Tour de Suisse 2026, Mathieu Van der Poel

Van der Poel in Svizzera: prima il Tour poi la MTB

18.06.2026
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SONDRIO – Quando ieri ha riattaccato il numero per la prima tappa del Tour de Suisse, Mathieu Van der Poel non correva dal quarto posto della Roubaix. Un anno davvero strano il suo finora, con la vittoria della Omloop Nieuwsblad al debutto stagionale, poi quella alla Tirreno e Harelbeke e tutto intorno piazzamenti dolorosi al Fiandre e alla Roubaix, che solo due volte in carriera l’ha visto giù dal podio: nel 2022 e lo scorso 12 aprile.

Conoscendolo, non si può dire che il 2026 sia stato per ora soddisfacente. E di certo non lo sarà stato ieri dopo l’arrivo, avendo tagliato il traguardo a 13’22” dallo scatenato Pogacar. Se davvero pensava di poter vincere come aveva detto alla vigilia, il risveglio è stato davvero brusco. Tadej ha trasformato in una corrida la tappa con appena 2.446 metri di dislivello, infliggendo distacchi da tappone dolomitico. Contro uno così salta ogni schema.

«Mi sono preso una pausa di quasi due mesi – ammette – ho fatto alcuni giri fra gli sponsor e poi ho fatto una buona preparazione, prima da solo e poi con la squadra in Spagna, per cui mi sono sentito pronto per tornare a correre. Abbiamo fatto un ottimo ritiro con la squadra proprio dopo la vittoria di Philipsen a Copenhagen. Il Tour de Suisse dura solo cinque giorni, già ieri è stata dura, ma l’obiettivo resta quello di vincere una tappa».

Quarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa così
Quarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa così
Quarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa così
Quarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa così

La faccia da poker

Mathieu non lascia trasparire emozioni sulla faccia da poker: corretto e puntuale nelle risposte, ma nulla più di quelle. Al massimo un sorriso se la domanda lo punzecchia. L’ultima volta che venne al Tour de Suisse era il 2021: nel suo palmares c’era… soltanto il primo Fiandre e da qui si portò a casa le prime due tappe, poi si ritirò. Stessa storia al Tour de France: mollò nella tappa di Tignes, ma vinse la seconda sul Mur de Bretagne davanti a Pogacar, con dedica a nonno Poulidor.

«Ogni giorno qui è molto difficile – dice – ma penso che sia una gara perfetta. Non è troppo lunga, le tappe sono piuttosto brevi, quindi la corsa sarà intensa fino a domenica. E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta che sono stato qui, ho dei bei ricordi, quindi spero che possiamo crearne di nuovi. Certo vincere quando i percorsi sono così duri diventa duro, dipende anche da cosa vorranno fare i corridori di classifica generale».

Ieri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa da 2.446 metri di dislivello
Ieri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa con 2.446 metri di dislivello
Ieri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa da 2.446 metri di dislivello
Ieri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa con 2.446 metri di dislivello

Vittima di Pogacar

La posizione di Van der Poel ha iniziato a farsi scomoda da quando il ciclismo ha spianato i dislivelli fra atleti e Mathieu si è ritrovato con gli uomini di classifica e i velocisti nelle classiche cui un tempo non si sarebbero neppure avvicinati. Nel suo caso, avere Philipsen in casa significa dover tenere da conto le ambizioni di uno che è stato capace di vincere la Sanremo, mentre la presenza di Pogacar già da tempo rende tutto più precario.

Non a caso il Van der Poel sbarazzino che vinceva le corse dopo fughe scriteriate ma belle ha lasciato il posto a un… chirurgo solitamente capace di finalizzare la fatica con grandi vittorie.

«Sono stato tanto senza correre – dice Van der Poel – quindi non vedevo l’ora di iniziare. Conosco un po’ la zona grazie ai tanti ritiri che ho fatto da queste parti. So che dovrò soffrire, ma è necessario per farsi trovare pronti per il Tour de France. Non ho avuto intoppi. Volevo giusto fare due gare in MTB, ma non è stato possibile a causa di qualche problema alla schiena che si è risolto rapidamente».

A Les Gets 2025, Van der Poel ha chiuso al sesto posto la gara vinta dal francese Luca Martin (foto UCI MTB World Series)
A Les Gets 2025, Van der Poel ha chiuso al sesto posto la gara vinta dal francese Luca Martin (foto UCI MTB World Series)

Il richiamo della MTB

Il fuoristrada, più la mountain bike del ciclocross in cui Van der Poel è praticamente imbattibile, resta il suo pallino. E’ la conquista che lo ha sempre respinto e lo ha fatto apparire anche goffo, con le cadute olimpiche e le prestazioni opache nelle ultime uscite. E se qualcosa può pizzicargli l’orgoglio, questo è il tasto giusto da suonare.

«Confermo che voglio partecipare ai mondiali di mountain bike (26-30 agosto, ndr) – dice Van der Poel – ma ho bisogno di tenere i due mondi separati. Prima abbiamo voluto prepararci al meglio per il Tour de France e mi concentrerò sulla mountain bike in seguito: il tempo dovrebbe bastare. Non sarà l’ideale, ma voglio provarci. E poi ci saranno i mondiali su strada (27 settembre, ndr). Sono nel programma, ma l’estate è ancora molto lunga».

Visita Mathieu Van der Poel, Angelo Furlan, sede idmatch (foto pocispix)

Van der Poel è veneto, parola di Angelo Furlan

17.05.2026
7 min
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Era il 20 aprile, 8 giorni dopo la Roubaix di Van Aert, quando Mathieu Van der Poel si è presentato nella sede di Selle Italia, accolto dalla dirigenza del brand e in modo (per noi) inatteso da Angelo Furlan. Poi ci si sono messe le Ardenne e il viaggio in Belgio, a seguire è arrivato il Giro d’Italia e si rischiava che l’incontro si perdesse nel tempo. Eppure, affascinati dalla figura di Van der Poel e convinti che se c’è di mezzo Furlan ci fosse qualcosa da raccontare, approfittando di un orario improbabile del mattino, abbiamo riportato l’attenzione del vicentino su quell’incontro di tre settimane fa.

«La mia presenza – spiega Furlan, che prima di accettare l’intervista ha dovuto chiedere l’autorizzazione al marketing di Selle Italia – è dovuta alla mia collaborazione con idmatch, la loro piattaforma di bike fitting. Mathieu doveva venire in Selle Italia per vedere l’azienda e conoscere dove nasce la sella su cui passa diverse ore ogni giorno, e così è nata l’idea di fargli conoscere anche il sistema di biomeccanica.

«In aggiunta, gli abbiamo mostrato Pressure Map, che permette di capire in maniera ancora più precisa come posizionare la sella e soprattutto come svilupparla migliorando i punti di appoggio. Si valutano le pressioni delle tuberosità ischiatiche e la rotazione del bacino, ma soprattutto si analizzano tutti i dati dell’atleta mentre pedala. Van der Poel è un tipo sanguigno, puro istinto che tanto piace alla gente, ma il suo modo di essere poggia su tecnologie cui è molto interessato».

Furlan spiega a Van der Poel la Pressure Map per la personalizzazione della sella (foto pocispix)
Furlan spiega a Van der Poel la Pressure Map per la personalizzazione della sella (foto pocispix)
Furlan spiega a Van der Poel la Pressure Map per la personalizzazione della sella (foto pocispix)
Furlan spiega a Van der Poel la Pressure Map per la personalizzazione della sella (foto pocispix)
La biomeccanica di Van der Poel nasce da idmatch?

Ovviamente lui ha il suo biomeccanico, che però si avvale di questo sistema. Infatti per replicare le sue misure, sono entrato nella scheda e non ho fatto altro che inserire il codice ottenendo tutte le informazioni sul suo assetto in bicicletta. Utilizzano idmatch, ma sono dei biomeccanici professionisti e alla fine c’è sempre la trasposizione finale data dall’esperienza. A maggior ragione nel loro caso, visto che Mathieu fa ciclocross e tutte le gare del Belgio: con lui si deve intervenire sulla sella, ma anche sul manubrio. Certe regolazioni si fanno in esterno, perché il 50 per cento dipende dai principi di bike fitting e il resto dal feeling di guida. C’è da trovare l’equilibrio.

Van der Poel ti è parso interessato oppure era lì perché ce l’hanno portato?

Era in Italia per un giro degli sponsor, nei giorni successivi ad esempio è andato da Pirelli, quindi alla base del viaggio c’erano anche operazioni di marketing. In realtà però, Mathieu è molto istintivo e semplice. Siamo andati anche a pranzo assieme e mi sono reso conto che ama il nostro cibo, il vino e il resto.

Che cosa avete mangiato?

La stessa cosa che mi hanno chiesto quando siamo tornati in Selle Italia. E io ho risposto che ha mangiato come una persona normale, si è fatto anche due giri di primo, al bicchiere di vino non ha detto di no, quindi mi è parso molto genuino. Se non avessi saputo di avere davanti Mathieu Van der Poel, avrei avuto la sensazione di essere davanti a un ragazzo giovane che si sta godendo la vita.

