Bryan Olivo, campionati italiani juniores Lecce 2020

Olivo tricolore juniores, Pontoni racconta

10.01.2021
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Appena arriva Pontoni e gli sussurra qualcosa nell’orecchio, Bryan Olivo scoppia a piangere a dirotto. Il campionato italiano juniores di Lecce è appena finito e il friulano si sta togliendo di dosso il fango prima di andare a indossare la sua maglia tricolore. E mentre fuori dal percorso si svolge l’inatteso regolamento di conti fra genitori, che probabilmente farebbero meglio a lasciare la discussione ai figli, nel box della DP66-Giant-Smp va in scena una festa rumorosa.

«A metà giro mi sono scivolate le mani e sono caduto – dice Bryan – e dall’ottava posizione ho dovuto recuperare. Dopo ho gestito la gara, ho fatto del mio meglio e ci sono riuscito. Stamattina il percorso era come asfalto, però, appena partiti, abbiamo visto che era tutto diverso. Si scivolava molto di più. Però era un bel percorso».

Lorenzo Masciarelli, Bryan Olivo, Lecce 2021
Lorenzo Masciarelli e Bryan Olivo hanno subito preso la testa della corsa
Lorenzo Masciarelli, Bryan Olivo, Lecce 2021
Masciarelli e Olivo subito al comando

Più forte del Covid

La sua ragazza lo osserva dall’esterno del box, mentre dentro è arrivato Tommaso Tabotta che si tiene il polso e piange e diventa subito il centro dell’attenzione, perché in certi momenti bisogna pensare anche a chi non ha troppa voglia di festeggiare. E Bryan intanto si veste, con la manica che non vuo saperne di entrare.

«Dire che sia venuto per vincere – racconta – è un azzardo. In verità ho avuto un problema a metà stagione. Ho avuto il Covid che mi ha condizionato tutto il programma di allenamento. Però ho vinto mercoledì e mi sono detto: «Ok, forse è il mio anno!». E infatti ce l’ho fatta».

Poi lo spingono verso il podio, mentre lo speaker rinnova gli inviti a evitare gli assembramenti, che dopo un paio di denunce sono lo spauracchio degli organizzatori, terrorizzati di dover fermare tutto.

Caratteri forti

Pontoni con la sua voce tagliente fa da solo il baccano di tutti gli altri, ma si vede che nei suoi occhi brilla un orgoglio smisurato.

«Io Bryan lo conosco da G6 – dice – quindi abbiamo un rapporto quasi come padre e figlio. Ci siamo anche scornati, perché ognuno ha le sue convinzioni. Lui è un ragazzo forte, ma come tutti ha anche le sue debolezze. Credo, dalla mia parte, di aver usata la parte psicologica giusta per farlo arrivare qua nelle migliori condizioni e far vedere quello che veramente è. Oggi non gli abbiamo detto quasi niente. Aveva tutto chiaro».

Olivo, dopo l’arrivo, una bottiglia d’acqua per lavarsi: questo è il cross
Dopo l’arrivo, una bottiglia d’acqua per lavarsi

Tattica vincente

Daniele non sa della caduta in partenza di cui ha parlato Olivo, ma il racconto è comunque efficace e fa trasparire la sua grande regia.

«E’ partito in seconda fila – spiega – per cui sapevamo di dover recuperare pian pianino. Avevo detto ai miei collaboratori, perché siamo in quattro che gestiamo la corsa, che non avesse fretta di rientrare nel primo giro, perché immaginavo che nel pezzo sul rettilineo si sarebbero fermati. Quando siamo rientrati, abbiamo provato a capire le facce degli altri corridori. Perché i corridori li vedi quando scatti e poi ti volti. Abbiamo fatto il penultimo giro in seconda posizione, poi sapeva di dover entrare in testa nell’ultimo. Bastava uno scivolone e perdevi la corsa. Bryan e Masciarelli erano leggermente superiori e ci è andata anche bene, perché Masciarelli è scivolato. E rientrare era impossibile».

Bryan Olivo, Daniele Pontoni, campionati italiani juniores Lecce 2020
E quando arriva Pontoni, il campione italiano scoppia a piangere
Bryan Olivo, Daniele Pontoni, campionati italiani juniores Lecce 2020
E quando arriva POntoni, Olivo crolla

Rammarico Masciarelli

Masciarelli ha il morale sotto gli scarpini anche dopo la doccia, ma contrariamente alle polemiche, il suo rammarico è limitato alla corsa.

