Il 2025 di Alessandro Verre, ciclisticamente parlando, è finito prima del previsto a causa di una caduta tanto sfortunata quanto fortunata allo stesso tempo. Durante uno degli ultimi allenamenti della stagione, al termine di una Vuelta corsa all’attacco, una buca a 300 metri da casa gli ha fatto scivolare le mani dal manubrio. Da lì la caduta, la scapola e due costole rotte. Tanto dolore e la fine anticipata delle corse, ma fortunatamente nessuna complicazione ulteriore.
«Dovevo prendere parte alla Cro Race – racconta il corridore lucano – e al Lombardia, ma ho dovuto saltare entrambi. E’ stato un periodo strano perché di colpo mi sono trovato forzatamente in “vacanza” mentre gli altri correvano. Il giorno del Lombardia (il 12 ottobre scorso, ndr) è stato quello in cui sono tornato sui rulli per muovere un po’ le gambe».
Alessandro Verre durante l’ultima Vuelta ha indossato per qualche tappa la maglia pois dedicata ai GPMAlessandro Verre durante l’ultima Vuelta ha indossato per qualche tappa la maglia pois dedicata ai GPM
Sicuramente un ottobre diverso…
Sì anche perché con una scapola e due costole rotte non avevo modo di fare le mie solite vacanze. Sono rimasto a casa, a riposo completo. Durante l’inverno è difficile che io rimanga fermo completamente, tra camminate e gite ho sempre fatto qualcosa. Quest’anno con il braccio immobilizzato non potevo fare nulla, nemmeno guidare per spostarmi da casa.
Adesso hai ripreso?
Stavo aspettando che aprisse la palestra, da una settimana e mezzo ho iniziato la preparazione ma in maniera abbastanza tranquilla. Adesso sto ancora evitando esercizi di carico come il bilanciere, per non gravare troppo sulla scapola, preferisco usare i macchinari.
Verre in azione sul Colle delle Finestre durante la 20ª tappa del Giro 2025, terminata al secondo postoVerre in azione sul Colle delle Finestre durante la 20ª tappa del Giro 2025, terminata al secondo posto
Un finale indesiderato, ma per il resto che stagione è stata?
Ho capito tante cose, in generale che la salute deve essere sempre al primo posto. E’ inutile inseguire una condizione se non si ha modo di raggiungere un buon livello. Dopo l’Australia, a inizio anno e al Giro è stato così. Inoltre ho avuto il Covid dopo il Giro di Polonia, mi ero negativizzato ma ho fatto parecchia fatica a tornare in forma.
Devo essere sincero: no. Forse si è notata maggiormente a fine stagione, quando si era capito che per il prossimo anno non si erano trovate soluzioni utili. Durante tutto l’anno il team ha sempre manifestato una certa fiducia nel poter risolvere la cosa. Io ero comunque in scadenza di contratto, di conseguenza stavo cercando una sistemazione in vista del 2026.
L’Arkea B&B Hotels ha lottato fino all’ultimo per riuscire a proseguire con l’attività (foto Getty)L’Arkea B&B Hotels ha lottato fino all’ultimo per riuscire a proseguire con l’attività (foto Getty)
Come l’hai vissuta questa ricerca?
Dopo il Giro (concluso con il secondo posto nella tappa del Sestriere, ndr) sembravano esserci tante squadre interessate. Ma poi non si è concretizzato nulla, magari anche perché è mancata continuità di prestazioni da parte mia.
Sono felice di tornare dove sono stato bene, l’ambiente lo conosco e da parte loro ho visto una gran voglia di crescere. Mi fa piacere anche entrare a far parte di una realtà in continuo sviluppo, dove potrò lavorare con gente nuova e ambiziosa. Il team sa cosa vuole e io so quel che cercano da me. Penso e credo che i risultati possono arrivare lavorando bene e uniti.
Hai mai pensato di aver lasciato la Colpack troppo presto?
Ci ho pensato, ma non credo di essere diventato professionista troppo presto. Alla fine sono andato a correre in una formazione professional che mi ha fatto crescere anno dopo anno. Nella mia prima stagione non ho praticamente fatto gare di categoria WorldTour, è stato un cammino progressivo. Senza considerare che il professionismo è un treno che passa una volta sola nella vita.
Verre torna e vestire i colori della Colpack, ora diventata MBH Bank-Ballan-Csb, che dal 2026 sarà professionalVerre torna e vestire i colori della Colpack, ora diventata MBH Bank-Ballan-Csb, che dal 2026 sarà professional
Ti sei sentito di salire al volo?
Quando è arrivata la chiamata mi hanno contattato per i risultati ottenuti, chi mi avrebbe mai garantito che sarei riuscito a replicarli? Inoltre ho avuto quattro anni per dimostrare di essermi meritato il passaggio. Ero anche l’unico italiano in una squadra straniera, a volte aver qualcuno con cui parlare e scambiare idee può essere utile.
C’è voglia di ripartire e dimostrare il tuo valore?
Assolutamente, a gennaio faremo un primo ritiro in Spagna e già ora voglio fare un bell’inverno in cui gettare delle solide basi. Non ho fretta, mi godo ancora un po’ di tranquillità prima di rimettermi in gioco.
Pogacar è imbattibile e il Giro è già chiuso? Crediamo di no, così come forse si erano immaginati altri scenari. Forse si puntava alla sfida Tadej-Remco
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Ultimi scampoli della cosiddetta “off-season”, poi dagli inizi di dicembre si ricomincia a fare veramente sul serio per impostare il 2026. Anche Rachele Barbieri non sfugge a questo canovaccio, nonostante abbia già ripreso a pedalare e lavorare in palestra dopo le vacanze alle Mauritius col fidanzato Manlio Moro.
Su e giù dal cucuzzolo di San Marino entrambi stanno seguendo i loro programmi e così mentre Rachele aspetta che rientri Manlio da un allenamento un po’ più lungo del solito per pranzare assieme, ne approfittiamo per chiedere a lei come sarà il comparto delle velociste della prossima Picnic PostNL. Il passaggio in corsa di Charlotte Kool alla Fenix-Deceuninck lo scorso agosto e la partenza di altre compagne, ridisegna in parte il ruolo della 28enne nel team olandese.
Oltre alle vacanze, nella off-season di Barbieri c’è stato spazio anche per il padel col fidanzato Manlio MoroOltre alle vacanze, nella off-season di Barbieri c’è stato spazio anche per il padel col fidanzato Manlio Moro
Eri arrivata alla Picnic col compito di essere l’ultima ruota di Kool, ma adesso cambia qualcosa per te?
Posso dire che diventa tutto nuovo per me, che poi forse è tutto vecchio perché è un piccolo ritorno alle origini. Dovrò farmi trovare pronta per tornare ad essere la velocista di riferimento della squadra. Dovrò sostituire Charlotte, che già non era più con noi nel finale della scorsa stagione, ma nel 2026 non avremo nemmeno Megan e Franziska (rispettivamente Jastrab e Koch, passate alla UAE Team ADQ e FDJ-Suez, ndr). Vanno ricostruiti alcuni vagoni del nostro treno.
Ritieni che possa essere più complicato del previsto?
C’era molta intesa con loro. Con Megan mi sono trovata talvolta a farle da leadout, mentre Franziska era una che entrava in azione appena prima. Non è mai semplice ripartire daccapo perché anche nel femminile si vedono treni più strutturati. Adesso ci sono squadre che hanno almeno 2-3 atlete che si sacrificano eventualmente per ricucire su una fuga e poi altrettante che lavorano per impostare la volata negli ultimi chilometri. Ma non dovremo limitarci solo a questo aspetto.
