persico. Ed è inconfutabile. Mentre parliamo con lei, alle sue spalle passa proprio Elisa Longo Borghini. La campionessa italiana per un attimo si appoggia agli striscioni degli sponsor: è piegata in due e tossisce fortissimo. A quel punto con la stessa Persico ci guardiamo. Basta un cenno, un’intesa: «Ora vado con lei, credo abbia bisogno di aiuto», ci dice Silvia.

Si chiude così questo Giro delle Fiandre, con l’immagine delle due italiane che si allontanano insieme, mentre in sottofondo la voce dello speaker richiama a gran voce Demi Vollering, oggi davvero la numero uno. La speranza è che questo “sforzone” possa tornare utile per la Roubaix.

Tadej Pogacar, Giro Fiandre 2026

VdP prova a resistere, ma Pogacar se ne va e fa tris al Fiandre

05.04.2026
7 min
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OUDENAARDE (Belgio) – L’avversario più grande poteva essere il vento, ma forse si è trasformato nel suo miglior alleato. Insomma, a quanto pare questo Tadej Pogacar sembra proprio imbattibile. Lo sloveno conquista il terzo Giro delle Fiandre e lo fa alla sua maniera: staccando tutti e correndo senza paura.

Completano il podio l’eterno rivale Mathieu van der Poel, che ha accettato la sconfitta con una serenità e una consapevolezza clamorose. E il sorprendente, o meglio, quasi sorprendente debuttante Remco Evenepoel. Mentre è buio pesto per gli italiani. Per scovare il primo bisogna scorrere la classifica fino alla casella numero 24: Alberto Bettiol ad oltre sei minuti e mezzo da Pogacar.

Vento alleato?

Il film della corsa è molto semplice: la fuga iniziale, la rimonta dei grandi quando la UAE Emirates decide di accendere la miccia e quindi gli scatti finali di Pogacar, che man mano hanno demolito tutti gli avversari. Tuttavia, questo vento che preoccupava molti lasciava quasi il sorriso sotto i baffi al direttore sportivo della UAE, Fabio Baldato, il quale aveva spiegato che alla fine era esattamente quello che si aspettavano.

«Spira intorno ai 25-30 chilometri all’ora – spiegava il diesse – forse 4-5 chilometri orari più forte del previsto, ma siamo lì». E poi aveva aggiunto: «Ma è in faccia…». Come dire: se la corsa diventa più dura, tanto meglio per noi, visto che abbiamo il più forte.

Era poi un vento freddo. Basti pensare che un esperto del Nord come Matteo Trentin, questa mattina, tremava. «Che numero di Fiandre è per te, Matteo?», gli avevamo chiesto. E lui: «E’ il mio Fiandre “numero troppo”! Scherzi a parte, sono al quattordicesimo. Bisognerà iniziare a pensare di fare qualcos’altro! Piuttosto, ma quando si parte? Fa un freddo cane». Anche oggi Trentin è stato uno dei migliori italiani: è rimasto davanti il più possibile. Poi è stato costretto al ritiro per una caduta ed è finito in ospedale.

Pogacar, Fiandre 2026
Una foto che parla da sola. L’Oude Kwaremont, i campioni, il pubblico…
Pogacar, Fiandre 2026
Una foto che parla da sola. L’Oude Kwaremont, i campioni, il pubblico…

UAE Emirates perfetta

La corsa va avanti. Sono gli uomini del campione del mondo a tenere tutto sotto controllo. Al passaggio a Oudenaarde erano tutti in fila e Pogacar pedalava a bocca chiusa alla loro ruota. Sembrava un direttore d’orchestra, con Nils Politt e compagni nei panni dei musicisti. La forza di un gruppo passa anche da questa consapevolezza.

