Sei giorni all’assalto di Ganna: domande all’esperto

03.10.2022
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Meno di una settimana al record dell’Ora di Ganna. Lo staff Ineos Grenadiers sta per diffondere il programma di sabato 8 ottobre, quando nel velodromo svizzero di Grenchen, Pippo assalterà il primato dell’ingegner Daniel Bigham, stabilito il 19 agosto sulla stessa pista in 55,548 chilometri.

Nei giorni del mondiale, Cioni ci aveva anticipato parte del discorso. E così, in attesa di vivere la serata di Ganna e aspettando che oggi alle 14 si sollevi il velo sulla bici che userà, ci siamo rivolti ad Andrea Morelli, Direttore scientifico del Centro Mapei: la struttura creata nel 1996 da Giorgio Squinzi e affidata ad Aldo Sassi, che nel 1984 prese parte alla fantastica Ora messicana di Moser. Con Andrea avevamo già parlato di cosa succede dopo un’ora nel fisico dell’atleta, questa volta invece partiamo da più lontano. Abbiamo suddiviso questo interessante viaggio in due parti: la seconda sarà pubblicata oggi alle 17.

Che cosa significa fare il record dell’Ora? Perché è così difficile? E il fatto che Bigham sia riuscito a battere tutti i mostri sacri del ciclismo, da Merckx e Moser, vuol dire che la tecnologia lo ha reso più accessibile?

Perché è così difficile stabilire quel record?

E’ difficile perché è una prestazione di lunga durata, ma non lunghissima. E quindi devi essere in grado di mantenere un elevato livello di potenza per un tempo abbastanza lungo. Se pensiamo al modello fisiologico della prestazione ci si avvicina alla cosiddetta potenza di soglia o FTP. Questo significa produrre la massima potenza possibile per un’ora e stare a cavallo tra soglia e fuori soglia col pericolo di oltrepassare quel limite in cui l’equilibrio tra produzione e smaltimento di acido lattico può portarti velocemente ad esaurimento. Per definizione la soglia anaerobica è un’intensità che un’atleta allenato riesce a mantenere per 45-60’.

Quindi?

Il problema è che devi alzare il più possibile la tua soglia per spostare il punto in cui l’acido lattico inizia ad accumularsi. A seconda della tabella di pacing (andatura, ndr) che viene scelta, a volte questo limite è molto piccolo. Non devi rischiare di partire troppo forte perché accumuleresti troppo acido lattico e andresti incontro ad esaurimento precoce e saresti obbligato a rallentare nel finale. Ma dall’altra parte non devi partire troppo lento, perché poi dovresti accelerare nel finale quando anche altre componenti di fatica saranno già al limite.

Un equilibrio tanto delicato?

Sì, perché a questo livello di specializzazione il limite oltre il quale l’equilibrio si “rompe” è piccolo. Se lo oltrepassi la produzione di lattato supera lo smaltimento e quindi inizi ad accumularlo. Poi la fatica è comunque “multifattoriale” (nella scienza dello sport spesso si usa questo termine per includere fattori che non si conoscono ancora completamente, ndr) che comunque spingono l’atleta a rallentare.

C’è grande differenza fra una crono di un’ora e girare per lo stesso tempo in pista
C’è grande differenza fra una crono di un’ora e girare per lo stesso tempo in pista
C’è tanta differenza fra l’Ora e una lunga crono?

Un atleta come Ganna, o comunque uno specialista della cronometro è abituato al mal di gambe. Ha una grande sensibilità ed è abituato a questo tipo di sforzo. Però il problema è che anche una cronometro lunga come quella di un mondiale è diversa dal pedalare in pista per un’ora a tutta. Su strada trovi differenti condizioni, una curva, un tratto in discesa, un falsopiano oppure una salita e quindi la potenza subisce variazioni. In pista devi cercare di stare sempre concentrato e fare traiettorie migliori è fondamentale.

Perché?

Il fatto di disegnare traiettorie ottimali, giro per giro è fondamentale per la distanza finale. Perdi “meno” metri. Stare in posizione aerodinamica, spesso con poca visibilità, comunque controllando le traiettorie nelle curve rende la pista molto stressante. E a questo si aggiunge la fatica che nel finale si fa sempre maggiore. Quindi non è solo una questione di pedalare sotto sforzo un’ora. Magari qualcuno pensa che rispetto ad un tappone con 4-5.000 metri di dislivello non sia nulla ma si sbaglia, dal punto di vista fisiologico e mentale sei al limite.

Andrea Morelli è responsabile per il ciclismo presso il Centro Mapei Sport
Andrea Morelli è responsabile per il ciclismo presso il Centro Mapei Sport
Tutti rispondono allo stesso modo?

No. Ogni atleta ha caratteristiche specifiche di resistenza e di capacità anaerobica lattacida ed alattacida. Quindi magari uno ha una soglia leggermente più bassa, ma una capacità anaerobica lattacida maggiore e quindi è in grado di lavorare fuori soglia più di un altro. Ma resta il fatto che per questo tipo di prestazione è fondamentale avere una potenza aerobica ed una soglia elevata per allontanare il momento in cui cominci ad accumulare fatica e sei costretto a rallentare.

E’ importante conoscere la pista?

Tantissimo. Ganna arriva da anni di lavoro sia per la cronometro sia per la pista. Quindi la gestione del carico di lavoro, che è sempre un po’ delicata perché sei sempre al limite ed è facile sbagliare – facendo un po’ troppo quando stai bene e troppo poco magari quando non lo sei – per lui non è un problema. Ma tecnicamente in pista è uno dei migliori. Penso che sia uno dei pochi che possa spostare ulteriormente in alto il record dell’Ora.

E’ vero come ha detto Bigham che ormai il record è solo aerodinamica?

No, secondo me Bigham ha comunque dimostrato di essere un atleta forte. Poi magari nel suo caso potremmo dire che fare il record dell’Ora non coincida col vincere anche cronometro su strada, questa è una cosa diversa. Sicuramente essendo un ingegnere aerodinamico ha lavorato nei minimi particolari per ottimizzare la sua posizione, ma credo che anche dal punto di vista atletico abbia dovuto lavorare molto. Come del resto credo sia stato fatto con Ganna.

Si è subito detto che il tentativo di Bigham fosse un test in vista del record di Ganna (foto Ineos Grenadiers)
Si è subito detto che il tentativo di Bigham fosse un test in vista del record di Ganna (foto Ineos Grenadiers)
Di certo Pippo non partirà senza avere riscontri precisi…

Il lavoro fatto sia in galleria del vento sia nell’ottimizzazione della posizione in generale e dei materiali nel suo caso sarà spinto al massimo. Tutte le cose sicuramente sono state analizzate nei minimi dettagli, ma questo nulla toglie al record di Bigham. Certamente lavorando dal punto di vista aerodinamico il vantaggio c’è, però non mi aspetto che Bigham rispetto a Ganna abbia un coefficiente di penetrazione aerodinamica del 30-40 per cento migliore e quindi copra una differenza di potenza così elevata. Quando vai a ottimizzare la posizione di un atleta già specialista, vai sempre a ricercare margini minimi, del 2-3 %. Arrivare al 5 sarebbe manna dal cielo.

