Vingegaard si diverte, Ciccone salta, Almeida rimugina

31.08.2025
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Era prevedibile che qualcosa in casa UAE Emirates non andasse. Ayuso s’è tappato le orecchie e forse anche questa volta preferirà non ascoltare. Dopo l’arrivo e il secondo posto alle spalle di Vingegaard, Almeida non ha fatto nomi. Tuttavia il fatto che all’inizio della salita (pedalabile) di Estación de Esquí de Valdezcaray lo spagnolo si sia staccato resta un comportamento da decifrare. Da uno che due giorni fa ha dominato sul traguardo di Cerler, dopo 4.203 metri di dislivello, ci si poteva aspettare di più.

«Siamo stati colti di sorpresa – ha detto Almeida parlando dell’attacco di Vingegaard a 11 chilometri dall’arrivo – non me l’aspettavo. Ero ben posizionato, ma loro hanno attaccato molto forte e per questo non sono riuscito a recuperare. E’ andata così… Ho visto che i ragazzi erano al limite e non potevano fare molto, oggi mi sono mancati particolarmente i miei compagni di squadra. Alla fine non avevo accanto nessuno… Non era molto ripido, quindi penso che avrei potuto seguire Jonas diversamente. Ma non lo sapremo mai».

Almeida ha inseguito Vingegaard andando quasi alla sua stessa velocità: a 27 anni, Joao è nella piena maturità
Almeida ha inseguito Vingegaard andando quasi alla sua stessa velocità: a 27 anni, Joao è nella piena maturità

Il fuori giri di Ciccone

E’ stato così che Jonas Vingegaard ha deciso di affondare i denti, dopo che fino a inizio salita i più attivi erano stati gli uomini della Lidl-Trek. Jorgenson ha tirato e di colpo il danese è andato via da solo. L’ha seguito Ciccone, con un gesto più spavaldo che bello: quello è Vingegaard, per fare classifica contro di lui, bisogna usare la testa e non i muscoli. Ma certe prove vanno fatte e Ciccone a un certo punto ha detto basta.

«Penso che Jonas sia andato troppo veloce per me – ha commentato Giulio, laconico – e ho fatto del mio meglio. Forse seguirlo è stato un errore, era meglio tenere un po’ il passo. Eravamo ancora ai piedi della salita, ma le sensazioni erano buone ed eravamo davvero fiduciosi di provare a vincere questa tappa. Lui a volte è forte e a volte meno. Oggi è stato fortissimo, ma sicuramente ci riproveremo».

Il linguaggio del corpo: bocca chiusa, bocca aperta, il destino di Ciccone era segnato
Il linguaggio del corpo: bocca chiusa, bocca aperta, il destino di Ciccone era segnato

Lo stupore di Vingegaard

Vingegaard non l’ha fatto da super cattivo, anzi alla fine ha scherzato sull’imprudenza di attaccare da tanto lontano. Si è anche voltato spesso, senza scavare solchi profondi. Del resto, fra i rivali davanti è il solo ad aver corso il Tour lottando sino alla fine con Pogacar e a non essersi preparato in altura.

«Oggi mi sentivo benissimo – ha detto Vingegaard – quindi ho chiesto alla squadra di accelerare e hanno fatto un lavoro fantastico. Sono entusiasta di essere riuscito a concludere. A dire il vero, non sapevo che fossi così lontano quando ho attaccato. Non ho fatto i compiti molto bene e sono rimasto sorpreso quando ho visto il cartello dei 10 chilometri. Una volta che ho guadagnato un po’ di vantaggio, ho continuato. Non cercavo la maglia rossa. Il mio obiettivo principale era vincere la tappa e guadagnare tempo sui miei rivali».

La tappa di oggi misurava 195,5 chilometri, attraverso la provincia autonoma di La Rioja
La tappa di oggi misurava 195,5 chilometri, attraverso la provincia autonoma di La Rioja

La promessa di Pidcock

Per una singolare coincidenza del calendario, si è visto oggi sugli scudi anche Tom Pidcock. Il britannico della Q36.5 ha scalato la salita finale assieme ad Almeida. E’ parso troppo a lungo a rimorchio e solo nel finale ha dato il suo contributo, limando una decina di secondi al margine di Vingegaard.

«Mi sentivo davvero bene – ha detto il campione olimpico della moutain bike – ma quando Jonas parte è sempre difficile seguirlo. Ha sempre tanti compagni con sé. Ho creduto che Almeida fosse la ruota perfetta da seguire, ho pensato che saremmo potuti rientrare insieme. Chapeau a lui, non sono proprio riuscito a dargli il cambio. Mi ha urlato contro, ma nel tratto più veloce della salita, sembrava un trattore. E’ ripartito nell’ultimo chilometro ed è stato impressionante, sono riuscito a superarlo solo all’arrivo. Sono contento, a essere sincero. So che è difficile conoscere appieno le mie capacità, ma ci stiamo divertendo».

Dopo un Giro a dir poco anonimo, il Pidcock della Vuelta è molto più propositivo
Dopo un Giro a dir poco anonimo, il Pidcock della Vuelta è molto più propositivo

La singolare coincidenza del calendario sta nel fatto che proprio oggi Van der Poel è tornato a correre in mountain bike, centrando un buon sesto posto a Les Gets, in Francia. Mathieu ha nel mirino il mondiale che si correrà nel Vallese il 14 settembre, proprio nel giorno finale della Vuelta a Madrid. Magari l’olandese si starà già fregando le mani sapendo che nel gruppo non ci sarà la vera star attuale del movimento. Anche se Pidcock dopo la Vuelta volerà in Africa e si giocherà da par suo il mondiale di Kigali.

Ayuso contro Frigo, scontro fra due rabbie diverse

29.08.2025
6 min
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Sul traguardo di Cerler, Ayuso si tappa le orecchie. Dite pure tutto quello che vi pare, io non voglio starvi a sentire. Lo spagnolo è arrivato alla Vuelta con i favori del pronostico, messo dentro al posto di Pogacar, quasi a sottolineare che con Tadej non avrà più a che fare. Leader con Almeida, difficile dire se con qualche diritto di prelazione. Sta di fatto che ieri ad Andorra, sul primo arrivo in salita nemmeno troppo crudele, Juan è tornato in hotel con quasi 12 minuti di passivo. Poche gambe o la voglia di prendere le distanze dalla coppia e fare la sua corsa nonostante tutto?

Nella fuga con Ayuso viaggiava anche Marco Frigo, alla Vuelta per puntare alle tappe
Nella fuga con Ayuso viaggiava anche Marco Frigo, alla Vuelta per puntare alle tappe

La Bahrain rinunciataria

Non parlate, non vi sento. Così Ayuso ha attaccato sulla prima salita e ha fatto un’ora da solo, prima che lo raggiungessero gli altri fuggitivi. Ha pedalato con loro, girato con loro, condiviso con loro la fatica. Ma quando mancavano 9 chilometri all’arrivo e al suo fianco c’era soltanto Marco Frigo, Ayuso si è scosso e l’ha lasciato lì.

