Festival dello Sport di Trento 2026, David Lappartient

Trento, il Super Mondiale 2031 e la visione di Lappartient

07.10.2026
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TRENTO – Con ancora negli occhi i lampi arcobaleno di Montreal e dell’europeo sloveno, all’orizzonte fa capolino il Super Mondiale di Trentino 2031. Il primo ottobre, nella splendida cornice del Teatro Sociale di Trento e in occasione della giornata inaugurale del Festival dello Sport, è stato svelato alla presenza di David Lappartient, il logo della manifestazione iridata del futuro. Si è cominciato a parlare della rassegna che tra cinque anni rimetterà l’Italia del pedale al centro del mondo ciclistico e che riporterà in questa città i grandi nomi del pedale a dieci anni esatti dal morso del cobra Sonny Colbrelli (presentato tra i numerosi testimonial) davanti a Remco Evenepoel all’Europeo 2021.

A margine dell’evento, chiuso dal video collegamento a sorpresa di Tadej Pogacar che ha promesso di essere al via del mondiale nel territorio olimpico anche tra cinque stagioni, abbiamo intervistato in esclusiva il presidente dell’UCI, David Lappartient, che ci ha parlato di Super Mondiali, delle idee per il futuro del ciclismo, smentendo categoricamente quanto uscito nelle ultime ore su un presunto accorciamento dei Grandi Giri dalle tre settimane attuali.

Campionati europei di Trento 2021, Sonny Colbrelli
L’ultima volta che il grande ciclismo è stato a Trento, era il 2021 e Colbrelli vinse l’europeo su Evenepoel
Campionati europei di Trento 2021, Sonny Colbrelli
L’ultima volta che il grande ciclismo è stato a Trento, era il 2021 e Colbrelli vinse l’europeo su Evenepoel
Presidente Lappartient, siamo qui anche con il numero uno del Comitato organizzatore dei Mondiali dell’anno venturo in Alta Savoia. Perché ha accettato la proposta di disputare le gare su pista a Parigi che di fatto l’allontana dalle altre discipline?

Tutto sta andando alla grande in vista dei mondiali del 2027. Il Comitato organizzatore locale si sta muovendo benissimo, stiamo rispettando i tempi su tutto, per cui non sono preoccupato. Avremmo dovuto avere un velodromo in Alta Savoia perché l’idea era di costruirne uno nuovo, anche per avere una legacy. A causa di un piccolo problema legale con la Municipalità locale però, è stato impossibile procedere, nonostante tutti fossero pronti a procedere, dall’architetto agli addetti ai lavori.

Così si è dovuto rinunciare?

Sono un po’ triste perché non avremo un’eredità di quel tipo, ma dall’altro lato, avere un’alternativa come Parigi è stata una fortuna, avendo a disposizione l’impianto olimpico del 2024. Non è la soluzione ottimale, ma per fortuna da Annecy a Parigi non è difficile spostarsi, avendo il treno ad alta velocità o l’aereo (la distanza è di circa 600 chilometri, ndr). Comunque saranno mondiali speciali, con 20 discipline, sarà qualcosa di grandioso.

A questo proposito, per lei quanto è importante mettere insieme proprio tutte queste diverse anime del ciclismo in una sola rassegna?

Penso che sia un’opportunità fantastica. Gli atleti di solito non conoscono i colleghi delle altre discipline: grazie a questi mondiali, avranno la sensazione e l’emozione di sentirsi tutti parte della loro rispettiva nazionale, come avviene soltanto ai Giochi Olimpici. Sapete bene che meccanismi scattano quando si parla di “Squadra Azzurra” o della formazione francese, è qualcosa di magico e crea un’atmosfera unica. In Trentino poi, c’è una rinomata esperienza nell’organizzare grandi eventi sportivi e l’abbiamo visto anche ai recenti mondiali di mountain bike in Val di Sole.

Da sinistra, Sara Benci, Maurizio Rossini, Maurizio Fugatti, David Lappartient, Pier Bergonzi
Da sinistra, sul palco di Trento, Sara Benci, Maurizio Rossini, Maurizio Fugatti, David Lappartient, Pier Bergonzi (Archivio Ufficio stampa Provincia autonoma di Trento – Michele Lotti)
Da sinistra, Sara Benci, Maurizio Rossini, Maurizio Fugatti, David Lappartient, Pier Bergonzi
Da sinistra, sul palco di Trento, Sara Benci, Maurizio Rossini, Maurizio Fugatti, David Lappartient, Pier Bergonzi (Archivio Ufficio stampa Provincia autonoma di Trento – Michele Lotti)
Si è parlato molto nelle ultime ore della suggestione di ridurre la durata dei Grandi Giri: è qualcosa a cui state pensando nell’agenda per il 2029 di cui discuterete a dicembre?

Sono sorpreso anch’io da quello che è uscito sui media, perché non è affatto così. Ho detto che dobbiamo discutere della durata delle corse, ma era riferito a rassegne che vogliono entrare a far parte del WorldTour che adesso sono di 9 o 10 giorni e a mio parere sono troppo lunghe e non si incastrerebbero nel nostro calendario già fitto. Ne abbiamo già discusso anche con gli organizzatori del Giro, noi non chiediamo nessuna riduzione in termini di giorni, a meno che non sia una suggestione che arriva da loro, ma non è qualcosa all’orizzonte. Non è davvero qualcosa di plausibile adesso.

Quali sono, dunque, i punti su cui lavorerete per il futuro?

Sicuramente dobbiamo diminuire i casi di sovrapposizioni tra le corse perché ci sono periodi con troppe corse una sull’altra, cosa che, ad esempio, non avviene nel calendario professionistico femminile. Poi vogliamo migliorare la sicurezza, un punto cruciale per noi, e sull’economia, per aumentare il valore del nostro sport. Qui torniamo sul punto di aprirci a nuovi mercati, ma anche offrendo nuovi prodotti, da vendere insieme. Tutto questo, garantendo sempre la credibilità del nostro movimento con la lotta al doping e alle truffe tecnologiche. Ma non solo, il documentario Netflix sul Tour de France ha aperto nuovi orizzonti per noi e dobbiamo continuare a lavorare in questa direzione. 

E sulle corse nello specifico?

Stiamo studiando il format nel dettaglio. In un Grande Giro, col tempo siamo passati da 18 squadre a 23, magari possiamo arrivare anche a 25, riducendo gli organici. Sono tutte idee, una volta c’erano team da 9 corridori, ora siamo a 8 e magari possiamo scendere ancora a 6, per permettere di ampliare a più realtà anche nelle corse più importanti. E’ una domanda che mi faccio, non dico che dobbiamo andare per forza in questa direzione, ma sicuramente dobbiamo analizzare tutte le proposte che possono aumentare la spettacolarità. Il mondiale di Montreal ci ha insegnato tanto in questo senso.

Roglic, Onley, Van der Poel, Simmons: il rientro di Roglic ha fatto capire che la fuga dell'olandese fosse ormai segnata
Lappartient sembra aver preso sul serio le parole di Van der Poel sulle corse più belle senza le radio
Roglic, Onley, Van der Poel, Simmons: il rientro di Roglic ha fatto capire che la fuga dell'olandese fosse ormai segnata
Lappartient sembra aver preso sul serio le parole di Van der Poel sulle corse più belle senza le radio
Ad esempio?

Mathieu Van der Poel ha detto che le corse sono molto più interessanti quando non ci sono le radioline e che adora questo scenario. Tutto il pubblico si è divertito soprattutto nelle ultime due gare in linea, femminile e maschile, spettacolari e mozzafiato. Noi dobbiamo interrogarci e riuscire a portare questo spettacolo in tutti gli eventi, perché a volte, invece, i Grandi Giri sembrano più controllati o scontati e rischiano di risultare noiosi in tv. Non è quello che vogliamo, noi cerchiamo l’imprevedibilità.

