Agostini, una storia (illuminante) di dolore e rinascita

05.12.2021
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Stefano Agostini aveva 24 anni, quando nel 2013 firmò la lettera di licenziamento e lasciò il quartier generale della Liquigas con un sospiro di sollievo. Stefano non è mai stato un ragazzo banale, aveva cose interessanti da dire e la reazione violenta della squadra alla positività per aver usato una pomata contro le scottature lo scosse e scosse l’ambiente. Fu troppo, ma forse fu la spinta che il ragazzo di Udine aspettava per liberarsi da un ciclismo che si era fatto opprimente e che si avviava a schiacciare alcuni dei talenti più belli. Quelli del 1989 e del 1990. Quelli che tranne pochi casi hanno smesso tutti.

«Sapete – dice – che parlavo di questa cosa un paio di settimane fa con Battaglin? Siamo stati compagni di squadra, poi l’ho visto al suo matrimonio, mentre lui non è potuto venire al mio perché mi sono sposato in pieno Covid. Così finalmente ci siamo ritrovati a cena. E gli ho chiesto: “Ma ti ricordi il mondiale juniores del 2007? Sembravamo votati a carriere di successo, invece ci siamo persi un po’ tutti. E’ rimasto Ulissi, ma non a livello di uno che ha vinto due mondiali juniores”. E lui con la solita sintesi ha risposto che non ci capisce più niente e che vanno tutti più forte di lui. Che i nuovi arrivati sembrano tutti dei piccoli Sagan…».

Battaglin, Agostini, Boem: quelli del 1989 della Zalf, destinati a carriere luminose
Battaglin, Agostini, Boem: quelli del 1989 della Zalf, destinati a carriere luminose

Lo zampino di Rui

Non ci sentivamo da un pezzo e c’è voluto “Ciano” Rui per recuperare i contatti. E così Stefano racconta che dopo il primo anno lavorando in Selle Italia per il mercato britannico e spagnolo, ha accettato l’offerta di Salomon, partendo come rappresentante dell’abbigliamento e poi crescendo. Non voleva più stare nel ciclismo, invece nel 2020 lo ha chiamato Fantic Motor, da poco rilevata da VeNetWork, pool di imprenditori veneti che ne hanno fatto esplodere il valore puntando sulle e-Bike.

«Sono responsabile commerciale per l’Italia – racconta – cercavano una figura che seguisse il mondo bici e così ho iniziato il 3 febbraio del 2020. E’ stato strano rientrare nel ciclismo. Fuori c’è un mondo enorme, ma volevo fare un lavoro più manageriale dopo gli anni sul campo e vedere se facesse per me. Ho scoperto che funziona. Ho 11 agenti sul territorio e il 5 settembre del 2020 mi sono sposato con Vittoria. Stavamo insieme da 17 anni, era giusto farlo. Lei è magistrato e viviamo vicino Noale».

Alla Liegi del 2013 all’ultimo anno in gruppo, senza mai rendere come sperava e meritava
Alla Liegi del 2013 all’ultimo anno in gruppo, senza mai rendere come sperava e meritava
Segui le gesta dei tuoi ex colleghi?

Un po’ sì. Non metto la sveglia per seguire le corse, ma faccio parte della Sacra Confraternita Unita e ci sono sempre. Seguo le corse più importanti. Sono stato a Eicma per l’elettrico e mi sto appassionando ad altre dinamiche della bici. Ieri però ho fatto il primo giro in bici dopo due mesi. Faccio i miei 70-80 chilometri. Di solito arrivo in negozio da Marco Bandiera, prendiamo il caffè e torno indietro. Non sono più competitivo (ride, ndr).

Che cosa pensi della tua generazione?

Io faccio parte dei disillusi, ma in assoluto penso che in quegli anni non c’era tempo per crescere e aspettare. Alcuni sono passati e hanno vinto subito, chi arrivava secondo lo viveva come una sconfitta. Quand’è così la testa diventa fondamentale, perché per preparazione e alimentazione sono tutti lì. Vedere un Battaglin o anche Moser che si stacca da un gruppo di 30 corridori è un fatto di testa.