«Avrei preferito un tracciato più duro – ammette – ma se avessi vinto, avrei detto che era il miglior percorso. Queste sono le gare. Olivo mi aveva superato all’inizio dell’ultimo giro ed ero concentrato per stargli a ruota e dare tutto per passarlo. Ma quando Agostinacchio è caduto, non ho fatto proprio in tempo a evitarlo. Sono finito a terra e si è storto il deragliatore. E a quel punto, non c’è stato più nulla da fare».

Merito a Olivo

La chiusura è per Pontoni, prima che si diriga anche lui verso il podio.

«Siamo partiti martedì dal Friuli – racconta – e lui secondo me gli obiettivi ce li aveva già chiari. Quest’anno ha fatto gli europei in pista ed è arrivato al finale di questa stagione più fresco rispetto agli altri. E’ rimasto tre settimane senza correre, ha patito quando è rientrato. Sono contento soprattutto per lui. Se lo merita. Farà un secondo anno importante. E’ seguito dal Cycling Team Friuli, da un’equipe di ragazzi molto valida e credo che i meriti vadano suddivisi fra tutti. Il 33 per cento fra gli altri, il resto a lui, che pedala, che fa fatica e si impegna. Lui quest’anno ha vissuto il momento più brutto della stagione e ora sta vivendo quello più bello».

Mathieu Van der Poel, europei mtb 2018

Strada e Mtb: il segreto dei grandi del cross

31.12.2020
3 min
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Con Eva Lechner avevamo analizzato il rapporto tra ciclocross e strada in relazione alla serie prolungata di vittorie di Lucinda Brand, ma il discorso può, anzi deve essere esteso anche agli uomini e non solo per le imprese in un campo e nell’altro dei “tre tenori” Van Der Poel, Van Aert e Pidcock. Basti pensare a Tim Merlier (Bel), campione nazionale su strada nel 2019 e vincitore della Brussels Cycling Classic nel 2020; oppure al tedesco Marcel Meisen, vecchia conoscenza dei ciclocross italiani, che quest’anno si è laureato campione nazionale sempre su strada.

Zdenek Stybar, Roubaix 2017
Zdenek Stybar alla fine ha lasciato il cross per dedicarsi solo alla strada
Zdenek Stybar, Roubaix 2017
Stybar, grande crossista ora “fisso” su strada

La strada fa bene

Dobbiamo quindi pensare che la strada faccia bene a chi fa ciclocross e viceversa?  «Certamente sì – risponde sicuro Daniele Pontoni – l’attività su strada ti dà quel colpo di pedale che ti aiuta a ottenere risultati. Un bravo ciclocrossista deve essere prima di tutto un bravo stradista».

Ai tempi di Pontoni, però, di stradisti che abbinavano il ciclocross ce n’erano pochi: «E’ vero, eravamo io, Adrie Van Der Poel, Mario De Clercq e pochissimi altri…».

«A me si avvicinarono quelli della Rabobank – interviene il suo grande rivale Luca Bramati – avevo appena vinto la Coppa del mondo e mi chiesero se volevo fare la Parigi-Roubaix, ritenevano che si adattasse alle mie caratteristiche. Io ero impegnato con la mountain bike, dovetti declinare l’invito, ma quello è rimasto il mio più grande rammarico».

I cugini Bramati

Che cosa è cambiato da allora, perché il connubio è diventato sempre più stretto? «Innanzitutto perché le squadre del WorldTour guardano ora con maggiore attenzione al ciclocross – prosegue Bramati – soprattutto dopo le imprese di Van Der Poel e Van Aert. Mio cugino Davide (Davide Bramati, uno dei diesse della Deceuninck Quick Step, ndr) viene spesso a vedere le gare sui prati, per notare qualche nuovo talento».

«Lo spirito di emulazione sicuramente pesa – aggiunge Pontoni – nel corso degli anni gli esempi si sono moltiplicati, da Boom a Stybar fino al tempo attuale. Io credo che molto influisca anche la differente metodologia di allenamento rispetto ai nostri tempi, ma anche la forte spinta che arriva dalle federazioni che guardano con favore alla multidisciplinarietà».

Marcel Meisen (GER - Alpecin - Fenix) campionato nazionale tedesco 2020
Marcel Meisen, campione nazionale tedesco su strada e per 4 volte nel cross
Marcel Meisen (GER - Alpecin - Fenix) campionato nazionale tedesco 2020
Meisen campione tedesco strada e per 4 volte nel cross

La Mtb e la guida

La strada che cosa aggiunge a un ciclocrossista? «Dà una potenza superiore. Sui percorsi meno tecnici, dove c’è tanto fango e bisogna spingere – prosegue Pontoni – il colpo di pedale di uno stradista fa la differenza. Van Aert domenica a Dendermonde è stato l’esempio lampante. Certamente poi influisce anche il fisico del singolo ciclista, un fattore del quale bisogna sempre tener conto».

