Contini 1982

Contini, quel giorno a Liegi e le uscite con Saronni

13.01.2022
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Nell’era del ciclismo specialistico ci è tornato alla mente un personaggio degli anni Ottanta, un corridore che sapeva emergere ovunque, nelle classiche come nei grandi Giri, pur non essendo (e lui stesso non perde occasione per ripeterlo) un campione. I più anziani ricorderanno la figura di Silvano Contini (nella foto d’apertura ai mondiali 1982, il suo anno d’oro), colui che riaprì la storia della Liegi-Bastogne-Liegi come la “course des italiens”, prima dei successi a ripetizione di Argentin, Bartoli e Bettini con condimento di altre vittorie tricolori.

Contini chiuse la sua carriera del 1990, poi non se ne è saputo più nulla, nel senso che è uscito dal mondo delle due ruote. Nessun incarico neanche a livello locale, nessuna ospitata televisiva. E’ rientrato nei ranghi, ma la curiosità di sapere che fine ha fatto ci è rimasta.

Contini famiglia 2021
Contini con la famiglia: alla sua destra il figlio Moreno, al centro la figlia Romina e sua moglie Bibiana
Contini famiglia 2021
Silvano Contini con parte della famiglia: suo genero Marco, sua figlia Romina e la moglie Bibiana

Da allora Contini, oggi 63 enne, si è sempre dedicato alla falegnameria di famiglia: «Ero stanco di girare il mondo – racconta – il ciclismo si era allontanato dal mio modo di essere. Misi la bici in soffitta e ce l’ho tenuta per 25 anni, ogni tanto sentivo qualche collega dei tempi, guardavo le gare in Tv ma nient’altro. Poi pian piano è tornata la nostalgia e ho ripreso in mano la bici: nei fine settimana mi vedo con Saronni al negozio di Luigi Botteon (ex pro’ dal 1987 al 1991) e ci facciamo una pedalata tranquilla, chiacchierando sul passato e il presente».

Con Saronni è rimasta quest’amicizia salda e duratura, mentre in gara ve le davate di santa ragione…

Eravamo amici già allora, avevamo praticamente iniziato insieme, ci affrontavamo già da junior. Ma non eravamo la stessa cosa: lui era un fuoriclasse, che ha vinto dappertutto e trionfato in corse importantissime, io ero un buon corridore che si difendeva un po’ su ogni terreno e che alla fine ha portato a casa un buon numero di vittorie. Oltretutto con Beppe abbiamo condiviso un anno alla Del Tongo e due alla Malvor (dal 1987 al 1989, ndr) dove trovammo anche Giovanni Visentini.

Contini gara
Contini è nato nel 1958 a Leggiuno (VA). Pro’ dal 1978 al 1990, ha conquistato 48 vittorie in carriera
Contini gara
Contini è nato nel 1958 a Leggiuno (VA). Pro’ dal 1978 al 1090, ha conquistato 48 vittorie
Dicevi di aver ottenuto un buon numero di vittorie: 48 per la precisione, con la Liegi come perla ma anche altri importanti traguardi come Giro di Germania, Giro dei Paesi Baschi… Qual era la tua forza?

Mi sono sempre applicato con forza e dedizione, ero molto serio nella mia vita d’atleta, anche se negli ultimi anni uscirono fuori tante storielle sulla mia vita privata. Negli ultimi due anni ero meno concentrato, sentivo che quello non era più il mio ambiente e decisi di chiudere. Tecnicamente me la cavavo dappertutto, ma credo che sia stata la testa la mia arma in più.

Tu passasti professionista molto presto, a 19 anni.

In quel periodo accadde lo stesso proprio con Saronni e Visentini, ma rispetto a oggi c’è una differenza sostanziale: ci davano il tempo per crescere. Io nel 1978 passai grazie alla Bianchi, ma in quella squadra c’era gente come Gimondi, De Muynck che vinse il Giro d’Italia, Knudsen, Van Linden che era un grande velocista. Non mi chiedevano di vincere, solo di imparare, come fossi a scuola e di crescere per gradi. E’ stata la scelta giusta, da lì sono venuti i risultati. Oggi invece vedo che tutto è esasperato.