Quindi il vantaggio aerodinamico non trasforma un ingegnere in un campione.

Si lavora sempre su piccoli margini. Non è che parti da una posizione da strada e la trasformi in una da crono e per magia riesci a risparmiare il 20-30 per cento di potenza. Stiamo parlando di posizioni già ottimizzate. Non penso che Bigham partisse da una posizione a cronometro in cui è riuscito a limare il 15 per cento. Probabilmente partiva già da una buona posizione e poi ha lavorato per migliorarla, ma anche sulla potenza e la tenuta. Perché è naturale che devi avere potenza elevata per fare queste velocità, ma devi anche essere in grado di mantenere questa velocità per molto tempo.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata oggi alle 17

Selle Italia “main partner” (per la 33ª volta!) della Maratona

01.07.2022
3 min
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Selle Italia conferma il proprio impegno al fianco di una delle gran fondo più celebri e iconiche al mondo. Il brand veneto produttore di selle è difatti pronto ad affrontare, per la 33ª volta (!), la Maratona dles Dolomites-Enel in qualità di “main partner”. 

La prova di Corvara – in programma domenica 3 luglio – rappresenta una gran fondo assolutamente unica ed ambita. Giunto quest’anno alla 35a edizione, l’evento altoatesino vedrà migliaia di ciclisti sfidare sette tra i valichi simbolo delle Dolomiti. Passando dal più “agile” Campolongo, ai più impegnativi Sella, Gardena, Pordoi, Giau, Falzarego e Valparola (i percorsi sono i classici tre da 55, 106 e 138 chilometri).

Presenza in zona expo

«La nostra storia con la Maratona è iniziata due anni dopo la sua nascita – ha dichiarato Giuseppe Bigolin, il presidente di Selle Italia – e da quel momento l’abbiamo sempre sostenuta perché condividiamo gli stessi valori e la stessa passione per la bicicletta. Una collaborazione storica che compie 33 anni e ci permette di entrare in contatto con migliaia di amatori provenienti da tutto il mondo».

Selle Italia sarà, come di consueto, “fisicamente” presente alla manifestazione, presidiando con un proprio spazio il villaggio expo di San Leonardo. In mostra ci saranno tutte le novità del brand tra le quali spiccano le selle SLR Boost Tekno Superflow e la nuova Model X Leaf.

La SLR Boost Tekno Superflow è completamente Made in Italy, full carbon e leggerissima. Una sella d’alta gamma ingegnerizzata da Dallara: una delle più importanti realtà specializzate nella progettazione, nello sviluppo e nella produzione di vetture da competizione e ad alte prestazioni. Nello sviluppo di questa sella è stato coinvolto Fabian Cancellara, ambassador Selle Italia.

Giuseppe Bigolin, presidente Selle Italia
Giuseppe Bigolin, presidente Selle Italia

Model X Leaf invece è l’ultima nata in casa Selle Italia. E’ prodotta mediante la tecnologia Greentech, il processo produttivo, introdotto proprio dall’azienda trevigiana, che elimina totalmente l’impiego di elementi inquinanti quali collanti e resine sintetiche, e che non prevede rifiuti perché gli stessi vengono reintrodotti nel ciclo produttivo.

Questa sella è prodotta assemblando tre componenti in modo meccanico e presenta un “pattern” a foglie, stampato direttamente all’interno della cover trasparente, rappresentativo della vocazione “green” del prodotto stesso.

Selle Italia

Eroica, il ciclismo d’altri tempi raccontato da Giancarlo Brocci

17.04.2022
7 min
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“Indice di luminosa virtù e di fermezza irremovibile, degno d’un eroe.” Questa è la definizione che si trova sul dizionario sotto la voce “eroica”. Questa parola però rappresenta molto di più. Un movimento, un evento che è stato ed è tutt’ora in grado di riportare il ciclismo fuori dall’asfalto, di nuovo sulle strade bianche. Un ritorno al ciclismo degli Eroi, con la lettera maiuscola, che hanno forgiato la disciplina delle due ruote con imprese e storie che ancora oggi segnano questo sport.

L’Eroica intesa come il gruppo di eventi, racchiude tutti i valori che il ciclismo di una volta era in grado di trasmettere. Con le rievocazioni e la sua continua evoluzione, è diventato oggi un concetto che definisce un modo di interpretare il ciclismo. Giancarlo Brocci, fondatore di Eroica, ci ha accompagnato nella storia di questo evento che ha influenzato il mondo e ora è presente in molti angoli del pianeta.

Giancarlo Brocci, ideatore e fondatore di Eroica (foto Facebook/Eroica)
Giancarlo Brocci, ideatore e fondatore di Eroica (foto Facebook/Eroica)

Atti d’amore

Parlando con Giancarlo Brocci si capisce fin da subito che questo concetto sia nato e cresciuto da una sua voglia di valorizzare ciò che gli stava intorno e che lo appassionava di più, il ciclismo di una volta

«Eroica è nata – dice Brocci – per due atti d’amore. Il primo, per come lo sport del ciclismo si andava perdendo. Stava diventando una produzione di spettacolo in mano ai manager che seguendo l’avvento dei diritti televisivi hanno indirizzato gli sport in una direzione volta alla spettacolarizzazione, in un cinema. Si stava perdendo quella che era l’essenza del ciclismo e che ha rappresentato per l’Italia.

«Il secondo atto d’amore era per il territorio. Il mio territorio. Il rischio era che tutto diventasse periferia e che le campagne si spopolassero. L’ambizione di alcune autorità era solo quella di di rimpolpare le città per portare più linfa al commercio cittadino. Uno degli input più genuini fu quello della salvaguardia delle strade bianche, che a quel tempo rappresentava per assurdo, un parametro di zona repressa».

La rievocazione è fedele e ha come prerogativa l’utilizzo di materiali antecedenti al 1987 (foto Facebook/Eroica)
La rievocazione è fedele e ha come prerogativa l’utilizzo di materiali antecedenti al 1987 (foto Facebook/Eroica)

La storia

Per capirne l’evoluzione e lo sviluppo della filosofia che oggi viene esportata nel mondo, bisogna fare un passo indietro e capire da dove è nata questa manifestazione.

«La prima edizione – racconta Brocci – è del 1997. Era un gadget gratuito della Gran Fondo Gino Bartali. La risposta fu di 92 partecipanti contro i 520 della GF. Alla prima edizione si poteva partecipare con qualsiasi bicicletta».

«Fatta il 5 ottobre. Andò sulla rivista a novembre. A quel tempo non poteva competere di certo con le Gran Fondo più affermate. Pian piano però fece notizia e si conquistò le pagine di carta stampata. Poi le copertine, perché era un’immagine particolare e unica.

«L’anno successivo – dice Brocci – si replicò e si aumentò di poco a 140 iscritti. Alla terza edizione però si incrementarono i partecipanti e si dovette resistere alla quasi normalizzazione, con l’evento che riscuoteva successo, ma senza una vera e propria esplosione. Io lo facevo per pura passione e divertimento. Non avevo in mente un progetto rivolto al puro guadagno».