Anche nelle ultime Olimpiadi, lo spettacolo è stato garantito…

Sono sicuro che sarà così anche a Los Angeles tra due estati. Noi vogliamo che i migliori ciclisti del mondo partecipino ai Giochi, altrimenti non ha nessun senso che l’UCI faccia parte della famiglia olimpica. Per questo, mi auguro che in California ci sia anche Tadej Pogacar.

Diego Ulissi, Giro d'Abruzzo 2026, XDS Astana, radioline

Radioline e spettacolo: il parere e l’esperienza di Ulissi

29.09.2026
6 min
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«Volevo semplicemente passare all’attacco, è la cosa migliore: correre senza radioline dà sempre vita alle corse migliori. Ne sono un grande fan. In quel modo bisogna davvero correre d’istinto, ed è quello che preferisco fare». Le parole che avete appena letto le ha pronunciate Mathieu Van Der Poel a NOS.nl al termine del mondiale in Canada. A dar forza alle dichiarazioni del corridore olandese c’è la consapevolezza di aver assistito a uno dei mondiali più belli ed entusiasmanti degli ultimi anni, vinto da Brandon McNulty ma aperto fino all’ultimo giro. 

Correre senza le radioline, e di conseguenza senza i diesse che urlano le loro indicazioni nelle orecchie degli atleti ha aperto scenari che difficilmente avremmo visto. L’attacco da lontano di Mathieu Van Der Poel e Wout Van Aert, il continuo staccarsi e rientrare di Remco Evenepoel. Ma soprattutto i corridori del gruppetto inseguitore che si allargano per studiarsi quando avevano McNulty a un tiro di schioppo. 

Montreal 2026, Mathieu Van Der Poel
Senza radioline la corsa si è aperta presto, Van Der Poel è stato uno dei primi a muoversi
Montreal 2026, Mathieu Van Der Poel
Senza radioline la corsa si è aperta presto, Van Der Poel è stato uno dei primi a muoversi

Spettacolo vero

Assistere da esterni al mondiale è stato qualcosa che ha riportato gli spettatori a situazioni di tempi passati, quando la gara era decisa da momenti e attimi dove contava l’istinto e non la tattica. L’assenza delle radioline porta a questo, attaccare è meglio di rincorrere. McNulty lo ha capito ed è questo il dettaglio che gli ha permesso di trovare il successo più importante della sua carriera.

Diego Ulissi, il quale sarà al via dei prossimi campionati europei, era a casa a vedere la corsa. Lui e gli azzurri correranno senza radioline all’appuntamento continentale, abbiamo voluto chiedere al toscano della XDS Astana un parere su questo argomento.

«Da quando sono passato professionista – racconta Ulissi – si parla delle radioline, ai tempi era la stagione 2010. Il primo mondiale che ho corso è stato quello del 2012 a Valkenburg, il cittì era Paolo Bettini e ricordo che cercava di passarci le indicazioni tramite una lavagnetta a ogni passaggio. E’ chiaro che senza radioline si assista a una corsa più improvvisata, perché le informazioni sono poche e non arrivano mai in diretta».

La fuga di McNulty è iniziata a 33 chilometri dall'arrivo, con un attacco in pianura che ha sorpreso il gruppo
McNulty ha trovato il momento giusto, le forze in campo erano pari ma la sua intuizione ha fatto la differenza
La fuga di McNulty è iniziata a 33 chilometri dall'arrivo, con un attacco in pianura che ha sorpreso il gruppo
McNulty ha trovato il momento giusto, le forze in campo erano pari ma la sua intuizione ha fatto la differenza
L’unione in corsa diventa importante?

La squadra deve essere coesa, diventa fondamentale avere in squadra corridori esperti che hanno visto e vissuto diverse situazioni. Loro devono guidare i compagni più giovani, i quali certe situazioni non le hanno vissute. 

E’ quello a cui si riferiva Scaroni quando ha parlato del momento non brillante di Finn?

Non c’ero e quindi evito di commentare il momento, però avere un compagno che viene vicino e ti chiede come stai fa la differenza. Se senti di non avere le gambe giuste puoi cambiare i piani in corso d’opera, o magari stai vicino al compagno in difficoltà e se ne esce insieme. Chiaro che a quei ritmi è difficilissimo farlo.

Ritmi che si sono alzati presto, forse troppo, proprio perché tutti volevano evitare di rincorrere?

L’attacco di Van Der Poel e Van Aert dice questo. Con le radioline il gruppo avrebbe potuto controllare il distacco e la gara non sarebbe impazzita subito. Invece quando si muovono due corridori di quel calibro dietro c’è dell’agitazione (lo ha detto anche lo stesso McNulty, ndr).

Montreal 2026, Italia, Christian Scaroni, Davide Piganzoli
Christian Scaroni ha detto che l’assenza delle radioline ha influenzato l’andamento della corsa per gli azzurri
Montreal 2026, Italia, Christian Scaroni, Davide Piganzoli
Christian Scaroni ha detto che l’assenza delle radioline ha influenzato l’andamento della corsa per gli azzurri
Si può pensare di toglierle anche in altre gare?

Se non ricordo male qualche anno fa le avevano tolte, forse era al Giro di Polonia quando ho fatto secondo (era il 2024, ndr). In questi casi però mi sento di dire che entra in gioco un tema ancora più importante dello spettacolo che è la sicurezza. Nelle tappe in linea è difficile perché non si ha modo di avvisare i corridori dei pericoli e i corridori non possono comunicare grandi problemi. Si potrebbe fare nei circuiti…

Basterebbe aprire un canale di comunicazione con la giuria e la direzione di corsa?

Potrebbe essere una soluzione, diciamo che seduti sul divano uno pensa subito a togliere sempre le radioline. Poi se si guarda a 360 gradi ci sono aspetti importanti che non possiamo sottovalutare. 

Tornando allo spettacolo, non è mai stato in discussione…

C’è da dire che ultimamente escono corse interessanti e “pazze” anche con le radioline. Senza dimenticare il fatto che queste a volte non prendono e il corridore deve comunque saper leggere la corsa. L’esperienza è sempre un valore importante. E’ altrettanto vero che nel momento in cui Ciccone e Pidcock si sono riportati a 12 secondi da McNulty era un momento da radioline. In quel caso credo sia stato il solo Ciccone a vedere l’americano davanti a sé. 

Campionati del mondo Montreal 2026, strada uomini elite, Giulio Ciccone
Ciccone e Pidock nell’ultimo giro si sono riportati a 12″ da McNulty, con le radiolie avrebbero tirato dritto?
Campionati del mondo Montreal 2026, strada uomini elite, Giulio Ciccone
Ciccone e Pidock nell’ultimo giro si sono riportati a 12″ da McNulty, con le radiolie avrebbero tirato dritto?
Ti ricordi qualche gara vinta o interpretata senza radioline?

Ho fatto solo mondiali ed europei, quindi difficile dirlo, però ci sono state tante occasioni nelle quali nonostante le radioline è stato importante interpretare la corsa e il momento. McNulty è stato bravissimo, ha allungato in un tratto dove il guizzo giusto avrebbe premiato chiunque, in quel momento tutti stavano tirando il fiato dopo le salite. 

Ci racconti le tue esperienze?

L’ultima al Giro d’Abruzzo, quando Scalco ha fatto terzo (nella tappa di Caramanico Terme, ndr). In quell’occasione eravamo davanti su un tratto di salita pedalabile, gli ho detto di attaccare e ha trovato un bel risultato. Lui era dispiaciuto per non aver vinto, io invece ero felice perché ho aiutato un ragazzo giovane e lui ha imparato qualcosa di nuovo. Ma ce ne sono altri.

Ad esempio?

Al Giro di Sicilia nel 2023, la vittoria di Finn Fisher Black ad Agrigento nella prima tappa. L’anno prima avevo vinto, sempre sulle stesse strade, una tappa al Giro d’Italia. Ricordavo il finale e ad un certo punto lui era davanti e ho lasciato il buco, nessuno è riuscito a chiudere e lui ha vinto. 

Tra i giovani si fa troppo affidamento alle radioline?