E chi si dedica più al fuoristrada? Qui risponde Bramati: «Lì interviene la tecnica di guida, Van Der Poel ad esempio è un maestro proprio perché corre in mountain bike (in apertura agli europei del 2018, ndr). Van Aert è molto più legnoso e sui percorsi molto tecnici fatica moltissimo. Comunque, a proposito della Brand, lei è sicuramente brava ma non vince solo per quello. Io sono convinto che una giovane campionessa come la Alvarado sia stata spremuta troppo nel corso dell’anno e ora ne paghi le conseguenze…».

Campionati europei ciclocross 2020, s'Hertogenbosch, partenza

Il ciclocross? Una questione di rispetto…

09.12.2020
4 min
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Cross, sportellate e rispetto. Tutto è nato parlando con il Cittì Fausto Scotti, di ritorno dalla Coppa del mondo di Tabor.

«Nella gara degli Europei – aveva detto il cittì azzurro – Jakob Dorigoni al primo giro ha preso un sacco di… sportellate. Non lo conoscevano, a ogni curva o ostacolo i grandi volevano spazio, dicevano “Chi è questo qui?”. Arrivati a Tabor, in Coppa del mondo, gli ho detto: “Saluta, fatti conoscere, tu sei il campione d’Italia!”. E in gara le cose sono andate già un po’ meglio…».

Chi l’avrebbe mai detto che il ciclocross è uno sport di contatto? Abbiamo voluto saperne di più, capire che cosa significa affrontare una gara sui prati mettendo in conto anche scontri fisici e magari qualche sgarbo.

Jakob Dorigoni, europei cross 's Hertogenbosch 2020
Jakob Dorigoni, qualche difficoltà e qualche spallata agli europei
Jakob Dorigoni, europei cross 's Hertogenbosch 2020
Per Dorigoni, qualche spallata agli europei

Dorigoni ricorda

Non si poteva che iniziare dal diretto interessato. «E’ vero – racconta Dorigoni – a s’Hertogenbosch il primo giro è stato un continuo di spallate, toccate, spintoni. Il fatto è che all’inizio tutti vogliono prendere le prime posizioni e i favoriti hanno paura che davanti si formi un buco. Se non sei conosciuto, gli altri non sanno come te la cavi. Temono di perdere terreno, poi riprendere è dura… Sui percorsi veloci, se molli anche solo 5 metri, poi non li recuperi più. E’ così dappertutto. In Italia però le parti sono invertite, sono io a chiedere strada, a evitare di tirare i freni. Ci sono delle gerarchie da rispettare.

Tabor, Coppa del mondo ciclocross 2020, gruppo
Quando belgi e olandesi prendono la posizione, scalzarli diventa difficile
Tabor, Coppa del mondo ciclocross 2020, gruppo
Belgi e olandesi sono difficili da scalzare

Questione di rispetto

Il discorso è complesso e unisce la tecnica alla tattica, la necessità di trovare spazio al rispetto per gli altri. Le parole di Dorigoni a proposito delle gerarchie fanno pensare.

«Ha ragione – sentenzia Luca Bramati – nel ciclocross non s’inventa niente. Devi guadagnarti il tuo posto piano piano, per arrivare davanti devi scalare una montagna… Le botte non ci sono solo all’inizio. Chi “comanda” non si fa scalzare facilmente, devi essere pronto sia mentalmente che fisicamente a quella che è una battaglia, ogni gara è così. E se sei “nuovo”, davanti non ci arrivi alla prima e neanche alla seconda. Con il tempo devi guadagnarti il rispetto degli altri. Prova a fare lo stesso a Van Der Poel o Van Aert: se gli dai una spallata rimbalzi indietro…».

Il video su YouTube di cui parla Bramati: guardate Bart Wellens e il tifoso sul percorso…

Occhio agli eccessi

Detta così, sembra una giungla. «E un po’ lo è, devi trovare il tuo posto. L’importante è che tutto avvenga nel rispetto del regolamento. Qualche corridore più “cattivo” degli altri c’è sempre stato, qualcuno che magari va anche sopra le righe. Su YouTube gira ancora il video di Bart Wellens che, inferocito, assale uno spettatore con un calcio… Non si devono raggiungere questi eccessi, ma è certo che se vuoi emergere devi avere quel pizzico di furbizia in più e non farti mettere i piedi in testa».

