Viviani_Oro_omnium_rio2016

L’idea di Viviani: tornerò in pista

30.09.2020
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Elia Viviani alla pista ci pensa, eccome. Le analisi di Roberto Damiani e Marco Villa le ha già condivise in pieno. Per questo il suo programma di qui ai Giochi di Tokyo ritroverà quei lavori in pista che gli permetteranno di ridiventare brillante come dopo Rio 2016. Fra questi, tutti quelli necessari per giocarsi la presenza nel quartetto e poi cercare la conferma nel “suo” omnium.

Le parole di Villa del resto sono state più che esplicite: alle Olimpiadi ci saranno cinque pistard azzurri. Due faranno il madison, uno l’omnium, quattro il quartetto. In quest’ultimo, comanderà il cronometro.

viviani_tricolore_2018
Campionati italiani strada 2018, batte in volata Pozzovivo ed è tricolore
viviani_tricolore_2018
Campionati italiani strada 2018, batte in volata Pozzovivo ed è tricolore
E Viviani al quartetto ci pensa?

Certo che ce l’ho in testa. Ma il livello attuale è troppo alto perché io possa pensare di salire in pista e andare. Dovrò fare parte della preparazione del gruppo azzurro e a quel punto anche io potrò dare il mio contributo.

La concorrenza è nutrita.

C’è un bel gruppo e Marco (Villa, ndr) dovrà fare delle scelte. Ma io non posso pretendere di conquistarmi il posto iniziando a lavorare in pista un mese prima di Tokyo. Dovrò riprendere prima i lavori abbandonati perché dopo Rio ho puntato soltanto sulla strada. Dobbiamo usare bene quei cinque uomini.

Omnium e inseguimento a squadre possono convivere?

Si possono fare bene entrambi, mettendo però in pausa la strada.

Che cosa intendi?

Che già quest’inverno dovrò cominciare a fare la base per le partenze da fermo e tutti i lavori specifici necessari. Se poi nel 2021 farò il Tour, dovrò fermarmi su strada e andare in pista dopo le classiche. Se farò il Giro, avrò tutto il periodo successivo.

Quale delle due soluzioni converrebbe?

Ci sono pro e contro per entrambe. Se faccio il Giro, ho una grande base su cui fare il lavoro specifico. Se faccio il Tour, avendo svolto prima la preparazione specifica, arrivo a Tokyo al top di forma.

Villa dice che il miglior Viviani si vede dopo una grande corsa a tappe e vita ad esempio il tricolore vinto su Pozzovivo e Visconti dopo ave fatto il Giro.

Ha ragione lui. In un calendario normale, con il Giro di maggio, avrei potuto vincere anche il tricolore di Cittadella conquistato invece da Nizzolo.

Villa dice anche che in volata ti manca la punta di velocità della pista.

Ha ragione anche questa volta. Dovrò riprendere l’abitudine a certi sforzi e certi lavori. Con il passare degli anni dovrò incrementare il lavoro in pista per tenere le gambe più giovani. Come Cavendish nel 2016, che aveva ripreso ad andare in pista e tornò a vincere quattro tappe al Tour.

Cosa non ha funzionato al Tour?

Potrei dire che mancava il treno, ma la realtà è che a Parigi mi sono ritrovato nel posto giusto al momento giusto, eppure non ho avuto le gambe per venire fuori. Manca quello spunto di cui parla Villa. La squadra mi è vicina e sarebbe anche sciocco che non lo fosse, avendo un progetto di più anni. Le vittorie servono a tutti, non solo a me.

La Cofidis è d’accordo che tu a un certo punto molli la strada per la pista?

Era stato concordato al momento della firma del contratto, nessun problema.

Prima di vincere la crono di Imola, Ganna ti ha chiamato dieci volte come fa di solito?

Ci siamo sentiti il giorno prima. Gli ho dato il consiglio che funzionò con me a Rio. Gli ho detto: «Hai fatto tutto quello che dovevi, la crono vinta alla Tirreno ti ha confermato che la condizione è arrivata. Concentrati sulla tua prestazione e non pensare agli altri!». Poi gli ho mandato un messaggio il giorno stesso, ma non lo ha letto…

Il ragazzo si è fatto grande?

