Delle Vedove scalpita: ora vuole un progetto su misura

26.07.2024
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La stagione di Alessio Delle Vedove lo ha rivisto riattaccare il numero brevemente verso la fine di giugno. Ha partecipato prima al campionato italiano under 23 e poi ad una corsa in Belgio: la SD Worx BW Classic. Una breve apparizione, nessun risultato rilevante visti anche i percorsi poco adatti e la lunga assenza dalle gare. In questi giorni il veneto della Wanty-ReUz-Technord, il devo team della Intermarché Wanty, è in ritiro in altura. 

«Sono qui da tre settimane – dice Delle Vedove – oggi (ieri per chi legge, ndr) ho fatto un lungo di 5 ore e mezza. Un bell’allenamento intenso con 3.400 metri di dislivello, sono andato fino a Tirano e poi sono risalito da l’Aprica e ritornato a casa. Ho deciso di prendermi un appartamento, mi trovo meglio, ho i miei ritmi e gestisco io il tempo».

Delle Vedove ha corso due gare a fine giugno, uno era il campionato italiano under 23 a Trissino (photors.it)
Delle Vedove ha corso due gare a fine giugno, uno era il campionato italiano under 23 a Trissino (photors.it)

Lenta ripresa

Il grande carico di lavoro fa intuire che la stagione di Delle Vedove stia per riprendere, per tuffarsi in un rush finale e poi vedere che aria tira. 

«Riprenderò a correre in Belgio – continua – poi affronterò il calendario di fine anno facendo un po’ su e giù tra professionisti e under 23. Sarò al Tour de Namur e al Flanders Tomorrow Tour, dove nel 2023 ho ottenuto due delle mie tre vittorie stagionali. Nel mese di settembre sarò con i professionisti, mi piace questa cosa di affrontare qualche corsa con i grandi. La squadra mi ha dato un mese per prepararmi al meglio».

Nel ritiro in altura anche il tempo per una pausa bar e godersi il meritato riposo tra un allenamento e l’altro
Nel ritiro in altura anche il tempo per una pausa bar e godersi il meritato riposo tra un allenamento e l’altro
Tu sei anche a fine contratto, sai già cosa farai nel 2025?

Vedremo, devo capire. Mi sono arrivate delle buone offerte da alcune squadre, ora aspetto la controproposta del team. E’ presto per dire se rimarrò qui oppure no.

Ma proposte per passare direttamente nel WorldTour?

Alcune squadre mi hanno fatto delle offerte di questo tipo, ma non mi sono sentito di prenderle in considerazione. Non ho fretta di passare. Vorrei fare ancora un anno in un devo team con la possibilità di dividere il mio calendario con un 60 per cento di gare con i pro’ e il resto con gli under 23. E’ ormai diventata una mezza moda questa di offrire contratti che portano ad accordi del genere. 

Delle Vedove vorrebbe avere un programma di gare diviso così: 60 per cento tra i pro’ e 40 per cento U23 (Micheal Gilson)
Delle Vedove vorrebbe avere un programma di gare diviso così: 60 per cento tra i pro’ e 40 per cento U23 (Micheal Gilson)
Tu cosa vorresti?

Mi piacerebbe avere un progetto triennale. Un contratto con un anno nel devo team e due nel WorldTour. Nel 2024 mi manca ancora la vittoria, ma le squadre ora guardano tutte Training Peaks e non come ti comporti in corsa. Controllano gli allenamenti e i dati. Se hai valori di 7 o 7,5 watt per chilo nei 5 minuti non ti prendono in considerazione. 

Un approccio diverso…

Magari si avvicinano e ti dicono che sono interessati, poi però al secondo colloquio ti chiedono: «Ma possiamo vedere Training Peaks?». I progetti di crescita sono basati sui numeri e i dati degli allenamenti. Le squadre in questo modo sanno come lavori e hanno già un’idea di come potrebbero intervenire. Io in un progetto di due o tre anni penso di poter arrivare a determinati valori, ma non voglio bruciare le tappe. 

Nelle corse con i professionisti la gamba cresce comunque e si guadagna anche in esperienza (Photo Gomez)
Nelle corse con i professionisti la gamba cresce comunque e si guadagna anche in esperienza (Photo Gomez)
In che senso?

Mi piacerebbe arrivare nel WorldTour con delle certezze. Ora avrei paura di staccarmi e non essere competitivo. Che senso avrebbe fare un salto del genere se non lo puoi superare? Meglio fare un anno ancora dove corro tra gli under 23 per vincere. Poi tanto fare un calendario con il 60 per cento di gare tra i pro’ ti permette di crescere comunque. Il motore ne beneficia.

Meglio maturare ancora.

Ho 20 anni, l’anno prossimo 21, mica sono vecchio. Se nel 2025 dovessi andare nel WorldTour rischierei di collezionare minuti e DNF. Un progetto con un mix di gare come vorrei fare io mi permetterebbe di correre nelle categorie .Pro o .1. Poi tra gli under 23 avrei nel mirino gli appuntamenti più importanti: Roubaix, Gent, Giro Next Gen, Tour de Bretagne, Youngster…

Al Tour de Namur, nel 2023, era arrivata la seconda vittoria stagionale (foto DirectVelo)
Al Tour de Namur, nel 2023, era arrivata la seconda vittoria stagionale (foto DirectVelo)
Ne hai parlato anche con il tuo procuratore?

Sì. Vogliamo trovare l’abito su misura. Fino ad oggi sono stato dal sarto e ho visto tante cose che mi possono piacere, ora è il momento di ritagliarmi il mio. Non mi sono pentito della scelta di venire in Belgio, questo deve essere chiaro. Se dovessi tornare indietro rifarei tutto: freddo, pioggia, pavé, muri, ventagli e le gare. Devo capire qual è la cosa giusta per me e a breve lo saprò.

