Fra leggenda e futuro, quando parlava Van Looy

19.12.2024
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Ci fosse stato ancora Alfredo Martini, la prima telefonata sarebbe toccata a lui. Gli avremmo chiesto di parlarci di Rik Van Looy, visto arrivare nei suoi ultimi anni di carriera e poi seguito con gli occhi del tecnico. Siamo certi che Alfredo avrebbe avuto qualche aneddoto sulle 379 vittorie del belga scomparso ieri, a due giorni dal novantunesimo compleanno, che si sarebbe celebrato domani. Due volte campione del mondo (in apertura il podio del 1961 a Berna, quando si impose su Defilippis e Poulidor). Vincitore di tutte le prove Monumento e anche delle altre classiche originarie. Vinse infatti anche la Freccia Vallone, la Parigi-Bruxelles e la Parigi-Tours che a Merckx è sempre sfuggita.

Come lo racconti a un lettore di oggi il campione di quel ciclismo in bianco e nero, così duro da diventare mitico? Come diceva Alfredo, a un giovane devi dire quello che accadrà, non quello che è accaduto. E allora proveremo a fare un esperimento, cercando di leggere il presente con gli occhi di Van Looy, che lo scorso anno alla vigilia dei 90 anni rilasciò una lunga intervista al belga Het Nieuwsblad. In che modo un uomo di 90 anni, che lottò contro i giganti e che con le sue Guardie Rosse schiacciò il gruppo ben più di quanto abbiano fatto di recente Visma e UAE, vedeva il ciclismo di oggi?

E’ il 2006, Boonen ha vinto il secondo Fiandre, eguagliando Van Looy, che poi supererà
E’ il 2006, Boonen ha vinto il secondo Fiandre, eguagliando Van Looy, che poi supererà

Ciclista o calciatore?

«Se mi chiedono cosa sarei diventato se non avessi fatto il corridore – dice Van Looy nell’intervista – rispondo sempre: il calciatore. Ho tirato la matassa. Ho giocato con la squadra studentesca di Grobbendonk e siamo diventati campioni provinciali contro l’Anversa. La foto è rimasta appesa per anni nella mensa di Grobbendonk e forse è ancora lì. Alla fine ho dovuto scegliere. E come è andata? Ero appena diventato per la seconda volta campione belga tra i dilettanti e così ho scelto il ciclismo. Ma guardandomi indietro, se avessi potuto fare la stessa carriera da calciatore, avrei scelto diversamente. Il calcio è meno stressante. Nelle corse ci sei solo tu, nel calcio sono in undici. Puoi giocare male per mezz’ora e nessuno se ne accorge».

Muratore bambino

«Oggi si diventa professionisti a 18 anni – la risposta di Van Looy – non c’è paragone possibile. Ai miei tempi i bambini difficilmente andavano in bicicletta, perché quella era una cosa da adulti. Da bambino io andavo a fare il muratore con nostro padre. Ho aiutato a costruire la nostra casa, che è ancora lì. Evidentemente usammo il cemento buono. Ho avuto la prima bicicletta quando ho iniziato a distribuire riviste. Da quando avevo dodici anni. La mattina consegnavo trecento giornali, il pomeriggio andavo a scuola, sempre che il mio giro non finisse troppo tardi. E’ cominciata così. Bucai una gomma e portai la bici al negozio di un meccanico che faceva anche il corridore. Andai alle gare con lui, finché comprai anch’io una bici con il manubrio curvo e lui mi chiese perché non provassi a fare una gara».

Dal 2022 con arrivo a Herentals si svolge ogni anno il Grote Prijs Rik Van Looy
Dal 2022 con arrivo a Herentals si svolge ogni anno il Grote Prijs Rik Van Looy

Staccato dal gruppo

«Non ero un bambino prodigio – ammette Van Looy – come quelli di adesso. Ho fatto la mia prima gara con gli esordienti. Pensavo che la mia abitudine nel consegnare i giornali mi avrebbe permesso di seguire bene il gruppo. Fu una delusione. Dopo tre giri ero già staccato. Ho pensato: questo non fa per me. Volevo fermarmi. Alla fine mio padre mi convinse a ritirarmi. Solo un anno dopo partecipai di nuovo a una gara. All’inizio è stato deludente, ma poco dopo ho trovato il mio ritmo. Quell’anno penso di averne vinte circa quattordici. 

