Pogacar sbaglia i tempi e adesso Vingegaard ci crede

10.07.2024
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Da dove iniziare? Dallo scatto di Tadej Pogacar o dal recupero di Jonas Vingegaard? O forse sarebbe meglio partire dalla volata? L’undicesima tappa, quella del Massiccio Centrale, è ancora superba. Ci ha riproposto il duello dei duelli: il danese contro lo sloveno.

Ha vinto Vingegaard e per di più sul terreno di Pogacar: lo sprint in salita. Questa frazione va scomposta, a nostro avviso in quattro grandi “fotografie”, quattro spunti tecnici determinanti sia per questo arrivo di Le Lorian che per il resto del Tour de France.

Analizziamoli passo, passo.

Sul Pas de Peyras forcing violento della UAE Emirates che forse si autoelimina anticipatamente anche Ayuso a Almeida
Sul Pas de Peyras forcing violento della UAE Emirates che forse si autoelimina anticipatamente anche Ayuso a Almeida

Lo scatto di Pogacar

Nelle salite del Pas de Peyrol e del Pertus, le più dure, Tadej Pogacar è davanti. In particolare sulla scalata del Peyrol scatta. Vingegaard in effetti non ci era sembrato super. Un paio di volte si era alzato sui pedali, cosa che fa rarissimamente, e aveva fatto qualche impercettibile smorfia.

Tadej scatta, fa il vuoto ma intelligentemente non è a tutta. Tanto che si soffia il naso come sul Grappa al Giro d’Italia, ma tiene una cartuccia per il falsopiano dopo il Gpm. Lì scava il vero vuoto. Perfetto… sin qui.

Vola via. Guadagna. Sembra fatta. Sul Pertus all’inizio ha un bel rapporto, la gamba è in spinta. Poi inizia ad andare un po’ più agile. Cerca la macchina: non c’è. Gli offrono l’acqua: non la prende. Fruga nelle tasche: nulla. Smette di guadagnare. Ma neanche perde terreno.

Sul Pertus Tadej non è più lo stesso. Lui lo sa e inizia a voltarsi. Dice di aver atteso Vingegaard
Sul Pertus Tadej non è più lo stesso. Lui lo sa e inizia a voltarsi. Dice di aver atteso Vingegaard

Il calo di Tadej

L’ammiraglia Visma-Lease a Bike se ne accorge. Vingegaard traffica con la radiolina e alza il ritmo. Toglie di ruota prima Evenepoel e poi Roglic. Si gasa e recupera molto. 

Jonas nella discesa dal Pas de Peyras aveva mangiato. Lo aveva fatto proprio al termine del falsopiano, mentre Pogacar spingeva come un forsennato. Ricordiamo che questa frazione è stata micidiale. Partenza folle per 80 chilometri. I corridori, sono arrivati in netto anticipo. Hanno bruciato più energie del previsto. A questo si aggiunge un dislivello di 4.300 metri.

Che nel finale si sarebbe arrivati stremati era quindi quasi una certezza. O quantomeno il rischio era altissimo.

Quante volte i nutrizionisti sentiti in questi anni ci hanno detto dell’importanza delle calorie spese nella prima parte di gara quando il fisico è pieno di zuccheri? Alla fine quel dispendio presenta il conto… 

Vingegaard rintuzza Pogacar. Il danese è andato forte, ma il ritmo dei due cala e infatti Remco recupera circa 30″
Vingegaard rintuzza Pogacar. Il danese è andato forte, ma il ritmo dei due cala e infatti Remco recupera circa 30″

Il recupero di Jonas

Sul Pertus, per la prima volta in questo Tour de France, Vingegaard va più veloce di Pogacar. Che sia l’inversione di tendenza tanto temuta dal clan della UAE Emirates? Questo lo scopriremo, ma è chiaro che qualcosa è successo.

E a testimoniare il calo di Tadej, e contestualmente uno stato di adrenalina di Vingegaard, sono i distacchi nei confronti degli altri. Alla fine sono rimasti quelli. E lo stesso Vingegaard non ha avuto la forza di staccare Pogacar.

Ma attenzione, quello del danese resta un numero pazzesco. Ricordiamoci sempre dov’era a partire dal pomeriggio dello scorso 4 aprile… E non è un caso che i suoi occhi di ghiaccio abbiano perso delle lacrime.

«Siamo ormai a metà del percorso – ha detto il manager dei gialloneri, Plugge – e aver aver tagliato questo traguardo così ci dà molta fiducia. Ci aspettavamo l’attacco di Pogacar, lo avremmo fatto anche noi se avessimo avuto un corridore con caratteristiche tanto esplosive. Questa è la nostra prima vittoria di tappa e stiamo anche recuperando secondi. Alla fine conta chi arriverà in giallo a Nizza, ma certo questa è una grande spinta».

Dallo spettacolo del Massiccio Centrale è emersa una frazione corsa a ritmi folli che nel finale ha fiaccato tutti
Dallo spettacolo del Massiccio Centrale è emersa una frazione corsa a ritmi folli che nel finale ha fiaccato tutti

Lo sprint

Uno sprint a due in salita Tadej lo perde solo contro Van der Poel… forse. A Le Lioran sbaglia tutto quel che può sbagliare. Lancia la volata con il 38, quindi con la corona piccola. Chiaramente è troppo agile. Si risiede a passa al 55. Riperde quel metro. Si rilancia alzandosi, ma poi si risiede ancora. Segno di scarsa lucidità. E di fatica.

Più che in classifica questa tappa lascia risvolti nelle teste degli atleti. Il barometro di Vingegaard volge al bello, quello di Pogacar al nuvoloso. Certo, se si appurasse che per lo sloveno si è trattato di una crisi di fame le cose cambierebbero. La botta sarebbe nettamente attutita.

Il danese compie l’impresa: batte Pogacar allo sprint e torna al successo 97 giorni dopo la caduta ai Baschi
Il danese compie l’impresa: batte Pogacar allo sprint e torna al successo 97 giorni dopo la caduta ai Baschi

E ora?

Ora ci godremo la sfida, una sfida totale. Una lotta forse più sul filo di nervi che di gambe, che ovviamente serviranno. E basta riflettere sulle parole dei diretti interessati per capirlo. Uno non ammette la sconfitta e l’altro continua a parlare della sorpresa di sue certe prestazioni. 

«La nostra squadra ha fatto un ottimo lavoro – ha detto Pogacar, che ha anche indossato la maglia a pois – Mi sentivo bene durante la prima dura salita, quindi ho attaccato. Tuttavia, Jonas è tornato forte sulla scalata successiva. Ora possiamo davvero parlare di una lotta alla pari. Jonas è in ottima forma. Mi ha anche battuto nello sprint.

«Mi sentivo bene in discesa, ma poi la mia bici ha sussultato improvvisamente e da lì ho perso un po’ di energia. Non stavo male ma Jonas stava meglio così l’ho aspettato, a quel punto sapevo che sarebbe rientrato. Non penso di aver perso una battaglia mentale. Okay, lui ha vinto lo sprint, ma penso che siamo alla pari. Sarà una battaglia così fino alla fine. Nei Pirenei ci aspettano salite diverse, ma sono più preparato per quelle che non per queste scalate esplosive». E quest’ultima frase è la stessa che Matxin ha detto al microfono Rai di Silvano Ploner.

«Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la mia famiglia – replica Vingegaard – Questa vittoria significa molto per me, dopo tutto quel che ho passato. Sono così felice della vittoria di oggi che non ci avrei mai creduto tre mesi fa».

«Quando è scattato Pogacar non riuscivo a tenere il passo. E’ stato davvero molto potente. Ho lottato e non pensavo di poterlo riprendere. Sono anche un po’ sorpreso di essere riuscito a batterlo nello sprint. Battaglia mentale a me? Non ci ho pensato. Ma ora arrivano le grandi salite», conclude sornione il danese.

