Le idee di Vaughters per vincere il Tour. Vendendo tutto…

Le idee di Vaughters per vincere il Tour. Vendendo tutto…

19.02.2026
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Meno di un mese di attività e il UAE Team Emirates, ancora senza il suo leader Tadej Pogacar ha già messo da parte 11 vittorie. E’ da anni che nell’ambiente si parla della sperequazione che c’è fra le stesse squadre del WorldTour: sono 18, ma il numero di quelle che si possono considerare davvero vincenti è di molto inferiore, si contano sulle dita di una mano.

Jonathan Vaughters vuole ribellarsi a tutto questo. In una recente intervista sul sito specializzato Domestique Cycling, il manager americano della EF Education EasyPost ha affrontato il tema partendo dal racconto di un episodio, avvenuto durante uno degli ultimi Tour de France.

L'EF Education resta al fianco del team, ma Vaughters ha messo in vendita i diritti denominativi
L’EF Education resta al fianco del team, ma Vaughters ha messo in vendita i diritti denominativi
L'EF Education resta al fianco del team, ma i diritti denominativi sono in vendita
L’EF Education resta al fianco del team, ma Vaughters ha messo in vendita i diritti denominativi

Tutto è nato nel 2024

«Era stata un’edizione molto favorevole – ha raccontato – avevamo vinto una tappa con Carapaz e portato a casa la maglia di re della montagna e premio per la combattività. In sede di bilancio, mi sentii chiedere che cosa serve per vincere il premio grosso, come fa sempre Pogacar. La risposta mi venne spontanea: “Un sacco di soldi” risposi secco. Lì per lì la cosa rimase nelle pieghe della discussione, fra qualche incoraggiamento e considerazioni a margine. Ma nei giorni successivi continuai a pensarci, a chiedermi che cosa serve. Capii che dovevo parlare con lo sponsor.

«Portai loro una proposta semplice: vendere i diritti di denominazione del team. Sapevo che EF Education è un’azienda educativa, non può sostenere costi come una multinazionale petrolifera e non sarebbe neanche giusto farlo. Ma noi abbiamo un valore: proviamo a monetizzarlo. Ho garantito loro che avrebbero avuto sempre spazio e visibilità, grandi loghi sulla divisa e quant’altro. Inizialmente erano restii, poi alla fine hanno accettato e quindi i nostri diritti sono in vendita: vogliamo abbastanza denaro per vincere il Tour Femmes entro 3 anni e il Tour maschile nell’arco di un decennio».

L'americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin
L’americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin
L'americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin
L’americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin

Wiggins e quelle parole pesanti come pietre

Vaughters è nell’ambiente da sempre e la legge dei soldi l’ha imparata presto: «Ero alla Garmin, nel 2008 avevamo chiuso il Tour con il 4° posto di Van de Velde, l’anno dopo Wiggins fece la stessa cosa. Ma l’inverno successivo entrò il Team Sky in pompa magna e se lo portò via: “Per vincere la Champions League devi giocare nel Manchester United – disse – e io se continuo con il Wigan non potrò mai farlo…”. La metafora faceva male, ma c’era del vero, riassumeva il nostro ruolo nel firmamento ciclistico».

Già allora il mondo del ciclismo andava a due velocità e la separazione si è andata sempre allargando: «Prima dell’avvento della Sky, un team medio poteva anche sognare, provarci, sfiorare l’impresa, noi l’abbiamo fatto due volte. Ma poi sono emersi i team con mega budget e quello definisce tutto perché parte dalle fondamenta, dalle filiere, prende il meglio e lo porta via con sé. Pochi valutarono ad esempio quella che per me fu una vera impresa: al Tour 2017, con la Cannondale eravamo la squadra col budget più piccolo, ma chiudemmo secondi con Uran a meno di un minuto da Froome: Davide aveva quasi messo in ginocchio Golia…».

Perché non si può rifare? «Perché i migliori talenti vengono presi già da piccoli e a prezzi molto alti. Un Rigoberto Uran non lo trovi sul mercato per meno di un milione di dollari. Quindi significa che devi avere un grande budget per poter competere non al massimo livello, ma per poter avere la prelazione sui giovanissimi più forti, portarli da te, garantirgli un futuro, avere un ricambio continuo. Per questo servono tanti, tanti soldi.

Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha ciorso dal 1994 al 2003 vincendo più corse a tappe
Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha corso dal 1994 al 2003 vincendo più corse a tappe
Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha corso dal 1994 al 2003 vincendo più corse a tappe
Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha corso dal 1994 al 2003 vincendo più prove a tappe

Uscire dalla zona di comfort

«Vorrei sottolineare un aspetto del nostro rapporto con EF: loro ci chiesero di produrre il maggior valore mediatico di qualsiasi squadra ciclistica in relazione a ogni dollaro speso e questo è stato sempre il mio mantra. Dei punti UCI m’interessa poco, ma so che ho sempre onorato quell’accordo e lo sponsor ha avuto riscontro per ogni dollaro speso. Ora però, a 52 anni, posso permettermi di andare più in là e seguire i miei sogni, uscire dalla mia zona di comfort e provare a costruire qualcosa di più grande nel prossimo decennio».

Parliamo di cifre: il bilancio della EF si aggira sui 21 milioni di euro, quello della UAE è tre volte tanto. La differenza è abissale. Vaughters vuole ridurla: «Io sono convinto che anche il 75 per cento del loro budget sia sufficiente per vincere, se spendiamo bene ogni dollaro il che significa farlo per obiettivi specifici come il Tour». Poi, nella sua intervista il manager americano chiama in causa anche il ciclismo italiano: «Come organizzazione, non abbiamo alcun interesse a vincere 100 gare all’anno in cui i ciclisti vengono pagati 3-4 milioni di euro ad annata vincendo, con rispetto parlando, il Trofeo Laigueglia contro i professionisti italiani di squadre di livello molto inferiore…».

Il reclutamento e la fidelizzazione dei talenti è un passaggio obbligato nel capitolo spese, «ma attenzione: quando parlo di talenti non mi riferisco solo ai corridori, dobbiamo dotarci di esperti di aerodinamica, scienziati dello sport, nutrizionisti, trovando il meglio che c’è in giro, chi ha idee nuove, finanziandolo adeguatamente perché lavori per noi.

Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un'offerta, ma la UAE ha proposto di più
Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un’offerta, ma la UAE ha proposto di più
Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un'offerta, ma la UAE ha proposto di più
Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un’offerta, ma la UAE ha proposto di più

La scelta di lealtà di Healy

«Siamo un ottimo team sulla carta, nella progettazione, ma dobbiamo diventarlo anche come esecuzione e per farlo servono più persone competenti. Non puoi gestire un roster di 30 corridori con 3 allenatori e 2 nutrizionisti, non bastano».

La richiesta di Vaughters di un budget più ampio scaturito da nuove risorse nasce anche dall’andamento delle ultime stagioni: «Avevamo provato a prendere Del Toro, ma contro la UAE abbiamo perso proprio mettendo sul piatto le offerte ed apprezzo ancor di più, pensando a questo, il fatto che Healy abbia accettato di rimanere con noi. Ha fatto una scelta leale ed emotiva invece che finanziaria, ha detto che adora il modo distaccato di lavorare che abbiamo, senza pressioni, non lo troverebbe altrove. Ma è un’eccezione».

Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes
Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes
Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes
Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes

Primo obiettivo, il Tour Femmes

Ora la denominazione è all’asta, pubblicamente: «In tanti si sono detti interessati, ma una situazione più chiara l’avremo quando tante aziende che si sono fatte avanti faranno le loro previsioni di spesa per il 2027. Bisognerà vedere con quali offerte si presenteranno, se accontentandosi del secondo nome o se vorranno il nome completo, cambiare le divise, insomma faranno le loro valutazioni e noi le nostre, poi vedremo come raggiungere un compromesso.

«Gli obiettivi restano quelli. Il Tour femminile è più raggiungibile al momento, credo che con Kerbaol e l’iridata Vallieres abbiamo elementi in grado di farlo presto, per gli uomini ci vorrà tempo e il fatto che sia nebuloso, che non possa sapere come e chi competerà fra dieci anni rende tutto più suggestivo e affascinante…».

Tour de France 2025, Vincenzo Albanese, Ben Healy conquista la maglia gialla (foto Ashley Norris Gruber)

Albanese, tante classiche e niente Giri: 7 giorni al debutto

30.01.2026
5 min
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In mancanza del ritiro che per molte squadre è prassi ( non così per la Ef Education-EasyPost), Vincenzo Albanese ha trascorso le Feste a Salerno dai parenti e poi ha guidato fino al Rifugio Sapienza per un personale stage in altura di due settimane. Solo che quest’anno il meteo siciliano è stato tutto fuorché clemente. E così il tifone Harry, che ha devastato chilometri di costa e provocato la frana che tiene in apprensione gli abitanti di Niscemi, ha portato sull’Etna una nevicata a dir poco imponente. Un metro e mezzo di coltre in 36 ore, ma a quel punto Albanese era già ripartito, portando con sé soltanto i buoni ricordi del lavoro fatto.

