L’incidente è passato, Cataldo ha rimesso il numero

23.08.2023
5 min
Salva

Cinque mesi sono lunghi da passare, soprattutto quando sai di aver davvero guardato la morte in faccia. In cinque mesi Dario Cataldo è tornato piano piano ad assaporare il gusto di rimettersi il numero sulla schiena, salire in bici e presentarsi alla partenza. E’ successo alla Bemer Cyclassics di domenica e per chi ricorda bene la sua storia, si è trattato di un successo pienamente all’altezza di quello, effettivo, di Mads Pedersen per il quale Cataldo ha lavorato finché ne ha avuto la forza.

Quella caduta alla Volta a Catalunya, per chi c’era e per chi ha visto le immagini, poteva essere il momento finale della carriera del lancianese, ma Cataldo non lo ha mai voluto, ha sempre scacciato via i dubbi.

«Ho lottato con questo pensiero con tutto il mio orgoglio – racconta – perché ogni corridore, ma direi ogni sportivo vuole essere padrone del proprio destino e decidere autonomamente quand’è il momento di chiudere, di voltare pagina e non farlo per colpa di un incidente. Tanti ci sono passati, da Malori a Pozzovivo per fare due nomi, poi con il tempo hanno preso strade diverse. Ma sono sempre scelte che si fanno a mente fredda e non per forza di cose. Io non volevo che fosse così».

Le immagini dell’incidente in Catalogna. Frattura di vertebra, costole, clavicola e acetabolo
Le immagini dell’incidente in Catalogna. Frattura di vertebra, costole, clavicola e acetabolo
Che sensazioni hai provato ad Amburgo?

E’ stato bello, un debutto col piede giusto nella gara giusta, dove non c’era una partenza infuocata per cercare la fuga. Ho lavorato oltre 130 chilometri per la squadra, mi sono messo spesso a tirare (foto di apertura), avrei anche potuto finirla, ma con l’ammiraglia abbiamo deciso che era meglio assimilare il lavoro fatto per il primo giorno di gara.

A che punto sei dopo 5 mesi senza gare e tanto lavoro di riabilitazione?

Sono contento pur sapendo che è dura. Dal punto di vista aerobico sono a posto, ma un po’ di forza manca, devo recuperare il giusto tono muscolare dalla parte dell’anca fratturata. Soffro gli sforzi corti e intensi, ma sono tutte cose che avevo messo in preventivo.

Com’è stato rientrare in carovana, alla vigilia avevi paura?

Un pochino sì, stranamente mi spaventava il rientro in gruppo, quei piccoli o grandi rituali che si fanno prima di ogni gara, invece mi sono accorto che è stato tutto naturale, come se quei 5 mesi fossero passati via. E’ stato molto semplice a dir la verità e questo mi ha dato coraggio.

Cataldo all’ultimo Giro d’Italia, è ancora evidente il busto che doveva portare dopo l’incidente
Cataldo all’ultimo Giro d’Italia, è ancora evidente il busto che doveva portare dopo l’incidente
In questi 5 mesi che cosa c’è stato di bello e di brutto?

Di bello sicuramente vedere tutti, ma dico tutti dalla famiglia agli amici, dalla squadra ai tifosi starmi vicini giorno dopo giorno nel mio cammino di ripresa, accompagnare ogni passo avanti verso il ritorno. Sentivo tanta forza arrivarmi da fuori e questo è stato importante. Di brutto paradossalmente proprio il fatto che ogni piccolo progresso sia sembrato infinitesimale rispetto alla “montagna” che dovevo scalare. Ogni tanto arrivava qualche incertezza, ma non volevo assolutamente mollare.

Il team quindi ti ha supportato al meglio?

Sempre. Il rapporto in seno alla squadra era già molto buono prima, ma devo dire che sin dall’inizio tutto lo staff medico ha preso a cuore la mia situazione e quando ho comunicato ai dirigenti che avevo ripreso ad allenarmi, mi hanno subito fatto avere una serie di proposte per programmare il mio ritorno alle gare. Ci tenevano a farmi rientrare bene e a farmi sentire parte dell’ingranaggio anche da fuori. Il lato professionale si è fuso con quello umano in una maniera che mi ha lasciato di stucco.

L’ultima vittoria di Cataldo, la più bella, al Giro d’Italia del 2019 battendo Cattaneo
L’ultima vittoria di Cataldo, la più bella, al Giro d’Italia del 2019 battendo Cattaneo
Ora si fa sul serio, visto che sei rimasto in Germania…

Sì, affronto il Giro di Germania da oggi fino a domenica, sapendo che sarà naturalmente più dura per me, in una corsa a tappe ci sono sempre la caccia alla fuga, i cambi di ritmo… Insomma diventa tutto più intenso e quindi so che ci sarà da soffrire, ma fa parte del gioco. Non so come il mio fisico reagirà, non nascondo che nella mente c’è sempre qualche piccolo dubbio e solo la strada potrà dissiparlo.

Ha un percorso che può andar bene per le tue condizioni, essendo appena rientrato?

Sono tracciati nervosi, che possono mettermi in difficoltà ma servono. Spero di andare il più avanti possibile, arrivare al traguardo finale sarebbe un altro grande passo avanti.

Il corridore abruzzese, qui con Pedersen, ha già il contratto per il 2024. Ora vuole sfruttare al meglio le gare di fine stagione
Il corridore abruzzese, qui con Pedersen, ha già il contratto per il 2024. Ora vuole sfruttare al meglio le gare di fine stagione
Dopo che cosa ti aspetta?

Farò il Giro del Lussemburgo, Plouay e poi la stagione italiana, andando avanti fino a fine stagione. La cosa importante è poter affrontare tutto questo con calma, avendo già il contratto per la prossima stagione. Questo mi consente di lavorare con tranquillità pensando alla piena ripresa.

Sinceramente, in questi mesi hai mai ripensato all’incidente, a come avresti potuto evitarlo?

Sapete, tante volte in 17 anni di carriera sono arrivati momenti in cui pensavi che bastava un metro avanti o uno indietro e saresti finito sull’asfalto rischiando la vita. Sono fatalista, tante volte l’ho scampata, ma quel giorno, a quell’ora toccava a me essere lì. Speri sempre che non accada, ma devi accettarlo se fai questo mestiere.