Sono dell’idea che ci si debba parlare tra compagni di squadra, non solamente tramite radio ma anche andando a cercare i compagni in gruppo. Trovarsi, domandare «come stai?» e vedere in faccia i compagni aiuta. Poi si passa la comunicazione al diesse, però guardandosi negli occhi si ha davvero il polso della situazione e nei momenti difficili o importanti si può agire di conseguenza. 

Hai una grande esperienza, questo mondiale ti ha fatto scoprire qualcosa di nuovo in ottica campionato europeo?

Si è visto come le gare tendono ad aprirsi presto e negli attacchi entrano corridori che possono giocarsi la vittoria. Bisogna avere mille occhi e tutti aperti, l’attenzione non è mai abbastanza. Noi daremo il massimo, come sempre e come hanno fatto i ragazzi in Canada. 

GP Montreal 2026, colore, pubblico

Mondiali: la gara in circuito non è per tutti, vero Visconti?

19.09.2026
6 min
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Domani iniziano i mondiali di Montreal. Stamattina Adriano Malori ci ha parlato della crono, con un occhio particolare alla sfida fra Ganna ed Evenepoel che tiene banco dal 2021, domenica prossima si correrà invece la gara in linea degli elite e il circuito di Montreal fa parlare.

I 12 giri sono scanditi da tre salite ciascuno e poi c’è l’arrivo in Avenue du Parc. La prima salita si chiama Voie Camillien-Houde: misura 1,8 chilometri all’8 per cento di pendenza media. La seconda è lo Chemin de Polytechnique: 780 metri al 6 per cento con un tratto di 200 metri all’11. La terza si chiama Avenue Pagnuelo, misura 534 metri al 7,5 per cento di media. Infine l’arrivo, in Avenue du Parc, con 600 metri al 4 per cento.

Non è un circuito di facile interpretazione e non a caso Ciccone giusto ieri ha detto che «non avrebbe senso presentarsi con un solo capitano, perché il percorso si presta a tattiche diverse, quindi è meglio avere una nazionale più aperta».

Corridori da circuito

Le gare in circuito sono un osso difficile da spolpare e non tutti i corridori sono capaci di farlo. Bettini era fenomenale e il palmares lo conferma. Pogacar fa eccezione, perché dove lo metti vince. Valverde, capace di vincere quattro Liegi e cinque Freccia Vallone, vinse un solo mondiale. Se il mondiale di Glasgow fosse stato una corsa in linea, i suoi 3.600 metri di dislivello avrebbero tenuto alla larga un corridore come Van der Poel. Invece l’olandese si mise d’impegno a lottare strappo dopo strappo e alla fine conquistò la maglia iridata.

Per inquadrare il discorso, abbiamo coinvolto Giovanni Visconti, ex pro’ e talent scout prossimo a salire sull’ammiraglia della Movistar, che nella sua carriera da pro’ ha conquistato tre campionati italiani e da under 23 mise nel sacco il campionato europeo.

«Quando si corre in circuito – dice il siciliano – negli uomini delle classiche scatta qualcosa. Anche in un mondiale con 3.500-4.000 metri di dislivello, in cui ti aspetteresti di trovare soltanto scalatori, saltano fuori corridori che normalmente, in una corsa in linea con quei numeri, nemmeno correrebbero.

«Pedersen ha retto i 3.500 metri dello Yorkshire, quando normalmente su certi dislivelli se lo sogna di vincere. Al mondiale oppure agli europei, quando sono duri, lo scalatore può vincere, ma deve lottare anche con quelli delle classiche. Lasciate stare Pogacar, al mondiale rientrano in gioco tanti altri corridori, per questo il mondiale è sempre una gara aperta».

Il famoso allungo di Van der Poel sull'ultimo muro a 1,5 chilometri dall'arrivo
Il famoso allungo di Van der Poel sull’ultimo muro a 1,5 chilometri dall’arrivo di Glasgow: l’olandese sarà pericoloso anche a Montreal?
Il famoso allungo di Van der Poel sull’ultimo muro a 1,5 chilometri dall’arrivo di Glasgow: l’olandese sarà pericoloso anche a Montreal?

I riferimenti nel circuito

Ovviamente un motivo c’è. La gara in circuito raggiunge il dislivello complessivo per la somma di salite brevi e la ripetitività del gesto dà ai corridori più esperti dei riferimenti grazie ai quali dosare lo sforzo.

«Avete detto bene – conferma Visconti – il circuito ti dà dei riferimenti. Sai dove puoi mollare perché subito dopo c’è la discesa. Sai che se prendi la curva in testa al gruppo, poi puoi lasciarti sfilare perché tanto si recupera. Sono cose che apprendi giro dopo giro e che in una gara in linea difficlmente puoi fare. Sono due dinamiche di gara completamente diverse. Nelle giornate buone, in circuito potevo giocarmela con il 90 per cento dei corridori. Sapevo che giro dopo giro miglioravo e trovavo la virgola in più che mi cambiava la prestazione.

«Prendete il Giro dell’Emilia. Se ci fosse stato l’arrivo secco in cima a San Luca, non mi sarei mai visto a lottare. Invece c’erano quei cinque giri finali e per me diventava un’altra gara. Gli europei e i mondiali non ho mai avuto modo di farli da capitano, ma comunque ogni volta mi scoprivo ad andare più forte rispetto ad altri modelli di gara. Se vado a vedere il numero di gare che ho fatto in circuito e guardiamo anche i risultati, nel mio piccolo sono notevoli».

Visconti ha vinto il Giro dell'Emilia 2017 attaccando proprio nel circuito finale. E' stato pro' dal 2005 al 2022
Visconti ha vinto il Giro dell’Emilia 2017 attaccando proprio nel circuito finale. E’ stato pro’ dal 2005 al 2022
Visconti ha vinto il Giro dell'Emilia 2017 attaccando proprio nel circuito finale. E' stato pro' dal 2005 al 2022
Visconti ha vinto il Giro dell’Emilia 2017 attaccando proprio nel circuito finale. E’ stato pro’ dal 2005 al 2022

La recon sul circuito

Si fanno le ricognizioni sui percorsi delle classiche. Il circuito del mondiale lo vedono pochi giorni prima, anche se Sagan (che ne ha vinti tre) usava dire di non averne bisogno perché lo avrebbe mandato a mente girandoci sopra. Ma Peter, al pari di Pogacar, rientrava nella categoria dei fenomeni.

«Il circuito va sempre visto prima – conferma Visconti – anche se poi in corsa ci passerai sopra per 15-20 volte. Se lo vedi prima ti imposti già un’idea di gara e noti i dettagli che possono fare la differenza. A Montreal ci sono molti tratti in cui farsi trovare in testa al gruppo, mentre se sei in fondo prendi una frustata a ogni giro, che alla fine sono 12 frustate.

«Il circuito va memorizzato, fatto e va rifatto. Serve per capire anche come fare la volata, con quali rapporti. Io ad esempio ogni anno andavo a vedere il percorso dei campionati italiani, anche se avrei avuto tutto il tempo per girarci sopra durante la gara».

Mondiali del 2019; 3.500 metri di dislivello. Restarono a galla solo uomini da classiche: Trentin; Van der Poel; Kung e Pedersen
Mondiali del 2019: 3.500 metri di dislivello. Restarono a galla solo uomini da classiche: Trentin, Van der Poel, Kung e Pedersen
Mondiali del 2019; 3.500 metri di dislivello. Restarono a galla solo uomini da classiche: Trentin; Van der Poel; Kung e Pedersen
Mondiali del 2019: 3.500 metri di dislivello. Restarono a galla solo uomini da classiche: Trentin, Van der Poel, Kung e Pedersen

La noia sparisce

Infine l’aspetto psicologico, quella che Visconti definisce noia: che forse noia non è, ma che certo nelle gare in circuito viene meno, perché si è sempre in tiro.