Fra le donne è diverso? «Sei matto? Anzi, sono anche più cattive, a mia figlia Lucia sto insegnando a farsi rispettare, sempre».

Sara Casasola, caduta, Tabor, Coppa del mondo 2020
La partenza è una fase concitata: qui Casasola in Coppa a Tabor
Sara Casasola, caduta, Tabor, Coppa del mondo 2020
Partenze ad alto rischio: qui Sara Casasola a Tabor

Partenza decisiva

Il rispetto, un concetto che nel ciclocross è fondamentale: «Non sono contatti cattivi o scorretti – dice la sua l’ex iridato Daniele Pontoni – è solo l’unico modo per far valere il tuo stato come nel mondo animale. La partenza è fondamentale, direi decisiva e devi imparare subito a difenderti senza tirare i freni, sennò perdi posizioni. Se serve allargare un po’ il gomito, lo fai, senza mai staccare le mani dal manubrio, altrimenti sarebbe una scorrettezza regolamentare. Non conta la stazza fisica: io ero mingherlino, ma anche con i giganti mi sapevo far rispettare…».

Potere fiammingo

Allora chi vuole scalare le gerarchie, come deve fare? «Spingi, cerchi spazio: i belgi e olandesi di seconda fascia non guardano in faccia a nessuno, cercano spazio. Ma tu devi fare altrettanto, anche farti sentire. Io spesso mi arrabbiavo. Il rispetto si guadagna con il tempo. Io e Sven Nys battagliavamo, ma senza scorrettezze, magari si tirava il freno un attimo prima per non intrupparsi. Guardate le gare femminili: chi è “cattiva” fa la differenza».

Bryan Olivo, campionati europei juniores, 2020

Si chiama Olivo, fa rima con Van der Poel

29.11.2020
4 min
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A 17 anni, Bryan Olivo è già un personaggio perché è il prototipo del nuovo ciclista multidisciplinare italiano. Va forte su strada, è nazionale junior su pista e nel ciclocross, ha corso anche in Mtb. Verrebbe da dire che è in fieri il VdP italiano, ma è molto meglio andarci piano con i paragoni. Bryan ha tutto da dimostrare e lo sa bene, ogni giorno in sella è un viaggio per scoprire sempre più se stesso e dove la sua passione lo porterà.

Grazie, fratello…

La sua storia di ciclista inizia molto presto e ha un coprotagonista in suo fratello Adam, che per 13 anni aveva seguito la sua “passionaccia” su strada, arrivando fra gli under 23, senza però poi trovare ulteriori sbocchi.

«Io giocavo a calcio – racconta Bryan – ma non mi piaceva così tanto, invece andando con mio fratello mi divertivo di più e lui mi ha spinto a insistere. Soprattutto mi ha spinto a provare di tutto, perché voleva che facessi il massimo delle esperienze. Poi avrei capito che tipo di ciclista posso essere».

Bryan Olivo, campionato italiano crono juniores, 2020
Sesto nel campionato italiano a crono, al primo anno nella categoria
Bryan Olivo, campionato italiano crono juniores, 2020
Primo anno junior, Olivo 6° al tricolore crono

Buio presto

Ha iniziato a gareggiare fra i più piccoli su strada, nella categoria G1, arrivato alla G5-6 ha provato anche le altre discipline, anche la Mtb ma poi l’ha abbandonata.

«Non perché non mi piacesse – dice – ma richiede un tipo di allenamento specifico che necessita di tempo. D’inverno dalle mie parti (Bryan è di Pordenone, ndr) fa buio presto e andando a scuola, il tempo per allenarsi non è che sia tanto. Vale lo stesso per il ciclocross, ma quello mi piace troppo…».

Strade aperte

Già, il ciclocross è per ora la specialità che lo ha messo più in luce. Per ora… 

«Mi piace molto, questo è sicuro – dice – ma ancora non so dire se sarà lì il mio futuro. Il richiamo della strada è forte, in Italia se vuoi vivere di ciclismo per un po’ di anni non puoi prescindere dalla strada. All’estero è diverso, ci sono Paesi dove fare il ciclocrossista è una professione, con grandi squadre dietro».

In prestito

Bryan è tesserato per l’UC Pordenone, ma corre in prestito per la DP66 Giant SMP di Daniele Pontoni, che lo conosce bene.