«Ho trovato il peggiore con cui andare in fuga – ammette Frigo – sappiamo tutti che corridore sia Ayuso. Quando ho visto attaccare lui e Vine, ho capito che saremmo potuti arrivare. Dietro era chiaro che la Bahrain Victorious non avrebbe tirato fino all’ultima salita, per poi mettere la vittoria in palio, sapendo che il suo uomo in maglia è vulnerabile. Questo ci ha dato fiducia sul fatto di arrivare. Bisognava essere in fuga e penso che sia stata una delle giornate più dure per esserci. Detto in gergo ciclistico, la salita iniziale l’abbiamo ben spianata».

Il gruppo ha lasciato andare: la Bahrain non aveva interesse a cucire sulla fuga
Il gruppo ha lasciato andare: la Bahrain non aveva interesse a cucire sulla fuga

500 metri di sforzo inutile

Nel gruppetto all’attacco, quando sulla penultima salita Jay Vine ha provato l’allungo, Frigo deve aver pensato che l’australiano avrebbe rifatto quel che gli era riuscito ieri ad Andorra. Attacco in cima alla salita, discesa da kamikaze e scalata finale in testa fino al traguardo.

«In realtà poteva essere pericoloso – conferma il vicentino della Israel Premiertech – che lui andasse avanti e dietro rimanesse un gruppetto con Ayuso che non collaborava. Per questo ho deciso di andargli dietro e in un attimo in discesa e poi nella valle avremmo potuto guadagnare un minuto. Ovviamente poi abbiamo capito che lavorava per Ayuso e in quel momento m’è venuta anche la frustrazione di aver fatto 500 metri a tutta per prenderlo e non è servito a niente».

Quando la vittoria di Ayuso era al sicuro, Almeida ha fatto il forcing: con lui Vingegaard e Ciccone
Quando la vittoria di Ayuso era al sicuro, Almeida ha fatto il forcing: con lui Vingegaard e Ciccone

Cinque chili di differenza

Ayuso ha attaccato e Frigo l’ha seguito. La salita finale andava avanti a gradoni su cui i cinque chili di differenza fra Ayuso e Frigo (65 lo spagnolo, 70 l’italiano) rischiavano di trasformarsi in un altro step difficile da sormontare.

«Sono sincero – spiega Frigo – quando ha attaccato ai piedi della salita, io stavo bene e per questo sono riuscito a tornare sotto. Anche quando tiravamo, mi sono messo a collaborare perché credevo di stare bene e avevo buone sensazioni. Però alla fine, forse lui un po’ ha bleffato, non lo so. Sta di fatto che quando ha fatto il secondo attacco, mi ha lasciato lì. Ho cercato di prendere il mio ritmo e per un po’ sono riuscito a tenerlo a tiro, però pian piano mi stavo spegnendo. Ho visto che stava entrando García e sapevo che poteva darmi una mano, però intanto Ayuso è diventato imprendibile. C’è da dire che probabilmente lì davanti, dopo Pedersen, io ero quello più pesante. Nella salita c’erano dei punti in cui si poteva respirare, ma quando tirava in su, diventava bella ripida e ovviamente il mio peso e la mia altezza non mi hanno aiutato…».

L’amarezza di Frigo

Dice e sottolinea di voler tenere la testa sulla Vuelta, senza nulla che porti via la concentrazione. Anche il mondiale e l’europeo, se ci saranno, si affronteranno dopo la corsa spagnola. Dopo la cronosquadre in cui per una protesta pro Palestina la squadra è stata rallentata, la sera Marco avrebbe avuto voglia di mollare. Lo ha detto ai microfoni di Andrea Berton e lo ripete ora qui con noi.

«Superare quello che è successo nella cronosquadre – dice – è stato pesante, sono sincero che la pietra sopra non ce l’ho ancora messa. Proprio perché forse è stata l’escalation di una situazione che forse mi portavo avanti da un po’ e mi ha messo davanti alla realtà com’è. Per metterci la pietra sopra ci vorrà del tempo oppure bisognerà prendere altre decisioni. Però intanto devo concentrarmi ed è quello che sto provando a fare e che probabilmente oggi sono riuscito a fare meglio di ieri. Pensare che sono qui alla Vuelta e concentrarmi su me stesso, sui sacrifici che ho fatto per avere questa gamba e non sprecarla solo perché ci sono persone che ignorano la situazione e il fatto che la nostra squadra sia una realtà privata».

Dalla cronosquadre, non sono stati giorni facili per Frigo, che spiega perché
Dalla cronosquadre, non sono stati giorni facili per Frigo, che spiega perché

Domenica si riprova

E se di Vuelta si deve parlare, l’analisi riparte brevemente dal secondo posto dietro Ayuso. Per capire se un secondo posto è la più grande delle beffe o comunque va bene.

«Ho già fatto secondo anche l’anno scorso – ricorda Frigo – dietro a Ben O’Connor in forma strabiliante. Io conosco bene le mie potenzialità e fare secondo dietro Ayuso è comunque un buon risultato, segno che la gamba c’è. Magari bisogna giocarla in un modo diverso, su una salita finale meno ripida in cui la pendenza non mi sfavorisca. Oggi tanti scalatori che erano in fuga me li sono messi dietro, quindi su un finale un po’ meno pendente o con un arrivo in pianura, avrei potuto giocarmela diversamente».

Ha appena… disegnato la tappa di domenica a Estación de Esquí de Valdezcaray e c’è da scommettere che lo troveremo davanti ancora una volta. Per stasera intanto è arrivato il momento di rispondere ai messaggi da casa, dopo che per quasi un’ora il telefono in questa valle che conduce all’hotel è rimasto isolato dal mondo.

Domani Andorra dirà chi comanda fra Almeida e Ayuso

27.08.2025
6 min
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SUSA – Almeida o Ayuso, questo è il dilemma. Mentre tutti si interrogano su chi sarà l’avversario principale di Jonas Vingegaard, in casa UAE Emirates si parla sempre di coppia di leader e di responsabilità condivise, sin da quando la squadra è stata annunciata ed è stata confermata l’assenza di Tadej Pogacar, fresco del poker giallo.

Già dalla prima conferenza stampa congiunta al J-Hotel nel giorno della presentazione delle squadre a Torino, il gioco di carte è diventato provare a capire chi dei due bluffasse e chi, invece, nascondesse l’asso nella manica. «La mia forma è un’incognita perché ho pochissimi giorni di gara nelle gambe dopo il Giro, mentre Joao va davvero forte», spiegava Ayuso, uscito con morale e fisico a terra dalla Corsa Rosa e a caccia di riscatto nella Vuelta che, ironia della sorte, è scattata proprio dall’Italia. «Mi sento bene, ma sono certo che anche Juan andrà forte e la cosa più importante è che vinca la squadra. Noi, senza dubbio le proveremo tutte», gli faceva eco Almeida.

Tutti contro Vingegaard

Il primo arrivo in salita, con l’allungo di Soler sulle ultime rampe che portavano all’arrivo di Limone Piemonte, è stato fin troppo esplosivo per il tandem UAE. I due però si sono difesi con gli artigli, sfruttando anche il lavoro di Soler: quinto Almeida, ottavo Ayuso, che si è preso la maglia bianca. Lunedì, invece, nel tortuoso finale di Ceres, con il tornante ai -75 metri, il portoghese ha chiuso 28° e lo spagnolo 35°. Qualche chilometro prima del finale della terza tappa, trovandoci accanto a Mauro Gianetti ad attenderne l’esito, ci siamo fatti raccontare come procede la convivenza dopo queste prime tappe italiane. 

