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Spunta “Loulou”, tempo di ricognizione alla Strade Bianche

03.03.2022
6 min
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Sole che va e che viene. Le colline senesi si accedono e si spegnono. Corridori che passano e primo brulicare di ammiraglie. E’ la ricognizione. L’avvicinarsi della Strade Bianche fa vivere improvvisamente questi angoli di Toscana dove di solito c’è ben altra tranquillità.

I team, molti dei quali composti da corridori che ieri erano al Trofeo Laigueglia, ne approfittano per la ricognizione. «Il ciclismo è cambiato – ci dice Davide Bramati diesse della Quick Step- Alphavinyl – ormai la maggior parte fa la “recon” il giovedì e non il venerdì».

Ricognizione al giovedì

Uno dei motivi che probabilmente ha spinto a fare la prova oggi è il meteo. Domattina infatti c’è una certa probabilità di pioggia. Quindi meglio driblare uno scroscione d’acqua poco piacevole e per di più neanche influente ai fini della gara, che invece dovrebbe essere asciutta.

Però Brama ha ragione. Ormai è così: meglio avere un giorno di riposo in più nelle gambe. Meglio passare una vigilia tranquilla. Specie per chi punta alla vittoria come il campione del mondo Alaphilippe.

E sulle orme del team di Lefevere anche altre squadre hanno scelto di provare all’antivigilia. Jumbo-Visma, Lotto Soudal, Bora Hansgrohe, UAE Team Emirates, Ineos-Grenadiers, quelle che abbiamo incontrato noi. Mentre la Trek-Segafredo dovrebbe andare domani. Di sicuro domattina andranno le donne.

Quick Step da lontano

Molti hanno scelto di partire dai meno 90-100 chilometri. Uno dei vantaggi della ricognizione al giovedì è che si può provare una porzione maggiore di percorso.

La Quick Step–Alphavinyl per esempio ha scelto di provare solo i settori più lunghi e per questo è partita abbastanza indietro, in zona Torrenieri per intenderci, vale a dire poco prima del settore più lungo, quello di Lucignano d’Asso. E infatti, dopo Monte Sante Marie, Alaphilippe e compagni sono scesi “in pianura” e hanno ripreso la strada dell’hotel. 

Altri invece, dopo Monte Sante Marie, hanno tirato dritto anche per scoprire gli ultimi tre settori: Monteaperti, Colle Pinzuto e Le Tolfe.

Occhio alle ruote

Una ricognizione fatta principalmente per il “reparto ruote”. Tutti tubeless per i Quick Step. Alaphilippe non aveva ancora trovato la pressione giusta, tanto che proprio all’uscita di Monte Sante Marie l’ha fatta ritoccare al meccanico. Probabilmente l’ha fatta abbassare un po’ visto che si è “lamentato” dell’aderenza.

Il francese ci tiene molto a questa gara. L’ha vinta nel 2019 e lo scorso anno fu secondo alle spalle di Van der Poel. E’ dato in ottima condizione. E quando “Loulou” punta ed è in condizione raramente sbaglia: Leuven (e non solo) insegna.

Per tutti loro ruote a “basso” profilo: le 33 millimetri Alpinist di Roval, marchio di Specialized.

Ma tutto sommato il clan era tranquillo, anche perché a vigilare su di loro c’era Giampaolo Mondini, il responsabile dei team proprio del brand americano. Di certo ne avranno parlato a bocce ferme anche a fine ricognizione.

Ulissi e Covi (in primo piano) durante la ricognizione di questa mattina
Ulissi e Covi (in primo piano) durante la ricognizione di questa mattina

Rapporti: si cerca il 32

E qualche dubbio regnava anche in casa UAE Team Emirates. Soler ha detto al meccanico che la pressione di 5,2 bar all’anteriore andava bene per lo sterrato, ma non per l’asfalto. Così sgonfia, infatti, la ruota saltellava un po’.