«Sin da quand’era esordiente… – dice Daniele – migliora ogni anno, non solo nel ciclocross. E continuando così, potrà sicuramente dire la sua anche a livello internazionale. Certo, c’è ancora da lavorare. Ad esempio nel salto degli ostacoli in bici e anche dal punto di vista tattico. Certe volte pecca di generosità in corsa, ma il tempo è dalla sua».

Bryan Olivo, Daniele Pontoni, 2018
Daniele Pontoni è il suo riferimento. Qui in una foto del 2018
Bryan Olivo, Daniele Pontoni, 2018
Pontoni il suo riferimento, qui nel 2018

Quattro bici

D’altronde ogni disciplina è come una scuola, s’impara sempre qualcosa. «Su strada è molto più difficile di quanto si pensi – dice – imparare a correre in gruppo richiede mille occhi, essere sempre al massimo della concentrazione. Su pista all’inizio avevo paura, lo ammetto. Avere lo scatto fisso non mi piaceva, ma avevo sempre ammirato chi faceva l’inseguimento, dare tutto nella sfida contro il tempo. Ci ho provato e ho visto che veniva bene, anche quello a squadre dove trovare il sincronismo con i compagni, le giuste misure per stare a ruota è sempre una scommessa».

Di bici a casa ne ha 4: due da ciclocross, una mountain bike e una da strada. «Poi ci sono quelle da gara – dice Olivo – ma le forniscono le squadre e le mettono a punto. Io però non posso dimenticare la mia prima bici in assoluto: era una Vicini tutta blu, ce l’ho ancora nel cuore».

Bryan Olivo, campionato italiano ciclocross esordienti, 2017
Campionato italiano ciclocross esordienti, è il 2017: primo!
Bryan Olivo, campionato italiano ciclocross esordienti, 2017
Tricolore fra gli esordienti nel 2017

Sogno iridato

Mathieu Van Der Poel è il suo idolo: «Ogni cosa che fa gli riesce alla grande – dice Olivo – ma non è il solo che gareggia in più discipline, ora sono in tanti a farlo. Chi si divide fra strada e Mtb, chi fra strada e pista. Io non so ancora che corridore sono, dove posso rendere di più. Per ora posso solo affidarmi ai miei sogni. Ho nel cuore il Fiandre e la Roubaix e un giorno mi piacerebbe esserci, ma quel che vorrei di più è una maglia iridata. Non importa dove, quel che conta è essere in cima al mondo».

A 17 anni, bisogna sognare e crederci, perché a volte i sogni si realizzano davvero…

Sven Nys (foto Bruce Buckley)

Nys un gigante e anche due azzurri piccoli e tosti

28.11.2020
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La Coppa del Mondo di ciclocross, che scatterà domenica a Tabor (CZE), è dall’ormai lontano 1993 quella collana che collega tutta la stagione sui prati. Fino alla scorsa edizione aveva anche un’appendice estiva americana, alla quale si è rinunciato considerando le grandi difficoltà che comportano gli spostamenti nell’era pandemica. Ora invece il circuito è ridotto a 5 tappe, di cui solo quella ceka esce dall’epicentro belga.

Bis azzurro

Nella sua storia la Coppa ha sempre avuto nel Belgio la nazione dominante, sia dal punto di vista organizzativo che agonistico. Non per niente ben 17 delle 26 edizioni disputate sono state vinte da corridori fiamminghi. L’Italia però ha spesso recitato un ruolo importante, con Daniele Pontoni vincitore nel 1995 e Luca Bramati che fu il suo successore. Pontoni fu anche terzo nel 1998 e secondo l’anno successivo, appena davanti a quello Sven Nys destinato a conquistare il trofeo di cristallo per ben 6 volte fra il 2000 e il 2009.

Marianne Vos, Coppa del mondo ciclocross, Namur 2019
Marianne Vos, qui a Namur nel 2019, ha vinto 24 prove di Coppa
Marianne Vos, Coppa del mondo ciclocross, Namur 2019
Marianne Vos ha vinto 24 prove di Coppa

Modello Nys

Proprio Nys (nella foto in apertura di Bruce Buckley) è stato il primo che ha provato a realizzare il Grande Slam. Che cos’è? Semplicemente la conquista di tutti i trofei nel corso dell’anno: Coppa del Mondo, Superprestige, il terzo circuito belga-olandese oggi chiamato X2O Baadkamers Trofee senza naturalmente dimenticare europei e mondiali. La caccia alle varie challenge lo ha spesso portato a correre i mondiali con le pile scariche, con conseguenti sconfitte (ma ne vinse comunque 2 edizioni da U23 e 2 da elite). Wout Van Aert, conscio dell’esperienza dell’illustre connazionale, ha preferito concentrarsi su Coppa e mondiale. Mentre Mathieu Van Der Poel, vicinissimo all’impresa nel 2018, crollò proprio nella prova iridata finendo con un terzo posto amarissimo.