«Stanno bene entrambi – ci ha detto – e l’hanno già dimostrato nell’arrivo di Limone Piemonte. Abbiamo questa opportunità di avere due leader e quindi bisogna giocarseli bene. Anche perché per provare a battere Jonas Vingegaard bisogna essere veramente forti. Essere in due è un piccolo vantaggio. Certo, rimane il fatto che Jonas è fortissimo e ha una squadra di altissimo livello ma, con due carte a disposizione, c’è qualche chance in più. Quindi, è importante proprio avere questa coppia perché, nei giorni più difficili, la superiorità numerica può girare a nostro favore».

Di certo, non è una situazione abituale per la UAE, che di solito fa la parte del leone con Pogacar e che, stavolta, è costretta a raddoppiare le forze per contrastare il “solito” rivale danese. Gianetti replica: «E’ chiaro che Tadej è il numero uno al mondo, ma Almeida è un corridore straordinario, così come lo è Ayuso. Entrambi possono sfruttare la presenza dell’altro a proprio vantaggio e dividere le responsabilità».

Ayuso ha conquistato la maglia bianca e per ora corre in posizione di attesa
Ayuso ha conquistato la maglia bianca e per ora corre in posizione di attesa

Chi va e chi resta

Al netto dei tatticismi però, l’incerto futuro di Ayuso per il 2026 (persistono le voci che lo danno in uscita con la Lidl-Trek in pole position) fa propendere la tesi che sia Almeida l’uomo di punta per queste tre settimane a cavallo tra Italia e Spagna con la breve parentesi francese di ieri. Oltre alla preparazione non ottimale sbandierata a più riprese, il ventiduenne catalano è per la prima volta al via di due Grandi Giri nella stessa stagione e questo rappresenta un ulteriore punto interrogativo. Il portoghese, invece, prima del ritiro nella nona tappa del Tour de France, aveva impressionato facendo filotto tra Paesi Baschi, Romandia e Svizzera. Senza dimenticare che era stato l’unico, oltre a Pogacar, a battere Vingeegard in salita, con l’acuto nella quarta frazione della Parigi-Nizza.

Sul portoghese, Gianetti aggiunge: «Ha dimostrato negli ultimi due anni di riuscire ancora a crescere, poco alla volta. Grazie alla sua costanza nelle tre settimane può impensierire Vingegaard che, dal lato suo, ha un Tour de France sulle gambe, molto impegnativo sia dal punto di vista fisico sia mentale». Al punto da convincere anche un alieno come Pogacar a rifiatare. Il doppio impegno potrebbe pesare sulle gambe del danese. A questo si aggiunge, l’indole della Vuelta degli ultimi quindici anni, ovvero di prestarsi spesso a sorprese e colpi di scena: in casa Uae si è pronti a più scenari. 

Matxin è da sempre il mentore di Ayuso, qui parla con Almeida: è importante che regni l’equilibrio
Matxin è da sempre il mentore di Ayuso, qui parla con Almeida: è importante che regni l’equilibrio

Pogacar da tutelare

Sul mancato nuovo atto del dualismo Vingegaard-Pogacar, il team manager risponde così: «Tadej ci aveva pensato a venire alla Vuelta, sin da inizio stagione, perché è una corsa a cui tiene. Non si può però pensare di fare le classiche, il Tour e la Vuelta, perché le prime tolgono parecchie energie. In una corsa a tappe di una settimana, hai tempo magari per rifiatare. Nelle corse di un giorno come Strade Bianche, Milano-Sanremo, Fiandre sei sempre a tutta e richiedono una preparazione ad hoc e complicata. Tra le classiche e il Tour, Tadej ha staccato soltanto 2 giorni. Se avesse fatto la Vuelta, ne avrebbe avuti altrettanti di riposo prima della Corsa spagnola e sarebbe stato un po’ troppo poco per essere al top fisicamente e mentalmente».

Anche perché poi nel finale di stagione ci sono tanti altri appuntamenti che fanno gola al cannibale sloveno come mondiali, europei e Lombardia. E per un’altra ragione più a lungo termine a cui Gianetti tiene: «Vogliamo che il pubblico possa godersi il suo talento cristallino più a lungo possibile. Ovvio, in una Vuelta disegnata così, Tadej avrebbe potuto vincere parecchie tappe, ma bisogna fare delle scelte e preservarlo».

A ruota di Vingegaard, Ayuso vuole rifarsi dello smacco del Giro
A ruota di Vingegaard, Ayuso vuole rifarsi dello smacco del Giro

Ayuso guarda avanti

Gianetti poi rimescola le carte e dà ancora una carezza ad Ayuso, che vede in crescita di forma e non distratto dalle voci di mercato: «Purtroppo al Giro è andata com’è andata, malgrado la sua volontà, ma questo gli ha permesso di essere qui in corsa oggi alla Vuelta. Bisogna guardare avanti e lui non è certo un corridore che guarda indietro. Al massimo, lo fa per analizzare se c’è stato qualche errore o qualcosa nella preparazione che non ha funzionato. Senza dimenticare poi la caduta e la puntura dell’ape che l’hanno costretto al ritiro. Questa è una grande occasione per lui ed è concentrato soltanto su quest’obiettivo».

Dunque, la strana coppia Ayuso-Almeida continua a braccetto. Almeno fino all’arrivo in quota in Andorra di giovedì 28, quando potrebbe essere già la strada a svelare l’arcano, costringendo l’Uae a giocare a carte scoperte. 

Facce, quote e nomi della Vuelta: Ciccone tira il gruppo azzurro

15.08.2025
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Dopo la partenza del Giro d’Italia e un pezzetto della Grande Depart del Tour 2024, Torino darà il via anche alla Vuelta. Dal 23 agosto, la corsa spagnola partirà dal capoluogo piemontese e sarà il consueto esame di fine anno per chi ha risultati da confermare e chi deve invece recuperare una stagione balbettante. La statistica racconta che il primo vincitore italiano della Vuelta, Angelo Conterno nel 1956, era proprio di Torino. Se ne andò nel 2007 a 82 anni, dopo aver vinto un Giro del Piemonte e tre tappe al Giro d’Italia.

Sono appena sei i vincitori italiani della Vuelta Espana. Ci fu Conterno nel 1956, poi Gimondi nel 1968, Battaglin nel 1981, Giovanetti nel 1990, Nibali nel 2010 e Aru nel 2015. Sono sei: uno in meno dei vincitori italiani del Tour che sono sette. Significa che non c’è niente di facile a vincere la Vuelta, ma questo crediamo lo abbiate capito da un pezzo.

Angelo Conterno, vincitore della Vuelta 1956: foto tratta dalla mostra allestita dalla Città Metropolitana di Torino
Angelo Conterno, vincitore della Vuelta 1956: foto tratta dalla mostra allestita dalla Città Metropolitana di Torino

L’assenza di Pogacar, nell’aria dopo le tante energie spese al Tour de France, sarà compensata da alcuni nomi di primissima grandezza, dando vita si spera a uno spettacolo come quello che ha reso davvero indimenticabile il Giro d’Italia di Yates. Il percorso si snoderà nella parte superiore di Spagna, con l’arrivo di Madrid che ne costituisce anche il punto più a sud. Quattro le tappe pianeggianti (una con arrivo in altitudine). Sei di media montagna, cinque di alta montagna, con tre arrivi in alta quota. Una cronometro e due giorni di riposo.