Campionati del mondo ciclocross 2026, Hulst, Mathieu Van der Poel
Il fatto che Van der Poel pratichi strada, cross e MTB fa sì che la sua posizione in sella vada studiata con attenzione superiore
Campionati del mondo ciclocross 2026, Hulst, Mathieu Van der Poel
Il fatto che Van der Poel pratichi strada, cross e MTB fa sì che la sua posizione in sella vada studiata con attenzione superiore
E sul fronte della tecnica?

Mi ha stupito la sua meticolosità. Si dice sempre che fra i due rivali, Van Aert sia il più metodico e Van der Poel il più estroso ed istintivo. In realtà non è proprio così, vi posso assicurare che non è stato lì solo per protocollo.

Ha parlato con qualcuno in particolare?

Ha voluto conoscere tutti gli aspetti dell’azienda, com’è costruita la sua sella. Ha parlato con tutti gli addetti alla lavorazione, ha voluto vedere com’è montata la sella, ha guardato e si vedeva chiaramente che non fosse lì solo per le foto di rito. Ha voluto capire il sistema di montaggio e di produzione, è stato con noi per tre ore. Ha voluto parlare con chi monta praticamente la sua sella, ha parlato con tutti i dipendenti. Si vede se uno arriva solo perché deve farlo o se è davvero interessato. E alla fine l’ho anche ringraziato…

Per cosa?

Perché a parte il piacere di averlo conosciuto, gli ho detto grazie a nome di tutti gli amanti della multidisciplina, perché ha sdoganato tutte le impennate e quel suo mettere la bici di traverso. «A nome di tutta la old school – gli ho detto – Mathieu ti ringrazio perché quando lo facevo io, mi prendevano per scemo. Quando impennai sullo Zoncolan nel 2006, mi guardarono storto, adesso invece è figo. Se oggi i giovani si avvicinano e il mondo del ciclismo si sta un po’ svecchiando, lo dobbiamo a te». E alla fine di questo mio discorso, ci siamo fatti una grande risata.

Dopo la visita in Selle Italia, Van der Poel ha approfondito la sua scelta di gomme (foto Pirelli)
Dopo la visita in Selle Italia, Van der Poel ha approfondito la sua scelta di gomme (foto Pirelli)
Dopo la visita in Selle Italia, Van der Poel ha approfondito la sua scelta di gomme (foto Pirelli)
Dopo la visita in Selle Italia, Van der Poel ha approfondito la sua scelta di gomme (foto Pirelli)
Avete parlato soltanto di selle e biomeccanica?

No, abbiamo parlato anche della Roubaix, del discorso dei tubeless e della sezione degli pneumatici ed è stato molto interessante. Lui dice che hanno trovato una soluzione per tutto, ma non riescono ancora a trovarla per la Foresta di Arenberg. Perché ci entrano dentro a tuono, anche se hanno messo la chicane, e si danno ancora troppe botte sul pneumatico, ma sicuramente ne verranno a capo. Anche secondo lui, lo standard massimo di larghezza su strada è il 32, oltre quella misura le gomme non scorrono più.

Ha detto qualcosa del problema con i pedali di Philipsen?

Gliel’ho buttata lì ed ho avuto la netta sensazione che se fossimo stati solo io e lui, ci saremmo fatti tante risate. Purtroppo aveva accanto i due manager che per tutto il tempo hanno fatto da filtro e hanno tutelato la… genuinità della conversazione, diciamo così. Devo dire che Van der Poel è molto veneto, se ci fosse un incontro fra Mathieu e i veneti, ci sarebbe una grande festa. Lo capisci che è uno dei nostri, è proprio genuino.

Pressure Map è il punto di passaggio per arrivare alla vera sella su misura (foto idmatch)
Pressure Map è il punto di passaggio per arrivare alla vera sella su misura (foto idmatch)
Pressure Map è il punto di passaggio per arrivare alla vera sella su misura (foto idmatch)
Pressure Map è il punto di passaggio per arrivare alla vera sella su misura (foto idmatch)
Tornando a Pressure Map, bisogna dire che altre aziende hanno da anni una soluzione simile…

Non è una novità, c’è da tempo: immagino già i primi commenti. La novità del carico pressorio non è tanto quella del tappetino sensoriale che c’è da molti anni, ma è l’affinamento di questi concetti e soprattutto la raccolta dati per creare modelli in base ai vari scopi. Fino ad ora questi dati finivano in mano all’operatore che li interpretava e in base alle competenze di chi li vedeva, si avevano risultati diversi. Ora si possono elaborare con più precisione, al punto di capire quale sia la sella più adatta per il corridore e per me questo è davvero un punto di svolta nell’affrontare qualsiasi biomeccanica.

Non solo con modelli di Selle Italia?

Esatto, non solo. Anzi, tengono molto a sottolineare il concetto che idmatch non sia figlio di Selle Italia, ma è un’azienda che gode di tecnicità propria. Puoi lavorare con le forme di tutte le selle e di qualunque marca. Il tappetino ce l’ho da 5-6 anni, idmatch ha reso il mio lavoro molto più preciso e rapido, ma ora si è fatto un cambio di passo importante nella ricerca della sella ideale e anche del suo sviluppo.

Gruppo completo: il titolare Riccardo Bigolin con Van der Poel e a destra Furlan (foto pocispix)
Gruppo completo: il titolare Riccardo Bigolin con Van der Poel e a destra Furlan (foto pocispix)
Gruppo completo: il titolare Riccardo Bigolin con Van der Poel e a destra Furlan (foto pocispix)
Gruppo completo: il titolare Riccardo Bigolin con Van der Poel e a destra Furlan (foto pocispix)
Questo significa che si potrebbe arrivare ad avere la sella davvero su misura?

Questa potrebbe essere una prospettiva futura. Non è ancora ufficiale, ma ci sono le potenzialità perché nel futuro del sistema possa esserci anche questo. Piuttosto, ditemi voi: come sta andando al Giro d’Italia?

Bene, Vingegaard sembra in controllo, peccato che sul Blockhaus Pellizzari non sia riuscito a seguirlo…

Vado contro corrente, è bella questa roba. Sanno a quanti watt devono salire, invece mi piace che Giulio se ne sia sbattuto e ci abbia provato lo stesso, anche se la sua critical power gli diceva di stare fermo. Magari crescendo capirà di dover contare fino a dieci, ma va bene anche così, secondo me. Così almeno la gente salta dal divano e il ciclismo torna a essere ancora un po’ poetico…

Liegi-Bastogne-Liegi 2026, Tadej Pogacar, Paul Seixas

Classiche del Nord, ultimi appunti prima di rientrare

03.05.2026
9 min
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LEUVEN (Belgio) – Succede sempre, quando si chiude la valigia delle classiche e si va via da quassù, di voltarsi indietro. E allora la lunga attesa del volo di ritorno diventa il pretesto per riavvolgere il nastro e rivivere gli spicchi di emozione che ci hanno fatto saltare sul divano, sulla sedia della sala stampa, sul ciglio della strada, perché ognuno a questo punto sarà capace di collegare le emozioni delle classiche del Nord al momento preciso in cui le ha provate.

Avevamo da passare la giornata tra il checkout dell’appartamento di Liegi e il volo di rientro e così ci siamo fermati al sole di un caffè di Leuven, davanti alla City Hall tutta imbacuccata per i lavori che la riporteranno al suo splendore.

Camminando per le vie della città e dopo essere passati in auto sul rettilineo che portò la maglia iridata a Elisa Balsamo e Filippo Baroncini, per un attimo è parso di sentire ancora il vociare di allora, poi la quotidianità di centinaia di studenti e biciclette ha preso il sopravvento. E mentre sorseggiavamo l’ultima Leffe di questo viaggio, abbiamo iniziato a lasciar correre gli appunti sul quaderno che ci ha accompagnato sulle strade delle Classiche del Nord.

L'attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti (depositphotos.com)
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)
L'attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti (depositphotos.com)
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)

Il Fiandre della discordia

Eravamo arrivati al Fiandre, la prima Monumento tra le classiche del Nord, con la vittoria di Van der Poel ad Harelbeke, il suo duello con Van Aert nella nuova Gand (poi vinta da Philipsen) e il trionfo di Ganna a Waregem. Peccato che Pippo se ne sia poi tornato a casa: aveva in testa la Roubaix e ha ritenuto che il Fiandre sarebbe stato troppo duro. Infatti, mentre lui andava via, in Belgio arrivava Pogacar che, dopo la sbornia della Sanremo, avrebbe cercato di trasformare la corsa dei Muri e la Roubaix, le due classiche che lo attendevano, in un’arena infernale.

A raccontarcelo c’era Filippo Lorenzon, in quella parte di Belgio che parla fiammingo e annega il tempo nella birra. Il Fiandre in televisione invece ce l’hanno raccontato su Eurosport, perché la RAI non l’ha trasmesso (fra le classiche sono rimaste scoperte anche l’Amstel e la Freccia Vallone) con le prevedibili rimostranze di chi invece l’avrebbe apprezzato.

