Manubri e crono: la riforma Rogers riletta con Pinotti

11.03.2023
5 min
Salva

Durante l’inverno parecchi atleti di taglia alta, fra cui Kung (foto di apertura) e Ganna, hanno dovuto rimettere mano alla posizione da crono. La riscrittura del regolamento tecnico da parte dell’UCI ha infatti permesso a diversi corridori di ottenere una miglior posizione aerodinamica. Redditizia almeno quanto quella degli atleti più bassi. Il grosso problema infatti lo avevano quelli alti fra 1,80 e 1,90 e la rilettura delle regole da parte di Michael Rogers ha in parte sanato il difetto. Lo sa bene Marco Pinotti, con cui abbiamo provato a sviscerare l’argomento.

Marco Pinotti è uno dei tecnici del Team Jayco AlUla, con un occhio in più per le crono
Marco Pinotti è uno dei tecnici del Team Jayco AlUla, con un occhio in più per le crono

Il punto con Pinotti

Il bergamasco ha seguito la storia con interesse, avendo sotto mano i cronoman del Team Jayco-AlUla. E dato che alle squadre le novità sono arrivate prima che fossero ufficializzate, il lavoro di revisione è iniziato da dicembre.

«La sensazione che ho avuto io – spiega Pinotti – è che il cambiamento ci sia stato da quando Michael Rogers ha preso in carico questo settore. Mi pare che stia mettendo un po’ di ordine, portando l’esperienza da corridore e quelle che sono le esigenze degli atleti. La regola di prima penalizzava proprio la categoria da 180-190, soprattutto i corridori alti da 185 a 190. Hanno creato una categoria intermedia e come interpretazione mi pare corretta».

Durbridge è alto 1,87 e grazie alle nuove regole riesce a essere più aerodinamico
Durbridge è alto 1,87 e grazie alle nuove regole riesce a essere più aerodinamico

Tre categorie

L’UCI ha diviso il gruppo in categorie determinate dall’altezza: Categoria 1 fino a 179,9; Categoria 2 fino a 189,9; Categoria 3 oltre 190. Per ciascuna di esse ha poi riscritto le misure della bicicletta da cronometro.

Per quelli più alti di 190 centimetri ha disposto che la distanza fra la punta della sella e quella delle protesi possa arrivare fino a 850 millimetri e che la punta delle stesse protesi possa innalzarsi fino a 140 millimetri rispetto al piano orizzontale.

I ciclisti alti fino a 1,79 possono arrivare a 800 millimetri di lunghezza e altezza di 100.

Quelli fino a 189,9 avranno invece il limite di lunghezza a 830 millimetri e altezza di 120 millimetri.

In questo modo Ganna, che grazie alla nuova posizione ha appena vinto la crono della Tirreno-Adriatico, ha potuto inclinare le protesi di 30° rispetto all’orizzontale (nel 2022 il massimo consentito era invece di 15°). Di conseguenza, Pippo ha potuto allungarsi e contemporaneamente chiudere lo spazio fra mani e testa

«Sapevamo già di questa modifica a giugno – spiega Pinotti – ma è stata annunciata tardi. Abbiamo saputo da dicembre del cambio di inclinazione da 15 a 30 gradi e a dicembre abbiamo potuto metterci mano. Intendiamoci, quei 15° non incidono tantissimo, però ad esempio consenti a quelli più alti di arrivare con le punte del manubrio a 140 di altezza senza bisogno di allungarsi per forza fino a 85. L’obiettivo è chiudere al meglio la superficie fra le mani, la testa e il tronco. Che è un po’ la posizione che portò Landis per la prima volta nel giro di California 2006 e poi Leipheimer. Diciamo che i veri precursori di quel tipo di filosofia sono loro due, secondo me. Ma adesso quelli che sono vicini al limite, tipo quelli alti 1,88, hanno la possibilità di stare bene in bici. Prima invece erano tanto penalizzati».

Dai poggioli al manubrio

Fra i cambiamenti dettati dall’UCI, è stata regolamentata anche la distanza fra i poggioli per gli avambracci e la punta delle protesi: minimo 180 millimetri. Non è un caso che nessuno vi poggi ormai i gomiti, ma siano diventati punto di contatto per gli avambracci.

