EDITORIALE / Gare di campionato, chi merita di correre?

09.02.2026
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Tutto e il contrario di tutto. Nel giro di pochi giorni abbiamo letto gli intenti di alcune grandi squadre juniores, secondo cui al campionato italiano di categoria dovrebbero partecipare soltanto gli atleti potenzialmente in grado di ottenere risultato. Pochi giorni dopo sono esplose invece le polemiche per le convocazioni ai mondiali di ciclocross. Il commissario tecnico Pontoni ha portato solo gli atleti che, a suo giudizio, sarebbero stati in grado di fare risultato ed è scoppiato il pandemonio. Non si può dire che Pontoni abbia sbagliato le scelte: i risultati sono venuti e senza un paio di episodi sfortunati, sarebbero stati ben più eclatanti.

Il punto però è capire quale sia la giusta valutazione. Se nella gara titolata debba correre soltanto chi è in grado di fare il risultato, con buona pace degli esclusi, o se partecipare anche soltanto per fare esperienza, concorra a comporre il bagaglio tecnico e psicologico dell’atleta. Sembra una domanda banale, in realtà non lo è, perché alla radice di tutto c’è la stessa Federazione ciclistica che non riesce a far passare un pensiero unico su questo argomento.

Per Viezzi un mondiale da dimenticare, finito con una squalifica
Soltanto Viezzi al campionato del mondo U23 per l’Italia e la sua squalifica ha tolto le maglie azzurre dalla gara
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Soltanto Viezzi al campionato del mondo U23 per l’Italia e la sua squalifica ha tolto le maglie azzurre dalla gara

Medaglie senza orizzonte?

E’ chiaro che tutto dipenda dall’interesse delle parti coinvolte. Saremmo davvero curiosi di scoprire che cosa avrebbero detto quelle stesse squadre juniores se a un campionato del mondo su strada il commissario tecnico Salvoldi avesse portato appena un corridore, dichiarandolo il solo in grado di fare risultato. Probabilmente sarebbero insorte (giustamente), contraddicendo però il teorema enunciato per il campionato italiano. Nulla o poco invece hanno detto quando la FCI ha spiegato che avrebbe portato soltanto tre juniores al campionato del mondo di Kigali, spiegando la difficoltà economica della spedizione. La trasparenza paga sempre.

Per questo, la partecipazione ai mondiali con un atleta elite uomo e una donna, un solo U23 uomo e una donna, e 4 juniores uomini e altrettante donne, raccontata come semplice scelta tecnica, fa pensare che qualcosa non torni.

Si capisce da una parte che la nazionale di cross stia investendo sui giovani, cercando di portare avanti una nouvelle vague che ci permetta nel giro di due o tre anni di vincere altre medaglie. Qual è tuttavia l’orizzonte di queste medaglie? Perché un atleta dovrebbe investire nel cross, opponendosi alle resistenze del team, sapendo già che diventando grande rischia di non essere più convocato per il campionato del mondo?

Gara juniores 2025, gruppo, strada
Al campionato italiano juniores merita di andare il numero più alto di atleti: solo così si può fare esperienza
Gara juniores 2025, gruppo, strada
Al campionato italiano juniores merita di andare il numero più alto di atleti: solo così si può fare esperienza

Gli obblighi di una Federazione

Rispondendo su Tuttobiciweb agli appunti di Alessandro Guerciotti, il Presidente federale Dagnoni ha ribadito come le convocazioni di Pontoni non siano state dettate da ristrettezze di budget, ma da una precisa scelta tecnica. E’ evidente che ben pochi fra gli esclusi avrebbero potuto cogliere medaglie nelle gare di Hulst, però è altrettanto vero che la Federazione ciclistica italiana ha un prestigio da difendere e degli obblighi morali verso le società che danno spessore al movimento e presentarsi a un campionato del mondo di specialità con un solo atleta per categoria non le rende certo onore.

Noi siamo dell’avviso che corridori come Filippo Agostinacchio, Bertolini, Scappini, Cafueri e Bramati, Borello e Gariboldi avrebbero meritato la convocazione. Non perché potessero vincere o salire sul podio, ma perché ciascuno per la sua parte avrebbe potuto accumulare esperienze e dare un senso all’investimento sulla specialità. E per rispetto verso le società che nel cross hanno scelto di investire, anche organizzando gare utili all’attività federale.

Podio campionato italiano ciclocross donne elite 2026, Brugherio: Sara Casasola, Rebecca Gariboldi e Carlotta Borrello (foto Giorgio De Negri)
Tricolore di Brugherio, organizzato da Guerciotti: prima Casasola, davanti a Gariboldi e Borrello. A Hulst è andata solo la friulana (foto Giorgio De Negri)
Podio campionato italiano ciclocross donne elite 2026, Brugherio: Sara Casasola, Rebecca Gariboldi e Carlotta Borrello (foto Giorgio De Negri)
Tricolore di Brugherio, organizzato da Guerciotti: prima Casasola, davanti a Gariboldi e Borrello. A Hulst è andata solo la friulana (foto Giorgio De Negri)

La morale della favola

Siamo altrettanto convinti, per quanto riguarda i giovani, che la partecipazione e il successo in gare titolate si costruiscano partecipandovi. Puoi consolidare la prestazione correndo altrove e facendo ogni genere di test, ma l’impatto psicologico non puoi simularlo.

Proprio questa per noi è la morale della favola. Non ha senso limitare la partecipazione alle gare titolate nascondendosi dietro la possibilità di fare il risultato: sia parlando del campionato italiano juniores su strada (in cui pagano le società), sia al campionato del mondo di cross (in cui paga la Federazione). A meno che la necessità di contingentare il numero dei convocati non nasca da esigenze diverse, di cui però si preferisce non parlare.

Thomas Pesenti è nato il 16 ottobre 1999. Nel 2026 è passato professionista con la Polti VisitMalta (foto Maurizio Borserini)

Pesenti finalmente pro’ con la Polti, ma per lui cambia poco

31.01.2026
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Ad essere precisi, per Thomas Pesenti è tutta una questione di preposizioni l’avvio di questa stagione. Può sembrare strano per un corridore che ha già disputato quasi 150 gare con i pro’, condite da alcuni piazzamenti di rilievo, che la Classica Camp de Morvedre in Spagna del 23 gennaio scorso sia stata la sua prima corsa… da pro’. Sì, perché il parmense classe ‘99 col passaggio dal devo team della Soudal alla Polti VisitMalta ha cambiato a tutti gli effetti lo status del suo cartellino (in apertura foto Maurizio Borserini).

Rispetto a quello diverso di Gaffuri, il percorso di Pesenti è stato un esempio anacronistico del ciclismo moderno ed ora può diventare una speranza per i tanti ragazzi a cui dicono troppo presto che non c’è spazio per loro al piano di sopra. Nel 2025 lo scalatore di Fontanellato ha assaporato il WorldTour, riuscendo a convincere uno come Patrick Lefevere per confermarlo in prima squadra, dove invece si stava pensando ad allestire una formazione “vecchio stampo” più per classiche delle pietre e meno per corse a tappe.

Molte delle attenzioni da parte della Polti, Thomas le aveva guadagnate al campionato italiano nel quale ha rischiato di indossare il tricolore arrivando terzo a pochi centimetri dal trionfo di Conca. Adesso per una strana ironia della sorte il “verde-bianco-rosso” lo sta vestendo con i colori sociali della sua nuova squadra, dove si è già ben integrato.

Dopo 147 con i pro', Pesenti (al centro) ha esordito da pro' nella Classica Camp de Morvedre in Spagna lo scorso 23 gennaio
Dopo 147 gare con i pro’, Pesenti (al centro) ha esordito da pro’ nella Classica Camp de Morvedre in Spagna lo scorso 23 gennaio
Dopo 147 con i pro', Pesenti (al centro) ha esordito da pro' nella Classica Camp de Morvedre in Spagna lo scorso 23 gennaio
Dopo 147 gare con i pro’, Pesenti (al centro) ha esordito da pro’ nella Classica Camp de Morvedre in Spagna lo scorso 23 gennaio
Manteniamoci sull’attualità. Com’è stato il tuo avvio di stagione?