Pedivelle più corte: secondo FSA l’onda è già partita

09.07.2024
6 min
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I professionisti aprono la strada e il mercato si mette a ruota. La difficoltà semmai è prendere la fuga giusta, ma quando a dettare il passo ci sono riferimenti come Pogacar, la direzione è obbligata. La tendenza a ridurre a lunghezza delle pedivelle ha nello sloveno uno degli sponsor di maggior convinzione, anche se probabilmente fra i big è stato Evenepoel a ridurre le leve già un paio di anni fa. Si pensò che fosse legato alla statura invece, come ha da poco confermato Alessandro Colò, è la nuova frontiera della biomeccanica. Ed è per questo che i tecnici di FSA-Vision si sono dovuti rimboccare le maniche e intensificare le lavorazioni su leve di lunghezza inferiore, come racconta Edoardo Girardi, quattro anni da professionista alle spalle, in questi primi giorni di Tour de France (in apertura foto FSA).

«Stiamo avendo una richiesta abbastanza importante di accorciare le pedivelle – spiega – perché ci sono sempre più corridori e squadre che sponsorizziamo orientati in questo modo. E adesso sembra che la stessa richiesta stia arrivando già anche a livello aftermarket. Diciamo ancora in modo timido, però sta arrivando. Fra le squadre invece è una tendenza quasi… prepotente. Fino a due anni fa, prevedevamo una cinquantina di braccetti di pedivelle da 165 per coprire tutti i team, la proiezione per l’anno prossimo è già di 300 pezzi. Non siamo noi in primo battuta a fare i test, ma raccogliamo il loro feedback tecnico. E il parere è univoco. C’è un miglioramento dell’efficienza meccanica della pedalata. Il muscolo lavora con un travel non nella massima estensione e questo permette di risparmiare energie, con un vantaggio misurabile in termini di watt».

Questo incide sulla biomeccanica più in generale ovviamente?

Assolutamente, non si riduce al mettere soltanto una pedivella più corta. Sicuramente c’è un lavoro con il biomeccanico, in cui si stravolgono le regole del gioco. Se si guarda anche l’arretramento della sella, in questi ultimi anni sono tutti a zero e anzi addirittura qualcuno è positivo, con la sella in avanti. E’ un insieme che si sta assestando in modo diverso. I manubri sono più stretti e gli attacchi si sono allungati, perché portando più avanti il bacino, hanno la necessità di allungarsi in avanti. Cambia tutta la posizione, cambia il dislivello fra sella e manubrio. Con la pedivella più corta, posso alzare la sella. Sono cose soggettive, ovviamente, ma a quanto ci dicono la variazione di altezza di sella non coincide con la misura della nuova pedivella. Si resta più bassi e questo pare che porti a una migliore efficienza.

Si tratta di riduzioni drastiche o graduali?

Anche questo è molto soggettivo. C’è chi passa da 172,5 a 170, si abitua e prosegue. E chi invece fa subito il passaggio da 172,5 a 165 o addirittura a 160. Per consentire di avere la giusta gradualità e per individuare misure che possano accontentare tutti, abbiamo in gamma anche le pedivelle da 167,5. Ci sono da parecchio, ma fino allo scorso anno nessuno ce le aveva mai chieste. L’anno scorso qualche squadra ha iniziato volendo fare delle prove sulle bici da crono e adesso sta diventando, non dico uno standard, ma una misura comune. Per questo pensiamo che le 160 e soprattutto le 165 possano diventare un trend forte.

Con la possibilità illimitata di fare test, ormai è abbastanza immediato valutare se la scelta dia buoni frutti…

Infatti ormai tutti sono in grado di valutare e comparare l’efficienza della pedalata, anche solo con un allenamento. Se faccio sempre le ripetute sulla stessa salita, è un attimo per un atleta di alto livello, che è sempre tirato con una corda di violino, capire se c’è un miglioramento e se il miglioramento è meccanico.

Da FSA segnalano l’aumento di richieste di guarniture con pedivelle più corte da parte dei team sponsorizzati
Da FSA segnalano l’aumento di richieste di guarniture con pedivelle più corte da parte dei team sponsorizzati
Quanto incide l’emulazione rispetto a quello che fanno i campioni?

E’ fondamentale. Sicuramente adesso è sotto gli occhi di tutti perché Pogacar le ha utilizzate in diverse corse ed è come uno spot in prima serata su un canale televisivo. Tutti aprono gli occhi. E anche se non è solo questo ad avergli permesso certi risultati, se uno del suo calibro fa una scelta del genere, vuol dire che qualcosa di oggettivo c’è per forza. Quindi tanti, incuriositi, ci provano e si buttano. Sarebbe diverso se lo vedessero in altri corridori, che magari hanno fatto la stessa scelta da anni, però sono lontani dalla luce dei riflettori. Noi da parte nostra indaghiamo e ci stiamo rendendo conto che questo orientamento tecnico stia portando davvero a dei miglioramenti. Per cui sappiamo che il mercato a breve prenderà la stessa direzione.

Dal punto di vista della produzione cambia qualcosa?

Cambia nel senso che abbiamo dovuto introdurre una misura di pedivella più corta, perché non basta semplicemente spostare l’inserto in alluminio nella pedivella in carbonio. Intervieni proprio sulla lunghezza del braccio, anche perché questo ti dà anche un vantaggio in curva. Il braccio più corto significa che puoi continuare a pedalare anche quando sei in piega, puoi giocarti 5 millimetri in meno. Può sembrare poco, invece significa un angolo importante. E a questi livelli non perdere la pedalata in discesa può fare la differenza.

Si può parlare anche di risparmio di peso?

C’è del materiale in meno, ma non è quello il motivo di maggior interesse, anche se è innegabile che fra una 172,5 e una 165 la differenza ci sia.

Una pedivella più corta di 5-7 millimetri permette di pedalare anche quando si è in piega
Una pedivella più corta di 5-7 millimetri permette di pedalare anche quando si è in piega (immagine FSA)
Hai parlato di nuova misura.

Avremo una 155 e il bello è che ce la chiedono anche atleti di grossa taglia, che vogliono estremizzare il gesto della pedalata corta. Resta ovviamente una misura più votata al ciclismo femminile o anche magari anche alle categorie giovanili, ma è singolare che ce la chiedano anche corridori di altezza medio/alta. E’ una tendenza generale che vediamo con le nostre squadre, ma sondando il terreno anche team che montano materiali di altri brand ci confermano che questo è l’orientamento più o meno marcato, sicuramente un trend forte.

I rapporti però non cambiano?

Avendo a disposizione diversi mezzi per fare analisi e approfondimenti, vediamo che mantenendo la stessa rapportatura, quindi senza intervenire sulle corone, le velocità in gruppo aumentano. Evidentemente riduci il braccio di leva, però cambiando posizione e tutto il resto riesci comunque ad esprimere una potenza superiore. Oppure mantieni lo stesso output a livello di potenza, compensi con la cadenza. Aumentando di qualche pedalata la frequenza, probabilmente esprimono la stessa potenza con qualche battito in meno. Ed è lì che fanno la differenza. Vanno alla stessa velocità di prima, tenendo però qualcosina in più da giocarsi nel finale. Oppure, al contrario, possono spendere di più al momento di fare selezione.

Le vostre squadre al Tour hanno ridotto la lunghezza delle pedivelle?

Abbiamo Bahrain, Ef Education e Israel e tutti hanno ridotto la misura delle pedivelle. Non so dirvi ora quali corridori abbiano deciso di provare, perché le squadre chiedono un tot di pedivelle e poi sono loro a gestire queste prove. Ogni corridore ha 3-4 bici e di volta in volta fanno qualche test. Quando poi alla fine la squadra ci fa i suoi report, abbiamo modo di approfondire con i casi singoli.

Derek Gee pedala più basso grazie alle pedivelle, mantenendo potenza con superiore frequenza
Derek Gee pedala più basso grazie alle pedivelle, mantenendo potenza con superiore frequenza
Credi che tutto questo arriverà anche sul mercato?

In parte sta già accadendo, sia pure a livello di aftermarket. Se poi ci sarà un cambiamento vero di abitudini lo scopriremo se domani un costruttore sceglierà di fare il primo montaggio con pedivelle da 179 o 165 piuttosto delle classiche 172,5. Questo significherebbe che lo standard delle misure è cambiato, come è successo con i manubri, che di serie ormai vengono montati più stretti e con attacchi mediamente più lunghi.

