Tra i vari team professional c’è anche la Novo Nordisk, la squadra la cui mission non è solo quella sportiva, ma anche divulgativa attorno allo sport di elite per atleti con diabete. Ma è una squadra a tutti gli effetti, inserita stabilmente nel ciclismo che conta (in apertura foto Novo Nordisk-Facebook). Una formazione che ha tra i suoi direttori sportivi Massimo Podenzana.E proprio a lui abbiamo chiesto che aria tiri in casa americana.
Abbiamo ficcanasato nel clan a stelle e strisce: 21 corridori, sei dei quali italiani. Più il devo team. L’ultimo di quei 21 corridori ad aggiungersi alla lista è un super giovane: Donovan Mackie, australiano classe 2007, un passista dal curriculum non eccelso, ma che ha colpito tantissimo il team manager Vassili Davidenko dopo il Talent ID Camp, che si è tenuto giusto in Italia la scorsa estate. Tra gli juniores era stato tra i migliori nella sua Nazione e l’hanno scorso, al primo anno tra gli U23, ha conquistato in Europa quattro corse, tra cui Kooigem e Torhout-Rozveld, entrambe in Belgio
Massimo Podenzana (classe 1961) è sull’ammiraglia della Novo Nordisk dal 2011, quando la squadra si chiamava Team Type 1Massimo Podenzana (classe 1961) è sull’ammiraglia della Novo Nordisk dal 2011, quando la squadra si chiamava Team Type 1
Dunque, Massimo, che aria tira nella Novo Nordisk?
Sin qui ci siamo riuniti a novembre, però quello era un ritiro che facevamo più che altro per realizzare video, foto e materiale di comunicazione. Ora, a gennaio, è il primo vero ritiro tecnico che facciamo, il primo dedicato all’allenamento. Questo ovviamente non significa che non seguiamo i ragazzi durante l’anno.
Anche altri team hanno saltato il ritiro di dicembre: come stanno i vostri atleti?
Posso dire che al momento sono tutti abbastanza preparati. A parte un paio, sono ragazzi giovani e quindi cerchiamo di lavorare al meglio per poterci far notare nelle corse.
Filippo Ridolfo è pro’ dal 2022. L’anno scorso per lui due top 10Filippo Ridolfo è pro’ dal 2022. L’anno scorso per lui due top 10
Il vostro è anche un progetto divulgativo: ma restiamo sul tecnico. Noti una crescita?
C’è voglia di crescere anche sotto quell’aspetto. Ammetto che mi è dispiaciuto vedere andare via Matyas Kopecky, che l’anno scorso ha fatto ottimi piazzamenti ed è passato alla Unibet. Con lui abbiamo lavorato bene, perché oltre alla Unibet l’avevano cercato anche altre squadre. Kopecky ha voluto fare il salto perché in quel team ha la possibilità di disputare corse come il Fiandre e la Roubaix, che sono molto adatte a lui. Se da una parte mi dispiace, dall’altra è una soddisfazione essere riusciti a portare un atleta con diabete a certi livelli e in squadre così importanti.
Quest’anno da chi ti aspetti qualcosa in più?
Abbiamo Filippo Ridolfo, un ragazzo giovane sul quale puntiamo molto. Ha 24 anni, ma è cresciuto parecchio negli ultimi due e il 2026 per noi dovrebbe essere la stagione della consacrazione. E’ un passista veloce, un combattente, uno che non ha paura di andare in fuga. E poi ce ne sono altri che possono fare bene, come Andrea Peron che è molto costante e serio.
Nel nubifragio del Tour Poitou – Charentes, Andrea Peron guidava il gruppo. Con i suoi 37 anni è il più anziano della Novo NordiskNel nubifragio del Tour Poitou – Charentes, Andrea Peron guidava il gruppo. Con i suoi 37 anni è il più anziano della Novo Nordisk
Avete protocolli diversi durante i ritiri per la gestione del diabete?
No, tutto molto allineato agli altri team. Certo, sia nei ritiri sia nelle gare abbiamo sempre con noi i medici. E’ importante averli per controllare i valori, ascoltare i ragazzi e intervenire se necessario. Però i nostri atleti fanno una vita assolutamente normale.
Parliamo di calendario: quali corse farete?
Iniziamo con la Volta a la Comunitat Valenciana, poi faremo una gara a tappe in Francia, il Tour de Provence. Successivamente se arriverà l’invito, ma sembrerebbe di sì, saremo al Giro di Sardegna. In Italia dovremmo correre parecchio, un po’ più rispetto agli ultimi anni.
La Novo Nordisk ha confermato i suoi materiali a partire dalla bici Argon 18 Nitrogen Pro (foto Facebook)La Novo Nordisk ha confermato i suoi materiali a partire dalla bici Argon 18 Nitrogen Pro (foto Facebook)
Dal punto di vista dei materiali ci sono novità?
Tutto confermato, a partire dalle bici: abbiamo sempre Argon 18 e anche gli altri materiali sono rimasti invariati. Lo stesso posso dire dello staff tecnico: siamo soprattutto io e Gennady Mikhaylov i tecnici di riferimento. Una cosa però è cambiata.
Ovvero?