Nys naturalmente è il primatista anche in fatto di successi di tappa: ben 50. VdP è lontanissimo: al secondo posto con 26. Van Aert, che pure vanta due Coppe contro l’unica del rivale olandese, ha vinto solamente 9 gare individuali. Per l’Italia 7 successi per Pontoni e 3 per Bramati.

Vos da record

In campo femminile la Coppa è iniziata più tardi, nella stagione 2002-2003. Il primato di successi assoluti è condiviso fra l’olandese Daphne Van Der Brand e la belga Sanne Cant con 3, ma quest’ultima può allungare. L’azzurra Eva Lechner, sesta ai recenti europei, vanta un secondo posto generale nel 2016 e un terzo nel 2018, conditi da 2 vittorie di tappa, ben lontana da Marianne Vos (Ned) e Katherine Compton (Usa) prime con 24.

DAvide Malacarne, Pinerolo, Giro d'Italia 2016
Davide Malacarne vinse la Coppa juniores del 2005, ma alla fine scelse la strada
DAvide Malacarne, Pinerolo, Giro d'Italia 2016
Malacarne vinse la Coppa juniores 2005

Anche il “Mala”

Organizzativamente, l’Italia compare nella storia della Coppa per 15 volte, attraverso 6 città. Bergamo (presente nell’edizione inaugurale), Fiuggi, Milano, Monopoli, Treviso e Torino. L’ultima volta che una tappa si è svolta in Italia è stata però nell’edizione 2016-17, un tempo ormai lontano. Agonisticamente, c’è poi un italiano che può vantare nella sua mensola un trofeo di cristallo. E’ Davide Malacarne, vincitore della prima edizione assoluta dedicate agli junior, nel 2005. Un successo che lasciava presagire un futuro luminoso sui prati, ma il bellunese scelse di dedicarsi anima e corpo al ciclismo su strada.

Sara Casasola, europei 2020

Ed ecco Sara, che voleva fare la ballerina

16.11.2020
3 min
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Sara Casasola è, per talento e grinta, la versione femminile di Daniele Pontoni. E non a caso è proprio il vecchio leone friulano (vecchio per modo di dire: ha 54 anni!) a seguirla e ispirarla. Quest’anno ha vinto due prove in Repubblica Ceca, poi si è ripresentata vincente nella tappa di Jesolo del Giro d’Italia Ciclocross, mettendosi poi in luce fra le migliori (ottava) al campionato europeo di s’Hertogenbosch.

Quello che sappiamo di lei prima di chiamarla è che da bambina faceva danza e aveva paura di sporcarsi. Poi da un giorno all’altro, al ballo ha iniziato a preferire la bicicletta, convertendosi (ma solo per i gusti sportivi) in un maschiaccio. Per il resto, la sua lunga treccia nera è un marchio di fabbrica ben riconoscibile sui campi di gara.

Il tono di voce è spigliato, il timbro piuttosto netto. Classe 1999, compirà 21 anni il prossimo 29 novembre.

Sara Casasola, europei juniores 2016
Sara Casasola, quarta agli europei 2016: uno dei ricordi più inattesi
Sara Casasola, europei juniores 2016
Quarta agli europei del 2016
E’ stata una buona annata?

Sicuramente sì, per come si era messa. Tutto quello che viene va bene e vediamo piuttosto se e come continuerà.

In bici a 10 anni, giusto?

Per provare e perché mio fratello si era messo a pedalare. All’inizio passione poca, infatti per un paio d’anni ho mollato. Finché a 12 anni ho scoperto il ciclocross e non mi sono più fermata.

Perché la bici?

E’ affascinante. Permette di scoprire se stessi. Impari a conoscerti. Sei a contatto con la natura. Ti confronti con altre ragazze. Il ciclismo fa crescere.

Parli spesso di Daniele Pontoni, che è il tuo capo alla DP66-Giant-Smp

Mi sta vicino sul piano sportivo e su quello umano. L’ho conosciuto quando ero esordiente e partecipai a uno dei camp che organizzava per i giovani a Monte Prat. Poi quando è passato al team Trentino, io ero già allieva e sono passata con lui.

Daniele è cresciuto con un maestro della vecchia guardia come Edi Gregori, un vero duro. Lui che tecnico è?