Felline: dalla fornace di Burgos, ai pensieri sul futuro

21.08.2023
5 min
Salva

Fabio Felline ha appena concluso la Vuelta Burgos e adesso finalmente si può preparare al primo grande Giro della stagione. Il corridore dell’Astana-Qazaqstan era stato scartato proprio all’ultimo dal Tour de France nonostante avesse fatto tutta la preparazione per la Grande Boucle.

Ora però questo agosto sembra aver portato un vento del tutto nuovo per il piemontese. Si riparte, la condizione è in crescita, la voglia c’è e si guarda anche all’anno venturo, tanto più che proprio pochissimi giorni fa è stato ufficializzato il suo passaggio – anzi ritorno – al gruppo della Lidl-Trek.

A Burgos Felline ha lavorato per il team, mettendo fatica “buona” nelle gambe
A Burgos Felline ha lavorato per il team, mettendo fatica “buona” nelle gambe

Fornace Burgos

Fabio ci racconta di una Vuelta Burgos caldissima. Si sono cotti. Nelle ultime tappe ci sono stati anche 37 gradi di temperatura media. «Un caldo feroce. Ad un certo punto – dice Felline – mi sono ritrovato fianco a fianco con Damiano Caruso, che non è proprio l’ultimo arrivato, e abbiamo scambiato due battute proprio su quanto ci stessimo bollendo.

«Dopo l’esclusione dal Tour mi sono preso un momento, un decina di giorni, di stacco. Così mi sono riattivato in vista della Vuelta, ma direi del calendario spagnolo visto che ho fatto Castilla y Leon, San Sebastian, ora Burgos e poi appunto la Vuelta. Ma non è facile essere pronto con questi continui cambi di programma e infatti all’inizio ho faticato tanto.

«Se devo parlare di sensazioni mi sembra di crescere, ma sono lontano dal Fabio migliore. Spero che questo Burgos mi abbia messo a posto. Comunque ho lavorato per Battistella, ho preso aria per lui, ho provato ad andare in fuga e all’inizio ci sono anche riuscito».

In questi casi l’esperienza conta molto. A 33 anni, Fabio sa gestire queste situazioni complicate anche dal punto di vista nervoso. 

Crono, salita, volata e sprint a ranghi ridotti: il piemontese può essere un vero jolly
Crono, salita, volata e sprint a ranghi ridotti: il piemontese può essere un vero jolly

A tutto campo

Felline per caratteristiche può andare forte dappertutto, anche in volata, se non altro per aiutare o entrare in un gruppetto e giocarsela allo sprint. E persino a crono, tanto da vestire l’azzurro ai mondiali del 2019. Ma sa anche lavorare in salita per un leader. Come fece del resto lo scorso anno per Nibali.

E sono state anche queste sue caratteristiche a farlo firmare con la Lidl-Trek. Queste caratteristiche e i buoni rapporti con Luca Guercilena, il team manager del team americano, in cui è già stato per sei stagioni dal 2014 al 2019.

«Non ci eravamo lasciati male – racconta Felline – fu una situazione ambigua e forse neanche c’era la reale voglia di cambiare all’inizio. Poi mi sono lasciato convincere che forse era meglio provare altre esperienze e così ho fatto.

«Ma con Guercilena ho un ottimo rapporto e lo stesso con Nino Daniele, il loro medico. Lui è tutt’ora il mio medico sportivo e lo stesso vale con tanti compagni, che ancora sono lì. Penso a Stuyven o a Ciccone, anche se con Giulio ho fatto un solo anno. Diciamo che in quel team avevo lasciato un pezzetto di cuore».

La trattativa è nata in primavera. Si era al Catalunya e un corridore di spicco della allora Trek-Segafredo, in procinto di diventare Lidl-Trek, chiacchierando disse a Felline: «Ma perché, visto il bel rapporto che hai con Guercilena, non ci parli? Sarebbe bello che tornassi con noi. Io appoggerò il tuo arrivo». E così è andata.

Con Ciccone, ma non solo lui, ottimi rapporti. Dal prossimo anno Fabio ritroverà molti dei suoi vecchi compagni
Con Ciccone, ma non solo lui, ottimi rapporti. Dal prossimo anno Fabio ritroverà molti dei suoi vecchi compagni

Che ruolo alla Lidl?

Felline ha parlato con la nuova squadra anche per il ruolo che dovrà ricoprire, perché poi il succo della vicenda è anche quello. Okay i buoni rapporti, ma serve concretezza. Cosa andrà a fare dunque alla Lidl-Trek?

«Oggi – spiega Fabio – sono consapevole che non posso competere con i grandi campioni. Però vado bene su tutti i terreni, dal tirare una volata o in salita. E al tempo stesso posso sfruttare una corsa magari dura e mossa per me stesso. E’ su queste basi che sono stato richiesto e io mi sento pronto.

«Che poi era lo stesso motivo per cui venni qui in Astana. Dovevo lavorare per Fuglsang, nel frattempo avevo vinto il Pantani. Ho avuto carta bianca in qualche occasione, come la tappa di Castelfidardo della Tirreno dove fui quarto. Quello è Fabio Felline. E tutto funzionava bene.

«Poi dallo scorso anno mi sono ritrovato ad un Tour che non dovevo fare e da lì si sono innescate una serie di circostanze (fisiche e organizzative) ed è stato tutto in susseguirsi di problemi. Un  rincorrere della condizione».

Felline Pantani 2020
Felline conquista il Memorial Pantani del 2020. Fabio (classe 1990) fu tra i primi a passare giovanissimo nel 2010 alla Footon-Servetto
Felline Pantani 2020
Felline conquista il Memorial Pantani del 2020. Fabio (classe 1990) fu tra i primi a passare giovanissimo nel 2010 alla Footon-Servetto

Scommettiamo che…

Una particolarità di questa storia è che Felline, in accordo anche con il futuro team, ha firmato per un solo anno.

«Volevamo fosse una scommessa – dice Fabio – un mettersi in gioco, un fare il massimo e perseguire gli obiettivi che ho detto prima: aiutare i leader e magari giocarsi qualche corsa. Ho scelto di firmare un solo anno perché se smetto voglio farlo con dignità. Non voglio trascinarmi fino a “restare a piedi” perché vado piano.