Perché è successo?

Il 1989 sembrava l’anno dei fenomeni, per fortuna alcuni tengono duro. Secondo me c’erano tante aspettative e non s’è costruito sotto, nei dilettanti. Non si voleva restarci troppo a lungo. Quando ho visto che non rendevo, ho cominciato a pensare che non fosse il mio lavoro. Aru stessa cosa. E’ passato ed è andato più forte di quanto si potesse immaginare. Ma quando tutti ti aspettano, la squadra conta su di te e i giornali ti puntano, diventa un peso che ti schiaccia. E ti senti inadeguato.

Per un po’ su tutti i social lo si vedeva correrea piedi in gare di resistenza come la Spartan Race
Per un po’ su tutti i social lo si vedeva correrea piedi in gare di resistenza come la Spartan Race
Non si riesce a farla scivolare addosso?

Ogni ciclista è sensibile, non siamo calciatori. Ti scivola addosso forse se sei come Sagan e hai vinto tutto, ma io non ho mai visto un ciclista che non andasse a spulciare l’articolo di giornale oppure a vedere cosa facesse il suo rivale.

Ti manca?

E’ stato duro all’inizio, ma davvero ho tirato un sospiro di sollievo dopo due anni in cui ero una delusione per me stesso e per gli altri. Io ho bisogno di stimoli, non ci sto ad accontentarmi. L’anno in Selle Italia è stato duro perché ero giovane, mi conoscevano ed ero ancora in condizione per essere un atleta di vertice. E ad essere sincero, mi scocciava veder vincere i miei coetanei, perché pensavo che potevo esserci io. Ora però non ci penso più. Sono contento quando vedo vincere Colbrelli o Trentin e sono orgoglioso dicendo che correvano con me. Mi sta bene la vita che faccio, non rimpiango niente, soprattutto pensando ai ragazzi che ogni anno devono lottare per cercarsi un contratto. Alcuni a volte mi dicono che ho fatto meglio io.

Due anni di delusioni per te e per gli altri: sul serio?

Soffrivo parecchio. Ricordo una volta che sperai di avere la febbre per non andare a correre in Belgio. Facevo la vita. Mangiavo al meglio. Mi allenavo tutti i giorni con Tosatto, eppure non andavo avanti. Avevo accanto l’esempio di Moreno Moser, che trasformava in oro tutto quello che toccava (i due sono insieme nella foto di apertura, ndr). Già Vittoria mi aveva detto di pensarci bene, così il licenziamento mise fine sotto una vita di stress, di Adams, problemi…

Difficile da accettare?

Ho iniziato a vincere a 16 anni e trovarmi in una squadra di fenomeni che si ricordavano com’ero mi dava la sensazione di rovinare il buono che avevo fatto. Una volta parlavo con Marangoni. Eravamo poco sopra al minimo di stipendio e lui diceva che finché avesse trovato chi gli dava quei soldi, avrebbe continuato. Io invece volevo di più, non mi stava bene. E alla fine ho preso la mia strada.

In casa hai qualcosa che parla di ciclismo?

A casa dei miei c’è ancora tutto. La maglia tricolore degli under 23 in un quadro, quella del Giro, tutti i trofei. A casa mia non c’è niente, a parte la bici. Per me ora il ciclismo è nel lavoro e in quei giri per andare a salutare Marco Bandiera. E sono felice così.

Dove sono finiti quelli del 90? Solo pochi tengono duro

12.06.2021
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La paura fa… 90. Stavolta non c’entra nulla la cabala, ma un’annata che ha prodotto talenti incredibili anche se, per un motivo o l’altro, alcuni di loro si sono persi o non hanno mantenuto le aspettative trasmesse da dilettanti o dopo i primi anni di professionismo. Attenzione, in questa nidiata non mancano fenomeni assoluti però molti di loro hanno sofferto – anche più del dovuto – lo stress, fino ad arrivare al ritiro anticipato o ad una pausa di riflessione della carriera.

