Domani iniziano i mondiali di Montreal. Stamattina Adriano Malori ci ha parlato della crono, con un occhio particolare alla sfida fra Ganna ed Evenepoel che tiene banco dal 2021, domenica prossima si correrà invece la gara in linea degli elite e il circuito di Montreal fa parlare.
I 12 giri sono scanditi da tre salite ciascuno e poi c’è l’arrivo in Avenue du Parc. La prima salita si chiama Voie Camillien-Houde: misura 1,8 chilometri all’8 per cento di pendenza media. La seconda è lo Chemin de Polytechnique: 780 metri al 6 per cento con un tratto di 200 metri all’11. La terza si chiama Avenue Pagnuelo, misura 534 metri al 7,5 per cento di media. Infine l’arrivo, in Avenue du Parc, con 600 metri al 4 per cento.
Non è un circuito di facile interpretazione e non a caso Ciccone giusto ieri ha detto che «non avrebbe senso presentarsi con un solo capitano, perché il percorso si presta a tattiche diverse, quindi è meglio avere una nazionale più aperta».
Il mondiale degli elite si correrà domenica 27 settembre. prevede un tratto in linea di 112,4 km e poi 12 giri del circuitoIl circuito è composto da tre salite e lo stesso arrivo è collocato al termine di un tratto in leggera ascesaIl mondiale degli elite si correrà domenica 27 settembre. prevede un tratto in linea di 112,4 km e poi 12 giri del circuitoIl circuito è composto da tre salite e lo stesso arrivo è collocato al termine di un tratto in leggera ascesa
Corridori da circuito
Le gare in circuito sono un osso difficile da spolpare e non tutti i corridori sono capaci di farlo. Bettini era fenomenale e il palmares lo conferma. Pogacar fa eccezione, perché dove lo metti vince. Valverde, capace di vincere quattro Liegi e cinque Freccia Vallone, vinse un solo mondiale. Se il mondiale di Glasgow fosse stato una corsa in linea, i suoi 3.600 metri di dislivello avrebbero tenuto alla larga un corridore come Van der Poel. Invece l’olandese si mise d’impegno a lottare strappo dopo strappo e alla fine conquistò la maglia iridata.
Per inquadrare il discorso, abbiamo coinvolto Giovanni Visconti, ex pro’ e talent scout prossimo a salire sull’ammiraglia della Movistar, che nella sua carriera da pro’ ha conquistato tre campionati italiani e da under 23 mise nel sacco il campionato europeo.
«Quando si corre in circuito – dice il siciliano – negli uomini delle classiche scatta qualcosa. Anche in un mondiale con 3.500-4.000 metri di dislivello, in cui ti aspetteresti di trovare soltanto scalatori, saltano fuori corridori che normalmente, in una corsa in linea con quei numeri, nemmeno correrebbero.
«Pedersen ha retto i 3.500 metri dello Yorkshire, quando normalmente su certi dislivelli se lo sogna di vincere. Al mondiale oppure agli europei, quando sono duri, lo scalatore può vincere, ma deve lottare anche con quelli delle classiche. Lasciate stare Pogacar, al mondiale rientrano in gioco tanti altri corridori, per questo il mondiale è sempre una gara aperta».
Il famoso allungo di Van der Poel sull’ultimo muro a 1,5 chilometri dall’arrivo di Glasgow: l’olandese sarà pericoloso anche a Montreal?Il famoso allungo di Van der Poel sull’ultimo muro a 1,5 chilometri dall’arrivo di Glasgow: l’olandese sarà pericoloso anche a Montreal?
I riferimenti nel circuito
Ovviamente un motivo c’è. La gara in circuito raggiunge il dislivello complessivo per la somma di salite brevi e la ripetitività del gesto dà ai corridori più esperti dei riferimenti grazie ai quali dosare lo sforzo.
«Avete detto bene – conferma Visconti – il circuito ti dà dei riferimenti. Sai dove puoi mollare perché subito dopo c’è la discesa. Sai che se prendi la curva in testa al gruppo, poi puoi lasciarti sfilare perché tanto si recupera. Sono cose che apprendi giro dopo giro e che in una gara in linea difficlmente puoi fare. Sono due dinamiche di gara completamente diverse. Nelle giornate buone, in circuito potevo giocarmela con il 90 per cento dei corridori. Sapevo che giro dopo giro miglioravo e trovavo la virgola in più che mi cambiava la prestazione.
«Prendete il Giro dell’Emilia. Se ci fosse stato l’arrivo secco in cima a San Luca, non mi sarei mai visto a lottare. Invece c’erano quei cinque giri finali e per me diventava un’altra gara. Gli europei e i mondiali non ho mai avuto modo di farli da capitano, ma comunque ogni volta mi scoprivo ad andare più forte rispetto ad altri modelli di gara. Se vado a vedere il numero di gare che ho fatto in circuito e guardiamo anche i risultati, nel mio piccolo sono notevoli».
Visconti ha vinto il Giro dell’Emilia 2017 attaccando proprio nel circuito finale. E’ stato pro’ dal 2005 al 2022Visconti ha vinto il Giro dell’Emilia 2017 attaccando proprio nel circuito finale. E’ stato pro’ dal 2005 al 2022
La recon sul circuito
Si fanno le ricognizioni sui percorsi delle classiche. Il circuito del mondiale lo vedono pochi giorni prima, anche se Sagan (che ne ha vinti tre) usava dire di non averne bisogno perché lo avrebbe mandato a mente girandoci sopra. Ma Peter, al pari di Pogacar, rientrava nella categoria dei fenomeni.
«Il circuito va sempre visto prima – conferma Visconti – anche se poi in corsa ci passerai sopra per 15-20 volte. Se lo vedi prima ti imposti già un’idea di gara e noti i dettagli che possono fare la differenza. A Montreal ci sono molti tratti in cui farsi trovare in testa al gruppo, mentre se sei in fondo prendi una frustata a ogni giro, che alla fine sono 12 frustate.
«Il circuito va memorizzato, fatto e va rifatto. Serve per capire anche come fare la volata, con quali rapporti. Io ad esempio ogni anno andavo a vedere il percorso dei campionati italiani, anche se avrei avuto tutto il tempo per girarci sopra durante la gara».
Mondiali del 2019: 3.500 metri di dislivello. Restarono a galla solo uomini da classiche: Trentin, Van der Poel, Kung e PedersenMondiali del 2019: 3.500 metri di dislivello. Restarono a galla solo uomini da classiche: Trentin, Van der Poel, Kung e Pedersen
La noia sparisce
Infine l’aspetto psicologico, quella che Visconti definisce noia: che forse noia non è, ma che certo nelle gare in circuito viene meno, perché si è sempre in tiro.
«C’era uno stato mentale – conclude – che solo il circuito mi sapeva dare. Rispetto alla gara su strada, non mi annoiavo. In certi momenti, a parità di dislivello, entri in uno stato di sonnolenza, perché sai che comunque anche se stai scalando una salita, sicuramente il punto decisivo non è quello.
«In un circuito invece non lo puoi pensare, perché in qualsiasi punto possono andare via 30 corridori e può finire la corsa. Soprattutto perché quando si corre con le nazionali, la dinamica di gara è diversa e anche quello cambia tanto. Forse sono questi i motivi per cui correre in circuito non è per tutti…».
Mathieu Van der Poel parla del percorso iridato e della gioia che gli ha dato essere stato iridato. Eppure non si dà per vinto. Domenica ci sarà anche lui
Era uno dei due favoritissimi: Tom Pidcock non tradito le attese. Commozione, tensione e una grande manico nella guida. VdP, il rivale, è caduto quasi subito.
Van der Poel vince la sua seconda tappa alla Tirreno, ma alle sue spalle si piazza Pellizzari che sale in testa alla classifica. Si parla di Sanremo e di futuro
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Non soltanto per un fatto di condizione fisica e posizione in bicicletta, su cui comunque a breve ragioneremo. La disfatta di Van der Poel ai mondiali di mountain bike in Val di Sole è dipesa anche da una gestione tattica un po’ troppo spavalda e alle inevitabili conseguenze.
«Dipende con che mentalità arrivi – dice Luca Bramati, che se ne intende – e lui è venuto il Val di Sole con la mentalità “tanto vinco io”. Ma il livello degli atleti è salito tanto anche qui, quindi non devi venire a fare lo spiritoso perché questi, come si dice in gergo da noi, ti purgano.
«A Les Gets di venerdì aveva già fatto lo spiritoso. Pim, pum, pam, ma quando in gara la domenica hanno aperto il gas, lui non aveva più gambe. Lo hanno purgato in Francia e lo hanno ripurgato ai mondiali. E forse ha sbagliato anche la tattica, perché secondo me doveva andare dietro a Pidcock e sfruttare il suo lavoro. Solo che lui non ha la mentalità di andare dietro qualcuno. Lui ha la mentalità di stare davanti…».