Contini De Wolf 1982
Una storica foto d’epoca, la volata vincente su Fons De Wolf: la Liegi torna a essere italiana dopo 17 anni
Contini De Wolf 1982
Una storica foto d’epoca, la volata vincente su Fons De Wolf: la Liegi torna a essere italiana dopo 17 anni
Quando si parla di te la mente torna a quel giorno di primavera del 1982, quando trionfasti a Liegi. Che cosa ti è rimasto nella memoria di quel giorno?

Tutto. Quando ripenso a quello sprint con De Wolf, a quella ruota davanti sulla linea del traguardo mi sembra di averla vista ieri, di aver provato ieri quell’immensa gioia derivata dalla constatazione che avevo vinto. Sapevo di star bene, venivo dalla mia unica partecipazione alla Parigi-Roubaix chiusa al 25° posto pur non essendo la mia gara. Per vincere però serve che tutto collimi alla perfezione e quel giorno tutto girò davvero per il verso giusto. Ero un corridore che negli arrivi ristretti poteva dire la sua. Mi era già capitato un arrivo a due al Lombardia 1979, ma allora avevo di fronte un certo Hinault

Quell’Hinault con il quale battagliasti a lungo al Giro del 1982, chiuso al terzo posto.

Io ho avuto a che fare con grandi campioni e un fuoriclasse assoluto, che è alla stregua dei Coppi e Merckx. Molti paragonano i campioni di oggi a quelli del passato, ma bisogna andarci piano con i paragoni, quelli erano uomini speciali. Pogacar è bravissimo, ma deve ancora far vedere e vincere tanto prima di poter essere inserito in quella categoria.

Contini Bianchi 2021
Con Ferretti i “suoi ragazzi”: Pozzi, Vanotti, Baronchelli, Contini e a sinistra Prim
Contini Bianchi 2021
Con Ferretti i “suoi ragazzi”: Vanotti, Baronchelli, Contini e a sinistra Prim
C’è in vista un nuovo Contini?

E’ difficile da dire, giovani di valore ne abbiamo, il problema è che mancano le squadre. Ai miei tempi c’erano 8-10 team internazionali in Italia, i giovani avevano modo di poter passare e come detto essere lasciati crescere con calma, oggi il ciclismo ha costi enormi. Noi nel team eravamo al massimo in 15 corridori, ora ce ne sono 30 senza contare tutto il personale. Però un nome mi sento di farlo…

Chi?

Alessandro Covi, perché Saronni lo sta facendo crescere alla vecchia maniera, in un team di grandi corridori nel quale sta imparando. Beppe me ne dice un gran bene e penso che ci darà soddisfazioni quando sarà il momento giusto.

Aru, l’ultima tappa di un cammino non sempre agevole

07.09.2021
6 min
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La fine del cammino è segnata dal tic tac. Con i loro bastoncini da nordic walking, i pellegrini si mettono stanchi e sorridenti in coda, davanti all’Oficina de Acogida per mettere il “sello”, il sigillo sul loro registro di viaggio. Poco più in là, davanti alla Cattedrale di Santiago di Compostela, un altro tic tac, quello del cronometro, scandisce le ultime pedalate della carriera di Fabio Aru. Il Cavaliere dei 4 Mori ha scelto la Spagna, dove fu consacrato re nel 2015, per scendere di sella. Voleva conservare nelle orecchie e nel cuore l’applauso di un pubblico che l’ha conosciuto nel massimo splendore, che non l’ha dimenticato.

La scena perfetta

La scena è semplicemente perfetta, forse neppure lui se lo sarebbe potuto immaginare. Taglia il traguardo mentre la voce inconfondibile dello speaker Juan Mari Guajardo lo acclama. Sale sulla rampa che porta al podio allargando il suo sorriso più felice, quello dei giorni migliori e si lascia travolgere dagli applausi, dagli abbracci. Ci sono i suoi compagni, lo staff della Qhubeka-NextHash con la quale è rinato, ci sono mamma Antonella e papà Alessandro, c’è Valentina (che ha lasciato ai nonni la piccola Ginevra). E c’è il manager Alberto Ziliani che ha preparato per tutti magliette con la scritta “Il Cavaliere dei Quattro Mori” che ritraggono Fabio con le quattro maglie più importanti: tricolore, gialla, rosa e roja. Fabio è confuso, emozionatissimo, ringrazia e sorride. Improvvisamente è di nuovo al 100 per cento il campione che ha voluto essere, non sempre riuscendoci, non sempre per demerito proprio. 