Ma è stato il Fiandre di ben altre dispute. Di Van der Poel fortissimo, ma non abbastanza per resistere a Pogacar sul Qwaremont, eppure ostinatamente generoso nel dargli i cambi. Pochi secondi alle loro spalle c’era Evenepoel e non sapremo mai che cosa sarebbe cambiato se Remco fosse rientrato.

Dicono che Van der Poel abbia collaborato perché fra corridori alla pari non si usa l’astuzia e chi invece suggerisce di farlo viene definito un Solone. In questo ciclismo dove contano più i like delle vittorie, è vietato essere scaltri? Cosa te ne fai di un secondo posto al Fiandre se ti chiami Van der Poel e hai già perso la Sanremo? Pogacar invece ha fatto il suo e ha vinto, come ogni volta che attacca il numero, nei giri e nelle classiche: come già alla Strade Bianche e alla Sanremo. E Van der Poel, pur fortissimo, lo ha visto andare via.

Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?

La Roubaix delle lacrime

Alla Roubaix, c’era per la prima volta Stefano Masi e anche lui se l’è cavata bene. La fortuna del debuttante in queste classiche del Nord gli ha consegnato fra le mani una delle vittorie più belle degli ultimi anni: quella di Van Aert.

La cabala delle classiche è spietata e il fortissimo Van der Poel, quello che al Fiandre se l’è giocata alla pari col più forte di tutti i tempi (così viene definito Pogacar), si è ritrovato a piedi nella Foresta di Arenberg per una doppia foratura. In precedenza aveva bucato anche Pogacar (alzi la mano chi si è salvato in questa Roubaix!). Questa volta tuttavia, in barba al galateo fra pari, Mathieu si è messo a fare il forcing per rendergli il rientro faticoso.

Tadej invece è rientrato perché proprio l’olandese nella seconda parte della Foresta ha tirato il fiato e proprio in quel momento ha bucato e si è ritrovato con la bici di Philipsen che aveva i pedali sbagliati. A volte capita anche ai migliori, nelle classiche più importanti.

Scene da Far West, con pezzi di terra sollevati da ruote velocissime e contraccolpi molto violenti sui manubri. Il suo inseguimento rabbioso ha avuto del prodigioso, ma è stato rintuzzato da Pogacar e poi da Van Aert che si è preso la briga e di certo il gusto (cit.) di mettersi davanti per impedirgli di rientrare. In queste classiche così dure si combatte, gli avversari di colpo diventano nemici.

La lunga corsa di Tadej e Wout verso Roubaix è stata uno dei momenti di maggiore lirica sportiva della campagna di queste classiche e forse di tutto l’anno. Pogacar ha provato selvaggiamente a staccarlo, ma nelle classiche senza salite, anche Tadej torna un po’ normale. E Van Aert deve aver visto davanti l’occasione per rifarsi di anni di sfiga pazzesca.

Lo ha controllato, non si è sfinito dandogli cambi, forse perché ha avuto l’umiltà di non sentirsi pari al più forte di tutti i tempi. Gli ha preso la ruota per ripararsi dal vento con numeri da equilibrista. E quando si è trattato di fare la volata, ha preso la rabbia e le malinconie di tanti secondi posti, li ha shakerati in una mistura esplosiva, e ha scaricato nei pedali tutto quello che aveva. Difficile dire, come qualcuno ha ipotizzato, se anche Pogacar fosse contento. Di certo lo era Van Aert e Dio solo sa se non se lo è meritato.

La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella più emotivamente forte fra le classiche 2026
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata qaLa vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella più emotivamente forte fra le classiche 2026uella più emotivamente forte
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026

La Freccia dello stupore

Il tempo di vedere l’Amstel di Evenepoel e annotare le meraviglie di Seixas al Giro dei Paesi Baschi ed è stato tempo di Freccia Vallone. Una volta, alla vigilia della settimana, si faceva il cambio degli uomini. Quelli del pavé se ne andavano e arrivavano gli scalatori per le classiche delle Ardenne: in certi anni si andava persino all’aeroporto di Bruxelles per accoglierli e fotografarli con la valigia e magari si approfittava dell’occasione per andare all’Area Cargo e spedire in Italia i rullini delle diapositive, perché li facessero sviluppare. Chi è nato dopo non apprezzerà mai abbastanza quale immenso cambio sia iniziato con le fotocamere digitali.

Cambiano i tempi, gli uomini e cambiano gli scenari e a volte anche i percorsi delle classiche. Le pietre e la polvere di pianura lasciano il posto a colline di conifere e salite e il Muro d’Huy con le sue sei cappelle votive diventano una inesorabile via crucis.

C’era il sole alla partenza da Herstal, ma la luce più vivida è stata quella di Paul Seixas sul Muro d’Huy. Lo avevamo immaginato presentando la corsa: senza Pogacar, avrebbe vinto lui. Così effettivamente è stato, ma la consapevolezza con cui il francese (19 anni e al debutto in queste classiche) ha respinto la banale equazione ha acceso i fari sulla sua maturità. Non un’esitazione nel parlare, nessuna paura di ammettere eventuali limiti e neppure di parlare della sua voglia di vincere. Gli unici argomenti su cui fa il finto tonto sono la partecipazione al Tour e l’eventuale firma per squadre diverse.

Ha preso la testa ai 250 metri del Muro, lasciato al posto giusto dai compagni di squadra, motivati come missionari. Poi ha accelerato gradualmente, togliendo una goccia per volta l’ossigeno dai muscoli dei rivali. Non li ha stroncati come fece Pogacar l’anno scorso, ma ugualmente li ha portati inesorabilmente al punto di rottura. Freccia Vallone vinta a 19 anni, mentre Evenepoel, rimasto a casa per riposarsi, andava verso la Liegi.

A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone

La Liegi del cannibale

Liegi, l’ultimo atto ne lungo viaggio delle classiche. La birra è agli sgoccioli e dovendo guidare resistiamo alla tentazione di chiederne un’altra. Dicono che per vincere la quarta Pogacar non abbia faticato per sbarazzarsi di Seixas, la verità è che il francesino è stato il rivale più coriaceo che Tadej abbia trovato di recente sulla sua strada, al pari di Pidcock alla Sanremo, ma su un percorso mille volte più duro.

C’era l’attesa delle grandi occasioni. Da una parte Tadej, al rientro dopo lo smacco della Roubaix. Dall’altra Seixas, che catalizzava le attenzioni. Poi Evenepoel, che veniva dalla vittoria dell’Amstel e due Liegi in passato le ha comunque vinte. Quindi Pidcock e un discendere di altri nomi in caccia del podio. Alla presentazione delle squadre in Place Saint Lambert schiere di bambini si sporgevano dalle transenne chiedendo l’autografo e chiamandoli tutti per nome. Per la decana di tutte le classiche (prima edizione nel 1892) non mancava neppure un ingrediente.

La Liegi è un continuo fra autostrade e stradine. Quelli bravi li vedono passare anche sei volte, ma quando arrivano alla Redoute di solito si fermano e si godono il passaggio. I tagli standard prevedono invece la sosta a Baraque Frituur, poi alla Cote de Saint Roch di Houffalize, quindi la salita e la discesa dello Stockeu, infine una bella corsa veloce fino al traguardo.

La fuga estemporanea di 52 corridori ha fatto pensare a un grave errore del gruppo inseguitore e lo sarebbe stato se quei corridori si fossero trovati lì per scelta: sarebbe stata una grande imboscata ed Evenepoel ne avrebbe potuto trarre l’occasione per vincere. Invece erano lì per caso e si è visto.

A chi dice che la Redoute sia meno incisiva di un tempo, consigliamo di rivivere l’avvicinamento e poi l’esplosione. Come sul Monte Sante Marie, sulla Cipressa e sul Poggio, come sul Qwaremont, il corridore più forte di tutti i tempi ha sferrato l’attacco più veloce di tutti i tempi, scalando la salita simbolo a 24,2 di media (foto di apertura). Eppure dice che quando si è voltato, sapeva esattamente che Seixas sarebbe stato lì: non si aspettava magari che sulla cima il francese si prendesse il KOM impiegando secondo Velon un secondo meno di lui.

Nell'abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell'abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco

La resa di Remco

Siamo onesti, con l’ultimo sorso di birra che se ne va, nessuno credeva che Seixas avrebbe potuto staccare Tadej: sulla Redoute era già parso al gancio e quante volte si può morire in sella? Seixas c’è riuscito la prima volta, ma ha dovuto inchinarsi la seconda. E quando anche lui è arrivato a cottura, Tadej ha accelerato da seduto e lo ha lasciato lì. Il gap è ancora notevole, si è visto nelle classiche e probabilmente lo scopriremo nei prossimi Giri: quegli otto anni di differenza pretendono i giusti tempi (lo stesso Pogacar i suoi 2 anni da U23 se li è fatti), ma le prospettive sono pazzesche.

Lo sloveno non ci è parso tiratissimo come alla Sanremo, osservandolo nelle interviste e poi in bici sembra avere ancora quel di più che forse gli è servito alla Roubaix. Oppure passando dalle pietre alle salite, ha lavorato sulla forza. Di certo la forza l’ha usata con disinvoltura: ha aumentato la cadenza e ha costretto Seixas alla resa.