Sagan, classe 1990, continua a vincere ed è forse l’eccezione fra i corridori della sua età
Sagan, classe 1990, continua a vincere ed è l’eccezione fra i corridori della sua età

Capo Sagan

La stella polare di questa annata, in cui tengono banco Mikel Landa e Nairo Quintana, è senza dubbio Peter Sagan – 31 anni fatti a gennaio, passato nel 2010 in Liquigas, finora 117 vittorie totali di cui 58 nelle prime quattro stagioni da professionista – il quale ha abituato tutti sin troppo bene, al punto che qualche detrattore lo dipinge sul viale del tramonto quando, palmares alla mano, non gli si può contestare nulla. E tanto ha ancora da dare, pur dovendo fare i conti sia con la pressione del risultato, sia con la nouvelle vague dei giovani campioni affamati e pigliatutto.

Casi diversi

Della stessa classe di nascita dello slovacco abbiamo altri esempi di ragazzi che, dopo le speranze iniziali, avrebbero potuto dominare per molto tempo e che adesso sembrano essere invecchiati precocemente o appaiono incompiuti.

Naturalmente ci sono tante varianti – infortuni, avversari più forti – che condizionano una carriera e per qualcuno di essi hanno inciso tanto, troppo. Moreno Moser, Aru (in apertura contro Contador al Giro 2015), Cattaneo, Diego Rosa, Dumoulin, Pinot, Bardet e Phinney, per citare i casi più eclatanti, hanno alternato grandi successi a battaglie anche contro lo spettro di stati melanconici e umorali vicini alla depressione. E questi aspetti ti svuotano più di una tappa di trecento chilometri con settemila metri di dislivello.

Moreno Moser è del 90 e ha vissuto un primo anno da pro’ stellare, poi ha avuto cali di tensione
Moreno Moser è del 90 e ha vissuto un primo anno da pro’ stellare, poi ha avuto cali di tensione

Il punto di Amadori

Nel 1990 Marino Amadori – ct della Nazionale U23 dal 2009 – ha terminato la sua buonissima carriera da pro’ e a lui, che di giovani se ne intende, abbiamo provato a chiedere di analizzare questa particolare situazione proprio mentre sta seguendo dal vivo il Giro d’Italia U23 dove sta dominando il diciottenne Ayuso, il nuovo ennesimo fenomeno del panorama internazionale.

Da dove possiamo partire, da un confronto fra le varie epoche? 

Non è facile trovare i motivi o dire il perché. Ai miei tempi non c’era tutta l’esasperazione di adesso nel passaggio da dilettante a professionista. E che c’è anche tra gli juniores e le categorie vicine. Però va detto che non c’erano nemmeno tutta la attenzione e la cura che vengono riservate ai ragazzi attuali.

Battaglin ha lanciato lampi di classe e alternato momenti di buio
Battaglin ha lanciato lampi di classe e alternato momenti di buio
Spiegaci meglio.

Forse i ragazzi nati in quel periodo, fra il 1989 e il 1991, erano meno preparati nei minimi dettagli, sia fisici che mentali, rispetto a quelli di adesso al passaggio tra i pro’. Sono passati 10-11 anni, quindi non un’eternità, ma la differenza c’è e quelli di adesso soffrono meno il salto.

C’è un rovescio della medaglia per te?

Certo, e non è da sottovalutare. La seconda riflessione che faccio infatti è che così facendo si rischia di bruciare i ragazzi più di quelli del ’90, visto che l’abbiamo presa ad esempio. Adesso corridori, direttori sportivi, team manager, genitori, vogliono tutto e subito. Non c’è più pazienza, ma invece serve eccome, non bisogna avere fretta. Chiaramente non è così per tutti, però bisogna prestare attenzione. Inoltre molti ragazzi hanno attorno tantissime figure che da una parte tendono ad innalzare la loro qualità di atleta e dall’altra tendono a creare stress e pressioni.