La squadra gli ha riconosciuto l’impegno, tributandogli un saluto molto caloroso
La squadra gli ha riconosciuto l’impegno, tributandogli un saluto molto caloroso

Scrive Locatelli

Fabio abbraccia i genitori, come faceva quando li salutava nelle rare visite sul “continente”, ai tempi della Palazzago e della rigorosa conduzione di Olivano Locatelli. «E’ stato il solo che ha tirato fuori tutto il meglio di me a livello caratteriale, la grinta, la voglia di non mollare mai. Anche in questa Vuelta, lui che non scrive mai a nessuno, a me ha mandato un messaggio in cui mi diceva di non mollare. Ed è ciò che ho imparato da lui».

In quell’abbraccio c’è la riconoscenza verso chi gli ha consentito di spiccare il volo. Fabio ha trovato in casa le risorse per inseguire il proprio sogno, con “caparbietà”. Poi abbraccia a lungo Valentina, la donna della sua vita: «Lei è senza ombra di dubbio sopra tutti. E’ parte del mio percorso e di me stesso».

Del passato e del futuro, come lo sono stati tanti personaggi che idealmente sono ai piedi di quel palco, lungo quel “cammino” che per Fabio non è stato forse un pellegrinaggio, ma certo ha avuto tanti momenti di sofferenza. Entusiasmante nella prima fase, dal ciclocross ai successi da under 23 (doppio Val d’Aosta, su tutti). Dal debutto con podio in Colorado nel 2012 al trionfo nel Giro 2013 come gregario di Vincenzo Nibali. E poi le due annate d’oro, il 2014 e 2015 con i tre gradini del podio di Giro e Vuelta, il 2016 olimpico, il 2017 tricolore e giallo.

Dalla Sardegna, oltre a Carlo Alberto Melis, sono arrivati i genitori Alesandro e Antonella
Dalla Sardegna, oltre a Carlo Alberto Melis, sono arrivati i genitori Alesandro e Antonella

Figure chiave

Due i personaggi-cardine di quel periodo dell’Astana. Il primo è Paolo Tiralongo. «Con Tira abbiamo passato molti bei momenti e mi godo più quelli da corridore che non gli ultimi anni, come la sua vittoria al Giro. Quelli sono stati i momenti migliori».

L’altro è Beppe Martinelli: «A Martino devo la tattica, l’esperienza sui percorsi». Un rapporto schietto, intenso: «Da parte mia con certe persone il rapporto è sempre profondo».

Anche nel periodo buio della Uae Emirates, con l’operazione all’arteria iliaca e la difficile risalita, ci sono stati personaggi di spicco. Matxin o Saronni? «Matxin tutta la vita! A lui voglio bene e gliene vorrò sempre, una persona che mi ha dato e mi ha lasciato tanto, Saronni per me non esiste».

Le scelte di getto

Ecco, da lì in poi il percorso di Fabio Aru diventa un cammino in salita, talvolta al buio. Fabio, che recentemente ha rivelato a Famiglia Cristiana la propria fede, si chiude, come fa quando non riesce a dare in corsa la miglior immagine di sé. I suoi interlocutori sono selezionatissimi, evita i proclami, lavora in silenzio e in silenzio soffre per quelle critiche che arrivano come un fuoco amico. Spesso ha detto di non essersi mai allenato con l’intensità e la costanza degli anni in cui non ha vinto. «Le decisioni che ho preso di getto si sono rivelate meno buone», ammette. Tra queste, la scelta di alcune persone che accanto a lui non hanno funzionato. E in quei momenti che il filo invisibile con la Sardegna è stato la sua salvezza. Il conforto degli amici veri gli ha fatto digerire il voltafaccia dei finti tifosi. «Sono sempre stato nell’occhio del ciclone, si parla spesso di me, fa notizia se non arrivano i risultati. Adesso magari se ne parlerà un po’ meno…», dice tradendo l’amarezza.