Arriva la sequenza più attesa: il secondo Oude Kwaremont, il Paterberg e il Koppenberg. Pogacar accelera. Come sempre gli resiste solo Van der Poel, anche se va detto che Evenepoel ha venduto carissima la pelle. All’ultimo passaggio sull’Oude Kwaremont, Tadej inizia a sgasare prima del pavé. Questo ragazzo usa sempre la testa, anche se è il più forte. E’ più leggero di Van der Poel e la fisica gli rema contro sulle pietre: meglio non lasciare nulla al caso. Meglio far arrivare l’olandese sul pavé con un pizzico di fiatone in più.

E infatti Pogacar s’invola. Fiandre finito ed ennesima Monumento in tasca. Tuttavia non è sembrato devastante come sempre: il ghigno della foto di apertura lo dimostra. Era affaticato. Ci ha colpito un’immagine: a 8,4 chilometri dall’arrivo ha messo una mano in tasca cercando ancora un gel. Dunque era davvero al limite, con le energie quasi a lumicino. E sarà un caso, ma dopo quel gel ha ripreso ad aumentare il vantaggio. In fin dei conti, nella sequenza Kwaremont-Paterberg Van der Poel si era sì staccato, ma non era naufragato.

Felice ma stanco

«E’ stato difficile come ogni gara – ha detto Pogacar all’arrivo – ma sono molto contento di come sia andata e di come abbiamo corso come squadra. Tutti i miei compagni sono stati molto attenti, hanno lasciato tutto sulla strada ed è questo che rende questo Fiandre speciale per me. E’ una corsa speciale. Il Kwaremont è qualcosa di unico: non solo perché è lo sforzo più lungo, ma perché c’è tantissima gente. Lo affronti tre volte ed è come essere in uno stadio».

Lo sloveno ha parlato anche della collaborazione con Van der Poel, sempre più rivale ma anche sempre più rispettato. «Con Mathieu non abbiamo parlato molto, però abbiamo provato a lavorare insieme fino alla fine. Abbiamo cercato di capire quante persone ci fossero dietro di noi e quanto fosse distante Remco, bravissimo per essere al debutto. Sul Paterberg, alla fine, il vento ci ha aiutato».

Infine, qualcuno gli ha chiesto perché si sia tolto i guantini poco prima dell’affondo finale: «Nessun motivo particolare, semplicemente mi piace andare senza guanti. E’ importante anche ai fini della velocità e mi piace la sensazione di avere le mani libere. Se tornerò il prossimo anno? Vedremo. Intanto pensiamo alla Parigi-Roubaix. Mi sento pronto, la motivazione è alta e immagino che la corsa sarà sulle mie spalle».

L’arrivo trionfante di Pogacar. Per lo sloveno è il terzo Fiandre e il 12° Monumento
L'arrivo trionfante di Pogacar. Per lo sloveno è il terzo Fiandre e l'11° Monumento
L’arrivo trionfante di Pogacar. Per lo sloveno è il terzo Fiandre e il 12° Monumento

VdP, resa da campione

L’olandese era a pochi secondi. Questo è stato fatto notare anche a Pogacar, che si è congratulato con lui. Il vero distacco è arrivato negli ultimi 10 chilometri di pianura dopo il Paterberg. E la riprova è che anche un cronoman come Evenepoel, terzo, ha pagato in quel segmento.

«Sono andato bene – ha commentato Van der Poel – ma ho perso un po’ alla fine. La gara è stata dura: Nils Politt e Florian Vermeersch (compagni di Pogacar, ndr) hanno fatto un lavoro enorme e hanno fatto esplodere la corsa sul Molenberg. Questo è sempre un muro cruciale, ma non mi aspettavo che la gara si decidesse proprio lì. Piuttosto ho commesso un errore al secondo passaggio sul Kwaremont: ero davanti, ma mi sono bloccato sul lato sinistro. Ho dovuto sganciare il pedale per un istante e ripartire. Ho perso posizioni e sono stato costretto a risalire, spendendo molte energie. Avrei dovuto essere davanti con Tadej».

Poi aggiunge: «Mi piace che i corridori più forti siano sempre presenti e combattano tra loro. E oggi si è visto un grande spettacolo».

