L’acuto di Milan per Sanremo e Nord. Tridente a Del Toro

15.03.2026
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SAN BENEDETTO DEL TRONTO (AP) – Un forcing tremendo sulle uniche (rapide) salite di giornata, poi un allungo altrettanto potente di Jonas Abrahamsen e infine una caduta ai tre chilometri. In ogni modo si è provato a non arrivare allo sprint di gruppo in questa frazione finale della Tirreno-Adriatico, ma no: il destino non ce l’ha fatta. Chi ce l’ha fatta invece è stato Jonathan Milan.

Il friulano della Lidl-Trek è riuscito finalmente ad alzare le braccia al cielo in questa Corsa dei Due Mari che, come vedremo, lo ha messo sotto torchio tanto, tantissimo. Pensate che mezz’ora dopo l’arrivo in conferenza stampa aveva ancora un accenno di fiatone.
La classifica generale, come di fatto era stato scritto ieri, è andata a Isaac Del Toro, il quale ha preceduto Matteo Jorgenson. Bravo l’americano con la sua Visma-Lease a Bike orchestrata da Wout Van Aert a strappare quel secondo di abbuono a Giulio Pellizzari.

Forcing incredibile

Dicevamo del forcing incredibile. La Alpecin-Premier Tech tira giù l’asso e mette a tirare in salita Mathieu Van der Poel. Il gruppo si spezza. Il messaggio è chiaro.

«Sì – dice Milan e lo stesso ci aveva detto Sangalli poco prima – ci aspettavamo un’azione simile da parte di alcune squadre tra cui la Alpecin per fare fuori i velocisti puri e pesanti come me… Magari ce l’aspettavamo un filo meno forte! Ho preso bene la salita e poi ho trovato un buon passo, scortato anche dai compagni di squadra. E sono molto contento di essere riuscito a restare davanti».

Questa salita, ma forse sarebbe meglio dire tappa, è stata un po’ l’emblema della Tirreno di Milan. Lui ha parlato di sofferenza, di tener duro ogni giorno, di una grande fatica. Non a caso a farne le spese sono stati velocisti come Arnaud De Lie, ma anche Simone Consonni, uomo fidatissimo di Jonathan.

«Tutta la Tirreno – dice Milan – per me è stata durissima. Non voglio dire che ero venuto qui per allenarmi, ma certo per affinare alcune cose e trovare una gamba migliore. Ne esco con delle belle sensazioni e questo mi dà fiducia. Questa vittoria mi serviva. Volevo chiudere con un bel risultato. E’ stata, come dicevo, una settimana molto dura per me e per i miei compagni di squadra che mi hanno sempre sostenuto, quindi sentivo che dovevo portare a termine tutto quel lavoro».

Jonathan Milan, San Benedetto 2026, Tirreno
Jonathan Milan vince a San Benedetto del Tronto davanti a Sam Welsford e Laurenz Rex
Jonathan Milan, San Benedetto 2026, Tirreno
Jonathan Milan vince a San Benedetto del Tronto davanti a Sam Welsford

Milan c’è…

Poi succede di tutto. Milan dice che a spaventarlo più dell’attacco di Abrahamsen, a suo dire un po’ troppo lontano dal traguardo, lo ha fatto riflettere la caduta che ha coinvolto Jasper Philipsen e Paul Magnier, gli altri due favoriti di giornata. «In quel momento – spiega Milan – per un attimo, col gruppo aperto com’era, ho pensato che forse saremmo potuti anche non arrivare allo sprint. Ma poi siamo ripartiti fortissimo. E sono stato di nuovo supportato alla grande».

«Chiudiamo bene – dice Andrea Bagioli sorridente dopo l’arrivo (proprio mentre dietro sfilano Philipsen, con la radiolina penzoloni lungo la schiena, e Magnier) – io non ho visto la volata perché sono rimasto dietro dopo la caduta ai meno 3. Però i ragazzi hanno fatto un bel lavoro. Ci siamo dovuti reinventare il treno due volte: dopo la salita perché Consonni e Walscheid erano rimasti indietro, poi appunto nel finale. Io comunque sto bene e sento di essere in crescita per le prossime gare».

«Brava tutta la squadra – interviene Sangalli – Edward Teuns in particolare ha fatto un’azione incredibile nel finale per far uscire Milan dopo la caduta in quella curva, la solita, che ogni anno crea problemi».

Verso San Benedetto, Milan ha usato una corona insospettabilmente meno grande del solito. Aveva una doppia con il 54-41, evidentemente in casa Lidl-Trek se la sono studiata bene, aspettandosi proprio gli attacchi in salita.

Jonas Abrahamsen
L’assolo di Jonas Abrahamsen a poco più di 8 km dall’arrivo. Il norvegese è stato ripreso durante lo sprint
Jonas Abrahamsen
L’assolo di Jonas Abrahamsen a poco più di 8 km dall’arrivo. Il norvegese è stato ripreso durante lo sprint

Fra Sanremo e Nord

Milan ha parlato di buone sensazioni e inevitabilmente il discorso si sposta verso i prossimi appuntamenti, a partire dalla Milano-Sanremo e dalle classiche del Nord, la Gent-Wevelgem su tutte.

«Okay – riprende Milan – le mie sensazioni sono buone, bisogna però vedere anche quelle degli avversari. E posso dire che da quel che ho visto anche loro stanno molto bene. I nomi per la Sanremo sono sempre quelli, ma aggiungerei anche Filippo Ganna. Io sto bene e cercherò di fare uno step in più nella Classicissima. Ma è chiaro che non è facile oggi la Sanremo per un corridore con le mie caratteristiche… ma mai dire mai.

«Ripeto, so che sarà difficilissimo superare prima la Cipressa e poi il Poggio. Intanto cerchiamo di recuperare gli sforzi di questa Tirreno, di fare qualche “allenamentino” mirato in settimana e poi vedremo. Anche perché dopo la Sanremo poi avrò anche la Gand e la Dwars door Vlaanderen».

Lo scorso anno, quando c’era Mads Pedersen, Milan disputò queste gare soprattutto in suo appoggio. Stavolta la questione sarà diversa. Sia perché lui nel frattempo è cresciuto e ha accumulato altra esperienza al Nord, sia soprattutto perché Pedersen non c’è. O non dovrebbe esserci. Dicono che stia lavorando in modo assurdo. Si è fatto fino a sei ore di rulli.

Ancora Milan: «Se sarò leader al Nord? Alcune cose non le sappiamo ancora. Davvero difficile rispondere. Io prenderei settimana per settimana. E comunque oltre a me ci saranno anche altri ragazzi che avranno le loro possibilità».

Del Toro re dei Due Mari

Prima di archiviare la Tirreno-Adriatico, non potevamo non spendere due parole anche sul vincitore: Isaac Del Toro. Lui, al contrario di Milan, cerca di schivare il più possibile le domande sulla Classicissima. Più di qualche volta risponde solo con no o sì. Il suo volto è ben più rilassato rispetto a quello di Jonathan, ma ci sta… alla fine per lui la frazione è stata più tranquilla.

«Correre da leader – dice il messicano, primo della sua Nazione a conquistare la Tirreno – mi piace e mi fa sentire a mio agio. In questa settimana sono stato spesso a ruota di Van der Poel e questo mi aiuterà in ottica Sanremo. Ma devo dire che lì aiuterò Tadej Pogacar e di certo avrò meno pressione, anche se senza Narvaez e Wellens dovrò dare ancora di più. Ricognizioni della Sanremo? No, non ne farò. Il percorso l’ho visto le uniche due volte che l’ho fatta.

Del Toro si conferma sempre più astro nascente, erede di Pogacar. Questa Tirreno-Adriatico è la perla della sua carriera da pro’, nonché la seconda corsa a tappe WorldTour messa nel sacco dopo lo UAE Tour di qualche settimana fa.

«Sono felice – dice Isaac con il Tridente del vincitore – voglio continuare così nella mia carriera, devo migliorare alcune cose ma le tengo per me. Non le dico a nessuno. Ora un po’ di riposo, perché alla Sanremo dovrò arrivarci al meglio, per questo mercoledì non farò la Milano-Torino».

Pellizzari e Del Toro, Camerino, Tirreno 2026

Camerino: la forza di Del Toro, il cuore di Pellizzari

14.03.2026
6 min
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CAMERINO (MC) – E’ l’unico che per tornare ai bus non ha bisogno di indicazioni. Tra i vicoli di Camerino è a casa, nel vero senso della parola. Incontriamo Giulio Pellizzari sconsolato, ma neanche troppo (e poi spiegherà bene il perché) mentre lascia scorrere la bicicletta verso valle. Da quassù si può solo scendere. Siamo soli: il rumore delle ruote, le sue parole, i nostri passi di corsa per seguirlo.