«A dicembre non facciamo ritiri – spiega – a gennaio hanno fatto una decina di giorni a Girona, però io ero già sull’Etna e sono scappato via prima della bufera di neve. Sono stato lì fino alla domenica, ma si sapeva che avrebbe nevicato, mentre a Catania c’era allerta rossa. Sono andato via in tempo e ora sono a casa».

Albanese è nato il 12 novembre 1996 a Oliveto Citra (Salerno), ma è cresciuto in Toscana. E’ pro’ dal 2017
Albanese è nato il 12 novembre 1996 a Oliveto Citra (Salerno), ma è cresciuto in Toscana. E’ pro’ dal 2017

Senza i Grandi Giri

Dopo diversi debutti nelle corse di Mallorca, la stagione di Albanese, classe 1996, inizierà il 7 febbraio al Tour of Oman, tanto che martedì prenderà il primo volo dell’anno, dopo un inverno senza intoppi. Partenza più tranquilla, dunque, e un calendario rivoluzionato.

«Non farò Grandi Giri – spiega Albanese – perché da quest’anno ricomincia il triennio dei punti e la squadra ha progettato per me un calendario orientato su gare di un giorno. Diciamo che mi ritroverò a correre come quando ero all’Arkea, anche se qui siamo molto più organizzati anche sul piano tattico, non si corre allo sbaraglio. Ci sarà il giorno in cui dovrò aiutare qualcuno e il giorno dove potrò giocarmi un risultato».

Nel 2025 Albanese ha vinto la seconda tappa del Giro di Svizzera a Schwarzsee, battendo Fabio Christen
Nel 2025 Albanese ha vinto la seconda tappa del Giro di Svizzera a Schwarzsee, battendo Fabio Christen
Nel 2025 Albanese ha vinto la seconda tappa del Giro di Svizzera a Schwarzsee, battendo Fabio Christen
Nel 2025 Albanese ha vinto la seconda tappa del Giro di Svizzera a Schwarzsee, battendo Fabio Christen

A disposizione dei compagni

Un cambiamento di attitudine che non passa inosservato. Il corridore uscito senza acuti dai quattro anni con la Bardiani, voluto e rivitalizzato da Zanatta e Basso alla Eolo e poi approdato nel WorldTour con la Arkea e ora con gli americani, ha dismesso i panni dell’aspirante leader.

«L’anno scorso ho vinto una tappa al Giro di Svizzera  – dice – ma c’è voluta anche fortuna, nel senso che tante volte sono stato meglio, eppure non è arrivato nulla. Nel complesso il 2025 è stato un’ottima stagione, soprattutto perché non essendo un grande vincente, sono riuscito a fare la mia parte. Sono un corridore discreto, non faccio la differenza, per questo cerco di farmi voler bene e mi metto a disposizione. Credo che in questo ciclismo, tolti i veri fenomeni, nelle squadre servono anche ragazzi onesti che si sanno aiutare. La squadra è contenta, me lo hanno detto al momento di fare i programmi, quindi… va bene così».

Tour 2025, per Albanese 148 km di fuga verso Valence. Presto inizierà a piovere, la tappa finirà in volata con vittoria di Milan
Tour 2025, per Albanese 148 km di fuga verso Valence. Presto inizierà a piovere, la tappa finirà in volata con vittoria di Milan
Tour 2025, per Albanese 148 km di fuga verso Valence. Presto inizierà a piovere, la tappa finirà in volata con vittoria di Milan
Tour 2025, per Albanese 148 km di fuga verso Valence. Presto inizierà a piovere, la tappa finirà in volata con vittoria di Milan

Un Tour da ricordare

I panni del luogotenente di valore e il calendario che non prevede Grandi Giri. Così la curiosità dopo il debutto al Tour del 2025 ci tocca riporla in tasca. La EF Education-EasyPost non vorrà ridursi all’ultimo nella lotta per mantenere il WorldTour, ma è palese che schierare sin da subito i corridori per la smania di fare punti è uno degli effetti più evidenti del nuovo ciclismo.

«Dico la verità – spiega Albanese – il Tour resta una bella esperienza. Ho lavorato tanto per Healy, ma è normale supportare uno così forte. Poi ha pure preso la maglia gialla, quindi nei giorni successivi ci siamo sacrificati giustamente (in apertura i due festeggiano il primato nella foto di Ashley Norris Gruber, ndr). Così quando alla fine sono arrivate opportunità anche per noi, eravamo tutti un po’ stanchi. Però sono contento, sono sincero. Alla fine ti rendi conto, anche avanzando con l’età, che è meglio mettersi a disposizione e diventare un uomo squadra per i ragazzi più forti che si giocano le corse importanti».

Quarto al Memorial Pantani 2025, ecco Albanese con Paolo e Tonina Pantani
Quarto al Memorial Pantani 2025, ecco Albanese con Paolo e Tonina Pantani
Quarto al Memorial Pantani 2025, ecco Albanese con Paolo e Tonina Pantani
Quarto al Memorial Pantani 2025, ecco Albanese con Paolo e Tonina Pantani

Da Het Nieuwsblad a Roubaix

L’obiettivo è dunque arrivare forte a marzo, il mese più importante, in cui servirà avere la freschezza giusta. E mentre spiega come immagina la sua stagione, Albanese racconta anche di aver diviso la camera con Mattia Agostinacchio, che con i suoi 18 anni, è l’acquisto più interessante della EF Education-EasyPost.

«Farò più o meno come l’anno scorso – dice – con la Parigi-Nizza, poi tutte le classiche dalla Sanremo alla Roubaix, quindi da marzo inizierà un mese abbastanza intenso. Ho fatto l’altura e spero di arrivare bene già all’Opening Weekend di fine febbraio in Belgio, sapendo che le corse lassù me le farò tutte. Però fra le classiche, forse quella che mi piace di più è la Sanremo. Ma non credo (ride, ndr) che Van der Poel perderà il sonno sapendo che ci sarò anche io…».

Campionati del mondo, Kigali 2025, Ben Healy

Il folletto Healy ha messo i piedi sul podio dei giganti

30.09.2025
4 min
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KIGALI (Rwanda) – Giusto per strappare il sorriso, quando alla vigilia del mondiale dei professionisti si componeva fra i pochi giornalisti italiani presenti la rosa dei favoriti o dei probabili protagonisti per l’indomani, il nome di Ben Healy entrava e usciva fra certezze assolute e grossi dubbi.

Questo mondiale così atipico, che alla fine ha avuto lo svolgimento di un tappone di montagna proponendone anche i distacchi, deve aver ricordato all’irlandese il giorno di Vire Normandie al Tour de France. Altra tappa di su e giù in cui il folletto della EF Education-EasyPost si esaltò in una guerra allo sfinimento. Tolti Pogacar ed Evenepoel, la sua corsa a Kigali è stata così: un lungo logorio da cui alla fine è uscito meglio di tutti gli altri. «Penso che il podio con Tadej e Remco – ha detto subito dopo – sia una foto davvero speciale. Insieme a uno dei più grandi e un altro che non è poi così lontano da lui».

Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, podio con Remco Evenepoel, Tadej Pogacar e Ben Healy
Terzo al mondiale come alla Liegi: per l’irlandese di 25 anni una crescita costante
Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, podio con Remco Evenepoel, Tadej Pogacar e Ben Healy
Terzo al mondiale come alla Liegi: per l’irlandese di 25 anni una crescita costante

Il tifo più rumoroso

Il dislivello del mondiale misurava 5.210 metri, quello di Zurigo 2024 si fermava a 4.210, la Liegi del 2025 ne aveva 4.365. Se a ciò si aggiungono la media altura e il fatto che si corresse all’Equatore, è intuitivo capire quale impegno pazzesco sia stato per i corridori.

«E’ stata semplicemente una gara folle – ha spiegato Healy – penso che il risultato lo rappresenti piuttosto bene. Sono riuscito a dare il massimo e arrivare al traguardo è stato davvero bello. Quello che abbiamo vissuto è stato incredibile, a dire il vero. Soprattutto sulla strada per il Mount Kigali, il tifo della gente era pazzesco, uno dei più rumorosi che abbia mai visto. Tantissima gente, è stato davvero bello».