Vingegaard e il mondiale

Il favorito numero uno è Jonas Vingegaard, per nome e palmares. Il danese, che al Tour le ha provate tutte per staccare Pogacar, lo aveva detto già alla fine della sfida francese: «Prima mi prenderò una settimana di riposo e poi comincerò ad allenarmi di nuovo. E’ andata bene nel 2023, spero che funzioni ugualmente». La sua preparazione si è svolta ad Annecy, dove vive con la famiglia. Non ha svolto lavori di preparazione in altura, avendone accumulata parecchia per il Tour. A quanto risulta, nelle due settimane e mezza di allenamento, il suo unico obiettivo è stato recuperare freschezza. Come è chiaro, per averlo dichiarato da tempo, che il suo grande appuntamento di fine stagione sia il mondiale di Kigali.

«E’ stato il piano fin dall’inizio – ha spiegato il tecnico danese Michael Morkov – quando ho parlato con Jonas durante l’inverno e mi ha detto chiaramente di essere motivato per i campionati del mondo. E’ ad un punto della carriera in cui punta ai grandi appuntamenti».

Proprio per questo, in Danimarca si respira un po’ di apprensione perché Jonas non avrà abbastanza tempo per preparare i mondiali, che si correranno appena due settimane dopo la fine della Vuelta.

Vingegaard sarà il favorito numero uno della Vuelta con il supporto di Matteo Jorgenson
Vingegaard sarà il favorito numero uno della Vuelta con il supporto di Matteo Jorgenson

Ciccone alla prova

Dato il meritato spazio al più blasonato dei concorrenti, torniamo volentieri in Italia per Giulio Ciccone, che al rientro dalla preparazione in altura ha vinto a San Sebastian e alla Vuelta Burgos (foto di apertura). Il suo obiettivo 2025 sarebbe stato il Giro d’Italia, ma la caduta di Gorizia ha vanificato i suoi piani e quelli di altri corridori del gruppo. L’abruzzese ha detto chiaramente che vivrà la Vuelta giorno per giorno, ma sappiamo che per il Giro aveva lavorato tanto e bene in ottica classifica.

A chi gli contesta si aver sempre sofferto di un giorno di blackout nell’arco della tre settimane, lui per primo e la sua squadra rispondono che l’atleta è molto maturato. Vivrà alla giornata, ma non avendo mai chiuso un Grande Giro nei primi 10, è legittimo pensare che voglia mettersi alla prova.

«Mi piace confrontarmi con corridori forti – ha detto dopo aver battuto Del Toro a Lagunas de Neila, tappa più dura della Vuelta Burgos – preferisco gare così. Questa volta sapevo di avere il vantaggio di non essere in classifica e che lui avrebbe spinto a tutta. Ho approfittato della situazione e poi ho preferito non aspettare la volata. In questa corsa ci sono state diverse belle tappe, che sono state anche un’ottima preparazione per la Vuelta. Ci vado molto motivato, con l’intenzione di far bene».

Almeida e Ayuso sul Galibier al Tour 2024: i due non hanno avuto molte occasioni di correre insieme
Almeida e Ayuso sul Galibier al Tour 2024: i due non hanno avuto molte occasioni di correre insieme

Fra Almeida e Ayuso

La voglia di riscatto si respira anche in casa UAE Team Emirates. Il forfait di Pogacar è stato favorevole al ripescaggio di Ayuso: dopo il ritiro del Giro, altrimenti, lo spagnolo non avrebbe avuto un programma degno di interesse. Purtroppo per lui o per sua fortuna, dovrà fare i conti con l’identica sete di rivincita di Joao Almeida. Dopo la vittoria al Giro di Svizzera, il portoghese si è ritirato dal Tour con svariate abrasioni e una costola fratturata ed ha trascorso la convalescenza a casa. I due leader non sono mai stati grandi amici, si vedrà in che modo riusciranno a convivere.

«E’ una sensazione speciale iniziare la Vuelta da leader della squadra – ha detto Almeida – soprattutto con la forma che ho mostrato in questa stagione. Il recupero dall’incidente del Tour è stato fluido e le mie sensazioni in allenamento sono migliorate. Spero di continuare a progredire e di essere vicino al mio miglior livello all’inizio di questa Vuelta. Abbiamo un gruppo forte intorno a noi e credo che possiamo lottare per qualcosa di grande».

Dopo il passo a vuoto del Giro, Tiberi ha conquistato il secondo posto al Polonia
Dopo il passo a vuoto del Giro, Tiberi ha conquistato il secondo posto al Polonia

Tiberi per la generale

In casa Italia annotiamo anche altri nomi di sicuro interesse. Quello di Filippo Ganna, ritirato dal Tour, che avrà una cronometro in cui farsi valere. Lorenzo Fortunato, re degli scalatori al Giro d’Italia. In casa Red Bull-Bora, i nomi di Giovanni Aleotti, Matteo Sobrero e Pellizzari: pare che il marchigiano vada forte come e più che al Giro d’Italia. E’ la prima volta che Giulio affronta il secondo Grande Giro nella stessa stagione, ma non è da escludere che possa trovare il suo spazio accanto a due leader come Hindley e Vlasov.

Chi invece partirà con i gradi cuciti sulle spalle è Antonio Tiberi, affiancato da Damiano Caruso e Andrea Pasqualon. Uscito male dal Giro d’Italia, il laziale della Bahrain Victorious ha lavorato sodo in altura sul Passo Pordoi e al rientro ha centrato il secondo posto finale al Tour de Pologne.

«Dopo il Polonia – ha detto – una settimana di altura a Sestriere mi permetterà di arrivare direttamente a Torino per la Vuelta. Cercherò di rifarmi della sfortuna patita al Giro, sperando che possa andare meglio. La voglia è di fare bene, cercando di curare la generale».

EDITORIALE / C’è ancora posto per Ayuso alla UAE?

09.06.2025
5 min
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Caro Ayuso, ti scrivo dopo il Giro d’Italia, perché questo mi offre il modo per allargare lo sguardo sulla direzione del ciclismo. Scrivo a te perché la tua situazione è per me emblematica e scusatemi tutti se anche questa volta scrivo in prima persona.

Caro Ayuso, dicevamo, hai 22 anni e tanta voglia di correre e vincere: correre per vincere, quantomeno, perché non sempre le due azioni coincidono. La tua ambizione è evidente, l’avevamo annotata sin da quando sbranavi le corse U23 con la maglia della Colpack e temiamo che questo non ti abbia creato grosse simpatie. Sennò come si spiega che al Giro tutti i compagni si siano schierati spontaneamente dalla parte di Del Toro? A Siena erano tutti felici per lui, anche quelli che avevano pedalato con te cercando di guadagnare su Roglic (in apertura lo spagnolo in azione sulla salita finale).

Il tuo contratto con il UAE Team Emirates-XRG arriva fino al 2028 e si suppone che sia anche piuttosto profumato, altrimenti come si spiega la clausola rescissoria di cui si va raccontando? Magari sono chiacchiere da bar, ma l’ammontare sussurrato nei capannelli fra giornalisti è da capogiro: chi vuoi che possa pagarla?

Tutela o prigione?

Sei blindato, tutelato, garantito, forse persino imprigionato per altri tre anni e mezzo. Nessuno ti ha costretto a firmare e ha ragione Martinelli a chiedersi se la squadra abbia pensato a dove metterti e tu abbia chiaro dove vorresti trovarti.