«Ora però non voglio rinnegare nulla. Voglio finire al meglio questa capitolo e questa stagione con l’Astana-Qazaqstan. Lo voglio per loro e per me. Perché poi è molto importante finire bene. Ti lascia qualche stimolo e qualche certezza in più in vista dell’inverno. Vuoi mettere affrontarlo con buone sensazioni?

«E poi c’è anche un sogno da realizzare: vincere una tappa in un grande Giro. In 14 anni di professionismo non so quanti podi ho raccolto, ma non sono mai riuscito a portarmi a casa una tappa fra Giro, Tour e Vuelta». Magari è la volta buona

Gaia Realini, la sua bici e alcune scelte tecniche

17.08.2023
4 min
Salva

Dopo un Giro Rosa corso da protagonista, in salita è stata tra le pochissime a tenere testa a Van Vleuten, Gaia Realini ci racconta alcune scelte tecniche e qualche particolarità della sua bicicletta.

Quali rapporti utilizza? Perché il reggisella con off-set positivo e girato in avanti? Perché tiene la mani alte anche in discesa? Abbiamo posto alcuni questi allo scricciolo terribile che in salita è un riferimento.

La Emonda di Gaia Realini, usata per le frazioni più impegnative
La Emonda di Gaia Realini, usata per le frazioni più impegnative
Come stai prima di tutto?

Sto bene, grazie. Dopo il Giro mi sono goduta qualche giorno a casa, in pieno relax con la mia famiglia e amici. Poi è stato tempo di ricominciare sono andata in ritiro con la nazionale a Livigno.

Quale è stato, se c’è stato, il momento più difficile?

Il momento più difficile al Giro è stata la quinta tappa. Era una delle più dure di questa edizione, io ed Elisa Longo Borghini eravamo nel primo gruppo, poi nel finale, sull’ultima ascesa lei e Van Vleuten si sono avvantaggiate di qualche metro. Ho iniziato la discesa una decina di secondi dietro a loro e, dopo uno dei primi tornanti, ho visto una bici rossa che sbucava da dietro un accumulo di terriccio. Ho subito avvertito l’ammiraglia dicendo che Elisa era caduta e loro mi hanno rassicurata dicendomi di continuare.

In gara Realini usa la Emonda, ma c’è anche la Madone
In gara Realini usa la Emonda, ma c’è anche la Madone
Ti ha condizionato del prosieguo della tappa?

Sinceramente non ero molto tranquilla, ma sono riuscita a finire la tappa a ridosso delle prime. Dopo la tappa cercavo Elisa e speravo mi dicessero qualcosa ma con le premiazioni è stato difficile. Appena rientrata al bus l’ho vista e mi ha detto che aveva male ovunque. Insomma, è stata una giornata non facile da mettersi alle spalle.

Gaia Realini e la sua bici, usi sempre la Emonda?

La scelta della bici in gara dipende dal tracciato. Se è prevalentemente pianeggiante, veloce e scorrevole, utilizzo volentieri anche la Madone. Se però il tracciato è vallonato e con salite lunghe o di media lunghezza, utilizzo la Emonda. Per entrambe ho la taglia 47.

Hai chiesto delle modifiche specifiche per adattare la bici alle tue esigenze?

Sinceramente no, non ho fatto richiesta particolari. Mi sono fidata molto della parola e del consiglio dei nostri tecnici e meccanici. Diverse accortezze sono state rese necessarie per rendermi performante in sella, perché sono un po’ fuori misura. Ad esempio si è adottata la soluzione del reggisella con off-set avanzato.

Quali sono invece i rapporti che normalmente usi?

Normalmente i rapporti sono 52-39 e 10-33. Opto quasi quasi sempre per questa combinazione. Quando si vanno ad affrontare salite con pendenze più arcigne, la variabile sta nella combinazione delle corone, 50-37. Dietro invece sempre i pignoni con scala 10-33.

Mani alte anche in discesa, ma si lavora per cambiare assetto
Mani alte anche in discesa, ma si lavora per cambiare assetto
Una cosa che non cambieresti mai sulla tua bici?

La bici nella sua interezza. Veramente, mi trovo benissimo con tutta la componentistica che abbiamo e fin da subito, grazie al consiglio dei tecnici, ho trovato un ottimo feeling in sella. Che si tratti di Madone o Emonda, ho sempre il comfort di cui ho bisogno per andare forte.

Perché tieni sempre le mani alte, anche nelle discese veloci?

Il fatto di tenere le mani alte anche in discesa non ha un motivo preciso. Mi rendo conto che questa posizione non è l’ideale, ma ho iniziato così e ora mi sto allenando per cambiare.

Mosca: la fuga e quella (quasi) maglia a pois…

07.08.2023
5 min
Salva

KRAKOW – “Una vita da mediano, lavorando come Oriali. Anni di fatica e botte e vinci casomai i mondiali”, così cantava Ligabue parafrasando il calcio. Il mediano del ciclismo è il gregario e la lista sarebbe molto più lunga rispetto all’Oriali della situazione. Al Tour de Pologne c’era forse il gregario perfetto, Salvatore Puccio, ma c’era anche Jacopo Mosca.

Il corridore della Lidl-Trek stavolta non vestiva i soliti panni. Aveva un altro ruolo. Stava conquistando la maglia dei Gpm con voglia, gambe, intelligenza. Era sempre entrato nella fuga buona. Poi nel giorno del tappone, la quinta frazione, che metteva in palio più punti dell’intero Polonia, succede che la fuga la prende, ma non è quella buona. E i sogni svaniscono.

Jacopo Mosca (classe 1993) in maglia a pois blu al Tour de Pologne
Jacopo Mosca (classe 1993) in maglia a pois blu al Tour de Pologne

Sogno sfumato

Tornando a Ligabue, lotti e le botte magari le dai anche, ma se il destino dice che tu non devi vincere, non vinci. Lottatori e “dannati”: alla fine sono questi i corridori che più piacciono. A Mosca restano tre giorni sul podio e una maglia da guardare con orgoglio e piacere una volta a casa. Cosa che ci aveva detto lui stesso.