«C’era uno stato mentale – conclude – che solo il circuito mi sapeva dare. Rispetto alla gara su strada, non mi annoiavo. In certi momenti, a parità di dislivello, entri in uno stato di sonnolenza, perché sai che comunque anche se stai scalando una salita, sicuramente il punto decisivo non è quello.

«In un circuito invece non lo puoi pensare, perché in qualsiasi punto possono andare via 30 corridori e può finire la corsa. Soprattutto perché quando si corre con le nazionali, la dinamica di gara è diversa e anche quello cambia tanto. Forse sono questi i motivi per cui correre in circuito non è per tutti…».

Van der Poel in MTB, tutto sbagliato: guida, tattica, posizione

Van der Poel in MTB, l’analisi di Bramati: quanti errori…

01.09.2026
7 min
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Non soltanto per un fatto di condizione fisica e posizione in bicicletta, su cui comunque a breve ragioneremo. La disfatta di Van der Poel ai mondiali di mountain bike in Val di Sole è dipesa anche da una gestione tattica un po’ troppo spavalda e alle inevitabili conseguenze.

«Dipende con che mentalità arrivi  – dice Luca Bramati, che se ne intende – e lui è venuto il Val di Sole con la mentalità “tanto vinco io”. Ma il livello degli atleti è salito tanto anche qui, quindi non devi venire a fare lo spiritoso perché questi, come si dice in gergo da noi, ti purgano.

«A Les Gets di venerdì aveva già fatto lo spiritoso. Pim, pum, pam, ma quando in gara la domenica hanno aperto il gas, lui non aveva più gambe. Lo hanno purgato in Francia e lo hanno ripurgato ai mondiali. E forse ha sbagliato anche la tattica, perché secondo me doveva andare dietro a Pidcock e sfruttare il suo lavoro. Solo che lui non ha la mentalità di andare dietro qualcuno. Lui ha la mentalità di stare davanti…».

Il gruppo dirigente con Luca Bramati e sua figlia Lucia, nuova stella del team femminile
Luca Bramati, primo da sinistra, è il tecnico del team di ciclocross di Guerciotti, in cui corre anche sua figlia Lucia
Luca Bramati, primo da sinistra, è il tecnico del team di ciclocross di Guerciotti, in cui corre anche sua figlia Lucia

Eppure dopo la Coppa del mondo di Les Gets, al pari del cittì Celestino, anche Bramati aveva inserito Van der Poel tra i quattro favoriti per il mondiale, assieme a Pidcock, Boischi e Vidaurre, che su quel percorso era sempre andato forte.

«Alla fine non ci sono andato tanto lontano – sorride Bramati – nel senso che i francesi si sono fatti fuori per non far rientrare Pidcock e Van der Poel. Hanno tirato alla morte e si sono spenti. Pidcock è stato molto intelligente, non ha avuto fretta ed è venuto fuori al momento giusto. Vidaurre ha forato, mentre Van der Poel non è mai entrato in corsa».

Sei riuscito a osservarlo bene?

Nel primo giro è passato davanti a me ed era proprio al fianco di Pidcock. Davanti avevano dei corridori un po’ più lenti e per passarli uno è andato a destra e l’altro a sinistra. Pidcock è andato davanti e l’altro invece si è fermato lì, quindi non aveva le gambe.

La sensazione di Bramati è azzeccata: Van der Poel pare molto più basso del solito (foto Alessandro di Donato)
La sensazione di Bramati è che Van der Poel fosse molto più basso del solito (foto Alessandro di Donato)
La sensazione di Bramati è azzeccata: Van der Poel pare molto più basso del solito (foto Alessandro di Donato)
La sensazione di Bramati è che Van der Poel fosse molto più basso del solito (foto Alessandro di Donato)
Come si spiega secondo te? Va bene la mentalità, ma c’è dell’altro?

Non l’ho visto bene in bici, sembra che gli abbiamo cambiato la posizione e forse anche per questo non era brillantissimo e questo è strano. Magari sono io che guardo tanto la parte tecnica dato che lo faccio di lavoro, ma uno che è sempre tanto elegante sulla bici da strada e anche su quella da cross, sulla mountain bike mi è sembrato troppo chiuso. Molto basso di sella, troppo compresso.

Pensi che per farlo andare meglio abbiano rivisto la posizione in sella? Ha senso?

Ovviamente no. E’ vero che la mountain bike ti costringe a movimenti diversi, però la posizione della gamba è quella. L’altezza della sella e l’arretramento devono essere quelli. A tutti i miei clienti dico sempre: «Non è che quando cambiate bici, cambiate le gambe. Le gambe sono uguali». Puoi avere appoggi diversi sul manubrio, ma le gambe devono girare allo stesso modo. E Van der Poel non era sicuramente messo in sella allo stesso modo della bici da strada.

A Les Gets era lo stesso oppure ha cambiato per il mondiale?

Era così anche in Francia. Tanti che sono venuti a salutarmi me l’hanno fatto notare. Al momento ho pensato che magari il telescopico avesse perso tensione, però non era per quello. Era proprio la posizione in cui l’hanno messo. E non è un fatto di adattamento. Io passavo dalla mountain al cross e poi alla strada senza neanche un problema. Non ho mai fatto grandi gare su strada, però ci allenavamo per i 3/4 del tempo con la bici da strada. Se non hai la posizione giusta e la triangolazione giusta, non vai avanti.

Il fatto che Van der Poel corra sempre su strada e poi passi un mese a Livigno per la preparazione in mountain bike può bastare oppure paga anche per questo?

Come ha dichiarato lui, oggi non basta più. I percorsi sono diventati molto più tecnici e infatti nella guida lo vedi molto legnoso. Non guidava male, però c’erano dei salti che lui ha costantemente evitato, perdendo del tempo. Non è quello che ha fatto la differenza, però vedevi Pidcock che saltava e whippava, mentre Van del Poel era molto rigido. Pidcock in sella è stato come al solito perfetto.

E come si spiega questa differenza tra loro due?

Semplicissimo: Pidcock abita ad Andorra, esce di casa, trova le montagne e si allena con la mountain bike. Van der Poel abita in Olanda, dove le trova le montagne, i sassi, i rock garden per allenarsi? Per questo va a Livigno, però non gli basta. In Olanda lo vedi fare i video sulla sabbia, lo vedi nei boschi, tutte cose che vanno bene per il ciclocross. Non è per caso che non ci siano mai stati belgi fortissimi nella mountain bike. Solo Meirhaeghe, che correva con me in Specialized e passavamo così tanto tempo in giro per il mondo, che per lui allenarsi a casa era quasi una rarità.

E’ possibile che la differenza tra Pidcock e Van der Poel sia legata anche alla costituzione fisica?

Van der Poel ha detto anche questo. Lui pesa 75 chili, Pidcock ne pesa 58. Su quel percorso le salite erano tanto in piedi ed è vero che la differenza la fai con watt e Van der Poel ha tanta potenza, però è anche vero che se ogni volta freni e riparti da fermo, alla fine quei chili li paghi tutti.

Fra Pidcock e la sua bici, un'intesa perfetta e una grande posizione (foto Alessandro di Donato)
Fra Pidcock e la sua bici, un’intesa perfetta e una grande posizione (foto Alessandro di Donato)
Fra Pidcock e la sua bici, un'intesa perfetta e una grande posizione (foto Alessandro di Donato)
Fra Pidcock e la sua bici, un’intesa perfetta e una grande posizione (foto Alessandro di Donato)
I watt non bastano, insomma?

Io l’avevo dato come favorito, perché comunque il motore c’è. E anche a chi mi diceva che non sia esattamente un biker, rispondevo che comunque stiamo parlando di un fenomeno e Pidcock come lui. Alla fine hanno piegato le orecchie anche a Boischi, che si è fatto fuori nei primi quattro giri per non far rientrare loro. Non esiste più quello che vince partendo forte dall’inizio, è cambiato anche questo. Lo stesso Vidaurre, che ha bucato, è bravissimo nel venir fuori alla fine.

Il contrario di quello che accade su strada quando c’è Pogacar, chissà cosa farebbe in mezzo ai biker?!