Velocisti: le differenze tra U23 e WorldTour con Bruttomesso

27.05.2024
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Con Samuel Quaranta, atleta della MBH Bank-Colpack-Ballan-Csb, si parlava delle volate al Giro di Ungheria. Il giovane pistard e velocista del team bergamasco si è confrontato con i migliori sprinter del mondo, conquistando un secondo posto all’esordio della corsa a tappe magiara. Nel confrontarci era emerso però delle difficoltà nel competere con chi aveva mezzi superiori, a livello di scelta tecnica di materiali e componenti. Quaranta aveva sottolineato come gli fosse mancato quel dente in più per poter scaricare tutta la potenza sui pedali, sottolineando l’importanza di avere una corona grande del 55 e non del 54. 

Con un dente in più davanti Quaranta sarebbe riuscito a contrastare il rientro di Welsford in Ungheria?
Con un dente in più davanti Quaranta sarebbe riuscito a contrastare il rientro di Welsford in Ungheria?

Lo sguardo di Bruttomesso

Alberto Bruttomesso, che su quelle strade c’era ed era al fianco di Rajovic, velocista polacco del team Bahrain Victorious, ci può rispondere a riguardo. 

«Nella prima tappa del Giro di Ungheria – racconta Bruttomesso – avevo montato un 56 cosa che solitamente non faccio. Però l’arrivo era su un rettilineo molto lungo sul quale abbiamo raggiunto velocità folli. Gli ultimi due chilometri la media è stata di 65 all’ora. Io ho lavorato nel treno per Rajovic e mi sono messo in azione tra i meno 1.500 metri e l’ultimo chilometro. Chiaramente a queste velocità con un 54 frulli, il 55 serve tutto. Ma si può mettere tranquillamente anche il 56, più che altro per un discorso di tenere la catena dritta».

La Cinelli di Quaranta monta una doppia corona con misure 54-40
La Cinelli di Quaranta monta una doppia corona con misure 54-40
Spiegaci meglio.

Al posto di spingere un 55×11, e far lavorare la catena storta, usi un 56×13 e la catena si raddrizza, girando meglio. Però la prima tappa dell’Ungheria è stata l’unica gara in cui ho montato il 56, per il resto delle tappe ho montato un 55. 

Si è trattato quindi di un caso eccezionale?

Sì, dovuto più alle caratteristiche dell’arrivo. Su rettilinei lunghi e un po’ favorevoli è facile fare velocità altissime, soprattutto quando si hanno diversi treni che lavorano l’uno accanto all’altro. 

Cosa che tra gli U23 non avviene?

Tra gli under hai due o tre squadre che hanno un treno organizzato, gli altri sono tutti da soli o quasi. Lo stesso Quaranta al Giro di Ungheria ha fatto tutti gli sprint da solo, questo aggiunge un gran valore al risultato fatto. Ma deve andarti tutto bene.

In che senso?

Se prendi un po’ d’aria rimbalzi indietro, considerando anche le velocità a cui si viaggia. Se rimani coperto o battezzi la ruota giusta tutto è più semplice.

Tu ora monti un 55 in gara?

Dipende dai percorsi. Ho corso tanto in Belgio quest’anno e ho spesso messo il 54, solo alla Dwars Door Vlaanderen e a De Panne avevo il 55. Al Tour of Antalya, dove ho provato a fare la volata (foto di apertura), e alle altre corse ho messo sempre il 55. Anche se a casa mi alleno con il 54. 

Come mai?

Perché a casa sono da solo quindi le velocità non sono le stesse della gara. Quando faccio gli sprint dietro moto forse dovrei usare il 55, ma per il resto sto bene così. 

Per Bruttomesso la scelta tra il 54 e il 55 dipende dal percorso e dall’altimetria del finale
Per Bruttomesso la scelta tra il 54 e il 55 dipende dal percorso e dall’altimetria del finale
Che differenze hai notato aumentando la corona grande di un dente?

Non tante. Quella più evidente è che a 60 all’ora riesci a fare meno pedalate al minuto passando da 100 a 90. A volte penso che il 54 sia comunque più utile, soprattutto nei finali dove si deve rilanciare spesso (Dainese e Milan nella tappa di Padova hanno sprintato con il 54, ndr). Continuare a rilanciare con un rapporto più duro non è facile, ti consumi prima. 

Stai facendo anche lavori di forza per crescere da questo punto di vista?

In inverno ho fatto tanta palestra, a differenza dello scorso anno non l’ho abbandonata a febbraio, ma la sto portando avanti ancora adesso. Vado una o due volte a settimana, tranne durante le corse. Faccio i classici esercizi di squat e di pressa per aumentare la forza nelle gambe e la resistenza.

EDITORIALE / Parità quasi raggiunta: i problemi sono già gli stessi

29.04.2024
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Serve una certa coerenza per essere italiani. E d’altra parte il ciclismo mondiale è organizzato secondo lo stesso standard, per cui era prevedibile che i nodi al pettine degli uomini arrivassero anche alle donne. Ed ecco qua che alla vigilia della scelta delle squadre per il Giro d’Italia Women, il movimento italiano è in fibrillazione. Il conto l’ha fatto di recente il cittì Sangalli.

«Al Giro correranno 22 squadre – ci ha detto al Gran Premio Liberazione – ci sono le 15 WorldTour, le 2 prime continental dell’anno scorso e poi altri 5 posti. Sicuramente il Giro d’Italia è una gara di livello altissimo e porteranno il meglio. La Federazione da anni cerca di tutelare le giovani che passano. Se non ci fossero le squadre continental italiane, tantissime ragazze che magari a 18 anni non sono ancora pronte, si perderebbero. Vanno tutelate, però i tempi cambiano e bisogna anche adeguarsi».