Fu Landis al California del 2006 a inclinare le protesi marcatamente verso l’alto
Fu Landis al California del 2006 a inclinare le protesi marcatamente verso l’alto

«La vera differenza per i più alti – conferma Pinotti – è la variazione nella distanza fra l’appoggio dei gomiti e la fine del manubrio. Diciamo che forse per Ganna, che ha inclinato di più le protesi, non è cambiato molto, perché lui aveva già intelligentemente messo gli appoggi molto alti. Adesso c’è un limite anche lì, visto che oggi devono stare almeno a 18 centimetri. Nella nostra squadra, Sobrero non ha dovuto rivedere nulla. Invece è toccato a Durbridge, Scotson, Hamilton…

«A dicembre, i medici hanno raccolto le misure dei corridori e sono state messe in un modulo. L’ho firmato io e l’ha firmato il medico. Poi è stato mandato all’UCI, affinché alla verifica delle misure della bici, si sappia a quale categoria di altezza si appartiene. Non ho mai visto i giudici misurare gli atleti alla partenza di una crono, diciamo che basta l’autocertificazione».

Due chili di troppo a inizio stagione: cosa si fa?

15.02.2023
4 min
Salva

Capita sempre meno che un corridore si presenti a inizio stagione con paio di chili di troppo. E nel ciclismo di oggi si sa quanto è difficile se anche un solo tassello non è al suo posto. Basta pensare ai 7,3 watt/chilo espressi da più di qualche atleta alla Valenciana pochi giorni fa. Certi numeri se non sei al top non li fai.

Tuttavia qualche caso c’è. Possiamo garantire che due atleti di un team italiano che dovevano essere in Argentina, per delicatezza non facciamo i nomi, non sono partiti in quanto fuori col peso.

Come spesso accade ad accompagnarci in questo “viaggio alimentare” è Laura Martinelli, nutrizionista della Jayco-AlUla. I suoi corridori li monitora costantemente e la sua prima risposta ci dà l’ennesima prova di quanto sia cambiato oggi il ciclismo.

Laura Martinelli è la nutrizionista del team australiano
Laura Martinelli è la nutrizionista del team australiano
Laura, dunque, cosa succede se un corridore si presenta alla vigilia della prima gara stagionale con un paio di chili di troppo?

In realtà è molto improbabile che oggi possa accadere con tutta la pianificazione che c’è alle spalle. Gli atleti sanno da fine novembre, inizio dicembre al massimo, quando inizieranno a correre. E se succede, bisogna capire cosa non ha funzionato dall’offseason in poi. E proprio questo periodo sempre più ridotto aiuta a limitare lo sbalzo di peso.

Hai parlato di pianificazione, ma c’è anche un certo monitoraggio, immaginiamo.

Esatto, c’è un costante monitoraggio da remoto e per questo la “doccia fredda” dei due, tre chili di troppo al momento del via è improbabile. Gli atleti sono monitorati su base giornaliera, neanche settimanale. E se dovesse succedere che qualcuno non è in linea col peso, si cambia il programma e magari inizia più in là.

Quindi due chili sono davvero tanti oggi per presentarsi alle corse?

Di base sì. Poi è chiaro che dipende anche dalla struttura del corridore di cui si sta parlando. Perché due chili su uno scalatore di 55-60 chili sono una cosa. E due chili su un passista da 75 ne sono un’altra.

Con due chili di troppo non si è competitivi. Se si deve dimagrire in fretta è stravolta anche la preparazione di rifinitura (foto Jayco-AlUla)
Con due chili di troppo non si è competitivi: per dimagrire in fretta si stravolge la preparazione di rifinitura (foto Jayco-AlUla)
E se i programmi non si possono cambiare e il corridore è atteso ad esempio alla Vuelta a Andalucia, che parte giusto oggi?

Per come lavoro io, dico che quel che è fatto è fatto. Alla peggio l’atleta si presenta in gara con i due chili di troppo. Di certo non lo vado a stravolgere in corsa, rischio di fare un danno muscolare, specie se poi parliamo di una breve corsa a tappe. Discorso invece un po’ diverso se si tratta di un grande Giro. In quel caso cerco di sfruttare le prime due settimane per essere okay nella terza, limando qua e là. Perché comunque è un “lavoro di fino.”

Ragioniamo per assurdo, siamo a dieci giorni dal debutto stagionale e il corridore in questione si porta dietro quei 2-3 chili di troppo. Cosa fai?