Anche con l’olandese, in qualche modo, si guarda già alla Roubaix. In un ciclismo, ma forse sarebbe meglio dire in un mondo, che corre veloce, c’è subito l’esigenza di voltare pagina.

«Che Pogacar mi aspetto alla Roubaix? Molto forte, può fare meglio dell’anno scorso. Nel 2025 ha commesso solo un piccolo errore in un settore di pavé. Tutti sappiamo che può vincere ovunque. E’ un corridore fenomenale. Penso sia migliorato ancora in generale. Io, invece, ho fatto una delle mie migliori prestazioni di sempre».

77° Trofeo Piva, Riccardo Lorello (foto Pederiva)

Trofeo Piva a Lorello: riscatto per sé e per la Padovani

05.04.2026
5 min
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COL SAN MARTINO (TV) – Riccardo Lorello si siede a bordo strada e non ci crede, ma l’azione con la quale si è tolto di ruota Tommaso Bambagioni e Leander De Gent gli è valsa la prima vittoria internazionale della sua carriera. Un successo che rappresenta anche una bella soddisfazione per la S.C. Padovani Polo Cherry Bank, che dopo più di cinquant’anni torna a vincere al Trofeo Piva (in apertura foto Pederiva). Una corsa che si è decisa sul Muro di San Vigilio, quando le gambe fanno male davvero. Su quelle pendenze che lasciano spazio solamente alla fatica, con le mani alla ricerca della leva del cambio, per alleggerire la pedalata. 

«Oggi è stato qualcosa di veramente magico – racconta Lorello con la voce rotta dall’emozione – perché mi sentivo davvero bene, mi sembrava di volare. Sul passaggio finale al Muro di San Vigilio l’unica cosa che potevo fare era spingere, perché chi avrebbe mollato per ultimo avrebbe vinto, e così è stato».

Finalmente la vittoria

Non ci crede, ma Lorello ha vinto il Trofeo Piva, a capo di una gara davvero movimentata nonostante il gruppo sia stato tranquillo per gran parte della giornata. A un certo punto si sono avvantaggiati una ventina di corridori, usciti dal gruppo principale, tra loro c’era anche il portacolori della S.C. Padovani. Al suo primo anno in una formazione continental, dopo le due stagioni al Team Hopplà, Riccardo Lorello sembra aver trovato la chiave per andare forte e prendersi finalmente le sue soddisfazioni. 

«Cosa provo in questo momento? Diciamo che non me lo aspettavo di poter vincere una corsa così importante», racconta ancora ai piedi del podio. «Sono venuto alla Padovani per fare un salto di qualità, era da inizio stagione che provavo a mettere la testa fuori. Alla Settimana Coppi e Bartali, la scorsa settimana, proprio qui vicino, a Valdobbiadene, ho fatto un terzo posto che mi ha dato fiducia». 

Dopo l’arrivo l’abbraccio di Riccardo Lorello con papà Antonino, venuto dalla Germania per seguirlo (foto Bolgan)
Dopo l’arrivo l’abbraccio di Riccardo Lorello con papà Antonino, venuto dalla Germania per seguirlo (foto Bolgan)

Papà Antonino

Mentre ancora cercava di recuperare il ritmo giusto tra fiato e cuore, seduto a bordo strada, Lorello ha visto una persona dall’altra parte della strada. Si è alzato e gli è andato incontro ad abbracciarlo, in una commozione generale

«Quest’anno ci sto mettendo tutto l’impegno possibile – dice il vincitore – come tutte le persone che ho intorno e che mi seguono. Tra tutti c’è mio padre Antonino (è lui che ha abbracciato dopo l’arrivo, ndr), che fa il geometra e vive in Germania, ed oggi è venuto fino a qui per vedermi. Il grazie va a lui che mi ha permesso di poter correre e inseguire il mio sogno. E’ il mio primo fan, ma è anche il mio idolo e la mia ispirazione.

«Tante persone fino ad adesso non hanno creduto in me – racconta Lorello – perché pensavano non avessi ottenuto i risultati che si aspettavano. Oggi ho risposto con questa vittoria». 