Dumoulin, classe 90, vincitore del Giro 2017, poi un continuo calare
Dumoulin, classe 90, vincitore del Giro 2017, poi un continuo calare
Una volta un corridore a trent’anni suonati poteva essere considerato a fine corsa, ma lo sport dell’ultimo periodo ci propone talenti precoci e campioni datati. Nel ciclismo come funziona?

Intanto dico che per me un altro come Valverde (quarantunenne alla ventesima stagione da professionista ad altissimi livelli e pronto a rinnovare anche nel 2022, ndr) non lo troveremo più, mentre al giovane fuoriclasse non possiamo chiedere sempre il massimo perché vivono un insieme di situazioni non semplici. Poi dobbiamo anche considerare che talvolta qualcuno di loro si trova a convivere, ancora giovane, con un appagamento economico che può togliergli qualche stimolo. E questo può diventare un altro problema difficile da risolvere.

Secondo te Marino c’è una soluzione a tutto ciò?

La ricetta matematica non esiste, ci vuole molto buon senso da parte di chi gestisce questi ragazzi, ma non è semplice.

Giacomo Nizzolo, classe 1989, è esploso negli ultimi due anni perché vari infortuni lo hanno… protetto da un logorio eccessivo
Giacomo Nizzolo, classe 1989, è esploso negli ultimi due anni perché vari infortuni lo hanno… protetto da un logorio eccessivo
Ultima domanda: della lunga lista dei ragazzi del ’90, tutti di grande talento, da chi ti aspettavi qualcosa in più?

Li conosco tutti bene, sono diventato cittì quando loro erano dilettanti e ne ho convocati parecchi. Se posso allargo il discorso anche a qualche fuori età. Innanzitutto mi sento di fare i complimenti a Caruso, che è un po’ più vecchio ma che considero quasi di quella generazione, per il grande Giro d’Italia che ha fatto. E poi sono felice per Cattaneo che dopo anni di purgatorio sta facendo bene nella Deceuninck. Faccio però altri due nomi: Moreno Moser ed Enrico Battaglin, anche se lui è un ’89. Per me potevano fare tanto di più, ma è andata diversamente. Capita, questo è il ciclismo.

Lingotto, 11,15 del mattino. Partito il Giro-E

08.05.2021
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Max Lelli racconta di come abbiano riaperto da poco l’agriturismo e speriamo che si possa ripartire. Moreno Moser che dà le istruzioni ai suoi compagni, spiegando loro di stare molto attenti alle rotaie del tram. Andrea Ferrigato che indossa la maglia di Trenitalia e sottolinea l’abbinamento fra i treni veloci e la bici che non inquina. Roberto Ferrari in maglia Valsir alla guida della sua squadra, sempre con lo sguardo killer del velocista. E poi Patrick Martini, che dal palco annuncia che sarà una «figata, per il messaggio che si vuole portare e per i posti che si attraverseranno». E’ il Giro-E ragazzi, terza edizione al via.

Poi… tre due, uno e il Giro-E 2021 prende il largo dalla periferia di Torino, davanti alla sede di Eataly, e affronta un percorso più lungo dei pochi chilometri della crono, spingendosi verso Superga e i colli intorno alla città, per poi entrare nel percorso della sfida che nel pomeriggio vedrà il debutto dei professionisti.

Un altro ciclismo

Nove team e sei maglie. Sponsor importanti. Il Covid e il boom del mercato della bicicletta hanno portato a un’impennata bestiale nella vendita di bici elettriche e il fatto di avere degli ex corridori alla guida del gruppo fa capire il messaggio.

«Quando correvo – dice Moreno Moser – avevo la pretesa di bici leggerissime, super scattanti, rigide da morire. Poi ho smesso e ho scoperto che esiste anche un altro ciclismo…».