Solitamente ad inizio anno non sono mai molto brillante, però mi sono sentito sempre meglio dalla prima gara in avanti. Al Trofeo Tramuntana a Maiorca, dove ha vinto Remco (Evenepoel, suo ex compagno alla Soudal, ndr) facendo un numero dei suoi, sono rimasto molto soddisfatto della mia prestazione, proprio perché è stata una gara dura fin dalla prima salita.

Non ti aspettavi di andare così?

Al Tramuntana forse poteva starci una top 10 in volata sia per Crescioli che per me (chiuderanno rispettivamente dodicesimo e ventesimo, ndr), ma manca ancora un po’ di sangue freddo. Oggi invece all’Andratx Pollenca ho sentito le gambe un po’ vuote. Credo che sia normale e non mi preoccupo. Per essere gennaio, sono molto fiducioso della condizione per il prosieguo della stagione.

Sembra di capire che l’inserimento sia stato buono. Che approccio hai avuto con la squadra?

E’ vero, mi sono trovato bene già dal ritiro di dicembre e ancora meglio in quello di gennaio. E’ un bel gruppo, l’impressione è stata molto buona. Anche con la bici (Aurum, ndr) ho stabilito un bel feeling, come piace a me. Rispetto all’anno scorso, avendo uno staff con tanti italiani, è stato più semplice legare con tutti. Poi ho ritrovato anche un paio di persone che già conoscevo.

A chi ti riferisci?

Uno è Giovanni Ellena, che era stato diesse con Miodini (attuale diesse della Beltrami, ndr) ai tempi dell’Androni. Nel 2021 mi aveva portato in ritiro con loro a Benidorm e mi voleva prendere a fine 2022 prima che la squadra perdesse la licenza professional. L’altro è il dottor Giulio Tempesti che avevamo in Beltrami. Anche per questo motivo, l’inserimento è stato più agevole. Questo lo reputo sempre un buon punto di partenza.

Hai avuto modo di parlare anche con Basso e Contador?

Qualche chiacchiera l’ho scambiato con Ivan, ma nulla di particolare, con Alberto ancora niente, mentre suo fratello Fran ha pedalato con noi un po’ di volte. Sia Ivan che Alberto sono venuti in ritiro e ci hanno spiegato gli obiettivi della squadra. Quello principale è restare nelle prime 30 del ranking UCI. Penso che sia scontato che sia così e per questo ci hanno molto motivato. Basso e Contador sono stati due grandi atleti che hanno segnato la mia infanzia e adolescenza, a cui mi ispiravo. Se ci rifletto con calma, mi fa un certo effetto correre per loro ed ovviamente mi fa molto piacere.

E invece che effetto ti ha fatto correre la prima gara da pro’?

Intanto posso dire che finalmente lo sono anche dal punto di vista legale (sorride, ndr). Battute a parte, ci ho pensato ed ero un po’ agitato, ma credo perché fosse l’esordio stagionale, come mi era capitato altre volte in passato. Tuttavia penso che a me non cambi nulla, perché negli ultimi anni, anche se ero in formazioni continental, mi sono sempre impegnato come se fossi una squadra professionistica. Certo, adesso ci sono obiettivi differenti e sono pronto a dare il mio contributo in modo ancora più intenso.

Cosa si porta dietro Thomas Pesenti dall’annata trascorsa nel devo team della Soudal?

Mi ha insegnato tanto, anche solo per il semplice fatto di dover parlare un’altra lingua con chiunque. E’ stato difficile all’inizio, poi ce l’ho fatta. Nella Soudal ho capito veramente cos’è il professionismo. Con la prima squadra ho disputato sette corse, di cui tre gare a tappe e ti accorgi che si corre in un altro modo. Non ci sei solo tu, anzi sei uno di quelli che deve aiutare la squadra a vincere. Che poi resta l’obiettivo primario, come è giusto che sia per una formazione di quel calibro.

Il tuo calendario cosa prevede?

Dopo questo blocco di gare in Spagna, dovrei correre il Tour de la Provence, il Giro della Sardegna, Trofeo Laigueglia, Milano-Torino e la Coppi e Bartali. Fino a fine marzo c’è un bel programma, poi vedremo il resto delle corse in base a tante cose.

Al Trofeo Tramuntana vinta da Evenepoel in solitaria, Pesenti è stato autore di una buona prova, chiudendo davanti
Al Trofeo Tramuntana vinta da Evenepoel in solitaria, Pesenti è stato autore di una buona prova, chiudendo al 20° posto
Al Trofeo Tramuntana vinta da Evenepoel in solitaria, Pesenti è stato autore di una buona prova, chiudendo davanti
Al Trofeo Tramuntana vinta da Evenepoel in solitaria, Pesenti è stato autore di una buona prova, chiudendo al 20° posto
Un pensiero al Giro d’Italia ce lo hai fatto?

E chi non ce lo fa? Innanzitutto bisogna aspettare che la squadra sia invitata e naturalmente tutti noi speriamo che sia così. Poi per quel che mi riguarda, dovrei conquistarmi il posto. Sarebbe un grande obiettivo arrivare pronto al momento delle scelte. Però non voglio correre troppo, diamo tempo al tempo. Intanto penso a fare bene le prossime corse.

Ti sei prefissato altri obiettivi?

Considerando che il livello è sempre più alto e che disputerò molte più gare pro’ rispetto a prima, il mio intento è continuare a migliorarmi sempre di più. Vorrei lavorare sulla condizione, cercando di trovare e mantenere quel picco toccato al campionato italiano dell’anno scorso, dove mi piacerebbe migliorare il terzo posto. E poi, visto che ho il contratto di un anno, vorrei guadagnarmi la riconferma con la Polti. Tutto passa dai risultati, dalle prestazioni e dall’insieme di cose in generale.

Milesi, il primo maestro. E il Conca tricolore da rilanciare

14.07.2025
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Fra il 2019 e il 2020, nell’allora Biesse-Arvedi che oggi è la Biesse-Carrera, Marco Milesi si trovò a guidare due spilungoni forti in salita nonostante la statura: Kevin Colleoni e Filippo Conca. Il secondo, soprattutto, aveva un rapporto di amore/odio con la bilancia perché essere magri quando si è alti 1,91 non è sempre semplice. Quando fu chiaro che il talento fosse pronto per affrontare il professionismo, alla fine del 2019 i due (che non avevano ancora un procuratore) firmarono entrambi un contratto con la Androni di Gianni Savio. Ma il sole non fece in tempo a tramontare su quella firma che i procuratori arrivarono e riscrissero il passaggio. Colleoni andò al Team Bike Exchange, attuale Jayco-AlUla, Conca alla Lotto.

«Era un contratto di due anni – ricorda Milesi – e io vedevo Filippo Conca meglio con Savio, perché sarebbe potuto crescere ancora. Soprattutto con i problemi fisici che ha avuto, avrebbe potuto fare come Cattaneo, che dopo la Lampre era andato all’Androni ed era tornato quello che era con me ai tempi della Trevigiani. Ci sono dei momenti che se trovi la squadra che ti permette di fare la gara, sei libero e non hai pressioni. Devi indovinarla, devi essere anche fortunato in quelle cose. Però tante volte si fidano più dell’imbeccata del procuratore, mentre io ho corso in Belgio e la Lotto non era un ambiente adatto. O ti fai rispettare subito, sennò si fa dura».