Abbiamo cambiato la location del ritiro. Andiamo ad Alicante: di solito pensavamo ad Altea, però quest’anno abbiamo deciso di tornare un po’ più a sud. Eravamo già stati da quelle parti nel primo ritiro di diversi anni fa. La logistica è molto comoda, perché l’aeroporto di Alicante è davvero vicino, e i percorsi sono meno trafficati. Rispetto ad Altea e Calpe bisogna spostarsi un po’ più all’interno per trovare le salite, ma il clima è ideale: anche in questi giorni ci sono 17-18 gradi e ci si allena alla grande.
Il Giro d’Italia è pronto a passare sulle strade delle Cinque Terre, le stesse strade che furono di Massimo Podenzana, grande gregario e attaccante degli anni ’90, per due volte campione italiano e dal 1997 al 2001 uno dei fidatissimi di Marco Pantani. E’ lui che ci porta a scoprire le strade dove è cresciuto, dove il Giro d’Italia è passato tante volte e dove ritransiterà il prossimo 20 maggio con la Porcari-Chiavari.
Il territorio delle Cinque Terre è caratterizzato da cinque borghi marinari: Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore. Strade a picco sul mare, vigneti, uliveti e campanili che spuntano abbarbicati sulla costa. Il verde rigoglioso e il blu del mare a contrasto.
Massimo Podenzana (classe 1961) è nativo di La Spezia, quelle delle Cinque Terre erano le sue strade di allenamentoMassimo Podenzana (classe 1961) è nativo di La Spezia, quelle delle Cinque Terre erano le sue strade di allenamento
In Liguria
Podenzana è un ligure, di La Spezia per la precisione, una delle porte delle Cinque Terre. E’ una zona che ha dato non troppi, ma importanti campioni: uno su tutti Alessandro Petacchi. Il Giro vi arriverà dopo circa 80 chilometri della tappa che muove appunto verso Chiavari.
«E’ vero – inizia a raccontare Podenzana – si passa vicino a casa mia su strade che normalmente facevo in allenamento. Secondo me è una tappa molto nervosa, una tappa da fuga. Di sicuro non arrivano in volata perché quando arrivi a Pignone, ma già prima di Pignone, cominci a salire. Poi c’è la discesa che è una discesa tecnica quindi non recuperi niente, poi c’è l’altra salita che porta su al Termine. Anche quella è una salita di sette chilometri. Poi scendi, c’è un pochettino di discesa che non è tecnica, è una discesa abbastanza tranquilla e vai a prendere il Bracco. Scali il Bracco e poi il grosso è fatto. Insomma è una tappa da fuga».
Termine e Bracco sono salite tutto sommato simili: salgono con pendenze attorno al 6 per cento. Il Bracco qualcosina in più… Il Termine, almeno da Pignone, misura, 7 chilometri. Il Bracco circa 12.
Dallo scollinamento del Termine si vede il mare. Il Giro l’ha classificato come GPM di terza categoriaUno dei panorami di cui tanto parlava Podenzana (foto Wikimedia)Il Giro il prossimo 20 maggio arriverà sul Bracco dal versante del Colle di Guaitarola (foto Komoot)Dallo scollinamento del Termine si vede il mare. Il Giro l’ha classificato come GPM di terza categoriaUno dei panorami di cui tanto parlava Podenzana (foto Wikimedia)Il Giro il prossimo 20 maggio arriverà sul Bracco dal versante del Colle di Guaitarola (foto Komoot)
Il Passo del Termine
In effetti la frazione undici del prossimo Giro è alquanto tecnica e dura. La sequenza Pignone–Termine–Bracco e più avanti San Bartolomeo potrà essere selettiva. E in particolare sul Passo del Termine il gruppo potrebbe esplodere e sul Bracco, che in realtà si attacca dal versante del Colle di Guaitarola, ci potrebbe essere una più che discreta selezione.
«Avrò scalato non so quante volte il Termine. E molto spesso in compagnia di Leonardo Piepoli. Con lui, che era venuto dalla Puglia già da dilettante, facevamo sempre quelle salite delle Cinque Terre perché sono allenanti e, specialmente nel periodo primaverile, sono uno spettacolo. Hai delle vedute sul mare che non stancano mai.
«La nostra strada preferita era il giro delle Cinque Terre. Salivamo e scendevamo, salivamo e scendevamo. Partivamo da Spezia, ci mettevamo sulla costiera delle Cinque Terre e arrivando a Levanto facevamo il Termine. Da lì scendevamo a Carrodano e tornavamo indietro. Era un bel allenamento di 5-6 ore. Come ho detto, e come vedrete anche al Giro, le strade sono spettacolari, un panorama unico (non a caso sono parte del patrimonio UNESCO). E poi era bello fare la sosta. La facevamo sempre a Monterosso, perché avevi due opzioni: potevi scendere da una parte e risalire da un’altra. Cappuccio e brioche e poi si ripartiva».
Podenzana racconta che le prime volte che aveva affrontato Bracco e Termine era già grandicello, un dilettante. Da junior infatti andava verso la Toscana, che era più piatta. «Ma quando mi dovevo allenare a crono – riprende Podenzana – tornavo sulle strade della Versilia, ben più adatte alla specialità. Non ricordo bene quando affrontai queste salite per la prima volta, ma ricordo bene la fatica che feci, specialmente quando mi allenavo con gli scalatori. Man mano che passava la stagione notavo miglioramenti, quindi per me erano anche strade dove mi allenavo e dove capivo quando cominciava ad entrare in condizione o meno.