In queste parole c’è tutto il riassunto della terza “sfida” targata RCS Sport, già organizzatore del Giro d’Italia. La carovana E percorrerà l’Italia da Torino a Milano, in 21 tappe, per raccontare la bellezza della Penisola in un percorso di 1.540 chilometri lungo i quali seminare con risate e incontri il verbo della bicicletta. Sia pure elettrica.

Max Lelli e Giovanni Bruno Responsabile eventi speciali di Sky Sport
Max Lelli e Giovanni Bruno Responsabile eventi speciali di Sky Sport

Sfida goliardica

La sfida è goliardica, al punto che i capitani spiegano chiaramente ai loro gregari che nel finale soltanto loro faranno la corsa vera, per un fatto di idoneità sportiva e per non stravolgere lo spirito della manifestazione. Il Giro-E non è una gara, ma una e-bike experience. Anche se i partecipanti per un giorno vivranno in tutto e per tutto come i professionisti.

Andrea Ferrigato, al debutto nella nuova esperienza: capitano del team Trenitalia
Andrea Ferrigato, al debutto nella nuova esperienza: capitano del team Trenitalia

Tamponi per tutti

I partecipanti si sono ritrovati di buon mattino per i tamponi rapidi. Poi si sono radunati per squadre. Hanno ricevuto il materiale per correre. Si sono cambiati e hanno fatto il briefing con i loro capitani. Sono andati alla presentazione dei team, sfilando sul palco prima della firma di partenza. Sono andati a sedersi nel villaggio hospitality a loro riservato per prendere il caffè. Poi, quando la bandierina si è abbassata, si sono lanciati… comodamente lungo le strade della prima tappa. A chi ha scelto Torino è andata anche bene. Ma il dislivello del Giro-E sarà di 25.500 metri e fra le tappe spiccano la numero 14, Maniago-Monte Zoncolan con 2.700 metri di dislivello e la 16ª Canazei-Cortina D’Ampezzo che ne ha 2.200 e scala il Giau e il Pordoi, Cima Coppi del Giro 2021. 

E loro chi sono? Gabriele Balducci qui con Shimano e Moreno Moser
E loro chi sono? Gabriele Balducci qui con Shimano e Moreno Moser

«Eppure – diceva Moser avviandosi alla partenza – le tappe più dure per i nostri partecipanti saranno quelle di pianura. In salita si tratta di gestire l’autonomia del motore, ma in pianura a 25 all’ora la trazione si stacca e quando ci sarà da andare a 40 all’ora, per persone magari non troppo allenate e non abituate a stare in gruppo, la cosa si fa dura. Il gioco per oggi sarà rispettare la media che ci hanno indicato, 35 all’ora. Si corre di squadra. Buon Giro-E a tutti».

Il gravel secondo Moreno (e anche secondo Cinelli)

05.05.2021
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«E’ una goduria – parte secco Moreno Moser, unico italiano ad aver vinto la Strade Bianche – su una bici da strada vivi lo sterrato come una situazione di pericolo. Quando invece sono andato a provarlo per uno shooting con la gravel in acciaio, è stato super divertente. Entri a canna nei vari settori e la senti che tiene. Quando pedali sull’acciaio, fai una scelta di stile. Un’idea di ciclismo più pura, con un occhio al passato, ma con i freni a disco e i fili cablati…».

Da fixed a gravel

Il viaggio con il trentino nel mondo gravel firmato Cinelli inizia così, con un entusiasmo nel parlare che negli ultimi tempi da professionista si era allontanato. Da quest’anno Moreno fa parte del Team Cinelli Smith, quello che fino a poco tempo fa era il riferimento nelle gare di fixed e che poi al bivio, ha girato verso il gravel.