Le strade bianche sono una motivazione in più per la riqualificazione e la conservazione di questi tratti distintivi (foto Facebook/Eroica)
Le strade bianche sono una motivazione in più per la riqualificazione de la conservazione di questi tratti distintivi (foto Facebook/Eroica)

Passo dopo passo

La crescita costante dell’evento dovuto alla sua unicità fece si che fosse costante ma senza un vero e proprio exploit. Ci sono però tre passaggi importanti che ne hanno determinato la sua affermazione a livello prima nazionale e poi internazionale. 

«Il primo step – spiega Brocci – fu una fase personale, in un periodo della mia vita dove potevo permettermi di sperimentare. Nel mio paese Gaiole in Chianti. Al tempo era una corsa in ottobre, che si preparava in due mesi. Con regole nostre, non competitive e con un’organizzazione semplice. La direttrice dell’Apt di Siena, Fiorenza Guerranti, aprì le porte del territorio che promuoveva e decidemmo di far passare parte degli itinerari anche per le strade intorno a Siena.

«Il secondo step fu nel 2004, quando arrivò il primo sponsor internazionale. Selle Royal che acquistò lo storico marchio inglese Selle Brooks. Per rilanciare il brand ci contattarono, e ci dissero che una manifestazione di quel tipo sembrava creata ad hoc per rilanciare il marchio. Così si presentarono con giornalisti europei e del Nord America e le prime foto e articoli iniziarono a fare il giro del mondo».

L’intuizione di Giancarlo Brocci di portare l’arrivo della prova riservata i pro’ in Piazza del Campo a Siena (foto Facebook/Eroica)
L’intuizione di Giancarlo Brocci di portare l’arrivo della prova riservata i pro’ in Piazza del Campo a Siena (foto Facebook/Eroica)

Eroica dei pro’

A chiudere il cerchio delle intuizioni che hanno portato Eroica ad essere quella che è diventata oggi, c’è la gara dei pro’. «Una mia idea – racconta Brocci – che prese forma nel 2005. Claudio Martini l’allora Presidente della Regione Toscana, mi dimostrò totale appoggio e mi spronò a fare dei progetti ancora più ambiziosi. I messaggi di supporto erano positivi e la Toscana in occasione dell’evento diventava un palcoscenico senza tempo.

«Così il 9 ottobre 2007 – dice – quell’idea prese forma e si partì da Gaiole in Chianti direzione Piazza del Campo di Siena con la Monte Paschi Eroica. Fu vinta da Aleksandr Kolobnev, con entusiasmo generale e condiviso da tutti i tifosi. A meno di cinque mesi ci fu la seconda edizione, il 7 marzo del 2008. Venne vinta da Fabian Cancellara davanti ad Alessandro Ballan. Un ordine d’arrivo che parlava da solo con il vincitore della Parigi-Roubaix davanti al vincitore del Fiandre.

«Questa immagine fece il giro del mondo e l’Eroica prese forma e il giusto palcoscenico. Da allora ci siamo potuti permettere di escludere nel 2009 le bici moderne. Questo ci fece passare da 3.300 iscritti a 2.200. La regola del partecipare con una bici antecedente al 1987 fu un limite iniziale che però già dall’anno successivo fece tornare i numeri a 3400 partecipanti, facendo partire una crescita costante fino agli 8.710 iscritti del 2021».

L’evento è presente anche sulle Dolomiti e sfrutta le strade bianche per evitare il traffico sui passi (foto Facebook/Eroica)
L’evento è presente anche sulle Dolomiti e sfrutta le strade bianche per evitare il traffico sui passi (foto Facebook/Eroica)

Eroica nel mondo

Eroica è quindi diventata sinonimo di valorizzazione del territorio e ritorno alle origini, ai valori di un ciclismo che si stava per dimenticare. Dall’estero questo messaggio è stato percepito e la voglia di replicarlo ha fatto sì che il brand Eroica venga continuamente esportato in tutto il mondo

«Siamo in Giappone e Sud Africa – afferma Brocci – e abbiamo successi clamorosi in Inghilterra. Per esempio a Goodwood i primi di agosto faremo la rievocazione della vittoria mondiale di Giuseppe Saronni del 1982. E ancora Germania, Spagna, Svizzera, Stati Uniti. Inoltre abbiamo creato la formula Nova Eroica che ha aperto un nuovo filone e piace molto. Consiste nella possibilità di utilizzare bici gravel e ha segmenti cronometrati.

«Siamo riusciti – conclude – a riportare la bici da corsa di nuovo fuori dall’asfalto. La necessità di trovare un contesto più tranquillo dovuto a un traffico sempre più arrogate. Un’altra motivazione è quella di recuperare strade che da inaccessibili possono tornare amiche delle due ruote. Per esempio noi faremo una Nova Eroica sul Gran Sasso. Abbiamo individuato insieme alla regione Abruzzo 53 km di strade, sistemate e recuperate. Io le chiamo “piste ciclabili naturali“. Allo stesso modo abbiamo lavorato per Eroica Dolomiti».

Il libro “Bartali, l’ultimo eroico. L’uomo di ferro nato per il Tour”, Minerva Edizioni (foto Facebook/Eroica)
Il libro “Bartali, l’ultimo eroico. L’uomo di ferro nato per il Tour”, Minerva Edizioni (foto Facebook/Eroica)

Gli eroi del passato

I concetti che Giancarlo Brocci snocciola sono ricchi di passione e si comprende il perché una manifestazione così caratteristica, riesca a riscuotere così tanto successo nel mondo

La sua ispirazione deriva dal ciclismo degli eroi e alla domanda: perché si chiama Eroica? La risposta è stata questa: «A suo tempo quel tipo di ciclismo era considerato ciclismo da eroi. Il mio ultimo libro “Bartali, l’ultimo eroico”, parla di un ciclismo che dal mio punto di vista è finito con lui (Gino Bartali,ndr) che poi è cambiato definitivamente con Fausto Coppi. Henri Desgrange al Tour de France voleva non solo il campione ma l’eroe. Ci sono stati campioni che riuscivano ad eccellere solo in quella competizione. Come Ottavio Bottecchia che vinse quasi solo in quella competizione.

«Henri Pélissier disse a Desgrange quando si ritirò dal Tour vinto da Bottecchia del 1924: “Voi non volete il purosangue, ma il mulo. Non volete i muscoli ma il callo”. Erano corse di resistenza. Il Tour che vinse Lucien Buysse fu il più lungo della storia del 1926 e contava 5745 chilometri. Erano corse da Eroi.

«Io ho fatto – conclude Brocci – tutti i lunghi delle corse più famose al mondo. Sono convinto che il lungo della Terra Eroica sia il più duro di tutti. Con i suoi 112 chilometri e quasi 4.000 metri di dislivello di strade bianche, con quelle bici, è una vera prova da eroi. Ci sono ciclisti che partono alle quattro del mattino e arrivano a notte inoltrata. Per questo, “La bellezza della fatica e il gusto dell’impresa”. Non a caso l’ho chiamata Eroica, non placida…».