Il cittì Sangalli (qui con Barbara Guarischi) ha ben spiegato il delicato equilibrio fra i piccoli team italiani
Il cittì Sangalli (qui con Barbara Guarischi) ha ben spiegato il delicato equilibrio fra i piccoli team italiani

La frase di Bellino

Qualcuno resterà fuori. E dopo anni in cui erano tutti dentro, la scelta di RCS Sport (qualunque sarà) provocherà dei mal di pancia. Nel passaggio di mano, questo era un fattore di cui tenere conto. Alla presentazione del Giro Next Gen, Paolo Bellino ha ringraziato la Federazione per avergli permesso di unificare le tre organizzazioni e (a margine della gaffe passata inosservata) si è capito che il criterio di selezione sarà coerente fra i vari ambiti.

L’Italia delle donne, al pari di quella degli uomini, non ha squadre WorldTour. Il Team Corratec dovrà guardare il Giro d’Italia in televisione: se per le ragazze il tetto resterà a 22 squadre, due delle sette continental italiane rischiano di subire lo stesso destino

Lloyd, Ferguson e Cramer sul podio della Omloop Van Borsele juniores: Ferguson è già con il Movistar Team
Lloyd, Ferguson e Cramer sul podio della Omloop Van Borsele juniores: Ferguson è già con il Movistar Team

Il dominio degli squadroni

I malumori per l’eventuale esclusione dal Giro donne non avranno breve durata. La partecipazione alla corsa rosa è infatti (come per gli uomini) discriminante per alcune sponsorizzazione, ma il peggio deve ancora venire. Se l’UCI andrà avanti nel creare squadre professional anche fra le donne, che cosa ne sarà delle continental italiane?

Sangalli ha ragione. Queste squadre sono la sola garanzia di presenza sul territorio e di intercettazione del talento. Riusciranno a trovare le risorse per salire di livello? Riusciranno a fare fronte comune, unendosi e dando vita a gruppi più solidi? Sapranno rinunciare a qualche indivdualismo per fare fronte comune? Oppure, al pari delle continental maschili, si ritroveranno in una terra di nessuno con pochi soldi e alla mercé degli squadroni?

La prova di Nations’ Cup Juniores corsa dalla nazionale in Olanda, è stata dominata da ragazze già sotto contratto con team WorldTour. Qui non si tratta di fare gli uccelli del malaugurio, ma di pensare al futuro finché c’è ancora tempo per inventarsi qualcosa.

Gli juniores che partecipano alle Nations’ Cup sono il vertice, alla base si cerca la qualità (foto Eroica Juniores/Guido Rubino)
Gli juniores che partecipano alle Nations’ Cup sono il vertice, alla base si cerca la qualità (foto Eroica Juniores/Guido Rubino)

Le continental maschili

La situazione fra le continental maschili è piuttosto complessa. Come in ogni ambito dello sport, la differenza la fanno i soldi. Ci sono i devo team delle WorldTour che hanno vita relativamente facile. Le squadre di mezzo che all’estero ci vanno poco e vivono bene in Italia grazie al blasone delle conquiste passate. Infine le più piccole che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena, per la carenza di sponsor e corridori, rastrellati dai team dei piani alti. A ciò si aggiunga la necessità di sottostare al sistema dei punti. Lo junior che sale in una continental U23 deve averne almeno 10: una simile dote al Sud si può mettere insieme partecipando a corse prive di grossa concorrenza o a gare di cross di fine stagione. In questo modo, ragazzi di talento, che invece corrono al Nord e quindi fanno meno punti, rischiano di restare senza squadra.

Se fra le donne si dovesse imboccare la stessa china, forse certe squadre non avrebbero la storicità e la solidità per andare avanti ugualmente. A meno che non si intervenga a livello federale con un progetto che in un solo colpo tuteli o provi a tutelare le continental maschili e le femminili. Occorre mettere mano al calendario e crearne uno riservato che permetta lo svolgimento di un’attività nazionale di base. Senza i costi troppo ingenti di un programma internazionale che sarebbe a quel punto appannaggio delle vere continental, delle professional e semmai della nazionale. Per farlo serve avere una visione e ci spiace prendere nota del fatto che al momento l’attuale gestione e per molti aspetti anche la precedente ne siano state prive.

Chiara Consonni, qui con Augusto Onori, è appena entrata nelle Fiamme Azzurre: dovrà rinunciare?
Chiara Consonni, qui con Augusto Onori, è appena entrata nelle Fiamme Azzurre: dovrà rinunciare?

I corpi militari

Infine, ad arricchire il quadro, c’è l’imminente scadenza della convenzione voluta e rinnovata dall’ex presidente Di Rocco fra i corpi militari e la Federazione. Già alcune ragazze nel corso degli ultimi due anni sono uscite preferendo la via del professionismo. Altre ne fanno ancora parte e la fine della convenzione renderà insostenibile la loro posizione. Mentre non dovrebbero esserci problemi per gli atleti specialisti, l’avvento del professionismo femminile (in Italia per ora è stato riconosciuto quello del calcio) promette di dare un’ulteriore svolta.

Perché abbiamo iniziato parlando di coerenza? Perché si continua a vivere di rattoppi, secondo lo stile italiano, senza il coraggio di attuare vere riforme, ma cercando di accontentare tutti con rimedi posticci più simili a palliativi. E intanto all’estero crescono e si prendono i nostri spazi. L’innalzamento del livello rende meno efficaci le soluzioni posticce: chiunque vorrà candidarsi alle prossime elezioni federali sappia ciò che l’attende. Finora s’è tirato a campare, ma più passa il tempo e meno questo sarà possibile.