Un paio di giorni dopo la crono ero al telefono con lui e mi sono reso conto che non stavo parlando con il ragazzino della pista, con cui si facevano sempre battute. Stavo parlando con il campione del mondo. Il ragazzino è cresciuto. Fra un po’ dovremo cominciare a dargli del Lei…

Longo Borghini, Van Vleuten, Imola2020

Romoli: grand’Italia è merito di Giorgia

27.09.2020
4 min
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L’occhio di Marina Romoli non sta mai fermo. Scruta il correre del gruppo ai mondiali di Imola. Si guarda intorno. Fa domande. Una in particolare la attanaglia.

«Perché nessun giornalista ha chiesto a Elisa come mai non abbia seguito Van der Breggen quando ha attaccato? Ha avuto paura di un fuorigiri che avrebbe pagato nel giro successivo? Lei è stata l’unica che in cima, quando un po’ spianava, ha avuto la forza di mettere un rapporto lungo…».

La risposta arriverà a breve tramite il telefono. Elisa Longo Borghini le spiegherà di non aver avuto gambe e di aver visto andar via l’olandese, attaccandosi poi alla Van Vleuten, inspiegabilmente attiva nella scia della compagna.

Marina Romoli, Giulia De Maio, Samuele Manfredi
Marina Romoli, Giulia De Maio e Samuele Manfredi
Marina Romoli, Giulia De Maio, Samuele Manfredi
Marina Romoli, la giornalista Giulia De Maio e Samuele Manfredi

Marina Romoli, classe 1988, è stata un’alteta di punta del movimento italiano. Nel 2006 è stata argento ai mondiali juniores, ma il 3 giugno del 2010 la sua vita cambiò drammaticamente. SI stava allenando vicino Airuno con il suo ragazzo Matteo Pelucchi, quando la piccola Chevrolet guidata da una signora ha svoltato verso sinistra, tagliandole la strada. Da allora e dopo traversie mediche di ogni tipo, Marina guarda il mondo da una sedia a rotelle, ma da campionessa qual è sempre stata, si sta laureando in psicologia.

Sei stata azzurra, che sensazione hai tratto vedendole correre?

E’ chiaro da sempre che in ogni gara di campionato, le ragazze sono tutte per una e una per tutte. E’ così da quando c’è Salvoldi. Una ruota che gira e che ha sempre pagato in termini di medaglie. Sacrificio. Unità. Lavoro di gruppo. Se non arriva la vittoria, di certo c’è una medaglia.

Un bronzo che vale quello di Longo Borghini?

Molto, perché c’erano atlete più quotate di lei. Parlo della Deignan, fortissima al Giro d’Italia, o di Niewiadoma. Ma la squadra ha lavorato bene. Van der Breggen è stata stellare. Mentre dietro scattavano, lei non perdeva. E quando sono arrivate in volata, sapevamo che Elisa avrebbe patito. Ma grazie al lavoro delle azzurre sono arrivate in due e per me fra bronzo e argento non c’era grossa differenza.

Lizzie Deignan
Lizzie Deignan, vincitrice della Liegi-Bastogne-Liegi
Lizzie Deignan
Lizzie Deignan, vincitrice della Liegi-Bastogne-Liegi
La sensazione è che il bel gruppo sia nato quando hanno smesso alcune senatrici.

C’era una sorta di chiusura, come fra gli uomini. C’era la convinzione che le giovani dovessero solo aspettare. Oggi è cambiato e ad esempio la Guderzo, che in altri tempi avrebbe potuto comportarsi diversamente, non si è mai fatta indietro per aiutare le ragazze.

Di chi è il merito secondo Marina Romoli?

Secondo me di Giorgia Bronzini. Da fuori si immaginavano chissà quali tensioni, ma il merito di Giorgia è stato aver dato a ciascuna il suo spazio in base alla condizione. Fra lei e Marta Bastianelli raramente ci sono state incomprensioni. Giorgia è stata l’atleta più carismatica degli ultimi anni e una come lei adesso manca. Elisa è calma e forte, ma non ha quell’appeal.