Per prima cosa mi confronto con il preparatore e insieme stiliamo il programma settimanale. Un programma che in linea di massima sarà più orientato sul volume che non sull’intensità. Si mette in atto una strategia dettagliata: quasi ora per ora. Posso ipotizzare si facciano anche delle sessioni a digiuno. L’obiettivo infatti è arrivare al peso forma non in dieci giorni ma in sette, otto per lasciare all’organismo i restanti due o tre giorni per recuperare.

Chiaro, comunque è uno stress…

Quei due giorni servono all’atleta per ritrovare il suo equilibrio. E poi anche perché in questo periodo che fa più freddo se mangia poco o è così al limite aumenta il rischio di ammalarsi. E’ un equilibrio molto delicato.

Se si deve dimagrire in extremis è molto importante dosare i carboidrati, specie nel post allenamento
Se si deve dimagrire in extremis è molto importante dosare i carboidrati, specie nel post allenamento
E a tavola come fai?

Premesso che generalizzare è difficile, è certo che bisogna creare un deficit calorico giornaliero, ma guai a banalizzare questo concetto. Bisogna stare molto attenti soprattutto ai carboidrati. Si deve stare molto al limite: darne meno, ma non troppo pochi. Per riuscire in questa “missione” bisogna stare a stretto contatto con il corridore. Bisogna essere minuziosi, dettagliati, chirurgici.

Alla fine il rischio è quello che dimagrendo troppo in fretta, si “mangi” il muscolo. Almeno una volta si diceva così…

Esatto e per questo è molto importante gestire il prima e il durante l’allenamento. Queste due fasi si affrontano come se la situazione fosse normale. Cambia la parte dopo, come dicevamo, quella legata al reintegro e ai carboidrati. Io posso perdere anche due chili in due giorni, mangiando pochissimo quando rientro, ma perderò soprattutto liquidi e componente attiva (i muscoli, ndr). Mentre l’obiettivo è perdere quella passiva (il grasso).

De Marchi e le fatiche della prima salita di stagione

11.02.2023
5 min
Salva

Le corse sono iniziate e le prime fatiche sono già alle spalle, dopo mesi di allenamenti bisogna capire in che modo i corridori si riabituano alla fatica. Non è un passaggio semplice, nei vari ritiri si fanno tanti chilometri, ma nulla è come la gara, soprattutto quando la strada sale. Come si ritrova il feeling un corridore con la salita? Alessandro De Marchi ci racconta il suo punto di vista. 

De Marchi nel 2022 ha chiuso l’esperienza con la Israel Premier Tech
De Marchi nel 2022 ha chiuso l’esperienza con la Israel Premier Tech

Prima fatica

Il “Rosso di Buja” ha esordito alla Vuelta a la Comunitat Valenciana, si è trattato di un doppio inizio visto il suo passaggio al Team Jayco AlUla. La corsa a tappe spagnola è stata la prima affrontata con tante salite praticamente ogni giorno, un test iniziale e un modo per togliere la polvere dalla bici

«La prima salita – racconta De Marchi – è stata alla tappa inaugurale. E come spesso accade, per me è stata un trauma. E’ un momento di verifica, ma è difficile trovare i riferimenti, la mancanza di ritmo gara influisce molto. Poi il fatto di affrontarla in gruppo non aiuta, perché diventa tutto più impegnativo: praticamente un calvario. Le salite vengono affrontate a ritmi non costanti, che è una cosa che in allenamento non si riesce a simulare. Solitamente si fanno lavori di 15 o 20 minuti, ma nelle fasi prima e dopo sei più tranquillo. In corsa arrivi all’attacco della salita che sei già a tutta ed il primo chilometro lo fai davvero, ma davvero forte. In più io sono un corridore che soffre le condizioni di troppa… freschezza».

Tenere sotto controllo i dati non è facile quando si affrontano le prime fatiche in gruppo
Tenere sotto controllo i dati non è facile quando si affrontano le prime fatiche in gruppo

Valori diversi

Cosa intende dire De Marchi con “troppa “freschezza”? Come dicevamo prima le gare di inizio stagione sono una grande incognita. Lo stesso corridore ci ha confermato che non tutti i numeri sono da prendere con certezza.