Dietro di loro, Evenepoel ha mostrato ancora una volta il fianco e poi nella conferenza stampa del dopo gara, è parso quasi in imbarazzo nel dover giustificare la sua prova opaca. C’è stato molto più spirito nei tentativi di Skjelmose che nella sua volata per il terzo posto. Chissà se il suo professionismo sbalorditivo a 18 anni non gli abbia imposto un limite di sviluppo che ora si sta palesando. Magari non è vero e Remco ci sbalordirà ancora, però se fossimo nei panni di Seixas e di chi lo gestisce, un pensierino lo faremmo.

Wout Van Aert, Tadej Pogacar, Parigi-Roubaix 2026

Colbrelli e la tattica: i campioni sanno (anche) leggere la corsa

17.04.2026
5 min
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Lo abbiamo scritto nell’editoriale che ha aperto la settimana post Parigi-Roubaix, le regole ancora vincenti del ciclismo esistono e continueranno ad esserci. Si spera almeno. L’argomento della tattica in corsa è rimasto al centro del nostro dibattito dopo il Fiandre e la Roubaix ci ha dato modo di proseguire. In un ciclismo dove si guarda a motori, watt e potenza spesso ci si è arresi al fatto che sia il più forte a vincere. Il che è vero, in parte.  

Tadej Pogacar ha vinto alla Strade Bianche dettando legge a colpi di pedali, allo stesso modo ha vinto la Milano-Sanremo e il Fiandre. Lo sloveno era il più forte in corsa e ha capitalizzato la sua superiorità. Ma siamo sicuri che il resto del gruppo abbia fatto in modo che Pogacar facesse più fatica del dovuto? Isoliamo la Strade Bianche, ma siamo sicuri che nelle altre due Monumento vinte dal campione del mondo in carica si sia fatto tutto per batterlo?

Pochi ragionamenti

Con queste domande siamo andati da Sonny Colbrelli, che con l’astuzia, la tattica e le giuste gambe nel 2021 ha vinto l’europeo e la Roubaix contro avversari di caratura superiore quali Evenepoel e Van Der Poel.

In questi giorni Colbrelli è super indaffarato, da poco ha aperto il suo negozio di bici e noleggio a Salò, sul Lago di Garda. Un punto vendita De Rosa dove si possono anche effettuare noleggi e grazie a due guide del posto pedalare sulle strade e i sentieri del lago. 

«Diciamo che adesso di tattica se ne vede davvero poca – dice Colbrelli – perché la tendenza è di andarsela a giocare fino alla fine. E’ un ciclismo che va a mille all’ora e nelle ultime gare nessuno resta a ruota, non so capire il perché. Immagino siano anche i diesse dall’ammiraglia a sconsigliare certi atteggiamenti. Io però un europeo e una Roubaix li ho vinti esattamente in questo modo, giocando con la tattica».

Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica
Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica

Accontentarsi

L’impressione è che nel ciclismo dei marziani accontentarsi sia quasi una scelta accettabile. Provare a vincere vuol dire arrivare fino in fondo e poi giocarsi le proprie carte. Ma siamo sicuri che certi atteggiamenti siano davvero i migliori o quelli giusti? Alla Sanremo Pogacar non ha esitato quando si è trattato di usare l’astuzia, così nel lanciare la volata con Pidcock a ruota si è mosso in modo da ingannare il britannico. 

«Pogacar è uno che non ha paura di nulla – analizza Sonny Colbrelli – e non guarda nemmeno alla tattica. E’ il più forte e non pensa a certe cose, fa quello che vuole. Al contrario Pidcock avrebbe potuto usare un po’ di astuzia, forse. Anche se rimango dell’idea che Pogacar quel giorno avesse una superiorità tale da poter fare tutto.

«L’argomento dell’accontentarsi – prosegue – potrebbe anche essere legato alla logica dei punti. Ormai quelli contano molto e certe squadre preferiscono arrivare davanti anche se battute piuttosto che rischiare di perdere posizioni».

Voci dall’ammiraglia

Per sapere se quest’ultima affermazione sia vera dovremmo salire in macchina con certi diesse. Sonny Colbrelli, che in carriera è stato sia corridore che diesse però può essere un riferimento importante

«Quando sono passato dalla bici all’ammiraglia – racconta ancora Colbrelli – ho vissuto anche un cambiamento enorme nell’approccio alle corse. Fino a qualche anno fa certe dinamiche in gara erano accettate, ora meno. E’ un ciclismo sempre più veloce e meno aperto dal punto di vista tattico. 

«E’ chiaro che le gare ora si aprono anche a 80 o 90 chilometri dal traguardo. Se uno come Pogacar attacca da così lontano è difficile anticipare».

Wout VAn Aert, Tadej Pogacar, Roubaix 2026
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo

Orgoglio o testardaggine?

Il ragionamento non fa una piega, se il più forte di tutti anticipa e chiude la corsa a 80 chilometri dal traguardo, come alla Strade Bianche, c’è poco da fare. Ma è quando si arriva nel finale insieme a lui che forse si dovrebbero cercare vie alternative per vincere. Van Der Poel al Fiandre ha giocato ad armi pari e si è trovato senza cartucce da sparare. Al contrario Van Aert ha usato l’astuzia e la voglia di vincere per mettere nel sacco il campione del mondo.

«Mi trovo totalmente d’accordo – conclude Colbrelli – ma mi permetto di dire che Van Der Poel non è mai stato un grande tattico. Alla Roubaix del 2021 rimase per diversi chilometri tra il nostro gruppo e Moscon, bruciando tante energie e arrivando alla volata senza forze. Al contrario credo che Van Aert domenica abbia usato tutti i mezzi a disposizione. Sapeva che Pogacar e Van Der Poel erano i più forti, e ha corso sfruttando i momenti».

L’allungo nel tratto di Auchy-lez-Orchies à Bersée quando VDP era a venti secondi, mettere davanti Pogacar nei settori di pavè con vento contrario per evitare attacchi a sorpresa. Insomma, Van Aert ha dimostrato che per vincere serve essere campioni anche nel leggere la corsa.

Parigi Roubaix 2026, Wout Van Aert

EDITORIALE / Van Aert e le regole (ancora) vincenti

13.04.2026
5 min
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Il copione della Sanremo non ha funzionato e nemmeno quello del Fiandre. Ieri sulle strade della Roubaix, dove l’assenza di salite ha costretto i corridori a combattere ricorrendo anche alla tattica, Van Aert ha dimostrato che il più forte può essere battuto applicando le regole del ciclismo di sempre, che in nome di un fairplay annacquato e imposto da non si sa quale convenzione, troppo spesso ha reso le corse scontate.

Il copione della Sanremo

Pogacar cade prima della Cipressa: è il più forte di tutti, ha motore e cattiveria da vendere, la caduta è l’occasione di rendergli la vita difficile, eppure lo aspettano. Continuano regolari come se niente fosse e si stringono per lasciarlo passare sulla Cipressa, affinché vada davanti e li ammazzi. E lui, killer chirurgico e senza tanti scrupoli, li supera e li mette in croce, vincendo poi la volata con la giusta dose di malizia. Nessun fairplay: Pidcock non deve passare a destra e lui chiude la porta.

Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne: per Pidcock porta chiusa, dovrà andare verso centro strada
Aspettato alla Sanremo dopo la caduta, Pogacar ha potuto risalire il gruppo e battere Pidcock in volata con la giusta dose di astuzia
Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne e Pidcock esita. Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse lanciato subito a centro strada?
Aspettato alla Sanremo dopo la caduta, Pogacar ha potuto risalire il gruppo e battere Pidcock in volata con la giusta dose di astuzia

Il copione del Fiandre

Pogacar è il più forte di tutti. Sui muri la bici gli scappa di sotto e sul primo Qwaremont fa capire che al passaggio successivo non ce ne sarà per nessuno. Prima di arrivarci però ci sono il Taaienberg e tratti di strada faticosa in cui uno da solo rischierebbe di spendere davvero tanto. E Van der Poel, che avrebbe l’occasione di farlo stancare, anziché mettersi a ruota e lasciargli il peso del lavoro, lo aiuta.

Dicono che abbia rallentato sperando di far rientrare Evenepoel. Dicono che abbia tirato per orgoglio e per dimostrare di essere al suo livello. Dicono che fra campioni si combatte alla pari. In realtà a Van der Poel è mancata la lucidità o forse l’umiltà. Ha aiutato e poi ovviamente è stato staccato.

La rabbia di Van Aert

Di certo Van Aert non ha vinto quanto si pensava qualche anno fa. Van Aert ieri aveva il sangue negli occhi, aveva una dedica per l’amico scomparso e voleva vincere per la sua famiglia. E così, quando si è ritrovato da solo con Pogacar nel finale della Roubaix, dando per scontato le grandi gambe, ha messo in atto tre mosse vincenti. E il campione del mondo, che ha dimostrato ancora una volta di essere un atleta immenso, è caduto nella rete perché senza salite, si è trovato privo di uno schema da applicare.

Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George, la moglie Sara e il piccolo Jerome
Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George, la moglie Sara e il piccolo Jerome
Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George, la moglie Sara e il piccolo Jerome
Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George

Respinto Van der Poel

La prima mossa. Van Aert era a ruota di Pogacar, quando dalla radio gli hanno detto che Van der Poel fosse prossimo ai rientro: dai due minuti che aveva all’uscita di Arenberg (fra breve diremo anche di questo) era arrivato a pochi secondi. Se il rientro di Evenepoel avrebbe riaperto il Fiandre, Wout ha pensato che ritrovarsi con Mathieu fra i piedi sarebbe stato un guaio e così prima di entrare nel settore di Pont-Thibault à Ennevelin ha accelerato e si è messo in testa, riaprendo il gap. Fatto fuori lo storico rivale, ha potuto concentrarsi solo su Pogacar.

A ruota sul pavé

La seconda mossa. Pogacar ha cominciato a capire che in volata rischiava grosso e nel settore di Mons-en-Pevéle è partito da dietro come una furia. Van Aert ha ammesso che lo sforzo per stargli appresso è stato il più duro della sua Roubaix e per questo, da quel momento, nei tratti di pavé è sempre rimasto a ruota di Tadej. Se vuole staccarmi, ha pensato, deve partire dal davanti.

A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi

Il minimo sindacale

La terza mossa. Capito che non lo avrebbe staccato sul pavé, Pogacar ha provato a farlo su un ponticello in salita: pochi metri così violenti che Van Aert ha aperto la bocca per riprendere fiato. E quando Pogacar si è voltato per chiedergli il cambio, il belga gli ha fatto cenno di no con la testa. Stanco per il rientro (sudato) dopo la sua foratura e per il peso di un attacco condotto sempre in testa, anche Pogacar ha visto la riserva.

Superato anche il Carrefour de l’Arbre, Van Aert ha fornito la collaborazione minima, ma non si è svuotato per dimostrare all’altro di essere al suo livello. Quello l’ha fatto nel velodromo, schiantandolo in volata. E ha poi sollevato la pietra al cielo come il sacerdote con l’ostia nella domenica in cui nelle chiese s’è raccontata la redenzione di San Tommaso.

I pedali di Philipsen

Questo è il ciclismo. Forza e testa, perché molto spesso a parità di forze, si vince con l’intuizione giusta. Ci sono regole che si danno per scontate, come ad esempio quella per cui il campione deve poter ricevere la bici da un compagno, se dovesse trovarsi in difficoltà: una bici di misure simili e con gli stessi componenti.

Immaginate pertanto la sorpresa di Van der Poel, con una gomma a terra nella Foresta di Arenberg, quando salendo sulla bici di Philipsen, si è reso conto che il compagno aveva i pedali diversi dai suoi (probabilmente i nuovi SRM) non compatibili con le sue tacchette. Van der Poel ha buttato via la Roubaix nel goffo tentativo di trovare una bici che gli andasse bene.

Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell'Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell’Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell'Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell’Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi

Le regole del gioco

Va bene essere amici, ma una gara di sei ore è più simile a una battaglia che a una partita di bridge e richiede atleti lucidi, arrabbiati e capaci di giocare tutte le carte.

E’ vero che ormai non si corre più per fame, per rabbia e per amore, ma le regole del gioco sono sempre le stesse e prevedono che per battere il più forte, in quelle poche occasioni in cui sia possibile, bisogna rendergli la vita difficile.

E a proposito del più forte e della velocità che ha imposto al gruppo, visto ieri quante forature? Chissà se siano dipese proprio dalla velocità folle con cui si è svolta la corsa: i 48,910 di media ne fanno la Roubaix più veloce della storia. Forse i tubeless gonfiati così bassi non erano pronti per impatti così violenti con le pietre? La risposta ai tecnici.

Giro delle Fiandre 2026, Mathieu Van der Poel, Tadej Pogacar

Ancora sul Fiandre, VdP ha fatto tutto per vincere?

10.04.2026
6 min
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Ballerini impiegò settimane per farsene una ragione. Dopo il sesto posto del Fiandre, entrò nel velodromo, fece la volata di testa ed esultò, senza rendersi conto che Duclos Lassalle, già primo alla Roubaix dell’anno precedente, gli avesse messo la ruota davanti. In Italia del francese se ne dissero di tutti i colori, L’Equipe in Francia gli dedicò una delle sue prime pagine da testa a piedi. Titolone: Il l’a fait, l’ha fatto.

Sarebbe bello, se fosse ancora tra noi, chiedere a Ballerini la sua opinione sul Fiandre di Van der Poel contro Pogacar, perché il dibattito sulla collaborazione offerta da Mathieu al rivale non si è ancora esaurito. Belle le parole di Adrie Van der Poel, chiare anche quelle di Ballan, eppure la storia è piena di corridori che, trovandosi opposti ad altri più forti, oltre alle gambe hanno usato la testa. Il ciclismo dei tanti watt e dei tanti carboidrati per chilo ha bandito l’astuzia?

Durante la telecronaca del Fiandre su Eurosport, Moreno Moser ha mostrato qualche dubbio, passando con grande acume dai panni del corridore a quelli del tifoso e inquadrando la questione da entrambi i punti di vista. E noi siamo tornati alla carica con il trentino, perché la tattica di Van der Poel non è stata la più convincente.

Se sei già al limite in salita dietro a uno che non riesci nemmeno ad affiancare, perché dargli i cambi?

In telecronaca mi sono limitato a osservare la situazione, nel senso che mi trovo anch’io a metà strada. Se Van der Poel non avesse tirato, avrebbe fatto innervosire Pogacar e magari sarebbe rientrato Remco che poteva pure attaccare. A quel punto Pogacar sarebbe dovuto andare a chiudere, perché Mathieu a quel punto sarebbe rimasto a ruota. Si potevano creare delle dinamiche diverse. Tirando invece, si crea la dinamica per cui il più forte resiste. Ma visto che il più forte si sapeva che fosse Tadej, effettivamente…

Adrie Van der Poel, padre di Mathieu, dice che ha fatto bene a collaborare, perché sono corridori alla pari e a quei livelli non si fanno le furbate. Ma alla fine conta vincere o essere eleganti?

Io in cronaca l’ho detto. Van der Poel tira perché non si vuole sentire inferiore. Per una questione di orgoglio, lui al Fiandre ha bisogno di mettersi sullo stesso piano. Il problema secondo me è uno solo, per quello che penso io. Se tiri e poi la perdi con onore, va tutto bene. Ma se inizi a fare il furbo, non tiri e poi la perdi lo stesso, fai una figuraccia. Anche questa, nel formulare un giudizio, è una riflessione secondo me da mettere sul banco, no?

Se Van der Poel avesse permesso a Evenepoel di rientrare, magari qualcosa sarebbe cambiata
Se Van der Poel avesse permesso a Evenepoel di rientrare, magari il Fiandre sarebbe cambiato
Se Van der Poel avesse permesso a Evenepoel di rientrare, magari qualcosa sarebbe cambiata
Se Van der Poel avesse permesso a Evenepoel di rientrare, magari il Fiandre sarebbe cambiato
Se comunque devi perdere, non vale la pena giocare tutte le carte provando a vincere?

Quindi chi se ne frega, dici, della figuraccia? Ci può stare, la posta in palio era obiettivamente alta.

Non è forse vero, facendo la volata della Sanremo, che quando ha visto Pidcock infilarsi a destra, Pogacar ha chiuso leggermente la traiettoria? Stando a certi ragionamenti, avrebbe dovuto lasciarlo passare…

Ma infatti nelle poche volte che lo abbiamo visto andare piano, Tadej comunque ha fatto il furbo e si è innervosito, ha iniziato anche lui a fare i giochetti. Ovvio però che quando è così forte, non gli serve nemmeno farli.

Credi che si stupirebbe se un altro corridore in fuga con lui smettesse di dargli i cambi?

Capisco la frustrazione del grande pubblico, perché in fondo qualche scaramuccia sarebbe bella da vedere anche per il racconto, soprattutto in queste condizioni dove c’è uno che domina. Aggiungerebbe qualcosina, perché effettivamente se il Fiandre lo avessero fatto su Zwift, avrebbe avuto lo stesso risultato. Se lo facevi sui rulli e misuravi quanti watt/chilo fa ognuno di loro, sarebbe venuto fuori lo stesso ordine di arrivo o comunque ci andavi poco lontano.

Possibile che Van der Poel non abbia giocato con la giusta astuzia?
Accettando di dare cambi a Pogacar, Van der Poel ha messo sulla strada le energie che gli restavano e sul Qwaremont lo ha pagato
Possibile che Van der Poel non abbia giocato con la giusta astuzia?
Accettando di dare cambi a Pogacar, Van der Poel ha messo sulla strada le energie che gli restavano e sul Qwaremont lo ha pagato
Anche perché, se anche fosse rientrato Evenepoel, alla fine probabilmente avrebbe vinto ugualmente Pogacar…

Pogacar ha fatto il suo gioco, cioè cercare di scremare sempre di più, senza mai calare. Se Van der Poel non avesse tirato, magari iniziavano a farsi gli scherzetti. Rientravano da dietro anche Van Aert e Pedersen e si sarebbero create dinamiche diverse. Però dall’altro canto cerco di essere più neutrale nel giudizio, perché da corridore quando ti trovi lì e li hai già fatti fuori quasi tutti, sei contento di dove ti trovi. Tutti quelli che ho fatto fuori sono dietro, perché devo farli rientrare?