«Era questione di sensazioni. Anche perché sono salite impegnative, che spesso… strappano. Qualche volta veniva con noi anche Petacchi, però non quando facevamo troppa salita. Mentre a me, anche se era più giovane, piaceva molto allenarmi con Piepoli. Si vedeva proprio che era portato per la salita: ti tirava il collo. E sono sempre stato dell’idea che bisogna allenarsi soprattutto sui propri punti deboli».
Il Giro d’Italia affronterà l’11ª tappa, la Porcari-Chiavari di 178 chilometri, il prossimo 20 maggioIl Giro d’Italia affronterà l’11ª tappa, la Porcari-Chiavari di 178 chilometri, il prossimo 20 maggio
Col Giro a casa
Il Giro, come detto, vi tornerà il 20 maggio, ma era successo già in passato che le strade delle Cinque Terre s’infiammassero per la corsa. Una delle volte che si creò un grande caso fu nel 2015, quando un giovanissimo Davide Formolo fece uno show e, dopo essere stato in fuga proprio sul Bracco, planò su La Spezia. Ma l’emozione di pedalare al Giro d’Italia in casa non mancò neanche a Podenzana.
«Non ricordo con certezza – racconta Podenzana – quante gare ci abbia fatto, di certo non molte, ma ricordo che il Giro ci è passato più volte, anche prima che io diventassi un pro’. Ma una volta toccò a me essere in gruppo quando la corsa rosa passò su quelle strade e ricordo che sul Bracco c’era tutto il mio paese, un sacco di tifosi. Sono emozioni che ben ricordo».
Podenzana, da buon direttore sportivo – dal 2011 è alla Novo Nordisk, prima Team Type 1 – si sbilancia poi su quel che potremmo vedere. Già aveva detto che potrebbe essere una frazione per attaccanti. «Magari potrebbe essere una frazione buona per corridori come Scaroni, per dirne uno. Quest’anno ha dimostrato di essere abile su certi percorsi».
Da Podenzana a Zana, come un gioco di parole. Eppure nel 1993, il ligure conquistò il tricolore, correndo pure con Reverberi. I suoi ricordi e i consigli
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Tutto al Nord, con tappe tendenzialmente veloci. E se in certe occasioni non ci fossero stati fenomeni come Van der Poel e Pogacar, avremmo visto anche più di sprint di gruppo. Parliamo dell’inizio del Tour de France, un inizio “old style”, come quelli che si vedevano negli anni ’90, quando uno dei protagonisti in gruppo era Massimo Podenzana.
Quante volte lo abbiamo visto, assieme al resto della Mercatone Uno, tirare in quei piattoni immensi per riportare dentro Marco Pantani. Il Panta magari era rimasto attardato per una caduta, una foratura o perché non aveva preso un ventaglio. Erano percorsi diversi, ma certe situazioni restano molto simili. In questa edizione del Tour ancora di più. Ormai è vietato stare oltre la quindicesima posizione. Lo abbiamo visto due giorni fa quando sono caduti Almeida e Buitrago e in gruppo erano rimasti in trenta o poco più.
Massimo Podenzana (classe 1961) è direttore sportivo della Novo Nordisk dal 2013Podenzana (classe 1961) è direttore sportivo della Novo Nordisk dal 2013
Massimo, prime dieci tappe al Nord, qualche strappo ma tutte veloci…
Sì, anche se sono frazioni un po’ diverse rispetto a prima quando erano molto più piatte. Quando si faceva noi il Tour, nei primi dieci giorni si arrivava sempre in volata o al massimo arrivava una fuga. La cosa che invece era ed è simile è che era difficile rimanere in piedi in quelle tappe. O comunque senza incidenti. Se ci riuscivi, avevi già vinto. Almeno per noi era così, visto che con il Panta si cercava di fare classifica. Aggiungo però che a livello televisivo ora è più bello.
Perché?
Perché ci sono frazioni movimentate, intense… anche se molto nervose.
C’è più caos adesso negli sprint di gruppo? Una volta c’erano squadre di sprinter e squadre di uomini di classifica. Oggi si vedono quasi più i treni degli uomini di classifica che quelli dei velocisti, che al massimo hanno un paio di uomini…
Una volta magari c’era un po’ più spazio per le fughe. Adesso, quando ci sono tappe per velocisti, controllano le squadre dei velocisti; nelle tappe miste controllano quelli di classifica, quindi è più difficile fare differenze. La corsa è chiusa (un po’ come diceva De Marchi, ndr). Non solo, ma quando si arriva in volata tutti cercano lo sprint, sono in tanti, e viene fuori un vero caos. Si verificano un sacco di cadute, come abbiamo già visto.
Come se la cavava la Mercatone Uno in questi sprint?
A noi non ci riguardava. Eravamo compatti e concentrati sul nostro obiettivo: arrivare all’ultimo chilometro e poi sfilarci. Adesso il limite è ai tre chilometri. Si cercava di tenere il leader nelle posizioni di testa. Però secondo me le velocità sono alte anche ora. Con la mia squadra abbiamo fatto recentemente il Baloise Belgium Tour e, quando si arrivava in volata, sul tachimetro della macchina vedevi velocità da far paura.
Voi, Massimo, facevate una gran fatica perché ogni volta, come hai detto prima, c’era una caduta, un buco, un ventaglio… e stai tranquillo che c’era dentro Marco. E voi giù dentro a menare..