Sapete che gira voce che verrà a fare qualche gara in MTB? Mi ha stupito l’altro giorno vedere al paddock Alex Carera, che è il suo agente. Non mi era mai capitato. Hanno sicuramente degli atleti anche nella MTB, ma di solito quelli del fuoristrada glieli segue Marco Belotti, i Carera si muovono quando ci sono i pezzi grossi. Chissà se c’è del vero in quelle voci…

Domani il mondiale di MTB e Van der Poel medita il colpaccio

Domani il mondiale di MTB e Van der Poel medita il colpaccio

29.08.2026
5 min
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Domenica sarà il grande giorno, l’apoteosi per i mondiali di mountain organizzati a Commezzadura (TN) che all’Italia hanno già regalato la grande soddisfazione del titolo iridato nel team relay. E’ chiaro però che tutti guardano alle prove assolute di cross country e domenica la gara maschile avrà tra i principali pretendenti alla maglia iridata anche Mathieu Van der Poel. Non è la prima volta che l’olandese ci prova, ma questa volta sembra esserci qualcosa di diverso.

Lo si è capito domenica scorsa a Les Gets (FRA), nella tappa delle World Series dove il campione dell’Alpecin ha dato spettacolo, trovando la strada sbarrata verso il ritorno alla vittoria nel massimo circuito internazionale dallo specialista francese Adrien Boichis e, per certi versi, da una “santa alleanza” dei padroni di casa ma questo non ha fatto altro che aumentare la fame di Van der Poel, proiettato verso un’impresa storica: conquistare la maglia iridata in 4 specialità diverse, dopo quelle già vinte su strada, ciclocross e gravel.

Van der Poel ha preparato il mondiale MTB nei dettagli, rinunciando all'attività post Tour e dedicandosi solo alla MTB
Van der Poel ha preparato il mondiale MTB nei dettagli, rinunciando all’attività post Tour e dedicandosi solo alla MTB
Van der Poel ha preparato il mondiale MTB nei dettagli, rinunciando all'attività post Tour e dedicandosi solo alla MTB
Van der Poel ha preparato il mondiale MTB nei dettagli, rinunciando all’attività post Tour e dedicandosi solo alla MTB

Mirko Celestino è naturalmente super impegnato in queste ore, ma ha ancora davanti agli occhi le immagini della gara francese e sa bene che il tulipano sarà un avversario di primissimo livello sulla strada del podio per i suoi ragazzi: «Di Van der Poel nella mountain bike e delle sue ambizioni avevamo già avuto modo di parlare – racconta il tecnico – ma domenica vedendolo in gara ho notato qualcosa di diverso e mi sono informato. Ho saputo che si è allenato parecchio a Livigno e ha usato tanto la mountain bike, ha quindi scelto un approccio diverso rispetto agli altri anni».

Quindi ha dato più attenzione alla mountain bike?

Probabilmente ha capito quel che richiedono questi percorsi: bisogna arrivare alle gare con una certa dimestichezza con il mezzo, abbiamo visto che qualche errorino negli ultimi anni l’ha fatto e allora probabilmente ha dedicato più tempo per arrivare più preparato dal punto di vista tecnico e della guida.

Van der Poel a Les Gets ha chiuso 10°, ma ha mostrato per larghi tratti di competere ad armi pari con gli specialisti (foto team)
Van der Poel a Les Gets ha chiuso 2° mostrando per larghi tratti di competere ad armi pari con gli specialisti (foto Alpecin-Deceuninck)
Van der Poel a Les Gets ha chiuso 10°, ma ha mostrato per larghi tratti di competere ad armi pari con gli specialisti (foto team)
Van der Poel a Les Gets ha chiuso 2° mostrando per larghi tratti di competere ad armi pari con gli specialisti (foto Alpecin-Deceuninck)
Van der Poel è solito, quando affronta la stagione del ciclocross, fare il ritiro prestagionale sulla strada e poi ripassare immediatamente al ciclocross. Dal punto di vista tecnico tra strada e mountain bike viene da pensare che la distanza sia maggiore, quindi serva più tempo da trascorrere in allenamento…

Assolutamente, questo lo posso anche confermare sulla base della mia esperienza, nel passare dalla strada alla mountain bike c’è voluto tanto, tanto tempo per imparare a guidare bene. Anche lui con le sue indubbie capacità e il suo talento deve trascorrere molte ore sulla mountain bike per arrivare al livello degli altri atleti che la utilizzano tutto l’anno. Hai tutto un altro tipo di guida, ti devi proprio abituare a lavorare con una bicicletta che ti scivola da una parte all’altra, cosa che la strada non ti permette, perché appena perdi aderenza con l’asfalto sei in terra e quindi questa cosa la devi pian piano assimilare.

Con tutto il rispetto per gli specialisti puri, dal punto di vista mediatico incuriosisce molto la presenza domenica di Van der Poel contro Pidcock. Mentre su strada i valori possono anche equivalersi, la differenza nella mountain bike fra i due (favorevole al britannico) è una questione prettamente tecnica?

Hanno entrambi un potenziale enorme, sanno spingere dei lunghi rapporti che sui percorsi moderni danno tanto vantaggio. Con la gamba che hanno su strada riescono a spingere rapporti che su questi percorsi mettono in crisi gli specialisti e domenica Van der Poel lo ha dimostrato. Sono due atleti che sono sempre temuti proprio perché fanno la differenza, riescono a mantenere delle velocità che pochi riescono a tenere.

Il team azzurro iridato nel team relay, con la bandiera dedicata a Chiara Teocchi (foto FCI)
Il team azzurro iridato nel team relay, con la bandiera dedicata a Chiara Teocchi (foto FCI)
Il team azzurro iridato nel team relay, con la bandiera dedicata a Chiara Teocchi (foto FCI)
Il team azzurro iridato nel team relay, con la bandiera dedicata a Chiara Teocchi (foto FCI)
Il percorso di domenica a Commezzadura a chi è più adatto?

E’ una bella domanda. Tra loro due vedo meglio Van der Poel. In generale però è un percorso che si adatta a tanti ma soprattutto ai nostri, con quelle piccole modifiche che hanno riportato, ma il 90 per cento è rimasto quello. Anche per questo sono tutti contenti e gasati di correre non solo in Italia, ma proprio su questo tipo di tracciato, perché gli piace sia il terreno che troviamo e sia la conformazione del percorso. Simone Avondetto e Luca Braidot arrivano davvero al culmine della forma.

Avversari principali i francesi?

Sicuramente, è tutto l’anno che stanno comandando loro con Boichis, Martin, Azzaro anche se quest’ultimo non sta tanto bene. Saranno gli uomini da battere, ancora di più che Van der Poel e Pidcock. Fra le donne vedo che la svizzera Frei non sta sbagliando un colpo, poi l’altra elvetica Keller, mentre la Pieterse non l’ho vista pedalare come negli anni migliori. E attenzione alla nostra Martina Berta che quando corre in casa si trasforma.

La tappa francese è stata vinta da Adrien Boichis, favorito anche domenica con i suoi connazionali (foto Cerveny)
La tappa francese è stata vinta da Adrien Boichis, favorito anche domenica con i suoi connazionali (foto Cerveny)
La tappa francese è stata vinta da Adrien Boichis, favorito anche domenica con i suoi connazionali (foto Cerveny)
La tappa francese è stata vinta da Adrien Boichis, favorito anche domenica con i suoi connazionali (foto Cerveny)
In casa italiana ci si attende tanto da Valentina Corvi che ha dominato nelle World Series U23, anche domenica a Le Gets, sembra però soffrire gli appuntamenti titolati…

Non nascondo che mi è passato anche a me in mente questo pensiero. L’anno scorso si è presentata in formissima al mondiale e ha trovato una giornata veramente difficile, idem quest’anno al campionato europeo. Noi faremo di tutto per lavorare con lei e non farle sentire troppa pressione. E’ molto giovane, sta correndo con una pressione addosso incredibile e quindi probabilmente deve ancora un po’ maturare in quell’aspetto lì.