A Binche ad inizio ottobre Barbieri ha chiuso quinta dietro alla sua ex compagna Kool (foto Actu Cyclisme Feminin)L’ultima ruota nelle volate per Barbieri potrebbe essere Pfeiffer Georgi, che invece sarà capitana nelle classiche più ondulateA Binche ad inizio ottobre Barbieri ha chiuso quinta dietro alla sua ex compagna Kool (foto Actu Cyclisme Feminin)L’ultima ruota nelle volate per Barbieri potrebbe essere Pfeiffer Georgi, che invece sarà capitana nelle classiche più ondulate
Cosa intendi?
Il lavoro che mi sono ritrovata a fare quando sono entrata in questa squadra mi ha aperto gli occhi nella gestione degli sprint o delle gare che potevano finire in quel modo. Al netto delle difficoltà altimetriche del percorso, bisogna essere sempre brave a sapersi adattare al tipo di corsa che ci salta fuori. Quindi le compagne possono servire per ciò che dicevo prima oppure entrando in azione in un altro modo.
E’ rimasta Georgi e per Rachele Barbieri può essere una pedina fondamentale nelle volate?
Con Pfeiffer c’è molta affinità. Lei è fortissima benché sia un’atleta con altre caratteristiche. E’ meno veloce di me, ma è perfetta per il lead out perché ha la resistenza giusta e necessaria per ricoprire quel ruolo. Ho già lavorato tanto con lei e sono felice di continuare a farlo. Dovremmo avere un calendario abbastanza simile. Lei sarà la capitana per le classiche più impegnative, quelle meno adatte a me dove sarò di suo supporto.
Nel finale del 2025, Rachele si è alternata con Jastrab come velocista leaderLa statunitense Megan Jastrab è passata alla UAE. Tutto il peso delle volate sarà sulle spalle di Barbieri Il treno della Picnic ha perso anche Franziska Koch, andata alla FDJ-Suez, ma ci sono nuovi rimpiazziNel finale del 2025, Rachele si è alternata con Jastrab come velocista leaderLa statunitense Megan Jastrab è passata alla UAE. Tutto il peso delle volate sarà sulle spalle di Barbieri Il treno della Picnic ha perso anche Franziska Koch, andata alla FDJ-Suez, ma ci sono nuovi rimpiazzi
Nel vostro treno potrebbe rientrare anche la tua conterranea Gaia Masetti?
Innanzitutto sono molto contenta di avere Gaia in squadra, una modenese come me anche se io ormai vivo da un’altra parte. Tuttavia so che quando farò qualche giorno in famiglia, potrò contare sulla sua compagnia per allenarci assieme. E non è un aspetto di poco conto. Gaia è un’atleta completa che può fare parte del nostro reparto senza problemi perché sa già quali compiti bisogna fare. Non sarà l’unica nuova.
A chi ti riferisci?
Un’altra novità sarà rappresentata da Mia Griffin (campionessa irlandese in carica su strada arrivata dalla Roland Le Devoluy, ndr). E’ una velocista che non conosco benissimo, anche se ricordo di averla incrociata in pista diverse volte. Avremo modo di affinare la nostra conoscenza in ritiro. La nostra è una squadra che forma le ragazze che arrivano e ogni compagna poi è pronta a dedicarsi al 100 per cento in gara. Sarà così anche la prossima stagione, anzi già a Calpe dal 10 al 18 dicembre capiremo meglio come sarà composto il reparto che ci riguarda.
Rachele Barbieri passa alla Liv Racing nel WorldTour a capo di un 2021 trionfale fra Olimpiadi e vittorie su strada. Un bilancio al via dei mondiali pista
Una beffa. Per Martina Alzini la volata alla Midwest Cycling Classic si è trasformata in un boomerang di ironie e commenti troppo pesanti. Ecco come è andata
Il ciclismo va veloce, quello dei giovani (con le sue scadenze stringenti) anche di più. Se non vinci da junior, fatichi a sistemarti fra gli U23. E se non vinci entro il secondo anno da under, le possibilità di passare professionista si restringono ulteriormente. In questo quadro così convulso, con i devo team a farla da padroni, essere il Sissio Team non è l’opzione più semplice. Una squadra piccola e ben organizzata, gestita con passione e competenza da Marco Toffali, che tuttavia per mezzi e disponibilità non può tenere il passo dei satelliti WorldTour. I ragazzi hanno la stessa età e gli stessi sogni, a prescindere dalla maglia, ed è certo che lotteranno fino all’ultimo battito per guadagnarsi quel posto. Però intanto per quelli del team veronese si è aperta una porta magica: quella di Moa Sport, la società che produce le maglie Nalini e di tantissimi altri brand molto noti.
Il Sissio Team ha vissuto un profondo rinnovamento negli ultimi due anni: qui sul palco del Giro Next Gen (photors.it)Il Sissio Team ha vissuto un profondo rinnovamento negli ultimi due anni: qui sul palco del Giro Next Gen (photors.it)
La Nalini Academy
La squadra di Toffali è uno dei tester privilegiati dell’azienda mantovana. I ragazzi indossano e provano per primi i capi che saranno sviluppati fino a diventare la dotazione dei team WorldTour. Ai primi di novembre, la collaborazione ha fatto un altro passo in avanti. La squadra si è ritrovata nella sede dell’azienda per dare corpo alla Nalini Academy: un’idea di Giuseppe Bovo, direttore generale di Moa Sport.
«Lo sport insegna molto – ha spiegato – la fatica, la disciplina, il gioco di squadra. Ma arriva un momento in cui serve saper percorrere nuove strade. La mia idea di partenza sarebbe stata anche più ambiziosa, cioè prevedere una foresteria in cui far alloggiare i giovani per i loro stage nel mondo del lavoro. Ma è giusto procedere per gradi e con questa Academy vogliamo aiutare i ragazzi, e in particolare gli atleti che sono qui oggi con noi, a trovare la loro strada anche fuori dalle competizioni. Offrendo formazione, orientamento e opportunità concrete di crescita professionale».
Correre finché è possibile e diventare dei professionisti, sapendo però che c’è un possibile impiego se la carriera sportiva non desse i frutti sperati. Un’opportunità che ad ora è riservata agli atleti dei gruppi sportivi militari: tutti gli altri devono rimboccarsi le maniche e mettersi in cerca di qualcosa da fare per il resto della vita.
Il primo passo della Nalini Academy è stato far conoscere ai corridori del Sissio Team le strutture dell’aziendaIl primo passo della Nalini Academy è stato far conoscere ai corridori del Sissio Team le strutture dell’azienda
Sissio Team e Nalini
Per capire in che modo i ragazzi del team abbiano vissuto la giornata nell’azienda mantovana, abbiamo coinvolto Marco Toffali. La storia recente del Sissio Team ha visto una rifondazione netta. Maglie nuove, un controllo più rigido di tutti i processi della preparazione, un nuovo spirito. La collaborazione con Nalini è un notevole valore aggiunto.
«Il rapporto che ci lega all’azienda – spiega Toffali – è a 360 gradi. Il fatto che i ragazzi provino il materiale è importante, perché sono corridori, sanno cogliere le differenze. Si va alla ricerca dei dettagli più piccoli. Se un watt lo recuperi perché il pantaloncino è a compressione, oppure perché la maglietta ti fa respirare meglio o per l’aerodinamica… alla fine il risparmio che ottieni ti permette di scollinare bene in salita o avere lo spunto nel momento decisivo.
«Per quanto riguarda la possibilità di avere un lavoro quando avranno smesso di correre, penso che sia una motivazione in più per i ragazzi. Possono dedicarsi a terminare lo studio, nel frattempo possono provare a diventare corridori, sapendo di avere una possibilità in quell’azienda così grande».