La lotta psicologica contro Tadej. Ma lui è una roccia

09.07.2024
4 min
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Come di consueto nei grandi Giri i giorni di riposo diventano i giorni delle conferenza stampa. E ieri ad Orleans, nel cuore della Francia, è sembrata andare in scena una sorta di sequel della frazione degli sterrati. Sono intervenuti tutti e tre i protagonisti: Tadej Pogacar, Jonas Vingegaard e Remco Evenepoel. Che in modo più o meno diretto si sono risposti l’un con l’altro.

Vingegaard ha mandato a dire ad Evenepoel che il suo non collaborare non era mancanza “di palle”, ma d’intelligenza tattica. Remco dal canto suo si è ricreduto da una parte, dicendo che è stato un peccato che il danese non abbiano insistito, ma ha aggiunto anche che avrebbero potuto guadagnare 3′-4′ se Jonas avesse contribuito all’azione.

E’ da Bologna che Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel stanno dominando il Tour
E’ da Bologna che Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel (che s’intravede in primo piano) stanno dominando il Tour

Parla Tadej

E poi c’è lui, sua maestà Tadej Pogacar. E’ sua la conferenza stampa più attesa. Pogi ha affrontato la giornata di riposo con grande tranquillità a quanto sembra. La sgambata, il caffè con i compagni… e uno stuolo di giornalisti e fotografi al seguito.

«Sono abbastanza contento – ha detto l’asso della UAE Emirates – di come sia andata sin qui. L’anno scorso dovevo colmare il gap in questo momento. Al massimo sono arrivato a 9” dalla maglia gialla, adesso ne ho 33” di vantaggio su Remco. Non è troppo. Ma stanno arrivando le grandi battaglie e anche Jonas e Primoz (Roglic, ndr) sono vicini e i distacchi faranno presto a cambiare con le tappe che ci aspettano, specie dalla quindicesima in poi».

Sguardo rilassato, capello moderatamente spettinato… la semplicità e la naturalezza di questo gigante sono tutte qui.

Semplicità che resta intatta anche quando, inevitabili, arrivano le domande su Vingegaard.

«Io e Remco – ha detto Tadej – volevamo vincere verso Troyes, Jonas no. L’ho visto molto concentrato su di me. Quando si muoveva Remco, Jonas non si preoccupava. Penso che abbia un po’ paura. Vedremo come andranno le cose nelle tappe di montagna».

E poi la risposta delle risposte: «Se sento la sua pressione psicologica? Se provano a battermi mentalmente non ci riescono», ha tuonato laconico Pogacar con quella naturalezza di cui dicevamo, ma con una determinazione da far paura. Erano gli stessi occhi della mix zone dopo Valloire. Gli occhi di chi non è appagato.

«Gli altri stanno lottando anche per se stessi. Corrono contro di me. Ci sono abituato. Non mi fa male, io devo solo essere quello che posso essere».

Tadej Pogacar e a ruota Jonas Vingegaard: il film di questo Tour
Tadej Pogacar e a ruota Jonas Vingegaard: il film di questo Tour

Il piano di Vingegaard

Come ha scritto anche il nostro direttore domenica sera dopo la frazione di Troyes: “Pogacar attento, la trappola di Vingegaard è già scattata”, si parla di questo piano. Piano che lo stesso danese più volte ha menzionato. Un piano già iniziato probabilmente. Ed è quello dell’attesa. Attesa delle tappe giuste e di una condizione che, come ha ribadito lo stesso Vingegaard, va in crescendo.

«L’anno scorso i Visma erano fiduciosi per il finale – ha detto Pogacar – adesso stanno giocando la stessa carta. Puntano tutto sull’ultima settimana. La cosa non mi disturba. Ma quest’anno sono più fiducioso anche io. Ho la maglia gialla, di cui sono contento, e se tutto andrà come dovrebbe andare avrò buone gambe anche nella terza settimana e nelle ultime tre tappe in particolare». Le ultime tre tappe, quelle che dovrebbero far scattare il piano di Vingegaard e della Visma – Lease a Bike.

«Non sono affatto stupito della sua condizione- ha proseguito lo sloveno riferendosi a Vingegaard – Quando ho saputo che sarebbe venuto al Tour, mi era chiaro che sarebbe stato ben preparato. Poi ho capito dalla seconda tappa che era prontissimo. Abbiamo scalato il San Luca più veloce della storia, abbattendo il record di ben 20”. E Jonas ha resistito bene. Lui è molto concentrato e questo si vede quando siamo in gruppo».

Pogacar ed Evenepoel, tra i due sembra esserci un bel feeling
Pogacar ed Evenepoel, tra i due sembra esserci un bel feeling

Voglia di montagna

Più volte Pogacar ha parlato dell’attesa e della voglia di affrontare le montagne. Davvero sembra si diverta quando corre, nonostante le pressioni. Per esempio ha detto che parla spesso con Remco e che si sta divertendo a gareggiare con lui in questo Tour de France.

Come per il Giro d’Italia e come per gli altri Tour de France, qualcuno gli imputa che sta sprecando troppe energie. Ma è anche vero che sin qui l’unico scatto davvero “forzato” è stato proprio quello di Troyes. Ci stava che a Bologna volesse testare il grande rivale, che da parte sua oggettivamente poteva non essere al top in una frazione che richiedeva esplosività e che da tanto tempo non gareggiava. Tanto è vero che quando Tadej ha visto che Vingegaard era lì, non ha insistito fino alla fine. Ma a quel punto sapeva con chi aveva davvero a che fare. 

«Non ho visto tutte le prossime tappe – ha concluso Pogacar – ma conosco alcune delle salite che ci aspettano sui Pirenei. Pavel Sivakov vive lì e non vede l’ora di scalare il Plateau de Beille. E lo stesso Adam Yates. Anche io non vedo l’ora che arrivino i Pirenei, mi hanno sempre fatto bene. Si preannuncia un fine settimana davvero scoppiettante».

Dopo il 55, ecco il 38: il segreto dell’agilità di Pogacar

08.07.2024
3 min
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Sulla bici di Pogacar, assieme alla corona da 55 richiesta lo scorso anno per contrastare il 54×10 di Vingegaard, gira un ingranaggio interno da 38 denti. Una guarnitura 55-38 che permette allo sloveno di essere veloce nelle discese e agile come gli piace in salita. Eppure, tanto è semplice scriverlo, per quanto è difficile da mettere in atto.

La realizzazione delle due corone avviene ugualmente nelle officine di Carbon-Ti che al UAE Team Emirates fornisce anche dischi per freni (leggeri oppure aerodinamici), guarnitura monocorona per la crono e la doppia guarnitura a 4 bracci per la bici da strada.

«La lavorazione non cambia – spiega Marco Monticone – la progettazione per il 38 da abbinare al 55 è completamente nuova. Il know how di partenza è lo stesso, ma il prodotto è completamente nuovo. Le macchina al CNC sono state riprogrammate e anche in tempi rapidi, dato che la richiesta del 38 è arrivata abbastanza all’improvviso e di recente».

La proposta di Chiesa

Chiunque si sia divertito a riassortire la propria guarnitura sa che non tutti gli abbinamenti sono compatibili e certo il salto di 17 denti fra il 38 e il 55 è un bell’ostacolo da superare.

«Infatti il succo del discorso – prosegue Monticone – è far funzionare il 38 con il 55 e per questo c’è stato un grandissimo lavoro. Il deragliatore Shimano in uso alla UAE Emirates è progettato per il 54-40: se si vuole fare qualcosa di diverso, bisogna che il deragliatore continui a lavorare bene. Ci abbiamo lavorato e alla fine siamo riusciti a prototiparlo. L’idea di partenza era di usarla per i Grandi Giri nelle tappe di montagna, in modo che Pogacar possa mantenere il suo ritmo di 90-95 pedalate al minuto. Eppure quando Alberto Chiesa ce l’ha proposto (parla del capo meccanico del team, ndr), abbiamo pensato che fosse una follia».