EDITORIALE / L’UCI punta ai soldi, il ciclismo viene dopo

02.04.2024
5 min
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Vogliamo tornare sul tema del calendario frammentato e i campioni che si scontrano meno da un paio di anni, stando attenti che non sembri una battaglia di nostalgici contro il nuovo ciclismo che già c’è. Le considerazioni di Moreno Moser hanno scavato il solco. E’ un fatto, come dice il trentino, che i confronti diretti fra i grandi campioni siano sempre meno frequenti. Nelle corse a tappe (il Giro dei Paesi Baschi iniziato ieri è un’eccezione, con Roglic, Vingegaard ed Evenepoel, foto di apertura) e nelle classiche. Nell’ambiente pochi hanno potuto controbattere, perché le differenti scelte e le programmazioni mai precise come quest’anno sono sotto gli occhi di tutti.

La spaccatura invece si è registrata come spesso accade nel mondo dei social, in cui si sono isolati due partiti. Da un lato quelli che va bene così, perché ognuno sceglie il programma che gli pare e non possono farle tutte. Dall’altro quelli che li vorrebbero vedere più spesso come accade nel tennis, in cui i primi del ranking si incrociano svariate volte all’anno, vincendo e perdendo a seconda del periodo di condizione.

Lombardia 2004, Bettini conquista la terza Coppa del mondo davanti a Rebellin e Freire
Lombardia 2004, Bettini conquista la terza Coppa del mondo davanti a Rebellin e Freire

La Coppa e gli scarti

Un richiamo fatto da Moser ha tenuto accesa la fiamma sotto la pentola: il ricordo della Coppa del mondo che fino al 2004 proponeva dieci prove, con i corridori che potevano scartarne al massimo due. Dato che due erano quelle in Canada e non tutti amavano il viaggio o dato che non tutti amavano la Roubaix, la scelta era pressoché fatta.

Il risultato era che nelle grandi corse c’erano tutti o quasi. Non sempre al top, ovviamente, ma eri certo che corridori con caratteristiche simili si sarebbero sfidati nelle corse a loro più adatte. Andate a guardarvi gli ordini di arrivo e capirete di cosa si sta parlando. C’era in quel ciclismo una voglia di esserci superiore all’attuale. Il campione era consapevole che la sua presenza, ancorché non al top, dava consistenza alle vittorie degli altri. E poi quale vittoria era più bella di quella più insperata, venuta apparentemente per caso?

Premiazione UCI ProTour del 2005: Adorni premia Di Luca, primo vincitore
Premiazione UCI ProTour del 2005: Adorni premia Di Luca, primo vincitore

2005, nasce il ProTour

Il 2005 è stato l’anno della svolta nel ciclismo: chi c’era lo ricorda bene. L’UCI introdusse il ProTour, con uno slogan sottoscrivibile in qualsiasi momento: i migliori corridori nelle corse più grandi. Via la Coppa del mondo, largo al nuovo, che però non ha mai funzionato e negli ultimi anni sta funzionando sempre meno. Si passò dalle 10 gare di Coppa alle 28 del ProTour, con l’impossibilità evidente di prendere parte a tutte. Negli anni sono cambiati la formula, il nome che ora è WorldTour e il numero di prove, salite a 35. Come si fa a riconoscere in questa frammentazione quel primo slogan? I migliori corridori nelle corse più grandi è ormai un dire privo di senso, dato che non è mai stato imposto un vincolo di partecipazione.

Alla base non c’è solo la voglia di allargare il ciclismo ed esportarlo in angoli remoti del mondo: non sono le due corse australiane di gennaio e quella cinese di ottobre a giustificare l’esplosione del calendario. Alla base c’è soprattutto la voglia di fare cassa. Una corsa di un giorno che voglia essere ammessa nel WorldTour, deve sborsare quasi 100 mila euro: 10 mila euro a fondo perduto per fare la richiesta, quindi avrà una tassa di calendario per 32 mila, contributo alla lotta al doping per il 24,73 per cento del montepremi e il montepremi di 40 mila+11,82 per cento. Ben altro regime rispetto a una gara 1.1 dello Europe Tour in cui si pagano 4 mila euro di safety manager, 1.500 di corso per 2 persone, 16 mila euro montepremi e il contributo per la lotta al doping ancora in percentuale rispetto al montepremi.

Stando così le cose, è credibile che l’UCI riduca le prove del calendario per favorire i confronti sportivi fra grandi atleti?

Sul podio del Fiandre, Van der Poel con un grande Mozzato e con Politt. Nel 2023 c’erano Pogacar e Van Aert
Sul podio del Fiandre, Van der Poel con un grande Mozzato e con Politt. Nel 2023 c’erano Pogacar e Van Aert

Non si torna indietro

Non si tornerà mai indietro, questo è chiaro. Allo stesso modo in cui difficilmente il campionato di serie A tornerà ad essere giocato soltanto la domenica. Finché c’è una produzione televisiva che copre di soldi federazioni e squadre per avere spettacolo ogni giorno, è chiaro che le partite si vedranno lungo tutta la settimana, con buona pace per la programmazione e la preparazione.

E’ lo sport professionistico 3.0, quello in cui i soldi hanno definitivamente preso il sopravvento sugli atleti. E gli atleti, che stupidi non sono, si tutelano come meglio credono con il sostegno di manager che intendono proteggerne l’integrità allargando a dismisura gli organici per arrivare dove si deve. Sapete se e quando ci sarà la svolta? Quando una produzione televisiva inizierà a coprire di soldi le federazioni e le squadre per avere i corridori più forti nelle gare più grandi, che nel frattempo non sono più soltanto 10. A quel punto, poveri corridori, non avranno più scampo. E andranno alle corse perché costretti e non perché nel frattempo sarà stato creato un ciclismo che li rispetti e rispetti i punti fermi di questo sport.

Martinez: il WorldTour è un esempio, non un modello

13.03.2024
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Dall’intervista di Marcellusi è emerso un passaggio importante: «I diesse e i preparatori – ci aveva detto – in accordo tra di loro hanno deciso di cambiare il metodo di lavoro… Lo staff ha preso come modello quello dei team WorldTour».