Schwalbe Pro One Spartacus Edition

14.04.2022
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Schwalbe celebra Fabian Cancellara con uno pneumatico di alta gamma a lui dedicato, il modello Pro One con la sezione da 28, in versione TLE (tubeless). Tutto bianco, elegante e iconico, con i colori che simboleggiano le tante vittorie di prestigio che hanno segnato la carriera dell’immenso campione svizzero.

Questo pneumatico Limited Edition sarà prodotto in soli 2.000 pezzi
Questo pneumatico Limited Edition sarà prodotto in soli 2.000 pezzi

Uno Schwalbe Pro One per Cancellara

Le caratteristiche tecniche di questo copertoncino rimangono le stesse della versione tradizionale. Lo Schwalbe Pro One Spartacus Limited Edition verrà prodotto in soli 2.000 pezzi, nella sola versione TLE (tubeless) e con la larghezza di 28 millimetri. Si tratta di una copertura di alta gamma, ovvero una tipologia di gomma race oriented, che utilizza una mescola Addix Race e una carcassa SuperRace Souplesse di ultima generazione.

E’ costruita grazie alla tecnologia Turn-Up, che oltre ad avvolgere completamente il tallone, offre un comfort ottimale e una elevata capacità di smorzamento e adattamento. Lo pneumatico integra il tessuto V-Guard, una sorta di bandella protettiva inserita nella parte centrale tra il battistrada e la struttura portante. La mescola è del tipo Addix Race, il massimo disponibile in termini di qualità e performances. Non cambia il design, per un tubeless direzionale con dei piccoli intagli sui bordi che vanno a formare come delle frecce che si alternano.

Colori che richiamano le vittorie

Uno pneumatico tutto bianco, quasi cangiante, non passa inosservato. Gli unici inserti con una cromìa diversa riguardano le scritte e quella sorta di livrea che richiama le vittorie di Fabian Cancellara e la nazionalità rosso-crociata del corridore.

Due volte campione olimpico e 4 campionati del mondo, tutti a cronometro. Tre Parigi-Roubaix e altrettanti Giri delle Fiandre e 29 giorni in maglia gialla al Tour. Nel complesso questo Schwalbe Spartacus Limited Edition ricorda da vicino la maglia iridata, i cerchi olimpici e richiama i colori tipici delle competizioni vinte da Cancellara, considerato uno dei Leoni delle Fiandre. Questa edizione limitata ha un prezzo di listino di 72,90 euro e sarà venduta solamente tramite il sito ufficiale di Cancellara.

L’onore di provarlo

Descrivere i feedback di uno pneumatico del genere è qualcosa che passa in secondo piano, perché lo Schwalbe Pro One dedicato a Fabian Cancellara è un prodotto dedicato ai collezionisti. Tuttavia un peccato lasciarlo in cantina: che bello poterlo usare e sfoggiare, perché al di là di tutto, uno pneumatico bianco viene guardato e osservato.

Tecnicamente si tratta di una gomma da gara, tubeless, senza se e senza ma, che in questa misura da 28 deve trovare una corretta gestione delle pressioni di esercizio. Ha una versatilità eccellente, perché si adatta facilmente alle diverse condizioni meteorologiche e non ha paura delle temperature basse, al contrario di molti top di gamma. Se gonfiato nel modo giusto, mantiene una scorrevolezza ottimale ed è capace di smorzare a dovere anche le vibrazioni che arrivano dai terreni imperfetti, o addirittura senza asfalto.

Schwalbe

De Lie: i paragoni con Gilbert, il mito Cancellara e le vacche

08.03.2022
5 min
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«E’ bello – mormora Arnaud De Lie alla partenza da Kuurne – che facciano il paragone con una leggenda come Philippe Gilbert. Non mi rende nervoso. Anzi, mi spinge in avanti. Non sento davvero la pressione, perché penso che la mia fisionomia sia più vicina al tipo di Tom Boonen. Il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix sono le gare dei miei sogni. Non Liegi-Bastogne-Liegi, che passa dietro casa mia. Se ho la fortuna di essere tra i migliori al mondo entro dieci anni, allora forse posso concentrarmi sulle classiche delle Ardenne. Ma prima voglio essere il terzo vallone a vincere il Giro delle Fiandre. Non c’è due senza tre. Sarebbe bello se un giorno potessi scrivere il mio nome accanto a Criquielion e Gilbert. Tra qualche anno saprò se quella speranza è giustificata».

Sul podio del GP Monseré con la sua faccia da ragazzino, dopo una volata devastante
Sul podio del GP Monseré con la sua faccia da ragazzino, dopo una volata devastante

Intervista alla transenna

La fortuna che si sia fermato nella zona mista al via della Kuurne-Bruxelles-Kuurne, con un po’ di tempo a disposizione. Un addetto stampa benevolo e la mattina non troppo fredda. Appunti della trasferta in Belgio, alla vigilia per noi della Sanremo, mentre il ragazzino di 19 anni della Lotto Soudal, 1,82 per 77 chili, seguirà il programma fiammingo fino alle grandi classiche di lassù.

La vittoria al GP Monseré (foto di apertura) non c’è ancora stata, verrà una settimana dopo il nostro incontro. Al via di Kuurne ha vinto solo una corsa a Mallorca dopo essere stato uno degli juniores di maggior rilievo in Belgio. Lo voleva la Quick Step, se l’è preso la Lotto Soudal.

«Ero in contatto con Lefevere – dice – abbiamo parlato tanto e non si andava oltre, finché la Lotto mi ha offerto un contratto e io l’ho informato che avrei debuttato con loro. La Quick Step in ogni caso non mi avrebbe fatto passare subito. E così sono diventato un neoprofessionista. Nel media day di inizio stagione, prima sono stati annunciati i programmi dei big, poi è stato ricavato uno spazio anche per me. Ho capito che hanno fiducia in me e l’ho trovato motivante».

Nel 2020, Arnaud De Lie è stato terzo agli europei juniores di Plouay
Nel 2020, Arnaud De Lie è stato terzo agli europei juniores di Plouay

Quasi 500 vacche

Quel che più piace e che i colleghi belgi suggeriscono di chiedergli è la storia di famiglia. Il paese da cui arriva, Lescheret, è nella punta più bassa della regione vallone, quasi al confine con il Lussemburgo. Suo nonno Jules, scomparso da poco, veniva dal Nord poi decise di spostare la famiglia.

«Mio nonno era un contadino – dice – anche il mio bisnonno e adesso mio padre Philippe. Abbiamo un allevamento di bovini a casa nostra. In totale abbiamo poco meno di cinquecento vacche, di cui una quarantina da latte. L’inverno scorso ho provato a dare una mano, ma non è più tanto possibile. E così mio padre è in difficoltà, perché mio fratello Axel ha un altro lavoro e mia sorella Edwige ha solo 17 anni. La fattoria fa parte della mia vita. Ci sono cresciuto. La mattina in cui ho vinto l’Omloop Het Nieuwsblad U23 dello scorso anno, mi sono alzato con mio padre, ho aiutato a preparare le mucche per la mungitura, poi sono corso a casa alle 7,30 per andare alla corsa».