A Imola si sono mosse bene anche le giovani.

Ragusa è stata instancabile e anche Cavalli ha tentato il tutto per tutto. Brave davvero.

Come si inserisce in questa orchestra Letizia Paternoster?

Lei deve ancora maturare in certe corse più lunghe e dure. In pista invece è fortissima, tanto che se fossi Salvoldi, con lei mi giocherei il tutto per tutto a Tokyo, perché non le manca proprio nulla. Su strada c’è da fare, ma c’è anche tanto tempo davanti.

Avere un tecnico come Giorgia Bronzini la aiuterà?

Sicuramente sì e so che hanno accanto anche Elisabetta Borgia, una collega psicologa, che la aiuta a gestire l’aspetto mentale.

Longo Borghini si è ribellata alla risposta di Van der Breggen sul fatto che le ragazze olandesi sarebbero più libere di fare sport rispetto ad altre. Quale il Romoli pensiero?

Ma non è una cosa sbagliata, la differenza c’è. In Italia non ci sono tante squadre fra cui scegliere. Elisa corre nella Trek-Segafredo ed ha alle spalle un corpo militare.

Le cose cambiano?

Se non hai questo tipo di legame, che ti assicura uno stipendio dopo e una buona assicurazione, non sei protetta. Il ciclismo da noi sta cambiando moltissimo, ma in Olanda è più strutturato e meno misogino. Le ragazze lassù hanno quasi la stessa visibilità dei maschi. Per cui capisco la risposta di Elisa, ma non tutte in Italia sono messe così bene.

Franco Vita, Giorgia Bronzini, Vittorio Adorni

Bronzini, la gavetta e la ripresa

25.09.2020
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Giorgia Bronzini è uscita dal Giro Rosa Iccrea provata come se l’avesse corso da atleta. Il Covid ha messo a dura prova gli organizzatori e questo ha avuto riflessi sulle squadre, costrette a gestire la quotidianità giorno per giorno. Esserci e correre, è stato risposto più volte, è stato già un lusso.

«E’ stato un Giro impegnativo – conferma Bronzini, diesse della Trek-Segafredo – in cui venivamo a conoscenza delle variazioni, fossero di percorso o altro, solo all’ultimo momento. Per fortuna si è creato un bel clima fra le squadre e ci siamo dati tutti una mano».

Un Giro impegnativo al termine di una stagione faticosa per la lunga pausa e la rapida riorganizzazione.

Tutto da buttare?

Diciamo che dal peggio abbiamo cercato di ricavare qualcosa. E di sicuro la lunga sosta ci ha permesso di allacciare e stringere i rapporti. Da atleta avrei vissuto il lockdown malissimo. Io odiavo i rulli, ho la massima ammirazione per quei ragazzi che ci hanno passato sopra delle giornate intere.

Elisa Longo Borghini, Strade Bianche
Longo Borghini è uscita dal lockdown con grande freschezza atletica
Elisa Longo Borghini, Strade Bianche
Elisa Longo Borghini è uscita dal lockdown con una grande freschezza atletica
E da tecnico come va l’esperienza di Bronzini?

Ero quasi sempre al telefono, a volte in modo serio, a volte per ridere. Quando poi è arrivato il calendario, ci siamo rimboccate le maniche.

Come si è organizzata la ripresa?

Sembra brutto dirlo, ma abbiamo messo prima le priorità delle atlete di fascia A, con un sacrificio per le atlete B, che sono entrate in scena in un secondo momento. Non è stato bellissimo, anche perché di solito i due gruppi si fondono, ma quest’anno è stato molto più difficile.

Come hanno reagito le ragazze?

Un po’ sono rimaste male, ma non hanno detto niente. Hanno capito la situazione e soprattutto il nostro sponsor non ci ha fatto mancare nulla, non c’è stato molto di cui lamentarsi.