Il meccanico della UAE passava con la pompa da una bici all’altra per controllare la pressione appunto. Chiedeva ai ragazzi se andava bene. E intanto annotava i dati su un quaderno. Non solo, ma chiedeva anche dei rapporti.

«Ma lasciate questi rapporti?», domanda Covi: «Io vorrei il 32». «Sì, meglio. Il 32 va bene anche per eventuali ripartenze da fermi», gli risponde il diesse Manuele Mori.

Mentre parlano notiamo che Covi e Ulissi hanno fatto una scelta diversa. Ruote basse per Diego, ruote alte per Covi. Mentre le pressioni, a parte qualche ritocco in base al peso, dovrebbero essere per tutti le stese: 5-5,2 bar all’anteriore e 5,5-5,7 bar al posteriore.

Tattica e percorso

Ma la ricognizione serve anche per memorizzare i tratti, per visionare i possibili scenari di corsa. Una corsa sempre mossa, in cui ci si concentra molto sugli undici settori di sterrato chiaramente, ma che non va sottovalutata per il suo dislivello di 3.100 metri.

«Vedete – spiegavano i diesse della UAE ai ragazzi – qui (la vetta di Monte Sante Marie, ndr) si esce sempre “spaccati”. Di solito ci sono due gruppi. Se si è in uno di questi due drappelli va bene, altrimenti la corsa è finita».

«Perché quanto manca da qui?», chiede ancora Covi mentre sgranocchia una barretta. «Mancano 42 chilometri», gli risponde Mori. «Se non vi sentite un granché meglio anticipare, come fece Formolo qualche tempo fa», continua il direttore sportivo.

«E gli altri tratti come sono?», continua Covi. «Sono più brevi, ma con degli strappi duri», gli ribatte Ulissi, che è lì al suo fianco, ben più coperto del giovane compagno.

Rodriguez solitario

Le squadre si radunano quasi sempre all’uscita degli sterrati. I corridori parlano, si confrontano tra di loro e con i meccanici e soprattutto si aspettano. E sì, perché ci sono delle belle differenze di approccio alla ricognizione.

Ognuno interpreta i tratti come meglio crede: studiare linee e “sentire la guida” andando forte, oppure osservare bene la strada e i suoi trabocchetti. Si cerca poi qualche punto di riferimento da memorizzare in caso di crisi o di attacco.

E in questa interpretazione molto influisce quanto si è fatto il giorno prima.

Laengen e Soler ieri non hanno corso a Laigueglia e infatti sono arrivati in cima con una buona manciata di minuti di vantaggio su Covi e Ulissi, che invece sono stati protagonisti nella corsa ligure.

Idem Carlos Rodriguez. Lui lo abbiamo “pizzicato” in un tratto di collegamento su asfalto, totalmente abbandonato dai compagni (ma con l’ammiraglia al seguito). Anche lo spagnolo ha corso a Laigueglia. Andava pianissimo, ma non conoscendo il percorso lo ha voluto provare tutto.

Under 23 in ricognizione. E dietro la curva sfreccia Baroncini

23.09.2021
4 min
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Nella ricognizione di stamattina ad un tratto è sfrecciato dietro ad una curva Filippo Baroncini. Di preciso era l’ampio tornante dell’ultimo strappo nel circuito di Leuven e il corridore della Colpack-Ballan ci era arrivato un po’ lungo. Tanto che aveva lanciato un “gridolino” a metà curva, in piena piega. Qualche minuto dopo sono passati gli altri ragazzi.

Strappi brevi ma duri

«Eh, non me l’aspettavo una curva così – ci racconta Baroncini a meno di 24 ore dalla sua prova – Ero al primo passaggio in assoluto su questo circuito. E cosa dire: è un bel percorso. Su carta non sembra duro, ma alla fine verrà fuori una corsa tosta, tirata e con tanta selezione. Una selezione che si farà soprattuto nel circuito più grande, quello fuori Leuven. Lì gli strappi non sono troppo lunghi, ma duri, duri. E le differenze si faranno soprattutto sul falsopiano a seguire».