Una frase che ha aperto alcune domande, una delle quali è stata affrontata anche nell’editoriale di questo lunedì: «Marcellusi è in grado di fronteggiare una programmazione così simile a quella di Pogacar e Van der Poel?». 

Marcellusi è tornato in corsa oggi alla Milano-Torino dopo un mese e mezzo (terminata in 8ª posizione)
Marcellusi è tornato in corsa oggi alla Milano-Torino dopo un mese e mezzo (terminata in 8ª posizione)

Approccio scientifico

Lo staff performance della Vf Group-BardianiCSF-Faizanè, guidato da Andrea Giorgi e Borja Martinez. è entrato in punta di piedi nel team di Reverberi, portando però tante novità. Una di queste ha riguardato il metodo di allenamento dei ragazzi, in particolar modo di quelli seguiti direttamente da loro. Conforti, che abbiamo sentito di recente ne è una prova. Allora in quale modo Marcellusi è stato indirizzato nel suo nuovo modo di lavorare?

«Il discorso di Marcellusi – ci spiega Borja Martinez – secondo me è diverso. Lui ha cambiato preparatore da tre settimane, passando da quello che aveva prima a me. E’ da poco che lavoriamo insieme quindi. Il concetto che deve passare è che noi non imitiamo il WorldTour, crediamo in quella mentalità. Si cerca l’ultima evidenza scientifica, questo non vuol dire fare copia e incolla, ma studiare e sviluppare. E’ giusto guardare in quella direzione, perché ci confrontiamo tutti i giorni con corridori e staff che vengono da quel mondo. E’ da tanto tempo che Giorgi e io cerchiamo un modo per alzare il livello».

«La mentalità all’estero è diversa – continua Borja – se andiamo a vedere Ineos o la UAE sono tutti team che hanno come capo dello staff performance un dottore di ricerca. In alcuni casi queste persone sono professori universitari. Nel WorldTour c’è un livello accademico alto e professionale, sono sempre stato interessato a portarlo nel mondo delle professional».

L’atleta romano è passato da tre settimane sotto la preparazione di Martinez
L’atleta romano è passato da tre settimane sotto la preparazione di Martinez
Cosa ha portato Marcellusi a lavorare con te?

Nel 2023 ci siamo resi conto che Martin ha un bel motore, ma secondo il nostro concetto di squadra gli mancava qualcosa. Abbiamo parlato con lui e abbiamo visto come non sfruttasse il suo talento, a me è arrivato un messaggio e da tre settimane lavoro con lui. 

Una mentalità WorldTour, per un ragazzo che ancora sta crescendo potrebbe essere la chiave giusta?

Non deve copiare il metodo di lavoro di Pogacar e di Van Der Poel, non gli si chiede questo. Ma l’evidenza scientifica che emerge è che l’allenamento ad alta intensità che riesce a preparare come una gara. Chiaro che lo stimolo, soprattutto mentale, non è uguale, in corsa è più semplice andare al massimo. 

Allora quale sarebbe questa mentalità?

Nel WorldTour è passato il concetto che allenarsi in fatica, quindi ad alta intensità, funziona. E’ un passaggio utile per arrivare pronti alle gare, perché in allenamento si simula la fatica. Ora non posso dire che per Martin questo funzionerà al 100 per cento. Sapete cosa fa davvero la differenza?

Non si vuole imitare il WorldTour ma avere lo stesso approccio scientifico
Non si vuole imitare il WorldTour ma avere lo stesso approccio scientifico
Cosa?

Che quando ti alleni in fatica una volta in gara sei pronto. Alle corse vince chi dopo aver fatto tanti sforzi è in grado di andare avanti. Questo risulta più semplice quando hai lavorato bene in precedenza. Molte volte bisogna andare oltre certi limiti. Alla fine si deve allenare la durata per l’intensità. 

Come lavorate quindi?

Con i ragazzi della squadra mi sento ogni giorno. Con quelli che seguo direttamente io il passaggio è più semplice perché mi trovo un contatto diretto. Se uno è stanco me lo dice e si cambia allenamento oppure si riduce l’intensità. La cosa difficile è avere a che fare con ragazzi che hanno preparatori diversi, perché poi ognuno ha la sua esperienza e il suo metodo.

Sarebbe meglio avere tutti sotto il vostro controllo?

Per comodità di lavoro sì. Ma in squadra ci siamo solamente Giorgi ed io non potremmo seguire 22 atleti. Con i ragazzi che seguiamo noi possiamo programmare, abbiamo più potere. Il modello ideale sarebbe quello di avere tutti i preparatori della squadra. 

Il nuovo metodo di allenamento ha rivoluzionato anche la preparazione di Conforti (foto Vf Group-Bardiani)
Il nuovo metodo di allenamento ha rivoluzionato anche la preparazione di Conforti (foto Vf Group-Bardiani)
E’ ancora presto per capire se questo metodo per Marcellusi risulta funzionale?

Lo si vedrà dai dati e dalle prestazioni, potrebbe essere che andrà benissimo oppure meno del previsto. Il focus di Martin non sono le gare di inizio stagione, ma da primavera inoltrata in poi (Marcellusi è nella selezione del Giro, ndr). Allora possiamo dire che ci sentiremo a metà stagione o a fine anno, per trarre le conclusioni insieme. 

Prendiamo già appuntamento.

Vi aspetto con piacere!

Albanese e i piccoli passi in avanti fatti con l’Arkea

24.02.2024
4 min
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Al Tour des Alpes Maritimes si è messo in luce Vincenzo Albanese, il quale ha conquistato due terzi posti e il secondo nella classifica finale. Una corsa a tappe breve, appena due frazioni, però insidiose, con tanto dislivello. Un terreno dove Albanese ha stupito, più gli altri che se stesso a dire la verità (in apertura foro Getty Images). Il neo corridore dell’Arkea-B&B Hotels si trova a casa, risponde al telefono in uno dei brevi momenti di vita domestica. 