Fasi di lavorazione. I corridori del Sissio Team si sono resi conto di cosa ci sia dietro i capi che vestono in garaFasi di lavorazione. I corridori del Sissio Team si sono resi conto di cosa ci sia dietro i capi che vestono in gara
«Non ho il preparatore – prosegue Toffali – non ho il mental coach, me ne occupo io. Dobbiamo essere pronti a tutto, ma nello stesso tempo bisogna essere consapevoli che più il tempo passa e più lo spiraglio per passare diventa piccolo. Questo è il ciclismo moderno. Al primo anno da U23 hai la maturità e fino al 30 giugno non ci sei, nonostante dei ragazzi di primo anno riescano a fare risultato. Ma un secondo anno under, che ha 20 anni, se non si mette in mostra e non dimostra che riesce a vincere, rischia di essere già considerato vecchio. Questo ai ragazzi lo dico e gli ricordo sempre che bisogna essere mentalizzati anche in proiezione futura».
Loro come reagiscono: fanno scongiuri e non ci pensano?
Esatto, come tutti fanno le corna e toccano ferro. I ragazzi ci credono, nonostante queste negatività. Le chiamo così, perché non sono difficoltà, sono delle vere negatività. Credono ciecamente nella possibilità di arrivare al loro obiettivo ed è giusto che sia così, altrimenti certi sacrifici non li fai. Sono ragazzini discreti, hanno delle qualità e la possibilità di fare qualcosa. Sono intelligenti, capiscono le cose, ma bisogna ricordargli il motivo per cui corrono. Va bene avere il sogno nel cassetto di passare, ma serve anche impegnarsi a fondo per arrivarci. I risultati li facciamo anche noi.
Il plotter stampa le grafiche delle maglie. Qui nascono anche i capi di brand molto conosciuti Il plotter stampa le grafiche delle maglie. Qui nascono anche i capi di brand molto conosciuti
Come si inserisce in tutto questo la collaborazione con Nalini?
Nalini è un’azienda leader e ci ha proposto un progetto unico che abbiamo sposato. Ci hanno offerto la possibilità testare dei tessuti incredibilmente innovativi e nello stesso tempo come aziendacredono nel coinvolgimento dei giovani e degli ex ciclisti. Per cui la visita in azienda è stata per loro illuminante.
Li hai visti interessati?
Quando siamo usciti, abbiamo fatto un briefing nel nostro piccolo ritiro, ragionando e parlando. I ragazzi sono stati entusiasti di quello che hanno visto, soprattutto non tutti immaginavano cosa ci sia dietro le maglie e i capi che indossano. Fra loro già adesso qualcuno è più portato per lo studio. Non perché creda di non potercela fare, ma perché riconosce valore all’istruzione e quindi ha apprezzato moltissimo la proposta dell’azienda. Hanno visto una possibile realizzazione. Nessuno ha gettato la spugna, tutti quanti sono stati entusiasti, ma 3-4 si sono illuminati nel valutare questa possibilità alternativa. Siamo onesti: una volta le possibilità fra passare o smettere erano 50 e 50, ora sono 95 e 5 per cento. Alcuni si sono resi conto che se non riescono a ottenere quel 5 per cento, per la nostra squadretta c’è una grande possibilità in Nalini. Posso aggiungere una cosa?
C’è tanta tecnologia dietro ogni lavorazione nell’abbigliamento ciclistico, dai fili ai tessutiC’è tanta tecnologia dietro ogni lavorazione nell’abbigliamento ciclistico, dai fili ai tessuti
Ci mancherebbe…
Mi permetto: quante squadre, non solo a livello italiano, possono dare ai propri ragazzi un futuro di proiezione nel mondo del lavoro? Il Sissio Team, grazie a Nalini, può farlo e secondo me questo fa la differenza su tutto il resto. Per questo devo ringraziare Claudio Mantovani che è il titolare e Giuseppe Bovo che ha avuto questo tipo di visione. I ragazzi sono alla ripresa degli allenamenti. Ho dei primi anni interessanti e fra gli altri, tre o quattro sono iscritti all’Università online, in modo da potersi dedicare bene allo sport. Non hanno l’obbligo della frequenza e nelle settimane da ottobre a febbraio riescono a dare i 4-5 esami necessari.
I devo team, le possibilità di passare che si riducono, quanto è difficile farsi largo per le squadre come il Sissio Team?
A me sta più che bene che esistano i devo team. Capisco che le WorldTour vogliano prendere i migliori cinque juniores italiani, belgi, francesi, di ogni Paese nel mondo. Per cui ragioniamo di queste 15 squadre da 10 corridori, che formano un gruppo di 150. Per quanto mi riguarda, devono fare un calendario solo loro. Gare internazionali o professionistiche di seconda schiera, in cui si permette a questi ragazzi di maturare e crescere nel mondo del professionismo. Non devono correre in mezzo a noi.
Marco Toffali si gode la vittoria di Cordioli a Volta Mantovana (foto Sissio Team)Marco Toffali si gode la vittoria di Cordioli a Volta Mantovana (foto Sissio Team)
Perché?
Non puoi prendere un ragazzino di 18 anni, prepararlo atleticamente nel mondo WorldTour, dargli i materiali, la mentalità, i concetti, i preparatori, i biomeccanici degli squadroni e poi farlo correre contro un Marco Toffali che lotta per dargli una bicicletta e farli correre. Non ci sono differenze fisiche o di motore fra un ragazzo della devo e uno del Sissio Team, c’è il contesto in cui li fanno lavorare che è ìmpari. E’ questo che fa la differenza e non è giusto. E’ logico che ci mettano in difficoltà quando gareggiamo con loro, come quando le World Tour vanno a correre al Giro d’Abruzzo o alla Coppi e Bartali in mezzo alle continental. Ma gli organizzatori non vogliono farne a meno. alla fine è un cane che si morde la coda. E la sensazione è che chi decide non farà mai un passo per scontentare questi squadroni che più di noi hanno soprattutto dei gran soldi.
Non era mai accaduto che un corridore della Novo Nordisk lasciasse il team americano per approdare in un’altra squadra professionistica, nel caso specifico l’Unibet. Perché parliamo di un team, quello a stelle e strisce, con una peculiarità unica: tutti i suoi componenti sono diabetici. Il team è diventato negli anni un vessillo di come si possa fare sport di alto livello anche in presenza di questa patologia, prendendo le giuste precauzioni. Ma Matyas Kopecky ha rotto gli schemi.
Matyas, a destra, con suo fratello Tomas, anche lui approdato all’Unibet Rose RocketsMatyas con la maglia Unibet il giorno della firma. Con lui approda nel team anche suo fratello Tomas
Un primato destinato a restare nel tempo
Il corridore ceco ha scelto un’altra strada in piena consapevolezza. Un cambio di team che sarebbe qualcosa di comunissimo, ma che nel suo caso ha destato molto clamore. In partenza per il primo ritiro spagnolo con la formazione francese, Kopecky (che è solo omonimo dell’ex campionessa mondiale Lotte: «Il nostro è un cognome comune in Cechia e sicuramente Lotte ha origini di famiglia dalle mie parti») non ha avuto timore nell’affrontare un argomento che spesso è ancora oggetto di pregiudizi.
«Ho iniziato ad andare in bici grazie a mio padre e mio fratello. Da giovani praticavamo sempre ciclocross, a un livello piuttosto alto nella categoria juniores. Ho anche gareggiato in Coppa del Mondo e mio fratello Tomas è anche salito sul podio ai Campionati del Mondo. Quando ero al secondo anno da juniores, ho iniziato a concentrarmi di più sulla strada e al primo anno da U23 ho firmato per la Novo Nordisk. Questo significava che mi sarei concentrato completamente sulla strada e ho dovuto lasciare un po’ da parte il ciclocross».
Per Kopecky ben 63 giorni di gara nel 2025, con 25 Top 10, portando tanti punti alla causa del teamPer Kopecky ben 63 giorni di gara nel 2025, con 25 Top 10, portando tanti punti alla causa del team
Qual è il tuo rapporto con il diabete e com’era nei primi anni?