Quando il tuo contratto sarà scaduto, avrai 26 anni: gli stessi di Pogacar adesso. Sarai ricco, più maturo, ma forse non avrai nel tuo carnet tutte le esperienze che avresti altrove. Il contratto di Tadej arriva fino al 2030 e a lui spetta la prima scelta. Quello di Del Toro, che ne ha 21, arriva al 2029. Al 2030 arrivano invece i contratti di Pablo Torres (19 anni) e di Jan Christen (20 anni). Senza guardare Almeida e Yates, abbiamo fatto i nomi dei futuri talenti della squadra con cui, pur con uno step di vantaggio, dovrai dividerti le corse.

Pare che dopo le incomprensioni del Galibier al Tour 2024, il rapporto fra Pogacar e Ayuso si sia incrinato fortemente
Pare che dopo le incomprensioni del Galibier al Tour 2024, il rapporto fra Pogacar e Ayuso si sia incrinato fortemente

Opzione Movistar?

Quest’anno sei partito come capitano per il Giro, ma lo scherzetto di Del Toro a Siena ti ha tolto la leadership e la serenità (se il leader cade, di solito i gregari lo aspettano). Chiunque abbia seguito la corsa si è accorto che da quel giorno qualcosa è cambiato. E quando sei stato costretto al ritiro, a meno di cambiamenti non previsti, è stato subito chiaro che per quest’anno di Grandi Giri non si parlerà più. Quanto al prossimo, si aspetteranno giustamente i piani di Pogacar, poi si vedrà che cosa ti toccherà in sorte.

Pare che il passaggio di Van Gils dalla Lotto alla Red Bull abbia permesso una diversa interpretazione della norma: non più la penale, ma un indennizzo pari al nuovo ingaggio moltiplicato per ciascuno degli anni residui. Se Ayuso dovesse andare alla Movistar (che parrebbe molto interessata) e la Movistar gli versasse 2 milioni di euro all’anno, l’indennizzo per la UAE ammonterebbe a 2 milioni per ciascuno dei tre anni di contratto residui. Quindi 6 milioni di euro. La UAE Emirates lo lascerebbe andare, mettendo su un piatto il rischio di rinforzare una rivale e sull’altro la ritrovata serenità domestica?

Il passaggio di Van Gils dalla Lotto alla Red Bull potrebbe aver riscritto la giurisprudenza in tema di penali e nuovi contratti
Il passaggio di Van Gils dalla Lotto alla Red Bull potrebbe aver riscritto la giurisprudenza in tema di penali e nuovi contratti

Solo un capitano

Il ciclismo è uno sport di squadra, ma il capitano è uno solo. Nel Paris Saint Germain che ha da poco vinto la Champions League c’è un’altissima densità di star, ma nel calcio possono giocare insieme e portare al risultato di squadra. Tu, caro Ayuso, ti vedi nei panni della star che aiuta un altro a vincere? Nelle ultime due occasioni – il Tour 2024 e il Giro 2025, finché sei stato in corsa – l’esperimento è stato piuttosto deludente.

Le corse che contano sono tante, ma non tantissime. E se una squadra ha 4-5 capitani di livello stellare, difficilmente ciascuno di loro potrà correre, vincere, avere la rivincita, provarci e riprovarci. Non avrà la stagione a disposizione. Ci sono dei turni, ci sono programmazioni atletiche, ci sono programmi da incastrare. Per cui se il prossimo anno Pogacar vorrà riprovare il Giro e il Tour oppure tentare il tris come tanti pensano avrebbe potuto fare lo scorso anno, a te cosa rimarrebbe?

Piganzoli e Pellizzari: per entrambi un percorso simile. Prima la professional, poi la WorldTour (per il lombardo dal 2026)
Piganzoli e Pellizzari: per entrambi un percorso simile. Prima la professional, poi la WorldTour (per il lombardo dal 2026)

La distribuzione del talento

Forse a questo punto qualcuno si starà chiedendo cosa cambierebbe se alle squadre più ricche fosse impedito di bloccare corridori così forti per periodi così lunghi. Ci sarebbe la possibilità di trovarli altrove come capitani? E questo potrebbe avere un effetto a cascata sulle altre squadre, in modo che anche le professional tornino un luogo di incubazione ed esperienza per futuri leader?

Certo nessuno mai accetterebbe di scendere di livello, però forse un neoprofessionista di 19 anni non vedrebbe così male la possibilità di farsi le ossa correndo da protagonista le grandi corse in una squadra minore che lo facesse sentire il principe di casa. Come è stato per Pellizzari lo scorso anno alla VF Group e Piganzoli al Team Polti.

Perciò caro Ayuso, nel salutarti e augurarti ancora una splendida stagione, invitiamo te e chi ti assiste a fare una riflessione sul tuo modo di porti e sul contratto che hai firmato. E a chiederti, a prescindere dalla causa, se sia davvero tutto oro quel che luccica.

Un Giro al microfono. Garzelli dà i suoi giudizi finali

05.06.2025
6 min
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Le fatiche del Giro sono alle spalle e Stefano Garzelli, in attesa dei prossimi impegni è tornato nel suo “buen retiro” spagnolo per godersi un po’ la famiglia. Il suo primo Giro da opinionista Rai è alle spalle e l’esperienza è stata molto positiva.

«E’ stato qualcosa di realmente diverso dal solito – dice – non è la stessa cosa che qualsiasi altro ruolo televisivo. A me piaceva raccontare la corsa pensando che mi rivolgevo a chi non è del mestiere, non segue tutta la stagione e sa tutto di ruote, mozzi, allenamenti e strategie. Ho cercato di raccontare questo evento come qualcosa di nuovo».

Primo Giro da primo opinionista in postazione per Stefano Garzelli: una corsa divertente perché sempre incerta
Primo Giro da primo opinionista in postazione per Stefano Garzelli: una corsa divertente perché sempre incerta

Giro esaltante, mai scontato

E’ stato un Giro molto particolare e riviverlo adesso, a qualche giorno di distanza permette di sottolineare e cogliere aspetti che magari sono stati un po’ coperti dal grande risalto dettato dal suo epilogo a sorpresa: «Diciamo che il primo vincitore del Giro è… il Giro. Perché è stato sempre incerto, diverso, mai monotono. Non è facile dare giudizi, sento parlare di fallimenti, ma bisogna anche guardare le singole storie e il Giro ne ha raccontate tante. Un esempio: come si fa a criticare Tiberi? La sua corsa è stata totalmente condizionata dalla caduta, dopo non era più lui perché la botta era stata forte».

E’ vero ma come si fa a non giudicare negativamente (se proprio non vogliamo usare la parola fallimento) la corsa della UAE, per quanto il secondo posto di Del Toro sia carico di prospettive? Non è che la squadra non era abituata a gestire una situazione diversa non avendo Pogacar in corsa?

Yates e Van Aert, un sodalizio che ha funzionato alla perfezione nella penultima tappa
Yates e Van Aert, un sodalizio che ha funzionato alla perfezione nella penultima tappa

La UAE e le gerarchie non rispettate

«Con Tadej è facile correre, praticamente non devi fare nulla… Io credo che qualche errore ci sia stato, innanzitutto nella gestione della gerarchia. Ayuso, per quel che aveva fatto a Tirreno-Adriatico e Catalunya, era il capitano. Alla tappa delle strade bianche è caduto, a quel punto perché Del Toro ha allungato? Era con Bernal e Van Aert, ma non doveva esserci perché la gerarchia imponeva che stesse col capitano. Ciò ha dato a lui la maglia ma ha tolto tranquillità al gruppo, ha mostrato crepe che alla fine sono esplose».