La tappa è andata a Isaac Del Toro. Il messicano ha dato una grande prova di forza e di maturità. Era già leader della classifica generale della Tirreno-Adriatico. L’atleta della UAE Emirates ha suggellato il tutto con una vittoria di tappa. E tutto sommato, visto lo spessore dell’atleta e della corsa, questo suo successo ci sta anche bene.

Maledetto tendine

Certo, il cuore e il tifo erano tutti per Pellizzari. Qui c’erano la sua gente, il suo popolo, la sua casa, la sua famiglia, i suoi amici. Quando è scattato si è alzato il boato a Camerino, roba da pelle d’oca.

Nel finale, per qualche istante Del Toro non ha risposto al suo affondo. E un po’ tutti quanti ci avevamo creduto. Sarebbe stata la storia perfetta: la vittoria di tappa e magari anche il primato della classifica generale a casa sua. Ma le cose non sono andate così.

E a raccontarcelo è proprio Pellizzari: «Non sono deluso, non so neanche se ho perso il secondo posto e sono terzo – raccontava appunto mentre lasciava la zona d’arrivo in bici – ma poco cambia. Purtroppo è da qualche giorno che ho un problema al tendine (e con la mano si tocca la gamba sinistra fasciata da un vistoso taping azzurro, ndr) e questo non mi ha consentito di spingere bene. Già ieri avevo dolore a sinistra, ho caricato di più sulla destra e mi sono venuti quei crampi. Probabilmente se oggi non si arrivava a Camerino non avrei concluso la tappa. Avevo paura di non finirla. Ho chiuso quarto: non me lo aspettavo».

Pellizzari
Tutta la grinta di Pellizzari non è bastata. Il tendine della gamba sinistra ci ha messo lo zampino
Pellizzari
Tutta la grinta di Pellizzari non è bastata. Il tendine della gamba sinistra ci ha messo lo zampino

Cuore Pellizzari

E’ incredibile la serenità e la disponibilità di questo ragazzo. Come detto all’inizio, sì, era sconsolato, perché è chiaro che ti dispiace: questa tappa l’hai sognata chissà quante volte. Ma poi abbiamo aggiunto anche: “sconsolato il giusto”. Perché Pellizzari è davvero così. Alla fine parlava con serenità. Senza piangersi addosso o con espressione cupa. Cosa che sarebbe stata del tutto normale. E comprensibile.

Il bello di oggi è stato il tifo. Quanti cartelli “Forza Giulio”, “Daje so”, “Facci sognare”. O gli infiniti “Forza Pellizzari” scritti sull’asfalto. E l’aver lottato oltre che con gli avversari con questo problema fisico, non fa che aumentare l’empatia generale.

Conoscere le strade in questa situazione diventa ancora più importante. Sai che lì puoi risparmiare mezza pedalata. Che dietro la curva la strada tira in quel modo e che quel tornante in discesa chiude meno del previsto quindi la puoi far scorrere e guadagnare piccole, preziosissime, energie.

«Vero – dice Pellizzari – oggi è stato davvero importante conoscerle. Mi ha aiutato parecchio. Poi c’era davvero tanta gente, che ringrazio. Fantastico. Se sono partito troppo presto? No, era quello il momento di provarci. C’era tanta gente a farmi il tifo ed era il mio modo di ringraziarli appunto. Passare in testa sotto il muro è stata un’emozione.

«Però il fatto di essere messo così e stare comunque vicino a Del Toro mi dà morale», come a dire che il bicchiere è mezzo pieno.

Onore al (quasi) re

E Del Toro? Ad Isaac manca solo la passerella finale per consacrarsi re dei Due Mari. Il tridente è alla sua portata. Ma è chiaro che il più forte in questa corsa è lui. Oggi ha vinto zittendo tutti: su errori tattici, una brillantezza non eccessiva e quei rapportoni… che troppo lunghi oggi non erano.

Forse perché la salita era davvero tosta. Noi l’abbiamo fatta a scendere per ritornare in sala stampa e i quadricipiti ci scoppiavano. Figuriamoci in gara, in salita e dopo sei tappe corse a velocità folli. A proposito, stamattina a San Severino Marche si parlava del livello stellare di questa corsa e dei ritmi che hanno sfiancato l’intero plotone se non quei 7-8 big.

«La salita finale era molto dura – racconta Del Toro spiegando dopo l’arrivo – ho visto prima l’attacco di Healy e poi quello di Pellizzari, ma ho aspettato. Sono consapevole che Giulio voleva vincere. So che era emozionatissimo. Però il mio lavoro è vincere, anche se lui è un amico. Ero concentrato sul mio passo e sull’ultima parte, perché sapevo che quella era la più dura. Poi quando siamo arrivati allo sprint ho dato tutto».

Lo incalziamo dicendogli che a sensazione oggi marcava più Jorgenson che Pellizzari. Forse consapevole anche del problema tendineo di Giulio.

«Certo che avevo paura di Jorgenson – replica l’atleta della UAE Team Emirates – però anche quando è partito Giulio non potevo lasciargli spazio, era comunque il secondo nella generale. Jorgenson ieri aveva dimostrato di essere forte e non volevo scherzare col fuoco. Per questo ho cercato di avere tutto sotto controllo fino alla fine».

E poi ha aggiunto: «Tirreno già in tasca? Non fatemi dire niente circa la vittoria finale».

Del Toro
Il messicano vince a Camerino. Ora guida con 42″ su Pellizzari e 43″ su Jorgenson. E domani tappa finale per ruote veloci, almeno su carta
Del Toro
Il messicano vince a Camerino. Ora guida con 42″ su Pellizzari e 43″ su Jorgenson. E domani tappa finale per ruote veloci, almeno su carta

Maturità Del Toro

E qui emerge quel pizzico di scaramanzia tipica latina. Ma anche il calore di chi ha questo DNA. Una cosa ci ha colpito in tal senso di Del Toro. In zona mista, man mano che arrivavano i suoi compagni si alzava dallo sgabello, piantava tutti i giornalisti in asso e correva alla transenna ad abbracciarli. Poi tornava con altrettanta solerzia alle interviste. Un vero leader. Uno che sa farsi voler bene e che riconosce l’importanza della squadra.

E poi anche i media sudamericani sono cresciuti al seguito della corsa. Pensate che si è mossa anche ESPN, colosso dell’America Latina. Vuol dire che il ragazzo “acchiappa” eccome.

«Oggi a un tratto sono rimasto solo – spiega Del Toro – ma non ho mai avuto paura, né sono andato nel panico. Di solito sono calmo e voglio dimostrare che non sono un corridore ansioso. Prendiamo proprio il finale di oggi: non ho voluto reagire subito. Sapevo che Jan Christen era vicino e infatti poi è rientrato. La squadra aveva fatto un grande lavoro sin qui e oggi non volevo spremerla troppo. Per questo oggi altri team hanno preso in mano la corsa. Sono orgoglioso della mia squadra e di quel che abbiamo fatto con i ragazzi. Spero di portare a casa la maglia azzurra soprattutto per loro».

Tirreno-Adriatico 2026, 5a tappa, Mombaroccio, Isaac Del Toro

Forcing Del Toro, Pellizzari cede: Tirreno ancora aperta

13.03.2026
5 min
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Quei due ci faranno divertire e ci stanno proiettando sin d’ora in una rivalità giovane e corretta. Chissà se si possa essere amici e ugualmente grandi avversari: la storia sostiene il contrario. Invece quando Del Toro ha tagliato il traguardo di Mombaroccio e si è fermato per controllare il distacco di Pellizzari, gli ha dato il tempo di prendere fiato e digerire il ribaltamento della classifica, poi ha allungato la mano e accettato le sue congratulazioni.

Adesso il primato della Tirreno-Adriatico è del messicano con 23 secondi di vantaggio sull’italiano che domani per riscrivere il finale dovrà farlo crollare sulle strade di casa e non sarà affatto facile. Chissà se nelle sue scorribande di bambino, quando restava fuori per tutto il giorno e correva lungo le mura di Camerino, Giulio abbia mai immaginato che le cose sarebbero andate così.

Valgren, calvario e risalita

La tappa l’ha vinta il danese Valgren, 34 anni, che dopo il successo di Andresen a Magliano de’ Marsi ha fatto giustamente ringalluzzire il giornalista della televisione danese. Il corridore della EF Education-Easy Post è stato in fuga per tutto il giorno e alla fine si è ritrovato da solo con Alaphilippe, staccandolo sull’ultimo strappo. Conoscendone la storia drammatica, dopo la sconfitta, il francese è andato a congratularsi con lui.

Era giugno del 2022, quando durante la Route d’Occitanie, la sua carriera è arrivata a un passo dal chiudersi. Il referto dell’ospedale parlava di lussazione dell’anca e frattura del bacino, ma quello che poteva sembrare un recupero lineare, si è trasformato in un percorso a ostacoli.