In ritiro ha diviso la stanza con Campenaerts, prendendo le misure a bici e compagni
In ritiro ha diviso la stanza con Campenaerts, prendendo le misure a bici e compagni

A scuola da Victor

La squadra gli ha messo accanto Victor Campenaerts, anche lui appena arrivato ed evidentemente capace di trasmettere nozioni al ragazzino desideroso di imparare.

«Victor è il mio mentore – racconta – un super tecnico. Mi ha subito preso sotto la sua ala, mi ha anche ospitato a casa sua per una settimana. Mi insegna il fiammingo e le strade qui intorno, che conosce benissimo. In ritiro abbiamo condiviso la stanza. Ha quella vena perfezionista che ogni professionista vuole avere. Cerca tutti i dettagli ed è disposto a condividere la sua esperienza».

Quest’anno De Lie aveva già vinto al Trofeo Playa de Palma, su Molano e Weemaes
Quest’anno De Lie aveva già vinto al Trofeo Playa de Palma, su Molano e Weemaes

Vendicare Leuven

Ma la sua origine vallone non mente. Nel 2020 ha vinto la Philippe Gilbert Juniores, corsa di due tappe. E il belga è sempre stato uno dei suoi due riferimenti ciclistici.

«All’inizio lo vedevo come una superstar – ammette mentre il tempo sta per scadere – mentre ora siamo compagni di squadra. Gli piace prendermi in giro, come fanno i valloni tra di loro. Da bambino ero fan anche di Cancellara, per il suo modo di correre, con i capelli al vento. Sembrava forte anche giù dalla bicicletta. Era davvero Spartacus, un gladiatore. Ma mi conviene restare con i piedi per terra. Va bene riuscire a vincere, andrà bene anche se capirò gli errori. La mia stagione sarà un successo se sarò selezionato per i mondiali U23 in Australia. Voglio davvero vendicarmi per Leuven (dove è caduto e ha dovuto arrendersi, ndr). In quel periodo è morto anche mio nonno Jules. Se a Wollongong va come spero, il primo anno da professionista sarà stato un successo…». 

Cinema, ciclismo e Svizzera. Alla scoperta di Lorenzo Rinaldi

01.03.2022
5 min
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Quando abbiamo sentito il protagonista che stiamo per raccontarvi, il titolo da riadattare ai suoi percorsi agonistici e scolastici si è originato quasi da sé. Lorenzo Rinaldi (in apertura, foto Swiss Racing Academy), diciottenne piemontese, corre in bici dal 2019 e frequenta il quinto anno presso l’Istituto per il cinema e lo spettacolo “Federico Fellini” di Torino. Una passione sportiva nata quasi per caso, che ora si sta trasformando in un lavoro all’estero. Una storia da film si potrebbe quasi dire.

Già, perché lo scalatore di Montanaro (paesino del Canavese) è uno dei nostri tanti giovani espatriati per diventare ciclisti. In inverno ha firmato il contratto (per un anno) con la Swiss Race Academy, team continental nato nel 2019 che ha sede a Schenkon, nel Canton Lucerna, di cui Fabian Cancellara è consulente e patrocinatore. Da lì sono usciti sia Stefan Bissegger (cronoman della EF Education-EasyPost, recente vincitore della crono all’UAE Tour) sia Mauro Schmid (della QuickStep-AlphaVynil, primo nel Giro 2021 sul traguardo di Montalcino). Senza dimenticare che nel 2021 la formazione elvetica ha conquistato due tappe al Giro d’Italia U23 con Alois Charrin e Yannis Voisard, due grimpeur da tenere d’occhio anche quest’anno. Insomma, non una squadra qualunque.

Lorenzo Rinaldi, classe 2003, ha iniziato a correre in Mtb a 15 anni. Predilige la salita (foto Fabio Rinaldi)
Lorenzo Rinaldi, classe 2003, ha iniziato a correre in Mtb a 15 anni. Predilige la salita.(foto Fabio Rinaldi)

Approfondiamo quindi la conoscenza di Rinaldi, che si presenta ai nastri di partenza della categoria U23 senza l’assillo mentale dei risultati richiesti ad ogni costo ai ragazzini fin dalle prime categorie giovanili dai loro tecnici.

Lorenzo come hai fatto a farti notare dalla Swiss Racing Academy?

Vincendo una gara in salita a luglio 2020 proprio in Svizzera, a Martigny. Era valevole per il campionato svizzero della montagna. Ero andato su con la Vigor Cycling Team (la sua squadra da junior guidata da Mattia Pozzo, ex pro’ dal 2013 al 2015, ndr). A tre chilometri dal traguardo sono scattato e sono arrivato da solo. Ero contento perché avevo recuperato appieno da un infortunio di qualche mese prima in cui mi ero rotto alcune vertebre. Ho rivinto la stessa corsa poi anche l’anno scorso.

Il contatto con loro come è avvenuto?

Praticamente c’è stato subito dopo quel giorno. Mi chiamò l’ex pro’ Guillaume Bonnafond (dal 2009 al 2018, ndr) che è il loro diesse e preparatore atletico. Iniziò a seguirmi negli allenamenti e verso la fine del 2021 mi fece la proposta di passare U23 con loro. Non ho avuto dubbi quando ho dovuto dare una risposta.

Offerte da team italiani ne avevi ricevute?

Ufficialmente no. C’è stato un attimo, in cui gli svizzeri non mi avevano ancora proposto nulla, che il mio procuratore Raimondo Scimone ha provato a trovarmi squadra, ma tutte ormai erano già formate. Capivo la situazione, d’altronde avevo iniziato ad ottenere i risultati un po’ tardi. In ogni caso non ci sono rimasto male perché nessuna formazione italiana mi ha chiamato.

Rinaldi primo a Martigny nel 2020 dopo la rottura delle vertebre: gli svizzeri lo hanno scoperto così (foto Fabio Rinaldi)
Rinaldi primo a Martigny nel 2020 dopo la rottura delle vertebre (foto Fabio Rinaldi)
Frequenti una scuola per cinematografia, come mai hai fatto una scelta così singolare?

Mio padre è fotografo e mi ha sempre incuriosito il suo settore. Vedevo tutti i programmi che usava per lavorare e così ho deciso di frequentare quell’indirizzo. Ce ne sono pochissimi di istituti simili in Italia. Quest’anno ho la maturità e non so ancora se dovremo fare la tesina, ma piacerebbe farla sulla cinematografia sportiva.

La passione per la bici come è arrivata? Facevi altri sport prima?

E’ stata una serie di cose. Fino al 2016 circa ho alternato tennis, atletica, nuoto e Mtb. Ho fatto questi sport solo per divertimento, mai per agonismo. Nel 2018 ho fatto un paio di gare di fuoristrada, qualche corso di tecnica di guida e niente più. Però in quella stagione ho partecipato ad una serata sul ciclismo organizzata nel mio paese in cui c’era Davide Cassani (all’epoca cittì azzurro, ndr) come ospite. I suoi racconti mi hanno stimolato ed è stato solo l’anno successivo che ho iniziato a correre seriamente da allievo di secondo anno con la Canavese Mtb. Infine ci tengo a ringraziare Mattia Viel (ora alla D’Amico UM Tools, ndr), con cui mi alleno ogni tanto, che mi ha dato sempre tanti suggerimenti importanti.