Ripartire da zero

Riccardo Lorello racconta di aver avuto la miocardite alla fine della scorsa stagione, e di essersi fermato per riuscire a curarla al meglio. 

«Sono stato fermo tre mesi – spiega – e a dicembre ho iniziato a pedalare tranquillo. Tutto lo staff mi ha seguito, giorno dopo giorno, così come tutta la mia famiglia che non mi ha mai lasciato solo. Piano piano da gennaio sentivo che la condizione stesse migliorando». 

«La Padovani mi ha dato tanto – continua Lorello – Petacchi mi chiamava tutti i giorni per sapere come stessi e motivarmi. Non potevo che ringraziarli facendo il massimo e lavorando sodo. In questi giorni sentivo di stare bene e non posso fare altro che ringraziare la mia famiglia che fin da piccolo mi ha aiutato a crederci sempre, la mia ragazza e chi da casa mi incita a dare il massimo. Ho pensato solamente a loro oggi». 

77° Trofeo Piva (foto Pederiva)
Come sempre le Colline del Valdobbiadene Prosecco DOCG hanno offerto uno spettacolo unico (foto Pederiva)
77° Trofeo Piva (foto Pederiva)
Come sempre le Colline del Valdobbiadene Prosecco DOCG hanno offerto uno spettacolo unico (foto Pederiva)

Le parole di Lampugnani

Sul podio Franco Lampugnani e Biagio Conte abbracciano e si godono il gradino più alto, strapazzando Lorello che scalpita per scendere e andare finalmente a festeggiare. 

«E’ un’emozione grandissima – ci dice Lampugnani – non avremmo mai pensato di fare un risultato del genere in una gara di questa importanza. Penso che Lorello si sia ritagliato un bel futuro grazie a questa vittoria. Lorello arrivava da un team di club e noi abbiamo voluto dargli la possibilità di entrare in una continental, seppur giovane, per cercare di fare il salto di qualità. Ha vinto tanto negli anni passati, ma questa vale tantissimo. E’ un ragazzo serio, una macchina da gara, sempre concentrato e pronto. Ha delle ottime qualità e penso possa fare il salto nel professionismo».

La Coppi e Bartali di Schmid, diventato uno specialista

La Coppi e Bartali di Schmid, diventato uno specialista

05.04.2026
5 min
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La Settimana Coppi e Bartali alla fine ha premiato Mauro Schmid, uscito vincitore da una sfida molto accesa con Axel Laurance, il giovane francese della Ineos, superato grazie agli abbuoni dell’ultima tappa. Per l’elvetico della Jayco AlUla non è stata una sorpresa, aveva già vinto nel 2023 e ci teneva a ripetersi in una corsa che gli ha sempre portato fortuna, aggiungendo al suo bottino anche la tappa vinta nel 2022.

Il podio conclusivo dell'edizione 2026 con Schmid 1° per 2" su Laurance, terzo Hatherly suo compagno di team
Il podio conclusivo dell’edizione 2026 con Schmid 1° per 2″ su Laurance, terzo Hatherly suo compagno di team
Il podio conclusivo dell'edizione 2026 con Schmid 1° per 2" su Laurance, terzo Hatherly suo compagno di team
Il podio conclusivo dell’edizione 2026 con Schmid 1° per 2″ su Laurance, terzo Hatherly suo compagno di team

Due secondi fra Schmid e Laurence

Pur parlando di una corsa classe 2.1, la prova disegnata lungo tutto l’arco alpino tra Piemonte e Friuli gli ha dato molti segnali e indicazioni alle quali teneva, che arricchiscono la gioia della vittoria soprattutto nell’avvicinamento al periodo delle classiche.

«E’ stata una gara – racconta al telefono mentre è in viaggio verso l’Olanda, dove ieri ha conquistato il secondo posto nella NXT Classic – che mi lascia sempre bellissimi ricordi. Ovviamente anche il fatto che partissi da favorito mi ha messo un po’ di pressione. Ed è ancora più speciale il fatto di essere riuscito a vincere proprio alla fine, giocandomi tutto all’ultimo metro contro Axel, avversario davvero fortissimo».