Campionati del mondo, Kigali 2025, tifo numeroso sulle strade di Kigali
Tutti i corridori hanno rimarcato quanto sia stato travolgente l’appoggio dei tifosi lungo il percorso
Campionati del mondo, Kigali 2025, tifo numeroso sulle strade di Kigali
Tutti i corridori hanno rimarcato quanto sia stato travolgente l’appoggio dei tifosi lungo il percorso

Meglio senza le radio

Da quel tratto in poi, vale a dire dal momento in cui Pogacar ha attaccato, anche la sua indole di lottatore senza limiti ha vacillato. Da quando Tadej è sparito in cima al tratto in pavé, dietro si è trasformata in una gara da vivere pedalata dopo pedalata, sapendo che nulla è mai finito fino alla linea del traguardo.

«Penso che avere qui la radio – ha commentato – sarebbe stata un’arma a doppio taglio. Poteva andare a tuo favore e anche ritorcersi contro. Ma oggi è stata una gara piuttosto semplice, credo. Si poteva davvero vedere cosa stava succedendo intorno e non ho mai avuto dubbi su dove si trovassero gli altri. Ripeto, forse è bello avere più aggiornamenti sui distacchi, ma penso che in generale crei sicuramente più caos».

Campionati del mondo, Kigali 2025, Ben Healy a ruota di Remco Evenepoel
Healy è stato uno dei più attivi dopo il rientro di Evenepoel, ma nel finale non ha più avuto gambe per seguirlo
Campionati del mondo, Kigali 2025, Ben Healy a ruota di Remco Evenepoel
Healy è stato uno dei più attivi dopo il rientro di Evenepoel, ma nel finale non ha più avuto gambe per seguirlo

I grossi progressi di Healy

Healy racconta e ogni tanto strabuzza gli occhi: difficile dire se sia stupito per il suo risultato. Rileggendo ora i risultati di primavera è facile pensare che sarebbe stato sbagliato non infilare il suo nome nei pronostici. Quarto alla Strade Bianche, quinto alla Freccia Vallone, terzo alla Liegi e con una tappa del Tour, Ben sta facendo passi da gigante.

«Penso di aver fatto progressi anno dopo anno – spiega – anche se solo per qualche punto percentuale qua e là. Ho anche perfezionato il mio modo di correre e sicuramente un Tour come quello dell’estate scorsa mi ha dato una piccola spinta in più. Sapevo cosa dovevo fare oggi e penso che abbia funzionato alla grande».

Il Tour ha dato grande morale a Healy, con la vittoria della sesta tappa a Vire Normandie e due giorni in maglia gialla
10ª tappa Tour de France 2025
Il Tour ha dato grande morale a Healy, con la vittoria della sesta tappa a Vire Normandie e due giorni in maglia gialla

Tutti sulle ginocchia

L’ultima osservazione, Healy la dedica alla durezza della corsa e al fatto che il suo inseguimento con Evenepoel e Skjelmose avesse ormai poco altro da dare.

«Credo che fossimo tutti sulle ginocchia – ha spiegato – era molto difficile dare di più. C’era ancora qualche gamba che potesse fare la differenza? Forse mancava un po’ di convinzione di potercela fare, ma nella mia mente ha prevalso la preoccupazione. Sapevo che c’era ancora molta strada da fare e se avessi ceduto, sarei andato alla deriva. Ho preferito concentrarmi su me stesso, cercando di non scavare troppo a fondo e troppo presto, con il rischio di pagarne davvero le conseguenze».

Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, Tadej Pogacar, maglia iridata

Sfrontato, spietato, fortissimo: il solito Pogacar, al bis iridato

28.09.2025
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KIGALI (Rwanda) – Giovedì aveva detto che Mount Kigali gli piaceva, ma che fosse troppo lontano dal traguardo per immaginare un attacco. Dalla cima sarebbero mancati 104 chilometri all’arrivo, troppi anche per lui. La salita era trabordante di tifosi vestiti di ogni colore e il gruppo era tutto sommato ancora numeroso, quando invece Tadej Pogacar ha attaccato.

La scena di una corrida: il torero più famoso e atteso ha preso di petto il toro ben prima che fosse iniziato il lavoro per sfiancarlo. Alla sua ruota si sono portati subito Ayuso, Evenepoel e Del Toro. Sembrava il primo atto di una storia a quattro, è diventato presto il prologo dell’ennesima impresa. Remco è naufragato praticamente subito. Ayuso, che probabilmente ha pensato di avere l’occasione di vendicare qualche torto, ha chiesto troppo a se stesso e si è piantato. Solo Del Toro ha avuto le gambe per insistere, prestandosi al lento e inesorabile svuotamento. Perché Pogacar non dà mai l’idea di spingere, ma il suo ritmo ti toglie l’aria dai polmoni e l’ossigeno dai muscoli.

«In realtà – sorride Pogacar – avevamo progettato di muoverci proprio da lì, per cominciare a fare male. Andare da solo sarebbe stato un rischio, ma quando ho visto che eravamo in tre, ho pensato che sarebbe stata la mossa decisiva. Si poteva combinare qualcosa di buono e ha funzionato. Credo che a un certo punto Isaac (Del Toro, ndr) abbia avuto problemi di stomaco. Non volevo che si staccasse perché sarebbe stato meglio correre più a lungo con un altro corridore, soprattutto se era lui. Per questo ho cercato di incoraggiarlo e di farlo stare più a lungo con me. Sono rimasto da solo a sessanta chilometri dall’arrivo, una misura abbastanza giusta, che sono riuscito a gestire da solo».

Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, attacco Isaac Del Toro, Tadej Pogacar, Juan Ajuso
Nel tratto finale in pavé di Mount Kigali, davanti c’è Del Toro, poi Pogacar e Ayuso già staccato
Nel tratto finale in pavé di Mount Kigali, davanti c’è Del Toro, poi Pogacar e Ayuso già staccato

L’obiettivo di tenere la maglia

Ha corso e vinto alla sua maniera, sprezzante del rischio di piantarsi e rimanere a corto di energie. Si è messo sul suo passo migliore e non si è alzato dalla sella neppure per rilanciare all’uscita dalle curve. Sempre regolare, sempre composto. Come si fa nelle crono, lui che nella crono di domenica scorsa le aveva prese in modo pesante proprio da Evenepoel. 

«Da quando sono arrivato qui – racconta Pogacar – ci siamo preparati per dare il massimo proprio in questa giornata. Per arrivare alla gara e prenderla in mano. Dopo il Tour non ho potuto abbandonare completamente la bici, perché se ti prendi due settimane di pausa e vai in vacanza, perdi molta forma fisica. Per cui non puoi. Magari una settimana fai meno, poi però devi allenarti di nuovo. Il mio grande obiettivo stagionale era difendere la maglia, ma ugualmente mi sono goduto questo viaggio. Qui è tutto diverso, ma in senso positivo. Ho fatto degli allenamenti davvero buoni con Urska e i miei compagni di nazionale. E’ stato semplicemente bellissimo. Abbiamo avuto molto supporto: ho vissuto una giornata fantastica, in una settimana fantastica e in un’esperienza fantastica. Però è stato anche un giorno durissimo per la quota, il caldo e il sole cocente. Sono super felice e orgoglioso di essere riuscito a farcela».

Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, Tadej Pogacar sull'arrivo
Arrivo a braccia alzate: negli ultimi metri, Pogacar ha anche richiesto l’applauso
Arrivo a braccia alzate: negli ultimi metri, Pogacar ha anche richiesto l’applauso

Niente viene per caso

All’arrivo ha trovato tutti i compagni che nel frattempo si erano ritirati, ad eccezione di Roglic che ha chiuso undicesimo. La folla alle transenne è esplosa in un boato che Tadej per primo, con gesti delle braccia, ha invitato a rendere ancora più rumoroso. Ha bissato così il titolo conquistato lo scorso anno a Zurigo, ma su un palcoscenico ben più vivace e al contempo delicato di quello quasi invernale e compassato della Svizzera. 

«Non saprei scegliere – annuisce Pogacar – sono state due vittorie speciali, ciascuna a modo suo. L’anno scorso sono diventato campione del mondo per la prima volta, però difendere il titolo è sempre una delle cose più difficili da fare. Quindi anche questa vittoria è davvero speciale. In più siamo qui in Rwanda. E’ stato un lungo viaggio e ha richiesto una lunga preparazione e la cura di ogni dettaglio. Ad esempio avevamo con noi lo chef Jorge Marin Laria, uno dei membri del team UAE Emirates. Così ho potuto mangiare quel che normalmente mangio in gara. Bisogna fare così, questo sport lo esige. Magari è noioso, ma devi fare quello a cui sei abituato, incluso prepararti il cibo. Soprattutto in questo tipo di gara, perché è così lunga e si bruciano tante calorie. Bisogna assumere molto cibo e soprattutto quello che mangi normalmente nei giorni di gara e prima della gara».

Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, Remco Evenepoel insegue
Evenepoel è stato costretto per due volte a cambiare bici, ma ha pedalato allo stesso ritmo di Pogacar
Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, Remco Evenepoel insegue
Evenepoel è stato costretto per due volte a cambiare bici, ma ha pedalato allo stesso ritmo di Pogacar

La rivincita con Remco

Nella sfida c’era anche la sfida con Evenepoel, perchè giovedì aveva anche detto che in un modo o nell’altro oggi si sarebbe vendicato. Non si può dire che non gli sia costato o che non sia stato costretto a raschiare il fondo del barile. In certe inquadrature, stringeva i denti come uno che non ce la facesse davvero più. Però anche in questo andare in profondità, Pogacar ha mostrato di avere una riserva superiore. Anche più di Evenepoel che, malgrado i due cambi di bici, minacciava di avvicinarsi.

«Sapevo che Remco ha avuto qualche problema – racconta Pogacar – prima ho saputo che era nel gruppo. Poi non c’era più. Poi di colpo era davanti al gruppo. Ma non lo sapevo con esattezza, perché non avevamo le radio come nelle altre gare. Per cui mi sono concentrato solo sul distacco e su quanti corridori ci siano dietro e quanti siano rimasti in gara. Ho saputo che ha cambiato bici per due volte, quindi anche la sua corsa è stata impressionante».

Trenta all’arrivo

Impressionante è stata anche l’accoglienza del Rwanda per questi eroi dalle gambe sottili. Il solo corridore africano che abbia raggiunto il traguardo è stato Amanuel Ghebreigzabhier, eritreo della Lidl-Trek. E’ passato sul traguardo, trentesimo e ultimo, con 12’04” di ritardo da Pogacar. Il resto del gruppo, vale a dire gli altri 134 corridori, si sono fermati ben prima: stremati dal ritmo, dalla polvere e dal caldo. Solo tre gli azzurri al traguardo: Ciccone arrivato sesto, Bagioli e il tenace Garofoli.

Raramente su una salita abbiamo visto lo spettacolo di Mount Kigali e raramente nei mondiali precedenti si sono visti così tanti bambini. In Europa il ciclismo è uno sport seguito da un pubblico prettamente adulto. Anche qui il ciclismo è uno sport, ma è stato soprattutto una festa. Resta la curiosità di capire che cosa questo grande evento, pagato neanche poco, lascerà a Kigali e alla sua gente. Loro ci hanno lasciato tanta allegria e tanta bellezza, speriamo di aver fatto qualcosa anche noi.

Il meraviglioso Tour di Ben Healy, raccontato da Wegelius 

31.07.2025
5 min
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Questa primavera, al termine della stagione delle classiche, avevamo parlato con Charly Wegelius per capire assieme a lui dove potesse arrivare il suo corridore più battagliero ed estroso, Ben Healy. Non sono passati nemmeno tre mesi e l’irlandese ha conquistato il nono posto al Tour, una vittoria di tappa (un’altra sfiorata), ha indossato la maglia gialla e a Parigi ha vinto il premio di super combattivo.

Non male, per uno che alla partenza doveva puntare solo a dei traguardi parziali. Ora che i – meritatissimi – festeggiamenti sono passati abbiamo contattato di nuovo Wegelius per tirare le somme di questo straordinario Tour de France.  

Charly Wegelius, DS della EF Education-EasyPost, è da anni in questo gruppo, quando ancora era Cannondale
Charly Wegelius, DS della EF Education-EasyPost, è da anni in questo gruppo, quando ancora era Cannondale
Charly, un Tour oltre ogni aspettativa?

Le aspettative erano quelle, perché è giusto che siano sempre alte. Ma poi nel ciclismo sono più le volte in cui non raggiungi gli obiettivi che quando li raggiungi. Se prendi le 23 squadre che erano al via tutte avevano l’obiettivo di vincere una tappa, ma il problema è che le tappe disponibili sono solo 21… Se non sbaglio alla fine 14 squadre sono rimaste senza una vittoria. Quindi siamo molto soddisfatti, anche se poi si diventa rapidamente viziati, e l’unica cosa che poteva andare meglio era vincere sul Ventoux. Ma appunto, non è il caso di lamentarsi troppo.

Ad inizio maggio ci avevi detto che Healy avrebbe puntato a delle tappe e non alla classifica. Alla fine ha fatto questo e quello

Vista l’assenza di Richie (Carapaz, ndr) siamo partiti concentrati al 100 per cento sulle tappe. Poi Ben ha vinto la tappa con un distacco importante e si è trovato con la maglia gialla. Quando poi l’ha persa ci siamo accorti che c’erano delle scelte da fare. Se fosse rimasto troppo vicino in classifica non avrebbe più avuto  l’opportunità di muoversi per le tappe. Quindi abbiamo deciso che avrebbe fatto la cronoscalata piano, appunto per uscire di classifica.

Il corridore irlandese ha indossato la maglia gialla al termine della decima tappa, dopo una fuga eccezionale
Il corridore irlandese ha indossato la maglia gialla al termine della decima tappa, dopo una fuga eccezionale
Però poi non è andata esattamente così…

Perché Ben non ce l’ha fatta ad andare piano. Mentre pedalava si guardava in giro, si godeva il panorama e le montagne, ma aveva un gamba impressionante e quindi alla fine non ha perso tanto tempo. E il fatto è che al Tour anche se sei 12° o 13° è difficile che ti lascino libertà, perché lì conta ogni piazzamento. Nonostante tutto abbiamo gestito bene la situazione e poi è riuscito a muoversi come voleva.

Quella maglia gialla, così inaspettata, cos’ha voluto dire per la squadra? 

E’ sempre una gioia immensa, perché è il simbolo più potente che c’è nel ciclismo. Non voglio sottovalutare quello che ha fatto Carapaz a Torino (quando l’ecuadoregno ha indossato la gialla al termine della terza tappa, ndr), ma stavolta è stato diverso. L’ha presa dopo 10 giorni di gara e in un modo clamoroso, portando in giro i compagni di fuga per 40 chilometri, qualcosa di davvero straordinario. La nostra storia al Tour è una piccola storia, quella di una squadra che va contro il senso del ciclismo moderno che è sempre più robotico, iper calcolato. I commenti positivi della gente vanno in questa direzione, ci dicono che siamo una boccata d’aria, andiamo controcorrente, ci inventiamo delle cose. E questo smonta un po’ l’idea che in questo ciclismo non ci sia più spazio per qualcosa che definirei “artistico”.

Oltre alla tappa di Vire Normandie, Healy ha sfiorato la vittoria anche sul Mont Ventoux
Oltre alla tappa di Vire Normandie, Healy ha sfiorato la vittoria anche sul Mont Ventoux
Torniamo ad Healy. Cambia qualcosa nella testa di un corridore dopo un 9° posto al Tour?

Se Ben possa essere un corridore da classifica è una curiosità che sia che lui che noi abbiamo sempre avuto. L’idea era di sperimentare nelle gare più corte del WorldTour. In primavera volevamo provare ai Paesi Baschi e poi al Delfinato, ma entrambe le volte per diversi motivi ci sono stati dei problemi. Così ci siamo trovati direttamente al Tour. Però bisogna anche dire che occorre un po’ di precauzione, di realismo, perché un conto è essere costanti ogni giorno, un altro è entrare e uscire di classifica con le fughe. Io forse trovo un po’ trovo noioso stare tutto il Tour nella penombra, senza guizzi, a fare i calcoli per un piazzamento.

Infatti c’è il pericolo che se Healy pensasse solo alla classifica perderebbe quello spirito battagliero che lo fa amare tanto dai tifosi?

A livello sportivo e tecnico fare 6° o 7° è un risultato di assoluto valore, non c’è dubbio. Ma a livello di storia che si racconta, di una squadra o di un corridore, è la cosa più noiosa che ci sia. Anche gli addetti ai lavori dopo qualche tempo fanno fatica a ricordarsi chi è arrivato quarto. Penso che il ciclismo ci perda se la paura di essere sconfitti è più grande della voglia di provare a vincere. Il lusso che ho io è che il nostro capo vuole che ci proviamo sempre, anzi l’unica cosa che lo fa arrabbiare è se non ci tentiamo qualcosa. Anche allo sponsor non dispiace se poi perdiamo, l’importante è che facciamo di tutto per correre con cuore e con coraggio. Secondo me è questo è il bello del ciclismo.  

Grande soddisfazione fino alla fine, con il premio di super combattivo del Tour sul podio di Parigi
Grande soddisfazione fino alla fine, con il premio di super combattivo del Tour sul podio di Parigi
Quindi Ben rimane più un corridore da classiche secondo te?