Luca Bramati, primo da sinistra, è il tecnico del team di ciclocross di Guerciotti, in cui corre anche sua figlia LuciaLuca Bramati, primo da sinistra, è il tecnico del team di ciclocross di Guerciotti, in cui corre anche sua figlia Lucia
Eppure dopo la Coppa del mondo di Les Gets, al pari del cittì Celestino, anche Bramati aveva inserito Van der Poel tra i quattro favoriti per il mondiale, assieme a Pidcock, Boischi e Vidaurre, che su quel percorso era sempre andato forte.
«Alla fine non ci sono andato tanto lontano – sorride Bramati – nel senso che i francesi si sono fatti fuori per non far rientrare Pidcock e Van der Poel. Hanno tirato alla morte e si sono spenti. Pidcock è stato molto intelligente, non ha avuto fretta ed è venuto fuori al momento giusto. Vidaurre ha forato, mentre Van der Poel non è mai entrato in corsa».
Sei riuscito a osservarlo bene?
Nel primo giro è passato davanti a me ed era proprio al fianco di Pidcock. Davanti avevano dei corridori un po’ più lenti e per passarli uno è andato a destra e l’altro a sinistra. Pidcock è andato davanti e l’altro invece si è fermato lì, quindi non aveva le gambe.
La sensazione di Bramati è che Van der Poel fosse molto più basso del solito (foto Alessandro di Donato)La sensazione di Bramati è che Van der Poel fosse molto più basso del solito (foto Alessandro di Donato)
Come si spiega secondo te? Va bene la mentalità, ma c’è dell’altro?
Non l’ho visto bene in bici, sembra che gli abbiamo cambiato la posizione e forse anche per questo non era brillantissimo e questo è strano. Magari sono io che guardo tanto la parte tecnica dato che lo faccio di lavoro, ma uno che è sempre tanto elegante sulla bici da strada e anche su quella da cross, sulla mountain bike mi è sembrato troppo chiuso. Molto basso di sella, troppo compresso.
Pensi che per farlo andare meglio abbiano rivisto la posizione in sella? Ha senso?
Ovviamente no. E’ vero che la mountain bike ti costringe a movimenti diversi, però la posizione della gamba è quella. L’altezza della sella e l’arretramento devono essere quelli. A tutti i miei clienti dico sempre: «Non è che quando cambiate bici, cambiate le gambe. Le gambe sono uguali». Puoi avere appoggi diversi sul manubrio, ma le gambe devono girare allo stesso modo. E Van der Poel non era sicuramente messo in sella allo stesso modo della bici da strada.
Van der Poel ha preteso troppo da se stesso, puntando su una corsa di testa (foto Alessandro di Donato)Pidcock è stato più scaltro: ha lasciato sfogare i francesi per quattro giri ed è uscito al momento giusto (foto Alessandro di Donato)Boichis e Azzaro hanno guidato la corsa a lungo, svuotandosi fino alla resa (foto Alessandro di Donato)Invece la sfortuna ha rallentato Vidaurre, che ha bucato, chiudendo al 4° posto (foto Alessandro di Donato)Van der Poel ha preteso troppo da se stesso, puntando su una corsa di testa (foto Alessandro di Donato)Pidcock è stato più scaltro: ha lasciato sfogare i francesi per quattro giri ed è uscito al momento giusto (foto Alessandro di Donato)Boichis e Azzaro hanno guidato la corsa a lungo, svuotandosi fino alla resa (foto Alessandro di Donato)Invece la sfortuna ha rallentato Vidaurre, che ha bucato, chiudendo al 4° posto (foto Alessandro di Donato)
A Les Gets era lo stesso oppure ha cambiato per il mondiale?
Era così anche in Francia. Tanti che sono venuti a salutarmi me l’hanno fatto notare. Al momento ho pensato che magari il telescopico avesse perso tensione, però non era per quello. Era proprio la posizione in cui l’hanno messo. E non è un fatto di adattamento. Io passavo dalla mountain al cross e poi alla strada senza neanche un problema. Non ho mai fatto grandi gare su strada, però ci allenavamo per i 3/4 del tempo con la bici da strada. Se non hai la posizione giusta e la triangolazione giusta, non vai avanti.
Il fatto che Van der Poel corra sempre su strada e poi passi un mese a Livigno per la preparazione in mountain bike può bastare oppure paga anche per questo?
Come ha dichiarato lui, oggi non basta più. I percorsi sono diventati molto più tecnici e infatti nella guida lo vedi molto legnoso. Non guidava male, però c’erano dei salti che lui ha costantemente evitato, perdendo del tempo. Non è quello che ha fatto la differenza, però vedevi Pidcock che saltava e whippava, mentre Van del Poel era molto rigido. Pidcock in sella è stato come al solito perfetto.
Pidcock si è confermato il solito folletto, a proprio agio sui salti e nel tecnico (foto Alessandro di Donato)Van der Poel è passo rigido nei tratti tecnici: evidente la scarsa abitudine (foto Alessandro di Donato)Pidcock si è confermato il solito folletto, a proprio agio sui salti e nel tecnico (foto Alessandro di Donato)Van der Poel è passo rigido nei tratti tecnici: evidente la scarsa abitudine (foto Alessandro di Donato)
E come si spiega questa differenza tra loro due?
Semplicissimo: Pidcock abita ad Andorra, esce di casa, trova le montagne e si allena con la mountain bike. Van der Poel abita in Olanda, dove le trova le montagne, i sassi, i rock garden per allenarsi? Per questo va a Livigno, però non gli basta. In Olanda lo vedi fare i video sulla sabbia, lo vedi nei boschi, tutte cose che vanno bene per il ciclocross. Non è per caso che non ci siano mai stati belgi fortissimi nella mountain bike. Solo Meirhaeghe, che correva con me in Specialized e passavamo così tanto tempo in giro per il mondo, che per lui allenarsi a casa era quasi una rarità.
E’ possibile che la differenza tra Pidcock e Van der Poel sia legata anche alla costituzione fisica?
Van der Poel ha detto anche questo. Lui pesa 75 chili, Pidcock ne pesa 58. Su quel percorso le salite erano tanto in piedi ed è vero che la differenza la fai con watt e Van der Poel ha tanta potenza, però è anche vero che se ogni volta freni e riparti da fermo, alla fine quei chili li paghi tutti.
Fra Pidcock e la sua bici, un’intesa perfetta e una grande posizione (foto Alessandro di Donato)Fra Pidcock e la sua bici, un’intesa perfetta e una grande posizione (foto Alessandro di Donato)
I watt non bastano, insomma?
Io l’avevo dato come favorito, perché comunque il motore c’è. E anche a chi mi diceva che non sia esattamente un biker, rispondevo che comunque stiamo parlando di un fenomeno e Pidcock come lui. Alla fine hanno piegato le orecchie anche a Boischi, che si è fatto fuori nei primi quattro giri per non far rientrare loro. Non esiste più quello che vince partendo forte dall’inizio, è cambiato anche questo. Lo stesso Vidaurre, che ha bucato, è bravissimo nel venir fuori alla fine.
Il contrario di quello che accade su strada quando c’è Pogacar, chissà cosa farebbe in mezzo ai biker?!
Sapete che gira voce che verrà a fare qualche gara in MTB? Mi ha stupito l’altro giorno vedere al paddock Alex Carera, che è il suo agente. Non mi era mai capitato. Hanno sicuramente degli atleti anche nella MTB, ma di solito quelli del fuoristrada glieli segue Marco Belotti, i Carera si muovono quando ci sono i pezzi grossi. Chissà se c’è del vero in quelle voci…
Dopo la caduta di De Panne, torna in gara (nel ciclocross) Mathieu Van der Poel. Parla dei rivali e dice di essere indietro: solo pretattica o mani avanti?
Domenica sarà il grande giorno, l’apoteosi per i mondiali di mountain organizzati a Commezzadura (TN) che all’Italia hanno già regalato la grande soddisfazione del titolo iridato nel team relay. E’ chiaro però che tutti guardano alle prove assolute di cross country e domenica la gara maschile avrà tra i principali pretendenti alla maglia iridata anche Mathieu Van der Poel.Non è la prima volta che l’olandese ci prova, ma questa volta sembra esserci qualcosa di diverso.
Lo si è capito domenica scorsa a Les Gets (FRA), nella tappa delle World Series dove il campione dell’Alpecin ha dato spettacolo, trovando la strada sbarrata verso il ritorno alla vittoria nel massimo circuito internazionale dallo specialista francese Adrien Boichis e, per certi versi, da una “santa alleanza” dei padroni di casa ma questo non ha fatto altro che aumentare la fame di Van der Poel, proiettato verso un’impresa storica: conquistare la maglia iridata in 4 specialità diverse, dopo quelle già vinte su strada, ciclocross e gravel.