Non c’è il rischio che questo in qualche modo sia indice del fatto che Van der Poel si sia accontentato? Vista da fuori, era chiaro che Pogacar lo avrebbe staccato…

Però in fin dei conti a Van der Poel quest’anno non è mancato così tanto. Rispetto all’anno scorso, sul Qwaremont ha tenuto molto meglio. Secondo me si sentiva bene e al Fiandre è andato molto forte anche per i suoi standard. Lui è arrivato alla resa dei conti convinto che l’altro non lo avrebbe staccato. Ha scollinato molto bene anche di faccia e di pedalata. In cima era ancora in spinta, non era cotto. E anche Pogacar per staccarlo ha dovuto andare a fondo, fondo, fondo…

Hai anche detto che se li avessero messi su Zwift il risultato sarebbe stato identico. Perché pensare di fare tutto con la forza e non mettere in campo un po’ di tattica?

C’è anche da dire che se inizi a non tirare, rischi che al primo strappo l’altro ti stacchi. Comunque in telecronaca ho detto qualcosa in questo senso, ma la verità secondo me è che Van der Poel ha tirato perché voleva sentirsi alla pari, non farlo sarebbe stato ammettere di essere inferiore. Lui probabilmente è molto orgoglioso e l’orgoglio a volte è una brutta bestia, diventa un limite più che un punto di forza.

Secondo Moser, Van der Poel non ha scollinato al limite
Ultimo Qwaremont del Fiandre 2026, secondo Moser, Van der Poel non ha scollinato al limite
Secondo Moser, Van der Poel non ha scollinato al limite
Ultimo Qwaremont del Fiandre 2026, secondo Moser, Van der Poel non ha scollinato al limite
Oggi contro Pogacar, Van der Poel si ritrova nella posizione in cui per tre anni ha relegato Van Aert…

Questo è proprio vero, ma penso anche che la Roubaix la vincerà lui. Magari di ruota non lo stacca, ma in volata è superiore, anche se Pogacar in volata non è così lento, quindi in qualche modo ha qualche chance anche lì. Dipende da come arrivano al finale, però di certo la Roubaix sarà la più bella.

Perché c’è più gente ad alto livello?

Per quello e perché per quanto tu possa andare forte, staccare la gente di ruota è sempre più difficile. E’ la corsa in cui c’è la tensione alta per più tempo. Anzi, per la maggior quantità di tempo. Alla Sanremo è bellissimo il finale, ma comunque è solo il finale. Il Fiandre ultimamente si risolve sempre presto, con pochi colpi di scena. La Roubaix invece ha 150 chilometri di finale e di tensione.

Pogacar e Van der Poel, Fiandre 2026

Tra Fiandre e Roubaix: Ballan commenta Adrie Van der Poel

08.04.2026
5 min
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Tra Fiandre e Roubaix. Siamo proprio nel mezzo di queste due magnifiche classiche. Ed è inevitabile continuare a parlarne. Uno dei primi a farlo è stato Adrie Van der Poel, papà di Mathieu. L’ex corridore ha espresso alcune considerazioni circa l’andamento del Giro delle Fiandre e di quel che sarà alla Parigi-Roubaix.

Adrie ha toccato diversi temi: tattica, forza, potenzialità del figlio e di Tadej Pogacar. Noi ne abbiamo presi tre, quelli più importanti a nostro avviso, e li abbiamo posti al commento di Alessandro Ballan, uno che di pietre se ne intendeva eccome.

Il tema dei cambi sarà cruciale alla Roubaix. Stavolta Pogacar potrebbe non aspettarseli. E ad avere contro non solo VdP
Il tema dei cambi sarà cruciale alla Roubaix. Stavolta Pogacar potrebbe non aspettarseli. E ad avere contro non solo VdP

Cambi sì, cambi no

Il primo tema di Adrie van der Poel che mettiamo sul piatto è tattico. Secondo papà Adrie, Mathieu avrebbe fatto bene a dare i cambi a Pogacar. Sostanzialmente aveva detto che suo figlio è un grande atleta, al pari dello sloveno in certe corse, ed era giusto giocarsela così. Loro due davanti e dietro tutto il resto del mondo. E il primo di questo altro mondo era un certo Remco Evenepoel.

«Per me – commenta Ballan – è stato giusto in parte. Tra l’altro a smentirlo un po’ è stato il figlio stesso, visto che tirava molto meno rispetto a Pogacar. Si vedeva anche dal distacco che infliggevano a Evenepoel. Quando Van der Poel era a ruota, Remco era a 6-7 secondi o più. Quando passava in testa Mathieu, Remco quasi rientrava. Poi Pogacar lo vedeva avvicinarsi e riportava il distacco a 8-9 secondi. Quindi diciamo che un po’ si è risparmiato. Però ha collaborato sempre, non ha mai saltato un cambio. E giustamente direi. Si stavano pur sempre giocando un bel risultato al Fiandre. Anche un secondo posto dietro a Pogacar non è da buttare via. Poi sapete: finché non si taglia la linea d’arrivo, nulla è mai scontato. Magari poteva succedere anche un imprevisto e lui sarebbe stato davanti. Quindi anche per me ha fatto bene a collaborare».

«E’ logico che, in vista della Roubaix, è tutta un’altra gara. Tadej ha vinto tre gare consecutive… tra l’altro una più bella dell’altra. Sta dimostrando di avere una superiorità netta e una condizione enorme. E’ migliorato ulteriormente, di conseguenza se vogliono provare a vincere la Roubaix devono anche rischiare di non dargli i cambi».

Un problema di nome Tadej

In qualche modo Ballan anticipa poi il secondo punto toccato da Adrie: «Pogacar è migliorato ancora. Ma anche mio figlio è migliorato. Mathieu è andato molto forte». Forse più forte che mai al Fiandre. Tanto è vero che a fine corsa Mathieu stesso ha detto: «Il mio problema? Si chiama Tadej Pogacar! Mi sono dovuto inchinare alla legge del più forte».

«Evidentemente – spiega Ballan – “il più forte” di Van der Poel non basta. Tuttavia è vero che la Roubaix fisicamente è più adatta a corridori di peso come lo stesso Mathieu o come Van Aert, Pedersen o anche Philipsen… Sì, Pogacar sta andando fortissimo, ma nelle altre gare c’erano gli strappi o le salite e riusciva a fare nettamente la differenza. Alla Roubaix queste non ci sono e gli sarà più difficile staccarlo. Ho letto che sul Kwaremont Van der Poel andava a 650 watt, Pogacar probabilmente sviluppava (pochi) watt in meno, però essendo più leggero lo ha staccato. In pianura dovrà essere lo sloveno ad aumentare il wattaggio: la questione è molto differente. Non solo, poi c’è la questione volata. È vero che alla Roubaix contano le gambe, ma su carta Van der Poel è più veloce».

«Rispetto ai miei tempi – prosegue Ballan – avevo bisogno di 25 giorni di gara per arrivare alla Roubaix competitivo. Pogacar alla prima corsa dell’anno viene e vince. Arriverà alla Roubaix con tre gare e ci andrà per vincere. A me serviva conoscere le strade e non solamente quelle. Serviva conoscere i tratti in pavé, le buche, le curve, i segmenti in asfalto… perché rischiavo di non ricordarmi il percorso e di rimanere tagliato fuori per questo motivo. Nel ciclismo moderno, purtroppo, non è così: contano meno questi aspetti. Quello che conta, purtroppo, è quasi solo la forza. E’ quella che fa la differenza più di tutto».

Senza gli strappi e in particolar modo i 3' del Kwaremont, sulle pianure della Roubaix le quotazioni di van der Poel aumentano considerevolmente
Senza gli strappi e in particolar modo i 3′ del Kwaremont, sulle pianure della Roubaix le quotazioni di Van der Poel aumentano considerevolmente
Senza gli strappi e in particolar modo i 3' del Kwaremont, sulle pianure della Roubaix le quotazioni di van der Poel aumentano considerevolmente
Senza gli strappi e in particolar modo i 3′ del Kwaremont, sulle pianure della Roubaix le quotazioni di Van der Poel aumentano considerevolmente

Fifty-fifty

L’ultimo argomento, che in parte si ricollega a questo, riguarda le percentuali di vittoria. Aveva detto Adrie van der Poel: «Al Fiandre le percentuali erano 60 a 40 per Pogacar. Ma alla Roubaix, senza dislivello, saranno pari, al 50 per cento. Fifty-fifty».