Non lo vedo come una cosa o bianca o nera. Lui potrebbe puntare alla classifica, ma a modo suo. La realtà è che niente rimane mai fermo. Ha bisogno di essere stimolato, anche perché ogni mese e ogni anno diventa più marcato dagli altri e il suo modo di correre non può essere lo stesso. Noi vogliamo accompagnare Ben nella sua carriera, e non solo dirigerlo, cerchiamo di avere dei progetti che lo sfidino. Quindi magari sì, in futuro proverà a fare classifica, ma sempre a modo suo, senza impedirgli di essere quello che è.

Quali sono le prossime gare in cui lo vedremo, la Vuelta?

No, ora un po’ di riposo poi punterà al Mondiale e al Giro di Lombardia. Ora però ci godiamo questo momento, questo successo, e poi vedremo per il futuro. Che sarà comunque sempre all’attacco. 

Tappa a Yates, Healy in giallo. E i big? Ce lo spiega Ellena

14.07.2025
7 min
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Sul Massiccio Centrale tanto tuonò che non piovve? Sembra proprio di sì… La decima tappa del Tour de France nel giorno più importante per i “cugini”, quello della presa della Bastiglia, ha visto i big stuzzicarsi appena e la fuga andare via. Una di quelle 4-5 fughe che aveva pronosticato Aurelien Paret-Peintre, che infatti era nel gruppo giusto. Tappa a Simon Yates e maglia gialla a Ben Healy.

Come ha detto Stefano Rizzato in diretta Rai, una tappa che ha visto mischiare il rosa e il giallo: a vincere sul Massiccio Centrale è stato il re dell’ultima maglia rosa (appunto Yates) e un altro corridore in rosa si è preso la maglia gialla.

Ma al netto dei colori, che cosa ci ha detto questa frazione? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Ellena, uno dei direttori sportivi della Polti-Kometa, in questi giorni in ritiro a Bormio con la sua squadra per preparare i tanti appuntamenti di agosto, tra Spagna e Nord Europa.

Giovanni Ellena, direttore sportivo della Polti-VisitMalta (foto Borserini)
Giovanni Ellena, direttore sportivo della Polti-VisitMalta (foto Borserini)
Forse, Giovanni, ci si poteva attendere qualcosa di più da questa tappa?

Il dislivello era tanto, perché comunque 4.500 metri non sono pochi, però alla fine erano tutte salite abbastanza pedalabili. Se mandi due uomini in fuga nella tappa del Sestriere, dove poi c’è da fare tutta la valle e li tieni a 4-5 minuti è un conto. Ma in una tappa del genere lasciarli a quella distanza… a cosa serviva? E soprattutto, dove attacchi? Serve anche il terreno adatto e questa non era la tappa giusta.

Chiaro…

Va bene il 14 luglio, se vogliamo parlare della festa nazionale, ma non era una tappa in cui potevi fare grandi differenze attaccando da lontano. Se attacchi su una salita con pendenze elevate, può funzionare, ma qui era davvero difficile. E poi non è che stai attaccando “Giovanni”, stai attaccando un certo Pogacar.

La sensazione è che l’azione della Visma-Lease a Bike a un certo punto sia passata da “prepariamo l’attacco per Vingegaard” a “vinciamo la tappa”. In fin dei conti alla UAE Emirates che interesse aveva a tenere la maglia?

E infatti si è visto nel finale. Pogacar non ha nemmeno fatto la volata.

Aver perso la maglia gialla a questo punto del Tour lo aiuta ancora?

Un po’ sì. Intanto domani si riposa con qualche riflettore in meno. Non dico che sia stata una scelta voluta, è difficile fare certe valutazioni con i meccanismi attuali, ma sicuramente gli fa bene. Stressa meno la squadra. Anche mercoledì la responsabilità di tenere il gruppo, anche solo nei tratti in pianura, passerà sicuramente a un altro team, la EF Education-EasyPost, per quella legge non scritta che vuole davanti la squadra del leader. Magari si alterneranno con quella di qualche velocista. Tutto questo ti aiuta a salvare qualcosa in termini di energie. In più non scordiamo che ha già perso Almeida.

Nel finale la planimetria ruotava attorno alla meta, il Puy de Sancy, vetta del Massiccio Centrale. In fuga anche Velasco, in primo piano
Nel finale la planimetria ruotava attorno alla meta, il Puy de Sancy, vetta del Massiccio Centrale. In fuga anche Velasco, in primo piano
E Sivakov oggi non era affatto messo bene sin dall’inizio…

Quindi comincia a risparmiare e fa bene. Anche se potrebbe vincere il Tour “da solo”, sa bene che la squadra è importante e che lavorare un filo in meno è utile. E poi ci sono i dettagli: le interviste, il tornare prima in hotel, tutti gli altri protocolli… Sono aspetti che oggi fanno la differenza.

E invece, Giovanni, come ti spieghi quegli attacchi ai 20-25 chilometri della Visma-Lease a Bike?

Probabilmente per cercare di far lavorare la squadra di Pogacar, risparmiando al massimo Vingegaard. Magari hanno deciso di puntare tutto sulle salite vere con Vingegaard, che non si è mai mosso davvero, a parte qualche scattino. Azioni volte a innervosire Pogacar, anche se mi sembra l’ultimo che si innervosisce! E’ difficile combattere con un personaggio del genere. C’è una cosa che mi ha colpito qualche giorno fa.

Quale?

Per radio voleva sapere come fosse andata la gara della sua compagna, Urska Zigart, al Giro Women. Non solo: ha chiesto anche della classifica. Vuol dire che sei disconnesso nel senso buono, che scarichi la tensione. E’ importantissimo nelle corse a tappe. Ti stacchi mentalmente. Sì, stai pedalando, ma non hai lo stress addosso. Ti alleggerisce psicologicamente. Oltre alla condizione fisica – che è incredibile – ha anche questa capacità. Penso alla borraccia al bambino l’anno scorso sul Grappa. Riesce a non essere sempre focalizzato al cento per cento.

Si diceva che con quegli attacchi volessero isolarlo, per evitare che con i suoi uomini potesse imboccare forte la salita. Pertanto gli attacchi dei Visma erano quasi più per difendersi: come la vedi?

Non lo so. Per me ha più senso il discorso del provare a innervosirlo, isolarlo, far stancare la sua squadra che non è al top. La Visma ha vinto la tappa, gli è andata bene, però poi quando in ammiraglia vedi che ti muovi, fai, prendi iniziativa e il tuo rivale a due chilometri ti piazza uno scatto del genere, come a dire “Il più forte sono io”, non è facile. Stasera Vingegaard in camera penserà: «Questo mi scatta in faccia e poi mi aspetta anche».

Forse anche perché voleva perdere la maglia gialla…

Sì, si per quello. Si è messo a ruota di Lenny Martinez che era reduce della fuga. E anche qui non è stata un’azione banale. Perché è vero che si chiama Pogacar ed è il più forte in assoluto in questo momento, ma è anche vero che più amici hai nel gruppo, meglio è. E da oggi avrà qualche amico in più nella EF e anche nella Alpecin-Deceuninck. Ieri a un certo punto era lui a rompere i cambi per favorire Van der Poel. Pogacar si sa gestire su tutto. E torno alla sua capacità di disconnettersi: lo rende più lucido.

Ma secondo te, Giovanni, è davvero il più forte o Vingegaard sta covando il colpaccio come due anni fa, quando alla prima vera salita cambiò tutto?

Potrebbe anche essere. Sin qui, anche per caratteristiche fisiche diverse, non è stato brillante come Tadej, ma non lo vedo affatto male. Se la sua condizione è davvero buona, sulle salite lunghe potrebbe anche fare la differenza. E non sarebbe la prima volta…

Remco, lo vedremo correre solo di rimessa, al netto del piccolo allungo di oggi?

Sì, deve correre di rimessa e sperare di non essere troppo sotto agli altri due. Poi magari mi sbaglierò, ma in questo momento la vedo così.

Ben Healy in giallo. L’irlandese è arrivato 3° a 31″ da Simon Yates. Ora guida con 29″ su Pogacar
Ben Healy in giallo. L’irlandese è arrivato 3° a 31″ da Simon Yates. Ora guida con 29″ su Pogacar

Parola ai protagonisti

Quanto detto da Ellena trova riscontro nelle parole di Simon Yates: «E’ stata una vittoria di esperienza. E’ stato difficile entrare in fuga. C’erano molti corridori forti. Ho volutamente preso il comando nelle ultime curve, alla fine della discesa, prima dell’inizio della salita, perché volevo partire bene e prendere slancio. Lì ho dato il massimo.
«Siamo tutti concentrati su Jonas – ha aggiunto Yates – e sulla classifica generale. E anche oggi era così. Il piano era di essere in fuga nel caso fosse successo qualcosa dietro, ma a un certo punto il distacco era troppo grande, quindi mi sono potuto giocare la tappa».