Sono insorti problemi al ginocchio, si è parlato di rischio di necrosi dell’anca e solo nel 2023 Valgren è potuto tornare in gruppo, ma con il devo team della squadra americana per avere un rientro graduale. E quando il 2024 lo ha riconsegnato alla normalità, proprio alla Tirreno del 2025 è caduto, rompendosi una clavicola, perdendo le classiche e rientrando al Tour of the Alps. Ultima vittoria la Coppa Sabatini del 2021: a distanza di cinque anni, ecco la tappa di Mombaroccio alla Tirreno-Adriatico.

«E’ stato difficile – ha detto – tornare al mio livello dopo l’infortunio. Quando ci sono riuscito, sono dovuto crescere ancora perché l’evoluzione qualitativa del ciclismo attuale è imponente. Sapevo che Del Toro e Jorgenson stavano rientrando velocemente, però dentro di me pensavo che volevo solo la vittoria e ho sempre provato a rimanere ottimista. Non ho mai perso questa mentalità vincente, neanche nei momenti più bui. Mi sento giovane, anche se la mia data di nascita dice altro».

Del Toro ha aspettato l'ultima scalata per attaccare a fondo: ha fatto il vuoto, ma non ha ucciso la corsa
Del Toro ha aspettato l’ultima scalata per attaccare a fondo: ha fatto il vuoto, ma non ha ucciso la corsa
Del Toro ha aspettato l'ultima scalata per attaccare a fondo: ha fatto il vuoto, ma non ha ucciso la corsa
Del Toro ha aspettato l’ultima scalata per attaccare a fondo: ha fatto il vuoto, ma non ha ucciso la corsa

L’orgoglio di Del Toro

Non si può dire che la UAE Emirates si sia nascosta. I compagni di Del Toro si sono messi davanti alzando il ritmo chilometro dopo chilometro e forse il fatto che da un certo punto in poi dalla testa del gruppo si sia assottigliata la presenza dei compagni di Pellizzari ha fatto capire che oggi Giulio non fosse in palla come ieri. Del resto, lo avevamo scritto: questo tipo di percorso si addice maggiormente a un corridore scattante come il messicano, ma la speranza è stata sino in fondo accesa.

Nel finale Del Toro si è messo a scattare con il consueto rapportone, Pellizzari ha iniziato ad aumentare la frequenza di pedalata, trovando solo a tratti la forza per alzarsi e rilanciare. L’attacco del messicano non l’ha colto impreparato, ma a corto di energie fresche e probabilmente alle prese con un crampo. La difesa è stata dignitosa, ma certo Del Toro ha fatto un passo verso la vittoria finale

«E’ bello tornare a indossare la maglia di leader – ha detto Del Toro – ho provato a mettere pressione sull’ultima salita e sono riuscito a creare un po’ di distacco tra me e i miei rivali. E’ stata una tappa davvero dura, con salite per tutta la giornata e un ritmo molto alto. La squadra ha lavorato incredibilmente bene per tenere la corsa sotto controllo e mettermi nella posizione giusta per l’ultima salita. Ho provato ad attaccare nel momento giusto e sono felice che questo mi abbia permesso di riprendere la maglia. Ci sono ancora due tappe difficili da affrontare, quindi resteremo concentrati e continueremo a lottare».

Pellizzari si è ben difeso, ma ha ccusato crampi e ha pagato pendenze e strade non adatte alle sue caratteristiche
Pellizzari si è ben difeso, ma ha pagato pendenze e strade non adatte alle sue caratteristiche
Pellizzari si è ben difeso, ma ha ccusato crampi e ha pagato pendenze e strade non adatte alle sue caratteristiche
Pellizzari si è ben difeso, ma ha pagato pendenze e strade non adatte alle sue caratteristiche

A Camerino per lottare

Ma la Tirreno-Adriatico non è finita. E anche se i precedenti di Del Toro lo accreditavano di maggiori chance sin dalla vigilia, resta la curiosità di assistere alla reazione di Pellizzari domani sulle strade della sua Camerino.

Da casa sua al traguardo ci sarà un chilometro e c’è da scommettere che tutto il tifo sarà per lui. Una situazione che può esaltare o buttare giù. L’auspicio è che gli acciacchi di oggi rientrino nella notte e domani la battaglia veda in prima linea contendenti alla pari. Poi vincerà il migliore, ma in ogni caso noi ce ne andremo con la sensazione (confermata) di aver trovato qualcuno grazie cui sognare in grande.

Tirreno-Adriatico 2026, 3a tappa, Magliano de' Marsi, Tobias Lund Andresen

Tappa storta per Milan, brindano Andresen e Del Toro

11.03.2026
5 min
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MAGLIANO DE’ MARSI (AQ) – La volata affaticata di Milan completa il conto salato della Lidl-Trek in questo mercoledì sotto la pioggia tra l’Italia e la Francia. A capo della terza tappa di 221 chilometri, con la pioggia e l’aria fredda, il velocista di Buja è rimasto da solo troppo presto e ha anticipato lo sprint, trovandosi senza gambe nel momento in cui invece sarebbe servito cambiare passo.

A 1.200 chilometri verso nord, quando ne mancavano 50 al traguardo della tappa di Uchon, Ayuso è rimasto coinvolto in una caduta e ha battuto forte il fianco sinistro. Lo spagnolo, che era leader della Parigi-Nizza, ha provato a ripartire, ma è stato subito evidente che le gambe non riuscissero a girare come dovevano. Così alla fine Juan si è fermato e si è accovacciato nel prato della banchina, toccandosi la gamba ferita. Il meccanico ha caricato mestamente la bici sull’ammiraglia e il corridore è stato portato in ospedale per accertamenti, che per fortuna hanno escluso fratture.

Tappa partita da Cortona, sotto in cielo velato. Van der Poel, Del Toro, Ganna e Pellizzari in prima fila
Tappa partita da Cortona, sotto un cielo velato. Van der Poel, Del Toro, Ganna e Pellizzari in prima fila
Tappa partita da Cortona, sotto in cielo velato. Van der Poel, e Del Toro in prima fila
Tappa partita da Cortona, sotto un cielo velato. Van der Poel, Del Toro, Ganna e Pellizzari in prima fila

Decathlon: perfetto lavoro di squadra

La tappa della Tirreno l’ha vinta Tobias Lund Andresen, di maglia Decathlon. La tappa alla Parigi-Nizza se l’è presa invece Vingegaard, anche lui vincente al debutto stagionale: la sua presenza sulle strade francesi ha sollevato qualche perplessità. Se a maggio il danese sarà il faro del Giro d’Italia, perché non ha scelto di prendere le misure alle nostre strade?

«Nei primi 150 chilometri – ha detto Andresen, che nella mixed zone tremava come una foglia – è stato come fare una passeggiata in gruppo. Siamo andati quasi a spasso, parlando fra amici. E poi a 30 chilometri dall’arrivo è come se fosse cominciata un’altra tappa. Per fortuna non ha piovuto troppo e per fortuna il mio treno è stato eccezionale. Hanno fatto un grande lavoro, abbiamo fatto esattamente come previsto e ne sono orgoglioso.

«E’ stato uno sprint difficile da gestire, ma penso che l’abbiamo fatto perfettamente. Tutti dicevano che fosse una tappa troppo lunga per Milan e alla partenza ho sperato che fosse vero, perché in compenso questo era un arrivo perfetto per me. E poi col fatto che più o meno tutti avessero le gambe dure per il freddo, ha dato un senso al fatto che prima di venire qui io abbia corso in Belgio».

Nessun commento da Milan

Milan non ha voluto parlare, ripetendo amaramente che il vincitore fosse un altro. Si trattava “solo” di una tappa della Tirreno, ma la sensazione è che il suo valore fosse superiore a quello che si sia percepito da fuori. Jonathan si è fermato sulla sinistra della strada, si è dato una sistemata con l’aiuto del suo massaggiatore “Gigio” e poi se ne è andato vistosamente contrariato.

La sua volata è nata male ed è finita peggio, quasi dando la sensazione che il treno della Lidl-Trek non si fosse reso conto che gli ultimi 250 metri fossero in leggera salita. Milan è rimasto da solo troppo presto. Si è messo in testa al gruppo restando seduto con una cadenza piuttosto alta. E quando è uscito dalla curva che immetteva sul traguardo, ha provato ad accelerare, ma gli altri dietro hanno cambiato ritmo, mentre l’azzurro non ha potuto fare altro che mettersi nuovamente a sedere.

Andresen vince, Milan smette di pedalare: il danese lo ha saltato congrande potenza
Andresen vince la tappa, Milan smette di pedalare: il danese lo ha saltato con grande potenza
Andresen vince, Milan smette di pedalare: il danese lo ha saltato congrande potenza
Andresen vince la tappa, Milan smette di pedalare: il danese lo ha saltato con grande potenza

Del Toro al traguardo volante

In questa giornata storta per la Lidl-Trek e di sorrisi intirizziti per Andresen, un altro corridore ha trovato il modo per sorridere. E’ Isaac Del Toro che sul traguardo volante di Casette si è preso un secondo di abbuono e quando arriva dai giornalisti che lo aspettano sotto una tenda frustata dall’acquazzone che nel frattempo si è accanito sul paese, ha il tono basso di uno che non vuole sbilanciarsi.