La vittoria di Yates ti ha sorpreso? «So che lui preparava la tappa del Colle delle Finestre da novembre, aveva un conto in sospeso. Ha corso in maniera intelligente, sempre coperto, ma la sua forza è stata soprattutto essersi gestito prima del Giro. Non è un caso che sul podio sono finiti corridori che in primavera non si sono praticamente visti, salvo la vittoria di Del Toro alla Milano-Torino. Ad eccezione di Pogacar, chi va forte a marzo poi a maggio paga dazio. Lui è stato attento, poi la squadra lo ha supportato al meglio».

Una delusione forte per Ayuso, arrivato al Giro come leader dopo le vittorie in serie in primavera
Una delusione forte per Ayuso, arrivato al Giro come leader dopo le vittorie in serie in primavera

Pellizzari tutelato dalla Red Bull

Sulla Visma-Lease a Bike Garzelli ha parole di miele: «Hanno saputo tenere la corsa sempre sotto controllo. Van Aert è stato portato per la tappa delle strade bianche e l’ha vinta, poi avrebbe anche potuto tirare i remi in barca, invece è rimasto in gruppo e si è messo a disposizione. Yates dal canto suo aveva provato a Champoluc, ma ha subito capito che non c’era spazio per sovvertire la classifica e ha rinviato al giorno dopo, è stata una scelta molto saggia. Al sabato è stato un capolavoro di strategia, con Van Aert in avanscoperta che poi ha fatto da fantastico pesce pilota. Tattica indovinata, niente da dire».

Nell’ultima settimana del Giro e anche dopo è stato un fiorire di giudizi su Pellizzari, parlando di quel che avrebbe potuto fare se non fosse stato al servizio di Roglic… «Torniamo al discorso di prima: in un team ci devono essere gerarchie definite e la Red Bull le ha fatte rispettare. Pellizzari il Giro non doveva neanche farlo, è stato Roglic che lo ha voluto in squadra. Lui ha fatto il suo dovere e quando lo sloveno è caduto si è messo al suo servizi perché è questo che fa un luogotenente. Mi ha ricordato il Giro del ’97, quando Pantani cadde e perse 15 minuti. Io rimasi con lui, finii quel Giro 9° ma senza quel quarto d’ora sarei stato 4°. Eppure non mi sono mai pentito, neppure per un istante, di quella scelta, perché in quel momento il mio posto era accanto a Marco».

Roglic e Pellizzari: lo sloveno ha insistito per avere il giovane con sé
Roglic e Pellizzari: lo sloveno ha insistito per avere il giovane con sé

Il Giro degli italiani

Alla Red Bull avranno ora capito che Pellizzari è un leader? «Lo sapevano già da prima – sentenzia Garzelli – anzi io dico che lo hanno preso proprio con quell’idea. Non avevano preso uno qualunque, ma un prospetto per le corse a tappe, capace di vincerle. Per questo non avrebbero voluto neanche portarlo al Giro, ma come detto Roglic la pensava diversamente, poi le cadute sua e di Hindley hanno cambiato i rapporti in squadra. Ora sanno che tiene anche le tre settimane, il Giro ha dato loro ulteriori risposte».

In generale come giudichi questo Giro in chiave italiana? «Si potrebbe pensare che, con una sola vittoria di tappa, sia stato deficitario ma non è così. Io dico che è stato buono, ma molto sfortunato viste le cadute di Ciccone e Tiberi. Però abbiamo avuto Caruso che ha fatto un capolavoro e io l’ho sottolineato subito perché a 37 anni finire in top 5 ha un valore enorme. Era giustamente l’uomo di Tiberi, poi ha saputo sfruttare la sua esperienza, ma soprattutto ha mostrato di avere una grande condizione perché senza di quella non vai avanti».

Tiberi e Caruso. Sfortunatissimo il primo, bravo il siciliano a prendere le redini del team
Tiberi e Caruso. Sfortunatissimo il primo, bravo il siciliano a prendere le redini del team

Caruso, un capolavoro a 37 anni

Non è che il suo risultato è passato un po’ troppo sotto silenzio? «Non credo – afferma Garzelli – noi alla Rai l’abbiamo sempre sottolineato. Poi lo so bene, anch’io fui 5° a 37 anni vincendo due tappe e farlo con gente molto più giovane di te significa molto. Ma ci sono stati anche altri italiani che mi sono piaciuti, come Affini, Garofoli pur abbastanza sfortunato, senza dimenticare Fortunato vincitore della maglia azzurra. Non dimentichiamo poi che è stato un Giro condizionato dalle cadute, almeno 5 da primissime posizioni sono stati messi fuori gioco e questo, sull’esito finale, ha contato molto, ma si sa che per vincere anche la fortuna ha un suo peso».

Del Toro e una giornata no: cosa rimane nella testa e nelle gambe?

28.05.2025
4 min
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SAN VALENTINO – Isaac Del Toro arriva davanti ai giornalisti a pochi minuti dalla fine della sedicesima tappa del suo primo Giro d’Italia. Il messicano del UAE Team Emirates ha mantenuto la maglia rosa nonostante gli attacchi di Richard Carapaz e Simon Yates. Ha tremato ma non è andato a picco. Nonostante la giovane età ha tenuto botta ai colpi dell’ecuadoregno e del britannico. Il secondo gli ha riservato tante piccole punture di spillo, come a voler risvegliare da un sogno il giovane rampollo vestito di rosa. Una sberla secca e decisa quella di Carapaz, che ha fatto male e potrebbe aver lasciato segni ben più profondi. 

Scendendo verso il podio Jose Matxin, sport manager del UAE Team Emirates, non ha perso il sorriso. Se da un lato Ayuso ha definitivamente mollato il colpo a 42 chilometri dal traguardo dall’altra parte Del Toro ha avuto la lucidità di non farsi prendere dal panico. La maglia rosa è rimasta in casa della squadra che lo scorso anno la indossò per venti delle ventuno tappe. Chissà con quali dubbi e certezze Isaac Del Toro si è rimboccato le coperte ieri notte

Del Toro ha detto di aver voluto marcare da vicino Simon Yates, secondo in classifica generale
Del Toro ha detto di aver voluto marcare da vicino Simon Yates, secondo in classifica generale

Le gambe

La terza settimana del Giro d’Italia si apre con diverse considerazioni di cui tenere conto. Una di queste è il crollo delle certezze di Isaac Del Toro che fino a domenica scorsa sembrava in completo controllo. Se guardiamo agli abbuoni portati a casa il messicano risulta secondo solamente a Mads Pedersen, segno che non si sia risparmiato in ogni sprint o allungo a disposizione. 

«È stata una giornata davvero difficile per tutti – racconta Del Toro ancora vestito di rosa e con un cappello di lana appoggiato sulla testa – tutti erano al limite. I corridori in classifica generale hanno vissuto una giornata impegnativa. Ci sono state tante cadute (l’ennesima per Roglic costretto poi al ritiro, ndr). Non posso che essere orgoglioso della mia squadra, senza di loro non sarei di certo in questa posizione. Sicuramente non avevo le gambe migliori della mia vita ma ho fatto il massimo, sono arrivato al traguardo senza un filo di energia in corpo. Voglio far sapere a tutti loro che sto facendo del mio meglio e il mio obiettivo è di dare il 100 per cento per mantenere questa maglia».