Il secondo giorno, aveva concluso la frazione con cinque punti, come Lucas Hamilton. Erano leader entrambi.

«Magari mi danno la maglia a pois per simpatia», ci aveva detto Jacopo dopo il traguardo.

Il giorno successivo prima del via ci fa: «Ohi, forse non gli sono stato simpatico! Non me l’hanno data!». Ma mentre scherzava era già in prima linea. Voleva tornare in fuga. Aveva riassaporato dopo parecchio tempo quelle sensazioni di libertà. Aveva un progetto chiaro in testa.

E il progetto stava andando bene. L’unica consolazione è che quella maglia è rimasta in casa Lidl-Trek. Markus Hoelgaard in teoria doveva difenderla dagli attacchi, ma una volta fiutato il pericolo di perderla giustamente ha affondato il colpo. Meglio lui, della Lidl, che un altro.

Il piemontese è stato spesso in fuga, poi quando i sogni sono sfumati nell’ultima tappa ha aiutato il velocista della squadra
Il piemontese è stato spesso in fuga, poi quando i sogni sono sfumati nell’ultima tappa ha aiutato il velocista della squadra

Quasi come Ciccone

Mosca era un po’ il Ciccone del Polonia. E come Cicco a gestito le energie. Attaccava quando era il momento, si staccava per risparmiare negli altri frangenti.

«Sì – commenta Mosca con ironia – ma Cicco era al Tour! La differenza era che i puntini qui erano blu e in Francia sono rossi. La sua era più bella. Un po’ come Instagram versus realtà! Sul social è bellissima, nella realtà decisamente meno… Lui aveva quella grossa, io quella più piccola! A parte tutto ci abbiamo provato. Spesso il gruppo non ci ha lasciato troppo spazio, ma va bene così». 

«Quella maglia a pois la porterò a casa e me la guarderò», ha scherzato Mosca qui poco prima di indossarla per la prima volta
«Quella maglia a pois la porterò a casa e me la guarderò», ha scherzato Mosca qui poco prima di indossarla per la prima volta

Capitano per un giorno

Sentirsi leader. Una sensazione insolita per Mosca. Lui è uno dei gregari più apprezzati. Sa fare bene il suo lavoro. Poi è arrivata questa opportunità.

«Eravamo venuti al Polonia per aiutare Edward Theuns nelle volate – ha detto Mosca – io ed Otto Vergaerde dovevamo supportarlo nel finale. Poi c’è stato un po’ di spazio e questo, per noi che lavoriamo sempre, è bello. Ti dà la carica.

«Mi ero “inventato” questo obiettivo della maglia dei Gpm, ma sapevo che la tappa numero cinque sarebbe stata decisiva». E così è stato…

Mosca entra poi anche nel dettaglio tecnico. Andare in fuga, lottare quando mancano tanti chilometri all’arrivo, comporta anche un approccio differente.

«Nei primi anni da pro’ – va avanti Mosca – facevo solo quello: ero sempre in fuga. A me piace attaccare, chiaramente oggi con il gruppo che va sempre più forte è anche difficile andarci e una volta che ci riesci sicuramente spendi di più. 

«E il discorso è semplice: per stare fuori da solo, o in pochi, prendi più aria e per fare velocità fai più watt. Quindi spendi di più e di più devi mangiare. Ma devo dire che tra App, riunioni e soprattutto esperienza ti gestisci alla grande».

Alla fine Jacopo è stato in testa alla classifica dei Gpm per tre giorni
Jacopo ha indossato la maglia a pois per tre giorni

Studiando Elisa…

Mosca è ottimista, propositivo. Più o meno scherzando gli chiediamo se in questo Polonia, in cui è stato più libero, ha chiesto qualche consiglio alla sua compagna, Elisa Longo Borghini.

«Ah – ride Mosca – semmai dovrei essere io a darle dei consigli su come andare in fuga. Lei ci va di gambe. Io me la devo guadagnare. I suoi attacchi non contano come fughe! Sono sono le azioni di quelli forti!

«Scherzi a parte, andare in fuga è bello. Ma è interessante vedere i suoi approcci alle corse, agli attacchi. In questo modo anche io vedo come affronta la gara un leader. Lo vedo da un’altra angolazione. E quando ho a che fare con i miei compagni che puntano a qualcosa penso ai sacrifici che devono fare, alle pressioni che hanno addosso…

«Non è detto che essendo nati più forti, tutto gli venga facile, così come per noi che “andiamo più piano”. Alla fine loro hanno gambe migliori, sono stati più fortunati, ma su certi aspetti siamo uguali. Tutti e tutte facciamo i ciclisti al 100 per cento, altrimenti coi tempi di oggi non vedremmo neanche la coda del gruppo».

Il “riposo della mente”: lo spiega Elisabetta Borgia

02.08.2023
5 min
Salva

«Ho fatto una settimana di riposo completo dopo il campionato italiano, più per la testa che per il fisico». Così ci ha detto Busatto (foto Instagram di apertura) al ritiro di Sestriere con la nazionale U23. Da questa affermazione è nata una domanda che ci è rimasta nella testa per un po’ di tempo: quanto è importante riposare la mente?

La risposta arriva da Elisabetta Borgia, psicologa dello sport della Lidl-Trek. Rientrata lunedì dalla Francia, dove ha seguito le atlete al Tour Femmes, mentre oggi riparte verso Glasgow, direzione mondiali. Nell’attesa dell’imbarco, trova il tempo per rispondere alle nostre domande.

Skjelmose è arrivato giovanissimo nell’orbita Lidl-Trek: la sua crescita è stata gestita tenendo conto anche dei periodi di recupero
Skjelmose è arrivato giovanissimo nell’orbita Lidl-Trek: la sua crescita è stata gestita tenendo conto anche dei periodi di recupero
Partiamo dall’affermazione di Busatto…

La fatica non è sempre e solo fisica, ma anche psicologica. Il livello delle competizioni si alza sempre di più e per rimanere al top serve tanta concentrazione e dedizione. Ogni dettaglio conta, e nel curare i particolari fin nei minimi termini si consumano tante energie. 

Da qui il riposo della mente?

Il nostro serbatoio non è illimitato, anzi. Il problema è che quando la spia si accende è già tardi, bisogna intervenire prima. 

E come si fa?