Pogacar ha ricevuto il 38 nei giorni della Liegi ed ha subito voluto usarla, vincendo
Pogacar ha ricevuto il 38 nei giorni della Liegi ed ha subito voluto usarla, vincendo

Debutto alla Liegi

Eppure la sfida era stimolante e nei computer dei progettisti di Carbon-Ti le varie ipotesi hanno cominciato a prendere forma. Hanno fatto vari test, fino a vedere uno spiraglio.

«L’abbiamo costruita – sorride Monticone – e gliel’abbiamo consegnata. Pogacar ha chiesto di montarla e poi, come fa di solito, l’ha usata in gara. Nel 2023 gli avevamo fornito le guarniture in carbonio e lui le usò come prima volta per vincerci il Giro delle Fiandre. Non credevamo che l’avrebbe usata, invece alla Liegi ha fatto un test per sua iniziativa. Ha visto che funziona e da allora non l’ha più tolta. E adesso tutti la vogliono».

Pogacar attento, la trappola di Vingegaard è già scattata

07.07.2024
7 min
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Quando pochi giorni fa Jonas Vingegaard ha detto di avere un piano cui si atterrà come lo scorso anno, ci è venuto il sospetto che il piano sia pressoché lo stesso. Far sfogare Pogacar e poi staccarlo nel finale. Perché ciò accada, occorre che lo sloveno cali e il danese cresca. Entrambi i fattori sono motivo di curiosità. Pogacar potrebbe calare, avendo corso (e vinto) il Giro. Il fatto che Vingegaard cresca è avvalorato dalle sue parole, d’altra parte è sconfessato da ciò che accadde lo scorso anno a Pogacar. Tadej si spense, per quel che disse, non avendo avuto il tempo per allenarsi a dovere dopo la frattura dello scafoide: perché mai dovrebbe averlo avuto Jonas dopo un incidente ben più grave?

Pogacar: «Una tappa divertente»

Frattanto, in attesa di capire quale sia il piano di Vingegaard, anche oggi il Tour ci ha regalato una tappa effervescente, ma anche da decifrare. I tratti di strada bianca hanno prodotto spettacolo e costretto a inseguire chi, come Roglic, si è fatto pescare nelle retrovie quando il settore numero due ha costretto parecchi corridori a mettere piede a terra. Al contempo hanno messo le ali a chi, come Pogacar, si esalta laddove la sfida diventa estrema.

La maglia gialla ha fatto capire subito di non aver bisogno della squadra. Ha prima attaccato in un tratto in discesa. Poi ha allungato il gruppo. E alla fine ha agganciato Evenepoel nel suo tentativo di attacco e con lui (e Vingegaard) si è riportato sulla fuga. Essendo per i fuggitivi una presenza evidentemente sgradita, i tre si sono rialzati. E quando tutto sembrava essersi calmato e che Pogacar avesse accettato di correre da maglia gialla, il suo ulteriore attacco ha costretto Laporte e Jorgenson a inseguire per chiudere il buco. Vingegaard avrà preso paura? Pogacar alla fine avrà vantaggi da questa operazione, dato che domani tutti potranno riposare, oppure i fuochi d’artificio si sommeranno nelle sue gambe?

«Una tappa divertente – dice Pogacar – non mi aspettavo che sullo sterrato ci fosse così tanta ghiaia. C’erano davvero tantissime pietre e sabbia, quindi è stato difficile e anche divertente passarci sopra. La prossima volta farei il giro nella direzione opposta, in modo da avere vento a favore fino al traguardo. Io ho guardato Remco, lui ha guardato me. Ci siamo detti che saremmo potuti andare fino all’arrivo, ma non ha funzionato. Ho avuto delle grandi gambe nella tappa più difficile sinora di questo Tour. Mi sono sentito davvero bene e non vedo l’ora che con la prossima settimana sui Pirenei inizieremo le vere montagne. La prossima crono ci sarà solo alla fine, sono super felice che le cose vadano così, ho fiducia. Abbiamo una buona squadra, ho buone gambe, mi sento bene e sì, mi sto divertendo»

Oggi è stato chiaro che la Visma ha corso da squadra per rintuzzare gli attacchi di Pogacar
Oggi è stato chiaro che la Visma ha corso da squadra per rintuzzare gli attacchi di Pogacar

Turgis: «Una tappa leggendaria»

La vittoria di giornata è andata ad Anthony Turgis, francese di 30 anni della Total Energies, con poche vittorie e tanti piazzamenti, come quello dietro Mohoric nella Sanremo del 2022 o quello dietro Can der Poel a Waregem nel 2019. Le mani nei capelli dopo l’arrivo danno la dimensione dello stupore di un corridore che nel finale ha avuto la freddezza giusta.

«E’ pazzesco – dice – sono anni che corro il Tour de France, questo è il mio settimo, con l’obiettivo di vincere una tappa. Avevo vinto a tutti i livelli, mi mancava una corsa WorldTour e ora arriva una tappa al Tour de France, una tappa leggendaria. Abbiamo avuto una giornata molto importante. Ho visto formarsi il gruppo di testa e non mi sono arreso nonostante ci fosse gente più forte di me. Sapevo che Jasper Stuyven avrebbe attaccato nel finale. Volevo che gli altri mi portassero il più avanti possibile. Era una questione di chi interpretava il gioco nel modo più intelligente. Ma è davvero difficile essere in testa al Tour de France. Questa vittoria è fantastica per la squadra. Siamo venuti per una vittoria di tappa e l’abbiamo ottenuta».

Evenepoel: «Una tappa da capire»

Remco Evenepoel sta correndo come se i Tour de France nelle sue gambe siano già tanti. In realtà il debuttante belga attinge a piene mani dal suo grande talento e su questo percorso era venuto per due volte, scoprendo anche qualche sorpresina. A detta del suo direttore sportivo Lodewyk infatti, gli ultimi sei settori sono stati resi più scorrevoli rispetto ai sopralluoghi effettuati. Ma poco cambia: quando a 70 chilometri dall’arrivo ha attaccato come sulla Redoute, Remco non ha mostrato alcun timore reverenziale.

«La giornata è andata bene – spiega non ho sofferto molto e mi sentivo bene sullo sterrato. Sapevo che Tadej avrebbe attaccato e sono riuscito a rimanere con lui quasi tutto il tempo. C’è stata solo una volta in cui mi sono trovato in una brutta posizione e penso che i miei compagni di squadra non siano stati abbastanza aggressivi da riportarmi in testa al gruppo. Sono rimasto sorpreso, ma la cosa si è risolta subito.

«Peccato che quando eravamo in tre, Vingegaard non abbia voluto collaborare per aumentare il vantaggio. Avevamo la possibilità di tornare sul gruppo di testa e giocarci la tappa, ma rispetto la tattica della Visma: hanno scelto di giocare in difesa. Qualunque cosa accada, mi adatto alla situazione. Prima della partenza, avrei accettato di buon grado di ritrovarmi con questa classifica nel giorno di riposo. Quello che d’ora in avanti verrà in più, sarà tanto di guadagnato. Ora mi concentrerò sulla difesa di questo posto».

Primi segni di vita per Van der Poel: il campione del mondo segue il suo cammino di crescita verso Parigi
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Vingegaard: «Una tappa inutile»

Jonas Vingegaard ha corso buona parte della tappa con la bici numero 7 di Tratnik, il cui compito dichiarato dalla partenza era proprio quello di stare vicino al capitano e cedergli la sua Cervélo in caso di foratura. Per questo, quando il cambio ruota Shimano si è affrettato per cambiargli la ruota, lo slovacco li ha lasciati andare via. Voleva la sua bici di scorta, non avendo ormai più velleità di arrivare al traguardo con quelli davanti.

«Sono molto sollevato – dice Vingegaard – dal fatto di essere arrivato sano e salvo al traguardo, senza perdere altro tempo e con solo due forature. Una quando sono salito sulla bici di Jan e poi, a dire il vero, ho anche forato negli ultimi tre chilometri, ma ho potuto finire la tappa sulla bici. Penso di dover ringraziare tutti i miei compagni di squadra, sono andati molto bene oggi. Tratnik mi ha dato la bici ed era perfetta. Il cambio è stato rapidissimo, non sono nemmeno finito nella scia delle ammiraglie. Il resto dei ragazzi mi ha tenuto davanti per tutto il tempo. Sono entrato in ogni settore in prima posizione e l’ultima volta mi hanno aiutato a inseguire Pogacar quando da solo non ce l’avrei fatta. Dopo questa tappa, sono in grande debito con loro. 