«Il cuore – dice il friulano – è costantemente cinque o sei battiti sopra ai valori soliti, in questo influiscono diversi fattori: il gruppo, l’adrenalina, la lotta per le posizioni… E poi influisce molto anche il ritmo gara: a inizio stagione non si è abituati a farlo per ore e ore, durante i ritiri simuli queste condizioni ma fino ad un certo punto. A questo va aggiunto il fatto che in allenamento non sono sono uno che esagera con l’intensità, in questo interviene anche una parte psicologica. Se non sei in corsa, ti viene da mollare prima, quando sei in gara invece devi rimanere agganciato. I numeri devono essere presi con le pinze, solitamente in gara sono un pochino più bassi rispetto agli allenamenti. Questo perché il ritmo gara porta fatica nelle gambe, non si è abituati a smaltire l’acido lattico e si ha un maggiore accumulo di fatica».

Il “Rosso di Buja” ha esordito con la nuova squadra alla Valenciana
Il “Rosso di Buja” ha esordito con la nuova squadra alla Valenciana

La risposta del corpo

Quando si è da soli in allenamento o nel ritiro con la squadra, è più facile regolarsi seguendo i propri parametri. Ma una volta in gara, il gruppo va e devi rimanere lì, altrimenti la fatica diventa doppia.

«Difficilmente in gara riesci a regolarti – conferma De Marchi – non puoi decidere il ritmo a cui andare. A me capita di reggere il fuori giri e poi di pagare lo sforzo nel finale di corsa. Mi sono ritrovato con Salvatore Puccio ed abbiamo commentato allo stesso modo: dopo il fuori giri, è come se il nostro corpo avesse bisogno di minuti per ritrovare il ritmo che ci avrebbe permesso di stare con i migliori. Anche i watt sono un valore che all’inizio lascia il tempo che trova, diventano più stabili con il passare dei giorni di corsa. Già al secondo giorno della Valenciana, il cuore ed i watt erano più vicini ai valori dell’inverno. Un’altra cosa da non sottovalutare è l’alimentazione. Ovviamente un professionista con anni di esperienza sa come si gestisce, ma bisogna riabituarsi a farlo in corsa: trovare i momenti giusti in cui mangiare e calibrare le dosi».

Nella seconda tappa della Valenciana il friulano ha macinato chilometri in fuga: ritmo più alto ma costante
Nella seconda tappa della Valenciana il friulano ha macinato chilometri in fuga: ritmo più alto ma costante

Il “rimedio” alla fatica

Nella corsa a tappe al sud della Spagna, De Marchi si è fatto vedere anche in due fughe, nella seconda e nella quarta tappa. Lui è un uomo abituato ad “anticipare il gruppo” e questo può essere anche una soluzione alla fatica.

«Non è da nascondere che le corse a tappe aiutino a migliorare la condizione – spiega – con il passare dei giorni ti senti sempre meglio. Andare in fuga, tuttavia, può essere un buon esercizio per mettere chilometri nelle gambe con ritmi alti, ma più costanti rispetto all’andare in gruppo. Non c’è lo stress o la battaglia ai piedi delle salite, ma tanti chilometri ed altrettanta intensità. Si corre sempre a valori medio-alti, ma ne vale la pena. In fuga si costringe il corpo a stare nella zona della soglia o fuori soglia. Anche il wattaggio medio a fine corsa è più alto. Questo perché prima delle salite non hai la solita bagarre ma un andamento costante, così anche quando la strada sale. In più andare in fuga stimola il corpo e si brucia qualche caloria in più, cosa che non fa male ad inizio anno».

Pinotti spiega la “partita a scacchi” delle formazioni

09.02.2023
5 min
Salva

Nell’era dei punti stilare la formazione per una corsa è come fare una partita a scacchi: era questo il concetto espresso da Brent Copeland, quando gli abbiamo chiesto di commentare il nuovo sistema dei punteggi (in apertura, foto Pete Geyer).

Il team manager della Jayco-AlUla ci aveva detto anche che questa partita a scacchi la giocavano soprattutto Matthew White e Marco Pinotti, tecnici e preparatori del team. Una partita che doveva tener conto di moltissimi fattori: punti, stato di forma, marketing, obiettivi stagionali, desideri dei corridori…

Marco Pinotti (classe 1976) è nel team di Copeland dal 2021
Marco Pinotti (classe 1976) è nel team di Copeland dal 2021

In balia dei punti

A Pinotti chiediamo dunque come si gioca questa partita a scacchi. E se davvero è così complicato stilare una formazione.