Era la tua terza corsa a tappe dell’anno, dopo la piazza d’onore al Santos Tour Down Under e il 4° posto al Tour of Oman. Rispetto alle altre due pensi che le tue prestazioni siano state superiori?

Penso di essere riuscito a mantenere un livello davvero alto. Ho avuto un’ottima partenza di stagione in Australia e anche al Tour of Oman avrei potuto fare almeno altrettanto, ma forse non era il percorso perfetto per me, perché l’ultimo giorno c’era una salita molto lunga e ripida, quindi forse un po’ troppo difficile. Normalmente, il percorso della Coppi e Bartali mi si addice maggiormente, per il profilo altimetrico.

Ultima tappa, sprint a due fra Laurance e Schmid. La spunta l'elvetico e la Settimana è sua
Ultima tappa, sprint a due fra Laurance e Schmid. La spunta l’elvetico e la Settimana è sua
Ultima tappa, sprint a due fra Laurance e Schmid. La spunta l'elvetico e la Settimana è sua
Ultima tappa, sprint a due fra Laurance e Schmid. La spunta l’elvetico e la Settimana è sua
Considerando i risultati non solo di quest’anno, le corse a tappe brevi sono le tue preferite, il tuo formato ideale?

Penso che sia qualcosa che mi piace molto fare, puntando alla classifica generale perché sono un corridore piuttosto versatile e posso cavarmela relativamente bene su molti terreni diversi, a condizione che non siano estremamente difficili o le salite non siano super impegnative perché ho comunque uno sprint abbastanza buono e posso guadagnare qualche secondo di vantaggio. Quindi sì, è qualcosa che mi piace molto fare.

Chi tra i tuoi rivali ti ha impressionato di più?

Axel mi ha veramente impressionato, penso che avessimo entrambi una pedalata davvero buona, e soprattutto in volata era fortissimo. A dir la verità pensavo che il percorso fosse più difficile, invece nelle prime quattro tappe è stato arduo fare davvero la differenza, perché le salite non erano molto lunghe e nemmeno abbastanza ripide. Anche il vento non mi ha aiutato molto. E’ stata una lotta davvero serrata.

Axel Laurance è stato un'autentica rivelazione, con due vittorie e il secondo posto finale
Axel Laurance è stato un’autentica rivelazione, con due vittorie e il secondo posto finale dietro Schmid
Axel Laurance è stato un'autentica rivelazione, con due vittorie e il secondo posto finale
Axel Laurance è stato un’autentica rivelazione, con due vittorie e il secondo posto finale dietro Schmid
Quale parte della corsa hai trovato più impegnativa, la partenza in Piemonte o l’arrivo in Friuli?

Credo che ogni tappa abbia avuto i suoi aspetti impegnativi. L’arrivo a Barolo è stato piuttosto insidioso, con la discesa e la salita precedente, bisognava essere sicuri di partire al momento giusto, anche con quel tipo di arrivo e quello sprint. Poi la prima tappa è stata anche molto importante.

Perché?

E’importante il modo in cui si inizia la corsa: partire bene con qualche secondo di vantaggio ti porta già molto avanti verso un buon risultato. Ma la tappa più impegnativa è stata sicuramente la quinta, quella decisiva con arrivo a Gemona. Aveva anche una discesa piuttosto tecnica, è stata la tappa più difficile anche fisicamente.

Quarto posto finale per Thomas Pesenti, primo degli italiani, a 50". La sua miglior prestazione da pro'
Quarto posto finale per Thomas Pesenti, primo degli italiani, a 50″ da Schmid. La sua miglior prestazione da pro’
Quarto posto finale per Thomas Pesenti, primo degli italiani, a 50". La sua miglior prestazione da pro'
Quarto posto finale per Thomas Pesenti, primo degli italiani, a 50″ da Schmid. La sua miglior prestazione da pro’
Hai vinto tappe in tutti i Grandi Giri. Pensi sia possibile per te competere per la classifica generale?