«In questo caso – dice Ballan – non sono del tutto d’accordo con Adrie. Sicuramente c’è più equilibrio che al Fiandre, ma direi 55 a 45 per Van der Poel, soprattutto perché è più veloce, come dicevo prima. Poi è logico che Pogacar ha il morale altissimo per le vittorie ottenute fino ad ora e per me questo è un grande suo punto di forza in questo momento. Però la Roubaix è una gara nella quale ci vuole tanta fortuna e Pogacar l’ha capito l’anno scorso. Ha capito che non gli serve, e non gli basta, solamente la forza. Serve sapere guidare bene la bici, sapere dove mettere le ruote… E in questo Van der Poel è maestro. Non solo, ma ci potranno essere finali diversi, che non è detto siano solo a due».

Ballan dunque in questa percentuale pre-Roubaix punta forte anche sull’esperienza. Tuttavia è anche vero che al debutto l’anno scorso Pogacar è arrivato secondo. Quest’anno sa cosa lo aspetta dal via di Compiègne.

E poi, tornando a parlare di tattica e forza (ma anche aerodinamica), un eventuale assolo di Pogacar passerebbe dall’aprire un buco. Uno spazio in cui per qualche secondo Van der Poel perda l’effetto scia.

«Pogacar deve provare proprio questo. Deve cercare di uscire da un tratto in pavé con 10-20 metri e poi dare tutto. E se dovesse staccare di ruota Van der Poel vorrebbe dire che lo stesso Mathieu sarebbe al limite. Di conseguenza, da quel momento diventerebbe una cronometro e immagino che per VdP non ci sarebbe più nulla da fare».

Tadej Pogacar, Giro Fiandre 2026

VdP prova a resistere, ma Pogacar se ne va e fa tris al Fiandre

05.04.2026
7 min
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OUDENAARDE (Belgio) – L’avversario più grande poteva essere il vento, ma forse si è trasformato nel suo miglior alleato. Insomma, a quanto pare questo Tadej Pogacar sembra proprio imbattibile. Lo sloveno conquista il terzo Giro delle Fiandre e lo fa alla sua maniera: staccando tutti e correndo senza paura.

Completano il podio l’eterno rivale Mathieu van der Poel, che ha accettato la sconfitta con una serenità e una consapevolezza clamorose. E il sorprendente, o meglio, quasi sorprendente debuttante Remco Evenepoel. Mentre è buio pesto per gli italiani. Per scovare il primo bisogna scorrere la classifica fino alla casella numero 24: Alberto Bettiol ad oltre sei minuti e mezzo da Pogacar.

Vento alleato?

Il film della corsa è molto semplice: la fuga iniziale, la rimonta dei grandi quando la UAE Emirates decide di accendere la miccia e quindi gli scatti finali di Pogacar, che man mano hanno demolito tutti gli avversari. Tuttavia, questo vento che preoccupava molti lasciava quasi il sorriso sotto i baffi al direttore sportivo della UAE, Fabio Baldato, il quale aveva spiegato che alla fine era esattamente quello che si aspettavano.

«Spira intorno ai 25-30 chilometri all’ora – spiegava il diesse – forse 4-5 chilometri orari più forte del previsto, ma siamo lì». E poi aveva aggiunto: «Ma è in faccia…». Come dire: se la corsa diventa più dura, tanto meglio per noi, visto che abbiamo il più forte.

Era poi un vento freddo. Basti pensare che un esperto del Nord come Matteo Trentin, questa mattina, tremava. «Che numero di Fiandre è per te, Matteo?», gli avevamo chiesto. E lui: «E’ il mio Fiandre “numero troppo”! Scherzi a parte, sono al quattordicesimo. Bisognerà iniziare a pensare di fare qualcos’altro! Piuttosto, ma quando si parte? Fa un freddo cane». Anche oggi Trentin è stato uno dei migliori italiani: è rimasto davanti il più possibile. Poi è stato costretto al ritiro per una caduta ed è finito in ospedale.

Pogacar, Fiandre 2026
Una foto che parla da sola. L’Oude Kwaremont, i campioni, il pubblico…
Pogacar, Fiandre 2026
Una foto che parla da sola. L’Oude Kwaremont, i campioni, il pubblico…

UAE Emirates perfetta

La corsa va avanti. Sono gli uomini del campione del mondo a tenere tutto sotto controllo. Al passaggio a Oudenaarde erano tutti in fila e Pogacar pedalava a bocca chiusa alla loro ruota. Sembrava un direttore d’orchestra, con Nils Politt e compagni nei panni dei musicisti. La forza di un gruppo passa anche da questa consapevolezza.

Arriva la sequenza più attesa: il secondo Oude Kwaremont, il Paterberg e il Koppenberg. Pogacar accelera. Come sempre gli resiste solo Van der Poel, anche se va detto che Evenepoel ha venduto carissima la pelle. All’ultimo passaggio sull’Oude Kwaremont, Tadej inizia a sgasare prima del pavé. Questo ragazzo usa sempre la testa, anche se è il più forte. E’ più leggero di Van der Poel e la fisica gli rema contro sulle pietre: meglio non lasciare nulla al caso. Meglio far arrivare l’olandese sul pavé con un pizzico di fiatone in più.

E infatti Pogacar s’invola. Fiandre finito ed ennesima Monumento in tasca. Tuttavia non è sembrato devastante come sempre: il ghigno della foto di apertura lo dimostra. Era affaticato. Ci ha colpito un’immagine: a 8,4 chilometri dall’arrivo ha messo una mano in tasca cercando ancora un gel. Dunque era davvero al limite, con le energie quasi a lumicino. E sarà un caso, ma dopo quel gel ha ripreso ad aumentare il vantaggio. In fin dei conti, nella sequenza Kwaremont-Paterberg Van der Poel si era sì staccato, ma non era naufragato.

Felice ma stanco

«E’ stato difficile come ogni gara – ha detto Pogacar all’arrivo – ma sono molto contento di come sia andata e di come abbiamo corso come squadra. Tutti i miei compagni sono stati molto attenti, hanno lasciato tutto sulla strada ed è questo che rende questo Fiandre speciale per me. E’ una corsa speciale. Il Kwaremont è qualcosa di unico: non solo perché è lo sforzo più lungo, ma perché c’è tantissima gente. Lo affronti tre volte ed è come essere in uno stadio».

Lo sloveno ha parlato anche della collaborazione con Van der Poel, sempre più rivale ma anche sempre più rispettato. «Con Mathieu non abbiamo parlato molto, però abbiamo provato a lavorare insieme fino alla fine. Abbiamo cercato di capire quante persone ci fossero dietro di noi e quanto fosse distante Remco, bravissimo per essere al debutto. Sul Paterberg, alla fine, il vento ci ha aiutato».

Infine, qualcuno gli ha chiesto perché si sia tolto i guantini poco prima dell’affondo finale: «Nessun motivo particolare, semplicemente mi piace andare senza guanti. E’ importante anche ai fini della velocità e mi piace la sensazione di avere le mani libere. Se tornerò il prossimo anno? Vedremo. Intanto pensiamo alla Parigi-Roubaix. Mi sento pronto, la motivazione è alta e immagino che la corsa sarà sulle mie spalle».

L’arrivo trionfante di Pogacar. Per lo sloveno è il terzo Fiandre e il 12° Monumento
L'arrivo trionfante di Pogacar. Per lo sloveno è il terzo Fiandre e l'11° Monumento
L’arrivo trionfante di Pogacar. Per lo sloveno è il terzo Fiandre e il 12° Monumento

VdP, resa da campione

L’olandese era a pochi secondi. Questo è stato fatto notare anche a Pogacar, che si è congratulato con lui. Il vero distacco è arrivato negli ultimi 10 chilometri di pianura dopo il Paterberg. E la riprova è che anche un cronoman come Evenepoel, terzo, ha pagato in quel segmento.

«Sono andato bene – ha commentato Van der Poel – ma ho perso un po’ alla fine. La gara è stata dura: Nils Politt e Florian Vermeersch (compagni di Pogacar, ndr) hanno fatto un lavoro enorme e hanno fatto esplodere la corsa sul Molenberg. Questo è sempre un muro cruciale, ma non mi aspettavo che la gara si decidesse proprio lì. Piuttosto ho commesso un errore al secondo passaggio sul Kwaremont: ero davanti, ma mi sono bloccato sul lato sinistro. Ho dovuto sganciare il pedale per un istante e ripartire. Ho perso posizioni e sono stato costretto a risalire, spendendo molte energie. Avrei dovuto essere davanti con Tadej».

Poi aggiunge: «Mi piace che i corridori più forti siano sempre presenti e combattano tra loro. E oggi si è visto un grande spettacolo».

Anche con l’olandese, in qualche modo, si guarda già alla Roubaix. In un ciclismo, ma forse sarebbe meglio dire in un mondo, che corre veloce, c’è subito l’esigenza di voltare pagina.

«Che Pogacar mi aspetto alla Roubaix? Molto forte, può fare meglio dell’anno scorso. Nel 2025 ha commesso solo un piccolo errore in un settore di pavé. Tutti sappiamo che può vincere ovunque. E’ un corridore fenomenale. Penso sia migliorato ancora in generale. Io, invece, ho fatto una delle mie migliori prestazioni di sempre».