Oggi che Filippo è diventato campione italiano a capo del singolare passaggio allo Swatt Club, tornare da chi l’ha lanciato può essere il modo di rimettere in ordine i tasselli e capire quale potrebbe essere ora la traiettoria del fresco e inatteso tricolore. Milesi è al lavoro con la squadra preparando il Giro della Valle d’Aosta, che inizierà mercoledì. Dal prossimo anno saranno un vivaio per la Cofidis, pur mantenendo nome e sponsorizzazioni, ma di questo ci sarà tutto il tempo per parlare in seguito.

Filippo Conca, Giro del Belvedere, 2020
Nel 2020, Conca corre con la Biesse-Arvedi e conquista il quinto posto al Giro U23 vinto da Pidcock (photors.it)
Filippo Conca, Giro del Belvedere, 2020
Nel 2020, Conca corre con la Biesse-Arvedi e conquista il quinto posto al Giro U23 vinto da Pidcock (photors.it)
Hai continuato a sentire Conca anche in questi ultimi tempi difficili?

Lo sentivo spesso, lo vedevo anche alle gare. Sono sempre in contatto con i ragazzi e quando penso a lui, la mia idea è che non abbia mai trovato la sua dimensione. In qualche modo mi ci rivedo, siamo alti uguale e pesiamo uguale. Corridori grandi: corazzieri al servizio di un capitano, anche se lui un capitano per cui lavorare non l’ha mai avuto. Non nego che la sua vittoria mi abbia sorpreso.

Le squadre cercano vincenti e non corazzieri…

L’ho sempre detto. L’ho detto anche a Bramati (i due hanno corso insieme nei dilettanti, ndr), perché uno come Conca sarebbe stato da prendere per metterlo a tirare per i loro leader. Se hai un ruolo, riesci a rimanere a galla anche lassù. Invece per come correva, Filippo l’ho sempre visto un po’ spaesato.

Qualcuno ha pensato che non abbia avuto la grinta necessaria, Conca ha risposto che l’ha utilizzata tutta per rimettersi dagli infortuni.

E’ vero, come è vero che si fa fatica a guardare i piazzamenti e si pensa solo alle vittorie. Nel 2023, al primo anno con la Q36.5, Filippo era andato molto forte al campionato italiano, con un settimo posto. L’anno scorso è stato nono alla Coppa Agostoni. Da uno come lui non puoi aspettarti i risultati, ma di fatto non ha mai corso per un capitano che potesse vincere grazie al suo lavoro.

In questo ciclismo di corridori leggerissimi, il peso può essere stato un problema? Lui stesso ne parla spesso.

Può darsi anche quello, che sia stato un fattore. Di una cosa sono sicuro, Filippo ha tanti watt, la squadra in cui corre ora, neanche a farlo apposta, ha il nome giusto. Lui deve stare sempre dentro il peso e allora può sfruttare tutta la sua forza. Mi ricordo al Giro d’Italia U23 del 2020, quando fece quinto in classifica, saliva sul Mortirolo solo di forza. Spingeva in una maniera assurda. Era il suo punto forte e probabilmente il peso gli ha sempre dato un po’ di problemi.

Al Giro dei Paesi Baschi al quarto mese di professionismo. E’ il 2021, subito dopo Conca risulterà positivo al Covid
Al Giro dei Paesi Baschi al quarto mese di professionismo. E’ il 2021, subito dopo Conca risulterà positivo al Covid
Pensi che aver vinto il campionato italiano gli dia la motivazione per cambiare passo?

Secondo me sì. Ora ha visto dove può arrivare, il potenziale che ha. Ha capito che può vincere, come è successo negli anni che era con me. Nel 2019 andò bene, ma non benissimo. Poi quando ha iniziato ad andar forte, ad essere là davanti, si convinse dei suoi mezzi e andò bene tutto il 2020. Secondo me anche adesso, se si trova l’opportunità di una squadra, potrà fare bene, perché il suo potenziale è ancora tutto là. E poi sapete una cosa?

Che cosa?

Ha toccato il fondo e adesso sono guai. Sono ragazzi diversi, ma in qualche modo mi ricorda Finetto. Anche Mauro toccò il fondo, rischiò di smettere, ma da allora si mise ad andare forte e fece un’ottima seconda parte di carriera in Francia.

E’ già buono che non abbia pensato di smettere, no?

Ha avuto la forza di continuare. Anche quest’anno ha avuto due infortuni, però non ha mai smesso di crederci. E’ giusto che abbia la possibilità di riprovarci.

Realini: cambio di programma, ora l’obiettivo è il Tour

02.07.2025
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DARFO BOARIO TERME – Il sorriso non manca mai sul volto di Gaia Realini, nemmeno in questo momento difficile che l’ha vista restare lontana dalle corse e dalle posizioni di testa per diversi mesi. Una frattura al gomito in allenamento le ha portato tanti problemi e qualche complicazione in più del previsto, tornare in bici non è stato affatto semplice. I passaggi per tornare ad essere l’atleta che l’anno scorso  tanto aveva stupito prima al Giro d’Italia Women e poi al Tour de France Femmes sono lunghi ma non impossibili. Serve pazienza e Gaia Realini ha imparato ad armarsi anche di questa e non solo della sua instancabile energia. L’abruzzese sabato non sarà al via del Giro d’Italia Women che partirà da Bergamo. Un’assenza difficile da digerire ma giusta, con l’obiettivo di tornare presto ad alti livelli.

«Piano piano mi sto riprendendo – ci racconta poche ore prima del campionato italiano donne – ma non mi metto fretta. Vediamo giorno per giorno come procede il tutto. L’infortunio al gomito si è rivelato più complicato del previsto e molto lungo da curare. Mi sono trovata a dover rallentare di parecchio gli allenamenti e i carichi di lavoro, è come se avessi perso tutta la preparazione invernale. Ora mi ritrovo con le altre atlete che sono a giugno, mentre per me è come se fosse febbraio

Gaia Realini ha subito una frattura al gomito in allenamento a gennaio
Gaia Realini ha subito una frattura al gomito in allenamento a gennaio
Sei tornata a competere ad alti livelli al Tour de Suisse Women, com’è andata?

E’ stato un primo banco di prova come a dire: «Ributtiamoci nella mischia». Mi sono messa a disposizione della squadra, credo si sia visto. Ero spesso davanti a tirare quando partiva la fuga, oppure andavo all’ammiraglia a prendere le borracce per tutte nei giorni più caldi. Per il momento è quello che posso fare e in vista di una ripresa totale mi diverto a fare anche questo

Cosa vuol dire fermarsi e ripartire praticamente da zero?

Che quando le altre si stavano allenando, io ero a casa e non potevo fare nulla. Ho dovuto lavorare molto sulla testa, diciamo che è stato un allenamento per la mente. Spesso mi dicevo: «Okay, ora è successo a te però con calma puoi riprenderti senza problemi». Ho imparato a gestire tutto con la giusta serenità.

Gaia Realini ha ripreso a correre gradualmente, qui alla Freccia del Brabante a metà aprile
Gaia Realini ha ripreso a correre gradualmente, qui alla Freccia del Brabante a metà aprile
La parte più difficile quando è arrivata?

Quando mi hanno dato il via libera per ripartire, ma a causa dei dolori e di alcune complicazioni mi sono dovuta fermare ancora. Però grazie allo staff medico e a tutta la squadra ho trovato il modo giusto di affrontare la situazione e continueremo per questa strada. 

Risalire in bici è stato così complicato?

All’inizio si pensava fosse più semplice come infortunio, una pensa: «Il braccio che vuoi che sia? Tanto pedali con le gambe». Però poi capisci che in tante cose serve forza e mobilità nel braccio e ripartire non è facile soprattutto quando ti devi alzare sui pedali o fai dei piccoli movimenti che pensi siano banali. Invece nel ciclismo la parte superiore (il cosiddetto core, ndr) è estremamente importante

Realini dopo aver corso il Tour de Suisse senza terminarlo si è presentata all’italiano (in foto) al servizio di Elisa Balsamo
Realini dopo aver corso il Tour de Suisse senza terminarlo si è presentata all’italiano (in foto) al servizio di Elisa Balsamo
In questa stagione saresti felice se?