Un plauso va poi a Ben Healy. Tante volte ha corso peggio di un allievo al debutto, ma in questo Tour de France sta mostrando davvero la sua classe e anche il suo coraggio. A un certo punto ha corso esclusivamente per la maglia e ha centrato di nuovo l’obiettivo, non curandosi di Yates.

«Sono ancora un po’ apatico perché sono così stanco – ha detto Healy – Non ci posso credere. Se qualcuno mi avesse detto che dopo dieci giorni avrei indossato la maglia gialla, non ci avrei creduto. A un certo punto, quando il vantaggio è aumentato, ho semplicemente abbassato la testa e sono partito pensando solo alla maglia gialla. Ho iniziato a spingere e basta. Non ho potuto rispondere a Yates nel finale. Devo ringraziare i miei compagni (in fuga ne aveva tre: Neilson Powless, Alex Baudin e Harry Sweeny, ndr). Se non ci fossero stati loro, ora non avrei la maglia gialla. Harry è andato come un camion e Alex ha concluso alla perfezione».

Fughe del Tour, è sparita la fantasia: la lezione di De Marchi

12.07.2025
7 min
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«Quest’anno è capitato che abbiamo fatto andar via un corridore per 80 chilometri da solo – dice De Marchi – e che nessuno lo abbia seguito. Insomma, il gruppo è fatto da 180 corridori e la maggior parte non ha grandi occasioni. Ci sarebbero molte più possibilità di quelle che vengono veramente sfruttate, invece ci si limita alle tappe più scontate. E questo comporta che in quei 5-6 giorni tutto il mondo voglia andare in fuga e ti ritrovi con gruppi di 30 corridori pieni di seconde linee che potrebbero tranquillamente essere leader e sono lì a giocarsi la tappa».

Le fughe del Tour sono state l’ispirazione per un interessante confronto con il friulano della Jayco-AlUla, che sulle grandi cavalcate ha costruito i momenti più belli della carriera. La sua ultima partecipazione alla Grande Boucle risale al 2020 ed è del 2014 il numero rosso ricevuto sul podio di Parigi. Giovedì Ben Healy ha conquistato la prima tappa che sia sfuggita al gruppo (foto di apertura). Sono serviti quasi 100 chilometri per portare via il gruppo decisivo, poi è stato tutto un fatto di scelta di tempo e gambe. Una fuga andata via di forza, come ormai accade sempre più spesso. Quella di ieri verso il Mur de Bretagne è stata invece neutralizzata dal gruppo dei migliori, che ancora una volta hanno scelto di fare la corsa.

Sul podio dei Campi Elisi al Tour del 2014, quello di Nibali, De Marchi conquista il premio della combattività
Sul podio dei Campi Elisi al Tour del 2014, quello di Nibali, De Marchi conquista il premio della combattività
E’ così difficile andare in fuga al Tour?

E’ sempre stato difficile, ma forse adesso le occasioni sono ancora meno: l’offerta è diminuita e la richiesta è aumentata. A parte quei pochi che curano la classifica e che a volte puntano anche sulle briciole, adesso si gioca il tutto per tutto solo in alcune giornate. E’ un’altra storia.

Perché?

Perché prima i corridori di classifica pensavano alla classifica. Capitava quello che si buttava, ricordo Contador che ogni tanto faceva qualche attacco. Ma erano episodi sporadici, che non stravolgevano la corsa. Così ad andare in fuga eravamo solo noi seconde linee, tra virgolette, mentre adesso ti rendi conto che nelle fughe c’è dentro veramente di tutto. Guardate il gruppo da cui ha vinto Healy e dentro c’erano fior di campioni (con Healy c’erano, fra gli altri, Simmons, il vincitore del Giro Yates, Van der Poel, Storer, ndr). Giornate come quella diventano delle gare di un giorno all’interno di una gara tappe. Giovedì ci hanno messo 100 e passa chilometri a far partire la fuga. E’ come l’approccio a uno sprint, perché la minestra è la stessa ed è uguale anche il modo di affrontare il percorso.

Al Giro d’Italia è più facile?

In realtà si sta uniformando tutto. Ovviamente al Tour c’è qualcosa in più, ma era lo stesso 15 anni fa. Al Tour è sempre andato chiunque avesse l’un per 100 in più di condizione, motivazione e voglia. E questo, moltiplicato per 200, crea l’effetto Tour de France. Però la sostanza non cambia, anche al Giro quest’anno le fughe andavano così. Un’altra cosa che è cambiata parecchio è che le fughe sono molto più numerose, è difficile trovarne una di 5-6 corridori

La fuga di giovedì verso Vire Normandie è andata via di forza dopo quasi 100 km. Qui Simmons e Healy
La fuga di giovedì verso Vire Normandie è andata via di forza dopo quasi 100 km. Qui Simmons e Healy
Che cosa cambia?

E’ una gestione completamente diversa. Replichi nella fuga la gara che di solito faresti in gruppo. Diventa una questione non solo di gambe, ma di strategia, necessità di leggere la corsa e i movimenti degli altri. Per me è sempre stato meglio andare in fughe meno numerose. Magari essere in tanti ti permette di arrivare più avanti, ma se il gruppo è grosso, c’è anche meno accordo. Giovedì, Healy ha scelto il momento giusto e poi le cose hanno avuto il solito svolgimento.

Quale?

Si crea il gap. Chi è davanti va alla stessa velocità di chi è dietro, che non ha più le forze per chiudere. Si congelano i distacchi, a meno che uno non salti per aria, cosa sempre più rara da vedere. Quindi alla fine diventa fondamentale fare la prima mossa e prendere subito vantaggio. Poi non ti prendono più.

Quanta concentrazione serve per prendere la fuga?

Tantissima, al punto che nei momenti topici nemmeno senti il baccano del pubblico. Devi tenere tutto sotto controllo. E’ super impegnativo, niente di diverso da un finale di gara, dalla preparazione di una volata. Con la tattica fai la differenza, perché un conto è fare due ore e mezza a tutta, altra cosa è mettersi nelle prime posizioni senza mai affondare, stare coperti e ritrovarsi ugualmente in fuga avendo speso un quarto rispetto agli altri. Quella è una cosa che cambia tanto e che una volta si faceva di più. Invece vedo gente che vuole andare in fuga solo di gambe. Si sa che al dato chilometro c’è lo strappo o la strada stretta, si aspetta solo quello e vanno via di forza, raramente d’astuzia o esperienza.

Sono così mediamente giovani che l’esperienza non possono averla.

Forse è vero, ma secondo me dipende dal fatto che le gambe sono diventate lo spartiacque. Quando hai un certo tipo di livello e di gambe, puoi fare il doppio delle cose di chi quelle gambe non le ha. Nove volte su dieci, ci riesci. E’ cambiata molto anche la voglia di rischiare e sorprendere il gruppo in giornate che sulla carta non sono adatte alle fughe. Se si prevede che finirà in volata, nessuno ci prova. Mi dispiace che sia così, vuol dire che non c’è poi tanta fantasia, non c’è tutta questa libertà.

Si fa solo quello che può riuscire?

Ricordo delle tappe da volata, con la fuga che riusciva quasi a farcela o addirittura ce la faceva e metteva in scacco tutti quanti. Al Delfinato del 2019, nella quinta tappa ero in fuga anch’io. Tutti aspettavano la volata, però siamo arrivati all’ultimo chilometro che ancora non ci avevano preso. Ce la siamo giocata fino in fondo, ma sono cose che succedono sempre meno. Vi anticipo: non darei la colpa alla radio, anche se in qualche misura incide. La verità è che secondo me nell’animo dei corridori di quest’epoca manca un po’ di spirito di iniziativa. Se il corridore vuole, ha la libertà di muoversi come vuole.

Quanto è importante saper leggere le dinamiche del gruppo?

Devi sapere come sono andate le giornate precedenti, se ad esempio c’è già stata una fuga, se qualcuno l’ha provata e non l’ha presa. Devi tenerlo in considerazione, devi conoscere gli eventuali rumors. Al Delfinato di quest’anno, si sapeva che la EF Education volesse andare in fuga, ma non ci erano ancora riusciti. Finché a un certo punto, mi pare nella quinta tappa, alla partenza si sono schierati tutti davanti e alla fine hanno messo Baudin nella fuga. Ci sono movimenti da leggere nei primi chilometri. Vedi la squadra che all’inizio chiude perché attende un tratto in salita più adatto al suo scalatore. Però sono finezze cui pochi fanno attenzione. Molti sono concentrati sullo sforzo, sul fatto di avere nelle gambe la botta al posto giusto e nel momento giusto. Invece ci sono anche altri aspetti da valutare.