Chi sono i tuoi idoli?

Un nome su tutti e che magari non vi aspettereste da un ragazzo della mia età: Marco Pantani. Me ne sono innamorato guardando dei video che mi mostrava mio padre. Incredibile. Nell’attualità ammiro Pogacar e Bernal. Diciamo che, essendo alto 1,65 per 52 chilogrammi, osservo molto i corridori che hanno le mie caratteristiche.

Lorenzo Rinaldi è il primo italiano che va a correre nella Swiss Racing Academy, team nato nel 2019 (foto Fabio Rinaldi)
Lorenzo Rinaldi è il primo italiano che va a correre nella Swiss Racing Academy (foto Fabio Rinaldi)
Che impressione hai avuto della nuova squadra?

Buonissima. Sento che è adatta a me perché punta prima alla mia crescita e poi ai risultati. Uguale alla filosofia della Vigor tra gli junior. Siamo stati in ritiro a Calpe dove ho avuto ottime sensazioni in allenamento. E dove ho avuto l’onore di conoscere Cancellara. Anzi, ce l’ho avuto pure a fianco in allenamento e poi in auto durante alcuni spostamenti. Non potete capire l’emozione (dice raggiante, ndr). Sia a me che ai miei compagni ha già dato tanti consigli. E’ molto vicino alla squadra.

Il tuo calendario immaginiamo sarà condizionato dalla maturità.

Esatto. Farò una prima parte di stagione su misura per me. Esordirò il 13 marzo (a Fubine nel 3° Trofeo Porta del Monferrato, ndr) poi vedremo di volta in volta. Da luglio in avanti avrò più tempo per allenarmi e cercherò di ritagliarmi un po’ di spazio, soprattutto nelle gare in salita. In base al programma, è previsto che possa andare nelle case della squadra in Svizzera o in Francia, tra Aix-les-Bains e Chambery dove abita Bonnafond.

Che obiettivi hai per questo 2022?

Difficile da dire. Di sicuro sono felice di poter vivere questa esperienza di vita. Mi confronterò con mentalità diverse, imparerò l’inglese. Comunque vada sarà una stagione di crescita personale molto importante, che mi tornerà utile più avanti.

La storia di Peron, dalla Cento alla conquista del mondo

03.01.2022
7 min
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Chi è Andrea Peron con cui proprio stamattina abbiamo parlato in relazione all’abbigliamento della Quick Step-Alpha Vinyl? Di lui aveva raccontato qualche giorno fa Gianfranco Contri in relazione alla Cento Chilometri a squadre, dicendo che dei tanti a dedicarsi alla specialità, il varesino fosse il più stradista. Per questo lo abbiamo cercato perché ci raccontasse la sua storia, ricordando di averlo conosciuto in una vita precedente quando nel 1992 delle Olimpiadi di Barcellona, vinse la Coppa Fiera Mercatale nella Cuoril di Ennio Piscina. Il più stradista di tutti, dice bene Contri?

«Da junior – risponde – c’era anche Rebellin, poi fra quelli della Cento Chilometri vera e propria anche Anastasia e Luca Colombo hanno fatto qualche anno da professionisti, anche Salvato, Brasi e Andriotto, però forse io sono quello che ha fatto una carriera più lunga. Ho corso per 15 anni e sono riuscito anche a togliermi qualche bella soddisfazione. Ero quello più stradista di tutti, forse è vero…».

I magnifici quattro di Stoccarda 1991, da sinistra Colombo, Peron, Anastasia, Contri
I magnifici quattro di Stoccarda 1991, da sinistra Colombo, Peron, Anastasia, Contri

Dall’Italia all’America

Nato a Besnate nel 1971, con la Cento Andrea vinse il mondiale di Stoccarda nel 1991 e prese l’argento a Barcellona, correndo sulle magnifiche e avveniristiche Colnago C35 realizzate con il contributo della Ferrari che l’Italia mise in strada per l’occasione, dopo averle presentate sul circuito di Fiorano. 

Da professionista fece i primi due anni (1993-1994) alla corte di Stanga e poi se ne andò in America con la Motorola, da lì alla Francaise des Jeux, la Once, la Fassa Bortolo e chiuse con cinque anni alla Csc di Bjarne Riis accanto a un altro varesino in rampa di lancio: Ivan Basso. Si ritirò dopo il Lombardia del 2006 (foto di apertura).

Nel 2000 corre alla Fassa Bortolo, qui nella crono finale della Vuelta
Nel 2000 corre alla Fassa Bortolo, qui nella crono finale della Vuelta
Eri uno stradista prestato alle cronometro?

Non mi sono mai visto così, perché la crono ho avuto grande voglia di farla. In quegli anni è stata il mio obiettivo principale, però ho sempre avuto la passione per la strada. Quando sono passato professionista, volevo fare risultati su strada, non fare il passista che tirava e basta. Però l’ho coltivata e ho vinto un campionato italiano di specialità.

Si poteva convivere?

La Cento Chilometri non era una specialità a sé stante, non era un condizionamento perché cambiassi qualcosa o rinunciassi a qualcosa. Non ha assolutamente modificato le mie caratteristiche. Ho sempre creduto che le due cose potessero convivere, anche se quando preparavamo le Olimpiadi o il mondiale, la crono era la priorità e la strada veniva un po’ sacrificata. Però una volta finito quell’obiettivo, riprendevo tranquillamente la solita routine. Nel 1992 vinsi anche delle belle gare su strada.

In qualche misura apriste la strada?

Facevamo parecchio lavoro specifico, però alla fine Zenoni aveva messo in atto una metodologia di allenamento basata non solo sulla potenza. Facevamo tantissimo ritmo, interval training in salita e allenamenti per velocizzare. Cose che davano vantaggi anche su strada. Non si trattava solo di spinta di grandissimi rapporti. A guardare l’evoluzione degli anni, è un po’ la stessa cosa che adesso vediamo con Ganna e prima ancora con Cancellara. Atleti veramente fortissimi e potentissimi a cronometro, che però vanno bene anche su strada.

La festa per i 70 anni del cittì Zenoni, con Pavarini, Colombo, Peron, Contri, Fina, Salvato, Rota, Aldo Fossa e Fusi
I 70 anni di Zenoni, con Pavarini, Colombo, Peron, Contri, Fina e Salvato, Rota, Aldo Fossa e Fusi
Ganna fa ancora più eccezione, essendo anche un pistard…

Prima chi correva su pista la strada non la guardava nemmeno. Invece Pippo ha dimostrato di essere in grado di prendere una maglia rosa e di vincere anche le tappe nei grandi Giri. Zenoni praticamente 30 anni fa aveva già sposato la stessa filosofia. Io non sono mai stato forte quanto Cancellara o Ganna, però era un po’ la stessa cosa. Facevo le crono e su strada riuscivo a difendermi benissimo: non solo in pianura, anche in salita. E’ chiaro che non potevo figurare sul Mortirolo, però al Tour de France dove ci sono le salite pedalabili, ho sempre detto la mia. Anche nelle classiche (nel palmares ha un 7° posto alla Liegi e un 10° al Lombardia, ndr). Non ho mai creduto a quelli che dicevano se fai la cronometro, non puoi fare nient’altro.