«Giornate come questa – dice – sono parte del lavoro. Di solito cerco di non prendermi troppo sul serio, ma ovviamente so che non è uno scherzo, quindi devo essere super attento. Il traguardo volante non era previsto, pensavo sarebbe andata via una fuga, ma alla fine il gruppo è rimasto compatto. Non sapevo nemmeno dove fosse la riga, è partita una volata lunghissima e sono riuscito a prendere il terzo posto, quindi direi che è stata un’ottima cosa».

Del Toro torna in hotel con un secondo di vantaggio in più su Pellizzari, grazie al traguardo volante
Del Toro torna in hotel dall’arrivo di tappa con un secondo di vantaggio in più su Pellizzari, grazie al traguardo volante
Del Toro torna in hotel con un secondo di vantaggio in più su Pellizzari, grazie al traguardo volante
Del Toro torna in hotel dall’arrivo di tappa con un secondo di vantaggio in più su Pellizzari, grazie al traguardo volante

Fra Isaac e Pellizzari

Lo abbiamo scritto dopo la tappa di ieri: la Tirreno-Adriatico 2026 promette di essere un nuovo duello fra il messicano e Pellizzari. I due si conoscono bene, si sfidano da quando avevano vent’anni e nel Tour de l’Avenir del 2023 si sono sfidati a viso aperto. Se Del Toro è arrivato subito a essere competitivo, i passi avanti di Pellizzari fanno pensare che il gap non sia più così ampio.

«Quel Tour de l’Avenir dovevo vincerlo – dice Del Toro – ma devo dire che mi permise anche di imparare tanto su me stesso e correre contro ragazzi come Giulio è importantissimo. Ancora di più perché è un amico e so di cosa può essere capace. Difficile dire se il futuro delle corse a tappe sarà il nostro. Voglio credere di essere fatto per questo genere di corse, ma non è facile ed è molto difficile pensarci perché è una grande responsabilità. Ovviamente voglio il meglio per me e per il mio amico. E gli auguro solo il meglio».

Sprint fra Van der Poel, Pellizzari e Del Toro a San Gimignano, seconda tappa della Tirreno 2026

Van der Poel di classe. Ma oggi è iniziata la vera Tirreno

10.03.2026
6 min
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Uno spalla a spalla quasi da velocisti, più che da scalatori o uomini da classiche. Mathieu Van der Poel, Isaac Del Toro, Giulio Pellizzari: chi avrebbe pensato sarebbero mai arrivati al fotofinish? Sono bastate le colline Metallifere, la pioggia e un finale sterrato perché tutto esplodesse.

Ma soprattutto, di fatto, oggi è iniziata la vera Tirreno-Adriatico. Quella della classifica generale e in questa classifica è legittimo pensare al testa a testa dei giovani amici e rivali: Isaac Del Toro e Giulio Pellizzari. Non che la crono inaugurale non contasse, ma per come è andata la tappa si sono rimescolati subito i valori.

Van der Poel, Tirreno 2026
Van der Poel allunga sullo sterrato, chiudono Jorgenson, Del Toro e Pellizzari. Dopo la caduta di Jorgenson saranno VdP e Giulio a chiudere sul messicano
Van der Poel, Tirreno 2026
Van der Poel allunga sullo sterrato, chiudono Jorgenson, Del Toro e Pellizzari. Dopo la caduta di Jorgenson saranno VdP e Giulio a chiudere sul messicano

Chi sale e chi scende

Sotto le 14 torri di San Gimignano cede Filippo Ganna. Giusto ieri il “Pippo Nazionale” aveva detto che avrebbe provato a fare la classifica generale, a difendere il primato… ma senza dannarsi troppo, in quanto l’obiettivo primario per lui era, ed è, la Milano-Sanremo. Magari fra acqua e sterrati non ha voluto rischiare oltre.

Succede però tutto nel finale, nello sterrato di Piano Cappellina, quando mancano circa 6 chilometri al traguardo. Il primo a muoversi dei tre è proprio Mathieu Van der Poel, che a sua volta aveva seguito Julian Alaphilippe. Evidentemente tra cross e strade bianche deve essersi sentito a casa, come quando vinse a Siena nel 2021.

Concedeteci però una breve digressione. Che in parte riprende anche l’editoriale di ieri. Okay i grandi campioni nelle grandi corse… ma Van der Poel proprio non poteva venire alla Strade Bianche di sabato? Al diavolo la probabile non-vittoria contro Tadej Pogacar su un percorso con così tanto dislivello: ma che fiamme ci sarebbero state anche con lui in corsa? Cosa sarebbe stato per tutta quella gente a bordo strada vedere passare un tale campione? Ma forse il nostro è un ragionamento da vecchi da bar, da semplici appassionati (o appassionati sempliciotti). Un ragionamento non basato sui numeri dei preparatori e su quelli delle convenienze economiche.

Al netto di questa riflessione, onore a Van der Poel. Onore sincero. Perché comunque ha mostrato grinta e voglia di vincere. E anche quando Pellizzari sembrava essergli scappato ai 150 metri ha insistito e ci ha creduto.

«E’ stato difficile battere questi giovani – ha detto VdP – il livello era altissimo, sia nell’approccio al finale sia sullo sterrato bagnato. Sapevo che le curve erano molto tecniche (lui stesso si è salvato grazie alla sua classe, ndr) e volevo mettere in difficoltà gli inseguitori. E’ stato uno sprint complesso: la strada era piuttosto scivolosa, quindi è stato molto complicato scattare da fermo, ma avevo appena risparmiato abbastanza energie per vincere. Sono venuto qui per prepararmi alla Milano-Sanremo e agli altri appuntamenti importanti, ma allo stesso tempo volevo vincere una tappa. L’anno scorso ci ero andato vicino più volte, questa volta ce l’ho fatta ed è bello tornare a imporsi in questa corsa dopo cinque anni».

Del Toro leader

Ma veniamo a due amici fraterni, alla coppia che ha infiammato il Tour de l’Avenir 2023, che si allena spesso insieme sulle strade di San Marino e che continua a darsele. San Gimignano ha lanciato la rincorsa verso il Tridente d’oro.

Pellizzari ci tiene particolarmente a questa Tirreno-Adriatico. La Corsa dei Due Mari potrebbe decidersi a casa sua. Già ieri a Camaiore aveva fatto una super crono. Lui che rispetto ai diretti rivali partiva più dietro in questa specialità. Invece il messicano della UAE Emirates gli aveva rifilato solo 1” e appena 4” Antonio Tiberi. A proposito, oggi il corridore della Bahrain Victorious è arrivato con il gruppo dei migliori. Degli altri migliori. Perché la sensazione è che la sfida sia già tutta là davanti e tra quei due. Van der Poel oggi dalla sua aveva la freschezza di chi non aveva dovuto riempire le proprie gambe di acido lattico nella crono di ieri.

«Sono leader alla Tirreno e ne sono felice – ha detto Del Toro, che oggettivamente è stato colui che più di tutti ha tirato pensando proprio alla generale – il tratto sullo sterrato è stato davvero complicato. Ho visto Matteo Jorgenson cadere e per poco non lo seguivo. Poi sono rimasto davanti e lì ho combattuto fino alla fine con il mio amico Pellizzari. Abbiamo un buon rapporto io e lui. E’ stato incredibile come abbia chiuso su me con Van der Poel… Vuol dire che Giulio è in ottima forma. Ma è ancora presto per pensare alla classifica generale».

Il messaggio da parte di Pellizzari dunque è stato chiaro. Del Toro e la sua UAE Emirates sanno chi è il primo avversario. Poi nulla è precluso neanche per Magnus Sheffield, terzo, per Tiberi che non è troppo distante o per Primoz Roglic. I due della Red Bull-Bora potrebbero giocare di sponda…

Tirreno 2026, Pellizzari
Giulio Pellizzari (classe 2003) era stanco dopo l’arrivo. Fra i tre era il meno scattista. E questo fa ben sperare (immagine Instagram)
Tirreno 2026, Pellizzari
Giulio Pellizzari (classe 2003) era davvero stanco dopo l’arrivo. Fra i tre era certo il meno scattista. E questo fa ben sperare (immagine Instagram)

Pellizzari attento

Domani si riparte da Cortona con una classifica che è già sconvolta. Del Toro partirà leader con 3” su Pellizzari. L’arrivo di Magliano de’ Marsi sembra essere per gli sprinter, ma attenzione, perché il finale tira e abbiamo visto cosa ha combinato proprio Del Toro all’UAE Tour nella prima tappa. Gli ultimi 700 metri sono al 2,5 per cento. Quasi un copia e incolla di quell’arrivo emiratino.