«E’ stata proprio una giornata molto stressante – ammette il vincitore degli ultimi due Tour – non nascondo che fossi preoccupato. Non penso che abbiamo bisogno di percorsi così. Vanno bene per la Strade Bianche, ma quella è un’altra corsa. Credo sia stato un rischio inutile, che ha favorito Pogacar più di me. E’ stato il più forte e su questi percorsi è favorito più di me. Lo vedevo più sciolto e soprattutto un corridore con il mio peso su certe strade non è a suo agio. Il tratto in cui ha attaccato probabilmente era il settore più sconnesso e ho rischiato anche di cadere, non controllavo bene la bici. E’ stato bene avere dei compagni intorno. In quel momento non c’erano né Roglic né Evenepoel, ma l’obiettivo non era guadagnare, solo salvarsi e allora è stato meglio riprendere Tadej e poi aspettare».

Pericolo scampato per Vingegaard che continua la sua lenta risalita
Pericolo scampato per Vingegaard che continua la sua lenta risalita

E quando gli viene chiesto come mai sorrida di più quest’anno e sembri più rilassato, Vingegaard risponde come pure Roglic lo scorso anno al rientro dalla caduta della Vuelta. «Forse dopo l’incidente – dice – ho capito cos’è la vita. Ho capito di cosa si tratta e ho capito che riguarda più la famiglia che il ciclismo. Quindi penso che in un certo senso sento meno pressione e mi diverto un po’ di più».

Pogacar arriva al riposo con la maglia gialla e un bel gruzzoletto di vantaggio. Eppure la sensazione guardando Vingegaard è che oggi il vincitore della corsa sia stato lui. Vedremo nei prossimi giorni in cosa consista il suo famoso piano…

Pedivelle corte: con Colò a lezione dal consulente di Pogacar

06.07.2024
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Nei giorni che hanno preceduto la partenza del Tour de France da Firenze, c’è stato un susseguirsi di conferenze e di incontri tra varie figure tecniche. Dei veri e propri confronti tra professionisti del settore a riguardo di diversi temi. Uno di quelli affrontati nel caldo di Firenze è stato sull’utilizzo delle pedivelle corte. Conferenza tenuta da Borut Fonda, consulente biomeccanico esterno di Tadej Pogacar (il UAE Team Emirates ha confermato). A questa lezione ha partecipato Alessandro Colò, biomeccanico e uno degli organizzatori del Giro della Lunigiana. 

«Si è tratta di una vera e propria masterclass – racconta – sulla biomeccanica, con docente Boret Fonda, uno dei grandi fautori delle pedivelle corte. La cosa bella dell’incontro era la possibilità di intervenire e di confrontarsi. Uno dei temi sui quali ci siamo dilungati maggiormente è stato proprio quello legato all’utilizzo delle pedivelle corte».

A sinistra Alessandro Colò. A destra Borut Fonda consulente biomeccanico di Pogacar esterno al team
A sinistra Alessandro Colò. A destra Borut Fonda consulente biomeccanico di Pogacar esterno al team

Qualche novità

Tadej Pogacar nel corso delle ultime tre stagioni ha deciso di accorciare la misura delle pedivelle utilizzate. E’ passato dalle 172,5 millimetri alle 170, fino ad arrivare ora alle 165 millimetri. L’accorciamento delle pedivelle rappresenta, nel mondo del professionismo, una novità. Un’altra soluzione che è arrivata da poco è quella dell’avanzamento della sella. 

«Chiaramente – replica Colò – dipende da atleta ad atleta, ma è vero. Queste sono le due novità tecniche di maggior spicco. Tra l’altro, proprio legato all’avanzamento della sella, c’è stato un bel dibattito. Negli anni passati si pensava che un avanzamento della sella potesse portare dolori e problemi alle ginocchia. E’ stato però testato che non è vero, lo stesso Fonda ci ha scherzato su dicendo che siamo stati noi italiani ad inculcare questa paura infondata. Prima di partire però vorrei fare una precisazione a proposito di Pogacar».

Questa la Colnago utilizzata da Pogacar al Tour de France, spiccano le pedivelle da 165 millimetri
Questa la Colnago utilizzata da Pogacar al Tour de France, spiccano le pedivelle da 165 millimetri
Prego, dicci pure.

Stiamo parlando di un campione e di un atleta di massimo livello. Prima di effettuare delle modifiche alla sua posizione in bici vanno fatti tanti ragionamenti. Lui, come tutti i professionisti, pedala per un totale di 35.000 chilometri all’anno. Anche la più piccola modifica può portare dei problemi o ad altri aggiustamenti. 

Quindi serve tempo?

Noi abbiamo scoperto che Pogacar stesse utilizzando delle pedivelle da 165 millimetri alla Strade Bianche, suo esordio stagionale. Ma lui ha pedalato con quella misura di pedivelle per tutta la preparazione e tutto l’inverno. Come detto anche da Borda nella masterclass a Firenze, Tadej ha fatto dei test e si è trovata la quadra a 165 millimetri, complici anche dei problemi fisici che non è dato però sapere. 

Questo è lo strumento che permette di misurare la potenza di coppia
Questo è lo strumento che permette di misurare la potenza di coppia
Scendiamo nel dettaglio, come cambia la pedalata con delle pedivelle più corte?

Il movimento migliora, diventa più rotondo e controllato. Ma non tutti possono adoperare questa scelta, per farlo ci sono dei parametri da rispettare: predisposizione ad andare agile e una volontà di migliorare la performance. Come detto cambiare posizione in bici ad un corridore professionista è delicato, per farlo devono esserci delle esigenze chiare. 

A livello di movimento cosa cambia?

Le pedivelle corte portano ad avere una minore escursione della gamba, quindi si apre meno l’anca. Di conseguenza si ha uno stess articolare inferiore. 

La lunghezza delle pedivelle è regolabile, così da poter fare diversi test
La lunghezza delle pedivelle è regolabile, così da poter fare diversi test
Come si capisce se si sono avuti dei miglioramenti?

La strumentazione c’è ed è estremamente precisa. Si utilizzano degli analizzatori di coppia che calcolano come il ciclista eroga la forza sui pedali. Ne esce un grafico che dimostra come una data misura risponde rispetto ad un’altra. 

Le pedivelle corte non sono quindi una soluzione adatta a tutti, e chi ne può giovare?

Sono ideali, o meglio possono portare vantaggi importanti, agli scalatori. Questi pedalano molto a lungo con potenze elevate. Pensate a Pogacar sul Galibier: 50 minuti di salita. Con le pedivelle corte puoi cercare di coordinare meglio la pedalata, garantendo uniformità e un perdita minore di potenza. 

Il tutto si traduce in un grafico che riporta la coppia e l’angolo della pedivella
Il tutto si traduce in un grafico che riporta la coppia e l’angolo della pedivella
I velocisti non ne traggono vantaggio.

No. Loro hanno picchi di potenza assurdi e per tempi brevi, una volata dura 15 secondi e la forza impressa sui pedali è troppa per essere controllata. La pedalata di un velocista lanciato nello sprint non può essere gestita, è forza pura. 

Anche la conformazione fisica gioca un ruolo importante?

Certo. Se un atleta ha delle gambe estremamente lunghe non potrà usare pedivelle da 165 millimetri. Immaginate Froome con delle pedivelle corte, farebbe una fatica immane. Alla base di tutto c’è una proporzione fisica. Pogacar è alto 176 centimetri, ed è passato da pedivelle lunghe 172,5 millimetri a quelle da 165 millimetri. Froome, per fare un esempio, è alto 186 centimetri, in proporzione per fare lo stesso salto dovrebbe passare da pedivelle da 175 millimetri a quelle da 170.