«Il team – spiega Francesca Luzzana, Press&Comunication del Gruppo Cinelli – già dal 2005 aveva iniziato a intercettare il movimento underground americano dello scatto fisso, per portare in gruppo quel verbo. Però la scena è cambiata, il movimento è diventato troppo popolare e noi abbiamo iniziato a guardarci nuovamente intorno. Prima abbiamo creato la collaborazione con il Team Colpack, rimettendo quindi il naso nell’agonismo di alto livello su strada. Quindi abbiamo deciso di unire alla strada una diversa letteratura, che crea un ponte fra il mondo del ciclismo e quello, ad esempio, dello snow board.

«Va detto però che Cinelli nel gravel c’era da tempo, decisamente tra i primi. Le nostre gravel sono nate 10 anni fa con una configurazione da ciclocross, poi abbastanza rapidamente siamo arrivati all’assetto di oggi, con il King Zydeco per l’agonista e la Nemo Tig per valorizzare l’acciaio Columbus. Un mondo da cui Moser è rimasto decisamente affascinato».

Una grande storia

Moreno sta guidando per le strade del Trentino in direzione della cantina di suo zio Francesco. «Perché quando si parla di ciclismo da queste parti – scherza – alla fine ci si ferma sempre lì. Devo dire che questa avventura è nata molto per caso, ho detto sì quasi senza sapere bene cosa andrò a fare. Non voglio fare il professionista, allenarmi per vincere le corse. Mi piace il fatto che il team sia composto da gente che lavora, che fa altro. E’ bello che si punti sulla partecipazione femminile. E mi piace molto che il messaggio sia l’unione piuttosto che l’essere super competitivi. Vorrei partecipare alla Veneto Gravel, per intenderci, una prova di 700 chilometri che si farà a giugno, con il gusto di finirla tutti insieme.

«Ma ammetto che, come tutti gli stradisti, mi sono avvicinato alla gravel con un po’ di diffidenza, che però è sparita alla svelta. Sono entrato in Cinelli e mi sono reso conto di avere intorno una storia. In un mondo in cui gli altri marchi sono allineati nel copiarsi a vicenda, quando scopri il mondo Cinelli resti scioccato. Non ho mai corso su una loro bici, ma da junior un super tifoso di mio zio mi aveva regalato il Ram, il manubrio monoscocca. Faceva paura da quanto era bello, me lo guardavano tutti».

Due anime diverse

Fabrizio Aghito è l’anima tecnica dietro le gravel (e non solo) di Cinelli ed è interessante sentirlo parlare delle loro… creature e della filosofia che le ha portate al mondo.

«Nel Dna di Cinelli – spiega – c’è stare nei mondi trasversali, dove il cronometro non è così centrale. Alla larga, insomma, dalle dinamiche che fanno perdere la freschezza e la voglia di divertirsi. Se ci pensate il Rampichino, lo scatto fisso e le Bootleg da viaggio nacquero dalla stessa filosofia. Le gravel un po’ ricalcano due anime. Il King è un telaio monoscocca da 1.000 grammi, che nasce per il montaggio con monocorona e per andare veloci. Ha quattro misure, mentre il Nemo, che pesa 1.900 grammi, ne ha 6 e all’occorrenza permette, essendo in acciaio, di costruire il vero su misura».

A tig come una volta

Parlare del telaio Nemo Tig significa per chi scrive tornare a un linguaggio che si temeva di aver sepolto sotto il già detto di stampi e incollaggi.

«Nemo è saldato a Tig (in atmosfera di gas inerte, il Tungsteno, ndr) – prosegue Aghito – con l’eccezione del collarino reggisella saldobrasato. Usiamo i tubi della serie Spirit, molto leggeri. Spessori da 0,8 mm alle estremità e 0,5 mm al centro, con rinforzi calibrati in funzione delle varie misure. La forcella invece è monoscocca, come si conviene per i telai di alta gamma. Devo dire che la ritrosia nei confronti dell’acciaio sta sparendo e grazie al fatto che costruiamo tutto in Italia, un Nemo in acciaio si consegna entro l’anno. Per uno in carbonio, c’è rischio di aspettare il 2023».