Altro aspetto da considerare è la distanza. Domani sono ben 221 chilometri e se la corsa dovesse prendere una certa piega, visto che la parte centrale si presta agli attacchi, potrebbero emergere gli uomini di fondo. Lo stesso Van der Poel potrebbe fare le prove per la Sanremo.

La questione è molto intrigante e molto interessante. Gli scenari sono diversi. Chi dovrà stare con le antenne dritte è Giulio Pellizzari, specie dopo quel “Giulio è in ottima forma” di Del Toro. Ci è parso davvero sibillino. Il ragazzo della Red Bull-BORA, decisamente più scalatore, dovrà pensare soprattutto a non prenderle. A stare attento agli abbuoni che potrebbe guadagnare il messicano.

Ma al netto di queste congetture, che stasera i tecnici studieranno al dettaglio, la bella notizia è che Giulio Pellizzari può giocarsi questa Tirreno. La sfida è appena iniziata. E Camerino, che lo aspetta a braccia aperte, si avvicina già al di là degli Appennini.

Strade Bianche 2026, Tadej Pogacar, Siena,

Pogacar, poker stellare. Ma sul percorso ha qualcosa da dire…

07.03.2026
6 min
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SIENA – Scende le scale e intanto chiede all’ispettore dell’antidoping se la sala sia sempre la stessa. Quando quello annuisce e gli fa la battuta che dopo quattro vittorie conosce bene la strada, Pogacar si mette a ridere. E’ di buon umore, non potrebbe essere altrimenti, ma ha freddo e così Luke Maguire si sfila lo smanicato e glielo porge. Meglio che prenda freddo l’addetto stampa che il campione, però intanto Luke si premura di chiederci se stamattina siamo riusciti a parlare con Gianetti.

La giornata è finita come meglio non potevano augurarsi. Anzi, a voler cercare il pelo nell’uovo, ci si poteva aspettare il secondo posto di Del Toro. Invece Seixas se l’è tolto di ruota sullo strappo di Santa Caterina e un minuto dopo l’arrivo di Tadej ha conquistato il piazzamento di rincalzo.

Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora

La prima gara dell’anno

Per vincere la quarta Strade Bianche – dice di non averne una prediletta – Pogacar ha attaccato a 78 chilometri dall’arrivo e ai meno 73 aveva già un minuto di vantaggio. Potrebbe sembrare che sia stato facile e a guardarlo in faccia magari lo è stato, ma questa volta il campione del mondo è stato visto muovere le spalle più del solito: forse perché la minaccia di Seixas alle sue spalle è stata più incisiva di quanto possiamo aver pensato.

«Nella prima gara dell’anno – spiega Pogacar, che per due volte ha vinto la Strade Bianche al debutto stagionale – ti trovi in un territorio un po’ sconosciuto. Lavori duramente tutto l’inverno e ogni anno è la stessa cosa. Nella prima gara sei sempre un po’ nervoso, ma anche quest’anno ricominciare la stagione e vincere la Strade Bianche è stato una sensazione fantastica. Ma riuscirci è stato complicato, su questo non c’è dubbio».

Da solo sulle Tolf,e Pogacar ha ammesso di essersi anche goduto la folla
Da solo sulle Tolfe, Pogacar ha ammesso di essersi anche goduto la folla
Da solo sulle Tolf,e Pogacar ha ammesso di essersi anche goduto la folla
Da solo sulle Tolfe, Pogacar ha ammesso di essersi anche goduto la folla

I lunghi attacchi? Una necessità

Il momento in cui ha attaccato è stato quello in cui ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto: ci risiamo! Non è perché si tifi contro, ma perché con il suo livello indiscutibile, Pogacar sta rendendo difficile anche il racconto. Quindi ci stupisce quando, con il suo solito spirito ti dice che, se fosse per lui, di certi attacchi così lunghi farebbe volentieri a meno.

«Chiariamo una cosa – dice – questi attacchi così lunghi non mi piacciono. E’ solo il modo in cui progettano il percorso, aggiungendo 30 chilometri alla fine. E’ inutile. Prima la parte migliore della gara, la più difficile, veniva a 50 chilometri dall’arrivo, ora ne mancano 80. Se vuoi fare la differenza devi attaccare nei punti più duri ed ecco spiegato il perché di questi attacchi a lunga gittata.

«Possiamo parlarne e lamentarci quanto vogliamo, ma alla fine non spetta a noi decidere il percorso, che comunque è bellissimo. E’ una gara bellissima, ma se la vogliono così, se vogliono avere piccoli gruppi dopo appena 80 chilometri e ciclisti da soli nelle ultime due ore, noi non possiamo lamentarci. Soprattutto quando vinciamo».

Del Toro ha chiuso al terzo posto, coprendo le spalle a Pogacar in fuga. La UAE Emirates ha fatto un gran lavoro
Del Toro ha chiuso al terzo posto, coprendo le spalle a Pogacar in fuga. La UAE Emirates ha fatto un gran lavoro
Del Toro ha chiuso al terzo posto, coprendo le spalle a Pogacar in fuga. La UAE Emirates ha fatto un gran lavoro
Del Toro ha chiuso al terzo posto, coprendo le spalle a Pogacar in fuga. La UAE Emirates ha fatto un gran lavoro

La minaccia di Seixas

E’ la conferma del suo modo di correre e avere ragione della concorrenza semplicemente stroncandola con la forza: quello che non sempre gli riesce alla Sanremo e che per pochissimi istanti ha temuto di non poter fare oggi con Seixas.

«Su Monte Sante Marie – spiega – a un certo punto mi sono voltato in un pezzo più pianeggiante. Oddio, non è così pianeggiante, ma la salita molla un po’ e c’è lo spazio per respirare. Mi sono voltato e Seixas non era così lontano: era molto vicino e io stavo spingendo forte. Così mi sono detto che nella successiva sezione ripida avrei dovuto dare tutto per cercare di aumentare il vantaggio e per fortuna ci sono riuscito. Altrimenti penso che mi avrebbe preso, aveva una bella spinta, quindi sarebbe arrivato a ruota e saremmo andati avanti insieme per parecchio. Perciò sono contento di come è andata a finire».

Van Aert ha sorriso dicendo cohe contro Pogacar si corre per il secondo posto e lui è contento del suo decimo
Van Aert ha sorriso dicendo che contro Pogacar si corre per il secondo posto e lui è contento del suo decimo
Van Aert ha sorriso dicendo cohe contro Pogacar si corre per il secondo posto e lui è contento del suo decimo
Van Aert ha sorriso dicendo che contro Pogacar si corre per il secondo posto e lui è contento del suo decimo

L’incognita della Sanremo

Sarà diverso alla Sanremo? Qualche tempo fa, analizzando il suo modo di correre, Nibali ci fece notare che negli assalti alla Sanremo fatti finora, Pogacar ha sbagliato cercando di staccare tutti con la forza e non cercando soluzioni più scaltre. E in qualche modo le parole di Tadej confermano che la Sanremo, la prossima corsa cui prenderà parte, ha ancora qualche punto che gli sfugge e lo rende meno sicuro.

«La Sanremo – dice – è davvero diversa rispetto alla Strade Bianche oppure alla Liegi o al Fiandre. Quando arrivi sulla costa, non è più una gara dura, in compenso però inizia a essere nervosa. Ci sono un sacco di città, un sacco di curve a destra e a sinistra, tanti su e giù e le velocità sono incredibilmente alte. In più, i corridori della Sanremo sono un po’ più grossi rispetto a quelli che trovo nelle altre gare che mi piacciono (sorride, ndr). Corridori da classiche, anche velocisti, e questo significa anche che le velocità sono più elevate anche in pianura. Quindi, in un certo senso, è davvero spaventoso partecipare a quella gara, soprattutto per arrivare alla Cipressa.

«Lì devi essere non al 100, ma al 110 per cento e anche in quel caso è tutta una questione di posizionamento. Non più dietro della seconda posizione, sarebbe un rischio, meglio essere in pole position. E le salite sono velocissime, andiamo a 40 all’ora quindi devi guidare con attenzione e capisci che è difficile fare la differenza. La Sanremo non è solo la salita del Poggio, ma bisogna fare i conti anche con la discesa perché poi non c’è più molto. E’ una gara davvero particolare, in un certo senso davvero bella e molto interessante da correre».

Pogacar, davanti a Seixas e Del Toro: questa foto pèarla tanto di futuro
Pogacar, davanti a Seixas e Del Toro: questa foto parla tanto di futuro
Pogacar, davanti a Seixas e Del Toro: questa foto parla tanto di futuro
Pogacar, davanti a Seixas e Del Toro: questa foto parla tanto di futuro

La solutidine e la folla

L’ultimo pensiero di questo sabato che sembra domenica per l’atmosfera di festa che si respira nelle strade di Siena, Tadej Pogacar lo dedica alla sua solitudine nelle due ore di attacco, quando i soli suoni sono il baccano della gente e il rombo delle moto dei fotografi che si alternano davanti a lui scattando foto.