Van der Poel ha preparato il mondiale MTB nei dettagli, rinunciando all’attività post Tour e dedicandosi solo alla MTBVan der Poel ha preparato il mondiale MTB nei dettagli, rinunciando all’attività post Tour e dedicandosi solo alla MTB
Mirko Celestino è naturalmente super impegnato in queste ore, ma ha ancora davanti agli occhi le immagini della gara francese e sa bene che il tulipano sarà un avversario di primissimo livello sulla strada del podio per i suoi ragazzi: «Di Van der Poel nella mountain bike e delle sue ambizioni avevamo già avuto modo di parlare – racconta il tecnico – ma domenica vedendolo in gara ho notato qualcosa di diverso e mi sono informato. Ho saputo che si è allenato parecchio a Livigno e ha usato tanto la mountain bike, ha quindi scelto un approccio diverso rispetto agli altri anni».
Quindi ha dato più attenzione alla mountain bike?
Probabilmente ha capito quel che richiedono questi percorsi: bisogna arrivare alle gare con una certa dimestichezza con il mezzo, abbiamo visto che qualche errorino negli ultimi anni l’ha fatto e allora probabilmente ha dedicato più tempo per arrivare più preparato dal punto di vista tecnico e della guida.
Van der Poel a Les Gets ha chiuso 2° mostrando per larghi tratti di competere ad armi pari con gli specialisti (foto Alpecin-Deceuninck)Van der Poel a Les Gets ha chiuso 2° mostrando per larghi tratti di competere ad armi pari con gli specialisti (foto Alpecin-Deceuninck)
Van der Poel è solito, quando affronta la stagione del ciclocross, fare il ritiro prestagionale sulla strada e poi ripassare immediatamente al ciclocross. Dal punto di vista tecnico tra strada e mountain bike viene da pensare che la distanza sia maggiore, quindi serva più tempo da trascorrere in allenamento…
Assolutamente, questo lo posso anche confermare sulla base della mia esperienza, nel passare dalla strada alla mountain bike c’è voluto tanto, tanto tempo per imparare a guidare bene. Anche lui con le sue indubbie capacità e il suo talento deve trascorrere molte ore sulla mountain bike per arrivare al livello degli altri atleti che la utilizzano tutto l’anno. Hai tutto un altro tipo di guida, ti devi proprio abituare a lavorare con una bicicletta che ti scivola da una parte all’altra, cosa che la strada non ti permette, perché appena perdi aderenza con l’asfalto sei in terra e quindi questa cosa la devi pian piano assimilare.
Con tutto il rispetto per gli specialisti puri, dal punto di vista mediatico incuriosisce molto la presenza domenica di Van der Poel contro Pidcock. Mentre su strada i valori possono anche equivalersi, la differenza nella mountain bike fra i due (favorevole al britannico) è una questione prettamente tecnica?
Hanno entrambi un potenziale enorme, sanno spingere dei lunghi rapporti che sui percorsi moderni danno tanto vantaggio. Con la gamba che hanno su strada riescono a spingere rapporti che su questi percorsi mettono in crisi gli specialisti e domenica Van der Poel lo ha dimostrato. Sono due atleti che sono sempre temuti proprio perché fanno la differenza, riescono a mantenere delle velocità che pochi riescono a tenere.
Il team azzurro iridato nel team relay, con la bandiera dedicata a Chiara Teocchi (foto FCI)Il team azzurro iridato nel team relay, con la bandiera dedicata a Chiara Teocchi (foto FCI)
Il percorso di domenica a Commezzadura a chi è più adatto?
E’ una bella domanda. Tra loro due vedo meglio Van der Poel. In generale però è un percorso che si adatta a tanti ma soprattutto ai nostri, con quelle piccole modifiche che hanno riportato, ma il 90 per cento è rimasto quello. Anche per questo sono tutti contenti e gasati di correre non solo in Italia, ma proprio su questo tipo di tracciato, perché gli piace sia il terreno che troviamo e sia la conformazione del percorso. Simone Avondetto e Luca Braidot arrivano davvero al culmine della forma.
Avversari principali i francesi?
Sicuramente, è tutto l’anno che stanno comandando loro con Boichis, Martin, Azzaro anche se quest’ultimo non sta tanto bene. Saranno gli uomini da battere, ancora di più che Van der Poel e Pidcock. Fra le donne vedo che la svizzera Frei non sta sbagliando un colpo, poi l’altra elvetica Keller, mentre la Pieterse non l’ho vista pedalare come negli anni migliori. E attenzione alla nostra Martina Berta che quando corre in casa si trasforma.
La tappa francese è stata vinta da Adrien Boichis, favorito anche domenica con i suoi connazionali (foto Cerveny)La tappa francese è stata vinta da Adrien Boichis, favorito anche domenica con i suoi connazionali (foto Cerveny)
In casa italiana ci si attende tanto da Valentina Corvi che ha dominato nelle World Series U23, anche domenica a Le Gets, sembra però soffrire gli appuntamenti titolati…
Non nascondo che mi è passato anche a me in mente questo pensiero. L’anno scorso si è presentata in formissima al mondiale e ha trovato una giornata veramente difficile, idem quest’anno al campionato europeo. Noi faremo di tutto per lavorare con lei e non farle sentire troppa pressione. E’ molto giovane, sta correndo con una pressione addosso incredibile e quindi probabilmente deve ancora un po’ maturare in quell’aspetto lì.
La forza di alzarsi ancora sui pedali e rilanciare, una volata di cinquanta metri e un colpo di reni ad anticipare il ritorno del gruppo guidato dal compagno di squadra Jasper Philipsen. A Parigi Mathieu Van Der Poel dipinge un quadro degno dei musei che circondano il circuito della ville lumière. Le pietre che fanno sobbalzare la bici, le braccia a stringere il manubrio con tutta l’energia che rimane in corpo. «Non avrei mai mollato finché non avessi visto una ruota superarmi – dice a caldo Van Der Poel – ed è stata quella di Philipsen».
Se al termine di 21 tappe hai ancora la voglia, la grinta di arrivare oltre il limite è giusto entrare nella stretta cerchia delle leggende di questo sport. Mathieu Van Der Poel in quegli ultimi metri degli Champs Elysées ha distrutto anche le gambe della maglia gialla. Ai 500 metri dal traguardo Tadej Pogacar ha alzato bandiera bianca, impossibile seguire l’olandese nel momento in cui decide di sradicare i sampietrini dal suolo con la sola forza delle gambe.
«E’ proprio per questa tappa che ho sofferto su tutte le salite dell’ultima settimana – aveva detto al via lo stesso Van Der Poel – quando l’ho vista in televisione l’anno scorso, era già un obiettivo per me essere qui questa domenica».
Una volata che ha stremato Van Der Poel, il quale dopo il traguardo ci ha messo minuti per riprendersiAlle sue spalle sugli Champs Elysées ha vinto la volata del gruppo Jasper PhilipsenUna volata che ha stremato Van Der Poel, il quale dopo il traguardo ci ha messo minuti per riprendersiAlle sue spalle sugli Champs Elysées ha vinto la volata del gruppo Jasper Philipsen
Un muro
Il Fiandre è arrivato a Parigi, sono bastati mille metri in pavé, quelli della Cote de la butte Montmartre, per accendere gli spiriti degli uomini del Nord. La tappa conclusiva di questo Tour de France, accorciata a causa degli incendi che hanno occupato gran parte della Gendarmerie, era partita con le classiche foto di rito e tanta allegria in gruppo. Poi di classico è rimasto lo spirito dei corridori, in particolare quando si è trattato di spingere ancora sui pedali, prenderli a calci con rabbia.
Ad un certo punto il secondo passaggio sulla cote di Montmartre ha proiettato davanti i quattro protagonisti dell’ultimo Fiandre. Il podio c’era tutto, con Tadej Pogacar questa volta in giallo, Mathieu Van Der Poel, Remco Evenepoel e Mads Pedersen. Mancava solamente Wout Van Aert, quarto al Fiandre e vincitore uscente della tappa di Parigi. Il belga l’aveva vinta lo scorso anno, nella sua prima versione da “Classica”. Non è un caso che quest’anno sia stato Mathieu Van Der Poel a prendersi lo scettro di re a Parigi.
«E’ da un anno che ci penso – racconta Van Der Poel – perché l’anno scorso ero malato e ho dovuto guardare questa tappa in televisione. Pensavo già a questo momento, per come è andata è un sogno. Una battaglia epica con il miglior ciclista al mondo».