«Lo scorso anno – spiega con la consueta chiarezza il tecnico lombardo – il regolamento diceva che portavano punti i primi dieci della squadra e questo da un certo momento dell’anno in poi è stato determinante, ne abbiamo dovuto tenere conto.

«Adesso invece, con il triennio (2023-2025, ndr) che è all’inizio e con il fatto che a portare i punti sono i primi venti corridori, siamo partiti con un metodo più tradizionale: prima gli interessi degli atleti. La scelta è molto meno condizionata dai punti… almeno adesso.

«Quel che dice Brent è vero. La partita a scacchi si gioca comunque, perché ormai le corse contano tutte e devi cercare di garantire un calendario equo a tutti e 30 i corridori in rosa».

Le formazioni non sono più stilate solo in base a percorso e obiettivi…
Le formazioni non sono più stilate solo in base a percorso e obiettivi…

Il regolamento

Il nuovo regolamento dà più peso alle corse a tappe, togliendo qualcosa a quelle di un giorno, specie se non sono WorldTour, cosa che lo scorso anno aveva penalizzato chi era in un grande Giro e aveva privilegiato chi faceva man bassa di punti nelle “corsette”.

«Noi – prosegue Pinotti – storicamente non siamo fortissimi nelle corse di un giorno e fino allo scorso anno c’è stato un netto sbilanciamento verso queste. Adesso possiamo concentrarci di più su quella che è la nostra natura.

«Senza contare che possiamo gestire meglio le corse a tappe. Perché queste sono importanti al fine della preparazione e sono quelle che servono di più all’atleta in quanto si può conoscere meglio».

Tutto cambia dunque, sia perché si è all’inizio del triennio, sia perché i punteggi sono differenti e sia perché portano punti più corridori.

«Lo scorso anno quando si faceva una formazione si diceva: “Andiamo lì a fare punti con questo e quest’altro e di là con questi altri due”. La priorità erano solo e soltanto i punti. Si andava contro natura e non era facile… Adesso possiamo andare alle corse sì, per i punti, ma con la priorità della vittoria».

Filippo Zana ha espresso gradimento nei confronti della Strade Bianche, Pinotti e White cercheranno di accontentarlo
Filippo Zana ha espresso gradimento nei confronti della Strade Bianche, Pinotti e White cercheranno di accontentarlo

Il desiderio dei corridori

Pinotti ha parlato anche di garantire un calendario equo per tutti i corridori e nella partita a scacchi rientra anche la lista di gradimento da parte degli atleti. Diversi team durante i ritiri invernali chiedono ai loro atleti quali corse vogliano fare. E questo è un elemento da tenere molto a mente.

«Noi – spiega Marco – più che una lista vera e propria, nelle riunioni chiediamo quali corse gli piacciono o li ispirano maggiormente e cerchiamo di accontentarli. Un corridore motivato rende di più. Ma anche noi cerchiamo di capire le prove a loro più adatte.

«Per esempio Filippo Zana lo scorso anno è stato 19° alla Strade Bianche. Perse un sacco di tempo nella maxi caduta (quella col salto mortale di Alaphilippe, ndr), fece tutta la corsa in rimonta e si piazzò benino. Ci ha chiesto di rifarla. Proveremo ad inserirlo nella lista di Siena».

«Se Simon Yates vuol fare la Roubaix? Beh, più che accontentarlo cerchiamo di farlo ragionare! In funzione di perché uno come lui, scalatore da corse a tappe, vorrebbe fare quella gara? Se la vuol fare perché al Tour ci sarà una tappa col pavé, allora già è qualcosa. Ma a quel punto lo porto a Le Samyn, che è una piccola Roubaix, ne condivide molti settori… E gli facciamo passare la voglia! Ma una Roubaix fine a se stessa non avrebbe senso per uno delle sue caratteristiche.

«Posso garantire che di solito accade il contrario: i corridori vogliono fare le corse dove vanno bene. E se hanno il desiderio di una gara, di solito ci arrivano motivati e in condizione. Quelle prove sono quelle che li buttano giù dal letto e li fanno allenare anche se c’è brutto tempo».