Se riuscissi a ritrovarmi e a trovare una buona condizione, anche se sto rincorrendo. Spero di arrivare tra qualche mese e di essere ancora più vicina alle migliori, diciamo di essere all’80 per cento. 

Si può pensare di arrivare a quell’80 per cento già al Tour?

Secondo me sì perché comunque sono un’atleta che con il caldo riesce a dare il meglio. Quindi perché no?

Per le tappe o per la classifica?

Tappe, senza dubbio. 

Orgoglio e lucidità: assieme a Conca, tre giorni dopo il trionfo

02.07.2025
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La porta in faccia ha un suono terribile. Filippo Conca lo conosce bene, anche se alcuni di quelli che l’hanno rifiutato alla fine del 2024 domenica a Gorizia gli hanno stretto la mano dopo la vittoria inattesa nel campionato italiano.

Filippo è del 1998 come Pogacar e l’abbiamo incontrato per la prima volta nel 2019, quando chiuse al quinto posto il Giro d’Italia U23 alle spalle del vincitore colombiano Andres Camilo Ardila. Appena davanti, al quarto posto, chiuse Alessandro Covi, che domenica lo ha seguito sul podio di Gorizia. Il suo percorso da quei giorni è stato pieno di segnali e sfortune. Doveva passare con Savio all’Androni, preferì la Lotto. Poi prese il Covid nella forma peggiore, ebbe tendiniti, cadute e problemi al soprassella che gli hanno impedito di avere continuità. La grinta mostrata domenica per vincere il tricolore, in tempi non troppo lontani gli è servita per rialzarsi.

Filippo Conca, Giro del Belvedere, 2020
Filippo Conca, classe 1998, ha iniziato a mettersi in luce fra 2019 e 2020 con la maglia della Biesse
Filippo Conca, Giro del Belvedere, 2020
Filippo Conca, classe 1998, ha iniziato a mettersi in luce fra 2019 e 2020 con la maglia della Biesse
Ti sei finalmente tolto la maglia tricolore di dosso?

L’ho tolta, l’ho tolta (sorride, ndr). Aspettavo da quattro anni che girasse un po’ di fortuna. Ne sono successe davvero tante. Il 2024 è stata la stagione in cui ho raccolto di meno, perché da gregario aiuti sempre la squadra. Alla Q36.5 hanno deciso di non rinnovarmi il contratto dopo che praticamente ho fatto tutta la stagione a tappar buchi a destra e sinistra, senza mai conoscere il calendario. Il giorno prima della corsa, mi dicevano che avevo un volo da prendere. Così non riesci mai ad essere al 100 per cento. Ero sempre là, ma senza risultati veri e propri.

Hai mai pensato di smettere?

Non mi è mai passato per l’anticamera del cervello, se non nell’ultimo periodo. Da quando a dicembre ho deciso che avrei corso con lo Swatt Club, mi sono messo in mente solo il campionato italiano. Ci credevo. Sono partito per vincere, anche se era quasi impossibile. Però gli amici più stretti, le uniche persone che ci sono state davvero, ci credevano con me. Questo mi ha dato ancora più forza. Sono andato per vincere, non avrei firmato per nulla meno della vittoria.

Quanto è stato difficile aspettare questi sei mesi?

Non ero tanto preoccupato. Sapevo che sicuramente mi sarebbe mancato un po’ di ritmo, però all’italiano, col caldo e altri fattori, si va sempre più piano rispetto alle altre corse. Non ci sono corridori che fanno ritmi assurdi, quindi sapevo che avrei sofferto un po’ meno. Due anni fa sono arrivato ottavo dietro Velasco ed ero lì a giocarmi un bel risultato. Mi mancarono 50 metri per agganciare i primi e giocarmi il podio, ma sapevo di essere all’altezza di una sfida così. E domenica per la prima volta negli ultimi quattro anni, le cose hanno girato nel verso giusto. Anche se non alla perfezione…

Ottavo al campionato italiano del 2023 alle spalle di Velasco: i piazzamenti a Conca non sono mai mancati
Ottavo al campionato italiano del 2023 alle spalle di Velasco: i piazzamenti a Conca non sono mai mancati
In che senso?

Ho bucato a 40 chilometri dall’arrivo e sono rientrato solo all’inizio della penultima salita. Secondo me quella è stata la chiave della corsa, perché riuscire a tener duro dopo uno sforzo del genere non è stato un momento banale. Prima sono stato nella scia delle ammiraglie. Poi ho trovato un gruppetto con Mosca, Oldani, Milesi e Lonardi. Forse non ci credevano già più, invece li ho motivati e abbiamo collaborato. Avevamo circa 40 secondi e io stavo già inseguendo da 10-15 minuti. E’ stato fondamentale non essere da solo, altrimenti la corsa si sarebbe chiusa lì.

Covi ha detto che hai vinto con ampio merito.

Covi era davvero in forma, era il più forte e gliel’ho detto. Ci conosciamo da quando abbiamo sei anni. I suoi familiari conoscono bene i miei, infatti dopo l’arrivo sua mamma è venuta ad abbracciarmi tutta contenta.

Ti ha dato fastidio che la tua vittoria sia stata definita la sconfitta del ciclismo italiano?

Diamo merito al vincitore, però a me piace anche essere oggettivo ed era un campionato italiano con tanti assenti, da Albanese a Frigo, come pure Bagioli. Però i problemi fisici fanno parte del ciclismo, io lo so bene. Se in Italia ci fosse davvero un top rider per corse dure, non ci sarebbe stata storia. Covi e Baroncini in salita erano nettamente i più forti, sono dei gran bei corridori, ma rispetto ai top rider mondiali, sono un’altra cosa. In più mettiamoci il caldo e il fatto che tutte le squadre sono sempre a tutta per i punti. Soprattutto in questo ultimo anno, sono a tutta da inizio stagione. Ci pensavo e mi dicevo: «Secondo me tanta gente arriva morta». Ed effettivamente tanti sono parsi sfiancati. Una volta si usciva dal Giro con la gamba per l’italiano, ma se oggi al Giro ti finisci e poi ti mandano allo Slovenia, al Giro di Svizzera, a Gippingen e all’Appennino, è chiaro che all’italiano ci arrivi sulle ginocchia.

Zoccarato all’attacco, seguito da Ginestra e Carollo dello Swatt Club: una prestazione di squadra che ha stupito Conca
Zoccarato all’attacco, seguito da Ginestra e Carollo dello Swatt Club: una prestazione di squadra che ha stupito Conca
Lettura acuta: la superiorità numerica di alcune squadre non si è tradotta automaticamente in superiorità atletica.

Alla fine solo Zoccarato ha fatto una grande gara. Ci avevo parlato ad aprile e mi aveva detto che non andava e che era stanco. Probabilmente proprio il fatto di aver corso poco a primavera gli ha permesso di arrivare bene all’italiano.

Come è stato correre un campionato italiano con una squadra di amatori e riuscire a vincere?

Sono rimasto sorpreso anch’io dalla prestazione di squadra. Ho letto articoli sull’Heat Training, di allenamenti al chiuso sui rulli, ma io non ho fatto nulla di tutto questo: non mi piace. Sono solo sceso da Livigno venti giorni prima e ho continuato ad allenarmi nelle ore più calde per migliorare l’adattamento. Sapevo che sarebbe stato fondamentale per fare la differenza rispetto ad altri che avevano corso da destra a sinistra, senza poter curare questo aspetto.

Hai visto la differenza in gara?

Col caldo la cosa fondamentale è non esplodere. Per cui vedevi tanti corridori pedalare molto bene e da un momento all’altro si piantavano in mezzo alla strada. E quello è il caldo, non è mancanza di gambe.

Domanda cattiva: se avessi avuto ogni giorno negli ultimi quattro anni questa determinazione, la storia sarebbe stata un po’ diversa?