No, nei Grandi Giri al momento la classifica non è proprio un obiettivo. Dovrei cambiare il mio allenamento – ammette Schmid – e provare a diventare un buon scalatore anche nelle lunghe corse a tappe e in alta quota e sulle lunghe salite, ma perderei sicuramente quella grinta e quell’esplosività che al momento mi portano buoni risultati e vittorie.

Non vale la pena?

Per come strutturo il mio allenamento e per quelli che sono i miei punti di forza, penso che il rischio sarebbe troppo grande per cercare di diventare uno scalatore migliore e competere nelle corse a tappe più dure in classifica generale. Preferisco concentrarmi un po’ di più sulle corse a tappe settimanali e anche sulle dure corse di un giorno.

Due vittorie di tappa italiane per due Continental, con Filippo D'Aiuto (nella foto) e Tommaso Dati
Due vittorie di tappa italiane per due Continental, con Filippo D’Aiuto (nella foto) e Tommaso Dati
Due vittorie di tappa italiane per due Continental, con Filippo D'Aiuto (nella foto) e Tommaso Dati
Due vittorie di tappa italiane per due Continental, con Filippo D’Aiuto (nella foto) e Tommaso Dati
Ora ti aspettano le classiche del Nord. Quale pensi di poter affrontare al meglio?

Normalmente direi l’Amstel Gold Race, che mi piace molto. E’ anche estremamente impegnativa, perché si snoda su strade molto strette e bisogna essere in posizione giusta e molto concentrati per molto tempo. Ho sempre avuto buone sensazioni, l’anno scorso sono stato 15° rimanendo sempre nel vivo della corsa. Ora che ho fatto un altro passo avanti, posso ottenere un buon risultato. Neppure la Liegi sarebbe impossibile perché al momento sto andando benissimo in salita, quindi potrebbe fare al caso mio.

Questo è il tuo terzo anno con il Team Jayco. Rispetto agli anni precedenti, pensi che sia la squadra in cui ti esprimi al meglio?

Sì, soprattutto ora che sono un po’ più abituato alla squadra. Penso di aver già fatto grandi passi avanti l’anno scorso e mi accorgo di ricevere molto supporto e fiducia dal team. Sento di poter crescere ancora di più e correre, fondamentalmente, al massimo del mio potenziale.

Gli allievi della Monex al termine della gara vinta a Vignola (foto Stefano Ballandi)

Lo sviluppo della Monex e i messicani ispirati da Del Toro

05.04.2026
9 min
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VIGNOLA (MO) – Non sono più la nota di colore e internazionalità alle gare italiane a cui partecipano. Ormai la A.R. Monex Pro Cycling Team è una realtà affermata che vuole continuare a sbalordire sull’onda dell’effetto Del Toro, la superstar che hanno lanciato nell’Olimpo del ciclismo. Tutti gli atleti delle varie categorie della formazione messicana vedono nello scalatore della UAE Team Emirates XRG una vera fonte di ispirazione.

L’ultimo talento sfornato e mandato alle soglie del WorldTour è Josè Said Cisneros, classe 2007 passato quest’anno alla Soudal Quick-Step Devo Team mettendosi già in bella mostra. Con donne e uomini che vanno dagli allievi agli U23, la Monex ha creato una filiera con un programma ben strutturato che fa casa base praticamente da sempre nella Repubblica di San Marino.

Durante il Gran Premio Fioritura di Vignola – una delle classiche del panorama giovanile italiano – il team messicano era presente con donne juniores e allievi (in apertura foto Stefano Ballandi). Proprio con questa categoria (che all’estero chiamano U17), la Monex ha conquistato la sua prima vittoria assoluta in Europa. E questo piccolo grande evento è stato un assist per conoscere meglio alcuni loro interpreti.