«Anche con i professionisti ho avuto difficoltà. Quando mi sono sposato pesavo 85 chili, mentre il mio peso in gara era intorno ai 70. Avevo appena finito di fare il soldato. Quell’anno ho fatto il Giro d’Italia e ovviamente mi staccavo tutti i giorni. Alla fine mi ritirai».

Van Looy apprezzava Evenepoel, col dubbio dei suoi mezzi nei Grandi Giri. Qui la Vuelta vinta nel 2022
Van Looy apprezzava Evenepoel, col dubbio dei suoi mezzi nei Grandi Giri. Qui la Vuelta vinta nel 2022

Evenepoel e il Tour

«Cosa penso di Evenepoel? Che a volte si comporta alla grande – sorride Van Looy – ma spesso mi ha deluso. Ha vinto il Giro di Spagna, ma chi erano i suoi avversari? Non c’era quasi nessuno che fosse arrivato fra i primi dieci del Tour de France. L’anno dopo era in testa, fino al giorno in cui ha preso 25 minuti di distacco. A cosa serve aver vinto poi due tappe? Quanto valgono, se non sei più in corsa per la classifica? Gli altri avranno detto: “Vai avanti, piccolo. Se ti piace andare in fuga, fallo pure”.

«Però fa bene a provare col Tour. La mia sensazione è che in una classica, Remco può tenerli tutti a bada, al Tour non saprei. Una volta mi chiesero se fossi anche un bravo scalatore. “Sì – risposi – ero un bravo scalatore finché gli scalatori non hanno iniziato a fare il loro dovere”. Come star, Remco è impegnato con troppe cose. Questo non va bene. E poi: se la squadra inglese più ricca lo avesse voluto davvero, non se lo sarebbero preso già da tempo?».

“Infantile”: così Van Looy ha definito il dono della Gand del 2023 da Van Aert a Laporte
Van Looy trovò “infantile” il dono della Gand del 2023 da Van Aert a Laporte

Van Aert e le classiche

«Mi aspettavo di più da Van Aert. Tutte le tappe che ha vinto al Tour – Van Looy è secco – non significano niente, lui deve vincere le classiche. Ha trent’anni, dopo la Milano-Sanremo pensavo che si fosse sbloccato, ma questo accadeva ormai quattro anni fa. Quando ha regalato la Gand-Wevelgem al suo compagno di squadra (Laporte, ndr) ho pensato: “Che infantile!”. Lui è il miglior corridore in gara, il compagno di squadra non ha fatto altro che il suo lavoro aiutando il suo leader. E quello gli dice: “Ecco, vinci tu”. Non ha alcun senso.

«E’ tutto troppo misurato in quella squadra. Quando leggo le interviste ai direttori sportivi, che spiegano cosa faranno chilometro dopo chilometro, io penso al leader e mi dico che dovrebbe essere lui a fare la sua tattica. Serve un direttore sportivo prima e dopo la gara, ma durante? Ai miei tempi il meccanico era più importante del direttore sportivo. Il direttore sportivo poteva leggere il giornale tutto il giorno».

Dietro Hinault ai Campi Elisi

«Sono stato per diciotto anni presidente della squadra di calcio di Herentals, ma non lo rifarei mai più. Il calcio è un mondo misterioso, penso anche a quei calciatori che cambiano bandiera per 100 franchi di differenza. Mi piaceva di più fare l’autista in gara per Sport 80. Avevo un grande vantaggio. Godet e Lévitan (allora dirigenti del Tour, ndr) mi conoscevano bene come corridore e così potevo osare un po’ di più. Ho guidato la mia auto alle spalle di Zoetemelk e Hinault sugli Champs-Elysées. Tutte le altre furono scacciate, rimasi io da solo. Piacevole. Ma l’anno successivo rimasi a casa. Era diventato troppo imbarazzante per gli altri giornalisti.

Van Looy con sua moglie Nini Marien, in un’immagine del 2013.
Van Looy con sua moglie Nini Marien, in un’immagine del 2013.

«Allo stesso modo non mi va di fare l’opinionista televisivo. Ci sono bravi atleti che lo fanno ed è un ruolo in cui se parli chiaro, rischi di farti molti nemici. Anche adesso. Mi chiedi cosa penso di Evenepoel e di Van Aert, ma in realtà non voglio offenderli. A dire il vero neppure capisco la necessità di avere un secondo commentatore. Se sei un bravo giornalista, perché hai bisogno di qualcuno accanto a te?».