Ovviamente, quando te lo dicono in ospedale, non è bello ricevere questa diagnosi. Ma io l’ho sempre presa alla leggera e ho cercato di gestirla nel miglior modo possibile. Non l’ho mai visto come un grosso problema o una questione importante. Di certo è qualcosa di cui tutti nella nostra squadra dobbiamo occuparci e richiede molta concentrazione e attenzione. Ma ci si abitua. Se si gestisce bene, il diabete non è qualcosa che influisce così tanto come si pensa, per me, è normalissimo.
Quanto supporto hai trovato dal team Novo Nordisk?
Davvero grande. Tutti, i corridori, lo staff, la dirigenza del team, tutti sanno cosa significa essere un corridore con il diabete e che cosa comporta. Quindi è di grande aiuto il fatto che, in ogni situazione, la squadra sappia cosa sta succedendo e ci sia sempre un medico alle gare. Ma non parlerei solo del diabete, anche per quanto riguarda le prestazioni e il ciclismo penso che la squadra mi abbia dato davvero tanto supporto fin dal primo giorno in cui mi sono unito a loro. Hanno persino adattato un po’ di più il programma di gare alle mie caratteristiche.
Sfida a due per il titolo nazionale. La spunta Vacek, ma la prestazione di Kopecky non passa inosservata (foto Instagram)Sfida a due per il titolo nazionale. La spunta Vacek, ma la prestazione di Kopecky non passa inosservata (foto Instagram)
Tu sei il primo corridore che lascia la Novo per passare a un altro team: come gestirai la tua patologia?
Sì, è un momento importante nella storia del team, me lo hanno detto e sono stati molto contenti per questa opportunità. Ma per me, in termini di gestione del diabete, non cambierà molto perché alla Novo Nordisk mi prendevo cura di me stesso. Ho imparato tutto quel che serve, cerco di fare tutto da solo il più possibile. Potremmo non avere un medico a ogni gara e questo ovviamente cambia perché la sensazione di avere un medico con te in gara che sa tutto delle tue condizioni, dà una sensazione di grande sicurezza e questo cambierà. Ma ho già parlato di questo con l’Unibet, sanno bene della mia condizione e anche loro mi hanno supportato molto. Sono di mentalità aperta al riguardo e anche di aiuto. Io però mi sono sempre impegnato a non dipendere da altre persone con questo problema.
Quanto pensi possa essere importante il tuo esempio per chi ha il diabete e vuole fare sport, in particolare nel tuo Paese?
Posso dirti che quasi a ogni gara vedo persone che vengono sul nostro pullman e ci vengono a trovare. Tutti ci dicono che è davvero bello che questa squadra esista e che siamo una grande fonte di ispirazione per tutti loro. Ci raccontano le loro esperienze, siamo un’ispirazione. Facendo quello che facciamo, motiviamo molte persone, portiamo molta speranza a chi viene diagnosticata la malattia e che non sanno se possono continuare a praticare sport. Si rendono conto che la loro vita non è completamente distrutta. Io stesso ho avuto esempi di persone che vengono da me e mi dicono che quello che stiamo facendo è davvero straordinario. Quindi è davvero importante, non solo nel mio Paese, ma in tutto il mondo ed è ciò che mi rende più orgoglioso.
Ben 3 successi nella classifica dei giovani nelle corse a tappe. E’ questo che ha convinto l’UnibetBen 3 successi nella classifica dei giovani nelle corse a tappe. E’ questo che ha convinto l’Unibet
Sei soddisfatto della tua stagione?
Sono davvero contento, perché ho fatto un altro grande passo. Volevo vincere una gara, ma so che questo non è facile. Il ciclismo è uno sport molto duro e avrei davvero voluto regalare una vittoria alla Novo Nordisk prima di andarmene, ma se si guarda alla mia costanza, ai punti UCI, ai risultati nelle gare importanti, penso che per uno che ha 22 anni, sia stato un buon lavoro e voglio solo continuare a costruire su questo e continuare a crescere. E’ importante guardare il quadro generale e considerare i progressi che ho fatto nel corso delle stagioni.
Come sei approdato all’Unibet Rose e perché hai scelto di cambiare?
Mi avevano adocchiato già da quasi tre anni. Hanno continuato a osservarmi, a rimanere in contatto. Ho sentito davvero che erano una squadra che mi voleva e penso che tutto il mondo del ciclismo possa vedere che è una squadra un po’ diversa da tutte le altre. Ha una mentalità un po’ diversa e anche per questo sta crescendo davvero velocemente. Penso che possa adattarsi al mio livello di prestazioni, ma la cosa che mi piace è che sono davvero disposti a crescere e hanno preso corridori importanti per il prossimo anno perché vogliono progredire molto. Penso che sia il momento giusto per salire a bordo e andare con loro perché sono davvero a caccia di grandi corse e penso che sia un buon abbinamento.
Kopecky ha scoperto di avere il diabete da adolescente, ma non ha mai smesso di fare sport (foto Instagram)Kopecky ha scoperto di avere il diabete da adolescente, ma non ha mai smesso di fare sport (foto Instagram)
Quali sono i tuoi obiettivi per il prossimo anno?
Penso che il mio obiettivo generale più grande sarà quello di essere in evidenza nella stagione delle classiche. E’ ciò che si adatta meglio alle mie caratteristiche. E spero di essere bravo soprattutto alla Parigi-Roubaix. E’ davvero la mia grande corsa dei sogni, essere protagonista lì sarebbe fenomenale, ma fare davvero bene lì a livello di risultato sarebbe ancora più pazzesco. Spero solo di arrivare al velodromo di Roubaix ed essere davvero soddisfatto della gara che ho fatto.
Tra i vari team professional c’è anche la Novo Nordisk, la squadra la cui mission non è solo quella sportiva, ma anche divulgativa attorno allo sport di elite per atleti […]
Proprio così, Toon Aerts in sella alla Orbea Orca ha vinto il Campionato Europeo di ciclocross. Pur non avendo conferme ufficiali da Orbea, le immagini parlano piuttosto chiaramente. Il belga del Team Belgian Deschacht-Hens CX (alcuni atleti di questa squadra hanno un doppio tesseramento e sono legati al Team Lotto per le corse su strada) ha trionfato su una bici da strada, un prodotto con le sue linee classiche, minimale, una bici con un frame-kit dal peso ridotto.
Buona parte dei compagni di team utilizzano la gravel raceOrbea Terra Race, modello sviluppato dall’azienda basca per le competizioni sullo sterrato. Proviamo ad argomentare di nostro pugno la scelta tecnica.
Anche vista di fronte. La bici è una Orbea Orca (ri-adattata)Anche vista di fronte. La bici è una Orbea Orca (ri-adattata)
La Orbea usata da Toon Aerts
Le forme non mentono e l’impatto visivo recita in maniera lampante. Si tratta della Orca, modello utilizzato da molti atleti anche del Team Lotto, non solo per i grandi dislivelli. E’ difficile categorizzare la bici sotto il profilo del carbonio, ma potremmo dire che si tratta della top di gamma OMX. Cockpit non integrato OC Performance (sempre di casa Orbea) con stem in alluminio e piega molto classica (rotonda) in carbonio. Reggisella da 27,2 millimetri di diametro OC Performanceconarretramento zero. La trasmissione è Shimano Dura Ace, con doppio plateau anteriore (50-42) e cassetta posteriore (sembrerebbe) 11-30. Ruote firmate Icon per tubolari, questi ultimi Dugast.