Il triplo passaggio sulla cote di Montmartre ha acceso la corsaAll’ultima delle tre ascese hanno preso vantaggio VDP e Pogacar, inseguiti da tutto il gruppoIl triplo passaggio sulla cote di Montmartre ha acceso la corsaAll’ultima delle tre ascese hanno preso vantaggio VDP e Pogacar, come in una Classica del NordAlle loro spalle il gruppo ha rincorso, ma senza riuscire a completare la rimonta
Un anno di attesa
Soffrire per una settimana intera con l’unico obiettivo di arrivare a Parigi e prendersi la tappa finale del Tour, che papà Adrie aveva solamente sfiorato, con un secondo posto alle spalle di Bernard Hinault nel 1982. E’ toccato a Mathieu il riscatto, come era successo nel 2021 quando indossò la maglia gialla sfuggita a nonno Raymond Poulidor. Questa volta per riuscirci ha scavato a fondo nelle sue gambe, potenti e forti, ma non immuni alla fatica.
«Pensavo che ci avrebbero ripresi – ha detto dopo l’arrivo – poi ho pensato solo a questo momento e ho semplicemente abbassato la testa negli ultimi 500 metri. Ho semplicemente spinto al massimo, aspettando che una ruota mi superasse, ma non è successo. Dopo l’arrivo è spuntato uno pneumatico Pirelli ed era quello di Jasper (Philipsen, ndr)».
Mathieu Van Der Poel trova il secondo successo in questo Tour a Parigi, in uno degli scenari più ambitiMathieu Van Der Poel trova il secondo successo in questo Tour a Parigi, in uno degli scenari più ambiti
Dalle dita dei piedi
Il nuovo disegno del percorso di Parigi è stato rinnovato, con un tratto più lungo di pianura che dalla cote di Montmartre ha portato all’arrivo. Undici chilometri sono tanti e lo si capisce subito, con rimescolamenti continui tra attaccanti e gruppo. Allora serve qualcosa in più sullo strappo in pavé, un tocco di classe che hanno in pochi e tra questi ci sono sicuramente Mathieu Van Der Poel e Tadej Pogacar. Lo scenario regalato dai protagonisti di oggi ha dell’incredibile. Un inseguimento a sessanta all’ora nelle vie della capitale francese, con il gruppo allungato come un serpente pronto a inghiottire i fuggitivi. Serviva un tocco magico per resistere e Mathieu Van Der Poel lo ha tirato fuori.
«La giornata di oggi dimostra che non si deve mollare mai – dice il corridore della Alpecin-Premier Tech – anche se il nostro Tour non era iniziato nel migliore dei modi. Fare primo e secondo sugli Champs Elysées penso sia una cosa piuttosto buona. Una gara che volevo vincere era proprio la tappa finale del Tour, ho finito tutte le forze, sono completamente svuotato. In olandese abbiamo un detto: La forza deve venire dalle dita dei piedi. Ma non so da dove mi sia venuta questa forza, di certo non dalle dita dei piedi».
Il sole saluta Parigi, iniziano i vari festeggiamenti e il Tour de France che ha visto Tadej Pogacar entrare nel club dei penta vincitori della maglia gialla si conclude con la firma di un altro campione: Mathieu Van Der Poel. Adesso si riposerà in vista dei prossimi impegni, uno di questi dovrebbe essere il mondiale di mountain bike in Val di Sole in programma a fine agosto.
Bagioli è tornato dal ritiro americano della Lidl-Trek. Il nuovo team gli piace. Si sente trattato da leader. E se la fiducia cresce, arrivano le vittorie
VOIRON (Francia) – Per capire quanto possa pesare una vittoria al Tour de France rivolgetevi direttamente a Jasper Philipsen. Il belga della Alpecin-PremierTech trova la vittoria di tappa in una delle ultime occasioni a disposizione dei velocisti. Arrivare però sul traguardo di Voiron non è stato semplice, perché oggi i passisti e i cacciatori di tappe hanno cercato in tutti i modi di far fuori i velocisti. Ci sono riusciti, in parte, ma alla fine la voglia di vincere di Philipsen e della Alpecin-Premier Tech ha avuto la meglio. Siamo così a parlare di una corsa alla maglia verde aperta, con appena sette punti di distacco tra Mads Pedersen e Jasper Philipsen.
«Vincere oggi è stato qualcosa di speciale – racconta Philipsen – perché si allunga la mia striscia di vittorie al Tour de France (questo è il quinto anno di fila in cui il belga vince almeno una tappa, ndr). Riuscire a vincere qui sembra semplice se le cose vanno bene, ma appena girano nel senso opposto diventa davvero dura. Per un corridore come me si tratta di avere cinque o sei occasioni in tutta la corsa, non è semplice cogliere quella giusta».
A Voiron, Jasper Philipsen ha trovato la tanto agognata vittoria in questo Tour de FranceA Voiron, Jasper Philipsen ha trovato la tanto agognata vittoria in questo Tour de France
Tutto (sembrava) perduto
Fino al traguardo volante di Colombe, a 26 chilometri dall’arrivo, la tappa sembrava in mano a Mads Pedersen e ai suoi compagni di avventura in fuga. Poi un attacco di Jasper Stuyven ha scombussolato tutto, gli altri cinque attaccanti si sono rialzati e da dietro sono piombati gli inseguitori. Tra loro c’era Jasper Philipsen, che è rimasto a metà strada per tanti chilometri, con le occasioni di vittoria che sembravano sfumare metro dopo metro.
«Si è tratta di una tappa davvero dura – continua il belga – ci sono stati diversi scenari durante tutta la giornata. Sono rimasto per molto tempo tra i fuggitivi e il gruppo, pensando che fosse finita. Non avevo un buon segnale radio e le comunicazioni erano poco chiare. La squadra però era accanto a me, pronta. Abbiamo lavorato alla grande e nel finale mi hanno sostenuto molto. Van Der Poel è stato ancora una volta fondamentale, avere un ultimo uomo come lui è davvero incredibile».
Philipsen con punti conquistati oggi ha riaperto la lotta per la maglia verdePhilipsen con punti conquistati oggi ha riaperto la lotta per la maglia verde
Ritrovarsi
Philipsen parla e si vede che si è tolto dalle spalle un macigno che rischiava di pesare più del dovuto. Quello corso fino ad adesso è stato un Tour de France difficile da leggere per i velocisti, con il belga che non ha mai trovato il colpo di pedale giusto per concretizzare il grande lavoro fatto dai suoi compagni di squadra.
«La colpa non era del caldo – ammette – ma solo il fatto che non fossi al mio livello. E’ stata dura, difficile anche mentalmente. Ogni giorno cercavo di non dare peso a quello che si vede sui social e di non guardare o leggere articoli a proposito del Tour. Ho vissuto nella bolla insieme ai miei compagni, loro non mi hanno mai lasciato solo e devo ringraziarli tutti».
Van Der Poel è stato ancora una volta l’angelo custode del velocista belga, lavorando a lungo per chiudere sulla fuga con PedersenDopo l’arrivo la stretta di mano, oggi il leadout ha funzionato al meglio e Philipsen può finalmente festeggiareVan Der Poel è stato ancora una volta l’angelo custode del velocista belga, lavorando a lungo per chiudere sulla fuga con PedersenDopo l’arrivo la stretta di mano, oggi il leadout ha funzionato al meglio e Philipsen può finalmente festeggiare
Punti preziosi
Il traguardo volante di Colombe sembrava aver messo la parola fine alla rincorsa di Philipsen alla maglia verde. Sarà difficile colmare un gap, che per quanto risicato, sorride alla maglia verde attuale: Mads Pedersen. L’onore delle armi è quello che va riconosciuto alla Alpecin e a Philipsen, i quali non si sono mai abbattuti. La fotografia di questa mentalità si racchiude nel tentativo di Emiel Verstynge di togliere punti a Pedersen. Mentre alle loro spalle Quinn Simmons ha fatto lo stesso nei confronti di Jasper Philipsen.
«Difficile pensare che Pedersen non riesca a conquistare qualche punto nelle prossime tappe», analizza freddamente Philipsen. «E’ un corridore più forte di me in salita e sta andando davvero alla grande. Dobbiamo aspettare e vedere, intanto la corsa alla maglia verde è riaperta. Probabilmente Mads riuscirà a conquistare qualche punto, spero solo di arrivare a Parigi con i giochi ancora aperti».