Baroncini parla di strappi, ma lo incalziamo dicendogli che sì sono duri, ma forse sono sin troppo brevi. A parte quello tipico della Freccia del Brabante, che tra l’altro è anche in pavé, poi difficilmente si supera il centinaio di metri di lunghezza.

«Per me però, per la nostra categoria almeno, faranno selezione e nel finale si faranno sentire. Per esempio quello ai meno 6 chilometri dall’arrivo in città non è facile, certo non è super ripido ma potrebbe decidere la corsa. Quello è uno dei pochi punti in cui togli il 53. Lì, sullo strappo dritto, il più tosto, nel circuito Flanders e nello strappo più lungo in pavé (quello del Brabante, ndr)».

«Io credo sia importante essere davanti, perché tante volte si passa dalla strada larga a quella stretta. La differenza la fai soprattutto nell’uscita dalle curve, che sono tante: se sei intorno alla decima posizione okay, ma se ti ritrovi 30°-40° poi diventa dura».

Nella crono iridata dell’altro giorno Baroncini è arrivato al nono posto a 57″ dal vincitore
Nella crono iridata dell’altro giorno Baroncini è arrivato al nono posto a 57″ dal vincitore

Condizione al top

«Come mi sento? Molto bene. E’ la miglior condizione di quest’anno di sicuro. L’altro giorno nella crono ho fatto registrare i miei record di potenza in assoluto e non a caso ho fatto nono. L’aver corso con i grandi come alla Sabatini mi ha dato quel pizzico di sicurezza in più».

Baroncini infatti con la maglia azzurra ha disputato la Coppa Sabatini e lì ha chiuso al quarto posto, ma tenendo fino all’ultimo le ruote di gente come Valgren e Colbrelli.

Intanto lui si dice tranquillissimo. E’ sereno e come impone il “manuale del buon corridore” sta vivendo questa vigilia riposandosi “gambe all’aria” in hotel. Dove divide la camera con Marco Frigo.

Frigo (a sinistra) e Baroncini (a destra) in camera con le gambe all’aria… dopo la ricognizione di stamattina
Frigo (a sinistra) e Baroncini (a destra) in camera con le gambe all’aria… dopo la ricognizione di stamattina

Tanto lavoro

Quando un corridore arriva al top nel momento clou significa che ha lavorato bene e che anche mentalmente può stare, meritatamente, sereno. E Filippo sa bene di aver fatto il suo.

«Quest’anno ho corso davvero tanto. Giro U23, Avenir, poi il ritiro al Sestriere, il Giro del Friuli… per allenarsi c’è poco tempo. Ma soprattutto prima del Giro e dell’Avenir ho fatto molti allenamenti a sfinimento, di quelli massimali che ti distruggono sul piano fisico, ma ti tranquillizzano mentalmente. E sei fiero di averli fatti».

Malori

Preparare una crono, Malori insegna

04.10.2020
4 min
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Cronometro individuale: una corsa contro il tempo, una corsa contro se stessi, era il regno di Malori. Adrenalina, potenza, intelligenza. Tutto si fonde in questa speciale disciplina del ciclismo. L’emiliano, un grande ex della specialità, ci spiega alcune cose, partendo da quanto visto nella crono di Monreale.

Adriano smise di correre nel maggio del 2017 in seguito alla bruttissima caduta in Argentina al Tour de San Luis un anno prima. Finì in terapia intensiva con frattura della clavicola e trauma cranico e facciale. TOrnò in bici, ma scoprì che nulla era come prima. Cadde ancora. E alla fine la piantò lì. Oggi gestisce un centro di preparazione al ciclismo, che segue i clienti a 360 gradi, dal posizionamento in bici ai comportamenti da tenere in gara. E di “consigli” noi glieli chiediamo per capire come si approccia una crono.