Resta il dubbio per la forcellaabbinata al telaio. La sezione superiore della testa e dei foderi sono accostabili a quella normalmente in dotazione alla Orca “classica”, ma rispetto a quest’ultima c’è più luce per il passaggio della gomma ed una sorta di fazzoletto aggiunto dal lato opposto al disco. Potremmo giurare che la forcella montata sulla Orbea Orca di Toon Aerts sia quella che equipaggia la bici gravel Terra Race. Questo componente garantisce anche un passaggio più ampio dello pneumatico.
Eppure Aerts con la Orca ha già vinto nel circuito X2O (foto @yefrifotos/Deschacht – Group Hens – FSP CX Team)Il corridore belga forte anche nella sabbiaIn squadra si usa la Terra Race, che nasce per il gravel race (foto @yefrifotos/Deschacht – Group Hens – FSP CX Team)Eppure Aerts con la Orca ha già vinto nel circuito X2O (foto @yefrifotos/Deschacht – Group Hens – FSP CX Team)Il corridore belga forte anche nella sabbiaIn squadra si usa la Terra Race, che nasce per il gravel race (foto @yefrifotos/Deschacht – Group Hens – FSP CX Team)
Un occhio alle geometrie
Il neo campione europeo ha una statura notevole, sfiora il metro e novanta, oltre ad essere filiforme. Nonostante questo si nota per la sua posizione molto compatta una volta sulla bici e con un baricentro perfettamente in linea con il piantone. Non è un fattore secondario che, porta lo stesso atleta a prediligere bici con geometrie compatte, con un interasse ridotto. Inoltre Aerts è sempre stato performante sui tracciati impegnativi con dislivello, fangosi e sabbiosi, ma al tempo stesso è un atleta non troppo agile nell’indirizzare l’avantreno del mezzo. Una bici con un angolo anteriore “più dritto” (concettualmente) è più adatta ad un atleta con queste caratteristiche.
Qui si può spiegare (per lo meno in parte) la scelta di puntare su un frame-kit stradale, sicuramente più leggero, diretto e agile negli ingressi alle traiettorie strette, presumibilmente una XL (57). La Orbea stradale è più corta di quasi 4 centimetri ed ha un angolo dello sterzo di 73,2° invece di 71,5 di Terra Race. Significa per l’appunto una bici più corta, ma anche molto più diretta su tutto l’avantreno. Cambia ovviamente il valore di trail tra sterzo e terminale della forcella, grazie all’adozione della forcella gravel. Inoltre è da considerare che la Orbea Orca ha un drop del movimento centrale per nulla compresso, anzi è piuttosto elevato, fattore importante per un ciclocrossista nell’ottica di non urtare gli ostacoli.
Dalla Garmin in cui vinse il Giro con Hesjedal alla BMC per sei anni e poi al UAE Team Emirates del primo Tour vinto con Pogacar. Poi Allan Peiper ha dovuto affrontare la lotta contro il cancro. E adesso una nuova sfida lo porta alla Red Bull. E’ singolare seguire l’australiano che da anni fa base in Belgio nelle sue migrazioni. Il più delle volte a richiamarlo è stato il gusto per nuove sfide, ma probabilmente nella squadra numero uno al mondo per lui non c’erano più gli stessi spazi. Al contrario, l’offerta dei tedeschi di fare di lui lo stratega dietro le quinte, mettendo in gioco la sua capacità di plasmare il gruppo, lo ha stimolato.
«Sono molto entusiasta – ha detto appena la notizia è diventata ufficiale – di far parte di questo progetto. Red Bull-Bora-Hansgrohe ha fatto progressi impressionanti negli ultimi anni e vedo un grande potenziale per rafforzare ulteriormente questa struttura. Si tratta di vivere una visione sportiva chiara e trasformarla in prestazioni quotidiane: questo è ciò che mi motiva. Vincere il Tour con Tadej è stato sicuramente il momento più bello della mia vita. L’ho conosciuto che era un ragazzino, ma sempre molto equilibrato. Ancora oggi si sveglia la mattina con un sorriso ed era sempre felice. Dice “grazie”, “ciao”, non urla mai. Non sente la pressione di essere il leader, eppure ha l’atteggiamento giusto. Se penso a quella mattina della Planche des Belles Filles, alla vigilia della crono in cui avrebbe vinto il primo Tour, credo sapesse già che avrebbe concluso in giallo, ma non ne parla mai».
Allan Peiper è australiano, ha 65 anni. E’ stato alla UAE dal 2020 (foto Fizza/UAE Team Emirates)Allan Peiper è australiano, ha 65 anni. E’ stato alla UAE dal 2020 (foto Fizza/UAE Team Emirates)
Due ragazzini in Alta Saona
Quel giorno fu magico, ma davvero non ci fu nulla di improvvisato o imprevisto, se non il crollo di Roglic. Nel villaggio di Plancher les Mines, nell’Alta Saona, ricordano ancora quando in un giorno di luglio, davanti a una pensione ai piedi della salita, arrivò l’ammiraglia della UAE Emirates. La Grande Boucle si sarebbe corsa alla fine di agosto, nel calendario confuso ed elettrizzante nell’anno del Covid che a fine stagione avrebbe proposto il Giro in ottobre.
Ne scese proprio Peiper, che chiese all’anziana padrona se i due corridori che avevano appena provato la salita della Planche des Belles Filles potessero fare la doccia nella sua struttura. Erano due ragazzi di 21 anni: Pogacar e Bjerg. Quella salita sarebbe stato il teatro d’arrivo della penultima tappa del Tour, a capo di una crono di 36,2 chilometri con partenza da Lure. Era stato utile provarla e simulare una serie si situazioni di gara, a partire dal cambio della bici.
Sulla Planche des Belles Filles, provata e riprovata il mese prima, Pogacar visse un giorno perfetto. Uno dei suoi…Sulla Planche des Belles Filles, provata e riprovata il mese prima, Pogacar visse un giorno perfetto. Uno dei suoi…
Il viaggio di Peiper
Peiper c’era già stato a giugno, subito dopo la fine del lockdown. Era partito dal Belgio facendo quasi 600 chilometri. Diluviava, il tergicristallo non si era mai fermato. E se in un primo momento aveva dubitato della bontà dell’iniziativa, vista la salita si era reso conto che lì si sarebbe deciso il Tour. Nessun dubbio al riguardo.
Rimase per due giorni in quella zona. Fece la salita più di una volta, prendendo nota delle curve, dei cambi di pendenza, percorrendo a piedi gli ultimi metri in cui la pendenza passa al 20 per cento. E poi, non pago, la scalò anche in bicicletta rendendosi finalmente conto che quella tappa avrebbe cambiato la storia. Dopo i tanti giorni sulle grandi salite, passare nuovamente alla posizione da crono sarebbe stato un’incognita.
L’osservazione che aveva portato via con sé, custodendola con cura, riguardava il punto in cui cambiare la bici. Era chiaro infatti che non si potesse arrivare in cima con quella da crono. Sull’altimetria aveva individuato il punto giusto al chilometro 31,1: poco più di 5 chilometri dal traguardo. In quel punto in cui la velocità sarebbe scesa ai 15 all’ora e la bici da crono sarebbe diventata di difficile gestione. Lo segnalò a Gouvenou, direttore tecnico del Tour, e grazie alle sue segnalazioni le transenne di quell’area cambio vennero messe nel punto esatto da lui individuato.
Tour 2020, quello del Covid: intorno ai corridori con le mascherine. Qui Luke Maguire, addetto stampa UAETour 2020, quello del Covid: intorno ai corridori con le mascherine. Qui Luke Maguire, addetto stampa UAE
Cambio bici e pacco pignoni
Gestire un cambio bici come quello non è semplice, né semplice sarebbe stato scegliere la bici giusta. L’intuizione fu nuovamente di Peiper, che propose di montare sulla bicicletta di Pogacar una cassetta pignoni da juniores, una 19-25 a sei velocità, che avrebbero permesso di cambiare un solo dente alla volta, rispetto ai due delle cassette normali.