Sorridente alle interviste alla fine del cammino, come dopo essersi tolto un peso dalle spalle
Sorridente alle interviste alla fine del cammino, come dopo essersi tolto un peso dalle spalle

L’asticella sempre alta

Sul podio della Vuelta (con la bandiera sarda che lo fece ribattezzare da Riccardo Magrini “Il Cavaliere dei 4 Mori”) o ciondolante sulla bici in coda al gruppo nei giorni più bui, Fabio è sempre rimasto se stesso. Ed è così, può piacere o no. Il suo carattere testardo, deciso, lo ha fatto arrivare dove le gambe non lo avrebbero portato. La sua determinazione lo ha spinto oltre un’asticella che ha sempre cercato di sollevare al massimo. Ha sempre voluto competere al massimo livello. Soltanto quest’anno, quando è entrato in una squadra diversa dalle altre, la Qhubeka-NextHash dopo la consapevole rinuncia al Tour de France, ha accettato di ridimensionarsi. In Romania ha fatto una scelta in linea con quella di tornare alla semplicità del fango, al ciclocross. E lì ha ritrovato la sua dimensione. Quella di corridore d’attacco, a caccia della vittoria.

E con la mascherina si riconosce Valentina Bugnone, sua compagna e mamma di Ginevra, rimasta con i nonni
E con la mascherina si riconosce Valentina Bugnone, sua compagna e mamma di Ginevra, rimasta con i nonni

Cuore sardo

A quel punto ha capito di essere nel punto giusto del cammino. Gli mancava fare la stessa cosa al cospetto dei rivali più forti e il secondo posto di Burgos lo ha fatto sentire di nuovo Fabio Aru. Adesso poteva lasciare senza che sembrasse una fuga dall’incubo. Ha scelto lui quando smettere, ha fatto di testa sua, come sempre. Scende dalla bici a 31 anni e 2 mesi, la stessa età che aveva Gigi Riva quando lasciò il calcio accasciandosi sul prato con un grido di dolore. Fabio Aru lascia con il sorriso, dopo aver dato un nuovo simbolo alla Sardegna che già ne sente la mancanza e ha chi gli chiede perché risponde: «Perché voglio godere appieno della mia grande passione, andare in bicicletta».

Pogacar Liegi 2021

Pogacar come Merckx? Parola a Saronni che li conosce…

18.06.2021
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Pogacar come Merckx. Il paragone può sembrare azzardato, irriverente, esagerato, però è un fatto che lo sloveno sta diventando una sorta di “re mida” del ciclismo: dove va, vince. Che siano grandi Giri o gare a tappe brevi, grandi classiche o prove locali, il denominatore è uno solo, il suo arrivo a braccia alzate. Alla faccia della specializzazione e anche di quei sottili equilibri che regnano fra i corridori e le squadre, dove ognuno reclama un pezzetto di spazio.

Giuseppe Saronni, che fa parte dell’Uae Team Emirates e in certi momenti una sorta di Pigmalione per lo sloveno, con Merckx ci ha corso e quindi è la persona ideale per fare da ponte fra i due periodi: «Era il ‘77, io entravo nel mondo professionistico e lui stava per lasciarlo, facemmo insieme il Giro di Sardegna e qualche altra gara, poi a metà stagione si ritirò. Non era certo il Merckx dei bei tempi, ma aveva ancora un carisma enorme».

Saronni Ulissi 2019
Saronni con Diego Ulissi, secondo al Giro di Slovenia aiutando Pogacar a conquistare il successo pieno
Saronni Ulissi 2019
Saronni con Diego Ulissi, secondo al Giro di Slovenia aiutando Pogacar a conquistare il successo pieno
Il paragone ci può stare?

E’ azzardato, ma è un dato di fatto che siamo di fronte a un vero talento che fa di tutto per vincere, che lotta sempre per il massimo risultato. Tadej sa bene che il prossimo Tour sarà ben diverso da quello passato, perché l’atteggiamento degli altri nei suoi confronti sarà cambiato. Lo scorso anno ha vinto anche per errori altrui, che difficilmente verranno ripetuti: i team stanno cambiando le strategie in vista della Grande Boucle e bisognerà tenerne conto.