Si pianifica la stagione, non solo per i picchi di forma fisica, ma anche mentale. E’ difficile per gli atleti staccare nei momenti di riposo, ma bisogna accettare che anche il riposo è importante, anzi, fondamentale. Altrimenti si rischia il “burnout”.

Un riposo fruttuoso, il corridore della Circus-ReUz era uno dei più attivi nel ritiro della nazionale al Sestriere
Un riposo fruttuoso, il corridore della Circus-ReUz era uno dei più attivi nel ritiro della nazionale al Sestriere
Cos’è?

Si tratta di una sindrome psicofisica che ci porta a ritrovarci senza energie, svuotati. Ed una volta arrivati al burnout è già troppo tardi.

Parlaci di questi picchi di forma mentale.

Un corridore, insieme alla squadra, ad inizio anno decide il calendario delle gare e da lì pianifica la stagione e gli allenamenti. Preparare un grande appuntamento stressa, l’atleta è super concentrato e focalizzato sull’obiettivo. Ma questo deve essere un crescendo, non si può pensare di andare a manetta da dicembre a ottobre. 

Quindi come si lavora?

Per obiettivi: pian piano vai a “stringere” mentalmente. Un esempio: se punti a far bene al Giro, che si corre a maggio, a dicembre potrai essere più tranquillo. Magari ti fai un’uscita con gli amici, una passeggiata con il cane, leggi un libro, passi un giorno in più con la fidanzata. Questo perché quando sarai chiamato a concentrarti al 100% sarai fresco e pronto per farlo. Se parti a fare la vita da atleta al massimo fin da inizio stagione rischi di essere finito ad aprile.

I grandi appuntamenti sfiniscono gli atleti, il riposo diventa fondamentale per ritornare competitivi
I grandi appuntamenti sfiniscono gli atleti, il riposo diventa fondamentale per ritornare competitivi
Così all’avvicinarsi dell’appuntamento sarai pronto a fare il necessario per andare al top della condizione?

Esatto, quando il corridore si troverà in altura, sarà pronto ad essere focalizzato sull’obiettivo, avrà la volontà di fare quel qualcosa in più per arrivare al top all’appuntamento. 

Come si crea questo programma?

Personalmente faccio così: calendario alla mano, dividiamo i periodi in verde, giallo e rosso. Dove il verde è il recupero, il giallo è l’inizio della preparazione e il rosso è la gara ed i giorni precedenti. Quello che a volte non si capisce è che il periodo “verde” è importante tanto quello “rosso”. Se voglio essere al massimo devo fare in modo di riposare, perché solo in quel caso sarò pronto a fare i sacrifici necessari. 

Tornando a Busatto, lui dopo il campionato italiano si è fermato, per preparare il mondiale e Tour de l’Avenir, suoi principali obiettivi della stagione.

Probabilmente chi lavora con lui, o Busatto stesso, hanno capito che se avesse tirato dritto probabilmente sarebbe arrivato stanco a questi appuntamenti. 

Un corridore esperto è in grado di riconoscere quando ha bisogno dei periodi di riposo (foto Instagram Geraint Thomas)
Un corridore esperto è in grado di riconoscere quando ha bisogno dei periodi di riposo (foto Instagram Geraint Thomas)
Per i giovani i periodi e la programmazione dei picchi mentali sono ugualmente importanti?

Forse anche di più. L’età è un fattore fondamentale, quanto costa ad un ragazzo giovane questo tipo di vita? Tanto, se non ha modo di svagare con la mente e di pensare anche ad altro. Per questo dico spesso che non bisogna investire il proprio tempo solo su una cosa, ma cercare altro: passioni sane che una volta finito l’allenamento o il periodo di gare, li aiutino a riposare la mente. Sono professionisti ed il loro lavoro è questo, ma non sono macchine. Però c’è una fregatura…

Quale?

Che i giovani sono molto sul “fare”, è una cultura molto pericolosa che le passate generazioni non avevano. Ora i ragazzi crescono e diventano professionisti con tanti numeri da controllare e con i quali sono controllati. Un conto è un adulto che negli anni si è visto arrivare queste nuove informazioni, ma con la consapevolezza e la capacità di saperle leggere. Un altro è lo stimolo continuo, con il rischio di pensare solo alla bici.

Il rientro di Balsamo. Tanta fatica e feeling da ritrovare

01.08.2023
4 min
Salva

MONTICHIARI – Il suo è stato uno dei rientri più attesi. Il brutto infortunio occorso a fine maggio a Elisa Balsamo aveva condizionato in un colpo solo i pensieri iridati dei cittì delle nazionali strada e pista. Ora la cuneese è tornata a disposizione e ha tanta voglia di essere utile alla causa.

Si è data tanto da fare la 25enne della Lidl-Trek negli ultimi due mesi. Parte del suo recupero lo abbiamo trattato con Elisabetta Borgia pochi giorni fa. Balsamo ha ripreso al Tour Femmes. Una partecipazione senza alcuna velleità, non poteva essere altrimenti. Un bel quinto posto in volata al terzo giorno di gara comunque lo ha ottenuto, prima di abbandonare dopo la sesta tappa per non compromettere il cammino della seconda parte di stagione, che inizia con i mondiali di Glasgow. A Montichiari, Balsamo lavora sia nella palestrina del velodromo che in pista con esercizi specifici. Tra uno e l’altro, parte il nostro botta e risposta mentre sta mangiando una barretta.

Dopo il rientro al Tour, il programma di Balsamo prevede mondiali, un paio di gare a tappe e altre semi-classiche
Dopo il rientro al Tour, il programma di Balsamo prevede mondiali, un paio di gare a tappe e altre semi-classiche
Elisa, masticare ti dà ancora fastidio?

No, adesso riesco abbastanza bene. Solo i cibi estremamente duri e croccanti, come ad esempio una mandorla, ancora non riesco a morderli bene. Per il resto devo dire che ho sistemato quasi tutto. I denti non sono tutti a posto, ma quelli per la masticazione sono stati sistemati.

Com’è stato alimentarsi in gara dopo un incidente come il tuo?