A un certo punto te ne andasti in America…

Ero un ragazzo molto aperto all’avventura, desideroso di provare cose nuove con la bicicletta, ma non solo legate alla bicicletta. Avevo spirito di avventura. Quando sono andato a correre all’estero, era la voglia di sperimentare. La curiosità di vedere cosa ci fosse al di là della mentalità classica degli anni 90. Non mi sono mai messo alcuna barriera e questo forse è andato anche a discapito della carriera.

In che senso?

Quando sono andato alla Motorola, l’ho visto come un’esperienza di vita. Avevo voglia di viaggiare, andare a scoprire cosa ci fosse negli Stati Uniti e presi l’opportunità di andare in questa squadra che faceva tanta attività anche in America. Se avessi pensato con uno schema classico, magari avrei accettato alcune delle belle offerte da team italiani. Sarebbe stato un approccio più classico, però per il mio modo di essere, per l’Andrea Peron di allora scelsi un’altra strada. Di cui non mi pento assolutamente.

Ha corso con la Motorola nel 1995 e 1996, centrando quattro vittorie
Ha corso con la Motorola nel 1995 e 1996, centrando quattro vittorie
Ti ritrovasti in squadra anche un giovane Armstrong?

Giovanissimo Armstrong, però aveva già vinto il campionato del mondo di Oslo e anche un paio di tappe al Tour. Abbiamo corso due anni insieme, poi lui si è ammalato di cancro, nel 1996 si è operato e la squadra ha chiuso come aveva già comunicato. Quando è tornato, ha vissuto una piccola parentesi con la Cofidis e alla fine è andato alla Us Postal, ma a quel punto avevamo preso strade diverse.

Il ricordo più forte di quegli anni è l’arrivo di Pau al Tour del 1995…

Il giorno dopo la scomparsa di Fabio Casartelli, tutta la squadra schierata davanti al gruppo. E due giorni dopo, la vittoria di Lance a Limoges. Fu un’esperienza toccante, forse la prima a contatto diretto con la perdita di una persona cara. Non un familiare, ma una persona molto vicina. Io con Fabio condividevo allenamenti, gare, la camera alle corse, momenti belli e momenti brutti di una carriera sportiva. E’ stata un’esperienza anche pesante, che ovviamente mi ha fatto anche crescere.

Sotto quale punto di vista?

Soprattutto quando sei nello sport, vedi tutto come un sogno. Non ti aspetti mai che il collega con cui cinque minuti prima stavi scambiando quattro chiacchiere o una battuta mentre eri in salita, quando comincia la discesa non lo vedrai più. Perché tu fai una curva e lui la fa in maniera diversa e la sua vita finisce lì. Fabio è spesso nei miei pensieri, come altre persone che sono scomparse lungo il cammino della vita. Purtroppo la morte è una parte di noi stessi, con cui dovremo avere a che fare o prima o dopo. L’importante è essere grati della vita che abbiamo ogni giorno, perché appunto non sappiamo cosa ci può succedere.

Tre giorni dopo la morte di Casartelli, a Limoges la vittoria di Armstrong
Tre giorni dopo la morte di Casartelli, a Limoges la vittoria di Armstrong
Dopo aver smesso, hai cominciato subito con lo sci alpino, le scalate…

E’ stato un ritorno verso la passione della montagna. Quando ero piccolino, sono sempre andato in montagna, ho sempre scalato e fatto alpinismo, ma l’ho lasciato un po’ da parte durante la mia carriera agonistica. E quando ho smesso di correre, ho ripreso a fare quelle cose che non potevo fare durante la mia carriera.

Come è stato smettere?

Dopo la bici, non volevo continuare in una squadra. Angelo Zomegnan (direttore del Giro d’Italia dal 2005 al 2011, ndr) mi diede la possibilità di lavorare in Rcs e ci sono rimasto per quattro anni. Poi è arrivata Castelli. Conoscevo l’azienda e sono entrato collaborando con il settore corsa e lo sviluppo dei prodotti. Sono nel ciclismo, insomma, ma a modo mio. E poi seguo anche Karpos, il marchio outdoor.

Qual è il tuo apporto?

Ci metto del mio nel creare i capi, do i miei consigli. Seguo lo sviluppo dei prodotti con le squadre. Provo anche qualcosa, ma è giusto che i feedback decisivi li diano i professionisti. Corridori e alpinisti. Io posso valutare, ma sono loro quelli che li usano e li portano tutti i giorni al limite.

E la tua curiosità si è assopita ?

Neanche un po’, avevo in programma dei viaggi, ma il Covid ha fermato tutto. Se si fosse spenta, adesso sarei in poltrona e non in giro per il mondo…

In che modo la testa da crono aiuta su strada? Scopriamolo

11.10.2021
4 min
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Ganna che va in fuga e vince, poi lo mettono a tirare e fa la differenza (foto di apertura). Evenepoel che doppia il gruppo alla Bernocchi e che al mondiale è stato capace di tirare per mezza giornata allo stesso ritmo altissimo. Per non parlare dei giorni andati, quando Cancellara si prendeva le classiche con grandi azioni solitarie. Che cosa hanno in comune i tre campioni qui sopra? Condividono la stessa attitudine per la crono.

Allora ci è venuta una domanda: la testa da crono dà effettivamente dei vantaggi su strada? In che modo la capacità di gestire il tempo diventa un’arma quando ci si trova da soli in fuga o mettendo una fuga nel mirino?

Evenepoel ha vinto la Bernocchi doppiando il gruppo: numero da cronoman?
Evenepoel ha vinto la Bernocchi doppiando il gruppo: numero da cronoman?

Lo abbiamo chiesto ad Adriano Malori, con la curiosità di entrare nella testa di chi delle crono ha fatto il suo pane quotidiano.

«E’ vero – conferma l’emiliano – il cronoman ha un’impostazione mentale tutta sua. Quando Ganna vinse la tappa di Camigliatello al Giro 2020, fece proprio un’azione da cronoman. La salita era pedalabile. Si sfilò con l’inizio degli scatti, poi attaccò lui e fu capace di tenere la velocità fino al traguardo. Il cronoman sa tenere la velocità. Può farlo per mezz’ora o per un chilometro in fondo al Poggio, con 10 secondi sul gruppo verso il traguardo di Sanremo. Per questo raccomando alle società giovanili di farli allenare a crono. Anche su bici normali, purché curino il tipo di esercizio».

Essere cronoman aiuta anche nelle fughe?

Partiamo dall’assunto che il cronoman è abituato allo sforzo solitario. E’ capace di convivere con il mal di gambe. E’ il discorso già fatto sula zona rossa, il limite oltre il quale si va oltre la propria capacità di gestire lo sforzo. Negli anni 90 gli atleti più grandi andavano bene a crono e poi ti aspettavi che crollassero in salita. Invece si staccavano al primo scatto e poi rientravano in progressione. Questo perché il cronoman sa sviluppare watt alti e sa esprimerli anche quando ha le gambe piene di acido lattico. Il passaggio crono-fuga è quasi immediato.