«Tutti vogliono fare il Tour chiaramente, eppure considerati anche i giovani, la lista per il Giro e la Vuelta è spesso più lunga. Probabilmente gli stessi ragazzi sanno che sono un po’ più accessibili in quanto a ritmi e a reali possibilità di partecipazione. Ma il grande Giro è sempre un bell’incastro. Basti pensare che ci sono 24 posti in tutto (tra Giro, Vuelta e Tour) e qualche corridore ne fa due».

Per la Jayco-AlUla il Down Under era molto importante: schierata per questo una super formazione (foto Instagram)
Per la Jayco-AlUla il Down Under era molto importante: schierata per questo una super formazione (foto Instagram)

Il marketing 

Infine nella famosa partita a scacchi c’è l’aspetto del marketing. Gli sponsor non solo vogliono vincere, ma (forse ancora di più) vogliono visibilità. Aspetto che Copeland ha ribadito…

«In questo caso – dice Pinotti – teniamo conto di due parametri soprattutto. Il primo è: dove si disputa la corsa (e già si fa una selezione delle gare che interessano di più)? Non a caso per noi che siamo un team australiano al Down Under siamo andati con l’artiglieria pesante: Yates, Matthews….

«Il secondo aspetto riguarda la preparazione e in questo caso la seconda attività (che non è WorldTour, ndr). Prendiamo ad esempio il recente il Saudi Tour. Avremmo potuto fare anche un’altra corsa, ma AlUla è un nostro sponsor importante e così ci siamo andati. Per di più ci andava bene anche per aspetti climatici e di percorso. Ma in altri momenti magari se non ci fosse stata AlUla saremmo andati a Besseges.

«La scelta della formazione è molto complessa. Chiaro che il marketing conta, ma prima di tutto dovrebbe esserci sempre una ragione sportiva». 

Le Giant del Team Jayco-AlUla per il 2023

01.02.2023
5 min
Salva

Saranno la nuova Giant Propel SL, molto richiesta da ogni tipologia di corridore, e la TCR SL, modello storico dell’azienda, le bici della Jayco-AlUla. Senza dimenticare la Trinity, dedicata alle crono, che nella versione attuale è anche con i freni rim-brake e di cui si presuppone ne arriverà un’evoluzione. Entriamo nel dettaglio dei materiali in dotazione agli atleti della compagine australiana.

E per farlo abbiamo chiesto a Mattia Romanò, che si occupa del dipartimento tecnico della Jayco, un ruolo di responsabilità e che tocca i vari aspetti della vita di un team di questo calibro. Un team in cui c’è anche da considerare la squadra femminile, che ricopre un’importanza di primissimo piano.

Rispetto alla “vecchia” Propel SL la nuova è più sfinata e leggera (@jayco-alula)
Rispetto alla “vecchia” Propel SL la nuova è più sfinata e leggera (@jayco-alula)
Quali modelli Giant avranno a disposizione i corridori?

Gli atleti avranno a disposizione l’ultima versione della Propel SL e anche della TCR SL, oltre alla bici da crono: la Giant Trinity. La squadra femminile invece avrà le bici Liv, dirette discendenti dalla famiglia Giant, ma con i modelli Lagma e la aero Enviliv.

Simon Yates, predilige un telaio piccolo, ideale per uno scattista come lui, versione TCR SL
Simon Yates, predilige un telaio piccolo, ideale per uno scattista come lui
Rimanendo nell’ambito maschile, i corridori hanno la possibilità di scegliere?

Facciamo una lista che prende forma anche attraverso le indicazioni di Marco Pinotti. Sono delle vere e proprie schede tecniche con i dati dei corridori, le scelte, le caratteristiche e le evoluzioni nel suo percorso atletico. In tutto questo rientra anche il modello di bici. A tutti i ragazzi è data la possibilità di usare almeno una nuova versione della Giant Propel, anche se non è detto che la bici aero è quella principale. Abbiamo fatto il primo ritiro, non proprio un training camp, già ad ottobre, dedicato alla valutazione di misure, biomeccanica e richieste degli atleti.

Mattia Romanò, uno dei responsabili del materiale tecnico della formazione australiana (@jayco-alula)
Mattia Romanò, uno dei responsabili del materiale tecnico della formazione australiana (@jayco-alula)
Un camp già ad ottobre?

Un periodo di stacco vero e proprio non esiste più, siamo sempre operativi, ovviamente con dei volumi d’impegno diversi.

Come è gestita la biomeccanica all’interno del team?