Vero – sorride Podenzana – il nostro obiettivo era arrivare a metà Tour, quindi a ridosso delle salite, senza cadute. Poi ci pensava lui.
Oggi è tutto diverso e capita spesso che uno sprinter forte come Merlier si metta a disposizione del leader per la generaleOggi è tutto diverso e capita spesso che uno sprinter forte come Merlier si metta a disposizione del leader per la generale
Quando dovevate tirare e mettervi “pancia a terra” in mezzo a quelle tappe caotiche, c’era un regista? Un road capitain?
Sì, ma dipendeva dalla tappa. Ogni giorno era diverso: chi stava meglio tirava di più, l’altro di meno.
Soudal‑Quick Step: c’è una piccola analogia tra loro e la vostra Mercatone Uno? Hanno l’uomo di classifica e lo sprinter. Merlier e Remco come Manzoni e Pantani.
Loro per Merlier sfruttano molto il lavoro degli altri. Noi eravamo tutti per Marco. Manzoni se la cavava da solo. Merlier oggi è più forte che in passato: al Baloise è arrivato in volata e non c’era storia. Milan è forte, però non mi sembra al top come prima. Inoltre tende a posizionarsi un po’ alto nello sprint: si alza con spalle e testa e prende aria. Però le sue qualità non si mettono in dubbio.
Rispetto al tuo ciclismo cosa è cambiato pensando sempre alle prime tappe di questo Tour, ma dei grandi Giri in generale?
Molte cose sono uguali, ma qui c’è un corridore di un altro pianeta che va a prendersi tappe che un tempo gli uomini di classifica avrebbero lasciato. Pogacar l’ha già dimostrato anche in questo Tour. E a cronometro ha perso pochissimo da uno specialista. Vingegaard, invece, dopo l’incidente, non è tornato quello di prima. Ha lavorato molto, però secondo me non è più il vincitore sicuro di Tour.
Se paragoni Pogacar a un capitano dei tuoi tempi chi ti viene in mente?
Secondo me il Panta in salita aveva qualcosa in più, però Pogacar a cronometro è più forte e in generale è più completo. Marco al massimo nelle cronometro si difendeva, come per esempio, le seconde crono di un grande Giro, che erano più per chi aveva ancora energie piuttosto che di prestazione assoluta.
Sempre secondo Podenzana, un tempo la corsa era più lineare e c’era una squadra (o poche altre) che controllavanoSempre secondo Podenzana, un tempo la corsa era più lineare e c’era una squadra (o poche altre) che controllavano
Massimo tu sei stato un corridore e sei un direttore sportivo. Come si lavora in queste situazioni quando devi tenere l’uomo davanti?
Secondo me il lavoro è uguale, con l’aggravante che ora c’è più stress. Prima non c’erano tutte queste squadre attrezzate come oggi. Prendiamo la tappa di Rouen: per prendere l’ultima salita, tutti erano davanti. Anche squadre come la Groupama-FDJ. Sì, Gregoire è forte, ma una volta squadre così non avrebbero tirato così costantemente e probabilmente uno come lui non sarebbe stato lì. Adesso, con le rotonde, gli spartitraffico… altro che stress.
Ti piaceva avere indicazioni o preferivi non averne?
No, era diverso senza radio. Si viveva più la giornata. Adesso quando partecipi a una corsa sai già tutto: finale, rotonde, curve… Ma oggi le radioline servono. Al campionato italiano ci dicevano di avvertire i corridori per un problema: ma senza radio come facevi?
Come studiavate la tappa?
Si studiava il libro gara, cercando di capire gli ultimi due–tre chilometri. Non veniva segnalato tutto come adesso.
C’era un road captain?
Sì, ma variava a seconda della tappa, di chi stava meglio. C’ero io, c’erano Conti, Fontanelli, Zaina, Velo… dipendeva dai momenti della gara.
Quali squadre vedi lavorare bene oggi?
La UAE Emirates, anche se al Giro d’Italia non mi è piaciuta tanto, ma qui stanno facendo tutto al meglio. Anche la Visma-Lease a Bike mi piace: porta sempre Vingegaard davanti nei momenti top e lo protegge costantemente. Sono le due squadre migliori e lo sono anche perché hanno i corridori più forti, quelli con più gamba e che di conseguenza sanno ben muoversi in gruppo.
Podenzana apprezza molto il laoro di Visma e UAEPodenzana apprezza molto il laoro di Visma e UAE
Tappe più ondulate, ma anche più nervose, come quelle di questo inizio Tour sarebbero piaciute di più alla Mercatone Uno rispetto ai piattoni di allora?
Sarebbe stato comunque difficile per noi. Eravamo più a nostro agio con le grosse salite. Magari su questi ondulati Pantani si sarebbe difeso meglio perché aveva classe e non aveva paura di lottare.
Lo avreste portato nelle montagne con meno svantaggio dopo dieci tappe?
Forse sì, perché quei percorsi sarebbero stati più adatti a lui rispetto ai totali piattoni e poi c’erano cronometro più lunghe. Ma la posizione in gruppo è troppo determinante oggi. Lui stava spesso dietro e risalire costa troppe energie. Ai miei tempi anche se era sbagliato qualche volta si poteva, ma oggi, se vuoi fare classifica, devi stare tra i primi venti. Sempre.
Massimo, chiudiamo con un aneddoto. Pensando alle tante sgroppate d’inizio Tour che vi faceva Pantani ce n’è una che ricordi più delle altre?