Tour de France 2026, Parigi, Mathieu Van Der Poel, Alpecin-PremierTech

Van Der Poel vince il… Fiandre di Parigi con 50 metri da fuoriclasse

26.07.2026
5 min
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La forza di alzarsi ancora sui pedali e rilanciare, una volata di cinquanta metri e un colpo di reni ad anticipare il ritorno del gruppo guidato dal compagno di squadra Jasper Philipsen. A Parigi Mathieu Van Der Poel dipinge un quadro degno dei musei che circondano il circuito della ville lumière. Le pietre che fanno sobbalzare la bici, le braccia a stringere il manubrio con tutta l’energia che rimane in corpo. «Non avrei mai mollato finché non avessi visto una ruota superarmi – dice a caldo Van Der Poel – ed è stata quella di Philipsen».

Se al termine di 21 tappe hai ancora la voglia, la grinta di arrivare oltre il limite è giusto entrare nella stretta cerchia delle leggende di questo sport. Mathieu Van Der Poel in quegli ultimi metri degli Champs Elysées ha distrutto anche le gambe della maglia gialla. Ai 500 metri dal traguardo Tadej Pogacar ha alzato bandiera bianca, impossibile seguire l’olandese nel momento in cui decide di sradicare i sampietrini dal suolo con la sola forza delle gambe. 

«E’ proprio per questa tappa che ho sofferto su tutte le salite dell’ultima settimana – aveva detto al via lo stesso Van Der Poel – quando l’ho vista in televisione l’anno scorso, era già un obiettivo per me essere qui questa domenica».

Un muro 

Il Fiandre è arrivato a Parigi, sono bastati mille metri in pavé, quelli della Cote de la butte Montmartre, per accendere gli spiriti degli uomini del Nord. La tappa conclusiva di questo Tour de France, accorciata a causa degli incendi che hanno occupato gran parte della Gendarmerie, era partita con le classiche foto di rito e tanta allegria in gruppo. Poi di classico è rimasto lo spirito dei corridori, in particolare quando si è trattato di spingere ancora sui pedali, prenderli a calci con rabbia. 

Ad un certo punto il secondo passaggio sulla cote di Montmartre ha proiettato davanti i quattro protagonisti dell’ultimo Fiandre. Il podio c’era tutto, con Tadej Pogacar questa volta in giallo, Mathieu Van Der Poel, Remco Evenepoel e Mads Pedersen. Mancava solamente Wout Van Aert, quarto al Fiandre e vincitore uscente della tappa di Parigi. Il belga l’aveva vinta lo scorso anno, nella sua prima versione da “Classica”. Non è un caso che quest’anno sia stato Mathieu Van Der Poel a prendersi lo scettro di re a Parigi. 

«E’ da un anno che ci penso – racconta Van Der Poel – perché l’anno scorso ero malato e ho dovuto guardare questa tappa in televisione. Pensavo già a questo momento, per come è andata è un sogno. Una battaglia epica con il miglior ciclista al mondo».

Un anno di attesa

Soffrire per una settimana intera con l’unico obiettivo di arrivare a Parigi e prendersi la tappa finale del Tour, che papà Adrie aveva solamente sfiorato, con un secondo posto alle spalle di Bernard Hinault nel 1982. E’ toccato a Mathieu il riscatto, come era successo nel 2021 quando indossò la maglia gialla sfuggita a nonno Raymond Poulidor. Questa volta per riuscirci ha scavato a fondo nelle sue gambe, potenti e forti, ma non immuni alla fatica. 

«Pensavo che ci avrebbero ripresi – ha detto dopo l’arrivo – poi ho pensato solo a questo momento e ho semplicemente abbassato la testa negli ultimi 500 metri. Ho semplicemente spinto al massimo, aspettando che una ruota mi superasse, ma non è successo. Dopo l’arrivo è spuntato uno pneumatico Pirelli ed era quello di Jasper (Philipsen, ndr)».

Mathieu Van Der Poel trova il secondo successo in questo Tour a Parigi, in uno degli scenari più ambiti
Mathieu Van Der Poel trova il secondo successo in questo Tour a Parigi, in uno degli scenari più ambiti

Dalle dita dei piedi

Il nuovo disegno del percorso di Parigi è stato rinnovato, con un tratto più lungo di pianura che dalla cote di Montmartre ha portato all’arrivo. Undici chilometri sono tanti e lo si capisce subito, con rimescolamenti continui tra attaccanti e gruppo. Allora serve qualcosa in più sullo strappo in pavé, un tocco di classe che hanno in pochi e tra questi ci sono sicuramente Mathieu Van Der Poel e Tadej Pogacar. Lo scenario regalato dai protagonisti di oggi ha dell’incredibile. Un inseguimento a sessanta all’ora nelle vie della capitale francese, con il gruppo allungato come un serpente pronto a inghiottire i fuggitivi. Serviva un tocco magico per resistere e Mathieu Van Der Poel lo ha tirato fuori. 

«La giornata di oggi dimostra che non si deve mollare mai – dice il corridore della Alpecin-Premier Tech – anche se il nostro Tour non era iniziato nel migliore dei modi. Fare primo e secondo sugli Champs Elysées penso sia una cosa piuttosto buona. Una gara che volevo vincere era proprio la tappa finale del Tour, ho finito tutte le forze, sono completamente svuotato. In olandese abbiamo un detto: La forza deve venire dalle dita dei piedi. Ma non so da dove mi sia venuta questa forza, di certo non dalle dita dei piedi».

Il sole saluta Parigi, iniziano i vari festeggiamenti e il Tour de France che ha visto Tadej Pogacar entrare nel club dei penta vincitori della maglia gialla si conclude con la firma di un altro campione: Mathieu Van Der Poel. Adesso si riposerà in vista dei prossimi impegni, uno di questi dovrebbe essere il mondiale di mountain bike in Val di Sole in programma a fine agosto.

La rivincita di Philipsen e la maglia verde è di nuovo in gioco

22.07.2026
5 min
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VOIRON (Francia) – Per capire quanto possa pesare una vittoria al Tour de France rivolgetevi direttamente a Jasper Philipsen. Il belga della Alpecin-PremierTech trova la vittoria di tappa in una delle ultime occasioni a disposizione dei velocisti. Arrivare però sul traguardo di Voiron non è stato semplice, perché oggi i passisti e i cacciatori di tappe hanno cercato in tutti i modi di far fuori i velocisti. Ci sono riusciti, in parte, ma alla fine la voglia di vincere di Philipsen e della Alpecin-Premier Tech ha avuto la meglio. Siamo così a parlare di una corsa alla maglia verde aperta, con appena sette punti di distacco tra Mads Pedersen e Jasper Philipsen. 

«Vincere oggi è stato qualcosa di speciale – racconta Philipsen – perché si allunga la mia striscia di vittorie al Tour de France (questo è il quinto anno di fila in cui il belga vince almeno una tappa, ndr). Riuscire a vincere qui sembra semplice se le cose vanno bene, ma appena girano nel senso opposto diventa davvero dura. Per un corridore come me si tratta di avere cinque o sei occasioni in tutta la corsa, non è semplice cogliere quella giusta».

Jasper Philipsen, Tour de France, Voiron, vittoria, Alpecin-Premier Tech
A Voiron, Jasper Philipsen ha trovato la tanto agognata vittoria in questo Tour de France
Jasper Philipsen, Tour de France, Voiron, vittoria, Alpecin-Premier Tech
A Voiron, Jasper Philipsen ha trovato la tanto agognata vittoria in questo Tour de France

Tutto (sembrava) perduto

Fino al traguardo volante di Colombe, a 26 chilometri dall’arrivo, la tappa sembrava in mano a Mads Pedersen e ai suoi compagni di avventura in fuga. Poi un attacco di Jasper Stuyven ha scombussolato tutto, gli altri cinque attaccanti si sono rialzati e da dietro sono piombati gli inseguitori. Tra loro c’era Jasper Philipsen, che è rimasto a metà strada per tanti chilometri, con le occasioni di vittoria che sembravano sfumare metro dopo metro. 