Mads Pedersen ha corso da protagonista, probabilmente anche troppo, sprecando energie preziose per la volata, conclusa in 8ª posizioneStuyven è stato uno dei protagonisti di giornata, con un’azione da passista vero ripresa a 3 chilometri dal traguardoMads Pedersen ha corso da protagonista, probabilmente anche troppo, sprecando energie preziose per la volata, conclusa in 8ª posizioneStuyven è stato uno dei protagonisti di giornata, con un’azione da passista vero ripresa a 3 chilometri dal traguardo
La rabbia di Mads
Pedersen ha sprecato quasi tutto il lavoro fatto, una volta ripreso il primo tentativo di fuga il danese è stato protagonista di un’azione delle sue. Tutta la forze di cui dispone a spingere sui pedali e manubrio per portare via un gruppetto e avvantaggiarsi. Poi l’azione di Stuyven ha vanificato tutto, il belga della Soudal ha allungato sfruttando un momento favorevole e da lì nessuno ha più tirato fino a quando da dietro i contro attaccanti hanno chiuso.
«E’ stata una giornata che ci è costata cara – dice stizzito Pedersen – sono molto deluso. Non basta fare bella figura, se poi non porti a casa il risultato tutto passa in secondo piano. E’ stata una pessima giornata, con una grande perdita di punti per la maglia verde. Speravo di chiudere il discorso oggi e invece siamo ancora in gioco. La resa dei conti dovrebbe avvenire a Parigi, anche se spero di trovare qualche punto nelle prossime tappe».
Mathieu Van Der Poel raddrizza il suo Tour de France come si fa con un quadro appeso alla parete, a Ussel in cima a uno strappo di 800 metri, al termine di una tappa che tanto ha ricordato le strade di una classica è emerso il corridore della Alpecin-PremierTech. La volata che gli ha portato il terzo successo di tappa alla Grande Boucle è potente ed elegante, eppure di fatica per arrivare fino all’arrivo l’olandese ne ha fatta tanta.
Van Der Poel rimette nel cassetto le critiche che gli erano piovute addosso dopo un inizio di Tour de France non esattamente entusiasmante. Quando sei uno dei tre corridori più forti al mondo tutti si aspettano da te cose eccezionali, ma non sempre è facile esserlo. Ci siamo abituati alla facilità con la quale Tadej Pogacar fa tutto, tanto da dimenticarci che a volte anche ai campioni capita di essere normali.
Lo sprint di Van Der Poel, partito a poco meno di trecento metri dall’arrivoUna volata di rabbia pura e tecnicamente vicina a quelle cui ci ha abituato nel ciclocrossLo sprint di Van Der Poel, partito a poco meno di trecento metri dall’arrivoUna volata di rabbia pura e tecnicamente vicina a quelle cui ci ha abituato nel ciclocross
Giornata da classiche
L’organizzazione del Tour de France ha deciso di accorciare la tappa di ieri, riducendola di una trentina di chilometri a causa del caldo elevato portato dalla canicola che asfissia la corsa. Tuttavia non sono mancati spettacolo e ritmi elevati, la Grande Boucle aveva disegnato una tappa mossa, difficile da digerire per le ruote veloci e tanto invitante per gli uomini da classiche. Non a caso i due principali protagonisti della giornata sono stati Mathieu Van Der Poel e Tom Pidcock. Il britannico aveva un diavolo per capello e sugli strappi che da Molemort hanno portato ad Ussel è stato uno dei più attivi insieme proprio a Van Der Poel.
«E’ stata una giornata davvero tosta – ha raccontato l’iridato di Glasgow – l’inizio del Tour non è stato dei migliori per la nostra squadra, ma come sempre abbiamo mantenuto la calma. Il nostro gruppo è davvero affiatato, abbiamo continuato a credere che le cose sarebbero cambiate e si sarebbero aggiustate. Magari non oggi, magari nella seconda settimana, magari nella terza. Ma è davvero bello arrivare al primo giorno di riposo con una vittoria.
«Questa è solo la mia terza vittoria di tappa al Tour de France – spiega – penso che dimostri quanto sia difficile vincere qui. Abbiamo sempre vinto nelle Classiche Monumento e spesso anche nelle tappe del Tour, ma nulla è scontato. Continuare a lavorare dando il massimo, è tutto ciò che possiamo fare».
Van Der Poel con il passare delle tappe si è adattato al caldo francese, trovando sensazioni sempre miglioriVan Der Poel con il passare delle tappe si è adattato al caldo francese, trovando sensazioni sempre migliori
Strappi e ciclocross
Nei 156 chilometri della tappa di ieri non c’è stato spazio per la pianura. I quattro GPM, due di terza categoria, uno di quarta e uno di seconda categoria hanno frazionato il gruppo fin da subito. Ma la vera differenza, come spesso accade, la si è fatta quando la salita finiva. Con la strada in continua ascesa e le gambe dei corridori sempre più affaticate.
E’ qui che sono emerse le qualità di Van Der Poel e Pidcock, i quali hanno dato vita a uno spettacolo fatto di rilanci, azioni sugli strappi e una volata degna di una corsa di ciclocross. Condotta dalla testa e vinta da Van Der Poel, senza possibilità di replica per nessuno degli altri tre contendenti. L’olandese sigla il terzo successo di tappa al Tour de France, mettendosi alle spalle una prima settimana che lo ha messo in difficoltà.
«Con il caldo è andata decisamente meglio – prosegue Van Der Poel – rispetto ai primi giorni. Stavo faticando tanto e avevo anche qualche difficoltà a recuperare, anche dopo le giornate più facili. Oggi finalmente avevo le gambe per dare il massimo».
Pidock è stato un altro grande protagonista di giornata, animando la fuga e correndo spesso in testaPidock è stato un altro grande protagonista di giornata, animando la fuga e correndo spesso in testa
VDP Festival
L’azione decisiva, che ha portato Van Der Poel, Pidcock, Johannessen e Baudin a giocarsi la tappa è arrivata quando l’azione dei fuggitivi sembrava destinata a spegnersi. Ci ha pensato l’uomo della Alpecin-Premier Tech a soffiare sulla brace e dare nuova vita alla fuga di giornata. Sono bastati i 900 metri al 4,9 per cento di Mont Bessou. Van Der Poel ha preso la salita con la forza di un muro, gonfiando le braccia possenti e spingendo con tutto il corpo sulla sua Canyon.
«Ho speso molte energie cercando di mantenere viva la fuga – ha detto ancora – c’era molta pressione da parte del gruppo. Le strade erano terribili per una fuga. Doveva durare fino in fondo. Abbiamo lottato davvero tanto e sono felice di aver portato a casa la vittoria».
Un giornalista poi gli chiede se è finalmente iniziato il Il Van Der Poel Festival: «Forse sarà il festival di un solo giorno – replica VDP – ma almeno è stato bello».
Ganna regola il gruppo, che nella rincorsa ai fuggitivi è arrivato a soli 6 secondiLa Ineos Grenadiers si è spesa molto per chiudere il gap, mentre la Lidl-Trek è entrata in azione troppo tardi probabilmenteGanna regola il gruppo, che nella rincorsa ai fuggitivi è arrivato a soli 6 secondiLa Ineos Grenadiers si è spesa molto per chiudere il gap
Ganna e quei 6”
Il gruppo non ha lasciato tanto spazio alle azioni dei fuggitivi, ci hanno provato in tanti fin dai primi chilometri. Alla fine la fuga che è venuta via, ed arrivata a giocarsi la vittoria a Ussel, è uscita di forza. Il vantaggio massimo è stato di un minuto e mezzo, con la Ineos che nei chilometri finali ha lavorato tanto insieme alla Lidl-Trek per chiudere e giocarsi le chance di vittoria in volata. Sono mancati solamente sei secondi per chiudere sulla fuga.
«Stiamo facendo un lavoro straordinario come squadra – ha detto dopo l’arrivo Ganna – forse le altre avrebbero potuto darci una mano, probabilmente hanno adottato un approccio più prudente. Purtroppo nel momento in cui è andata via la fuga ho avuto un problema con il sacchetto del rifornimento, stavo prendendo da bere e da mangiare e ho perso il tempo giusto. Abbiamo provato a chiudere, siamo arrivati davvero vicini ai fuggitivi. Ho vinto la volata, ma purtroppo davanti a noi c’erano altri corridori».
I segnali però sono positivi per il campione della Ineos Grenadiers, il quale avrà modo di tentare altre volte di giocarsi le sue carte da qui alla fine del Tour. La cronometro non presenta il percorso più adatto a lui, Ganna dovrà contare sulle sue qualità in una corsa in linea. Abbiamo ancora negli occhi la prestazione della Dwars Door Vlaanderen, vittoria di grande qualità che merita un seguito: quale posto migliore del Tour de France?