Il fisico gioca una parte importante, un corridore con leve lunghe non riesce a sfruttare al meglio le pedivelle troppo corte
Il fisico gioca una parte importante, un corridore con leve lunghe non riesce a sfruttare al meglio le pedivelle troppo corte
Cosa vuol dire controllare meglio la pedalata?

Avere una maggiore rotondità di pedalata, questo comporta meno punti morti e una miglior distribuzione della potenza. Nella fase di risalita la forza è sempre zero, ma riducendo questa parte si pedala attivamente per maggior tempo. Il beneficio finale è anche legato ad una maggior facilità di coordinazione dello sforzo

Ad Evenepoel la crono dei quattro marziani

05.07.2024
6 min
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Centottanta metri: è stato il distacco tra il primo e il secondo, che tradotti in 25,5 chilometri fanno una differenza di appena 0,7 per cento. La crono più che mai è la disciplina dei numeri e i numeri non tradiscono. Tutto secondo pronostico. Nonostante questo, la Nuits-Saint Georges – Gevrey Chambertin,  settima tappa di questo Tour de France, è stata da mangiarsi le unghie. Da stare seduti sulla punta del divano. Ha vinto Remco Evenepoel, su Tadej Pogacar, Primoz Roglic e Jonas Vingegaard.

Ed è stata una crono da mangiarsi le unghie perché finalmente tutti i migliori sono venuti allo scontro. Viene da chiedersi se si sia corso in Francia o su Marte. I top a livelli siderali…

I quattro giganti hanno scavato un solco tra loro e il resto del mondo, guarda caso gli stessi che si giocheranno la Grande Boucle. 

Remco Evenepoel (classe 2000) conquista il suo primo successo al Tour. In apertura la sua posizione perfetta
Remco Evenepoel (classe 2000) conquista il suo primo successo al Tour. In apertura la sua posizione perfetta

Remco marziano

Partiamo dal vincitore. Remco Evenepoel ha ribadito, semmai ce ne fosse stato bisogno, perché è lui il campione del mondo di specialità. Aerodinamico come nessun altro, non solo ha vinto, ma ha fatto la differenza esattamente nei tratti in cui si attendeva potesse andare più forte, vale a dire quelli in pianura. Quelli in cui c’era “solo” da spingere sul filo de 60 all’ora.

Il belga aveva il 62×11. Nonostante un piccolo problema tecnico, nel finale quando Pogacar gli si era avvicinato, è riuscito a scavare ancora qualcosa.

«Oggi – ci ha riferito Giampaolo Mondini, che cura i rapporti di Specialized con i team – Remco di più proprio non poteva fare. Era un percorso molto tecnico, c’erano certe stradine strette incredibili. Magari dalla tv non si percepivano. Già solo per uscire dal paese di partenza in un chilometro c’erano 4-5 svolte tecniche. E anche la discesa era tutta una sequenza di destra-sinistra: se sbagliavi una curva  perdevi tutta la ritmica e dovevi frenare. Quindi bene così: su carta Remco avrebbe potuto guadagnare massimo 25”, ne ha presi 12”. Va bene».

Nel finale, Evenepoel credeva di aver forato. «In realtà ha preso un sasso, ma con la ruota lenticolare in queste situazioni il rumore è lo stesso di una foratura. La gomma era sana, ma nel finale per paura che la sua posteriore avesse perso un po’ di pressione è stato un po’ conservativo».

«Mi sono sentito molto bene durante tutta la tappa – ha detto Evenepoel – Come l’abbiamo gestita? Abbiamo pensato più alla vittoria di tappa che ai distacchi per la classifica generale quindi direi missione è compiuta. Penso penso che Tadej è intoccabile, dopodiché c’è la gara e non si sa mai cosa può succedere in grande Giro. Da parte mia più passano le tappe e meglio mi sento. Da oggi inizieremo a pensare al podio. Penso di avere le gambe per questo».

Il “pacchetto crono” di Pogacar ha fatto netti passi in avanti. Tadej ottimo anche nella guida
Il “pacchetto crono” di Pogacar ha fatto netti passi in avanti. Tadej ottimo anche nella guida

Tadej vola anche a crono

Giuseppe Martinelli lo aveva detto un paio di giorni fa: «Per me Pogacar può vincere anche la crono e se non lo farà mi aspetto distacchi molto piccoli. Lo sloveno è più forte dell’anno scorso e forse anche più del Giro d’Italia», insomma come si suol dire: passa l’angelo e dice amen.

La maglia gialla la crono non l’ha vinta, ma la cura dimagrante e aerodinamica della sua Colnago si è vista eccome. Si è vista per il risultato, per la compostezza di Tadej e anche per la sua fluidità di guida. Se si guardano gli intermedi, ha recuperato qualcosina a Remco proprio nel tratto più tecnico.

Questa dozzina di secondi persi dal campione del mondo contro il tempo, sono ripagati dalla felicità dei 25” dati a Vingegaard che ora è a 1’15”. Tour chiuso? Neanche per sogno. E Tadej lo sa…

«Sono contento di come sia andata oggi – ha detto il corridore della UAE Emirates – Ho perso contro il campione del mondo e adesso dovrò guardarlo un po’ più da vicino. Ma ho aggiunto un po’ di distacco su Jonas, Primoz e gli atri ragazzi. Davvero oggi non potevo chiedere di più. Forse ho esagerato un po’ in salita e poi ho sofferto alla fine della salita stessa. Ma è andata bene e… mi sono divertito». Mi sono divertito: solo Pogacar può dire una cosa simile dopo una crono tanto delicata!

Esperto e solido, Primoz Roglic è giunto 3° a 34″ da Remco. Ora è 4° nella generale a 1’36” da Pogacar
Esperto e solido, Primoz Roglic è giunto 3° a 34″ da Remco. Ora è 4° nella generale a 1’36” da Pogacar

Roglic silenzioso

E poi c’è lui, Roglic. Zitto, silenzioso. Non sai mai se scatterà o se si staccherà. Quando Vingegaard e Pogacar sin qui se le sono date, lui ha sempre faticato, al netto del fatto che alla fine dopo il Galibier a Valloire ci è arrivato benone.

Primoz, che aveva il 60×10, ha fatto un’ottima cronometro. Non a caso è il campione olimpico. Nel finale è andato alla pari con Remco. Scelta saggia, la sua, di non strafare all’inizio come gli era successo già altre volte. Ma la crono del Lussari 2023 evidentemente gli ha lasciato un bell’insegnamento e non solo un bel ricordo.

«Ha faticato – ha detto Roglic – ma ho fatto del mio meglio, quindi sono contento della prestazione. Dopo questa crono posso essere ottimista. E’ un bel segnale per me».

Anche Roglic pedala su Specialized e di nuovo Mondini ci ha detto la sua: «E’ ormai chiaro che Roglic dopo il fattaccio del 2020 abbia un approccio meno irruento con le crono: non parte fortissimo. La sua è stata un’ottima gestione. Se andiamo a vedere la stessa del Delfinato dove aveva fatto le prove».

Posizione e materiali ottimi per Vingegaard. D’ora in poi le cose dovrebbero migliorare per lui
Posizione e materiali ottimi per Vingegaard. D’ora in poi le cose dovrebbero migliorare per lui

Vingegaard cova

Infine andiamo a casa del corridore della Visma-Lease a Bike. Tra i “fab four” è quello che è andato più piano. Il che fa anche un certo effetto scriverlo, ma tant’è. 

Eppure Adriano Malori, che ha seguito la crono ai microfoni di Radio Rai 1, come al solito non è stato banale.

«Non mi aspettavo una difesa tanto brillante di Vingegaard. Oggi per me Jonas ha preso l’ultima “sberletta” da Pogacar poi invertirà la rotta». In effetti ha perso esattamente 1” a chilometro dallo sloveno. Se pensiamo a come è arrivato a questo Tour è strabiliante. L’anno scorso a Combloux fece un mega-numero anche perché si dice avesse provato quel percorso una trentina di volte. Stavolta le cose sono andate diversamente per lui».