La fuga di ieri verso Mur de Bretagne non è stata fatta allontanare: i più forti volevano la tappa
La fuga di ieri verso Mur de Bretagne non è stata fatta allontanare: i più forti volevano la tappa
Ad esempio?

Ad esempio il punto in cui attaccare oppure come farlo in base al vento. Alla Boucle de la Mayenne, la corsa che ho fatto prima del Delfinato, un giorno c’era terreno tutto su e giù, che alla fine vai velocissimo. C’era gente che scattava in cima agli strappi, anzi in discesa. Seguirli e mettersi a ruota era la cosa più semplice. Oppure capita che ci sia vento contro e la gente attacchi dalle prime file, con altri che gli prendono la ruota e si vede che non vai da nessuna parte. Sarebbe meglio arrivare da dietro lanciati e magari far partire un compagno e poi attaccare in prima persona. Sono cose che si vedono raramente.

Cosa pensi quando passi davanti al tuo numero rosso?

Mi ricorda che c’è stato un periodo in cui avevo anch’io la cartucciera piena e non avevo paura di sparare e tentare. Il momento della giovinezza, ma anche di quando hai un sacco di fiducia e voglia di provarci.

Il tempo è volato. Alessandro è appena rientrato dall’Alto Adige con la famiglia ed è in partenza verso l’Austria per fare altura con la squadra. L’ultimo anno della sua carriera entra nella seconda parte e i programmi sono ancora da farsi. Durante lo scorso inverno, con ottima scelta di tempo, il Rosso di Buja ha fatto e superato il corso per diventare direttore sportivo e si sta guardando intorno per capire cosa fare da grande. Sarebbe davvero utile avere in ammiraglia qualcuno capace di insegnare certi concetti e certi movimenti.

Il giorno di Healy e dei calcoli da mal di testa

10.07.2025
6 min
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Healy ha la faccia da furetto e quando sorride fa grande simpatia. Poi sarà per i capelli smossi e lo sguardo che a volte sembra da matto, gli hanno costruito addosso la fama dell’anarchico: difficile da imbrigliare e vittima del suo stesso estro. Oggi ha portato via la prima fuga a 178 chilometri dall’arrivo e poi se ne è andato da solo quando ne mancavano 40. Sul traguardo di Vire Normandie, il piccolo britannico che dal 2016 corre con licenza irlandese, è arrivato con 2’44” su Simmons. Più che il suo estro, oggi gli avversari non sono riusciti a imbrigliare lui.

Servono nuovamente le parole di Charly Wegelius che lo ha guidato verso la vittoria per far capire che quell’immagine scarmigliata e disordinata è sbagliata. Anche di fronte a un’impresa così estemporanea, che tanto estemporanea (vedremo) non è stata.

«Abbiamo parlato di una mossa del genere – racconta il tecnico britannico – sul pullman questa mattina. Conosciamo le caratteristiche dei nostri atleti e pensiamo sempre al modo migliore per sfruttarle. Ma tra pianificare una cosa del genere e farlo, c’è di mezzo il mare. Sono cose toste. Questo ragazzo ha alcuni punti in suo favore. Il primo è il suo cervello, perché riflette molto sulle cose che fa. Il secondo è che è molto aerodinamico. E poi ha una resistenza bestiale alla fatica. Ma di certo non è anarchico. Certo ha fantasia, però studia quello che fa e si muove sempre con un motivo. La conseguenza è spesso molto bella da vedere».

Le prime due ore si sono corse a una media elevatissima: un vero show per la tanta gente
Le prime due ore si sono corse a una media elevatissima: un vero show per la tanta gente

Ripagare la squadra

Di certo sorride tanto Ben Healy ed è come se oggi fosse uno di quei pochi giorni in cui abbia davvero voglia di mostrare quello che ha dentro. Come quando nel 2023 vinse la tappa di Fossombrone al Giro d’Italia e apparve raggiante come non l’avevamo mai visto prima. Parla da vincitore e da leader, da uno che sa dire grazie.

«E’ semplicemente incredibile – risponde Healy – è successo quello per cui ho lavorato non solo quest’anno, ma da quando ho iniziato a fare il corridore. E non io da solo, parlo di ore e ore di duro lavoro da parte di così tante persone e questa vittoria è il modo migliore per ripagarle. I passi avanti degli ultimi tempi sono stati una vera e propria rivelazione e questo mi ha davvero fatto credere che sarei potuto diventare un corridore per risultati importanti. Mi sono messo sotto. Ho lavorato duramente. Ho cercato di perfezionare anche il mio stile di gara. Poi ho guardato anche un sacco di filmati di gara e questo oggi ha dato i suoi frutti».

Un colpo a sorpresa

Decisamente tanto studio e tanto cervello: mai giudicare (superficialmente) qualcuno dal suo aspetto. Quando 9’30” dopo di lui passano sul traguardo appaiati Powless, Baudin e Sweeney, che hanno saputo della sua vittoria dalla radio, le loro braccia si alzano al cielo all’unisono. Healy è ancora in strada e li aspetta. Fra l’emozione, la stanchezza e la necessità di riprendere fiato, quel tempo non gli è parso neppure così lungo.

«La tappa ha avuto un inizio pazzesco – racconta ancora Healy – un ritmo altissimo dall’inizio alla fine e io mi sono acceso subito. Forse ho passato un po’ troppo tempo e tante energie per cercare di entrare nella fuga, ma penso che sia solo il modo in cui sono capace di farlo. Una volta che ci sono riuscito, abbiamo dovuto davvero lavorare per avere il vantaggio giusto, quindi è stato un giorno davvero impegnativo. E intanto pensavo. Sapevo che dovevo avvantaggiarmi e scegliere il mio momento. E penso di aver calcolato bene i tempi e di averli colti di sorpresa. A quel punto, ho capito cosa dovevo fare. Da solo, a testa bassa e fare del mio meglio fino al traguardo. C’era l’altimetria perfetta: era una tappa che avevo cerchiato sin dall’inizio. Sono cresciuto guardando il Tour e ho sempre desiderato di farne parte. Ed è vero che ho solo vinto una tappa, ma esserci riuscito è davvero così incredibile…».

Pogacar risponde così al tentativo di forcing della Visma sull’ultima salita: il padrone per ora è lui
Pogacar risponde così al tentativo di forcing della Visma sull’ultima salita: il padrone per ora è lui

I calcoli di Pogacar

Lo portano via perché sta arrivando Pogacar. E a chi si chiedeva se quest’ultimo strappo sarebbe servito ad accendere la miccia fra i primi della classifica, la risposta arriva puntuale come il forcing della Visma-Lease a Bike e la risposta della maglia gialla. Vingegaard è arrivato con lui, ma ne ha subìto il passo. Su questi strappi non c’è storia, vedremo sulle salite più lunghe. Oggi semmai era lecito aspettarsi Evenepoel, su strade simili alla Liegi. Invece Remco è rimasto buono nella scia, mentre sotto il cielo del Tour si è sparsa la voce del suo (probabile) prossimo passaggio alla Red Bull-Bora. La maglia gialla se la riprende Van der Poel, che in fuga ha faticato ben più di quello che si aspettava e quel primato così fragile (un secondo su Pogacar, ndr) sarà più un sollievo per il campione del mondo che un vanto per l’olandese.

«Pensavamo che avrebbero provato – dice Pogacar sorridente – non so a cosa sarebbe servito, ma sono andati forte e ci siamo limitati a seguire. Le prime due ore sono state velocissime e fortunatamente siamo sopravvissuti. A quel punto abbiamo pensato se valesse la pena correre per la tappa, ma abbiamo deciso di non sparare colpi a vuoto e abbiamo fatto il nostro passo. Forse la Visma ha accelerato per impedirmi di perdere la maglia gialla, ma alla fine l’ho persa per un solo secondo, perché comunque la fuga davanti ha fatto davvero un lavoro straordinario. Tutto merito loro. Non mi dispiace avere la maglia gialla, ma come ho detto, l’obiettivo per oggi era di spendere il meno possibile, mentre domani è un altro buon traguardo per me. Però attenti, abbiamo ancora bisogno di un po’ di gambe per la seconda e la terza settimana. Quindi il lavoro di oggi va considerato positivo soprattutto in questa prospettiva».