Non è stato facile. Per fortuna ora ci sono tanti prodotti morbidi, tipo gel o gelatine, che sono più semplici da mangiare. Poi si usano tanto le maltodestrine nelle borracce, quindi anche quello aiuta a tenerti alimentato. I panini soffici o le rice cake riesco a mangiarli più fuori dalla bici, perché posso masticarli con calma. Per la verità al Tour nei momenti tranquilli della tappa ci ho provato e mi sono allenata anche su quel tipo di gesto.

A livello posturale invece come va?

L’osteopata ha dovuto lavorare parecchio. Con la mano non sono ancora a posto al cento per cento. Mi fa ancora un po’ male e la posizione in bici non è perfetta, con le relative conseguenze. Si sa che il corpo è tutto collegato. L’impatto che ho preso in faccia ha avuto ripercussioni nella parte posteriore del fisico, tra cervicale e schiena.

In Francia com’è andata?

Sono andata al Tour per fare fatica. Ci voleva. Sono partita con sole tre settimane di allenamenti, non potevo aspettarmi altro. Ho fatto qualche giorno di recupero appena tornata dalla Francia. Spero che tutto il lavoro fatto finora venga fuori a breve.

Balsamo al Tour è rientrata con diversi obiettivi. Fare fatica e ritrovare feeling in gruppo e sulla bici
Balsamo al Tour è rientrata con diversi obiettivi. Fare fatica e ritrovare feeling in gruppo e sulla bici
Ai mondiali sarai impegnata in pista e strada?

Sì, anche se stiamo aspettando ancora qualche conferma. Su strada ho parlato con Paolo (il cittì Sangalli, ndr) e in teoria dovrei essere in squadra. In pista invece dobbiamo capire con Marco (il cittì Villa, ndr) chi correrà e quali saranno le specialità, ma sapremo tutto in questi ultimi giorni prima dell’inizio del mondiale.

Sangalli ci aveva detto che il circuito era perfetto per te

Sicuramente non ci arrivo con la condizione che avrei voluto. Sappiamo che ad un mondiale devi essere al 110 per cento quindi arrivarci all’80 per cento potrebbe non bastare. Però alla fine secondo me sarà un mondiale molto particolare. Ci sono tante curve, quasi certamente potrebbe piovere e questi fattori potrebbero rimescolare le carte in gioco. Le corse di questo tipo possono diventare molto imprevedibili. Io cercherò di fare del mio meglio con la condizione che ho, anche perché non si può fare diversamente (sorride, ndr).

Come hai vissuto la convalescenza?

Ho sempre cercato di essere ottimista, fin dai primi giorni. La voglia di tornare era tanta. E’ quella che mi ha spinto ad avere un recupero veloce. Anche il chirurgo non credeva ai propri occhi quando dopo un mese riuscivo a muovere la bocca abbastanza bene. Non se lo aspettava proprio, ma io mi sono impegnata tanto nella fisioterapia. Non è stato semplice però l’obiettivo di rientrare al Tour mi ha aiutato sicuramente.

Ulitmissime prove pre-mondiali a Montichiari per Balsamo (qui con Consonni) sotto le indicazioni del tecnico Masotti
Ulitmissime prove pre-mondiali a Montichiari per Balsamo (qui con Consonni) sotto le indicazioni del tecnico Masotti
Ti ha lasciato un po’ di paura questo infortunio?

In gruppo mi sono trovata abbastanza bene. Sicuramente in discesa o dove le velocità sono molto alte la sento ancora un po’, più che altro per la paura stessa di ricadere e farmi di nuovo male dopo la prima volta. Tuttavia uno degli obiettivi del Tour era quello di tornare per ritrovare un buon feeling in corsa. Per il momento penso di esserci riuscita abbastanza bene.

Qual è il programma di Elisa Balsamo dopo il mondiale?

Farò il Tour of Scandinavia ed il Simac Tour tra fine agosto ed inizio settembre. Potrei disputare anche Plouay ma valuteremo con la squadra. Poi correrò le gare in Italia e credo anche l’europeo. Per fortuna dopo Glasgow non finisce la stagione. Speriamo che arrivi ancora qualche bella soddisfazione.

Un urlo per due: Ciccone missione compiuta, Pogacar risorge

22.07.2023
5 min
Salva

«Quando all’auricolare mi hanno detto che se avessi preso i successivi punti al Gpm avrei vinto la maglia a pois, ho davvero capito che ce l’avrei fatta. E’ stato un momento molto bello», parole di Giulio Ciccone che poco dopo su quel Gpm, il Col de la Schlucht, transita per primo ed esulta. Urla come se fosse all’arrivo di una tappa. In qualche modo per lui il vero traguardo di giornata, ma potremmo dire di questo Tour de  France, era proprio quella linea a 1.136 metri sui Vosgi.

In quel momento l’abruzzese ha matematicamente conquistato la maglia a pois. Un primato ambito, prezioso, cercato, sudato… Dopo l’esultanza sul Gpm tanto spontanea quanto bella, Giulio spinge il bottoncino della radio per congratularsi con la squadra. Era stato lui stesso a Courchevel a dirci che ormai quella maglia, che già indossava, era un obiettivo per tutti.

Tadej Pogacar (classe 1998) esulta con forza a Le Markstein. E’ il secondo successo in questo Tour per lui
Tadej Pogacar (classe 1998) esulta con forza a Le Markstein. E’ il secondo successo in questo Tour per lui

Urla Pogacar

A Le Markestein però ridono (quasi) tutti. Ride e urla anche Tadej Pogacar, che ha vinto la tappa e conquista una vittoria che probabilmente non sarà tra le sue più belle, ma che dà tanta speranza allo sloveno. 

Quello del corridore della UAE Emirates è un urlo di sfogo. Una liberazione. E fa quasi strano vederlo festeggiare così. Ma dopo certe batoste e momenti difficili, per uno che non ci è abituato, è comprensibile. Oggi è sembrato correre con la voglia e la cattiveria di è solito a fare certe azioni, ma anche la consapevolezza di poterle prendere. E allora quell’urlo si capisce e assume tutt’altro aspetto.

«Oggi – ha detto Pogacar – mi sono sentito di nuovo me stesso. Sono stato bene dall’inizio alla fine della tappa ed è stato bello rivivere certe sensazioni dopo diversi giorni di sofferenza. Sono molto felice».