Wout Van Aert

Cinque nomi per il Fiandre e perché: la previsione di Pozzato

03.04.2026
6 min
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Pochi giri di parole, tanta schiettezza e diretti al punto: cinque nomi per il Giro delle Fiandre e perché. A tenere banco in questa preview è Filippo Pozzato, uno che di Nord ne sapeva parecchio. E anche di corridori.

La seconda Classica Monumento della stagione va in scena fra 42 ore, più o meno. Ci sono tutti i più grandi. Dai due super pretendenti, Pogacar e Van der Poel, fino agli outsider più di lusso, passando per Pedersen, Asgreen e, non ultimo, anche Evenepoel… E Pozzato chi mette in questa top 5? Scopriamolo insieme.

Filippo Pozzato, Fiandre
Filippo Pozzato ha puntato su Van Aert come il favorito numero uno del prossimo Fiandre
Filippo Pozzato, Fiandre
Filippo Pozzato ha puntato su Van Aert come il favorito numero uno del prossimo Fiandre

Van Aert a sorpresa

«Cinque nomi sono tanti!», esordisce Pozzato… Come a dire che tanto i pretendenti più accreditati sono noti e sempre quelli. Ma il vicentino ci stupisce subito: «Vado controcorrente, il mio favorito è Wout Van Aert. E vi dirò di più: lo era anche alla Sanremo.
«Il perché? Perché è quello che è più in crescendo di tutti. Secondo me Wout ci arriva un po’ più fresco degli altri. Hanno corso poco anche gli altri, ma lui è stato fermo a inizio anno quando si è fatto male al piede».

Pozzato ci rivela poi la grande stima che nutre per Van Aert, un corridore che gli piace moltissimo. Attorno ai Monumenti ci gira da un bel po’: per lui vincere un Fiandre o una Roubaix sarebbe una vera liberazione, come lo è stato qualche giorno fa per Pogacar alla Sanremo. E immaginiamo lo sia anche per l’intera nazione belga.

Omloop 2026, Van der Poel
Un Van der Poel fortissimo, ma troppo “magro” in vista del Fiandre?
Omloop 2026, Van der Poel
Un Van der Poel fortissimo, ma troppo “magro” in vista del Fiandre?

VdP d’argento

«Al secondo posto dico Mathieu Van Der Poel. Vedo lui alla piazza d’onore perché qualcosa gli può mancare rispetto a Van Aert o anche Pogacar. Vi dico la verità, io non l’ho visto benissimo. Non fraintendetemi, a me Van der Poel piace molto. Era il super favorito di tutti alla Sanremo e forse era troppo scontato, per questo ho detto Van Aert… anche per fare un nome diverso da quello che dicevano tutti».

Oltre al discorso dell’andare controcorrente, Pozzato fa però un’analisi interessante e decisamente più tecnica riguardo al posizionare Van der Poel al secondo posto.

«Alla Sanremo io non l’ho visto benissimo. Non era super pimpante come sempre. Non so se si è fatto male quando è caduto. Ho visto che aveva sangue sulle mani, però non mi sembrava forte di gamba, potente come di solito. E anche quando ha vinto a Harelbeke, non l’ho visto super potente. Innanzitutto quel giorno non c’era gente del suo livello, ma la pedalata mi sembrava un po’ appesantita. Addirittura mi sembra troppo magro di gambe, più asciutto del solito. Che poi forse non è meno magro, ma meno tonico».

Tutto sommato anche alla In Flanders Fields lui e Van Aert (battuto da Ganna a Waregem), non sono andati all’arrivo e di solito nel ciclismo attuale, quando qualche calibro grosso parte, nessuno lo riprende. Questa teoria potrebbe avere risvolti molto interessanti proprio domenica. «Però aggiungo – dice Pozzato – che era anche una corsa facile. Il Kemmel era lontano dall’arrivo».

Milano-Sanremo 2026, Tadej Pogacar, UAE Team Emirates, Tom Pidcock, Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team
Pozzato è rimasto colpito dalla forza di Pogacar nella discesa del Poggio. Ma stavolta forse non gli basterà per il Fiandre
Milano-Sanremo 2026, Tadej Pogacar, UAE Team Emirates, Tom Pidcock, Pinarello-Q36.5 Pro Cycling Team
Pozzato è rimasto colpito dalla forza di Pogacar nella discesa del Poggio. Ma stavolta forse non gli basterà per il Fiandre

Tadej “solo” terzo

Nella classifica di Filippo Pozzato, incredibilmente “solo” al terzo posto troviamo Tadej Pogacar. Sentiamo cosa ci dice Pippo. «Secondo me per lui sarà dura staccare tutti quanti. Di nuovo. Anche perché poi ormai se lo aspettano. Pogacar è uno che va di forza e per fare la differenza quasi certamente attaccherà nello stesso punto (l’Oude Kwaremont, ndr). E magari stavolta gli prendono le misure».

«Chiaro che anche gli altri devono avere le gambe, perché l’ultima volta erano attaccati a lui nel momento giusto, ma Tadej li ha tolti di ruota. Però, secondo me, questa volta la Alpecin-Premier Tech può mettergli fastidio. Guardiamo come hanno corso alla Sanremo: sei il più forte? Bene, cavoli tuoi, fai tu la corsa… E io farei lo stesso, non sto criticando la loro strategia. Perché così facendo possono pensare di sfiancare la sua UAE Emirates».

La prevedibilità è dunque il boomerang di Tadej, secondo Pozzato. Perché per il resto anche lui esalta le doti atletiche dello sloveno.

«Pogacar non si discute – spiega Pozzato – sapete dove mi ha impressionato alla Sanremo? Nella discesa del Poggio. Io cerco di guardare proprio l’aspetto tecnico e lui dopo le curve ha rilanciato due o tre volte tanto da mettere in difficoltà Pidcock. Capito? Pidcock in discesa! E lì ti accorgevi che era ancora forte, potente, che aveva la gamba piena. E non perché andasse giù più forte nelle curve, ma perché era più potente. Ha corso la Sanremo col 56! Ha fatto 300 chilometri con quel rapporto e poi ci ha anche vinto la volata. Perché poi l’ha vinta lui. Pidcock per me non ha sbagliato niente».

Christophe Laporte, Jasper philipsen
Che Laporte sia veloce lo testimonia anche il podio della In Flanders Fields dove ha tenuto testa a Jasper Philipsen
Christophe Laporte, Jasper philipsen
Che Laporte sia veloce lo testimonia anche il podio della In Flanders Fields dove ha tenuto testa a Jasper Philipsen

Spunta Laporte

E’ il francese, nonché compagno di squadra di Van Aert, il quarto della lista del Fiandre secondo Pozzato. Parliamo di Christophe Laporte. Un altro che si sta facendo rivedere dopo due stagioni a dir poco anonime.

«Al quarto posto – dice Pozzato – dico Laporte perché può correre un po’ di rimessa, con Van Aert che fa da punta. Chiaramente Laporte non va forte come i primi tre sugli strappi. E’ uno che dunque per vincere, deve giocare di rimessa, può stare a ruota. Ed è anche molto veloce in finale. Insomma, può vincere e lavorare. Anche lui è uno di quelli che quest’anno è tornato, ha una certa esperienza. Ha vinto qualche corsa di quelle giuste. Laporte è uno che sa muoversi in Belgio. Vincendo il campionato europeo ha dimostrato di essere un atleta che è davanti nelle corse che contano».

Florian Vermeersch
Florian Vermeersch: Pozzato lo mette come quinto favorito del Fiandre…
Florian Vermeersch
Florian Vermeersch: Pozzato lo mette come quinto favorito del Fiandre…

Chiude Vermeersch

Chiude la lista dei top 5 di Filippo Pozzato un altro belga, Florian Vermeersch, anche lui come Laporte compagno di squadra di un favoritissimo: Tadej Pogacar. Ma forse per Vermeersch l’incognita maggiore, più che i muri del Fiandre, potrebbe essere proprio Pogacar.

E infatti Pozzato spiega: «Se non lo usano prima per aiutare Pogacar, Florian è uno di quelli che può arrivare davanti. Ha già vinto un mondiale gravel, ha una buona gamba, sa muoversi benone, è davanti sui muri ed è anche “velocino“. Mi piace molto anche lui.

«Per Vermeersch vale lo stesso discorso fatto per Laporte: non è ancora all’altezza di quei tre davanti, però viene subito dopo. Lui e Laporte, correndo allo stesso modo, se la potrebbero giocare… sempre se si venissero a creare determinati scenari. Questi sono i cinque nomi che secondo me potenzialmente potrebbero giocarsi il Fiandre di domenica».

Prima di chiudere però non possiamo non incalzare Pozzato dicendogli che ha fatto fuori Mads Pedersen. Anche in questo caso Pippo ha la risposta pronta. «Gran corridore. Lo vorrei mettere dentro, ma ha saltato anche la In Flanders Fields perché era malato. Insomma, abbiamo pochi elementi per giudicare la sua condizione. In soldoni: non so come sta e per questo non lo metto nei primi cinque».

E sull’ultimo aggiunto della lista, Remco Evenepoel? Pozzato non ha dubbi: «Come motore sarebbe tra i primi cinque, però non l’ho mai visto sul pavè. E soprattutto un certo tipo di pavè».