La salita era molto ripida, con tratti al 15 e anche 20 per cento e per gestirla non si potevano cambiare i rapporti bruscamente. La cambiata doveva essere fluida per mantenere la stessa cadenza e non mettere troppa pressione sulle gambe. Nel primo dei due giorni trascorsi sui Vosgi con Bjerg, Pogacar fece tre ricognizioni del percorso. Per il tratto di pianura invece avrebbe usato una monocorona anteriore da 58 denti senza deragliatore.
Si diceva della gestione del cambio bici, provato per almeno dieci volte dai due corridori. Fu l’intuizione del meccanico Vasile Morari a dare la svolta. Sarebbe stato Pogacar a portare la bici da crono verso l’ammiraglia, mentre lui gli avrebbe passato la bici da strada presa dal tetto dell’ammiraglia. Avrebbero così risparmiato il tempo del doppio passaggio del meccanico. Non è frequente assistere a simili prove e fu proprio Peiper a guidare le operazioni, puntando alla perfezione assoluta.
La resa di Roglic alla Planche des Belles Filles amplificò ancora di più la grande prova di PogacarLa resa di Roglic alla Planche des Belles Filles amplificò ancora di più la grande prova di Pogacar
In lacrime nel parcheggio
In corsa andò tutto alla perfezione e sappiamo tutti come finì la storia. Ci fu anche il tempo per assistere al crollo di Roglic. La Jumbo Visma sprofondò in una confusione pressoché totale. Non effettuarono il cambio bici nel cambio di pendenza indicato da Peiper, ma più avanti tra la gente, tanto che per un po’ si credette che la maglia gialla volesse arrivare in cima con la Cervélo da crono. E fu l’ammissione successiva di un tecnico a far trapelare la verità su quel casco scomposto sul suo capo: un modello usato quel giorno per la prima volta, più pesante del precedente, a causa del quale Roglic perse terreno e fiducia.
Dopo aver scherzato con Pogacar al mattino, mentre i meccanici preparavano la bici bianca per la tappa del giorno dopo, sul fatto che la squadra non credesse nella sua possibilità di vincere il Tour, Peiper si ritrovò a piangere nel parcheggio delle ammiraglie. Era incredulo. Aveva bisogno di tempo per capire, così rimase seduto per qualche minuto e poi andò alla macchina della Jumbo-Visma per esprimere la sua solidarietà.
La nuova sfida di Peiper riguarda Evenepoel: la cura dei dettagli lo porterà al livello di Pogacar e Vingegaard?La nuova sfida di Peiper riguarda Evenepoel: la cura dei dettagli lo porterà al livello di Pogacar e Vingegaard?
La sfida Evenepoel
La storia di Pogacar al Tour de France iniziò in quel modo indimenticabile, con la vittoria alla prima partecipazione. Peiper non sapeva ancora dei problemi di salute che avrebbe dovuto fronteggiare di lì a pochi mesi e che gli avrebbero impedito di seguire il secondo Tour del suo pupillo. Alla Red Bull, che sta facendo incetta di tecnici avendo allontanato quelli già vincenti che aveva in casa, è bastato saperlo in salute per offrirgli un incarico di grand importanza. Lavorerà accanto a Zak Dempster, preso dalla Ineos Grenadiers, e a Sven Vanthourenhout, l’ex tecnico della nazionale belga che ha ottenuto con Evenepoel le vittorie più belle. La prossima sfida di Peiper sarà proprio Remco. E un po’ di curiosità, dobbiamo ammetterlo, inizia a farsi largo.
Dopo la vittoria del Lombardia, abbiamo chiesto a Pogacar con quale criterio scelga i freni della sua Colnago. Comanda il peso, non ci sono altre regole
Finita la stagione è tempo di consuntivi e analizzando il ranking Uci emerge un’autentica sorpresa. Si parla sempre delle squadre del WorldTour, ma qual è la continental più in alta nella classifica? La vetta va all’ATT Investments, capace di chiudere al 32° posto, appena dietro alle nostre Professional VF Group Bardiani e Solution Tech-Vini Fantini e beffando gli italo-giapponesi del Team Ukyo a dispetto delle loro tante vittorie.
Otakar Fiala, a capo dello staff di direttori sportivi dell’ATT InvestmentsOtakar Fiala, a capo dello staff di direttori sportivi dell’ATT Investments
Un riferimento per l’Est europeo
Un successo che ha destato molta curiosità intorno al team di riferimento del ciclismo ceco, ma guardando il suo roster si scopre innanzitutto che la formazione fa un po’ da calamita per molti ciclisti di spessore di tutto l’Est europeo, quelli che per una ragione o per l’altra non sono riusciti a trovare spazio fra i professionisti o ne sono usciti. Un esempio? Barnabas Peak, l’ungherese che ha ritrovato l’attività nel finale di stagione grazie a loro e il prossimo anno rafforzerà la MBH Bank nel suo approdo fra le Professional.
Qual è la storia dell’ATT Investments? A raccontarla è il suo diesse Otakar Fiala: «La nostra squadra è stata fondata una decina di anni fa per supportare i giovani talenti della Repubblica Ceca e, nel tempo, anche dei Paesi limitrofi. A noi interessa riuscire a dare spazio ai giovani talenti per consentirgli di accumulare esperienza e approcciarsi nella maniera migliore alle categorie maggiori. Vogliamo lanciare la loro carriera, per questo li facciamo gareggiare in tutta Europa, per confrontarsi con quelli che un domani potranno essere i loro compagni di squadra».
La squadra boema ha iniziato la sua attività nel 2014 ed è continental dal 2020La squadra boema ha iniziato la sua attività nel 2014 ed è continental dal 2020
Vi aspettavate di diventare la migliore squadra continental della stagione? Era questo il vostro obiettivo?
Il nostro obiettivo principale era vincere lo Europe Tour. Il fatto che siamo riusciti a concludere la stagione come prima squadra Continental in assoluto è un grande riconoscimento del nostro lavoro in prospettiva. Noi siamo approdati a questa categoria nel 2020, è stato un passo importante che conferma come sin dall’inizio abbiamo sempre lavorato con obiettivi a lungo termine. Per noi questo primato è la conferma che ci stiamo muovendo nella giusta direzione.
Il vostro roster è composto esclusivamente da corridori dell’Europa orientale: è stata una decisione intenzionale?
Sì, fa proprio parte del DNA del nostro team. I nostri corridori provengono in principal modo dalla Repubblica Ceca e dai Paesi limitrofi, dove nel corso degli anni abbiamo costruito una solida rete di contatti e una profonda conoscenza del contesto locale. E’ importante per noi, come spiegato, essere un trampolino versi i grandi team, possibilmente del WorldTour. Diciamo che possiamo essere una valida alternativa ai devo team, a maggior ragione ora con il prestigio derivante dai nostri risultati.
Alcuni ragazzi del team per il 2026 durante il primo raduno svolto la scorsa settimana con passeggiate nei boschiAlcuni ragazzi del team per il 2026 durante il primo raduno svolto la scorsa settimana con passeggiate nei boschi
Quanto è importante il vostro lavoro per lo sviluppo del ciclismo ceco e qual è il vostro rapporto con la federazione nazionale?
Siamo un importante ponte tra le categorie juniores ed élite. Un punto focale della nostra attività è dare ai giovani ciclisti l’opportunità di continuare a crescere rimanendo nel loro ambiente di origine pur uscendo dalla loro “comfort zone” attraverso un’attività internazionale di alto livello. Collaboriamo con la Federazione Ciclistica Ceca principalmente attraverso progetti per le squadre nazionali.
Quali sono stati i momenti salienti della vostra stagione?