Gioiscono (quasi) tutti

Gioisce Jonas Vingegaard che mette in cassaforte il suo secondo Tour de France. Gioisce Felix Gall perché ha capito di poter iniziare a competere con i grandi. E fanno festa anche in casa Yates: Adam per la vittoria di Tadej e Simon per aver agguantato la quarta piazza.

E forse gioisce persino Thibaut Pinot, che ha regalato ancora una grande emozione a sé stesso e ai suoi tantissimi tifosi di tutto il mondo. Mentre era in fuga, c’è chi tifava per lui… e chi mente, ammettiamolo! Il vecchio Thibaut correva in casa. Era alla sua ultima occasione per fare bene alla Grande Boucle e si è preso la giusta passerella.

L’unico che non ride è Carlos Rodriguez che perde una posizione nella generale. Passa dal quarto al quinto posto, a vantaggio appunto di Simon Yates. Seppur giovane, il talento della Ineos-Grenadiers annovera l’ennesima caduta in carriera. Si complica la vita da solo.

Lui lotta ce la mette tutta. E’ fortissimo, basta vedere in che condizioni ha concluso una tappa da oltre 3.000 metri di dislivello, ma certo deve mettere a punto qualcosina.

Giulio ha vinto la maglia a pois: 1° Ciccone 105 punti; 2° Gall 92; 3° Vingegaard 89. Domani un Gpm di 4ª categoria che non cambierà la graduatoria
Giulio ha vinto la maglia a pois: 1° Ciccone 105 punti; 2° Gall 92; 3° Vingegaard 89. Domani un Gpm di 4ª categoria che non cambierà la graduatoria

Dopo Chiappucci

Ma in questo finale caotico, forse anche con qualche fuoco d’artificio in meno di quel che ci si attendeva, la notizia per gli italiani è la maglia a pois di Giulio Ciccone.

Il corridore della Lidl-Trek succede a Vingegaard – il danese lo scorso anno aveva vinto anche lquesta classifica – e per quanto riguarda gli italiani a Claudio Chiappucci. El Diablo siglò una doppietta tra il 1991 e il 1992.

Giulio aveva messo questa maglia tra gli obiettivi al via. A Bilbao si poteva pensare alla classifica, ad una tappa e al primato dei Gpm appunto. 

Lo scorso anno fu terzo e capì che tutto sommato si poteva fare. «E’ il gran giorno – aveva detto prima della tappa Ciccone – può essere uno dei più belli della mia vita, ma anche uno dei peggiori. Dovremmo stare davanti». E Cicco e la sua squadra sono stati dei cecchini. Attenti. Nelle prime posizioni sin dal chilometro zero.

«Penso che abbiano fatto qualcosa di incredibile oggi. Devo ringraziare tutta la squadra perché siamo partiti con un piano e hanno fatto tutto alla perfezione. Questa maglia è per loro. Hanno fatto più della metà del lavoro. Ora voglio godermela».

«L’obiettivo principale di questo Tour era vincere una tappa, ci sono andato vicino, ma non ci sono riuscito. Alla fine va benissimo così».

Bravo Cicco, francesi innamorati di te e della maglia a pois

19.07.2023
6 min
Salva

COURCHEVEL – «J’adore Giulio Cicconè». Pierre Rolland questa mattina era al villaggio di partenza del Tour de France. Intervistato, sul palco aveva espresso giudizio positivi sull’abruzzese e lo aveva dato come favorito per la maglia a pois. E anche Jalabert, commentatore tecnico per la Tv francese, lo aveva esaltato dicendo che gli piaceva il suo modo di correre: sempre all’attacco, sempre aggressivo. Jaja aveva ricordato il suo affondo nell’ultima tappa del Delfinato.

Che poi è un po’ il metodo francese di corsa per eccellenza, quello che si vede nella gare di Coupe de France. Quello che anche Roberto Damiani, diesse della Cofidis, squadra francese, ci aveva raccontato parlando di Champion, guarda caso vincitore del premio della fuga al Giro d’Italia.

Pierre Rolland (classe 1986) ha smesso di correre al termine della passata stagione
Pierre Rolland (classe 1986) ha smesso di correre al termine della passata stagione

Ciccone coraggioso

E Rolland lo abbiamo “braccato” una volta sceso da quel palco. Lui la maglia a pois del Tour ha cercato di conquistarla più volte. Ci è andato vicino ma non ci è riuscito. 

«Mi piace Ciccone – ha detto Rolland – poiché è un attaccante, è coraggioso. Lui aveva l’obiettivo di vincere la maglia a pois già prima di partire e questo è importante. E’ importante avere un obiettivo in generale, ma poi non è facile raggiungerlo.

«Non è un corridore che può lottare per la generale e fa bene a cercare altro, a cercare la maglia a pois. Questa maglia è simbolica, ha un grande valore».

Ed è vero: i francesi stravedono per questa maglia. Un simbolo che per certi aspetti è più riconoscibile di quella gialla. I gadget che distribuiscono al via, all’arrivo e lungo le strade sono i più numerosi. E chi la porta è lui stesso il simbolo della fatica.

Ieri dopo la crono, mentre Giulio sgambettava avanti e indietro e poi pedalava sui rulli, in tantissimi lo applaudivano e urlavano il suo nome: «Cicconè, Cicconè…».

La squadra serve

Rolland passa poi ai consigli per conquistare questo obiettivo. Lui ci ha provato, e come detto, non ci è riuscito. L’ha conquistata però in altre gare, come al Delfinato, dove in tanti hanno già il coltello fra i denti.

«Ciccone deve correre davanti, soprattutto oggi con questa partenza. Deve stare davanti sul Saisies e poi sul Roselend: questi due per forza. Lo attaccheranno. E magari provare a vincere il Col de la Loze, anche se sarà difficile: dipenderà molto da cosa farà Pogacar.

«Deve mettere nel sacco più punti possibile. E ogni volta che prende i punti di un Gpm poi si deve mettere in coda».

«La squadra in tutto questo – va avanti Pierre – è molto importante. Devono aiutarlo ogni volta che possono. Oggi mi aspetto che Skjelmose e almeno un altro compagno gli stiano vicino. Che il danese lo tiri e magari vada in fuga con lui».