«Sono in giro per commissioni – ci dice dalla macchina – ho una settimana libera (risata, ndr) dove posso sbrigare delle faccende da comune cittadino. Sabato (oggi, ndr) parto di nuovo, per andare a correre la Faun Drome Classic. Sarà una trasferta breve, lunedì sarò già di ritorno perché settimana prossima ho Laigueglia e Strade Bianche».

Nella prima tappa Albanese ha resistito sulle salite e si è giocato la vittoria in volata
Nella prima tappa Albanese ha resistito sulle salite e si è giocato la vittoria in volata
Intanto in Francia sono arrivati due bei piazzamenti…

Il bilancio è positivo: due terzi posti e il secondo nella generale al Tour des Alpes Maritimes. Le tappe erano molto mosse, non semplici. La prima, in particolare, era piuttosto impegnativa. La seconda, invece, era più tranquilla. In questo momento sto parecchio bene, non ho paura delle salite, in particolare di quelle trovate proprio in Francia.

Che salite erano?

A fine gara mettevano sempre 3.000 metri di dislivello nelle gambe. Non facile, però mi sono trovato parecchio bene. Le sensazioni erano buone. Le salite erano le mie, dove riesco a esprimermi al meglio. Tra i 5 e i 7 chilometri. E’ capitato di affrontarle già in partenza, ma ho risposto ottimamente

Nella seconda tappa solo Cosnefroy e Paret-Peintre hanno anticipato Albanese
Nella seconda tappa solo Cosnefroy e Paret-Peintre hanno anticipato Albanese
Hai lottato con corridori più leggeri di te: nella seconda tappa ti hanno anticipato Cosnefroy e Paret-Peintre, che pesano 5 chili in meno. 

In questi anni, specialmente negli ultimi tre, sono migliorato parecchio su questi percorsi. Ho trascurato più gli sprint e ho migliorato la resistenza in salita. Ormai nel ciclismo moderno serve andare forte in salita. Attenzione però, non mi sono snaturato, mantengo comunque un buono spunto veloce. Cosa che, in uno sprint ristretto, mi permette di giocarmi la vittoria. 

Sono cambiati i tuoi allenamenti?

Non particolarmente. Ho fatto più e più volte queste salite di media distanza, mi sono abituato a pedalarci sopra. Qualche lavoro specifico l’ho aggiunto e ho perso qualche chilo. Faccio pochissima palestra, quindi mi manca un po’ di esplosività. Non sono nato velocista puro, quindi è stato facile decidere di concentrarmi sulle salite. 

E’ cambiato altro?

Nel tempo sono cresciuto fisicamente. Cinque anni fa non ero strutturato in questo modo. Piano piano ho aumentato il dislivello in allenamento e la resistenza. 

L’Arkea in testa al gruppo, dietro di loro, ben coperto c’è Albanese
L’Arkea in testa al gruppo, dietro di loro, ben coperto c’è Albanese
Rispetto al 2023 sono cambiate delle cose?

Non tante. Mi sento meglio io. Sono cresciuto di un gradino fisicamente, sto bene. Nel ciclismo non si inventa nulla, bisogna allenarsi al massimo e fare una dieta ben bilanciata. In squadra siamo seguiti molto bene, cosa normale rispetto ad una professional. Essere nel WorldTour vuol dire avere più mezzi e materiali, ma anche un personale specifico che ci segue e che lavora per te. 

Anche in gruppo la differenza si vede?

In gara contano le gambe, questo sempre. Non è che attaccare il numero su una maglia WorldTour o professional non cambia, sei sempre te. 

Nel WT la qualità della rosa è migliore e questo permette una migliore gestione della corsa (foto Instagram Tour des Alpes Maritimes)
Nel WT la qualità della rosa è migliore e questo permette una migliore gestione della corsa (foto Instagram Tour des Alpes Maritimes)
Però in gruppo ci sono delle gerarchie…

Se metti una maglia WorldTour stai davanti. Al contrario, se hai addosso una maglia di una professional stai dietro. Per le posizioni è importante: prendere una salita tra i primi venti o in fondo al gruppo cambia. In certe gare, soprattutto quelle mosse, una buona posizione permette di risparmiare. Anche se, va detto, che ora il nonnismo è meno. Se uno va forte in testa al gruppo ci può stare anche con la maglia di una professional.

Un conto è da solo, un altro è con la squadra accanto.

Vero. Al Tour des Alpes Maritimes ero l’uomo di punta e avere quattro compagni che ti tengono davanti ti proteggono fa tanta differenza. In Francia la nostra squadra era giovane, quindi mancava un po’ di esperienza, ma le qualità ci sono. Lo step in più è anche in questo: se corri in una WorldTour, in teoria, la qualità della rosa è migliore. Non è sempre detto, ma dovrebbe essere così. Insomma, correre con una squadra WT ti dà tante piccole cose, che aiutano a esprimersi meglio.

Elite, partner perfetto dei team vincenti

17.02.2024
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Una citazione tipica di tutti i giochi di squadra è sicuramente la seguente: “Squadra che vince non si cambia!”. Fedele a questo slogan, Elite ha confermato per il 2024 tutte le partnership tecniche della scorsa stagione. Solo per citarne alcune, in campo maschile parliamo di UAE Team Emirates, Ineos Granadiers, Alpecin Deceuninck, Groupama-FDJ, Bahrain Victorious. Canyon-Sram Racing e FDJ-Suez fra i team donne. Tutto questo significa che Elite supporterà con i propri prodotti atleti del calibro di: Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Adam Yates, Joao Almeida, Tom Pidcock, Kasia Newiadoma, Marta Cavalli.

Con i suoi numerosi prodotti Elite è accanto ai propri atleti in ogni momento
Con i suoi numerosi prodotti Elite è accanto ai propri atleti in ogni momento

L’ecosistema Elite

Tutti i team che hanno scelto Elite come proprio partner tecnico, anche per il 2024 potranno contare sul meglio della produzione dell’azienda veneta.