E’ molto buono, tende ad assecondarci sempre. Riesce a capire quello che sentiamo e si rende conto di quando una strillata può motivarci oppure distruggerci del tutto. E in quel caso, la evita.

Fra strada e cross?

Cross, ma anche la strada che faccio con la Servetto mi piace. Di sicuro per fare bene su entrambi i fronti, serve grande sacrificio. Su strada in termini di ore, nel cross per la qualità e la tecnica. In entrambi i casi però, non mi piacciono i lavori di forza.

Sara Casasola, Jesolo, Giro d'Italia Ciclocross 2020
Vincitrice a Jesolo, prima tappa del Giro d’Italia Ciclocross 2020
Sara Casasola, Jesolo, Giro d'Italia Ciclocross 2020
Prima a Jesolo, Giro d’Italia Ciclocross
Cosa dicono gli amici fuori dalla bici?

Non ne ho tanti di amici al di fuori, ma non vivono il mio andare in bici come una cosa molto strana. E francamente pur facendo sport, si riesce ad avere una vita normale.

Sempre Pontoni parla di grande abilità tecnica di voi più giovani.

Forse perché da piccoli si insegnano anche i fondamentali tecnici, mentre Daniele ha cominciato a correre che era già grande. Una volta pochi saltavano gli ostacoli e nemmeno li mettevano tanto alti. Adesso è quasi l’abitudine.

Il ciclismo è per Sara un’ipotesi di futuro professionale?

Mi piacerebbe, ma al momento è un sogno. Certo, visti gli stipendi, la cosa migliore sarebbe entrare in un Corpo militare. E poi però sogno di insegnare alle medie o alle superiori. Dopo il Liceo Scientifico, mi sono iscritta a Matematica. Mi piace. Sono abbastanza rigorosa.

Qual è il ricordo più bello di Sara in sella alla bici da cross?

Forse il campionato italiano dello scorso anno, perché erano un po’ di anni che ci speravo. E’ stata una sensazione bellissima. Forse il quarto posto agli europei del 2016. Ma mi sono goduta anche l’ottavo di quest’anno…

Daniele Pontoni, Sara Casasola, Jesolo 2020

Pontoni, il suo cross e quello di domani

14.11.2020
3 min
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Daniele Pontoni è ancora oggi un riferimento assoluto nel ciclocross. Due titoli mondiali, una Coppa del mondo, 9 titoli nazionali, oggi il friulano si divide fra l’attività di organizzatore (ha allestito la prima tappa del Giro d’Italia a Jesolo) e quella di responsabile di una delle squadre più importanti del panorama italiano, la DP66 Giant Smp, non solo per qualità, ma anche come numeri.

«Quest’anno – dice – abbiamo un gruppo di 26 atleti che coprono tutte le categorie, fra cui 11 donne. E’ una stagione particolare, nella quale abbiamo realizzato una sinergia con Libertas Ceresetto e Cicli Bandiziol prendendo a prestito i loro ragazzi per permettere loro di fare attività».

Alessandro Guerciotti, Filippo Fontana, Paolo Guerciotti, Daniele Pontoni, Trofeo Guerciotti 2020
Trofeo Guerciotti 2017, con Alessandro Guerciotti, Filippo Fontana e Paolo Guerciotti
Filippo Fontana, Paolo Guerciotti, Daniele Pontoni, Trofeo Guerciotti 2020
Con Filippo Fontana e Paolo Guerciotti nel 2017
Quanto cambia per un tecnico lavorare insieme con uomini e donne?

Molto, ma non dal punto di vista tecnico. Come approccio mentale e psicologico, bisogna sempre ricordarsi con chi hai a che fare. L’universo femminile nel ciclocross l’ho scoperto alla fine della mia carriera, quando negli Usa vidi gare con 130 partecipanti, mentre qui erano pochissime a praticare l’attività. Ora le cose sono cambiate, c’è molto fermento soprattutto nelle categorie giovanili. Pian piano emergeranno anche a livello elite, dove d’altronde la Lechner anche se non è più giovanissima è un esempio importante.

Come si riesce ad attirare i giovani verso il ciclocross e distrarli dai richiami di oggi, smartphone in primis?

Diciamo subito che sono fortunati i genitori con figli che capiscono l’importanza della pratica sportiva, qualsiasi essa sia. E che dedicano ad essa anche parte del tempo sottraendolo agli “aggeggi elettronici” come li chiamo io. Rispetto ai nostri tempi, è chiaro che i ragazzi perdono molte energie, ma proibirli, farci una lotta sarebbe tempo perso. Invece devo dire che quando sono con me i ragazzi s’impegnano. Io d’altronde chiedo sempre massima concentrazione, educazione e serietà nell’impegno sportivo. I risultati verranno come conseguenza, ma se non arrivano non me la prendo. Invece sui principi non transigo, soprattutto con i ragazzi più grandi. 