Malori
Malori in riscaldamento per la crono iridata di Richmond 2015 che concluse secondo
Malori
In riscaldamento ai mondiali di Richmond 2015
Adriano, come ci si prepara a gestisce uno sforzo così intenso? Serve pelo sullo stomaco per mettere le mani sulle protesi a 100 all’ora come a Palermo…

Paradossalmente una prova come quella di Monreale è più facile di quel che sembra. C’è infatti molta adrenalina che fa spingere e travolge tutto. Era una di quelle crono che quando arrivi non ti ricordi i primi 5 chilometri. 

A Monreale però si partiva in salita…

Bisognava partire forte, sapendo che nel tratto in salita non si doveva perdere più 5 secondi. Avrei dato tutto. Avrei rifiatato nel pezzo in discesa. E nel finale sarei andato al massimo.

Il tratto in discesa non era così decisivo nonostante quei rapporti lunghi?

In ogni caso la forza che si imprimeva sui pedali era meno che quella in salita o nel finale. Chi andava piano lì andava, che so, a 80 all’ora; chi andava forte a 85. In salita chi spingeva andava a 40, chi andava piano andava a 30, forse. Se si guarda a Ganna, nello specifico, lui aveva dalla sua una posizione perfetta e un peso che lo ha aiutato soprattutto nella stabilità.

L’approccio. Come vanno gestite la vigilia e il pregara?

Ha molta, moltissima importanza la ricognizione. Per una crono di quella lunghezza, io avrei visto il percorso non meno di 4-5 volte. Avrei studiato le curve, soprattutto per uno che come me in discesa non era un drago. Si fa una cena leggera e una colazione normale. Un giro in bici di nuovo sul percorso e se possibile per tornare in albergo avrei cercato di fare una mezz’ora dietro macchina. A pranzo, solo del riso. Circa un etto e mezzo. Solo riso perché non dà il picco glicemico e riempie con poco. Niente verdure. E’ una tecnica che provammo in Movistar e ci trovammo bene.

E il riscaldamento?

Una fase determinante. Varia in base alla lunghezza della crono e anche dalle condizioni del corridore. In generale oscilla tra i 30 e i 45 minuti. Se le sensazioni sono buone, se senti la gamba pronta subito si fa un po’ meno. Si fanno delle progressioni fino alla soglia molto lentamente. Io ne facevo sei e l’ultima finiva a 8′ dal via. Gli ultimi 5′ in scioltezza mettevo guanti e casco da crono.

Quindi ci si scalda col body da crono?

I primi tempi lasciavo la parte superiore del body penzolante. Poi da quando ero alla Movistar e i body erano molto più aderenti direttamente col body. Infilarlo da sudati era impossibile.

Il riso, fonte di carboidrati ideali prima della crono
Il riso è ideale prima della crono
E la gara quindi come si gestisce?

Una crono come quella di Monreale non si gestisce. Si va a tutta. In una più lineare invece nei primi chilometri si guarda ai watt perché tra adrenalina e gamba fresca se ci si affida alle sensazioni si spende troppo anche se non sembra. Dopo i primi 5 chilometri si aumenta.

Parli spesso di adrenalina, perché?

Perché in una crono è tanta. Soprattutto per gli specialisti. L’adrenalina può far bene, ma anche mandarti fuorigiri. Io avevo una tecnica. All’inizio mi affidavo al computerino, poi aumentavo e nel finale quando le gambe iniziavano a cedere pensavo alle cose che mi avevano fatto girare le scatole. In questo modo riprendevo quei 2-3 watt che magari mi facevano guadagnare un paio di secondi.

Quanto sono importanti i feedback dei compagni, mentre magari tu sei ancora in fase di riscaldamento?

Tanto. Di solito se si hanno specialisti o uomini di classifica si chiede a un compagno di fare questo o quel tratto a tutta. Serve per valutare i tempi di percorrenza, i reali approcci alle curve, per conoscere il vento. In una crono del 2015 in Algarve, che persi per due decimi da Tony Martin, fu importante ricevere le “dritte” di Amador. In un tratto sapevamo esattamente quanto stavamo andando forte rispetto agli altri.