Ne ho passate talmente tante che se non avessi avuto motivazione, avrei già mollato da un pezzo. E’ sempre servita una carica incredibile per riemergere dagli infortuni e ritrovare prestazioni buone. Nel 2022 ai Paesi Baschi ho preso un bruttissimo Covid e sono rimasto completamente a terra fino a metà maggio. Avrei dovuto correre il primo Giro d’Italia, mi è caduto il mondo addosso. Sono andato a Livigno e dopo 15 giorni di allenamento sono andato al Delfinato. Magari mi staccavo da 50-60 corridori però fare il Delfinato con meno di un mese di preparazione e dopo quattro settimane fermo significa che la determinazione c’era. Se uno davvero fosse esperto e guardasse certe dinamiche, anche se ormai si guarda solo a chi vince, avrebbe visto che i segnali di un buon potenziale si sono visti. So benissimo che sono un corridore normale, buono ma normale. Però neanche un corridore da buttare in discarica, come è successo l’anno scorso. E come me in Italia ce ne sono tantissimi, perché qui non abbiamo il paracadute di squadre che ti aiutano.

Tutto l’inverno pensando solo al tricolore: l’assalto di Conca ha dato frutti sperati e a loro modo storici
Tutto l’inverno pensando solo al tricolore: l’assalto di Conca ha dato frutti sperati e a loro modo storici
Cosa intendi?

Tante prendono gli juniores e non c’è più spazio per noi di 25, 26 anni. Chiaramente ognuno fa come vuole, ma è un peccato. Tutto lo sport è lanciato sui giovani, per far uscire il campione. Ma cosa succede se il campione non lo trovi? Intanto ci sono corridori come me, che fino a 26 anni continuano a crescere e nessuno li vuole. Abbiamo il misuratore di potenza e ogni anno vedo dei passi in avanti. Probabilmente, come caratteristiche fisiche, sono più adatto per aiutare, ma nelle gare secondarie posso anche raccogliere. Peso tanto, ma in salita non vado per niente piano.

Quest’anno meno gare e meno problemi?

Sono riuscito ammalarmi molto meno. Ho avuto qualche infortunio per cadute. A febbraio mi sono lesionato i legamenti alari del ginocchio in una caduta durante una gara di gravel, però alla fine son riuscito a essere più costante. A maggio ho investito una marmotta a Livigno. Ho preso un colpo forte in faccia, infatti ho ancora i segni, e ho fatto una settimana a non toccare la bici. Mi esplodeva la testa. Ho fatto due o tre TAC perché bisognava controllare che non si formasse liquido in testa, perché davvero faceva male. E lì ho ricominciato. Ho fatto quattro giorni di allenamento e ho deciso di andare a correre in Austria, perché mi sarebbe servita per l’italiano. Non sono andato pianissimo, però non ho potuto fare neanche una bella figura come ci si aspetterebbe da un professionista in una gara 2.2. Ho fatto nono nell’ultima tappa e undicesimo in generale.

Ti è servito per l’italiano?

Molto, visto il periodo, ero contento di quanto fatto. Sono ritornato a Livigno per 9-10 giorni. Ho avuto ancora tempo per fare dei bei blocchi di allenamenti e arrivare all’italiano, forse non al 100%, ma quasi.

Essere in una piccola squadra ti ha permesso di metterti a posto al meglio?

Un conto è se ti fermi per una o due settimane a causa di cadute. Magari il corpo ha tempo di recuperare e supercompensare. Altra storia se ti fermi una o due settimane per un virus con le squadre che ti mettono pressione per rientrare il prima possibile. Lo fai anche, ma sei comunque debellato ed entri in un circolo vizioso per cui ti porti dietro quella stanchezza per un mese e mezzo. Io questa volta ho avuto la possibilità di fermarmi e guarire.

Milano-Sanremo 2022, al secondo anno da pro’ arriva per Conca la Classicissima
Milano-Sanremo 2022, al secondo anno da pro’ arriva per Conca la Classicissima
Beretta ci ha detto che il tuo posto è in una grande squadra e sarà contento di vederti andare via.

Nella settimana dell’Agostoni, a ottobre, si sono tirate indietro la professional spagnola e l’italiana da cui attendevamo risposte. A quel punto mi sono trovato senza chance di trovare una sistemazione. Ho corso l’Agostoni sulle strade di casa con tutti gli amici sulle strade, con una rabbia incredibile. Ho attaccato da solo, una corsa pazza chiusa al nono posto (migliore della Q36.5, ndr). A quel punto Carlo Beretta mi ha proposto di parlare. Se entro dicembre non mi fosse arrivato nulla, avrei potuto correre con loro su strada, puntando tutto sul campionato italiano. Negli ultimi mesi ho cercato anche varie continental per correre da luglio, ma avevo deciso che l’italiano lo avrei vinto in maglia Swatt e a modo nostro abbiamo fatto la storia.

Se arrivasse la chiamata di una squadra più grande, come saresti messo con il passaporto biologico?

Ne parlavo ieri con il mio procuratore. Possono arrivarmi a fare i controlli quando vogliono, però probabilmente stano andando al risparmio e non vedo nessuno da parecchio tempo. In teoria quindi potrei fare delle corse professional, ma non WorldTour. Per quelle dovrei aspettare un periodo o che vengano a farmi dei controlli.

Sai già dove indosserai la maglia tricolore?

La verità: no. Lo Swatt Club non è stato accettato in tutta una serie di gare, dal Città di Brescia al Medio Brenta, passando per la Pessano-Roncola, ma non so neppure se con la maglia tricolore da pro’, potrei correrle. Perciò vediamo se in queste settimane arriva una squadra importante per finire la stagione dei professionisti. Alla fine era questo il mio obiettivo. Mi sarei accontentato anche di una continental e di non prendere lo stipendio, ma non mi hanno voluto.

Poche gare su strada e anche gravel: per Conca è arrivato un buon terzo posto a The Traka (foto Swatt Club)
Poche gare su strada e anche gravel: per Conca è arrivato un buon terzo posto a The Traka (foto Swatt Club)
Del resto finora hai sempre corso gratis, no?

Non ho contratto, prendo qualche rimborso. Per fortuna non ho sperperato negli anni da pro’. Mi sono comprato una casa che ho iniziato ad affittare ai turisti su Airbnb e Booking, in modo che con le entrate vado pari col mutuo. Però a 26 anni devi pure avere i soldi per campare e per fortuna avevo qualcosa da parte. Ho trovato assurdo non essere valutato da una continental neppure a costo zero. Eppure hanno tutti i nostri dati, hanno Strava e alcuni anche l’accesso su Training Peaks. Questo davvero è ciò che non riesco a spiegarmi.

Conca tricolore: la lettura (non banale) di Visconti

01.07.2025
4 min
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Dopo la vittoria di Conca al campionato italiano, si sono lette le interpretazioni più variopinte e critiche. Qualcuno ha scritto che si sia trattato del punto più basso per il ciclismo italiano: la sua sconfitta. Qualsiasi cosa si dica, si corre il rischio di prendere una cantonata. Si possono bastonare i team che non hanno onorato la corsa. Si può esaltare il lavoro dello Swatt Club. Altrimenti si può rilevare che non tutte le squadre siano sottoposte agli stessi regolamenti. Alla fine la sola cosa che non si è fatta (abbastanza) è stata riconoscere merito al vincitore. Il campionato italiano è una corsa a parte, che si vince o si perde anche per un’intuizione. Per Giovanni Visconti, tre maglie tricolori in bacheca e attualmente talent scout per il Team Jayco-AlUla, qualcosa di insolito è successo, anche se la sua analisi della situazione non si allinea alle tante di cui ha letto.