Elisa Rumac, Jesolo 2020
Elisa Rumac, atleta della DP66-Giant-Smp
Elisa Rumac, Jesolo 2020
Elisa Rumac, atleta di Pontoni
E tecnicamente ci sono differenze rispetto ai suoi tempi?

Moltissime, ora i ragazzi, ma anche le ragazze, hanno una capacità di guida, un funambolismo che noi ce lo sognavamo… Noi facevamo della costanza la nostra arma, ma tecnicamente non eravamo allo stesso livello. Basti guardare gli ostacoli, ormai anche quelli di 40 centimetri li saltano tutti stando in sella, anche molte ragazze ci riescono. Ai tempi nostri erano casi rarissimi.

Quando arriverà un nuovo Pontoni?

Difficile dirlo, sicuramente in Italia abbiamo begli atleti e soprattutto abbiamo numeri enormi rispetto a quando correvo io. Quel che manca sono i soldi, le squadre italiane ora non possono minimamente competere con i team belgi o olandesi. E ad un ragazzo che vuole emergere a livello internazionale non resta che emigrare. 

Non teme che i migliori possano essere prelevati dalla strada?

E’ sempre successo, ma oggi le cose sono cambiate. La multidisciplinarietà è un principio alla base di tutta l’attività ciclistica. Gli stessi Van Aert e Van der Poel sono ormai ciclocrossisti spuri, la loro attività principale è la strada e nei ciclocross gareggeranno sempre meno, su appuntamenti mirati. E’ questo il ciclocross di oggi…

Daniele Pontoni, Jesolo, Giro d'Italia Ciclocross 2020

Pontoni, buona la prima

04.10.2020
2 min
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Pontoni è soddisfatto. La prima tappa del Giro d’Italia di Ciclocross a Jesolo ha avuto un significato particolare: ripartire dopo tutto quel che è successo in Italia dall’inizio dell’anno, con l’epidemia di Covid-19 che per lunghi mesi ha fermato tutta l’attività sportiva e non solo, non era scontato, riuscirci con oltre 700 atleti al via significa che la voglia di ciclocross è intatta se non addirittura aumentata. La prima tappa si è svolta rispettando alla lettera tutte le disposizioni sanitarie in materia, pochissimi quindi gli spettatori sul percorso.

Jesolo, Giro d'Italia Ciclocross 2020
Si è svolta a Jesolo la prima prova del Giro d’Italia Ciclocross (foto Billiani)
Jesolo, Giro d'Italia Ciclocross 2020
Jesolo, Giro d’Italia Ciclocross 2020 (foto Billiani)

«La giornata è stata bella soprattutto per il gran numero di atleti che abbiamo visto ai nastri di partenza, specialmente tra le categorie giovanili – ha spiegato il responsabile organizzativo, l’ex campione del mondo Daniele Pontoni – ringrazio Achille e tutti i volontari di Jesolo. Con gli amici dell’Asd Romano Scotti abbiamo allestito una grande manifestazione, abbiamo avuto la fiducia dell’amministrazione comunale di Jesolo e abbiamo cercato di onorarla al meglio».

«Bisogna dire grazie a tutti coloro che ci hanno supportato in questo difficile inizio – afferma Fausto Scotti, vicepresidente dell’Asc Romano Scotti che allestisce il Giro in memoria di papà Romano – soprattutto ai genitori dei tanti ragazzi che ci hanno concesso fiducia guardando da lontano i loro ragazzi. Tutti hanno rispettato le ordinanze e tenuto il distanziamento, noi siamo stati anche pedanti nel farle osservare, ma era necessario».

Da cittì azzurro, Scotti ha tratto molte indicazioni interessanti.

«Dorigoni è stato molto brillante – ha spiegato – soprattutto nei tratti a piedi mi ha sorpreso. Folcarelli ha fatto una grande rimonta dopo l’iniziale rottura del deragliatore. Fra le donne la Casasola è uscita dal Giro su strada con una condizione invidiabile. Col passare delle settimane rientreranno anche coloro che stanno facendo altre attività come i Braidot, Colledani, lo stesso Bertolini in recupero dall’infortunio. Hanno tutti bisogno di gareggiare molto d’inverno per entrare in forma nell’anno olimpico. Per gli Europei? Vedremo, intanto speriamo che si possano fare…».