Tra i prodotti di punta forniti alle squadre c’è il Justo, il trainer numero uno dell’ecosistema di rulli Elite, dotato di un sensore di potenza integrato che vanta uno scarto del <1%, una trasmissione dati velocizzata a 10 Hz e la nuova funzione di pairing con i comandi Shimano Di2 per gestire il livello di resistenza del freno utilizzando i pulsanti delle leve del cambio elettronico. Non vanno poi dimenticati il Direto XR-T e il Suito-T. Si tratta dei rulli preferiti dai ciclisti indoor.

Direto XR-T: uno dei rulli utilizzati nel mondo WorldTour
Direto XR-T: uno dei rulli utilizzati nel mondo WorldTour

Non solo rulli

Elemento spesso ingiustamente poco considerato nella dotazione tecnica di un team è la borraccia. Tutti i team sponsorizzati Elite avranno a propria disposizione la Fly Team. Si tratta di una borraccia studiata per offrire un getto d’acqua veloce e abbondante con una minima pressione della mano. Una caratteristica particolarmente utile mentre si è in corsa.

Oltre al set up per gli allenamenti indoor e alle borracce tecniche, sono tanti i prodotti studiati da Elite per garantire prestazioni ottimali in ogni tipo di situazione, in gara e fuori gara. Stiamo parlando dei portaborracce, ma anche delle borse per il trasporto delle bici, strumento indispensabile per le tante trasferte.

Completano la fornitura i cavalletti per la manutenzione della bici, attrezzo da lavoro per i meccanici, e le creme e i gel Ozone utilizzati dai massaggiatori per la preparazione e il recupero allo sforzo atletico degli atleti.

Elite ha sviluppato tanti prodotti studiati per offrire prestazioni ottimali in gara e allenamento
Elite ha sviluppato tanti prodotti studiati per offrire prestazioni ottimali in gara e allenamento

Soddisfazione Elite

Marco Cavallin, Sponsorship e Product Innovation Manager di Elite, ha espresso con queste parole la soddisfazione del brand nel supportare un numero così importante di team e campioni anche per la stagione 2024.

«Il rapporto con i team è uno degli aspetti più belli e divertenti del lavoro di Elite. Ci dà intanto l’opportunità di vedere tantissimi campioni diventare grandi e questo non smette mai di essere una delle soddisfazioni più grandi. Siamo sempre dei tifosi prima di tutto. Le squadre apportano feedback strategici per il nostro sviluppo tecnologico. Sono i primi tester dei nostri prodotti, suggeriscono nuovi approcci di design e l’integrazione di funzionalità sempre diverse: sono un asset incredibile per l’azienda e la nostra fonte di ispirazione più grande».

Elite

Sono KOO gli occhiali di Roglic e compagni

31.01.2024
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Per il 2024 il team Bora-Hansgrohe punta deciso al “colpo grosso” grazie all’ingaggio di Primoz Roglic. L’asso sloveno si appresta infatti a lanciare un nuovo assalto al Tour de France e nel suo tentativo di conquista della maglia gialla quest’anno potrà contare su un alleato davvero speciale: KOO Eyewear, brand specializzato nello sviluppo, progettazione e produzione di occhiali e maschere di altissima qualità in ambito sportivo. Nelle scorse settimane KOO ha infatti ufficializzato il suo ritorno nel circuito UCI WorldTour grazie alla partnership tecnica con la Bora-Hansgrohe

KOO fornirà alla Bora delle montature con i colori del team
KOO fornirà alla Bora delle montature con i colori del team

Non una semplice fornitura

La collaborazione con il team tedesco rappresenta per il marchio KOO qualcosa che va oltre la semplice fornitura di occhiali. Si tratta infatti di una partnership fondata sulla condivisione di un valore comune: il lavoro visto come elemento fondante, che trova la massima espressione nel motto “Band of Brothers”, ovvero un gruppo di persone che condivide un forte senso di fratellanza come via per il raggiungimento di obiettivi comuni.

Ricordiamo che l’espressione “Band of Brothers” è tratta da un passo dell’Enrico V di William Shakespeare ed è stata poi ripresa come titolo dell’omonima mini serie televisiva prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks nel 2001.

Ben tre modelli

Per celebrare al meglio il proprio ritorno nel circuito WorldTour, KOO ha messo a disposizione del team tedesco tre modelli di occhiali in versione Signature Edition e customizzati Bora-Hansgrohe. Si tratta dei modelli Demos, Spectro e Alibi. Quest’ultimo è stato particolarmente apprezzato dal team. E’ un occhiale leggero ma stabile, la cui montatura half frame (che sostiene la lente solo nella parte superiore) è capace di aprire ancora di più lo sguardo.

La colorazione della montatura non poteva che riprendere il verde, scelta cromatica centrale nella divisa ufficiale del team tedesco, che ha subito un trattamento di finitura metallizzata e decorata con eleganti striature verde lime. Insieme all’occhiale, gli atleti del team avranno a disposizione una vasta gamma di lenti per affrontare al meglio ogni gara, tutte con la “B” di Brothers impressa nella parte inferiore a destra della lente.

La collezione in dotazione agli atleti della BORA-hansgrohe è disponibile, anche sul sito di kooworld.cc nelle seguenti versioni:

Alibi Bora-Hansgrohe Metallic Green, Photochromic Fuchsia Mr Lens (Cat. 1- Vlt 75-12%)

Spectro Bora-Hansgrohe Metallic Green, Green Mr Lens (Cat. 2- Vlt 23%)

Demos Bora-Hansgrohe Metallic Green, Red Mr Lens (Cat. 2- Vlt 23%)

Ricordiamo che quest’anno KOO Eyewear è al fianco di numerosi team professionistici e atleti di alto livello, con i quali collabora per sviluppare prodotti sempre più performanti. Insieme a BORA-hansgrohe troviamo il team Polti Kometa, il Team Colpack Ballan e la formazione femminile Ceratizit-WNT Pro Cycling. Il brand KOO Eyewear è presente anche nel mondo del gravel con Nathan Haas. Tra i suoi ambassador figurano ex ciclisti professionisti di livello mondiale come Alberto Contador e Ivan Basso.