C’è uno staff interno alla squadra che è dedicato alla rilevazione delle misure e ne fanno parte anche i meccanici. Ogni corridore si può avvalere anche di consulenze esterne, ma ci deve essere la supervisione del team. Una supervisione necessaria anche per un raffronto con i materiali in dotazione. Tutto questo rientra nella gestione della biomeccanica. C’è un sistema informatico interno visibile al gruppo meccanici. I dati contenuti si aggiornano automaticamente ogni volta che è effettuato un intervento. L’obiettivo è minimizzare le variabili.

Quante bici sono fornite ad ogni corridore?

Almeno quattro. Ai capitani sono fornite anche delle bici aggiuntive allo stock iniziale. Ogni atleta ha una bici da allenamento a casa, che rimane dedicata esclusivamente al training e poi almeno una bici da crono.

A Wollongong, Sobrero ha conquistato l’argento nel Team Relay ed è stato 15° nella crono con la bici Trinity
A Wollongong, Sobrero ha conquistato l’argento nel Team Relay ed è stato 15° nella crono con la bici Trinity
Le bici della stagione precedente vengono in qualche modo riutilizzate?

Non è facile dare una risposta precisa, nel senso che dipende molto dalle evoluzioni dei nuovi modelli che ci vengono forniti da Giant. Partiamo dal presupposto che i mezzi particolarmente sfruttati nella stagione precedente non vengono riutilizzati. Ci può essere una bicicletta di scorta, poco o quasi mai messa su strada, che diventa la bici di casa per l’allenamento.

E per quanto concerne i componenti?

Abbiamo le ruote Cadex hookless di differenti altezze. Questi modelli trovano sempre maggiore spazio, ma usiamo ancora qualche sistema per il tubolare. Invece per quanto concerne gli pneumatici si parte dalle sezioni da 25 e arriveremo fino ai 32, per le classiche del nord. Non abbiamo i cockpit integrati, ma abbiamo il sistema Giant piega/manubrio in carbonio, parecchio leggero. La trasmissione è Shimano quella a 12 rapporti, che comprende anche il power meter. Le selle sono Giant.

Destinazione AlUla: il ciclismo apre le porte al turismo

04.01.2023
8 min
Salva

Per la prima volta da quando è nata e fatto salvo l’abbinamento tecnico con Scott dal 2017 al 2020, la squadra riconducibile al gruppo GreenEdge Cycling viene affiancata da un marchio non australiano: AlUla. Finora li avevamo conosciuti come Orica-GreenEdge, poi Mitchelton-Scott, quindi Bike Exchange. Per i prossimi tre anni la squadra guidata da Brent Copeland si chiamerà Jayco-AlUla. Ed è proprio il team manager sudafricano a spiegarci l’abbinamento e la sua origine.

Al-‘Ula è una città della regione di Medina nel Nord-Ovest dell’Arabia Saudita. Si trova sulla Via dell’Incenso, all’interno del Governatorato di ‘Ula: uno dei sette nella regione di Medina.

«AlUla è anche la regione – dice Copeland – in cui nel 2022 abbiamo corso le cinque tappe del Saudi Tour. E’ una regione molto bella e particolare. Ci hanno trovato tombe di 2000 anni fa, non so se ricordate le immagini della corsa (foto Getty Images, in apertura). E’ un’area con montagne molto particolari in cui hanno creato un distretto turistico che si chiama Luxury Destination. Sono tutti hotel 5 stelle, 5 stelle deluxe, che richiamano una clientela di altissimo profilo».

In che modo lo sport può funzionare da traino?

Credono nello sport e anche nel ciclismo. Al Tour de France 2021 hanno fatto una prova con noi, mettendo il nome sulla spalla, e hanno visto che in 18 mesi la visibilità e il ritorno sono stati molto alti rispetto ad altri investimenti che fanno abitualmente

Ad esempio?

Investono molto sui concerti. Bocelli è stato già per due volte lì a cantare. Però hanno visto che il ciclismo, soprattutto quello internazionale che fa il giro del mondo, dà tanta visibilità per il turismo. Poi c’è da dire che chi va in bici adesso e può permettersi bici da 15.000 euro è anche il tipo di cliente che sceglie determinati hotel.

Per questo hanno deciso di aumentare l’impegno?

Adesso hanno uno spazio importante sulla maglia, non è più solo una spalla. L’accordo del Tour è durato 18 mesi, ma durante quest’anno abbiamo iniziato a parlare, proponendo di fare un progetto più ampio. Di non fare solo una sponsorizzazione, ma della possibilità di parlare con la Federazione.