Altro spunto offerto da Malori: ecco perché Van der Poel e Van Aert nelle classiche sono imbattibili. Lo devono al cross, alla crono e al confronto fra loro
La prima volta al Tour di Mattia Cattaneo ha il sapore di un ritorno alle radici del suo talento. Il bergamasco è davvero rinato alla Deceuninck-Quick Step
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SONDRIO – Quando ieri ha riattaccato il numero per la prima tappa del Tour de Suisse, Mathieu Van der Poel non correva dal quarto posto della Roubaix. Un anno davvero strano il suo finora, con la vittoria della Omloop Nieuwsblad al debutto stagionale, poi quella alla Tirreno e Harelbeke e tutto intorno piazzamenti dolorosi al Fiandre e alla Roubaix, che solo due volte in carriera l’ha visto giù dal podio: nel 2022 e lo scorso 12 aprile.
Conoscendolo, non si può dire che il 2026 sia stato per ora soddisfacente. E di certo non lo sarà stato ieri dopo l’arrivo, avendo tagliato il traguardo a 13’22” dallo scatenato Pogacar. Se davvero pensava di poter vincere come aveva detto alla vigilia, il risveglio è stato davvero brusco. Tadej ha trasformato in una corrida la tappa con appena 2.446 metri di dislivello, infliggendo distacchi da tappone dolomitico. Contro uno così salta ogni schema.
«Mi sono preso una pausa di quasi due mesi – ammette – ho fatto alcuni giri fra gli sponsor e poi ho fatto una buona preparazione, prima da solo e poi con la squadra in Spagna, per cui mi sono sentito pronto per tornare a correre. Abbiamo fatto un ottimo ritiro con la squadra proprio dopo la vittoria di Philipsen a Copenhagen. Il Tour de Suisse dura solo cinque giorni, già ieri è stata dura, ma l’obiettivo resta quello di vincere una tappa».
Quarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa cosìQuarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa così
La faccia da poker
Mathieu non lascia trasparire emozioni sulla faccia da poker: corretto e puntuale nelle risposte, ma nulla più di quelle. Al massimo un sorriso se la domanda lo punzecchia. L’ultima volta che venne al Tour de Suisse era il 2021: nel suo palmares c’era… soltanto il primo Fiandre e da qui si portò a casa le prime due tappe, poi si ritirò. Stessa storia al Tour de France: mollò nella tappa di Tignes, ma vinse la seconda sul Mur de Bretagne davanti a Pogacar, con dedica a nonno Poulidor.
«Ogni giorno qui è molto difficile – dice – ma penso che sia una gara perfetta. Non è troppo lunga, le tappe sono piuttosto brevi, quindi la corsa sarà intensa fino a domenica. E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta che sono stato qui, ho dei bei ricordi, quindi spero che possiamo crearne di nuovi. Certo vincere quando i percorsi sono così duri diventa duro, dipende anche da cosa vorranno fare i corridori di classifica generale».
Ieri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa con 2.446 metri di dislivelloIeri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa con 2.446 metri di dislivello
Vittima di Pogacar
La posizione di Van der Poel ha iniziato a farsi scomoda da quando il ciclismo ha spianato i dislivelli fra atleti e Mathieu si è ritrovato con gli uomini di classifica e i velocisti nelle classiche cui un tempo non si sarebbero neppure avvicinati. Nel suo caso, avere Philipsen in casa significa dover tenere da conto le ambizioni di uno che è stato capace di vincere la Sanremo, mentre la presenza di Pogacar già da tempo rende tutto più precario.
Non a caso il Van der Poel sbarazzino che vinceva le corse dopo fughe scriteriate ma belle ha lasciato il posto a un… chirurgo solitamente capace di finalizzare la fatica con grandi vittorie.
«Sono stato tanto senza correre – dice Van der Poel – quindi non vedevo l’ora di iniziare. Conosco un po’ la zona grazie ai tanti ritiri che ho fatto da queste parti. So che dovrò soffrire, ma è necessario per farsi trovare pronti per il Tour de France. Non ho avuto intoppi. Volevo giusto fare due gare in MTB, ma non è stato possibile a causa di qualche problema alla schiena che si è risolto rapidamente».
A Les Gets 2025, Van der Poel ha chiuso al sesto posto la gara vinta dal francese Luca Martin (foto UCI MTB World Series)A Les Gets 2025, Van der Poel ha chiuso al sesto posto la gara vinta dal francese Luca Martin (foto UCI MTB World Series)
Il richiamo della MTB
Il fuoristrada, più la mountain bike del ciclocross in cui Van der Poel è praticamente imbattibile, resta il suo pallino. E’ la conquista che lo ha sempre respinto e lo ha fatto apparire anche goffo, con le cadute olimpiche e le prestazioni opache nelle ultime uscite. E se qualcosa può pizzicargli l’orgoglio, questo è il tasto giusto da suonare.
«Confermo che voglio partecipare ai mondiali di mountain bike (26-30 agosto, ndr) – dice Van der Poel – ma ho bisogno di tenere i due mondi separati. Prima abbiamo voluto prepararci al meglio per il Tour de France e mi concentrerò sulla mountain bike in seguito: il tempo dovrebbe bastare. Non sarà l’ideale, ma voglio provarci. E poi ci saranno i mondiali su strada (27 settembre, ndr). Sono nel programma, ma l’estate è ancora molto lunga».
Era il 20 aprile, 8 giorni dopo la Roubaix di Van Aert, quando Mathieu Van der Poel si è presentato nella sede di Selle Italia, accolto dalla dirigenza del brand e in modo (per noi) inatteso da Angelo Furlan. Poi ci si sono messe le Ardenne e il viaggio in Belgio, a seguire è arrivato il Giro d’Italia e si rischiava che l’incontro si perdesse nel tempo. Eppure, affascinati dalla figura di Van der Poel e convinti che se c’è di mezzo Furlan ci fosse qualcosa da raccontare, approfittando di un orario improbabile del mattino, abbiamo riportato l’attenzione del vicentino su quell’incontro di tre settimane fa.
«La mia presenza – spiega Furlan, che prima di accettare l’intervista ha dovuto chiedere l’autorizzazione al marketing di Selle Italia – è dovuta alla mia collaborazione con idmatch, la loro piattaforma di bike fitting. Mathieu doveva venire in Selle Italia per vedere l’azienda e conoscere dove nasce la sella su cui passa diverse ore ogni giorno, e così è nata l’idea di fargli conoscere anche il sistema di biomeccanica.
«In aggiunta, gli abbiamo mostratoPressure Map, che permette di capire in maniera ancora più precisa come posizionare la sella e soprattutto come svilupparla migliorando i punti di appoggio. Si valutano le pressioni delle tuberosità ischiatiche e la rotazione del bacino, ma soprattutto si analizzano tutti i dati dell’atleta mentre pedala. Van der Poel è un tipo sanguigno, puro istinto che tanto piace alla gente, ma il suo modo di essere poggia su tecnologie cui è molto interessato».
Furlan spiega a Van der Poel la Pressure Map per la personalizzazione della sella (foto pocispix)Furlan spiega a Van der Poel la Pressure Map per la personalizzazione della sella (foto pocispix)
La biomeccanica di Van der Poel nasce da idmatch?
Ovviamente lui ha il suo biomeccanico, che però si avvale di questo sistema. Infatti per replicare le sue misure, sono entrato nella scheda e non ho fatto altro che inserire il codice ottenendo tutte le informazioni sul suo assetto in bicicletta. Utilizzano idmatch, ma sono dei biomeccanici professionisti e alla fine c’è sempre la trasposizione finale data dall’esperienza. A maggior ragione nel loro caso, visto che Mathieu fa ciclocross e tutte le gare del Belgio: con lui si deve intervenire sulla sella, ma anche sul manubrio. Certe regolazioni si fanno in esterno, perché il 50 per cento dipende dai principi di bike fitting e il resto dal feeling di guida. C’è da trovare l’equilibrio.
Van der Poel ti è parso interessato oppure era lì perché ce l’hanno portato?
Era in Italia per un giro degli sponsor, nei giorni successivi ad esempio è andato da Pirelli, quindi alla base del viaggio c’erano anche operazioni di marketing. In realtà però, Mathieu è molto istintivo e semplice. Siamo andati anche a pranzo assieme e mi sono reso conto che ama il nostro cibo, il vino e il resto.
Che cosa avete mangiato?
La stessa cosa che mi hanno chiesto quando siamo tornati in Selle Italia. E io ho risposto che ha mangiato come una persona normale, si è fatto anche due giri di primo, al bicchiere di vino non ha detto di no, quindi mi è parso molto genuino. Se non avessi saputo di avere davanti Mathieu Van der Poel, avrei avuto la sensazione di essere davanti a un ragazzo giovane che si sta godendo la vita.
Il fatto che Van der Poel pratichi strada, cross e MTB fa sì che la sua posizione in sella vada studiata con attenzione superioreIl fatto che Van der Poel pratichi strada, cross e MTB fa sì che la sua posizione in sella vada studiata con attenzione superiore
E sul fronte della tecnica?