«Si è tratta di una tappa davvero dura – continua il belga – ci sono stati diversi scenari durante tutta la giornata. Sono rimasto per molto tempo tra i fuggitivi e il gruppo, pensando che fosse finita. Non avevo un buon segnale radio e le comunicazioni erano poco chiare. La squadra però era accanto a me, pronta. Abbiamo lavorato alla grande e nel finale mi hanno sostenuto molto. Van Der Poel è stato ancora una volta fondamentale, avere un ultimo uomo come lui è davvero incredibile».

Jasper Philipsen, Tour de France, Voiron, vittoria, Alpecin-Premier Tech
Philipsen con punti conquistati oggi ha riaperto la lotta per la maglia verde
Jasper Philipsen, Tour de France, Voiron, vittoria, Alpecin-Premier Tech
Philipsen con punti conquistati oggi ha riaperto la lotta per la maglia verde

Ritrovarsi

Philipsen parla e si vede che si è tolto dalle spalle un macigno che rischiava di pesare più del dovuto. Quello corso fino ad adesso è stato un Tour de France difficile da leggere per i velocisti, con il belga che non ha mai trovato il colpo di pedale giusto per concretizzare il grande lavoro fatto dai suoi compagni di squadra. 

«La colpa non era del caldo – ammette – ma solo il fatto che non fossi al mio livello. E’ stata dura, difficile anche mentalmente. Ogni giorno cercavo di non dare peso a quello che si vede sui social e di non guardare o leggere articoli a proposito del Tour. Ho vissuto nella bolla insieme ai miei compagni, loro non mi hanno mai lasciato solo e devo ringraziarli tutti».

Punti preziosi

Il traguardo volante di Colombe sembrava aver messo la parola fine alla rincorsa di Philipsen alla maglia verde. Sarà difficile colmare un gap, che per quanto risicato, sorride alla maglia verde attuale: Mads Pedersen. L’onore delle armi è quello che va riconosciuto alla Alpecin e a Philipsen, i quali non si sono mai abbattuti. La fotografia di questa mentalità si racchiude nel tentativo di Emiel Verstynge di togliere punti a Pedersen. Mentre alle loro spalle Quinn Simmons ha fatto lo stesso nei confronti di Jasper Philipsen.

«Difficile pensare che Pedersen non riesca a conquistare qualche punto nelle prossime tappe», analizza freddamente Philipsen. «E’ un corridore più forte di me in salita e sta andando davvero alla grande. Dobbiamo aspettare e vedere, intanto la corsa alla maglia verde è riaperta. Probabilmente Mads riuscirà a conquistare qualche punto, spero solo di arrivare a Parigi con i giochi ancora aperti». 

La rabbia di Mads

Pedersen ha sprecato quasi tutto il lavoro fatto, una volta ripreso il primo tentativo di fuga il danese è stato protagonista di un’azione delle sue. Tutta la forze di cui dispone a spingere sui pedali e manubrio per portare via un gruppetto e avvantaggiarsi. Poi l’azione di Stuyven ha vanificato tutto, il belga della Soudal ha allungato sfruttando un momento favorevole e da lì nessuno ha più tirato fino a quando da dietro i contro attaccanti hanno chiuso. 

«E’ stata una giornata che ci è costata cara – dice stizzito Pedersen – sono molto deluso. Non basta fare bella figura, se poi non porti a casa il risultato tutto passa in secondo piano. E’ stata una pessima giornata, con una grande perdita di punti per la maglia verde. Speravo di chiudere il discorso oggi e invece siamo ancora in gioco. La resa dei conti dovrebbe avvenire a Parigi, anche se spero di trovare qualche punto nelle prossime tappe».

Tour de France, tappa 9, Van Der Poel, Alpecin-PremierTech, Ussel

A Ussel rinasce Van Der Poel, che raddrizza il suo Tour

13.07.2026
6 min
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Mathieu Van Der Poel raddrizza il suo Tour de France come si fa con un quadro appeso alla parete, a Ussel in cima a uno strappo di 800 metri, al termine di una tappa che tanto ha ricordato le strade di una classica è emerso il corridore della Alpecin-PremierTech. La volata che gli ha portato il terzo successo di tappa alla Grande Boucle è potente ed elegante, eppure di fatica per arrivare fino all’arrivo l’olandese ne ha fatta tanta. 

Van Der Poel rimette nel cassetto le critiche che gli erano piovute addosso dopo un inizio di Tour de France non esattamente entusiasmante. Quando sei uno dei tre corridori più forti al mondo tutti si aspettano da te cose eccezionali, ma non sempre è facile esserlo. Ci siamo abituati alla facilità con la quale Tadej Pogacar fa tutto, tanto da dimenticarci che a volte anche ai campioni capita di essere normali. 

Giornata da classiche

L’organizzazione del Tour de France ha deciso di accorciare la tappa di ieri, riducendola di una trentina di chilometri a causa del caldo elevato portato dalla canicola che asfissia la corsa. Tuttavia non sono mancati spettacolo e ritmi elevati, la Grande Boucle aveva disegnato una tappa mossa, difficile da digerire per le ruote veloci e tanto invitante per gli uomini da classiche. Non a caso i due principali protagonisti della giornata sono stati Mathieu Van Der Poel e Tom Pidcock. Il britannico aveva un diavolo per capello e sugli strappi che da Molemort hanno portato ad Ussel è stato uno dei più attivi insieme proprio a Van Der Poel. 

«E’ stata una giornata davvero tosta – ha raccontato l’iridato di Glasgow – l’inizio del Tour non è stato dei migliori per la nostra squadra, ma come sempre abbiamo mantenuto la calma. Il nostro gruppo è davvero affiatato, abbiamo continuato a credere che le cose sarebbero cambiate e si sarebbero aggiustate. Magari non oggi, magari nella seconda settimana, magari nella terza. Ma è davvero bello arrivare al primo giorno di riposo con una vittoria.

«Questa è solo la mia terza vittoria di tappa al Tour de France – spiega – penso che dimostri quanto sia difficile vincere qui. Abbiamo sempre vinto nelle Classiche Monumento e spesso anche nelle tappe del Tour, ma nulla è scontato. Continuare a lavorare dando il massimo, è tutto ciò che possiamo fare».

Tour de France, tappa 9, Van Der Poel, Alpecin-PremierTech, Ussel
Van Der Poel con il passare delle tappe si è adattato al caldo francese, trovando sensazioni sempre migliori
Van Der Poel con il passare delle tappe si è adattato al caldo francese, trovando sensazioni sempre migliori

Strappi e ciclocross

Nei 156 chilometri della tappa di ieri non c’è stato spazio per la pianura. I quattro GPM, due di terza categoria, uno di quarta e uno di seconda categoria hanno frazionato il gruppo fin da subito. Ma la vera differenza, come spesso accade, la si è fatta quando la salita finiva. Con la strada in continua ascesa e le gambe dei corridori sempre più affaticate. 

E’ qui che sono emerse le qualità di Van Der Poel e Pidcock, i quali hanno dato vita a uno spettacolo fatto di rilanci, azioni sugli strappi e una volata degna di una corsa di ciclocross. Condotta dalla testa e vinta da Van Der Poel, senza possibilità di replica per nessuno degli altri tre contendenti. L’olandese sigla il terzo successo di tappa al Tour de France, mettendosi alle spalle una prima settimana che lo ha messo in difficoltà. 

«Con il caldo è andata decisamente meglio – prosegue Van Der Poel – rispetto ai primi giorni. Stavo faticando tanto e avevo anche qualche difficoltà a recuperare, anche dopo le giornate più facili. Oggi finalmente avevo le gambe per dare il massimo».