Carlos Omar Valdovinos Borbon ha vinto a Vignola con una fuga solitaria. E' nato il 25 aprile 2010 (foto AR Procycling)
Carlos Omar Valdovinos Borbon ha vinto a Vignola con una fuga solitaria. E’ nato il 25 aprile 2010 (foto AR Procycling)
Carlos Omar Valdovinos Borbon ha vinto a Vignola con una fuga solitaria. E' nato il 25 aprile 2010 (foto AR Procycling)
Carlos Omar Valdovinos Borbon ha vinto a Vignola con una fuga solitaria. E’ nato il 25 aprile 2010 (foto AR Procycling)

Nel segno di Isaac

Il cerimoniale allestito dalla US Formiginese non lascia nulla al caso. Sul gradino più alto del podio della gara riservata agli allievi c’è Carlos Valdovinos Borbon e l’inno messicano si espande nitido dalle casse del deejay. Sul suo viso c’è un misto di felicità e incredulità, in quello del suo diesse Uriel Clara Esparza invece si legge commozione. A stento trattiene le lacrime quando raggiunge il suo ragazzo sul podio per ritirare il resto dei premi. La prima vittoria in Europa, sebbene sia una corsa di 50 chilometri, ha davvero un sapore speciale.

Per il giovane Carlos – nato il 25 aprile 2010 e che arriva da Monterrey, a nord del Paese a circa 150 chilometri dal Texas e da Laredo, dove è nato un altro talento contemporaneo come Paul Magnier – non sembra vero avere tutte quelle attenzioni. Ha vinto in solitaria attaccando appena dopo metà gara, arrivando con un ventina di secondi di vantaggio, protetto dai suoi compagni. Per un attimo si è sentito come Isaac Del Toro, idolo suo e di una intera nazione.

«Dico la verità – ci racconta Valdovinos – è la cosa più bella che abbia mai vissuto in vita mia. Questa vittoria rappresenta tutto per me, i miei sforzi e i sacrifici che ho pagato per lasciare il mio Paese e venire qua. Sono contento di aver vinto così presto in stagione perché sapevo che io e i miei compagni potevamo farlo, però è stata comunque una sorpresa.

«Per me e per l’intero movimento messicano – prosegue – Del Toro è la massima fonte d’ispirazione nel ciclismo. Non è solo la base fondamentale del ciclismo messicano, ma anche la forza trainante che ci porta ad esplorare e connetterci con l’Italia, una culla del ciclismo mondiale. Non c’è nulla che mi renda più felice del poter seguire il suo esempio e magari ripercorrere parte delle sue già gloriose orme».

Un ponte tra Messico, Italia e San Marino

Già più di vent’anni fa la allora federazione ciclistica messicana, sfruttando anche l’oro mondiale di Nancy Contreras in pista nella velocità, aveva tentato un progetto per i loro U23 portandoli nel parmense per farli crescere, ma tutto naufragò nell’arco di poco tempo senza produrre i frutti auspicati.

Ora le parole di un sedicenne come Valdovinos possono apparire come spirito di emulazione verso i più grandi campioni, ma in realtà per tutte le persone coinvolte nella Monex si tratta di qualcosa di più viscerale. Il loro è un programma che sta seguendo un determinato percorso come ci ha spiegato Alejandro Rodriguez, uno dei fondatori e attualmente team manager di tutta la società.

«Siamo molto appassionati di ciclismo da tanti anni – spiega – e abbiamo iniziato questo progetto nel 2015 con una squadra di Mtb. Dopodiché abbiamo trovato degli sponsor che erano appassionati di ciclismo su strada e nel 2021 siamo arrivati a San Marino con un certo Isaac Del Toro (dice sorridendo, ndr). Lui era uno dei tanti ragazzi che hanno iniziato a fare attività giovanile tra gli juniores. Il Messico è un Paese di 134 milioni di abitanti e piano piano abbiamo capito che potevamo avere qualcuno che sapesse gestire la nostra squadra all’interno del ciclismo italiano.