«All’inizio, quando ho attaccato – spiega – ho pensato che il vantaggio fosse buono, ma che dovevo migliorarlo e farlo crescere il più velocemente possibile. Non sapevo quanto distacco avessi. Poi ho iniziato a chiedermi dove potesse essere Isaac (Del Toro, ndr) e cose del genere. Quello che succedeva dietro. E poi, una volta ottenute queste informazioni, ho iniziato a pensare alla strada da percorrere e mi sono goduto la folla. Ho pensato anche a gestire lo sforzo, mangiare e bere, arrivare bene al traguardo. E a volte, penso anche: ho i miei pensieri personali».

Una solitudine beata, con la sensazione di volare su una nuvola al di sopra delle fatiche degli altri. Quando è salito sul podio per la premiazione c’erano ancora tanti corridori sul percorso. Il fuoriclasse è questo, non può fare altro che vincere, e gli altri alle sue spalle danno profondità alla scena e sono anche loro preziosi. Come i compagni di squadra più invisibili che ha ringraziato citandoli uno a uno: Christen, Grosschartner, Novak, Vermaerke e Vermeersch. Quelli che fanno il lavoro sporco, ma prezioso. Lo seguiamo finche non sparisce all’interno dell’antidoping, con la certezza di aver vissuto un’altra magia e la sensazione che questa volta non sia stato facile come potrebbe esserci sembrato.

UAE Tour, 6a tappa a Jebel Hafeet, Antonio Tiberi

Tiberi a Jebel Hafeet, un minuto fuori giri di troppo

24.02.2026
6 min
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Il primo giorno di Pellizotti dopo il UAE Tour è trascorso in ammiraglia. Atterrato a Milano, il direttore sportivo friulano del Team Bahrain Victorious è andato fino a Pila per una recon della 14ª tappa del Giro d’Italia e poi ha ripreso la via di casa. Il ricordo della salita di Jebel Hafeet e della resa di Tiberi agli attacchi di Del Toro è ancora nell’aria.

«Sapevamo che la UAE ci avrebbe provato in tutti i modi – racconta Pellizotti – infatti siamo riusciti a mandare via una fuga per il discorso degli abbuoni e per non lavorare tutto il giorno. Nella tappa vinta da Antonio, anche Del Toro aveva fatto la salita molto forte. Se a questo si aggiunge che per la UAE Emirates quella corsa è importantissima, era scontato che avrebbero attaccato a tutta».

Nei 69 secondi dell’attacco di Del Toro, Tiberi ha espresso una potenza media di 610 watt, con una punta di 1.000 watt. Stando ai dati diffusi da Velon, l’attacco di Del Toro è durato 4’30” durante i quali Antonio ha pedalato alla media di 22,4 km/h e punte di velocità di 32,1.

Giro 2025, Pellizotti e Tiberi: l'avvicinamento con tanta altura è stato probabilmente un errore
Giro 2025, Pellizotti e Tiberi: secondo il tecnico, il livello visto lo scorso anno non rispecchia il valore dell’atleta
Giro 2025, Pellizotti e Tiberi: l'avvicinamento con tanta altura è stato probabilmente un errore
Giro 2025, Pellizotti e Tiberi: secondo il tecnico, il livello visto lo scorso anno non rispecchia il valore dell’atleta
Avreste dovuto correre in difesa?

Eravamo in una posizione di vantaggio, quindi dovevamo giocarci quei 21 secondi. Dato che era la quinta volta che facevo quella salita, la mattina ho cercato di spiegare ad Antonio che la parte più importante erano gli ultimi tre chilometri. Non doveva arrivarci in affanno eccessivo.

Quello che però è successo…

A un certo punto in radio gli ho detto: «Occhio che adesso sicuramente ti darà l’ultima accelerata» e sappiamo che le accelerate di Del Toro fanno tanto male. Per Antonio era la prima esperienze in maglia da leader in una corsa così importante. Aveva gamba, sensazioni e numeri eccezionali. L’unico problema è che quando Del Toro ha fatto l’ultimo attacco, gli ha fatto fare un minuto fuori giri e lui è arrivato ai tre chilometri senza riuscire a fare il cambio di ritmo che gli avrebbe permesso di conservare la maglia.

Un fatto di esperienza, quindi?

Sappiamo che Tiberi è un ragazzo orgoglioso, secondo me ha le stigmate del campione. Per cui sei lì a lottare per una maglia, è chiaro che non ti stacchi volutamente. Aver gestito la pressione del leader quel giorno e in quelli precedenti, dover andare al podio e all’antidoping, è stato un’esperienza importantissima. L’ho visto molto cambiato anche in corsa con i compagni alla radio.

Corridori come Del Toro sono irresistibili nei primi minuti dopo l'attacco: rispoondergli per Tiberi è stato un errore
Corridori come Del Toro sono irresistibili nei primi minuti dopo l’attacco: rispondergli per Tiberi è stato un errore
Corridori come Del Toro sono irresistibili nei primi minuti dopo l'attacco: rispoondergli per Tiberi è stato un errore
Corridori come Del Toro sono irresistibili nei primi minuti dopo l’attacco: rispondergli per Tiberi è stato un errore
In che senso?

Solitamente ha sempre parlato molto poco, invece l’ho visto molto più presente e anche i compagni se ne sono accorti. Quando il leader parla, fa i complimenti e li sprona, ascoltano più le sue parole che le mie dalla macchina. E quindi in questo Antonio secondo me ha fatto uno step ulteriore nel modo di imporsi, non solo fisicamente ma anche mentalmente.

Impossibile pretendere che in quel momento trovasse la freddezza di non rispondere allo scatto?

Seduti sul divano è facile dirlo, però mi metto anche nei suoi panni. Sono due ragazzi giovani, si conoscono bene e secondo me gli è venuto fuori l’orgoglio di non voler farsi staccare. Ripeto: da una parte va bene così. Antonio è ancora giovane, deve fare ancora esperienza e con questa secondo me ha salito un altro scalino.

Questa nuova sicurezza si deve alla vittoria di Jebrel Mobrah oppure si era iniziata a vedere prima?

Già nei ritiri si vedeva che stava bene. Quando facevamo i test, vedevi che la gamba girava bene. Gli veniva tutto più facile e questo secondo me gli ha dato più convinzione. Perciò la vittoria è servita tanto, ma anche il piazzamento della prima tappa. Fare terzo in un arrivo allo sprint su uno strappo così difficile vuol dire che il fisico risponde bene e questo gli ha permesso di guadagnare convinzione.

Pellizotti ha notato ik cambio di passo di Tiberi come leader e nei rapporti con la squadra
Pellizotti ha notato il cambio di passo di Tiberi come leader e nei rapporti con la squadra
Pellizotti ha notato ik cambio di passo di Tiberi come leader e nei rapporti con la squadra
Pellizotti ha notato il cambio di passo di Tiberi come leader e nei rapporti con la squadra
Antonio dice di aver lavorato particolarmente bene nell’inverno…

Diciamo che l’inverno dello scorso anno e poi il resto della stagione non sono stati come volevamo. Ha avuto mille problemi e questo significa non aver potuto creare la base su cui fare i lavori specifici. Poi abbiamo fatto anche noi lo sbaglio di voler fare più ritiri in altura e meno gare per portarlo al Giro più preparato. Invece abbiamo capito che Antonio ha bisogno di correre, ha voglia di correre. Quando si mette il numero sulla schiena, si diverte e quest’anno abbiamo visto un Tiberi veramente cambiato.

In cosa era così evidente?

Era quasi sempre in orario se non in anticipo agli appuntamenti. Quando il venerdì sera siamo arrivati ad Abu Dhabi, ha chiesto se l’indomani prima di colazione potesse fare mezz’ora con il fisioterapista lavorando con gli elastici. Detto da lui, questo ti fa capire tanto e sono convinto che quello del 2025 non fosse il Tiberi che conoscevamo. E sicuramente anche a lui ha dato fastidio, perché è giovane, ma ha carattere, ne ha passate tante e ha anche dimostrato di poter fare tanto.

Anche lui ha ammesso di volersi riscattare.

A volte può sembrare indifferente, però ci eravamo accorti che veder vincere i ragazzi della sua età mentre lui faticava lo stava disturbando. Gli mancava la sensazione di vincere, di alzare le braccia al cielo. Per cui ha iniziato bene la stagione, si è visto un crescendo gara dopo gara e in UAE ha dimostrato veramente il suo valore.

Diciamo che dovendo correre il Tour, dovrà imparare una tattica più attendista, come quella di Indurain, per fare un esempio…

Antonio è un ragazzo intelligente, uno molto silenzioso, che parla poco, ma quando parla va diritto al punto. E sono convinto che questa per lui sia stata una lezione. Il primo arrivo in salita lo ha gestito dalla testa, quindi non ha dovuto inseguire. Ha fatto quel che gli dicevamo ed è stato più semplice, tra virgolette. Sabato sapevo che sarebbe stato più difficile.