E’ stata una stagione esaltante, nella quale abbiamo portato a casa qualcosa come 26 vittorie nel calendario UCI, non solo nell’Est europeo visto che abbiamo avuto due successi di Marcin Budzinsky in Grecia e due di Marceli Boguslawski al Tour du Loir et Cher. In generale il fiore all’occhiello è stato però il successo nello Europe Tour e la conquista del Campionato Nazionale Ceco nella gara a cronometro con Jan Bittner, erano due obiettivi che ci eravamo posti a inizio stagione.
Il polacco Marceli Boguslawski, vincitore della Course Cycliste de Solidarnosc nel suo PaeseIl polacco Marceli Boguslawski, vincitore della Course Cycliste de Solidarnosc nel suo Paese
Avete un team junior o di sviluppo a cui siete collegati?
Non ancora. Tuttavia, non escludiamo di crearne uno in futuro: un passo del genere però comporta dei cambiamenti e dei profondi investimenti. Noi lavoriamo sul lungo periodo, una scelta del genere dipenderebbe naturalmente da un potenziale passaggio del nostro team alla categoria Professional.
Quali dei vostri corridori ha il potenziale per raggiungere livelli più alti?
Abbiamo diversi corridori con i parametri giusti per raggiungere il livello superiore e mi tengo basso non citando il WT, ma bisogna sempre considerare che lo sviluppo di ogni atleta è individuale. Non vorrei nominare qualcuno in particolare. In generale, se un corridore lavora con sistematicità, il successo arriverà prima o poi, e qualcuno se ne accorgerà, questa è sempre stata una nostra convinzione.
Marcin Budzinsky ha raccolto successi in Grecia, Slovenia e Austria. Nel 2026 sarà all’MBH BankMarcin Budzinsky ha raccolto successi in Grecia, Slovenia e Austria. Nel 2026 sarà all’MBH Bank
State pianificando di salire di categoria con i vostri sponsor?
La possibilità di passare alla categoria ProTeam rimane aperta per il futuro, ma devono essere soddisfatte alcune condizioni, principalmente la stabilità finanziaria e un livello di qualità sportiva sufficiente tra i nostri corridori. Noi intanto ci strutturiamo per essere pronti, abbiamo uno staff con 4 diesse al mio fianco fra cui anche Juraj Sagan, che ha una grande esperienza diretta nel WorldTour, personale e tramite il fratello.
Quali obiettivi vi siete prefissati per il 2026?
A questo punto non possiamo tirarci indietro: confermarsi è sempre più difficile della prima volta, quindi vogliamo difendere il nostro titolo di miglior squadra Continental e vincere nuovamente il campionato nazionale ceco, magari nella corsa su strada. Ma vedere qualche nostro atleta approdare in un grande team sarebbe anch’esso una grande vittoria.
DT Swiss ARC 1100 Dicut 55, c’è molto oltre ad un nome che è diventato iconico. Il cerchio è più alto con i suoi 55 millimetri (in precedenza era 50), il canale si è allargato a 22 (larghezza totale 28) e la raggiatura è differente rispetto alla versione precedente. Ma c’è dell’altro.
Questa famiglia di ARC è la prima completamente sviluppata per poter alloggiare gli pneumatici larghi (tendenza sempre più attuale e sposata da molti) con design aerodinamico. Il nostro test kit prevede il tubeless Continental Aero111 da 29 per la ruota davanti, un classico GP5000TR da 30 per quella posteriore. Perché il doppio test? Perché la prova si è sviluppata con un setting diverso: due prove ben distinte tra loro, ovvero con il binomio pneumatici tubeless con camera d’aria in TPU, per poi passare alla configurazione tubeless (senza camera).
Nel complesso, un profilo da 55 tanto agile e molto guidabile ovunqueNel complesso, un profilo da 55 tanto agile e molto guidabile ovunque
La base di partenza
Per la nostra prova abbiamo utilizzato principalmente la BMC Teammachine SLR01 e la Drali Iridio. Una bici più leggera con vocazione alla salita, una più aero oriented.
Ad ogni sessione di test abbiamo rilevato e tenuto da parte i dati per noi di interesse. I numeri relativi ai pesi (delle ruote): 2,2 chilogrammi (netti) rilevati con le camere in TPU, ricordando le sezioni generose degli pneumatici, 29 e 30, rispettivamente per anteriore e posteriore. Il set di ruote è stato fornito con gli pneumatici e le camere d’aria montate. Il prezzo di listino per il set completo è di 2.799,80 euro.
Provate anche sulla Drali IridioContinental davanti sviluppato con Swiss SideLo pneumatico anteriore è perfetto a 29La gomma dietro li allarga a 31 millimetriProvate anche sulla Drali IridioContinental davanti sviluppato con Swiss SideLo pneumatico anteriore è perfetto a 29La gomma dietro li allarga a 31 millimetri
Un cenno ai tubeless Continental
Il GP5000TR non ha bisogno di presentazioni, anche se la sezione da 30 deve essere ancora completamente “digerita” dall’utente medio (e dal mercato). Il focus principale è verso il tubeless anteriore. Aero111 da 29 è prodotto da Continental e disegnato da Swiss Side: pneumatico che ha l’obiettivo primario di essere efficiente in fatto di aerodinamica estremizzata. E’ rotondo, non prevede ribs ed intagli, ma ha dei piccoli incavi quadrati.
In fatto di performance mostra un’eccellente stabilità e scorrevolezza quando l’asfalto è asciutto, meno con il bagnato. E’ una gomma piuttosto dura, con risposte secche e dirette, con e senza camera. Misurata sul cerchio mantiene perfettamente la larghezza da 29, mentre la GP5000 sul posteriore spancia di 1 millimetro (si allarga a 31).
Disegno Dicut, ma con livrea lucida/cromataSempre meccanica Rachet EXP per il mozzo dietroUn semplice gesto per cambiare il corpettoDisegno Dicut, ma con livrea lucida/cromataSempre meccanica Rachet EXP per il mozzo dietroUn semplice gesto per cambiare il corpetto
Le pressioni utilizzate
Il range di pressioni utilizzato. Per l’anteriore con camera d’aria siamo arrivati fino a 5,8 atmosfere (tanto, ma è pur vero che il binomio regge davvero bene), identificando a 5,5 il compromesso ottimale. 5/5,2 atmosfere in configurazione tubeless. Sulla posteriore ci siamo spinti fino a 6 con la camera (tantissimo, forse troppo, ma è pur vero che siamo andati alla ricerca di una sorta di limite).
Il compromesso giusto per noi è5,2/5,4 con il setting tubeless, per un peso di 66 chilogrammi, con la preferenza di risposte molto secche e dirette da parte di ruote/gomme. Si può scendere fino a 5 atmosfere in tutta tranquillità, sacrificando poco o nulla in termini di resa tecnica. In questi casi è sempre bene considerare le preferenze (soggettive) legate alla guida e alla percezione delle risposte che arrivano dagli pneumatici.
Un bel grazie a chi ci supporta in questi test, che richiedono un impegno temporale non banaleUn bel grazie a chi ci supporta in questi test, che richiedono un impegno temporale non banale
Il test con le camere d’aria in TPU
Abbiamo rilevato un peso di 2.690 grammi (inclusi i pignoni 11/30 Ultegra ed i dischi 160/140 Ultegra). Percorso di 10 chilometri (prevalentemente pianeggiante) a 300 watt medi, tratto eseguito in 15 minuti e 39 secondi ad una velocità media di 38,4 chilometri orari.
Le DT Swiss csenza camere
E’ stato rilevato un peso di 2.715 grammi (25 in più rispetto alle camere d’aria) e da sottolineare l’aggiunta di 40 cc di liquido anti-foratura per ogni ruota. Stesso percorso e partenza da fermo. Tempo rilevato 15 minuti e 33 secondi ad un media di 38,6 chilometri orari. 6 secondi in meno rispetto alla configurazione con le camere in TPU.