«Che cosa significa – dice – che ha perso il ciclismo italiano? Mi sembra banale, non è da adesso che siamo in crisi nera. Manca una grande struttura che possa raccordare tutte le categorie. I pur volenterosi Reverberi e Basso fanno quello che possono per rimanere al passo con le grandi, ma non possono prendersi la responsabilità di questa disfatta. Anche se le loro squadre domenica sono state davvero al di sotto delle aspettative, a parte l’azione di Zoccarato. Hanno perso le squadre che non hanno confermato Conca? Ha perso la Lotto con cui è passato professionista? Ha perso la Q36.5? Purtroppo non si aspetta più e non è solo un problema italiano, ma del mondo dello sport in genere e di ogni altro ambito della vita…».

Giovanni Visconti, classe 1983, ha vinto per tre volte il tricolore pro’. Lavora alla Jayco-AlUla come talent scout
Giovanni Visconti, classe 1983, ha vinto per tre volte il tricolore pro’. Lavora alla Jayco-AlUla come talent scout
Resta il fatto che Filippo Conca, corridore disoccupato, è il nuovo campione italiano.

E’ una bellissima storia e sono contento che ce l’abbia fatta. Magari può essere stato un errore non aver dato fiducia a un ragazzo di cui si parlava bene e che ha avuto tanta sfortuna. Magari potevano prenderlo le nostre professional, invece di essere preda della frenesia di far passare i più giovani. Da un lato è vero che ha avuto quattro anni per dimostrare qualcosa e non ci è riuscito. Dall’altro prendiamo atto che questo ciclismo ormai valuta gli atleti soltanto in base agli ordini di arrivo.

Si perde una corsa come il campionato italiano anche perché non la si affronta nel modo giusto?

Bisogna affrontarlo tanto freschi mentalmente e probabilmente qualcuno non lo era. Alcuni fra i corridori più conosciuti secondo me sono arrivati troppo scarichi oppure l’hanno presa sotto gamba. Milan ha fatto una grande corsa, altri sono spariti. Bisogna essere al 100%, visto anche il caldo. Quando mi sono messo a guardare la diretta, non riuscivo a credere ai miei occhi. E alla fine leggendo l’ordine di arrivo, si è capito che qualcuno è andato alla partenza senza avere la testa o le gambe giuste. Oppure bisognerebbe dire che ha sbagliato anche chi li guidava.

Resta il fatto che una squadra di amatori ha messo nel sacco le nostre professional, al via con 10-11 corridori…

Dal punto di vista tattico è stata una gara pessima, ma mi sembra banale dire che abbia perso l’Italia. L’Italia perde da anni, come dicevamo, perché non ha una struttura che riesca a stare al passo con quelle che comandano nel ciclismo attuale. Hanno perso tutti, anche i singoli. Mi è parso che ci sia stata poca voglia di onorare una gara del genere, mi soffermerei più su quello. E’ normale che quando uno ha l’acqua alla gola e ha una sola occasione per dimostrare qualcosa, sia al massimo e abbia grandi motivazioni. Invece sembra quasi che gli altri siano arrivati all’italiano tanto per farlo e a me fa ancora più tristezza.

La maglia tricolore senza sponsor: un podio diverso dalle attese. Dietro Conca, Covi e Pesenti
La maglia tricolore senza sponsor: un podio diverso dalle attese. Dietro Conca, Covi e Pesenti
Ne hai vinti tre, l’italiano è veramente una gara a sé?

Al campionato italiano ci sono i favoriti che partono in 2-3 e quindi si trovano a rincorrere. Ci sono squadre che partono in 10 e riescono a fare la differenza. Poi ci sono gli outsider, i corridori elite come quelli dello Swatt Club, che danno il tutto per tutto sapendo che è una gara stranissima, dove anche andare in fuga in partenza spesso si rivela decisiva. Guardate Zoccarato in fuga anni fa con Colbrelli… Quando salta il controllo, anche se hai il favorito numero uno, non riesci a tenere la corsa. E’ davvero una gara a parte.

Una squadra di amatori in mezzo ai professionisti: resta una stranezza.

Una volta parlando di Gaffuri, si sarebbe riso: cosa faccio, prendo un amatore? Oggi non bisogna più escluderlo, bisogna adeguarsi. Forse domenica è stata la sconfitta definitiva di chi pensa che il ciclismo sia sempre quello di trent’anni fa. Ci sono ragazzi che crescono in modo diverso. Benvengano le Zwift Academy o i nuovi metodi di scoperta dei talenti. Non sto facendo le lodi dello Swatt Club, perché costruire una squadra è un’altra cosa. Va fatto un lavoro diverso, completo e profondo, basato non solo sui numeri ma su tante altre sfaccettature che possono far pensare che un corridore possa avere futuro. Il mio lavoro attuale, ad esempio. Ma la vittoria di Conca ci dice una cosa molto chiara.

Quale?

Accettiamo di vivere in una diversa epoca dello sport, ma prendiamo coscienza che non abbiamo più così tanto tempo per riprendere la strada.

Swatt Club batte i pro’ con passione e 100.000 euro di budget

30.06.2025
6 min
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GORIZIA – La voce è tremolante, gli occhiali non riescono a nascondere del tutto l’emozione. Carlo Beretta non sa cosa dire, cosa pensare. Il team manager, se così possiamo definirlo, di questa Asd, lo Swatt Club, è travolto da un turbinio di sentimenti. E’ appena successa una cosa gigantesca, inaspettata. Un sogno realizzato: uno dei suoi, Filippo Conca, si è appena laureato campione italiano.

Al via da Trieste avevano un gazebo e un furgone. Tutti, anche i corridori, si davano da fare per scaricare le bici, sistemare le sedie, prepararsi. Di fronte a loro c’era il bus della Polti-Kometa e alle spalle il mare. Tutto scorreva tranquillo. Forse proprio Conca ci era parso quello più serio durante i preparativi. Ma chi avrebbe pensato a quel che sarebbe successo di lì a una manciata di ore?

A fine gara, dopo questa “bomba sportiva”, non potevamo non parlare con Beretta. Capirne di più, intuire come cambieranno le cose da qui a breve. E anche analizzare la gara, perché di fatto se ieri, parlando di squadre, tutti aspettavano la VF Group-Bardiani, la XDS-Astana e la Polti-Kometa, le tre più numerose, ma il team che ha corso meglio ed è stato più attivo è stato proprio lo Swatt Club.

Il team manager della piccola squadra lombarda, Carlo Beretta
Il team manager della piccola squadra lombarda, Carlo Beretta
Carlo, cosa è successo?

Non lo so, credetemi. Non so cosa dire, a livello emotivo è una bomba. Abbiamo avuto tantissimo supporto oggi perché c’erano veramente tanti ragazzi della nostra squadra, i nostri amatori, che sono venuti ad aiutarci, che erano al nostro corner sulla salita, davano l’acqua. C’era una grande motivazione.

Chiaro, questo è un palcoscenico importantissimo per voi…

Sì, ma non era fondamentale. Al via la direttiva era: divertirsi e sorridere. Tutto questo è stato frutto delle ore di lavoro che i ragazzi hanno fatto in bici e della loro serenità, perché se sei sereno come sono loro, va tutto bene. Si sono divertiti tutto l’anno. E oggi (ieri, ndr) hanno dato tutto quello che avevano dentro.

La domanda è: un club, neanche Continental, che batte i grandi… Forse questa cosa un po’ dice che c’è qualcosa che non va benissimo nel ciclismo italiano, no?

Quello si sapeva da tanto, ma non dipende da noi. Noi facciamo le nostre cose e le nostre corse, nel nostro piccolo. L’anno scorso avevamo Hellemose che quest’anno è tornato nel grande ciclismo con Jayco-AlUla e ha dimostrato di andare bene. Il discorso è grande. Alla fine questi ragazzi hanno tutti motore, sono forti e vanno aiutati, compresi e aspettati. Non bisogna più lamentarsi e dire che in Italia non c’è più nessuno. Sono cambiate le generazioni, ma non è detto che non si possa andare forte anche qualche anno dopo. Per molti di loro pedalare è vita, è la cosa più bella del mondo. Semplicemente bisogna lasciarli tranquilli di fare quello che si sentono. L’unica cosa che faccio io nel team è questa: lasciargli il loro spazio, senza pressioni. Per il resto sono loro che si allenano.