La King è la gravel per un uso più veloce: non da viaggio, ma da gara
La King è la gravel per un uso più veloce: non da viaggio, ma da gara

La guida offroad

Quando lo inviti a parlare della geometria della sua bici, Moreno ridiventa un po’ monello e ragiona come quando ti danno un giocattolo nuovo e vuoi scoprire quali siano i suoi limiti.

«La geometria tendenzialmente è quella da strada – dice Moreno – all’incirca ho riportato le stesse misure. Di sicuro distanza e dislivello sella-manubrio. La gravel raggiunge la massima espressione su strada sterrata, ma non potresti vincerci la Strade Bianche perché su asfalto pagheresti pegno. In realtà non ho ancora visto quanto perdi su asfalto, ma è una cosa che devi accettare. Se però pensi che anche quanto usi la mountain bike un po’ di asfalto devi farlo, con la gravel scorri meglio.

«Mi piacerebbe però provare a farci le discese un po’ più tecniche, quelle estreme. Secondo me si possono fare, tanto più che sulla King hanno allargato la forcella e si possono montare anche le ruote grandi da mountain bike. Torno dal Giro-E, cui partecipo anche quest’anno, e mi metto a fare un po’ di prove. Quando sono entrato in Cinelli, qualcuno mi ha detto che non sarei più riuscito a cambiare bici, finirà che aveva ragione lui…».

Moser: due Laigueglia e in mezzo Strade Bianche

03.03.2021
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All’alba della carriera, il 18 febbraio del 2012, Moreno Moser vinse il Trofeo Laigueglia, tra il darsi di gomito di chi lo aveva seguito fra i dilettanti e la sorpresa degli altri. Veniva dalla magica Palù di Giovo, figlio di Diego, nipote di tutti gli altri della dinastia trentina. Forse, rischiando di cadere nel sacrilegio, è stato il Moser con più classe, laddove con classe si intende la capacità di vincere con rapide pennellate e un uso sobrio della forza bruta.

L’anno dopo, portando in dote le vittorie di Francoforte e di una tappa al Polonia, Moreno si prese anche la Strade Bianche. Non era ancora una corsa WorldTour, ma fra i primi 10 arrivarono Sagan, Cancellara, Van Avermaet e Kolobnev che nel 2007 aveva vinto la prima edizione. E a tutt’oggi, il trentino è l’unico vincitore italiano della corsa, per cui immaginiamo che a breve ne sentirete parlare ancora.

Suo padre Diego lo ha sempre seguito con grande assiduità
Suo padre Diego lo ha sempre seguito molto

Il destino dei Moser

Lo abbiamo… pizzicato a Livigno assieme alla sua compagna. Lui farebbe sci di fondo, lei no. E la vocina sotto provocatoriamente dice che comunque la più magra è lei. Due risate e si va oltre. Col senno di poi, come pure suo cugino Ignazio, forse Moreno sulla bici ci si è ritrovato per forza. E siccome il Dna è quello giusto, per un po’ le cose sono andate anche bene. Ma nel ciclismo non basta e alla lunga (di nuovo forse) le motivazioni sono venute meno. “Moserino” lo abbiamo incontrato l’ultima volta lo scorso ottobre sull’Etna, durante il Giro d’Italia, avendo partecipato assieme a Simoni a Giro-E, per il quale lo hanno contattato anche per quest’anno.

Vince in Piazza del Campo la Strade Bianche 2013: unico italiano
Vince in Piazza del Campo la Strade Bianche 2013: unico italiano
Ma partiamo da Laigueglia, che si corre oggi. Che cosa ricordi?

Non saprei dire se rimanga per me la corsa simbolo della carriera, perché poi la Strade Bianche mi ha dato una dimensione superiore. Però l’ho vinta due volte. E’ stata la mia prima e anche l’ultima vittoria da professionista. E’ inevitabile che mi dia qualcosa di particolare.

Cosa ricordi delle due vittorie?