Mi ha stupito la sua meticolosità. Si dice sempre che fra i due rivali, Van Aert sia il più metodico e Van der Poel il più estroso ed istintivo. In realtà non è proprio così, vi posso assicurare che non è stato lì solo per protocollo.
Ha parlato con qualcuno in particolare?
Ha voluto conoscere tutti gli aspetti dell’azienda, com’è costruita la sua sella. Ha parlato con tutti gli addetti alla lavorazione, ha voluto vedere com’è montata la sella, ha guardato e si vedeva chiaramente che non fosse lì solo per le foto di rito. Ha voluto capire il sistema di montaggio e di produzione, è stato con noi per tre ore. Ha voluto parlare con chi monta praticamente la sua sella, ha parlato con tutti i dipendenti. Si vede se uno arriva solo perché deve farlo o se è davvero interessato. E alla fine l’ho anche ringraziato…
Per cosa?
Perché a parte il piacere di averlo conosciuto, gli ho detto grazie a nome di tutti gli amanti della multidisciplina, perché ha sdoganato tutte le impennate e quel suo mettere la bici di traverso. «A nome di tutta la old school – gli ho detto – Mathieu ti ringrazio perché quando lo facevo io, mi prendevano per scemo. Quando impennai sullo Zoncolan nel 2006, mi guardarono storto, adesso invece è figo. Se oggi i giovani si avvicinano e il mondo del ciclismo si sta un po’ svecchiando, lo dobbiamo a te». E alla fine di questo mio discorso, ci siamo fatti una grande risata.
Dopo la visita in Selle Italia, Van der Poel ha approfondito la sua scelta di gomme (foto Pirelli)Dopo la visita in Selle Italia, Van der Poel ha approfondito la sua scelta di gomme (foto Pirelli)
Avete parlato soltanto di selle e biomeccanica?
No, abbiamo parlato anche della Roubaix, del discorso dei tubeless e della sezione degli pneumatici ed è stato molto interessante. Lui dice che hanno trovato una soluzione per tutto, ma non riescono ancora a trovarla per la Foresta di Arenberg. Perché ci entrano dentro a tuono, anche se hanno messo la chicane, e si danno ancora troppe botte sul pneumatico, ma sicuramente ne verranno a capo. Anche secondo lui, lo standard massimo di larghezza su strada è il 32, oltre quella misura le gomme non scorrono più.
Ha detto qualcosa del problema con i pedali di Philipsen?
Gliel’ho buttata lì ed ho avuto la netta sensazione che se fossimo stati solo io e lui, ci saremmo fatti tante risate. Purtroppo aveva accanto i due manager che per tutto il tempo hanno fatto da filtro e hanno tutelato la… genuinità della conversazione, diciamo così. Devo dire che Van der Poel è molto veneto, se ci fosse un incontro fra Mathieu e i veneti, ci sarebbe una grande festa. Lo capisci che è uno dei nostri, è proprio genuino.
Pressure Map è il punto di passaggio per arrivare alla vera sella su misura (foto idmatch)Pressure Map è il punto di passaggio per arrivare alla vera sella su misura (foto idmatch)
Tornando a Pressure Map, bisogna dire che altre aziende hanno da anni una soluzione simile…
Non è una novità, c’è da tempo: immagino già i primi commenti. La novità del carico pressorio non è tanto quella del tappetino sensoriale che c’è da molti anni, ma è l’affinamento di questi concetti e soprattutto la raccolta dati per creare modelli in base ai vari scopi. Fino ad ora questi dati finivano in mano all’operatore che li interpretava e in base alle competenze di chi li vedeva, si avevano risultati diversi. Ora si possono elaborare con più precisione, al punto di capire quale sia la sella più adatta per il corridore e per me questo è davvero un punto di svolta nell’affrontare qualsiasi biomeccanica.
Non solo con modelli di Selle Italia?
Esatto, non solo. Anzi, tengono molto a sottolineare il concetto che idmatch non sia figlio di Selle Italia, ma è un’azienda che gode di tecnicità propria. Puoi lavorare con le forme di tutte le selle e di qualunque marca. Il tappetino ce l’ho da 5-6 anni, idmatch ha reso il mio lavoro molto più preciso e rapido, ma ora si è fatto un cambio di passo importante nella ricerca della sella ideale e anche del suo sviluppo.
Gruppo completo: il titolare Riccardo Bigolin con Van der Poel e a destra Furlan (foto pocispix)Gruppo completo: il titolare Riccardo Bigolin con Van der Poel e a destra Furlan (foto pocispix)
Questo significa che si potrebbe arrivare ad avere la sella davvero su misura?
Questa potrebbe essere una prospettiva futura. Non è ancora ufficiale, ma ci sono le potenzialità perché nel futuro del sistema possa esserci anche questo. Piuttosto, ditemi voi: come sta andando al Giro d’Italia?
Bene, Vingegaard sembra in controllo, peccato che sul Blockhaus Pellizzari non sia riuscito a seguirlo…
Vado contro corrente, è bella questa roba. Sanno a quanti watt devono salire, invece mi piace che Giulio se ne sia sbattuto e ci abbia provato lo stesso, anche se la sua critical power gli diceva di stare fermo. Magari crescendo capirà di dover contare fino a dieci, ma va bene anche così, secondo me. Così almeno la gente salta dal divano e il ciclismo torna a essere ancora un po’ poetico…
La Roubaix ha portato la tensione alle stelle. La foratura di Van Aert frutto di sfortuna? Per Gilbert è stato un errore. E resta il problema calendario
LEUVEN (Belgio) – Succede sempre, quando si chiude la valigia delle classiche e si va via da quassù, di voltarsi indietro. E allora la lunga attesa del volo di ritorno diventa il pretesto per riavvolgere il nastro e rivivere gli spicchi di emozione che ci hanno fatto saltare sul divano, sulla sedia della sala stampa, sul ciglio della strada, perché ognuno a questo punto sarà capace di collegare le emozioni delle classiche del Nord al momento preciso in cui le ha provate.
Avevamo da passare la giornata tra il checkout dell’appartamento di Liegi e il volo di rientro e così ci siamo fermati al sole di un caffè di Leuven, davanti alla City Hall tutta imbacuccata per i lavori che la riporteranno al suo splendore.
Camminando per le vie della città e dopo essere passati in auto sul rettilineo che portò la maglia iridata a Elisa Balsamo e Filippo Baroncini, per un attimo è parso di sentire ancora il vociare di allora, poi la quotidianità di centinaia di studenti e biciclette ha preso il sopravvento. E mentre sorseggiavamo l’ultima Leffe di questo viaggio, abbiamo iniziato a lasciar correre gli appunti sul quaderno che ci ha accompagnato sulle strade delle Classiche del Nord.
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)
Il Fiandre della discordia
Eravamo arrivati al Fiandre, la prima Monumento tra le classiche del Nord, con la vittoria di Van der Poel ad Harelbeke, il suo duello con Van Aert nella nuova Gand (poi vinta da Philipsen) e il trionfo di Ganna a Waregem. Peccato che Pippo se ne sia poi tornato a casa: aveva in testa la Roubaix e ha ritenuto che il Fiandre sarebbe stato troppo duro. Infatti, mentre lui andava via, in Belgio arrivava Pogacar che, dopo la sbornia della Sanremo, avrebbe cercato di trasformare la corsa dei Muri e la Roubaix, le due classiche che lo attendevano, in un’arena infernale.
A raccontarcelo c’era Filippo Lorenzon, in quella parte di Belgio che parla fiammingo e annega il tempo nella birra. Il Fiandre in televisione invece ce l’hanno raccontato su Eurosport, perché la RAI non l’ha trasmesso (fra le classiche sono rimaste scoperte anche l’Amstel e la Freccia Vallone) con le prevedibili rimostranze di chi invece l’avrebbe apprezzato.
Ma è stato il Fiandre di ben altre dispute. Di Van der Poel fortissimo, ma non abbastanza per resistere a Pogacar sul Qwaremont, eppure ostinatamente generoso nel dargli i cambi. Pochi secondi alle loro spalle c’era Evenepoel e non sapremo mai che cosa sarebbe cambiato se Remco fosse rientrato.
Dicono che Van der Poel abbia collaborato perché fra corridori alla pari non si usa l’astuzia e chi invece suggerisce di farlo viene definito un Solone. In questo ciclismo dove contano più i like delle vittorie, è vietato essere scaltri? Cosa te ne fai di un secondo posto al Fiandre se ti chiami Van der Poel e hai già perso la Sanremo? Pogacar invece ha fatto il suo e ha vinto, come ogni volta che attacca il numero, nei giri e nelle classiche: come già alla Strade Bianche e alla Sanremo. E Van der Poel, pur fortissimo, lo ha visto andare via.