Lo Swatt Club si è presentato al via dei campionati italiani con Petitti, Gaffuri, Ginestra, Conca e Carollo
Lo Swatt Club si è presentato al via dei campionati italiani con Petitti, Gaffuri, Ginestra, Conca e Carollo
Come si allenano?

Sono tutti preparati da Gaffuri e da Vergallito. Dai… è incredibile quello che è successo a Conca. Uno come lui non doveva stare qui. Noi arriviamo dagli amatori, non ci dava una lira nessuno e abbiamo fatto un sacco di punti UCI in quelle poche corse a cui abbiamo partecipato. Abbiamo ottenuto anche una vittoria in una gara 1.2 con un danese: Kasper Andersen.

E oggi (sempre ieri, per chi legge)? Oggi non era una 1.2, e le polemiche incalzeranno. Già ci si chiede dove vedremo questa maglia tricolore…

Oggi è assurdo, una giornata che rimarrà nella storia. Non so neanche l’anno prossimo cosa dobbiamo fare per andare avanti. Conca ha iniziato la stagione e doveva fare solo gare gravel. Filippo mi ha chiesto se poteva fare una corsa in Austria e io gli ho detto: «Certo che puoi farla». Gli ho dato la possibilità, sapevamo che poteva fare l’italiano, ma non sapevo a che punto fosse. Io spero che trovi una squadra: allo Swatt Club non serve Conca, è sprecato. Il mio obiettivo era riportarlo dove era prima, perché è lì che deve stare.

Potrebbero portartelo a breve, non essendo pro’ è svincolato. Nel calcio diremmo un parametro zero…

Io spero che vada via. E come lui Gaffuri e gli altri ragazzi. Questo è l’obiettivo. Non ho la struttura per sostenerli. Io voglio solo aiutare quelli che non aiuta nessuno, che sono lasciati a piedi. Quelli che hanno potenziale, chiaramente. Filippo Conca ha un palmarès importante. Ha dei numeri spaventosi (ieri anche Quinziato, il suo manager, ci aveva detto di valori estremamente alti sui 10′, ndr). Non è questo il suo posto, lo ripeto.

Filippo Conca (classe 1998) sul podio con la maglia tricolore
Filippo Conca (classe 1998) sul podio con la maglia tricolore
Questa vittoria cambierà qualcosa nella tua squadra?

Andrò avanti con le mie idee. Abbiamo deciso da un giorno all’altro di fare una squadra club che facesse delle gare UCI. Gli sponsor che abbiamo, Giant, Cadex, Pirelli, Shimano, Lazer, ci hanno dato una mano, ma era più per il mondo gravel. Ma io non ho voluto abbandonare la strada perché appunto può dare una mano importante: lo abbiamo visto con Hellemose. Lì hanno davvero la possibilità di dimostrare quello che valgono.

Carlo, hai parlato di “fare la gara col sorriso”, però anche tatticamente avete fatto un garone, forse il migliore di tutti. In avvio c’erano nella fuga Lorenzo Ginestra e Francesco Carollo e nel finale il contrattacco di Gaffuri e quello di Conca…

Non ho sentito cosa gli ha detto Giorgio Brambilla, il diesse (ex corridore e anche lui giovane, è un classe 1988, ndr), in ammiraglia. Sicuramente qualcosa gli avrà comunicato, ma le tattiche migliori ti vengono quando sei a 200 battiti al minuto: un cenno di intesa col tuo compagno che, se come te crede nella stessa idea, ti capisce e tutto diventa più facile.

Come è organizzato lo Swatt Club?

Siamo pochissime persone. Anche oggi (ieri, ndr), tra feed zone e supporto logistico, erano tutte persone amiche, gente del club, gente che lavora dal lunedì al venerdì e ci dà una mano nei weekend. Noi siamo un gruppo di amatori, di amici, che vive per questa passione. E questa gente quando viene dà il 180 per cento e magari tutto viene più facile.

La festa degli Swatt iniziata ieri dopo il podio. Sarà interessante capire come evolverà questa realtà da qui in poi
La festa degli Swatt iniziata ieri dopo il podio. Sarà interessante capire come evolverà questa realtà da qui in poi
Il vostro budget quant’è?

Penso che arriveremo a 100.000 euro, se lo oltrepassiamo lo facciamo di poco. Abbiamo 16 corridori (7 stranieri, ndr), abbiamo fatto poi 23 giorni di gara in tutto, non tantissimi. Gli sponsor ci aiutano a coprire tutte queste spese. Noi vendiamo l’abbigliamento sul nostro sito e-commerce, vendiamo tanti body bianchi come quelli che avete visto in gara. Fortunatamente ne vendiamo veramente tanti e tutto quello che incassiamo viene riversato sul team. Non so per quanto sarà sostenibile, ma almeno per quest’anno tutto quello che si poteva fare l’abbiamo fatto.

Sei il manager dell’anno, insomma. Davide che batte Golia…

No, no… Se un manager vedesse il nostro conto bancario e le nostre entrate-uscite ci direbbe: «Voi non siete normali». Entra 10 ed esce 10. Però noi vogliamo fare così per adesso, perché viviamo per questa passione.

Cosa ti passa ora per la testa?

Non so neanche io cosa pensare, cioè è una follia. Voglio solo aspettare tutti i miei amici tifosi che erano sul percorso e stare con loro. L’unica cosa che ci rimarrà saranno le emozioni e l’aver atteso questa giornata da novembre.

EDITORIALE / La vittoria di Conca e il meccanismo che s’inceppa

30.06.2025
3 min
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Se Filippo Conca non avesse vinto la maglia tricolore, chi avrebbe saputo parlare di lui? Quanti corridori come il lombardo sono passati e continuano a passare, archiviati come pratiche scadute per lasciare spazio alle altre? Qualcuno ha scritto che sarebbe il tempo di riscrivere le regole: forse non accadrà, ma di certo è utile fermarsi per una riflessione.

Ci bombardano con l’equazione del momento, che collega in maniera diretta l’insieme dei valori fisiologici e le prospettive di carriera e guadagno di un atleta. Sarà pure giusto, anzi lo è di certo. Tuttavia si è persa di vista la consapevolezza che non si possa archiviare un lavoratore se per i più svariati motivi non è ancora riuscito a esprimersi. Qui si parla di vite, famiglie, mutui, aspirazioni, sofferenze e futuro. Si parla di persone e lo si fa con superficialità, spinti dall’obiettivo del guadagno e con la leva piantata a fondo nei sogni di ragazzini non troppo consapevoli.

Conca ha 26 anni ed ha corso per quattro tra i pro’: gli ultimi mesi sono stati una prova di volontà, ma non sono stati facili
Conca ha 26 anni ed ha corso per quattro tra i pro’: gli ultimi mesi sono stati una prova di volontà, ma non sono stati facili

Niente accade per caso

Se Filippo Conca non avesse vinto la maglia tricolore, l’equazione avrebbe confermato l’atteso risultato. Invece l’ordine di arrivo del campionato italiano mette alle spalle di Filippo il meglio del ciclismo italiano: il lungo elenco dei ragazzi più o meno prodigiosi, fra cui quelli che in un modo o nell’altro hanno preso il suo posto nel gruppo. Non solo. Lo Swatt Club, che ha permesso a Conca di continuare a correre, ha piazzato nei primi cinque anche Mattia Gaffuri. E allora ti chiedi: come è possibile?