«Sinceramente sono contento della mia prestazione – ha detto Vingegaard – ho perso 37” da Remco e 25” da Pogacar. Dite che è un successo per lui? Io non credo sia così. Mi aspettavo di perdere di più». 

Sempre il danese, quasi a dare manforte a Malori, ha aggiunto: «L’anno scorso in due tappe gli ho preso 7 minuti e mezzo, quindi vado avanti con il mio piano. E’ già tanto essere qui. Avendo perso un po’ di muscoli a causa dell’incidente il test esplosivo sul San Luca, che temevo di più, sin qui è stata la notizia più bella. Posso dire che la mia forma sta crescendo».

Pogacar-Evenepoel: domani sarà un braccio di ferro

04.07.2024
6 min
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«Se Pogacar è Pogacar – dice Ganna dal Tour of Austria – cioè quello del Giro, è duro batterlo a crono. Cioè, non riesci. Prendergli la maglia è dura. Poi si sa, Remco è un fenomeno, quindi… La mia sensazione? Sarà una bella lotta tra titani. Anzi, titani poco, perché non sono così grossi. Però vanno entrambi forte. E anche Vingegaard mi sembra che si sia lamentato tanto che non stava bene, però mi pare che anche lui vada abbastanza forte».

Iniziamo da qui, dall’ultima battuta della sera in uno scambio di messaggi, per entrare nel clima del Tour, fra la tappa vinta da Groenewegen e la crono di domani. A Dijon vince il velocista del Team Jayco-AlUla contro un Philipsen un po’ spuntato che fa secondo, ma viene declassato per aver chiuso la porta in faccia a Van Aert. Invece Pogacar, tagliato il traguardo, sale subito sulla sua nuova bicicletta da cronometro.

Anche oggi Pogacar ha pedalato con la bici da crono sui rulli (foto Fizza/UAE Emirates)
Anche oggi Pogacar ha pedalato con la bici da crono sui rulli (foto Fizza/UAE Emirates)

Non solo aerodinamica

La tappa lo ha visto sudare freddo solo una volta, quando la Visma-Lease Bike ha aperto un ventaglio e Tadej si è ritrovato in testa da solo, senza neppure un compagno. Parleranno anche di questo, c’è da scommetterci. Ma domani è il grande giorno e, come ormai da qualche tappa, mantenere la confidenza con la sua Colnago è il modo migliore per arrivare come si deve alla partenza da Nuits Saint Georges. La crono che ci concluderà a Gevrey-Chambertin misura 25,3 chilometri con 300 metri di dislivello. Per perdere la maglia per mano di Evenepoel, Pogacar dovrebbe concedergli 2 secondi a chilometro. In gruppo non si parla di altro.

«Oggi è stata la conferma – dice – che non puoi mai rilassarti nelle tappe del Tour de France, qualunque sia l’altimetria. Quando c’è un po’ di vento di traverso, anche se non è abbastanza per fare danni, ci sono dei problemi. E’ stata una giornata piuttosto stressante, ma alla fine sono felice che la tappa non sia stata troppo lunga e che l’abbiamo portata a termine rapidamente. Ogni giorno è un test e domani ci sarà la cronometro. Sono andato a vederla già molto tempo fa e il percorso mi piace.

«E’ abbastanza veloce, ma devi anche essere molto potente: l’aerodinamica non è tutto. Sarà interessante vedere come andrà domani, anche se penso che il favorito sarà Remco. E’ campione del mondo e ha dimostrato più di una volta di poter battere tutti. Per cui lui vincerà, ma io farò una crono molto solida. Devo guardarmi da lui. Ha l’obiettivo del Tour da dicembre e credo che sia pronto per lottare sino alla fine».

Gli occhiali di Batman

Dylan Groenewegen non vinceva una tappa al Tour dal 2022 e allora parve una resurrezione dopo il dramma del Polonia 2020 con la caduta di Jakobsen e tutto quello che ne era derivato. Il campione olandese però ha saputo ricostruirsi la necessaria calma interiore e nel raccontare la vittoria, sfodera anche una sottile ironia nel riferimento alla mascherina aerodinamica, su cui in questi giorni si è tanto ironizzato.

«Visto che il nasello dei miei occhiali ha funzionato? Gli sponsor cercano le soluzioni più veloci – sorride – come si è visto nel caso del casco aerodinamico Visma-Lease a Bike. Noi abbiamo scelto di lavorare sugli occhiali da sole e forse questo oggi mi ha aiutato a vincere. Immagino che sarebbe stata anche una bella foto con questa maglia rossa, bianca e blu, ma alla fine eravamo così vicini che non ho potuto esultare. So di avere gambe davvero buone. So di avere una squadra davvero forte, ma ci sono velocisti più forti.

«Ieri Cavendish è stato superiore e oggi Philipsen è stato davvero difficile da battere, ma alla fine ci siamo riusciti e questo è davvero importante. Il livello si è alzato così tanto che vincere una sola tappa è diventato difficilissimo. I treni sono davvero forti e ora finalmente ce l’abbiamo anche noi. Nel WorldTour è così per quasi tutti i team, per questo è difficile fare bene».

Si parla poco di Roglic, campione olimpico della crono: domani recupererà terreno?
Si parla poco di Roglic, campione olimpico della crono: domani recupererà terreno?

L’occhio del cittì

Fino a Valloire nella carovana c’era anche Marco Velo, il commissario tecnico delle crono, in Francia come direttore di corsa con Allocchio per la parte italiana del Tour. Approfittando di questo punto di osservazione, il bresciano ha potuto osservare i favoriti della corsa. E mentre domattina alle 11, assieme agli altri tecnici azzurri, annuncerà al CONI gli azzurri di Parigi, adesso torna con noi sulle strade francesi.

«Secondo me Pogacar tiene la maglia – dice netto – anche perché sta provando a mettere più fieno in cascina. Vingegaard non è lontano e se è capace di gestirsi bene, rischia di diventare pericoloso, anche se non ha la squadra dello scorso anno. Non so se Pogacar possa andare più forte di così e tutti sospettano invece che Jonas possa crescere. Dubito invece che Remco possa dargli 2 secondi a chilometro, anche perché la crono non è piattissima con i suoi 300 metri di dislivello. E non dimentichiamo che a Desenzano, nella seconda crono del Giro che era lunga 31 chilometri, fino a 10 chilometri dall’arrivo Tadej aveva lo stesso tempo di Ganna. Secondo me arrivano vicini e Pogacar potrebbe addirittura provare a vincere la tappa.

«Non parliamo ovviamente del valore del Remco specialista – aggiunge – quella è un’altra cosa. Difficilmente faccio riferimento alle crono in un Grande Giro, anche se questa comunque si corre quasi all’inizio. Nei Grandi Giri conto quanto sei fresco, quanto hai speso nei giorni prima, per cui secondo me non sarà una prova così veritiera. Però, come dico sempre io, fa curriculum lo stesso. Invece credo che Vingegaard un po’ perderà terreno. Ero davanti con la macchina, l’ho visto scollinare dal Galibier con poco meno di 10 secondi e finché c’erano i tornanti, non ha perso molto. Quando però la discesa verso Valloire è diventata da spingere, allora ha pagato. Lo vedo ancora un attimino in sofferenza, però siamo ci sono ancora due settimane abbondanti e 15 giorni e nell’economia di un Grande Giro sono tanti».

E se la crono la vincesse Van Aert, oggi danneggiato allo sprint? Il belga migliora, al pari di capitan Vingegaard
E se la crono la vincesse Van Aert, oggi danneggiato allo sprint? Il belga migliora, al pari di capitan Vingegaard

La crono di Bettiol

E allora, visto che c’è lui, gli facciamo una battuta prima su Bettiol, possibile secondo cronoman azzurro a Parigi (anche se le convocazioni avverranno appunto domattina). E poi su quello che è successo proprio sul Galibier davanti ai suoi occhi. Con Ayuso che magari domani farà anche una grande crono, avendo vinto quella della Tirreno e rinunciando a stento alle sue chance di classifica. C’eravamo al Giro d’Italia quando Velo, campione italiano di specialità ma gregario di Pantani, fece una grande crono e Pantani a tavola gli fece i complimenti, augurandogli che dal giorno dopo avesse ancora le gambe per tirare.