A confronto le ARC 38 e le nuove 55A confronto le ARC 38 e le nuove 55
In salita, il confronto con le ARC 38
Considerando la resa tecnica ottimale anche quando la strada sale, ecco la domanda che ci siamo posti: «Perché non fare un confronto con le ARC 38?». Ecco fatto. Salita di 4,87 chilometri con un dislivello positivo di 225 metri ed alcuni tratti oltre il 10%. La stessa salita prevede una tratto di 300 metri circa di discesa, dove ai fini della prestazione è fondamentale non perdere troppa velocità. In entrambe le prove abbiamo tenuto un riferimento di 285 watt medi.
Con le 38 abbiamo percorso l’ascesa in 13 minuti e 11 secondi, alla velocità media di 22,3. Il peso della bici (pronta per il test, tutto incluso) è di 6,85 chilogrammi. Con le DT Swiss ARC da 55 millimetri abbiamo percorso la stessa salita con il medesimo tempo, medesima velocità media ed il peso rilevato della bici è di 7,05 chili (200 grammi in più delle ARC 38). Tra le due prove è cambiata leggermente (3 watt, ininfluente) la potenza normalizzata, che è stata maggiore durante l’utilizzo delle 55. Le ARC con il cerchio più alto perdono qualcosa èsui tratti più ripidi, ma sono nettamente più veloci quando la pendenza è in intorno al 5/7% e dove la strada permette di fare velocità.
La “nuova” forma del cerchio da 55Come da tradizione, cerchi DT Swiss con impresse tante info necessarie ed utiliLa “nuova” forma del cerchio da 55Come da tradizione, cerchi DT Swiss con impresse tante info necessarie ed utili
In conclusione
Mai ci saremmo aspettati di utilizzare una ruota da 55 millimetri di altezza al pari di all-round stradale, sul piatto, vallonato e anche in salita con la massima gratificazione. La nuova ARC resta un prodotto spinto verso l’agonismo, ma capace di regalare delle ottime sensazioni in termini di comfort funzionale alla resa tecnica (che non significa comoda), gestione anche sul lungo periodo, adattabilità, ma soprattutto in fatto di guidabilità. Guidabilità che è decisamente superiore al modello 50 precedente.
L’avantreno non è “appesantito” da una ruota che vuole “comandare a tutti i costi”, anzi, a tratti sembra di guidare con la versione ARC da 38. La rinnovata famiglia DT Swiss ARC è l’esempio lampante di quanto sono evolute e diventate più “facili” le ruote con il cerchio alto.
Qualche giorno fa abbiamo parlato di Benoit Cosnefroy e del suo passaggio alla UAE Emirates. Ripartendo proprio da questo pezzo e dai suoi contenuti, oggi ritorniamo sul francese e lo facciamo con Mauro Gianetti, CEO della squadra numero uno al mondo.
In particolare ci ha colpito una frase di Cosnefroy: «Quando Mauro Gianetti mi ha presentato il progetto, ho capito che questa squadra era la sfida ideale per me in questa fase della mia carriera». Perché dunque la nuova squadra sarebbe così ideale per l’ex Decathlon-Ag2R?
Mauro Gianetti durante uno dei meeting negli UAE (foto Instagram)Mauro Gianetti durante uno dei meeting negli UAE (foto Instagram)
Mauro, partiamo dall’arrivo proprio di Cosnefroy da voi: come è andata? L’avete cercato voi?
In realtà è stato il suo agente a contattarci dicendoci che era libero e che avrebbe avuto piacere di correre con noi. A quel punto noi gli abbiamo chiesto cosa venisse a fare da noi, cosa si aspettasse e la sua risposta è stata importante.
Quale è stata?
Correre con voi mi renderebbe motivatissimo. Io sono francese, ma non ho la pretesa o il pallino del Tour de France. Io voglio stare nella squadra numero uno al mondo per crescere come atleta, per cercare di fare tutto al meglio come hanno fatto tutti i corridori che sono approdati in UAE Team Emirates. Tanto più che vengo da un anno difficile e ho voglia di rialzarmi. So che voi potete darmi il supporto tecnico necessario per il mio miglioramento e io sono pronto a dare una mano. E se poi dimostrerò di avere le qualità necessarie e ci saranno percorsi giusti sarei pronto a dire la mia.
Però! Fossero tutti così…
Veramente! Subito si è mostrato con qualità umane non da poco. E questo l’ho apprezzato.
Già lo avete avuto con voi?
Sì, nei giorni che abbiamo passato negli Emirati Arabi Uniti. Era felicissimo, sereno e convinto della scelta fatta e di trovarsi in questo ambiente. Si è subito integrato, ma devo dire che questo è anche facile nel nostro gruppo.
Lo scorso anno Cosnefroy ha vinto la Freccia del Brabante. Il francese ama molto certe classicheLo scorso anno Cosnefroy ha vinto la Freccia del Brabante. Il francese ama molto certe classiche
Perché?
Perché come dico spesso siamo davvero amici. Quello della UAE Team Emirates è un gruppo aperto, internazionale e caloroso. Benoit l’ho visto bello brillante, sciolto nel parlare con gli altri. E per me si è anche divertito. Dai, sono fiducioso. Era beato tra i compagni. Mi sembra sia stato un bell’acquisto.
E invece, Mauro, da un punto di vista tecnico di che atleta parliamo? E come s’inserisce nella vostra rosa?
E’ un corridore che in qualche modo va a sostituire Alessandro Covi: un corridore che ogni squadra vorrebbe avere, in quanto sa aiutare ma sa anche vincere. Sa prendersi le sue responsabilità a prescindere dal ruolo che gli si dà. Un atleta così può andare bene sia per le gare di un giorno che per quelle di una settimana. Sa scattare, sa andare in fuga e cosa importantissima sa svolgere lavori ad alta intensità, ovviamente nei percorsi accidentati o su salite fino a 10-15 minuti.
Avete già definito già il suo programma?
No, per adesso c’è stato solo questo incontro. I programmi li faremo poi con Matxin a dicembre.
Cosnefroy vuole crescere, anche tecnicamente: ha già fatto qualcosa sul piano tecnico?
E’ già venuto al nostro service course. Per ora siamo partiti con un approccio soft, nel senso che abbiamo riportato le misure che aveva sulla vecchia bici e le abbiamo adattate sulle Colnago, ma qualche piccola modifica alla posizione l’abbiamo già fatta. Il resto lo faremo col tempo.
Cosnefroy durante un live sui social con il suo fans clubCosnefroy durante un live sui social con il suo fans club
Un corridore vivo
L’idea che un corridore, come dice Cosnefroy, voglia continuare a crescere, sperimentare, migliorare vuol dire che è ancora attivo. E’ mentalmente sul pezzo. Probabilmente soprattutto all’inizio sarà utilizzato in supporto. La UAE Emirates è infarcita di campioni ed è comprensibile che ci siano un certo inserimento e, perché no, anche delle gerarchie. Ma ciò non toglie il fatto che se Benoit dovesse andare forte, non esiterebbe ad avere più spazio. In questi anni la UAE si è sempre mostrata molto propensa a lasciare spazio a chi andava forte e a rotazione tutti hanno avuto le loro chance.
Tra l’altro si è proposto con umiltà. Ha ribadito persino al suo fans club di non pretendere di essere al Tour e che anzi, quasi certamente, non ci sarà.
«I miei infortuni hanno complicato il mercato – ha detto Cosnefroy al giornale locale di casa sua, La Presse de la Manche – ma era l’ultima spiaggia per rimanere ai massimi livelli». Questa grinta è ciò che lo rende vivo e giovane nonostante la prossima stagione lo vedrà andare per i 31 anni.
L'assunzione massiccia di carboidrati di cui tanto si parla passa necessariamente per una fase di allenamento dell'intestino: il cosiddetto "gut training"