UAE Tour perso per 10": Tiberi arriva a Jebel Hafeet 31" dopo Del Toro. Il suo margine al via era di 21"
UAE Tour perso per 10″: Tiberi arriva a Jebel Hafeet 31″ dopo Del Toro. Il suo margine al via era di 21″
UAE Tour perso per 10": Tiberi arriva a Jebel Hafeet 31" dopo Del Toro. Il suo pargine al via era di 21"
UAE Tour perso per 10″: Tiberi arriva a Jebel Hafeet 31″ dopo Del Toro. Il suo margine al via era di 21″
Come mai?

Perché era la prima volta che lottava per qualcosa di veramente grosso e questo sicuramente gli farà capire anche la necessità di studiare le doti dei suoi avversari. Del Toro o Pogacar fanno la differenza nel primo minuto e dopo mantengono. In questo caso è bene che Tiberi non li segua sullo scatto, ma che provi a recuperare il gap sulla distanza. E’ un buon cronoman che riesce a tenere più a lungo certi wattaggi, mentre nel breve non riesce a tenergli testa.

Ne avete parlato il giorno dopo?

Abbiamo guardato assieme il file della salita e abbiamo visto dove si poteva fare meglio. Sono convinto che se queste cose non le provi e non sbagli, difficilmente capisci come migliorare.

Se rifacesse la tappa oggi sarebbe diverso?

Ne sono certissimo. Come per i bambini, tante volte è giusto che sbaglino e provino sulla propria pelle. Perché è vero che poteva fare diversamente, ma ha provato a modo suo ed è stato giusto così. Non è stato Del Toro a perdere il Giro sul Colle delle Finestre perché non sapeva come difendere la maglia? Difficilmente ti riesce di fare la corsa perfetta, però se Tiberi inizia a capire le sue doti e come gestirle nel modo migliore, è chiaro che riesce ad ottenere di più.

Isaac Del Toro

Del Toro e quel rapportone a Jebel Hafeet. Una riflessione tecnica

23.02.2026
5 min
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Forse qualche lettore più esperto ricorderà quando Jan Ullrich, al Giro dell’Emilia 2001, al penultimo passaggio sul San Luca si presentò con un rapportone lunghissimo, quasi da cronometro in pianura. Quel giorno il “Panzer tedesco” stava palesemente allenando la forza in vista del Giro di Lombardia. Ebbene, l’azione di Isaac Del Toro a Jebel Hafeet di qualche giorno fa, per certi versi, ce lo ha ricordato.

Anche il messicano, infatti, mulinava un rapporto a dir poco lungo. E lo ha fatto per tutta la scalata e in particolar modo nell’ultimo chilometro e mezzo, la cui pendenza media era attorno al 4 per cento. Scelta tattica? Caratteristica del corridore? Errore (ammesso che chi vince sbaglia)? Fatto sta che Del Toro, con una potenza impressionante, ha staccato Antonio Tiberi. Anzi, lo ha proprio mandato fuori giri. Si è preso tappa e maglia. E di conseguenza la classifica generale.

Isaac Del Toro
Del Toro sistema il computerino prima di partire per i suoi allenamenti, che quest’anno sono stati molto improntati sulla forza
Isaac Del Toro
Del Toro sistema il computerino prima di partire per i suoi allenamenti, che quest’anno sono stati molto improntati sulla forza

Il primo affondo

Ma andiamo con ordine e analizziamo la scalata di Del Toro a Jebel Hafeet. Innanzitutto si tratta di una salita che misura 9,2 chilometri al 7,2 per cento, stando ai dati di Veloviewer. Poco più di 10 chilometri al 6,8 per cento se invece si considera anche il falsopiano introduttivo. Strada larga e pendenze non eccessive invitano a spingere rapporti lunghi, anche per avere quella sensazione di “fare velocità”.

Non a caso il ritmo imposto dalla Decathlon-CMA è stato subito fortissimo. E sin dalle prime battute si notava la bella agilità di Tiberi e la cadenza più bassa di Del Toro, ma anche di Adam Yates e Kevin Vermaerke, in pratica i tre della UAE Emirates. E questa cosa subito ci ha fatto riflettere.

Scelta tattica? Preparazione impostata in un certo modo? E’ noto che Yates vada “duro”: è uno scalatore puro e non ha problemi a tenere un certo rapporto. Anche Del Toro sta spesso in piedi con il rapporto lungo, ma altre volte, da seduto, lo abbiamo visto con rpm ben più alte.

Il messicano, invece, ha scelto di fare tutta la scalata con la corona grande: evidentemente si sentiva bene così. “Raccoglieva il rapporto” e, tutto sommato, lo sforzo più intenso era inferiore ai 20’. In pratica poteva permettersi di spendere tanto.

Altra considerazione. Su quella salita, a ruota, si stava benone. I primi salivano ad oltre 20 chilometri orari e, addirittura, al momento dell’attacco Del Toro, per oltre 600 metri, quelli fatti tutti in piedi, ha superato i 30 all’ora, con una punta di 32,6 (dati Velon).

La sua tattica era quella di scattare secco per far prendere aria a Tiberi. E già sul primo attacco ci era quasi riuscito. Antonio, però, bravo, si era accucciato bene alla sua ruota: quando si va oltre i 30 orari, la scia si sente eccome.

Isaac Del Toro
Il momento dell’attacco decisivo ai 2,6 km dall’arrivo. Del Toro spinge forte un rapporto lunghissimo e Tiberi è costretto a cedere
Isaac Del Toro
Il momento dell’attacco decisivo ai 2,6 km dall’arrivo. Del Toro spinge forte un rapporto lunghissimo e Tiberi è costretto a cedere

Il secondo affondo

Nella seconda bordata, però, Del Toro non ha perdonato. Stavolta Tiberi lo ha tenuto per 15”-20”. Poi il laziale ha perso un paio di metri, ha preso un filo d’aria e per lui quei 2,5 chilometri finali si sono trasformati in un piccolo Calvario. Mentre l’altro scappava.

Del Toro intanto era sempre con la moltiplica grande. E quando si è seduto non ha alleggerito il rapporto. E’ rimasto su quello che aveva, segno di una grande forza nelle sue gambe e, dopo la brevissima discesa, ha addirittura buttato giù un dente. Ora noi non conosciamo l’esatta cadenza del messicano, ma certamente era al di sotto delle 70 rpm. A Jebel Mobrah, nel giorno di Tiberi per intenderci, Isaac non era agile, ma neanche così basso di cadenza.

L’imperativo, in quei frangenti così esplosivi, è fare la differenza. Fare velocità, come dicevamo. E per farlo serve potenza, tanta forza. Serviva un’azione violenta. In fin dei conti Del Toro doveva guadagnare circa 20” su Tiberi. Non tanti, ma neanche pochi visto il tipo di salita. Tanto è vero che poi Luke Plapp, salendo più di passo e di certo più avanti di condizione avendo fatto il Tour Down Under al top, ha perso solo 12” da Del Toro. I suoi scatti e lo stare all’aria per gran parte della salita lo hanno fatto spendere di più.

Da nostre fonti sappiamo che Isaac, durante questo inverno, ha lavorato molto sulla forza e sul torque in particolare: quindi forza esplosiva e massima. Probabilmente alla prima gara dell’anno aveva ancora addosso questo imprinting motorio. Prova ne è la vittoria in volata verso Liwa Palace, quando sul falsopiano che portava al traguardo era riuscito a precedere i velocisti. Se ricordate bene, anche Tadej Pogacar lo scorso anno ci provò, ma non ci riuscì.

Isaac Del Toro
Sull’arrivo di Jebel Hafeet Del Toro mette a segno anche il record della scalata
Isaac Del Toro
Sull’arrivo di Jebel Hafeet Del Toro mette a segno anche il record della scalata

Meglio di Pogacar

Quello che resta è la prova di forza di Del Toro. In ogni senso. Oltre alla forza impressa sui pedali, Isaac ha siglato il record sulla scalata di Jebel Hafeet. Record che apparteneva al compagno Yates, siglato nel 2023, e che il messicano ha migliorato di 38”. Ma il dato ancor più interessante è il confronto con la prima di Pogacar a Jebel Hafeet. Isaac ci ha messo quasi un minuto in meno rispetto allo sloveno. Va anche detto, però, che parliamo del 2020 e sappiamo quanto tecnologia e nutrizione nel frattempo siano migliorate.

Tatticamente Del Toro è stato sempre molto lucido. Dopo quegli 800 metri di attacco, ha recuperato per circa un chilometro. Da dietro erano rientrati anche Gall e Plapp e lui stesso ha detto: «Ho attaccato un istante prima che si riaccodassero perché non volevo che potessero rifiatare e attaccare anche loro». Questo denota anche una certa esperienza o, quantomeno, padronanza della situazione.