«Stiamo sviluppando – continua Rodriguez – il nostro programma con ragazzi e le rispettive famiglie che amano il ciclismo. Chiaramente il peso specifico che ora riveste Del Toro all’interno del ciclismo mondiale e in generale sta facendo la differenza per noi. Lui è diventato un eroe e tutti i nostri atleti vogliono diventare come lui. A noi questa cosa piace tanto e naturalmente siamo molto orgogliosi dei nostri ragazzi. Siamo molto felici di essere dentro al ciclismo italiano».

Investimenti e scuola

Il primo nome della squadra era “A.R. Elite” dove A ed R stanno per “alto rendimiento”, poi come sponsor principale è subentrata Monex, una holding finanziaria messicana nata nel 1985 (una delle più grandi al mondo) specializzata in transazioni internazionali con un volume annuo che si aggira sui 200 miliardi di dollari. Con un partner simile diventano più semplici tanti aspetti.

Il primo è legato, stando alle parole di Alejandro Rodriguez, alla crescita umana degli atleti. Poco prima che scoppiasse la pandemia nel 2021, la società sportiva aveva stretto accordi validi ancora oggi con scuole ed università messicane per far studiare on line i propri ragazzi. Visto che ora vivono a San Marino e in Romagna, a questi giovani viene chiesto di imparare l’italiano e in seconda battuta l’inglese per trovarsi pronti qualora si dovesse passare in una formazione professionistica, visto che è considerata la lingua universale del ciclismo.

In ogni caso per ognuno di loro, a partire dagli allievi uomini e donne, questa è una formazione di vita che gli tornerà utile anche se non dovessero fare carriera correndo in bici.

«I nostri sponsor – conclude Rodriguez – ci seguono da vicino e hanno piacere del nostro sviluppo complessivo nelle varie categorie tra ciclismo e scuola. Il Messico ha bisogno di eroi e di questo tipo di giovani. Non siamo il Paese di quelle persone perfide che ci hanno rovinato la reputazione e l’immagine all’estero».

L’innesto di Perez Cuapio

Prima di Del Toro, ci sono stati altri due messicani che sono stati gli idoli della propria generazione. Raul Alcalà da Monterrey (la stessa città dell’allievo Valdovinos), capace di vincere più di 30 corse, tra cui due tappe al Tour de France, due al Delfinato e la Clasica di San Sebastian a cavallo degli anni ‘90. Poi a partire dal 2000 per una decina di anni, l’Italia si è innamorata della simpatia e dell’audacia di Julio Alberto Perez Cuapio, scalatore che tirava rapportoni in salita e scoperto da Bruno Reverberi nell’allora Panaria.

Pochi successi, ma buoni: la generale al Giro del Trentino e soprattutto tre tappe al Giro d’Italia, oltre alla classifica dei “gpm” nell’edizione del 2002. Anche lui si era talmente tanto ambientato bene da noi che è rimasto a vivere nelle vicinanze di Trento e adesso Julio Alberto, da meno di un mese, è diventato il diesse delle donne juniores e U23 della Monex.

«Il nostro Paese – ci dice Perez Cuapio – sta vivendo un momento storico per il ciclismo. Tutto merito dell’esplosione di Del Toro, che grazie alle sue imprese ha saputo far uscire dal commissariamento la nostra federazione ciclistica dopo tanti anni. Lui è un volano di impulsi e motivazione, tanto che le nostre ragazze ambiscono a diventare come la sua fidanzata Romina Hinojosa, pro’ della Lotto Intermarché Ladies ed uscita proprio dalla Monex.

«Ho accettato volentieri questo incarico – chiude – che diventa quasi da selezionatore nazionale nella gare di Nations Cup come è successo per le juniores al Piccolo Trofeo Binda. Resto un tesserato della Monex, quindi ai mondiali ci sarà il vero cittì, ma la collaborazione è molto stretta. Abbiamo un bel gruppo di ragazze che sta migliorando corsa dopo corsa e siamo contenti. E’ bello poter dare il proprio contributo ed essere importante per i giovani messicani».