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
La Roubaix delle lacrime
Alla Roubaix, c’era per la prima volta Stefano Masi e anche lui se l’è cavata bene. La fortuna del debuttante in queste classiche del Nord gli ha consegnato fra le mani una delle vittorie più belle degli ultimi anni: quella di Van Aert.
La cabala delle classiche è spietata e il fortissimo Van der Poel, quello che al Fiandre se l’è giocata alla pari col più forte di tutti i tempi (così viene definito Pogacar), si è ritrovato a piedi nella Foresta di Arenberg per una doppia foratura. In precedenza aveva bucato anche Pogacar (alzi la mano chi si è salvato in questa Roubaix!). Questa volta tuttavia, in barba al galateo fra pari, Mathieu si è messo a fare il forcing per rendergli il rientro faticoso.
Tadej invece è rientrato perché proprio l’olandese nella seconda parte della Foresta ha tirato il fiato e proprio in quel momento ha bucato e si è ritrovato con la bici di Philipsen che aveva i pedali sbagliati. A volte capita anche ai migliori, nelle classiche più importanti.
Scene da Far West, con pezzi di terra sollevati da ruote velocissime e contraccolpi molto violenti sui manubri. Il suo inseguimento rabbioso ha avuto del prodigioso, ma è stato rintuzzato da Pogacar e poi da Van Aert che si è preso la briga e di certo il gusto (cit.) di mettersi davanti per impedirgli di rientrare. In queste classiche così dure si combatte, gli avversari di colpo diventano nemici.
La lunga corsa di Tadej e Wout verso Roubaix è stata uno dei momenti di maggiore lirica sportiva della campagna di queste classiche e forse di tutto l’anno. Pogacar ha provato selvaggiamente a staccarlo, ma nelle classiche senza salite, anche Tadej torna un po’ normale. E Van Aert deve aver visto davanti l’occasione per rifarsi di anni di sfiga pazzesca.
Lo ha controllato, non si è sfinito dandogli cambi, forse perché ha avuto l’umiltà di non sentirsi pari al più forte di tutti i tempi. Gli ha preso la ruota per ripararsi dal vento con numeri da equilibrista. E quando si è trattato di fare la volata, ha preso la rabbia e le malinconie di tanti secondi posti, li ha shakerati in una mistura esplosiva, e ha scaricato nei pedali tutto quello che aveva. Difficile dire, come qualcuno ha ipotizzato, se anche Pogacar fosse contento. Di certo lo era Van Aert e Dio solo sa se non se lo è meritato.
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026
La Freccia dello stupore
Il tempo di vedere l’Amstel di Evenepoel e annotare le meraviglie di Seixas al Giro dei Paesi Baschi ed è stato tempo di Freccia Vallone. Una volta, alla vigilia della settimana, si faceva il cambio degli uomini. Quelli del pavé se ne andavano e arrivavano gli scalatori per le classiche delle Ardenne: in certi anni si andava persino all’aeroporto di Bruxelles per accoglierli e fotografarli con la valigia e magari si approfittava dell’occasione per andare all’Area Cargo e spedire in Italia i rullini delle diapositive, perché li facessero sviluppare. Chi è nato dopo non apprezzerà mai abbastanza quale immenso cambio sia iniziato con le fotocamere digitali.
Cambiano i tempi, gli uomini e cambiano gli scenari e a volte anche i percorsi delle classiche. Le pietre e la polvere di pianura lasciano il posto a colline di conifere e salite e il Muro d’Huy con le sue sei cappelle votive diventano una inesorabile via crucis.
C’era il sole alla partenza da Herstal, ma la luce più vivida è stata quella di Paul Seixas sul Muro d’Huy. Lo avevamo immaginato presentando la corsa: senza Pogacar, avrebbe vinto lui. Così effettivamente è stato, ma la consapevolezza con cui il francese (19 anni e al debutto in queste classiche) ha respinto la banale equazione ha acceso i fari sulla sua maturità. Non un’esitazione nel parlare, nessuna paura di ammettere eventuali limiti e neppure di parlare della sua voglia di vincere. Gli unici argomenti su cui fa il finto tonto sono la partecipazione al Tour e l’eventuale firma per squadre diverse.
Ha preso la testa ai 250 metri del Muro, lasciato al posto giusto dai compagni di squadra, motivati come missionari. Poi ha accelerato gradualmente, togliendo una goccia per volta l’ossigeno dai muscoli dei rivali. Non li ha stroncati come fece Pogacar l’anno scorso, ma ugualmente li ha portati inesorabilmente al punto di rottura. Freccia Vallone vinta a 19 anni, mentre Evenepoel, rimasto a casa per riposarsi, andava verso la Liegi.
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia ValloneA 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
La Liegi del cannibale
Liegi, l’ultimo atto ne lungo viaggio delle classiche. La birra è agli sgoccioli e dovendo guidare resistiamo alla tentazione di chiederne un’altra. Dicono che per vincere la quarta Pogacar non abbia faticato per sbarazzarsi di Seixas, la verità è che il francesino è stato il rivale più coriaceo che Tadej abbia trovato di recente sulla sua strada, al pari di Pidcock alla Sanremo, ma su un percorso mille volte più duro.
C’era l’attesa delle grandi occasioni. Da una parte Tadej, al rientro dopo lo smacco della Roubaix. Dall’altra Seixas, che catalizzava le attenzioni. Poi Evenepoel, che veniva dalla vittoria dell’Amstel e due Liegi in passato le ha comunque vinte. Quindi Pidcock e un discendere di altri nomi in caccia del podio. Alla presentazione delle squadre in Place Saint Lambert schiere di bambini si sporgevano dalle transenne chiedendo l’autografo e chiamandoli tutti per nome. Per la decana di tutte le classiche (prima edizione nel 1892) non mancava neppure un ingrediente.
La Liegi è un continuo fra autostrade e stradine. Quelli bravi li vedono passare anche sei volte, ma quando arrivano alla Redoute di solito si fermano e si godono il passaggio. I tagli standard prevedono invece la sosta a Baraque Frituur, poi alla Cote de Saint Roch di Houffalize, quindi la salita e la discesa dello Stockeu, infine una bella corsa veloce fino al traguardo.
La fuga estemporanea di 52 corridori ha fatto pensare a un grave errore del gruppo inseguitore e lo sarebbe stato se quei corridori si fossero trovati lì per scelta: sarebbe stata una grande imboscata ed Evenepoel ne avrebbe potuto trarre l’occasione per vincere. Invece erano lì per caso e si è visto.
A chi dice che la Redoute sia meno incisiva di un tempo, consigliamo di rivivere l’avvicinamento e poi l’esplosione. Come sul Monte Sante Marie, sulla Cipressa e sul Poggio, come sul Qwaremont, il corridore più forte di tutti i tempi ha sferrato l’attacco più veloce di tutti i tempi, scalando la salita simbolo a 24,2 di media (foto di apertura). Eppure dice che quando si è voltato, sapeva esattamente che Seixas sarebbe stato lì: non si aspettava magari che sulla cima il francese si prendesse il KOM impiegando secondo Velon un secondo meno di lui.
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciprocoNell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
La resa di Remco
Siamo onesti, con l’ultimo sorso di birra che se ne va, nessuno credeva che Seixas avrebbe potuto staccare Tadej: sulla Redoute era già parso al gancio e quante volte si può morire in sella? Seixas c’è riuscito la prima volta, ma ha dovuto inchinarsi la seconda. E quando anche lui è arrivato a cottura, Tadej ha accelerato da seduto e lo ha lasciato lì. Il gap è ancora notevole, si è visto nelle classiche e probabilmente lo scopriremo nei prossimi Giri: quegli otto anni di differenza pretendono i giusti tempi (lo stesso Pogacar i suoi 2 anni da U23 se li è fatti), ma le prospettive sono pazzesche.
Lo sloveno non ci è parso tiratissimo come alla Sanremo, osservandolo nelle interviste e poi in bici sembra avere ancora quel di più che forse gli è servito alla Roubaix. Oppure passando dalle pietre alle salite, ha lavorato sulla forza. Di certo la forza l’ha usata con disinvoltura: ha aumentato la cadenza e ha costretto Seixas alla resa.
Dietro di loro, Evenepoel ha mostrato ancora una volta il fianco e poi nella conferenza stampa del dopo gara, è parso quasi in imbarazzo nel dover giustificare la sua prova opaca. C’è stato molto più spirito nei tentativi di Skjelmose che nella sua volata per il terzo posto. Chissà se il suo professionismo sbalorditivo a 18 anni non gli abbia imposto un limite di sviluppo che ora si sta palesando. Magari non è vero e Remco ci sbalordirà ancora, però se fossimo nei panni di Seixas e di chi lo gestisce, un pensierino lo faremmo.