L’unico attacco frontale e deciso è stato quello di Carapaz, capace di guadagnare 1′ e 36″ su Del Toro
L’unico attacco frontale e deciso è stato quello di Carapaz, capace di guadagnare 1′ e 36″ su Del Toro

Fiducia

Quali sono le certezze che danno a Del Toro la fiducia nei propri mezzi? Difficile dirlo. Sicuramente rispetto alle tappe precedenti è bene pensare a ogni singola energia spesa, il carburante non è infinito.

«Non sono uno di quei corridori – spiega mentre gli si legge in faccia la fretta di andare via – che crede nella fiducia. Piuttosto mi piace avere “certezze” su quel che sono in grado di fare ogni volta che c’è un attacco. Voglio credere nella mia capacità di rispondere a ogni attacco ma vedremo come comportarci in gara e se sarà una mossa intelligente. Oggi (ieri per chi legge, ndr) non ho seguito Carapaz perché ho voluto marcare da vicino il secondo in classifica generale, Yates. Nella lotta alla generale credo sia una questione riservata ai primi quattro (Gee, Carapaz, Yates e Del Toro stesso, ndr)».

Scampato il pericolo e il panico Del Toro ha riacquistato presto serenità e sorriso, la maglia rosa stamattina è ancora sulle sue spalle
Scampato il pericolo e il panico Del Toro ha riacquistato presto serenità e sorriso, la maglia rosa stamattina è ancora sulle sue spalle

Ogni secondo conta

Il Giro d’Italia si può vincere per secondi, e a guardare la classifica si nota come il distacco tra Del Toro e Simon Yates sia frutto proprio degli abbuoni. Senza questi le posizioni sarebbero invertite e le forze equiparabili. 

La strada ci ha raccontato, fino a questo momento, di un padrone del Giro forte ma non inattaccabile. Per gli avversari vedere che il trono scricchiola può essere un incentivo per continuare a dare colpi sperando di far cadere il Re e di indossare la corona. 

Solo in casa UAE Emirates è dato sapere il motivo legato alla giornata “no” di Del Toro. Il problema è che la strada porta a fare presto i conti con la realtà e oggi verso Bormio le difficoltà sono tante. Yates e Carapaz sono pronti con arco e frecce per prendere d’assalto il padrone del Giro, come abili Robin Hood nei confronti del tesoro custodito dallo Sceriffo di Nottingham. Toccherà ai soldati fare da guardie al ricco bottino, consapevoli che la strada non fa prigionieri.

UAE Emirates, 40 minuti per dire che va tutto bene

20.05.2025
5 min
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Ieri alle 15 il UAE Team Emirates ha schierato davanti alla telecamera di un computer Ayuso, Matxin e Del Toro. Scopo della riunione era rispondere alle domande dei giornalisti all’indomani della brutale tappa di Siena, in cui il messicano scappava e lo spagnolo in maglia bianca lo rincorreva, con la collaborazione opccasionale di Ciccone (foto di apertura). Senza l’aiuto che ci si potesse aspettare da Yates e McNulty, se non per brevi tratti.

Magari davvero non è successo niente oppure magari è successo un finimondo, in ogni caso sarebbe stato da ingenui aspettarsi che il bubbone scoppiasse in diretta. Senza andare troppo indietro negli anni, abbiamo vissuto identiche situazioni in cui a quel tavolo, ma senza telecamere, erano seduti Cunego e Simoni, come pure Armstrong e Contador. E nessuno di loro, sia pure alle prese con tensioni ben superiori, disse una sola parola che potesse compromettere il percorso della squadra. Solo che dal vivo capisci molto più di quello che puoi cogliere da un’inquadratura stretta, senza un prima né un dopo.

Quel che è parso insolito nell’arco dei 40 minuti complessivi è stato lo sbilanciamento delle domande. Mentre i giornalisti internazionali le hanno rivolte quasi solo a Del Toro e Matxin, gli spagnoli hanno cercato Ayuso e quasi per niente il giovane messicano.

Casa UAE Emirates: Matxin al centro dei suoi pupilli. Una conferenza stampa virtuale per fare chiarezza

Il ginocchio di Ayuso

Se domenica dopo l’arrivo Ayuso si fosse fermato per abbracciare Del Toro, come hanno fatto Yates e McNulty arrivati a Siena con lo spagnolo, allora forse nessuno avrebbe pensato a un’anomalia. Invece Juan è sparito: solo per il colpo al ginocchio?

«Avrei preferito non cadere di nuovo – dice – ho battuto proprio sopra il ginocchio dove avevo già un livido e ho avuto bisogno di tre punti. Fa decisamente molto male, per fortuna oggi era il giorno di riposo, per cui ho cercato di riprendermi. Quando stamattina ho iniziato a pedalare, mi faceva davvero male. Poi riscaldandomi è migliorato. Spero che con un intero giorno di recupero, migliori ancora. La cosa positiva è che non è problema muscolare, è soltanto l’osso e forse allora non dovrebbe influire molto sulla mia prestazione nella crono».

Un messicano in rosa

Del Toro ha lo sguardo sbarazzino e il ciuffo che ravvia spesso con la mano destra. Nonostante sia il leader del Giro d’Italia, evita accuratamente di sbilanciarsi. Racconta di aver ricevuto un messaggio da Pogacar sull’aver vinto la tappa di ieri: se puoi farlo – questo il senso – devi farlo.

«E’ il mio primo Giro – racconta – sono entusiasta di essere qui con la squadra e orgoglioso di occupare questa posizione. E’ come un sogno. Ho una strategia: dare il massimo e avere sempre un obiettivo. Ma cerco di rimanere con i piedi per terra. Sono emozionato. A volte sono più nervoso, a volte sono normale. Ho solo 21 anni, ma va bene così. Non sento troppa pressione addosso. Il mio corpo sta reagendo bene giorno dopo giorno e sono super orgoglioso di essere messicano e di avere il supporto del mio Paese. Svegliarmi con la maglia rosa è stato incredibile, non riesco a rendermene conto. Il problema in realtà è stato andare a letto e cercare di dormire».

Del Toro ha ricevuto dall’ammiraglia UAE Emirates l’ordine di andare: emerge dalle sue dichiarazioni dopo tappa
Del Toro ha ricevuto dall’ammiraglia UAE Emirates l’ordine di andare: emerge dalle sue dichiarazioni dopo tappa

Buon viso a cattivo gioco

Fare buon viso a cattivo gioco: è il primo comandamento. E Ayuso è bravissimo a farlo. A un certo punto, mentre la parola è degli altri, fa un aereo di carta e lo lancia nella stanza. Del Toro ride.

«Se mi avessero detto che sarei arrivato al primo giorno di riposo con più di un minuto di vantaggio su Roglic – spiega – essendo secondo nella classifica generale, avrei firmato senza ombra di dubbio. Quindi penso che come squadra siamo in una posizione privilegiata e che ora è solo questione di continuare a guadagnare tempo sui nostri rivali e avere una buona settimana. L’approccio non cambia, c’è sempre rispetto per il leader. Voglio vincere il Giro, ma se dovrò perderlo, almeno spero che lo vinca un compagno di squadra. In una gara di tre settimane devi saper trascorrere i giorni, sia quando vinci sia quando perdi. Puoi farti male, ma devi saperlo gestire. Ed è proprio di questo che si tratta, in una gara che dura tre settimane».