Ce ne sono tante. Mi viene in mente la tappa di Pau: dovevamo stare davanti, avevo una gran condizione. Ho lavorato tutto il giorno e sono riuscito a tenerlo là. Marco mi ringraziò. Ma ogni giorno dovevi dare il meglio per non fargli perdere terreno o energie. Anche se il ricordo più vivo non è legato al Tour ma al Giro.
Raccontaci!
Tappa dell’Alpe di Pampeago, quando Tonkov staccò Marco nel finale. Lì dovevo essere il penultimo uomo. Tiriamo, prepariamo l’attacco. Io sto per dare il cambio pensando ci sia un altro compagno dietro di me. Invece mi volto e c’è lui, Marco. E mi fa: «Pode, lungo». Insomma, tira ancora. Ho dato l’anima finché non è scattato. Quando lo ha fatto per me è stata una liberazione. Quel “Pode Lungo” me lo ricorderò per sempre.
L’ingaggio di Alessandro Perracchione da parte della Novo Nordisk ha colto molti di sorpresa. Il giovanissimo piemontese passa professionista saltando a piè pari la categoria U23. Eppure non è stato tra quelli che più si sono messi in mostra quest’anno. Entrando più a fondo della questione si scopre così che questo passaggio non nasce dal nulla. E’ invece l’evoluzione di un contatto nato molto tempo fa.
Massimo Podenzana, diesse della formazione americana che da anni permette di fare attività ad alto livello a corridori affetti da diabete di tipo 1, racconta come Alessandro sia nel mirino del team praticamente da sempre.
«Già da quando era allievo lo seguiamo con attenzione. Fu Ellena a segnalarmelo, raccontandomi la sua storia di ragazzino alle prese con il diabete sin da quando aveva 2 anni. Ha partecipato ad almeno un paio di nostri training (nella foto di apertura, ndr), abbiamo visto che ha un buon motore. Sinceramente abbiamo valutato quello più che i risultati».
Podenzana, ex tricolore su strada, è direttore sportivo della Novo Nordisk dal 2013Podenzana, ex tricolore su strada, è direttore sportivo della Novo Nordisk dal 2013
L’anno della mononucleosi
Perracchione effettivamente non ha avuto una grande stagione, ma il perché è presto spiegato: «La sua annata è stata contraddistinta dalla mononucleosi.Praticamente gli ha impedito di ottenere risultati per tutta la prima parte dell’anno. Nella seconda parte è andato sempre in crescendo, solo che la vittoria, quella importante, è arrivata solo in extremis, nell’ultima classica della stagione.
«Alessandro è un ragazzo di qualità, che deve solamente crescere con calma, senza stress. La sua scelta è stata a lungo ponderata, ne abbiamo parlato anche con i genitori. Con loro abbiamo convenuto che la scuola viene al primo posto. Alessandro deve finire gli studi nel 2024 e quindi faremo un calendario appropriato per permettergli di concentrarsi sugli esami».
Perracchione ha corso con l’Energy Team per 2 anni: nel 2022 aveva ottenuto 3 vittorie, 1 nel 2023 (foto GAS Photography)Perracchione ha corso con l’Energy Team per 2 anni: nel 2022 aveva ottenuto 3 vittorie, 1 nel 2023 (foto GAS Photography)
Un passista-veloce
Che tipo è Alessandro, sia come persona che come corridore: «Un ragazzo tranquillo, anche un po’ timido, che sta maturando da ogni punto di vista. Tecnicamente è un passista-veloce, che trova la sua dimensione ideale entrando nei gruppetti che si giocano la corsa. Allora può davvero vantare buone carte a suo favore. Ma è chiaro che deve ancora imparare tanto».
Eppure Perracchione, a dispetto delle difficoltà incontrate quest’anno, si era messo davvero in luce tanto che non c’era solo il team americano a seguirlo.
«Mi avevano contattato anche altre squadre – racconta il corridore classe 2005 – ma sinceramente avevo già scelto sin dall’inizio dell’anno. Con Podenzana ci conosciamo da tempo, ho partecipato anche all’ultimo training camp dove eravamo ben in 25. Se sono arrivato qui devo dire grazie a lui e a Fabrizio Tacchino, il mio preparatore che mi segue praticamente da sempre».
La vittoria al GP Camignone, precedendo Vesco e Monister (foto Rodella)La vittoria al GP Camignone, precedendo Vesco e Monister (foto Rodella)
Il diabete e la tecnologia amica
La mononucleosi però ha avuto un forte peso nella sua evoluzione: «Non posso negare che mi ha un po’ allarmato.Vedevo che non ottenevo risultati e non ne uscivo fuori, facendo uscire qualche dubbio. Avevo fatto un inverno molto buono, volevo raccoglierne i risultati, ma fino ad agosto la forma non arrivava e devo ammettere che è stata una bella botta».
In tutto questo discorso il diabete è come uno spettatore esterno. Eppure ha avuto un peso in tutta la sua vita, anche nella sua decisione di seguire la strada tracciata dalla Novo Nordisk che da sempre accoglie nel suo gruppo atleti con questa particolare patologia.