Tour de France, tappa 9, Tom Pidcock
Pidock è stato un altro grande protagonista di giornata, animando la fuga e correndo spesso in testa
Tour de France, tappa 9, Tom Pidcock
Pidock è stato un altro grande protagonista di giornata, animando la fuga e correndo spesso in testa

VDP Festival

L’azione decisiva, che ha portato Van Der Poel, Pidcock, Johannessen e Baudin a giocarsi la tappa è arrivata quando l’azione dei fuggitivi sembrava destinata a spegnersi. Ci ha pensato l’uomo della Alpecin-Premier Tech a soffiare sulla brace e dare nuova vita alla fuga di giornata. Sono bastati i 900 metri al 4,9 per cento di Mont Bessou. Van Der Poel ha preso la salita con la forza di un muro, gonfiando le braccia possenti e spingendo con tutto il corpo sulla sua Canyon. 

«Ho speso molte energie cercando di mantenere viva la fuga – ha detto ancora – c’era molta pressione da parte del gruppo. Le strade erano terribili per una fuga. Doveva durare fino in fondo. Abbiamo lottato davvero tanto e sono felice di aver portato a casa la vittoria».

Un giornalista poi gli chiede se è finalmente iniziato il Il Van Der Poel Festival: «Forse sarà il festival di un solo giorno – replica VDP – ma almeno è stato bello».

Ganna e quei 6”

Il gruppo non ha lasciato tanto spazio alle azioni dei fuggitivi, ci hanno provato in tanti fin dai primi chilometri. Alla fine la fuga che è venuta via, ed arrivata a giocarsi la vittoria a Ussel, è uscita di forza. Il vantaggio massimo è stato di un minuto e mezzo, con la Ineos che nei chilometri finali ha lavorato tanto insieme alla Lidl-Trek per chiudere e giocarsi le chance di vittoria in volata. Sono mancati solamente sei secondi per chiudere sulla fuga.

«Stiamo facendo un lavoro straordinario come squadra – ha detto dopo l’arrivo Ganna – forse le altre avrebbero potuto darci una mano, probabilmente hanno adottato un approccio più prudente. Purtroppo nel momento in cui è andata via la fuga ho avuto un problema con il sacchetto del rifornimento, stavo prendendo da bere e da mangiare e ho perso il tempo giusto. Abbiamo provato a chiudere, siamo arrivati davvero vicini ai fuggitivi. Ho vinto la volata, ma purtroppo davanti a noi c’erano altri corridori».

I segnali però sono positivi per il campione della Ineos Grenadiers, il quale avrà modo di tentare altre volte di giocarsi le sue carte da qui alla fine del Tour. La cronometro non presenta il percorso più adatto a lui, Ganna dovrà contare sulle sue qualità in una corsa in linea. Abbiamo ancora negli occhi la prestazione della Dwars Door Vlaanderen, vittoria di grande qualità che merita un seguito: quale posto migliore del Tour de France?

Tour de Suisse 2026, Mathieu Van der Poel

Van der Poel in Svizzera: prima il Tour poi la MTB

18.06.2026
4 min
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SONDRIO – Quando ieri ha riattaccato il numero per la prima tappa del Tour de Suisse, Mathieu Van der Poel non correva dal quarto posto della Roubaix. Un anno davvero strano il suo finora, con la vittoria della Omloop Nieuwsblad al debutto stagionale, poi quella alla Tirreno e Harelbeke e tutto intorno piazzamenti dolorosi al Fiandre e alla Roubaix, che solo due volte in carriera l’ha visto giù dal podio: nel 2022 e lo scorso 12 aprile.

Conoscendolo, non si può dire che il 2026 sia stato per ora soddisfacente. E di certo non lo sarà stato ieri dopo l’arrivo, avendo tagliato il traguardo a 13’22” dallo scatenato Pogacar. Se davvero pensava di poter vincere come aveva detto alla vigilia, il risveglio è stato davvero brusco. Tadej ha trasformato in una corrida la tappa con appena 2.446 metri di dislivello, infliggendo distacchi da tappone dolomitico. Contro uno così salta ogni schema.

«Mi sono preso una pausa di quasi due mesi – ammette – ho fatto alcuni giri fra gli sponsor e poi ho fatto una buona preparazione, prima da solo e poi con la squadra in Spagna, per cui mi sono sentito pronto per tornare a correre. Abbiamo fatto un ottimo ritiro con la squadra proprio dopo la vittoria di Philipsen a Copenhagen. Il Tour de Suisse dura solo cinque giorni, già ieri è stata dura, ma l’obiettivo resta quello di vincere una tappa».

Quarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa così
Quarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa così
Quarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa così
Quarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa così

La faccia da poker

Mathieu non lascia trasparire emozioni sulla faccia da poker: corretto e puntuale nelle risposte, ma nulla più di quelle. Al massimo un sorriso se la domanda lo punzecchia. L’ultima volta che venne al Tour de Suisse era il 2021: nel suo palmares c’era… soltanto il primo Fiandre e da qui si portò a casa le prime due tappe, poi si ritirò. Stessa storia al Tour de France: mollò nella tappa di Tignes, ma vinse la seconda sul Mur de Bretagne davanti a Pogacar, con dedica a nonno Poulidor.

«Ogni giorno qui è molto difficile – dice – ma penso che sia una gara perfetta. Non è troppo lunga, le tappe sono piuttosto brevi, quindi la corsa sarà intensa fino a domenica. E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta che sono stato qui, ho dei bei ricordi, quindi spero che possiamo crearne di nuovi. Certo vincere quando i percorsi sono così duri diventa duro, dipende anche da cosa vorranno fare i corridori di classifica generale».

Ieri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa da 2.446 metri di dislivello
Ieri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa con 2.446 metri di dislivello
Ieri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa da 2.446 metri di dislivello
Ieri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa con 2.446 metri di dislivello

Vittima di Pogacar

La posizione di Van der Poel ha iniziato a farsi scomoda da quando il ciclismo ha spianato i dislivelli fra atleti e Mathieu si è ritrovato con gli uomini di classifica e i velocisti nelle classiche cui un tempo non si sarebbero neppure avvicinati. Nel suo caso, avere Philipsen in casa significa dover tenere da conto le ambizioni di uno che è stato capace di vincere la Sanremo, mentre la presenza di Pogacar già da tempo rende tutto più precario.

Non a caso il Van der Poel sbarazzino che vinceva le corse dopo fughe scriteriate ma belle ha lasciato il posto a un… chirurgo solitamente capace di finalizzare la fatica con grandi vittorie.

«Sono stato tanto senza correre – dice Van der Poel – quindi non vedevo l’ora di iniziare. Conosco un po’ la zona grazie ai tanti ritiri che ho fatto da queste parti. So che dovrò soffrire, ma è necessario per farsi trovare pronti per il Tour de France. Non ho avuto intoppi. Volevo giusto fare due gare in MTB, ma non è stato possibile a causa di qualche problema alla schiena che si è risolto rapidamente».

A Les Gets 2025, Van der Poel ha chiuso al sesto posto la gara vinta dal francese Luca Martin (foto UCI MTB World Series)
A Les Gets 2025, Van der Poel ha chiuso al sesto posto la gara vinta dal francese Luca Martin (foto UCI MTB World Series)

Il richiamo della MTB

Il fuoristrada, più la mountain bike del ciclocross in cui Van der Poel è praticamente imbattibile, resta il suo pallino. E’ la conquista che lo ha sempre respinto e lo ha fatto apparire anche goffo, con le cadute olimpiche e le prestazioni opache nelle ultime uscite. E se qualcosa può pizzicargli l’orgoglio, questo è il tasto giusto da suonare.

«Confermo che voglio partecipare ai mondiali di mountain bike (26-30 agosto, ndr) – dice Van der Poel – ma ho bisogno di tenere i due mondi separati. Prima abbiamo voluto prepararci al meglio per il Tour de France e mi concentrerò sulla mountain bike in seguito: il tempo dovrebbe bastare. Non sarà l’ideale, ma voglio provarci. E poi ci saranno i mondiali su strada (27 settembre, ndr). Sono nel programma, ma l’estate è ancora molto lunga».