KOO

Del Toro vince e stupisce, guidato da Marcato in ammiraglia

29.01.2024
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Sull’ammiraglia della UAE Team Emirates, al Tour Down Under, era seduto Marco Marcato. Il diesse ha seguito da dentro la prima corsa WorldTour stagionale, un appuntamento importante, per tirare le somme e trarre le conclusioni sull’inverno appena trascorso. In casa UAE Team Emirates la sorpresa è stata il giovane messicano Isaac Del Toro, fresco vincitore del Tour de l’Avenir. Nemmeno il tempo di capire che fosse arrivato nel WorldTour che ha messo le ruote davanti a tutti. 

«Purtroppo – racconta da casa Marcato mentre prepara le prossime trasferte – in Australia non era presente Jay Vine (vincitore della corsa nel 2023, ndr). Di conseguenza abbiamo ripiegato su una squadra a più punte. La sorpresa è stata Del Toro, che ha vinto una tappa ed è salito sul podio finale, conquistando il terzo posto. Il Tour Down Under ogni anno diventa sempre più importante e fare un risultato del genere fa ben sperare».

Per Del Toro e Morgado il Tour Down Under ha sancito il debutto nel WorldTour
Per Del Toro e Morgado il Tour Down Under ha sancito il debutto nel WorldTour

Aspettative contenute

La curiosità intorno al debutto di Del Toro era alta, se non altro per vedere come il vincitore dell’Avenir si sarebbe confrontato con i corridori di massimo livello. Non c’erano aspettative così alte, figuriamoci una vittoria. 

«Sia per Del Toro che per Morgado – racconta il diesse – era il debutto nel WorldTour. Sappiamo di che pasta sono fatti, ma di certo non avevamo aspettative troppo alte. C’era un punto di domanda sui loro nomi, il WorldTour è un mondo diverso con gare e atleti di massimo livello. L’idea era che Del Toro avrebbe avuto le sue opportunità, ma i punti di riferimento del team erano Ulissi e Fisher-Black».

Il primo successo

Poi però è successo che nella seconda tappa della corsa australiana l’ordine di arrivo sia stato dominato dal Del Toro. 

«La vittoria alla seconda tappa – conferma Marcato – è stata una sorpresa. Il ragazzo stava bene, lo aveva già dimostrato in ritiro, ma vincere è diverso. E’ stato bravo a cogliere l’occasione. In mattinata avevamo detto che se ci fosse stato un arrivo a ranghi ridotti lui avrebbe potuto anticipare la volata. C’era uno strappo impegnativo a un chilometro dall’arrivo e lo ha preso come trampolino di lancio. Ci aveva già impressionato, perché a meno 8 dal traguardo si era messo a tirare per chiudere sui fuggitivi, una volta rientrati ha trovato la forza di scattare».

Sulla salita di Willunga l’inesperienza porta alla perdita della maglia di leader
Sulla salita di Willunga l’inesperienza porta alla perdita della maglia di leader

Dall’ammiraglia

Una stoccata ad un chilometro dall’arrivo, cercata e anche programmata, in un certo senso. Anche se la gestione dall’ammiraglia non è stata semplice…

«In macchina – continua Marcato – non avevamo il video e la radio non dava informazioni complete. Per fortuna all’arrivo c’era uno schermo e Valerio Accardo ci aggiornava via telefono. Quando Del Toro è partito all’ultimo chilometro ci ha detto che sarebbe andato a vincere. Poi Accardo si è dovuto spostare per andare a raccogliere i corridori dopo il traguardo e non abbiamo avuto aggiornamenti. Dopo un paio di minuti radio corsa ha comunicato la vittoria di un corridore della UAE. Ci siamo sciolti in un’esultanza molto bella. Del Toro l’ho rivisto solo dopo il podio, mi ha raccontato della vittoria ma era incredulo, non si aspettava nemmeno lui un debutto così».

Un po’ di impazienza preclude a Del Toro la vittoria dell’ultima tappa, c’è tempo per imparare
Un po’ di impazienza preclude a Del Toro la vittoria dell’ultima tappa, c’è tempo per imparare

Insegnamenti e ambientamento

Il messicano ha poi colto il terzo posto finale al Tour Down Under, vincendo la classifica dei giovani. Si è mosso, ha fatto vedere tante cose ma con dei limiti di lettura della gara, cosa normale. Tutto fa parte del processo di crescita: vincere conta, ma anche la sconfitta insegna

«Si è messo in gioco – dice il diesse – ha provato ed è giusto così. Peccato perché in un paio di occasioni ha sprecato della buone chance. A Willunga, per esempio, era spesso fuori posizione e ha sprecato tante energie, cosa che ha pagato nella volata finale. Anche nell’ultima tappa ha fatto vedere buone cose, ma avrebbe dovuto pazientare di più, invece ha provato spesso a uscire di forza. E’ tutto giusto, mettersi in mostra e imparare dagli errori.

«In squadra si è ambientato bene – conclude Marcato – è un ragazzo intelligente che ascolta, elabora e mette in pratica. E’ rispettoso, chiede e impara dai più grandi, come da Ulissi che al Tour Down Under lo ha guidato bene. E’ partito forte, anche perché dopo il ritiro di dicembre è andato in Messico ad allenarsi. Si è allenato al caldo e questo lo ha aiutato nelle preparazione. Ora andrà a correre in Oman, senza fretta, di tempo per crescere ce n’è».