«Io ci convivo da quando ne ho memoria – spiega – i vincoli che impone sono parte di me, del mio vissuto. Non si può negare poi che rispetto a quando sono nato sono stati fatti passi da gigante. Quando ho iniziato a gareggiare c’era ad esempio ancora la necessità di farsi le punture al dito per verificare il glucosio nel sangue tramite la gocciolina. E in corsa non potevi certo portarti tutto il necessario… Ora con le app è tutto più facile, hai un aggiornamento costante sullo smartphone o il cardiofrequenzimtro al polso. L’evoluzione tecnologica è fondamentale».
Per il piemontese anche un’esperienza in nazionale, al Trophée Morbihan ’22 (foto Andrey Duval)Per il piemontese anche un’esperienza in nazionale, al Trophée Morbihan ’22 (foto Andrey Duval)
Il tempo di crescere
Podenzana dal canto suo ha ben chiaro come proseguire nel rapporto con Perracchione. Come farlo maturare nei tempi giusti: «Io dico che i mezzi li ha, ma va tenuto tranquillo. Per molti versi mi ricorda un altro corridore che fa parte del nostro team, Matyas Kopecky, atleta ceko quinto agli ultimi europei U23. Se si dà loro il tempo di crescere, i risultati li portano».
E’ pur vero però che saltare una categoria non è semplice se non sei l’Evenepoel di turno: «Non è facile ambientarsi, questo è chiaro e per questo bisognerà lavorarci di cesello. Nel primo anno farà un po’ la spola tra la prima squadra e quella continental. Nella prima parte dell’anno avrà un calendario dosato per poi progressivamente, messi da parte gli impegni scolastici, fare sempre più esperienze anche al livello superiore».
Anche da allievo Alessandro si era messo in luce, anche nel ciclocross (foto Sentinella del Canavese)Anche da allievo Alessandro si era messo in luce, anche nel ciclocross (foto Sentinella del Canavese)
Si comincia a novembre
Per il tecnico spezzino quella di Perracchione è una scelta naturale e ponderata, uno dei pochi nuovi ingressi nel team: «Abbiamo anche promosso in prima squadra 4 ragazzi provenienti dal team Devo. Abbiamo avuto una stagione che reputo positiva anche se non sono arrivati successi, ma quando riesci a piazzare tuoi corridori nei primi 10 anche in qualche classica belga, significa che la qualità c’è e che stai lavorando bene. Quando ti confronti con i team WorldTour è dura, hanno a disposizione mezzi che noi possiamo solo sognare e per questo anche i piazzamenti hanno un loro valore. In Spagna a fine novembre porremo le basi per il nuovo anno e sono sicuro che quel che è mancato quest’anno arriverà».
Trent’anni fa, poco meno. Massimo Podenzana aveva già 32 anni, perché lui – come dice spesso scherzando – è passato a 26 che era già vecchio. A Prato si correva il campionato italiano, in un giorno caldo come a fine giugno in Puglia. E come quest’anno, fu una fuga ad assegnare la maglia tricolore. E se Zana per vincere ha dovuto fare la volata, il “Pode” preferì arrivare da solo, come da solo sarebbe arrivato anche l’anno successivo, centrando una clamorosa doppietta nel 1994 a Cles. Sono i tre tricolori di Reverberi.
Alla corte di Reverberi
Tra le curiosità e le coincidenze, oltre a quelle ultime quattro lettere, il denominatore comune per entrambi è infatti Bruno Reverberi. Tanto che dopo la vittoria di Filippo, l’attuale direttore sportivo del Team Novo Nordisk, ha mandato un messaggio al reggiano, scherzando sul fatto che abbia impiegato trent’anni per rivincere l’italiano.
«A Prato – ricorda – non ero partito per vincere, ma di sicuro per dare battaglia. Ricordo che uscimmo dal circuito di Seano che mi avevano quasi preso. Vedevo dietro Lelli e Sciandri a 100 metri, ma dissi a me stesso che finché non mi avessero raggiunto avrei tenuto duro. Col caldo non ho mai avuto problemi. Salii fino a 1’30” e alla fine ne mantenni uno su Bugno in maglia iridata, Cassani e Faresin».
Zana ad Alberobello fra il presidente Dagnoni e il cittì BennatiZana ad Alberobello fra il presidente Dagnoni e il cittì Bennati
Un altro ciclismo
Trent’anni fa, poco meno. Una vita. Forse Zana non conosce nemmeno la storia del suo predecessore, essendo nato nel 1999 che per Podenzana e gli uomini della Mercatone Uno fu invece maledetto. Ma nel 1993, con Pantani al primo anno da professionista e lo spezzino vestito della maglia Navigare, quel che sarebbe accaduto non era neppure immaginabile. Era un altro ciclismo. Prima del Giro, la squadra di Reverberi partecipò alla Vuelta, perché prima del WorldTour si poteva.
Le stesse squadre, più o meno, ma un ciclismo molto diverso…
Oggi è difficile andare alle grandi corse, devi sperare nell’invito. Prima le facevi tutte. La Navigare era una di quelle squadre piccole, che aveva sempre dentro qualche buon corridore. Bruno puntava sui giovani e, come oggi, ne prendeve sei o sette all’anno, sperando di tirarne fuori qualcuno più forte. Non io, perché ero già vecchio. Ma quell’anno passò con noi Guerini, c’erano Shefer, Barbero e Davidenko, il mio attuale team manager.