Dopo aver gestito la convivenza Pogacar-Ayuso al Tour 2024, Matxin ora dovrà gestire Ayuso e Del Toro
Dopo aver gestito la convivenza Pogacar-Ayuso al Tour 2024, Matxin ora dovrà gestire Ayuso e Del Toro

Tutti per Ayuso

La chiosa tocca a Matxin, padre ciclistico di Ayuso. I due si conoscono da quando Juan ha iniziato a farsi grande e a mostrare i lampi di talento che ne hanno fatto uno dei giovani più promettenti al mondo.

«Non esiste alcun problema – dice il manager – Juan continua a essere leader, come abbiamo detto e come abbiamo pianificato: non cambia assolutamente nulla. C’è rispetto per il nostro leader e lavoreremo in squadra, come abbiamo sempre fatto, ma adesso Isaac è la maglia rosa.  Devo solo preoccuparmi di dare loro tutti gli strumenti affinché possano dimostrare il talento che hanno. Credo in Juan e Isaac, gli voglio bene perché sono due ragazzi facili da amare. Sono brave persone, hanno talento, hanno classe e se vincono delle gare, lo fanno perché sono molto bravi».

Forse quello che manca al momento è un avversario vicino che gli metta paura. Su quegli sterrati Roglic ha perso terreno come il malcapitato Evenepoel nel Giro del 2021. Quando sei caduto una volta, certe strade ti bloccano, diventano sabbie mobili di paura e non ne vieni fuori. Ma se oggi Primoz tornasse sotto con una crono stellare come quella di Tirana, forse tanto imbarazzo da abbondanza inizierebbe a svanire.

EDITORIALE / Ayuso, Del Toro e il miraggio del posto fisso

19.05.2025
4 min
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Una volta per soldi si andava via, oggi per soldi si resta. La storia del ciclismo è piena di ottimi corridori diventati gregari di corridori ancora migliori che, a un certo punto, allettati dalla corte di altre squadre, cambiarono maglia. Di solito succede nelle squadre dei dominatori, che amano circondarsi di super gregari. Ayuso e Del Toro diventeranno dunque la trama di romanzo giallo? La foto di apertura si riferisce ai giorni felici della Tirreno-Adriatico, anche se non c’è dubbio che per la conferenza stampa di oggi alle 15 la UAE Emirates avrà rimesso ogni tassello al suo posto. Quanto accaduto ieri (al pari di quanto accaduto all’ultimo Tour nel giorno del Galibier) ha dato però da pensare.

Se nasci e cresci vincente, accettare di fare il gregario è certamente remunerativo, ma calpesta la tua indole. Se però accetti di stare al gioco, allora devi rispettarne le regole. Altrimenti vai via. La storia insegna che raramente chi parte riesce a battere colui per il quale ha lavorato, se non altro tuttavia avrà vissuto mesi e anni di progetti e sensazioni forti.

Sul podio per la prima maglia rosa della carriera, ma Del Toro non sprizza felicità
Sul podio per la prima maglia rosa della carriera, ma Del Toro non sprizza felicità

Fra corridori e agenti

Certo deve esserci affinità di vedute fra gli atleti e chi li rappresenta. Il ciclismo è un lavoro e deve dare da mangiare, meglio se in abbondanza. L’abbondanza infatti riguarda le tasche del corridore e in percentuale variabile quelle del suo agente. C’è solo da capire se la molla dello sportivo sia unicamente il guadagno oppure esista ancora la voglia di arrivare al vertice e vincere. La sensazione è che ai giovani più talentuosi venga ormai prospettato il guadagno sicuro e prolungato, togliendo dal mazzo o banalizzando il risvolto della medaglia. Che diventa invece insormontabile a causa di clausole rescissorie sempre crescenti.

Diciamo questo pensando alla situazione che si sta vivendo al UAE Team Emirates. E’ legittimo blindare Tadej Pogacar con un contratto fino al 2030. E’ anche comprensibile, da parte della squadra, tenersi stretti Ayuso (fino al 2028), Del Toro (2029), Christen (2030), Adam Yates (2028), Almeida (2026), Morgado (2027). Siamo certi tuttavia che i corridori siano consapevoli di cosa significhi legarsi così a lungo ad un super team in cui le strade sono obiettivamente poche?

Già alla Tirreno, quando Del Toro ha lavorato sodo per Ayuso, si è capito che il messicano sia in fortissima crescita
Già alla Tirreno, quando Del Toro ha lavorato sodo per Ayuso, si è capito che il messicano sia in fortissima crescita

Le tattiche chiare

Ayuso non si è mai rassegnato del tutto a fare il gregario di Pogacar, tanto da aver mandato a memoria un paio di risposte standard per quando gli chiedono dei suoi rapporti con lo sloveno. L’ultima dopo l’arrivo di Tagliacozzo: «Non vedo Tadej da tantissimo tempo, l’ho incrociato a Granada prima di partire per il Giro, ma solo per 30 secondi. Quindi non ho avuto molto tempo per parlare con lui».

Adesso lo spagnolo si ritrova davanti l’esuberante Del Toro, il quale sa bene cosa significhi pedalare per rabbia più che per amore. Ieri il messicano ha vissuto con gli occhi spenti l’impresa che gli è valsa la maglia rosa e solo a tratti lo abbiamo visto ridere. Sarà stata davvero l’emozione, come si è affrettato a spiegare, e speriamo sia così. Credete che Pellizzari non morisse dalla voglia di attaccare sul Sassotetto dalla cui cima si vede Camerino? L’ammiraglia gli ha detto di stare con Roglic e così Giulio ha fatto. E se davvero Del Toro è caduto nell’errore di voltare le spalle al suo capitano, a cosa serviva che avesse dietro l’ammiraglia?

Ieri Pellizzari ha lavorato sodo per Roglic, come pure sabato sulle strade di casa, salvando la classifica dello sloveno
Ieri Pellizzari ha lavorato sodo per Roglic, come pure sabato sulle strade di casa, salvando la classifica dello sloveno

Il salary cap

I team manager delle squadre più ricche si oppongono all’istituzione di un salary cap, con l’approvazione degli agenti che hanno l’imperativo di far guadagnare (possibilmente bene) il più alto numero di atleti per guadagnarne a loro volta. E’ un fronte compatto e comune che l’UCI dovrebbe prima o poi affrontare: ad ora se ne sta occupando l’Associazione dei gruppi sportivi presieduta da Brent Copeland.

Il punto a nostro avviso non è fare la guerra a qualcuno in favore di qualcun altro, come vorrebbero le squadre francesi. Siamo abbastanza sicuri che se domani la squadra francese più povera trovasse il budget più ricco, passerebbe in automatico a difendere il suo diritto a strapagare i corridori. Il punto è la tutela dello sport e della sua credibilità. E il rispetto di talenti che la certezza di lauti guadagni prolungati inevitabilmente svilisce. Se anche Checco Zalone per amore rinuncia infine al posto fisso, la domanda è: chi vuole davvero bene al ciclismo?