Resta il fatto che, in qualsiasi gara va, Pogacar vince, sembra non lasciare agli altri che le briciole, proprio come faceva il “cannibale”…

Beh, lui neanche quelle… – afferma Saronni ridendo – Eddy aveva uno strapotere tale da schiacciare tutto il mondo ciclistico, i corridori proprio non riuscivano a trovare spazi e prendevano quello che potevano. Anche in quel breve frangente che condividemmo le nostre strade, sentivo che i corridori facevano di tutto per staccarlo, per batterlo, era ancora un motivo di vanto anche se non era più il Merckx dei bei tempi.

Merckx Colnago
Merckx con Ernesto Colnago, oggi al fianco di Pogacar: un altro trait union fra due epoche
Merckx Colnago
Merckx con Ernesto Colnago, oggi al fianco di Pogacar: un altro trait union fra due epoche
Rapportando tutto questo a oggi e a Tadej?

Sono epoche troppo diverse: noi facevamo 120-130 giorni di gara, oggi al massimo si raggiungono gli 80. Merckx in un anno vinceva 50 gare, io ne vincevo 40, oggi Tadej che ne vince 15 scatena grandi discussioni come stiamo facendo noi ora. Chi vince tanto dà fastidio, è chiaro ma è anche normale che sia così e ciò comporta che gli altri ti corrano contro.

Anche altri vincono molto, ma Tadej riesce a farlo nei contesti più disparati, battendo gli specialisti delle classiche come quelli delle brevi corse a tappe…

Nelle corse in linea intervengono molti fattori e puoi anche cogliere le occasioni, soprattutto su certi percorsi, nei grandi Giri il discorso è diverso. Questo Tour sarà particolare, con un Roglic che ha corso meno e arriva più carico: magari nell’ultima settimana avrà ancora qualche scricchiolio, ma resta il grande antagonista. La Ineos ha la squadra più forte, ma non c’è il riferimento assoluto, hanno 4-5 corridori che possono però gestire la corsa. Sarà un Tour complicato e questo Tadej lo sa.

Pogacar Slovenia 2021
L’ultimo trionfo di Pogacar nel 2021, dominando nella sua Slovenia (foto Rai/Getty Images)
Pogacar Slovenia 2021
L’ultimo trionfo di Pogacar nel 2021, dominando nella sua Slovenia (foto Rai/Getty Images)
Come ci arriva?

Lui è sempre pronto, sempre di buon umore, con l’approccio giusto. Sarà fondamentale superare la prima settimana senza incidenti e fra questi inserisco ventagli, cadute, piccoli errori. Vedremo poi come interpretare la corsa: è un Tour diverso dallo scorso anno, con meno arrivi in salita, con molti chilometri a cronometro ma non con la cronoscalata del 2020 che sconvolse la classifica.

E come ci arriva la Uae? Si disse lo scorso anno che Pogacar aveva vinto pur senza avere un team all’altezza, ma quest’anno sembra una formazione diversa…

Molto dipenderà da loro: corridori come Majka, McNulty, Hirschi, lo stesso Formolo saranno utilissimi in pianura e in media montagna, ma sarà fondamentale che qualcuno di loro sia con Tadej quando nelle salite principali il gruppo dei migliori si assottiglierà, rimarranno in 12-15 e fra questi più uomini di Ineos, Lotto, Jumbo. Tadej non dovrà rimanere solo, perché non potrà rispondere a tutti. I ragazzi sanno che la conferma della maglia gialla passa anche per le loro ruote…

Saronni su Roglic: «Gliel’hanno fatta pagare»

16.03.2021
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Lo spettacolare epilogo della Parigi-Nizza non può passare in archivio senza una riflessione su quanto avvenuto nel weekend: prima la rimonta fin sul traguardo di Roglic sul carneade svizzero Mader, poi il giorno dopo le sue cadute e i conseguenti attacchi dei rivali in classifica, che hanno portato alla sconfitta finale. Due eventi strettamente connessi fra loro? E’ evidente che possono avere diverse letture. Abbiamo provato a rivivere il tutto con Giuseppe Saronni, chiamandolo in causa sia in qualità di ex corridore che di team manager proprio per approfondire le vicende da più punti di vista.