Nel 1995, passato alla Brescialat, Podenzana corre con il tricolore all’AmstelNel 1995, passato alla Brescialat, Podenzana corre con il tricolore all’Amstel
La maglia tricolore non ha mai cambiato valore però…
Quello non cambia. Indossarla dà sensazioni e una responsabilità. Porti la bandiera del tuo Paese in giro per il mondo. Ricordo che io ero uscito bene dal Giro d’Italia, come anche Zana, che ha fatto bene anche alla Adriatica Ionica Race. Scoprirà anche lui che quando la avrà indosso, sarà spinto a dare il massimo.
Ricordi la tua prima uscita con il tricolore sulle spalle?
Il Trofeo Melinda, se non ricordo male, che vinse Della Santa su Gianetti e Belli. Si arrivava in salita a Fondo. Di certo, ricordo quanto fu strano prepararsi. Ero così poco convinto di vincere il tricolore, che mi ero organizzato una vacanza in Sardegna con la famiglia. Di solito avrei preso la bici davvero poco, quella volta pensai più ad allenarmi che alla vacanza. Il Melinda fu una corsa dura, ma per me fu un’emozione incredibile. E poco dopo andai a Camaiore e vinsi.
Al Giro d’Italia del 1988, al 2° anno da pro’, vince a Rodi Garganico e conquista la maglia rosaAl Giro d’Italia del 1988, al 2° anno da pro’, vince a Rodi Garganico e conquista la maglia rosa
Oggi ci si stupisce per la pulizia della maglia, nel 1993 non si pensava a un tricolore alternativo…
Credo che il primo per cui si fece una maglia diversa dalla bandiera fu Pozzato, perché la Katusha volle cambiare. La mia era tricolore e basta.
L’anno dopo vincesti nuovamente l’italiano: dopo un po’ ti sei abituato a quel simbolo?
Ero fortunato, perché il tricolore cade in un periodo in cui io sono sempre andato bene. Feci bene alla Bicicleta Basca, vinta ancora da Della Santa. Poi feci bene al Giro, che chiusi al settimo posto. Ebbi anche una caduta, ma per evitare terapie che mi distraessero o mi condizionassero, corsi fino all’italiano senza andare dal dottore. Ci andai dopo e venne fuori un problemino di facile soluzione all’anca. A Cles, al campionato italiano del 1994, feci metà corsa in gruppo e poi me ne andai.
Nel 1993 è campione italiano e corre i mondiali di Oslo, vinti da Armstrong nel diluvioNel 1993 è campione italiano e corre i mondiali di Oslo, vinti da Armstrong nel diluvio
E l’anno dopo cambiasti squadra: il tricolore fa mercato?
Difficilmente cambiavo squadra. Passai all’Atala, poi con Reverberi, la Brescialat, Carrera e Mercatone Uno. La Brescialat era la novità, creata da Giupponi, Leali e Bordonali. Il 1995 andò bene, al secondo anno si divisero. Io avevo il contratto con Leali e Giupponi e rischiai di smettere, perché nel 1996 la squadra che nel frattempo era diventata San Marco Group, chiuse. Poteva davvero finire la carriera, ma Boifava mi salvò.
Cosa fece?
A maggio mi aprì le porte della Carrera. Mi portò al Giro di Svizzera e poi al Tour, dove vinsi una tappa e mi sistemai per il futuro. A Boifava devo tanto, voglio ringraziarlo. Fu lui che nel alla fine di quell’anno mi portò da Luciano Pezzi e mi fece firmare con la Mercatone Uno di Marco Pantani, nonostante lui stesse facendo la Asics con Chiappucci.
Podenzana, 2° da destra, nella Mercatone che vinse il Giro del 1998 con PantaniPodenzana, 2° da destra, nella Mercatone che vinse il Giro del 1998 con Pantani
Due anni da campione italiano cambiano la vita?
Sono sempre stato uno che non si montava la testa. Sapevo dove potevo arrivare, che poi è il consiglio che mi sento di dare a Zana. Ho vinto poco, ma corse importanti. La tappa al Tour, una al Giro. Il Toscana. Ho portato la maglia rosa e quella azzurra. Sono tutte in un armadio, anche le due tricolori, ma quelle originali.
Ti capita mai di aprire quell’armadio?
E’ successo proprio nei giorni scorsi. Ho preso il Covid e mi sono isolato su in mansarda. E così mi sono messo a riguardare le vecchie foto e le maglie, perché sennò le giornate sarebbero state lunghe. Ho aperto i cassetti e ho rivisto la maglia rosa e la gialla con la dedica e l’autografo del Panta. Bei ricordi. Mia figlia non capiva cosa stessi facendo. Non guardavo la televisione, in compenso ho rivisto la mia storia.
Massimo Podenzana, quello delle due maglie tricolori e dell’indimenticabile supporto agli assalti di Pantani, è da 10 anni il direttore sportivo del Team Novo Nordisk. Nel 2011 la squadra si presentò come Team Type 1-Sanofi e assunse l’attuale denominazione nel 2013, diventando la bandiera del ciclismo di vertice per gli atleti affetti di diabete di tipo 1.
Wild Sanremo
Nel pieno delle agrodolci reazioni post wild card, la Novo Nordisk ha stappato la bottiglia per la chiamata alla Milano-Sanremo. Non che non ambiscano a fare di più, ma di certo la partecipazione alla Classicissima è la vetrina internazionale più ambita e come tale sarà preparata.