Rohan Dennis, Tao Geoghegan Hart, Jay Hindley, Sestriere, Giro d'Italia
Al Giro del 2020, il cronoman Dennis tirò per tutta la lunghezza dello Stelvio e nella pianura successiva
Rohan Dennis, Tao Geoghegan Hart, Jay Hindley, Sestriere, Giro d'Italia
Al Giro del 2020, il cronoman Dennis tirò per tutta la lunghezza dello Stelvio e nella pianura successiva
Perché?

Perché se anche la tappa ha qualche salita, il cronoman non è proprio fermo a salire, perché ha un’alta resistenza pur in acido. Atleti come me e Pinotti per vincere dovevano staccare tutti, adesso sono meno schematici e ti trovi anche Van Aert che va forte a crono e si porta dietro tutto il resto.

C’è la crono anche nelle classiche vinte da Cancellara?

Quella violenza devastante è la stessa che metteva nelle sue cronometro migliori. Perciò sì. E c’è la crono anche nel tirare di Dennis sullo Stelvio, ricordate?

Impossibile da dimenticare…

In fin dei conti l’anno scorso al Giro ha tirato per due ore. Prima ha fatto la differenza sullo Stelvio e si è gasato. Poi ha tirato per tutta la pianura fino all’ultima salita. Ha tirato anche Ganna in più di un’occasione e ricordo Tony Martin che al Tour si inventò una fuga eterna. Sono doti che ora stanno sparendo, perché grazie al misuratore di potenza, sai esattamente quanti watt puoi tenere e per quanto tempo.

Le azioni violente di Cancellara in pavé nascono dalla crono
Le azioni violente di Cancellara in pavé nascono dalla crono
L’organizzazione mentale però è diversa. Nelle crono conosci il percorso, in fuga non sempre…

Conoscere il percorso è fondamentale, anche solo vederlo in macchina. Serve per le curve, i tombini, le buche, il vento. Magari facendo le scelte giuste risparmi quel secondo che ti serve per vincere. Nelle fughe magari non conosci il percorso, ma ti viene automatico incassare le spalle, tenere la testa bassa, tagliare le curve, ricercare le strisce di asfalto più scorrevoli. La crono tira fuori le qualità vincenti dei corridori su ogni terreno. Su questo è impossibile non essere d’accordo.

SLR Boost Tekno Superflow, una novità Selle Italia che stupisce

30.09.2021
4 min
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Selle Italia ha recentemente introdotto una rilevante novità di prodotto realizzata in stretta collaborazione con un riferimento industriale italiano per quanto riguarda il settore del motorsport: Dallara. Questa nuova sella prodotta dalla storica realtà veneta, che quest’anno celebra il 124mo anniversario dalla nascita, si chiama SLR Boost Tekno Superflow. Una sella progettata si da Selle Italia, ma specificamente ingegnerizzata dai tecnici Dallara. Una delle più importanti strutture specializzate nella lavorazione del carbonio, oltre che nella progettazione, produzione e sviluppo di vetture da competizione ad alte prestazioni.

Già raccontare di questa sinergia industriale basterebbe per stuzzicare la curiosità… ma l’effetto sorpresa non finisce qui. Per “spingere” questa nuova sella verso standard qualitativi e di resa estremamente elevati, Selle Italia si è inoltre avvalsa della collaborazione di Fabian Cancellara, l’ex professionista svizzero, campione olimpico e mondiale della cronometro e vincitore di alcune tra le più importanti Classiche Monumento in calendario tra i professionisti.

Fabian Cancellara ha contribuito alla realizzazione della SLR Boost Tekno Superflow
Fabian Cancellara, grazie alla sua esperienza ha contribuito alla realizzazione della SLR Boost Tekno Superflow

Totalmente in carbonio

La nuova SLR Boost Tekno Superflow impressiona sin da subito, dal primo sguardo, per il fatto che viene prodotta totalmente in carbonio. Oltre ad elevare il Made in Italy a uno standard qualitativo altissimo, la realizzazione “full carbon” di questo nuovo prodotto Selle Italia rappresenta anche una vera e propria spinta per il progresso tecnologico di cui il ciclismo si nutre da sempre. Lo scafo in carbonio garantisce elevate prestazioni in termini di rigidità e comfort. Mentre il “rail” (realizzato mediante l’impiego di tecnologia Hi-Tech e sempre in fibra di carbonio ad altissima resistenza offre una notevole possibilità di regolazione della sella grazie ad una lunghezza maggiorata di ben 10 mm .


La tecnologia superflow permette di ridurre la pressione dalla zona prostatica
La tecnologia superflow permette di ridurre la pressione dalla zona prostatica e di beneficiare di un maggiore comfort durante la pedalata

Peso piuma

Una menzione speciale va poi fatta alla leggerezza della SLR Boost Tekno Superflow, il cui “peso” ferma incredibilmente le lancette della bilancia a quota 95 grammi (considerando la taglia S3), e questo avviene senza comprometterne la resistenza. Se invece adesso vi state chiedendo quanto possa essere confortevole una sella in carbonio, bene la risposta arriva direttamente… dalla tecnologia “superflow.” In altre parole, il foro centrale – una storica prerogativa Selle Italia – permette difatti permette difatti di ridurre la pressione dalla zona prostatica. Conferendo il comfort necessario per esprimere il meglio una volta sui pedali.

La collaborazione con Dallara è stata fondamentale per ottenere un prodotto di altissima qualità
La collaborazione con Dallara è stata fondamentale per ottenere un prodotto di altissima qualità

I commenti

«Da sempre ho creduto nello sviluppo tecnologico dei nostri prodotti – ha commentato Giuseppe Bigolin, il Presidente di Selle Italia – e oggi possiamo dire di vivere con grande entusiasmo la collaborazione con Dallara. E’ stata proprio quest’ultima a permetterci di creare questa nuova sella, un prodotto di cui siamo estremamente orgogliosi. La SLR Boost Tekno Superflow rappresenta un vero e proprio nostro contributo al progresso italiano per la crescita della tecnologica applicata al ciclismo».

Anche Fabian Cancellara ha rilasciato un’importante dichiarazione in merito a questo nuovo prodotto Selle Italia.

«E’ stato un vero piacere lavorare con l’azienda della famiglia Bigolin – ha affermato lo svizzero – per sviluppare questa sella dalle altissime prestazioni. In qualità di ex atleta professionista conosco bene le necessità dei pro, e sono davvero orgoglioso di aver dato il mio contributo nel processo di creazione di questa sella. Leggerissima, realizzata totalmente in carbonio. E’ il risultato della ricerca e della spinta di Selle Italia verso soluzioni sempre più avanzate».

Ricordiamo che la sella SLR Boost Tekno Superflow è disponibile nelle misure S3 e L3, mentre il prezzo consigliato al pubblico è di 449 euro.


selleitalia.com