Nel 2001, Simoni vince il Giro con Saronni manager e Moser mentore. Non proprio facce da fair play
Nel 2001, Simoni vince il Giro con Saronni manager e Moser mentore.
Partiamo da sabato e dal sorpasso di Roglic su Mader a 30 metri dal traguardo: ha fatto bene?

E’ difficile dare una risposta secca: un corridore quand’è in gara vuole sempre vincere, se vede la preda l’agguanta, è nella sua natura. Ma è anche vero che se sei il numero 1 al mondo, se vieni da due successi consecutivi e sei in testa alla classifica, pensi anche a cercarti qualche amico lungo la strada. Nel mondo del ciclismo c’è anche questa sorta di “vivi e lascia vivere”. Capisco Roglic che come atleta è portato a cercare sempre la vittoria, ma il “politically correct” vorrebbe anche che, in certe situazioni, ci si possa pensare un po’ di più, perché chi vince tanto un po’ dà fastidio.

Guardiamo però il rovescio della medaglia: Roglic è un professionista stipendiato da un team, che giustamente pretende sempre il massimo risultato e per questo deve sfruttare ogni occasione…

E’ un ragionamento ovvio, ma fa parte di quelle riflessioni che appunto si fanno a freddo. Quando sei in corsa non fai i conti del ragioniere, è chiaro che in funzione della squadra, dello sponsor hai dei doveri, ma in quei frangenti conta solo il corridore, il suo istinto, il suo orgoglio. Aveva vinto già due tappe, poteva rinunciare? Forse sì, ma di dire che ha sbagliato non me la sento.

Roglic è caduto, ultima tappa della Parigi-Nizza: Astana e Bora attaccano
Roglic è caduto, Astana e Bora attaccano
Ragionando da team manager, come avrebbe dovuto comportarsi?

In queste situazioni il team manager, ma anche e soprattutto il direttore sportivo può molto poco. Sono situazioni che si vivono sugli istanti, lì come detto è tutto affidato all’istinto di chi corre. E’ chiaro che una vittoria è sempre bene accetta, ma non stai lì a suggerire che cosa fare, in quei frangenti chi corre è solo con se stesso.

Hai la sensazione che il giorno dopo gliel’abbiamo fatta un po’ pagare?

Dico la verità, qualche voce mi è giunta alle orecchie, ma a scanso di equivoci voglio essere chiaro: io al fair play in corsa non ci credo e non ci ho mai creduto, né quando correvo né da dirigente. Ci sono momenti nei quali ci si aspetta, ma quando la gara entra nel vivo è battaglia aperta, il fair play non ha senso, non lo capisco. Se devo aspettare il mio avversario allora aspettiamo tutti: appena cade uno, ci si ferma e allora che gara è? Poi se davvero c’è stato un accordo contro Roglic non lo sapremo forse mai. Sicuramente dominava e, come detto, chi vince troppo non ha molti amici nel gruppo. Diciamo che quel che è avvenuto il giorno prima ha acuito lo spirito di gara.

Pogacar a Castelfidardo ha messo VdP nel mirino. Secondo Saronni, se lo avesse visto prima, lo avrebbe ripreso
Pogacar a Castelfidardo ha ormai VdP nel mirino
Facendo un parallelo con la Tirreno-Adriatico e l’epilogo di Castelfidardo, Pogacar avrebbe raggiunto Van Der Poel se avesse potuto?

Io non l’ho sentito, ho preferito lasciarlo tranquillo, ma secondo me non pensava di andare a prendere l’olandese. Guardava più alla classifica, a guadagnare su Van Aert. Magari se lo avesse visto un chilometro prima, accorgendosi che Van Der Poel non ne aveva più, in quel caso l’istinto sarebbe stato di andarlo a prendere, perché il carattere del corridore è quello. Non si aspettava che VDP mollasse, sono sicuro che nel dopo gara si sia mangiato le mani per l’occasione persa…