Con quale obiettivo?

Vedere se c’è qualche corridore di laggiù che possiamo mettere alla prova, portarlo in ritiro. Proviamo ad aprire le porte ai loro atleti e l’idea gli è piaciuta molto. E poi, approfondendo il discorso, hanno visto il tipo di ritorno possibile e hanno accettato la nostra proposta.

Ci sono atleti con cui lavorare?

Qualcuno sì, non sono tantissimi però stanno cercando di fare sempre di più, anche a livello sportivo. Stanno cercando di promuovere il ciclismo, la corsa a piedi e ovviamente il calcio. Ma il ciclismo piace, ho visto che hanno fatto un accordo anche con Movistar appunto per questo… 

Gerry Ryan che finora ha pagato tutto di tasca sua si sarà sentito sollevato?

In passato, c’era stato Orica, che era un’azienda australiana. Poi sponsor tipo Scott e Giant che non erano suoi. Però lui ha sempre coperto con le sue aziende l’80 per cento del budget. E’ molto presente e importante per la squadra.

Avete già portato qualche corridore in ritiro con voi?

No, ne faremo uno dopo il Saudi Tour. Rimaniamo lì un paio di giorni, facciamo una presentazione con Laura Martinelli per quanto riguarda l’alimentazione. Facciamo una riunione con gli allenatori. Sarà un ritiro strutturato così ogni giorno, in cui sarà inclusa anche una pedalata.

In questi hotel di super lusso c’è spazio anche per il cicloturismo?

Certo. Hanno già fatto percorsi molto belli. Tra l’altro ne hanno fatto uno tutto in mezzo alle coltivazioni dei datteri e stanno aumentando il numero delle ciclabili. Andare in bici ad AlUla è bellissimo in questo periodo, mentre in estate è praticamente impossibile. Durante l’inverno è perfetto, l’anno scorso avevano pochi alberghi completati. Per quest’anno al Saudi Tour, ho sentito che riescono a mettere tutte le squadre nei loro hotel. In un anno hanno fatto cose spaziali.

Ad esempio?

Hanno costruito un aeroporto in meno di due anni e hanno già iniziato con voli diretti per l’Europa e altri Paesi. Hanno 6-7 voli al giorno. E alla fine guardando le statistiche, sono pieni di turisti italiani e anche svizzeri. L’anno scorso lungo il lago di Lugano c’era una mostra fotografica dedicata ad AlUla di cui non sapevamo niente.

In quelle zone si sta investendo molto nel ciclismo, da UAE Emirates a Bahrain: c’è un po’ di emulazione?

Non fanno mai confronti con chi c’è già, però anche io ho questa sensazione. Stanno investendo in vari sport. Sostengono Manchester City e Paris Saint Germain. Anche il Qatar si muove in questa direzione. E parallelamente si stanno muovendo anche con le federazioni per introdurre i vari sport. Sono nazioni che stanno portando gli sport di base nelle scuole e questo sia per un fatto di sport sia anche per questioni benessere.

L’ultima tappa del Saudi Tour 2022 è stata vinta da Dylan Groenewegen (foto Getty Images)
L’ultima tappa del Saudi Tour 2022 è stata vinta da Dylan Groenewegen (foto Getty Images)
Il Saudi Tour dello scorso anno aveva anche una tappa di salita…

Ci sarà anche quest’anno: una salita di 5 chilometri se non mi ricordo male, davvero dura. Ma a parte quello, c’è un altro strappo e tutto il resto è pianura. Come percorsi non è il massimo per andare in ritiro, come meteo sì. Ma se parliamo di turisti, prendi una e-bike o una mountain bike e te ne vai in giro a guardare le tombe. Sono bellissime, una roba pazzesca da vedere. Prima di andare, mi chiedevo come fosse. Ero un po’ scettico, cosa vuoi trovare in mezzo al deserto? Invece sono rimasto impressionato dal posto.

C’è qualcuno nel board di Luxury Destination che conosca il ciclismo?

C’è un americano, Philip Jones che arriva da Dallas. E’ già venuto al Giro e anche al Tour de France. E adesso verrà al Tour Down Under, dove faremo una presentazione. E’ giusto che si parta da Adelaide, manchiamo da due anni…