«Vabbè – sorride – dopo però mi sono rifatto e alla fine c’ero per fare il mio lavoro. Ero giovane ed è giovane anche Ayuso. Invece con Bettiol ho parlato, ma senza mettergli pressione. Da una parte spero che faccia la crono con la testa e con la convinzione di provare uno sforzo che poi gli servirà in caso di convocazione su Parigi. Ma c’è davanti un Tour e magari la farà tranquillo, puntando ad altri traguardi. E lo capirei ugualmente». 

Il volo del campione. Pogacar domina il Galibier

02.07.2024
6 min
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VALLOIRE (Francia) – Il Col du Galibier si conferma terra per artisti. Come Pantani 26 anni fa, anche Tadej Pogacar ha dipinto un capolavoro che resterà indelebile nella storia del ciclismo. Ha dipinto le curve in discesa e aggredito in tornanti in salita. Ha demolito l’avversario. Il risultato è un quadro. Tappa, maglia e l’orgoglio di essere riuscito finalmente a vincere una battaglia dopo tante sconfitte.

L’avversario chiaramente è Jonas Vingegaard. Ma come detto questa era “solo” una battaglia. La guerra è lontana dal finire. Una guerra bella… questa. Sportiva sia chiaro. Gli occhi di Pogacar visti oggi in mix zone facevano paura. Felicità certo, ma anche una consapevolezza sconcertante.

Pogacar taglia il traguardo. Stoppa il computerino. Ha fatto 19,3 km di fuga solitaria
Pogacar taglia il traguardo. Stoppa il computerino. Ha fatto 19,3 km di fuga solitaria

Quadro Galibier

L’opera d’arte della UAE Emirates, prende corpo sul Lautaret, lungo colle che porta poi al Galibier. Il vento contrario complica i piani ai ragazzi di Matxin. Tra pendenze dolci e appunto vento contro, a ruota non si stava bene, ma benissimo. Però è un ritmo che fa male. Che logora. E’ un ritmo che se non sei al top ti fa consumare tanto.

Dopo la svolta per il mitico Colle, ecco l’affondo tambureggiante della UAE. Prima Pavel Sivakov, poi Adam Yates. Poi ancora il balletto Joao Almeida e Juan Ayuso. Il gruppo si sgretola. Restano i giganti.

A 1.200 metri ecco lo scatto. Pogacar a destra, Vingegaard a sinistra. Sembra di rivedere il San Luca. Solo che si apre una breccia. Un metro, due. Un tornante e il rilancio violento dello sloveno. Dopo due anni di cazzotti incassati stavolta è lui a portare a segno il colpo.

Il resto è una planata che lascia tutti col fiato sospeso. Un arrivo quasi rabbioso con pedalate piene fino ad un metro dopo il traguardo.

Galibier. Lo sloveno è partito da pochi istanti. Vingegaard si appena staccato. Qui il buco è ancora di pochissimi metri
Galibier. Lo sloveno è partito da pochi istanti. Vingegaard si appena staccato. Qui il buco è ancora di pochissimi metri

Tappa e maglia

Il re del Giro d’Italia taglia il traguardo. E’ stanco e si vede. Ma lucidissimo. La cassa toracica si gonfia e si sgonfia in modo impressionante. Lui spegne il computerino. Qualche istante e ha già recuperato. 

«Il mio piano – ha detto Pogacar – è stato un po’ rovinato dal forte vento. Se non ci fosse stato avremmo potuto fare ancora di più, ma sono orgoglioso dell’azione e della squadra. E per me conta molto aver vinto da squadra.

«Dobbiamo continuare così. Dobbiamo avere in corsa la stessa atmosfera che abbiamo a cena, nel bus, alla mattina. E dobbiamo mantenere questo spirito di combattimento fino alla fine. La strada è ancora molto lunga».

Pogacar famelico

Sarà che lo abbiamo seguito giorno dopo giorno al Giro d’Italia, ma Pogacar sembra davvero un altro. In Italia dominava senza problemi. Qui si sapeva che gli avversari sarebbero stati diversi. Ma in tanti anni non lo avevamo mai visto così feroce.

«Sapevo – riprende il campione sloveno – che con il vento contro restare davanti da solo sarebbe stato difficile. Avrei voluto attaccare prima, così ho aspettato gli ultimi chilometri, i più difficili. Avevo davvero buone gambe e per questo ho dato tutto per creare un po’ di spazio prima della cima».

E poi, insaziabile ha aggiunto: «Non è stato il mio finale migliore, perché faceva anche freddo e alcune curve erano bagnate, ma quei 35”-37” mi rendono orgoglioso».

In effetti qualche curva Tadej non l’ha tirata benissimo, ma è normale quando si è al limite. Tra l’altro la scelta di attaccare in discesa è figlia anche di un momentaneo punto debole di Vingegaard quando la strada scende. Non dimentichiamoci che Jonas viene da una caduta in discesa e ci sta che anche psicologicamente avesse un filo di “incertezza”. 

Insomma in questa guerra a livelli siderali ogni minima crepa diventa un appiglio per aprire una breccia.

Almeida e Ayuso si sono alternati nel tratto finale del Galibier a causa del forte vento
Almeida e Ayuso si sono alternati nel tratto finale del Galibier a causa del forte vento

Applausi UAE

Per questo, in quei pochi metri che si sono aperti tra Pogacar e Vingegaard sul Galibier c’è di mezzo un mondo. Forse l’intero Tour de France. Tutto è in divenire ma per ora uno è davanti e l’altro insegue.

«Io – riprende Pogacar – credo che Jonas stia molto bene, ma in tre settimane qualcosa può cambiare. Vedremo come andranno le cose nelle prossime tappe e anche nella crono».

Ma c’è un altro aspetto che va preso in grande considerazione: oggi Vingegaard è rimasto solo. Se gli altri anni i Visma-Lease a Bike dominavano, oggi nei primi otto c’era solo il danese. E questo forse è l’aspetto che più ha reso felice Pogacar. «La squadra conterà di sicuro da qui in poi. E noi oggi abbiamo dimostrato di avere uno dei team più forti».

Ancora Ayuso e Almeida: i due si sono parlati dopo il traguardo
Ancora Ayuso e Almeida: i due si sono parlati dopo il traguardo

Ayuso e Almeida

Una bella atmosfera ha detto Tadej. E in effetti oggi la UAE Emirates ha lavorato alla grandissima. Ha mostrato compattezza, nonostante un piccolo episodio riguardante Ayuso proprio nel finale del Galibier.

Un momento su cui anche Pogacar è intervenuto. «Magari è sembrato un gesto plateale, ma quando sei a 200 battiti è difficile parlarsi. Joao non era arrabbiato».

«Tutto è andato come volevamo – ha detto un freschissimo Almeida dopo il traguardo – siamo stati perfetti. La mia gamba è buona e di sicuro da qui alla fine sarà ancora meglio. Siamo felici, ma sappiamo che c’è ancora molto da fare».

Come dicevamo solo un piccolo “caso”, quando Ayuso era in quinta ruota, quindi dietro a Pogacar, e Almeida era in testa. Il portoghese gli aveva fatto quel gesto invitandolo a venire avanti. «Quel gesto con Ayuso? Non mi ricordo bene ora», glissa Joao.

In pratica, secondo Matxin, visto il vento forte che c’era e il ritmo alto che dovevano imprimere, anziché dare una lunga trenata ciascuno, i due dovevano alternarsi. Ma Ayuso era rimasto un po’ troppo nascosto. Tanto è vero che poi quando è passato il ritmo è un po’ calato. Il dubbio dunque è che Ayuso abbia fatto il furbo. L’ambizione personale dello spagnolo è nota… Ma ci sta anche che i ritmi siderali lo abbiano reso un filo meno lucido.

All’arrivo comunque i due si sono abbracciati. Almeida gli ha sussurrato qualche breve parola all’orecchio e poi si sono scambiati il cinque. Ma per il resto davvero tattica ineccepibile. E grandi sorrisi. D’altra parte come potrebbe essere diversamente di fronte ad una simile opera d’arte?