E oggi la Lidl-Trek e Ciccone hanno corso esattamente come ha detto Rolland. Hanno fiaccato Powless, il diretto rivale, anche psicologicamente. Hanno corso compatti. Prima dei Gpm aumentavano per scongiurare gli attacchi.

I francesi amano la maglia a pois, per certi aspetti visto il loro modo di correre e d’intendere il ciclismo, anche più della maglia gialla
I francesi amano la maglia a pois, per certi aspetti visto il loro modo di correre e d’intendere il ciclismo, anche più della maglia gialla

Carota… e bastone

Ma se Rolland esalta Ciccone, da un’altra parte gli tira le orecchie. Magari questa maglia poteva indossarla già da un po’ secondo lui e non essere costretto a sfinirsi sulla Cote de Domancy – come visto ieri – per prendere quei 5 punti. E magari, perché no, aver vinto anche una tappa.

«Qualche errore – spiega Rolland – Ciccone lo ha commesso in questo Tour: è stato troppo generoso. Spesso si sforza molto. Dovrebbe stare più tranquillo e avere più sangue freddo. Insomma in qualche modo dovrebbe economizzare la sua corsa».

Ciccone dopo l’arrivo. La classifica dei Gpm ora recita: 1° Ciccone con 88 punti, 2° Gall con 82, 3° Vingegaard con 81
Ciccone dopo l’arrivo. La classifica dei Gpm ora recita: 1° Ciccone con 88 punti, 2° Gall con 82, 3° Vingegaard con 81

Parola a Giulio

E Ciccone cosa dice? «Oggi la corsa è andata come ci aspettavamo e come speravamo. Ma non è stata facile come può sembrare. Ero già in fuga prima del primo Gpm e ho speso tanto».

«Perché non ho tenuto sul Col de Loze? Avevo due strade oggi: fare come ho fatto, quindi attaccare prima e prendere i primi due Gpm – e ne ho presi tre – oppure provare a tenere duro sulla Loze. Ho scelto la prima strada. Poi chiaramente ero stanco».

Giulio è stato bravo. Determinato. Con la tripletta dei Gpm nei due giorni: Demancy, Saisies e Roselend, ha anche demoralizzato i suoi avversari, tanto è vero che già sul Roselend nessuno è più andato a fargli la volata per i punti. Merito della grinta e di una buona capacità di recupero nell’arco delle tre settimane. Cosa che a Powless, non è riuscita.

Ma se l’americano non fa più paura, ora il rivale più grande si chiama Felix Gall (e in teoria anche Jonas Vingegaard). Il re della tappa di oggi gli passa vicino durante le interviste. I due si salutano. 

«Eh – sospira Ciccone – adesso lui mi è vicinissimo. E mi è così vicino a causa di un regolamento che non trovo proprio giusto. Io è tanto che lotto. Ho vinto non so quanti Gpm di prima categoria. Lui ne ha vinto uno. Ma è così.

«Mi trovo a metà della terza settimana con questa maglia sulle spalle ed è un bel momento. Qui in Francia è davvero sentita. E’ un simbolo. Chiaro, ora dovrò stare sempre davanti e anticipare i Gpm (il pensiero e il rischio va soprattutto a sabato quando verso Le Markstein ce ne sono ben sei, ndr).

«Continuerò a lottare, anzi continueremo a lottare perché ormai è un obiettivo di squadra».

Ciccone, sia benedetto il coraggio di riprovarci

15.07.2023
3 min
Salva

MORZINE – Lo aveva detto al via, raccontandoci in un video quello che avrebbe voluto fare. Per questo, quando abbiamo visto Giulio Ciccone portare via la fuga, abbiamo pensato che forse da italiani avremmo vissuto una bella giornata. Ne avremmo tanto bisogno, ma dovremo accontentarci del trofeo del più combattivo (foto di apertura). Infatti gli uomini di classifica hanno deciso che oggi si sarebbero giocati la tappa e la fuga non è mai andata davvero. Anche se dentro non c’erano soggetti pericolosi.

Ciccone ha provato a portare via la fuga di forza, ma il gruppo non ha mai lasciato spazio
Ciccone ha provato a portare via la fuga di forza, ma il gruppo non ha mai lasciato spazio
E’ andata storta, insomma?

Era una tappa importante. Pensavamo che si potesse entrare nella fuga con le gambe e che si andasse all’arrivo. Le gambe c’erano, abbiamo provato, però non era la giornata buona. Abbiamo toppato, però alla fine questo è il ciclismo e non ci possiamo fare niente. Proveremo ancora nei prossimi giorni.

Mai arrendersi, no?

Ho provato a prendere qualche punto per la maglia a pois (al momento Ciccone è quarto, ndr) e abbiamo ancora una missione, quindi riproveremo. E’ un Tour veramente particolare. Ci sono delle giornate dove la fuga sembra non andare mai. Si va fortissimo e magari poi va di colpo. Ho tentato mille volte e non ci sono riuscito e oggi che invece è andata via di gambe, è mancata la fortuna. Le squadre dietro hanno deciso che non fosse il giorno.

E domani?

Voglio riprovarci, vincere una tappa è il mio obiettivo principale e non voglio arrivare a Parigi con un rimpianto.

Quanto andavano forte quando ti hanno ripreso?

Fanno un ritmo diverso. Quando sei in fuga prendi l’aria e tiri continuamente, mentre gli uomini di classifica fanno un ritmo forte e costante, ma stanno a ruota. Sono due modi di correre completamente diversi. Quando mi hanno preso, erano rimasti in pochi, quindi il ritmo che si stava facendo era già alto.

Dopo essere stato rirpeso, l’abuzzese ha gestito lo sforzo, pensando alla tappa di domani
Dopo essere stato rirpeso, l’abuzzese ha gestito lo sforzo, pensando alla tappa di domani
Perché si può parlare di una tappa anomala?

Pochissime volte avevo visto una situazione così. Nella fuga non c’era nessuno di troppo pericoloso, il primo era Pinot, che però ha parecchi minuti. Però hanno deciso…

Quando ti hanno ripreso, sei riuscito a gestirti?

Non essendo in classifica, dovevo essere anche intelligente a salvarmi per i giorni successivi. E domani è un altro giorno, siamo qui per riprovarci…