Sul finale è stato forte, ma non fortissimo. E infatti lo stesso Del Toro ha detto: «Non è stato il mio giorno migliore. Lo sforzo è stato intenso, ma come mi aveva detto anche Pogacar non mi sono voltato indietro. Ora è il momento di capire che sto lavorando. Sono in una fase di preparazione. E devo capire anche che devo credere sempre di più in me stesso».

Insomma, qui sembra proprio che ci siano ancora margini di miglioramento. Ora però sarà curioso vedere il messicano sulle salite delle prossime gare per capire con che cadenza sceglierà di pedalare e portare l’attacco. Va bene la forza, ma certi rapporti nei Grandi Giri potrebbero non essere sostenibili alla lunga.

Le idee di Vaughters per vincere il Tour. Vendendo tutto…

Le idee di Vaughters per vincere il Tour. Vendendo tutto…

19.02.2026
6 min
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Meno di un mese di attività e il UAE Team Emirates, ancora senza il suo leader Tadej Pogacar ha già messo da parte 11 vittorie. E’ da anni che nell’ambiente si parla della sperequazione che c’è fra le stesse squadre del WorldTour: sono 18, ma il numero di quelle che si possono considerare davvero vincenti è di molto inferiore, si contano sulle dita di una mano.

Jonathan Vaughters vuole ribellarsi a tutto questo. In una recente intervista sul sito specializzato Domestique Cycling, il manager americano della EF Education EasyPost ha affrontato il tema partendo dal racconto di un episodio, avvenuto durante uno degli ultimi Tour de France.

L'EF Education resta al fianco del team, ma Vaughters ha messo in vendita i diritti denominativi
L’EF Education resta al fianco del team, ma Vaughters ha messo in vendita i diritti denominativi
L'EF Education resta al fianco del team, ma i diritti denominativi sono in vendita
L’EF Education resta al fianco del team, ma Vaughters ha messo in vendita i diritti denominativi

Tutto è nato nel 2024

«Era stata un’edizione molto favorevole – ha raccontato – avevamo vinto una tappa con Carapaz e portato a casa la maglia di re della montagna e premio per la combattività. In sede di bilancio, mi sentii chiedere che cosa serve per vincere il premio grosso, come fa sempre Pogacar. La risposta mi venne spontanea: “Un sacco di soldi” risposi secco. Lì per lì la cosa rimase nelle pieghe della discussione, fra qualche incoraggiamento e considerazioni a margine. Ma nei giorni successivi continuai a pensarci, a chiedermi che cosa serve. Capii che dovevo parlare con lo sponsor.

«Portai loro una proposta semplice: vendere i diritti di denominazione del team. Sapevo che EF Education è un’azienda educativa, non può sostenere costi come una multinazionale petrolifera e non sarebbe neanche giusto farlo. Ma noi abbiamo un valore: proviamo a monetizzarlo. Ho garantito loro che avrebbero avuto sempre spazio e visibilità, grandi loghi sulla divisa e quant’altro. Inizialmente erano restii, poi alla fine hanno accettato e quindi i nostri diritti sono in vendita: vogliamo abbastanza denaro per vincere il Tour Femmes entro 3 anni e il Tour maschile nell’arco di un decennio».

L'americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin
L’americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin
L'americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin
L’americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin

Wiggins e quelle parole pesanti come pietre

Vaughters è nell’ambiente da sempre e la legge dei soldi l’ha imparata presto: «Ero alla Garmin, nel 2008 avevamo chiuso il Tour con il 4° posto di Van de Velde, l’anno dopo Wiggins fece la stessa cosa. Ma l’inverno successivo entrò il Team Sky in pompa magna e se lo portò via: “Per vincere la Champions League devi giocare nel Manchester United – disse – e io se continuo con il Wigan non potrò mai farlo…”. La metafora faceva male, ma c’era del vero, riassumeva il nostro ruolo nel firmamento ciclistico».

Già allora il mondo del ciclismo andava a due velocità e la separazione si è andata sempre allargando: «Prima dell’avvento della Sky, un team medio poteva anche sognare, provarci, sfiorare l’impresa, noi l’abbiamo fatto due volte. Ma poi sono emersi i team con mega budget e quello definisce tutto perché parte dalle fondamenta, dalle filiere, prende il meglio e lo porta via con sé. Pochi valutarono ad esempio quella che per me fu una vera impresa: al Tour 2017, con la Cannondale eravamo la squadra col budget più piccolo, ma chiudemmo secondi con Uran a meno di un minuto da Froome: Davide aveva quasi messo in ginocchio Golia…».

Perché non si può rifare? «Perché i migliori talenti vengono presi già da piccoli e a prezzi molto alti. Un Rigoberto Uran non lo trovi sul mercato per meno di un milione di dollari. Quindi significa che devi avere un grande budget per poter competere non al massimo livello, ma per poter avere la prelazione sui giovanissimi più forti, portarli da te, garantirgli un futuro, avere un ricambio continuo. Per questo servono tanti, tanti soldi.

Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha ciorso dal 1994 al 2003 vincendo più corse a tappe
Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha corso dal 1994 al 2003 vincendo più corse a tappe
Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha corso dal 1994 al 2003 vincendo più corse a tappe
Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha corso dal 1994 al 2003 vincendo più prove a tappe

Uscire dalla zona di comfort

«Vorrei sottolineare un aspetto del nostro rapporto con EF: loro ci chiesero di produrre il maggior valore mediatico di qualsiasi squadra ciclistica in relazione a ogni dollaro speso e questo è stato sempre il mio mantra. Dei punti UCI m’interessa poco, ma so che ho sempre onorato quell’accordo e lo sponsor ha avuto riscontro per ogni dollaro speso. Ora però, a 52 anni, posso permettermi di andare più in là e seguire i miei sogni, uscire dalla mia zona di comfort e provare a costruire qualcosa di più grande nel prossimo decennio».

Parliamo di cifre: il bilancio della EF si aggira sui 21 milioni di euro, quello della UAE è tre volte tanto. La differenza è abissale. Vaughters vuole ridurla: «Io sono convinto che anche il 75 per cento del loro budget sia sufficiente per vincere, se spendiamo bene ogni dollaro il che significa farlo per obiettivi specifici come il Tour». Poi, nella sua intervista il manager americano chiama in causa anche il ciclismo italiano: «Come organizzazione, non abbiamo alcun interesse a vincere 100 gare all’anno in cui i ciclisti vengono pagati 3-4 milioni di euro ad annata vincendo, con rispetto parlando, il Trofeo Laigueglia contro i professionisti italiani di squadre di livello molto inferiore…».

Il reclutamento e la fidelizzazione dei talenti è un passaggio obbligato nel capitolo spese, «ma attenzione: quando parlo di talenti non mi riferisco solo ai corridori, dobbiamo dotarci di esperti di aerodinamica, scienziati dello sport, nutrizionisti, trovando il meglio che c’è in giro, chi ha idee nuove, finanziandolo adeguatamente perché lavori per noi.

Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un'offerta, ma la UAE ha proposto di più
Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un’offerta, ma la UAE ha proposto di più
Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un'offerta, ma la UAE ha proposto di più
Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un’offerta, ma la UAE ha proposto di più

La scelta di lealtà di Healy

«Siamo un ottimo team sulla carta, nella progettazione, ma dobbiamo diventarlo anche come esecuzione e per farlo servono più persone competenti. Non puoi gestire un roster di 30 corridori con 3 allenatori e 2 nutrizionisti, non bastano».

La richiesta di Vaughters di un budget più ampio scaturito da nuove risorse nasce anche dall’andamento delle ultime stagioni: «Avevamo provato a prendere Del Toro, ma contro la UAE abbiamo perso proprio mettendo sul piatto le offerte ed apprezzo ancor di più, pensando a questo, il fatto che Healy abbia accettato di rimanere con noi. Ha fatto una scelta leale ed emotiva invece che finanziaria, ha detto che adora il modo distaccato di lavorare che abbiamo, senza pressioni, non lo troverebbe altrove. Ma è un’eccezione».

Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes
Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes
Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes
Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes

Primo obiettivo, il Tour Femmes

Ora la denominazione è all’asta, pubblicamente: «In tanti si sono detti interessati, ma una situazione più chiara l’avremo quando tante aziende che si sono fatte avanti faranno le loro previsioni di spesa per il 2027. Bisognerà vedere con quali offerte si presenteranno, se accontentandosi del secondo nome o se vorranno il nome completo, cambiare le divise, insomma faranno le loro valutazioni e noi le nostre, poi vedremo come raggiungere un compromesso.

«Gli obiettivi restano quelli. Il Tour femminile è più raggiungibile al momento, credo che con Kerbaol e l’iridata Vallieres abbiamo elementi in grado di farlo presto, per gli uomini ci vorrà tempo e il fatto che sia nebuloso, che non possa sapere come e chi competerà fra dieci anni rende tutto più suggestivo e affascinante…».