Van der Poel è stato a lungo maglia gialla virtuale con ampio margine. Il crollo nel finale gliel’ha portata con appena 1″ su Pogacar
Van der Poel è stato a lungo maglia gialla virtuale con ampio margine. Il crollo nel finale gliel’ha portata con appena 1″ su Pogacar

Roba da mal di testa

C’è tanto calcolo in questo ciclismo spaziale che ha visto svolgersi una tappa di 201,5 chilometri con 2.987 metri di dislivello a 45,767 di media. Il calcolo millimetrico di Healy nel prendere la fuga e poi nel lasciare i compagni con un attacco che unisse potenza e sorpresa. Quello di Van der Poel, stremato sull’asfalto a capo di una giornata che gli ha riportato la maglia gialla, ma forse lo priverà delle gambe per rivincere domani al Mur de Bretagne. Il calcolo di Pogacar, deciso a mollare il primato. E il calcolo di quelli dietro, con il tempo massimo di 52’50” che ha permesso a Milan di arrivare a 29’33”, salvando la gamba e la maglia verde per appena 4 punti. Chi pensa che sia solo un fatto di muscoli e cuore, alla fine di tappe come questa potrebbe aver bisogno di una pillola per curare il mal di testa.

Alla scoperta di Ben Healy, con Charly Wegelius

03.05.2025
6 min
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Con il terzo posto alla scorsa Liegi-Bastogne-Liegi, Ben Healy ha conquistato il suo primo podio in una Monumento. Un risultato arrivato dopo tre stagioni in cui abbiamo imparato a conoscerlo e a riconoscerlo: sempre in fuga, sempre all’attacco, con quella testa leggermente piegata sulla sinistra.

Nel 2023 si è rivelato al mondo con un 2° posto all’Amstel Gold Race e un 4° alla Liegi, e da quel momento non ha smesso di crescere e stupire. Ma chi è davvero Ben Healy? E dove può arrivare ora che, a 25 anni, è nella piena maturità? L’abbiamo chiesto al suo direttore sportivo all’EF Education-EasyPost, Charly Wegelius.

L’inglese Charles Wegelius (classe 1978) è dal 2017 a capo dello staff della EF Education-EasyPost
L’inglese Charles Wegelius (classe 1978) è il diesse della EF Education-EasyPost
Charles, ci racconti com’è stato il tuo primo impatto con Healy?

Aveva già fatto ottimi risultati come dilettante e per questo lo abbiamo voluto con noi. Nel primo anno abbiamo deciso di farlo correre senza cercare picchi di forma specifici per poter decidere un programma misto, in modo da capire dove inquadrarlo nel ciclismo di questo livello. La stagione successiva (2023, ndr) abbiamo puntato più specificatamente sulle gare di un giorno. Quell’anno cadde a febbraio e mi ricordo che fece dei lavori impressionanti sui rulli, al punto che poco dopo riuscì ad arrivare 2° all’Amstel dietro Pogacar e disputare un ottimo Giro d’Italia. Proprio in virtù di quell’esperienza, in questa stagione abbiamo cercato di ricreare una programmazione simile al 2023, e per ora direi che sta funzionando.

Quindi avete capito presto di avere tra le mani un corridore di qualità?

Tutti i corridori che arrivano in una squadra come la nostra hanno grandi qualità, ma poi bisogna capire come farle fruttare. Dopo aver visto quello che Ben ha fatto già il primo anno, quando come dicevo abbiamo evitato di fare lavori specifici, ci ha convinti del suo valore. A quel punto non ci voleva un genio a capire che con una preparazione mirata sarebbe solo migliorato. E infatti così è stato.

Ben Healy all’ultima Liegi attacca con sua caratteristica andatura, finirà 3° dietro Pogacar e Ciccone
Ben Healy all’ultima Liegi attacca con sua caratteristica andatura, finirà 3° dietro Pogacar e Ciccone
Torniamo al 2025. Quali saranno gli obiettivi dopo la primavera?

Ora si prenderà un periodo di pausa dalle gare e preparerà il Tour. Poi punteremo ai mondiali e poi alle classiche di fine stagione in Italia.

Al Tour si concentrerà sulle tappe o proverà a fare classifica?

La classifica per ora la scartiamo, perché vorrebbe dire fare una gara anonima e precludersi obiettivi più grandi. Per lui in questo momento conviene uscire di classifica e puntare a qualche tappa specifica, magari meno del solito, ma in maniera più precisa. Anche se non è facile con lui, perché ha sempre tanta voglia di attaccare. Potrebbe anche pensare alla maglia a pois, ma quello si vedrà al momento in base a come andrà la corsa. Certo per uno come Ben resta un obiettivo possibile.

All’Amstel Gold Race del 2023 Healy è riuscito a staccare un campione come Pidcock
All’Amstel Gold Race del 2023 Healy è riuscito a staccare un campione come Pidcock
Hai detto che non sempre è facile tenerlo fermo. Quel modo di correre è quello che l’ha fatto amare fin da subito dai tifosi.

Sì, questa è una sua caratteristica, ma non vuol dire che sia un cavallo pazzo, anzi. E’ consapevole sia delle sue capacità che dei limiti, e corre di conseguenza. Per fortuna di tutti, il risultato è che spesso questo crea delle gare molto divertenti, ma c’è sempre un pensiero dietro. Lui sa che può mantenere delle velocità alte per molto tempo e il ciclismo di oggi ti obbliga a partire da lontano, ad anticipare, anche perché lui non ha un grande spunto in volata e quindi sa che deve arrivare da solo.

Per ora l’abbiamo visto in azione nelle classiche. Un giorno credi che potrà puntare alla classifica in un Grande Giro?

Non vogliamo scartare nulla, perché sta crescendo ancora. Prima o poi vorremmo provare a fare classifica in una corsa di una settimana e da lì vedere come va. Quando ci sarà spazio proveremo a sperimentare e capiremo assieme. Non penso che abbia già raggiunto i suoi limiti fisici. E se non ci fosse Pogacar…

Alla Liegi 2025 per la seconda volta l’irlandese ha condiviso il podio con Pogacar
Alla Liegi 2025 per la seconda volta l’irlandese ha condiviso il podio con Pogacar
A proposito di Pogacar, abbiamo visto quel simpatico siparietto al termine della Liegi, quando Healy gli ha chiesto quando ha intenzione di ritirarsi. Pensando già in ottica Lombardia, come si fa a battere questo Pogacar, anticipando gli attacchi sempre di più?

Il problema è che non solo lui è fortissimo, ma ha una squadra di altissimo livello. Bisogna prendere atto della sua superiorità e accettare il fatto che la sua presenza cambia anche tatticamente la corsa. Ma non bisogna darsi per vinti prima di partire, anche lui è un essere umano e noi ci proveremo sempre. Come con la pioggia o con il sole c’è la tendenza a pensare che quello che abbiamo di fronte durerà per sempre, ma non è così. Arriverà il momento in cui anche Pogacar sarà battuto, in cui ci sarà uno spiraglio di luce, e quel giorno Ben sarà pronto.

Veniamo al Ben Healy corridore e uomo, ci racconti che tipo è?

E’ un ragazzo molto tranquillo, non è uno che alza la voce, ha una buona anima, pensa sempre tanto prima di parlare. Ha cervello, capisce quello che gli succede attorno. Fuori dalla sua bolla, per esempio è uno di quei corridori che nota tutto il lavoro che fa lo staff per lui. Quando ci parli devi essere preparato anche tu, perché conosce bene gli aspetti tecnici del ciclismo, come l’aerodinamica e la meccanica. Direi che in generale è molto facile lavorare con lui.

Al Giro 2023 Healy ha vinto a Fossombrone la sua prima corsa nel WT. Quest’anno riuscirà a fare sua anche una tappa al Tour?
Al Giro 2023 Healy ha vinto a Fossombrone la sua prima corsa nel WT. Quest’anno riuscirà a fare sua anche una tappa al Tour?
Con il terzo posto alla Liegi Healy è entrato di diritto nel novero dei più forti corridori al mondo nelle classiche da scalatori. Oltre alla gambe quanto conta il carattere per raggiungere questi livelli?

Direi che ci sono tanti corridori molto forti, ma spesso quello che distingue quelli che hanno un livello superiore è la mentalità. Tutti fanno sforzi e sacrifici, ma quelli superiori hanno un carattere differente. Hanno qualcosa di diverso, una determinazione, una consapevolezza, che si vede ancora di più nelle gare di un giorno. Perché sai che quelle poche ore si concentrano magari mesi di lavoro e devi avere una mentalità particolare per non farti prendere dall’ansia e dare il meglio di te. Lì, in quel momento.
Mio padre lavorava con i cavalli e mi diceva che i più forti avevano un carattere speciale che notava subito. Secondo me con i corridori è simile, i campioni hanno qualcosa di particolare che li differenzia dagli altri. E Ben rientra sicuramente in questa categoria.