Certo, la maglia tricolore già in altre occasioni è finita su spalle estemporanee, ma questo non è più il ciclismo di ieri. Questo è il ciclismo in cui un’equazione stabilisce chi possa o non possa vincere e allora la vittoria di Conca non può essere per caso. Lo ha detto benissimo Covi, intervistato subito dopo da Filippo Lorenzon. E lo dicono anche i valori di Conca, che è arrivato alla gara tricolore lavorando in altura e correndo dovunque gli sia stato permesso, con piazzamenti di eccellenza nel gravel e anche al Giro d’Austria.

Nizzolo abbraccia Conca: fino al 2024 i due sono stati ompagni di squadra, poi la Q36.5 ha scelto di non confermare Filippo
Nizzolo abbraccia Conca: fino al 2024 i due sono stati ompagni di squadra, poi la Q36.5 ha scelto di non confermare Filippo

Il granello nel meccanismo

Se Filippo Conca non avesse vinto la maglia tricolore, probabilmente avrebbe smesso di correre. Magari non subito, tuttavia il binario lungo il quale lo avevano incanalato portava verso un silenzioso abbandono delle scene. Al momento di ricomporre il suo organico, la Q36.5 aveva scelto infatti di fare a meno di lui, puntando su altri nomi. Forse per questo, tagliando il traguardo, Filippo ha imposto a sua volta il silenzio con un chiaro gesto della mano.

Alle sue spalle sul rettilineo di Gorizia c’erano corridori WorldTour in condizione per il Tour de France e quelli delle professional che lottano su ogni traguardo per la caccia ai punti. Anche atleti dei vari devo team e delle continental di casa nostra. Un tricolore così non si vince per caso, eppure fino a pochi minuti dal via nessuno avrebbe puntato un solo centesimo su Conca. C’erano i grandi campioni e i giovani talenti. In questo ciclismo che a volte dimentica cosa sia davvero un corridore e che spesso viene governato dagli agenti più che dai tecnici, la vittoria di Conca è il classico granello che fa inceppare il meccanismo. Qualcosa di cui parlare, per evitare che venga ricondotto a casualità o fortuna.

Covi: «Così fa male. Ho poche occasioni e ci ho provato»

30.06.2025
5 min
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GORIZIA – Il primo dei battuti? Il secondo? Come la si legga, ieri Alessandro Covi è stato colui che ha sfiorato il tricolore più di tutti. La sua “colpa” è quella di essere arrivato secondo alle spalle di un corridore che non appartiene a un team professionistico, mentre lui corre per la UAE Emirates, anzi per la prima squadra al mondo nel ranking.

Tuttavia questa lettura rischia di essere fuorviante. Le corse vanno analizzate. Primo, perché Conca, e lo abbiamo scritto anche ieri, non è “il primo che passa”. Secondo, perché nel finale Covi è stato colui che ha tirato più di tutti, contribuendo in modo decisivo a far sì che il drappello dei cinque arrivasse al traguardo.

Covi è visibilmente deluso. Ci teneva moltissimo a questa maglia. E’ consapevole, una volta per tutte, che gli mancano certi scenari. E’ il bello e il difficile di correre in una corazzata come la UAE Emirates. E’ tosta trovare le occasioni. Ma questo vale per tutti, anche per campioni più affermati, non solo per lui.

La UAE Emirates si è presentata con Covi e Baroncini che nel finale ha rimontato fortissimo. E forse era più deluso di Covi stesso
La UAE Emirates si è presentata con Covi e Baroncini che nel finale ha rimontato fortissimo. E forse era più deluso di Covi stesso
Alessandro, che corsa è stata?

Una corsa abbastanza selettiva, nonostante il percorso fosse aperto a tante opzioni. Ho dato io il via alla fuga decisiva e poi ci ho provato in tutti i modi. Ma… ovviamente non è bastato. Sono arrivato secondo, però ero lì e complimenti a Filippo che non ha rubato niente a nessuno. Mi ha battuto in volata, quindi è stato forte.

Immagini già le polemiche. Un atleta del WorldTour che è battuto da un corridore di un club non professionistico…

Allora ce ne sono tanti altri, nella mia stessa situazione, tutti quelli che sono arrivati dietro di me. Quanti eravamo 120? Vale per gli altri 118. E’ stato forte Conca, complimenti a lui. Comunque parliamo di un corridore che era nel WorldTour fino a due anni fa e, ripeto, non ha rubato niente a nessuno.

Alessandro, con il tuo compagno Filippo Baroncini siete riusciti un po’ a parlare? Sapevi che era dietro?

E come facevamo a parlare? Non avevamo la radio. D’altronde siamo a un campionato italiano: guardi davanti, non dietro. Io sentivo di avere la gamba, una buona gamba. Penso di aver dimostrato di essere uno dei più forti. Forse il più forte.

Covi è in un buono stato di forma, ma anche lui ha sofferto per il caldo
Covi è in un buono stato di forma, ma anche lui ha sofferto per il caldo
Lo ha detto anche Conca…

Ma non si saprà mai. Ho provato a vincerla. Vincere un campionato nazionale è un’occasione che capita poche volte nella carriera di un corridore. Questa era una di quelle, ci sono andato vicino, ma la stagione non è finita. Speriamo che questa maglia la indosserò prima o poi. Sì, ci sono andato molto vicino. Così fa male però.

Alessandro, hai tirato moltissimo nel finale. Anche Baroncini ci ha confidato che, magari con lui dietro, potevi anche provare a fare il furbo. Ma, d’altra parte, non avendo le radioline non potevi saperlo…

L’hanno detto anche altri che ho tirato di più. Anche Aleotti è venuto a dirmelo. Ma secondo me non ero io che ho tirato di più, ma gli altri che hanno tirato di meno. A Giovanni l’ho detto: «Tira, tira un po’ di più». Ma lui mi diceva di no: «Tu sei più veloce». L’obiettivo era avvicinarci il più possibile all’arrivo. Poi, se pensi di essere il più fresco o che io ero il più veloce, attaccami… Ma di attacchi non ce ne sono stati, quindi ho dovuto prendere la volata di testa. Se magari qualcuno avesse allungato, avrei avuto un punto di riferimento. Invece ho dovuto prendere la volata davanti e Filippo, arrivando da dietro, ha dimostrato di essere veloce e mi ha battuto.

Nelle ultime gare sei andato forte. Si può dire che Covi sta tornando ai suoi livelli?

La costanza di rendimento non è male. Io penso che quest’anno sono ai miei migliori livelli da quando sono professionista. Ovviamente sto facendo gare che magari non posso dimostrarlo al pubblico, però in quelle gare che sto facendo sono sempre tra i migliori. Manca non essere nei grandi palcoscenici, perché sono quelle le gare che contano, ma diamo tempo al tempo. L’importante è essere tornati ad avere le buone sensazioni.

Covi sul traguardo di Gorizia, ha sfiorato il successo. Nel finale aveva tirato più degli altri
Covi sul traguardo di Gorizia, ha sfiorato il successo. Nel finale aveva tirato più degli altri
Chiaro…

Ho passato due anni molto complicati, soprattutto con la mononucleosi, e non è mai scontato tornare a buoni livelli. Mi sembra di essere quello di due anni fa, e forse anche più forte.

Quali sono adesso le tue prossime gare?

Siamo solo a metà stagione e ce ne saranno tante. Adesso c’è subito il Giro d’Austria, probabilmente aiuterò Isaac Del Toro che torna a correre. E poi immagino farò tantissime gare in Spagna e poche gare WorldTour.

Staccherai? Farai altura?

No – dice con un sorriso malinconico che sa tanto di chi vorrebbe farla – purtroppo non ho tempo e la farò quando punterò obiettivi grossi, magari non quest’anno ma l’anno prossimo. Sto facendo un bel po’ di punti, che sono l’obiettivo della squadra. Il mio calendario è stato disegnato per questo e quindi sta funzionando. Ovviamente per un corridore è difficile non partecipare ad alcune gare, però ho accettato, ho sposato il progetto della squadra e va bene così.