Sono state completamente diverse. Il primo anno, il percorso era più facile di adesso. Arrivammo all’ultimo Capo Mele in 40-50 e decisi di attaccare. Dissero che vinsi perché non mi conoscevano. Per carità, magari è vero e contare sull’effetto sorpresa è comunque un bel vantaggio. Ma diedi una bella fucilata, lo sentivo quando andavo forte e quel giorno andavo forte.

Intervistato da Alessandra De Stefano sul traguardo di Siena
Intervistato da Alessandra De Stefano sul traguardo di Siena
La seconda nel 2018…

Forse c’erano meno campioni in giro, ma quando vai piano come andavo io in quegli anni, vincere non è mai facile. E anche se in gruppo non ci sono i fenomeni, per vincere devi andare forte. Speravo che fosse il punto di svolta della mia carriera, l’occasione per rilanciarmi. Li staccai tutti, avendo capito sin dal giro prima che con quella gamba non avrei avuto problemi. Una sensazione di forza che ho provato raramente nella mia carriera. Invece 2-3 giorni dopo andammo alla Ruta del Sol e fu una sofferenza senza paragoni. In generale non sono mai stato costante, nella carriera e nella mia vita.

Forse quella stessa sensazione di forza la avesti alla Strade Bianche?

Probabilmente sì. E mi sono accorto solo dopo di che bella vittoria sia stata. Ai tempi avevo 23 anni, mi sembrava tutto facile e l’ho data quasi per scontata. Sull’arrivo già pensavo alla Tirreno-Adriatico e alla Sanremo. A quell’età quando vai forte, ti sembra di poter vincere qualsiasi corsa

Laigueglia 2018, l’ultima vittoria di Moser, in un giorno di grazia strepitoso
Laigueglia 2018, l’ultima vittoria di Moser
Nelle voci di corridoio, il tuo ritiro viene associato a quello di Kittel, Dumoulin e altri che a un certo punto hanno mollato…

Infatti questa cosa mi è stata già chiesta. La vita del corridore a un certo punto è diventata sempre più pesante e piena di stress, con la paura che una pomata usata male o qualcosa che prendevi potesse farti risultare positivo (nel settembre 2013 la Liquigas licenziò Stefano Agostini, buon amico di Moreno, positivo a una pomata contro le scottature da sole, ndr). Comunque smisi perché non andavo più, quel Moreno che vinceva facile non c’era più, un po’ come Kittel che aveva già finito di dominare le volate. Dumoulin invece si è ritirato che andava forte. Era lì ad aiutare Roglic e lo faceva bene.

Qualcuno dice che proprio quel diventare gregario sia stata la prima spia del cedimento.

Può essere che forse non riuscisse più a sostenere la pressione. Inizialmente ho pensato fosse andato con Roglic in cambio di tanti soldi, per non avere troppe seccature. Quando ha vinto il Giro, dal modo in cui gestì il giorno della sosta sullo Stelvio per andare… in bagno, pensavo fosse inscalfibile. Ma forse le pressioni sono cominciate proprio con quella vittoria. Io non ho smesso per le pressioni.

Ma nel 2018 sul traguardo ligure, il ragazzino di sei anni prima non c’era più
Il Moser del 2018 è un uomo che già pensa al ritiro
Sicurissimo?

Quando ci sei dentro, ti sembra normale fare le cose che sin dai 15 anni sapevi che avresti fatto. Io ho smesso perché non riuscivo a dare una svolta. Non riuscivo più a sentirmi in gara. Se avessi avuto le gambe o la testa per stare nei primi 10, avrei continuato e mi sarei divertito. E’ che proprio non vedevo la testa del gruppo.

Cosa ti pare del ciclismo oggi?

Visto Van der Poel a Le Samyn con il manubrio rotto? Uno così fa tanto spettacolo, mi pare un bel ciclismo. Ma tutto sommato nei giorni in cui tutto girava, era bello anche il mio. Quando andavo forte, facevo davvero delle belle cose. Ddiciamo che sono stato bravo a cogliere dei grandi risultati nelle mie giornate migliori.