«Sappiamo che partecipare alla Sanremo – dice il ligure – è per noi un traguardo importante ed esserci riusciti ci ha messo di buon umore. L’anno che abbiamo alle spalle è stato difficile, ma siamo riusciti a correre. Sembrava che il 2021 sarebbe stato diverso, invece sembra tutto uguale. Andare alle corse resta un problema, bisogna accettare quel che viene e ripartire».
Podenzana, 2° da destra, nella Mercatone che vinse il Giro con PantaniPodenzana, 2° da destra, nella Mercatone del Giro 1998
Fino al 2023
Esiste un ciclismo che si accontenta e non di certo perché valga di meno, ma perché preferisce correre nei suoi limiti piuttosto che inseguire improbabili chimere.
«Faremo comunque il nostro calendario – spiega Podenzana – che prevede Laigueglia, Larciano e Sanremo. Volevamo andare in Turchia e in Rwanda, ma sono state cancellate. E’ già buono quello che stanno facendo gli organizzatori, anche se il rischio è che comincino a posticipare le date, creando l’accumulo che poi diventa difficile da gestire. Non è tanto un problema per noi, quanto per le squadre più piccole. Non faremo il Giro, ma abbiamo prolungato la sponsorizzazione per altri due anni e anche nel periodo Covid abbiamo avuto il nostro senza alcun problema. Che cosa ci chiedono? L’immagine, ci tengono tanto. E di spenderci nelle pubbliche relazioni. Prima del Covid alle corse venivano i bambini a chiedere gli autografi, ora è davvero triste…».
Andrea Peron e Brian Kamstra con vista sul mareAndrea Peron e Brian Kamstra con vista sul mare
Tutti in fuga
A proposito di progetto, questo è esula dal… vendere corridori e creare campioni, ma vuole offrire una prospettiva a chi pensa che il diabete sia una malattia invalidante. Vedere quella maglia in fuga o in lotta per la vittoria è lo spot migliore.
«Ai tempi in cui c’era Sanofi – ricorda – avevamo anche atleti senza il diabete, ora non più. Il fatto di correre da protagonisti è la miglior vetrina. In determinate corse bisogna farsi vedere, la Sanremo è una di queste. Magari però non mettendone 4 in fuga come l’ultima volta. Altrimenti si potrebbe pensare che il direttore sportivo sia rimbambito. Mentre nelle corse di seconda fascia si può provare a fare risultato. Abbiamo anche un team development negli Stati Uniti, che ogni anno organizza un camp con ragazzi di 17-18 anni per ingaggiare i più forti. Il loro direttore sportivo è Lagutin, che vinse il mondiale U23 nel 2003. E’ magro come quando correva».
Quattro uomini della Novo Nordisk in fuga alla Sanremo 2019, un po’ troppi…Quattro della Novo Nordisk in fuga alla Sanremo 2019
Lampi tricolori
Nel team Novo Nordisk c’è tanta Italia. E’ a suo modo italiano il team manager Vassili Davidenko, che qua si mise in luce da corridore assieme al “gemello” Shefer nei primi anni Novanta, passando poi professionista con Reverberi. E’ italiano ovviamente il direttore sportivo, come la nutrizionista, Laura Martinelli, che vi abbiamo già presentato. E’ italiana Alice Podenzana, figlia di Massimo, che si occupa di comunicazione. E poi ci sono i corridori, Andrea Peron e Umberto Poli.
«Per loro la Sanremo è come un mondiale – prosegue Podenzana – ovvio che vogliano esserci. Ma gliel’ho detto che devono essere pronti, altrimenti il fatto che siano italiani non conta. La Sanremo non è un diritto e visto che di un certo livello facciamo solo questa, sarà bene essere all’altezza. Mi pare che l’abbiano capito. La Sanremo è la sola prova monumento di tutta la stagione. Per il resto, saremo in Spagna, faremo il Giro d’Austria, l’Ungheria, il Giro del Belgio, la Parigi-Tours. Diciamo che cerchiamo di correre nei Paesi in cui il ciclismo è più importante. Quanto alla Martinelli appena arrivata… Ero un po’ scettico all’inizio, non avevo mai avuto un nutrizionista quando correvo. Mi sono accorto al ritiro di quanto sia importante e brava. E alla fine l’ho ringraziata».
Umberto Poli è del 1996 e viene da VeronaUmberto Poli è del 1996 e viene da Verona
Quale percorso?
Dopo Larciano i ragazzi andranno a casa, non correndo Strade Bianche e neppure la Tirreno, ma in vista della Sanremo si organizzerà un ritiro.
«Faremo qualcosa dal 13 al 18 marzo – conferma Podenzana – e non è stato semplice organizzarlo. Abbiamo saputo dell’invito solo questa settimana, per cui non è stato complicato trovare un hotel a Milano. Il ritiro lo faremo qui dalle mie parti, nello spezzino. E anche per il programma siamo in attesa. Se il percorso cambia ancora, ha senso andarlo a vedere. Sennò ci alleneremo nei dintorni. Il Colle di Nava a marzo in effetti è un bel rischio, aspettiamo quel che diranno. In ogni caso il nostro obiettivo sarà portare via la fuga in partenza. I campioni devono lasciarla andare, altrimenti gli tocca controllare una corsa sempre più nervosa. I chilometri di pianura dopo la partenza da Milano, saranno il nostro terreno di caccia».
La Sanremo è partita e per il Team Novo Nordisk è aria di fughe. Sulle loro maglie prodotte da GSG il numero 100: un secolo dalla scoperta dell'insulina