Si dice nell’ambiente che il lockdown abbia giovato a Longo Borghini…

Forse è vero. Non è mai stata così bene, soprattutto a livello fisico. La chiusura le ha impedito di esagerare in allenamento, che per lei è sempre stato un grosso problema. E’ la sua attitudine e si sfinisce. Ma non solo lei è uscita bene dal periodo…

Lizzie Deignan, Liegi 2020
“Lizzie” Deignan festeggia con Elisa Longo Borghini dopo la vittoria di Plouay
Lizzie Deignan, Liegi 2020
“Lizzie” Deignan festeggia con Elisa Longo Borghini dopo la vittoria di Plouay
Chi altro?

Deignan, ad esempio. Al Giro ha fatto vedere il suo livello e in lei un po’ mi rispecchio. Ha quello spunto che può fare la differenza.

Che effetto ti ha fatto trovarti davanti la Voss ancora così vincente?

Tanto di cappello e tanta stima per come è tornata. Dopo tanti problemi, c’è riuscita solo lei a riemergere. Poi magari ti sembra che vinca meno di prima, ma la verità è che durante la sua assenza il livello medio del gruppo si è alzato e le differenze sono meno marcate.

E’ sempre forte?

Fisicamente Marianne Voss è un toro, se le permetti di arrivare a vedere il traguardo e la punti sullo scontro fisico, vince lei. Allora devi usare la testa, costringerla a spendere energie lontano dalla’arrivo, come a volte è riuscito alla… Bronzini.

Avresti corso volentieri il mondiale in Italia?

Di mondiali in Italia ne ho fatti ed è stato bellissimo, ma parlando con le ragazze non so quanto si siano rese conto che stavano correndo in casa. Nessuno ha potuto andare a trovarle in hotel e anche la gente sul percorso è stata meno di come sarebbe stato a cose normali. Correre in casa ti dà una carica in più, che alcune soffrono. Io mi sarei caricata a manetta.

Davvero uno strano anno.

Particolare. Ti guardi negli occhi, negli spostamenti sei costretto a usare la mascherina. E’ diverso e purtroppo ogni cosa ha avuto un altro sapore. Detto questo, un applauso agli organizzatori italiani per aver salvato il mondiale.

Elisa Longo Borghini, Assisi, Giro Rosa Iccrea 2020
Longo Borghini in cima all’arrivo di Assisi al Giro Rosa Iccrea, su un muro asfissiante
Longo Borghini in cima all’arrivo di Assisi al Giro Rosa Iccrea
Parliamo di te, sei soddisfatta del tuo ruolo?

C’è ancora tanto da fare, ma sono contenta. Sono arrivata alla Trek-Segafredo da una squadra in cui quasi non avevo direttore sportivo e all’inizio ho fatto fatica a gestire tutte le cose. Piano piano ho scoperto cose nuove e aver fatto tante corse con gli uomini mi ha permesse di confrontarmi con Baffi e Popovych. Però di fatto non c’è stata una scuola. Sono andata a sensazioni e piano piano arrivo…

Le ragazze cosa dicono?

Di sicuro hanno visto che a Bronzini direttore manca la gavetta e che sto ancora imparando, però mi hanno anche dato dei feedback positivi. Ogni volta che organizzo qualcosa e magari aggiungo un tocco di esperienza, mi guardano quasi stupite. Diciamo che mi perdonano le piccole mancanze, perché sono una che impara.

Ultima cosa, come va con Paternoster?

E’ stato a lungo tutto fermo, finché non si è ripresa dall’infiammazione al ginocchio. E’ stata una cosa lunga non per negligenza sua, ma perché quando c’è di mezzo la cartilagine serve tempo. La sfortuna è che si è bloccata alla fine del lockdown e mentre le altre correvano, lei era ferma. E’ rientrata al Lotto Belgium Tour, dopo che abbiamo parlato molto bene con i dottori, per farla sentire parte del gruppo.

Di certo non è sparita…

Ma un giorno mi ha chiamato e mi ha detto di aver staccato da tutto e tutti per potersi allenare bene. Le ho fatto i complimenti, poi ho aperto i suoi social ed era presente da tutte le parti. Ma lei è così, le piace e magari questa leggerezza è ciò che le permette di vivere il ciclismo senza troppe tensioni.