Bicicletta addio

«Ho smesso cinque anni fa di andare in bicicletta. Ero appena uscito con un gruppo – ricorda Van Looy nella bella intervista – lungo il canale fino ad Anversa e ritorno. A 30, 35 l’ora. Mi sono reso conto che avevo fatto troppa fatica. Così ho pedalato sui rulli a casa per un po’, ma ho smesso di fare anche quello. Mi faceva male il sedere. Perciò il modo per mantenere lo stesso peso di quando correvo è non mangiare troppo. Ogni tanto pranzo da mia nipote, ma di solito vado da me dal macellaio e al supermercato. Cucino da solo. Patatine fritte surgelate con maionese: niente di più facile. E guardo anche molta televisione. Calcio, pallavolo, basket, corse: guardo tutto, spesso due volte. Mi manca mia moglie, ma siamo stati sposati per più di 65 anni, di cosa potrei lamentarmi? La cosa più importante è che continui a funzionare la testa. Perché se dovesse smettere, cosa ci farei ancora qui?».

Rik Van Looy è morto ieri, dopo che le ultime settimane erano state piuttosto pesanti a causa di qualche problema fisico. Ma la testa è sempre rimasta al suo posto. Ci piace pensare che abbia avuto il tempo di pensare per l’ultima volta al suo amato ciclismo e di prepararsi finalmente per incontrare nuovamente sua moglie Nini.

Remco, Tadej, gli stessi watt: facciamo un po’ di chiarezza

20.11.2024
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Quella di Evenepoel appare un po’ come una provocazione. L’olimpionico, sulle pagine di Het Nieuwsblad, ha raccontato di aver visto sul portale social Velon un post dov’era indicata la potenza media di Pogacar all’ultimo Lombardia: «Sono rimasto di stucco, aveva un valore di 340 watt che era esattamente il mio. Ma allora dove sono saltati fuori i tre minuti di differenza all’arrivo? Ho provato anche a scrivergli, ma non me l’ha detto…».

Tra i due è un po’ un gioco delle parti, ma la domanda resta e dà spunto per alcune interessanti considerazioni insieme a un preparatore di lungo corso come Pino Toni, che per prima cosa mette subito in chiaro alcune premesse: «Quella di Remco è una provocazione perché è estremamente difficile mettere a confronto differenti power meter. I dati prodotti da questi dispositivi non sono esattissimi, basti pensare che su 7 modelli Shimano solamente 3 hanno un limite di tolleranza inferiore al 5 per cento».

Pino Toni, qui con Svrcek, è dalla fine del secolo scorso impegnato nello studio scientifico delle prestazioni
Pino Toni è dalla fine del secolo scorso impegnato nello studio scientifico delle prestazioni
Quanto influisce questa differenza?

Tantissimo, significa che potremmo avere dati reali sono avendo l’assoluta certezza che due corridori utilizzano lo stesso modello e sul mercato ora ce ne sono ben 36, è una vera giungla. Io mi occupo di misurazione di potenza dal 1992 e per il mio lavoro devo avere la certezza del valore scientifico di quello strumento. Va tarato, dà valori specifici per la persona che lo ha utilizzato, ma fare paragoni diventa molto aleatorio.

La domanda di Remco però non è peregrina. Ammesso e non concesso che i due abbiamo avuto davvero la stessa potenza media, allora tutto quel divario da che cosa nasce?

Ci sono molte componenti che influiscono sulla prestazione di un corridore e che cambiano a seconda se questo stia esprimendosi in una gara su strada o a cronometro. Nel primo caso abbiamo tanti valori che non vengono considerati in quel semplice numero: attriti, cuscinetti della bici, aerodinamica, gomme… Per dare una risposta secca alla domanda di Remco: quel valore esprime la potenza del corridore, ma poi ci sono tanti altri valori dati dal mezzo.

La posizione di Remco a cronometro influisce sulla potenza espressa grazie alla grande aerodinamicità
La posizione di Remco a cronometro influisce sulla potenza espressa grazie alla grande aerodinamicità
Perché sottolineavi la differenza tra gara su strada e a cronometro?

Nella prestazione singola possiamo valutare l’erogazione di potenza in maniera più efficace e lì la componente umana ha un peso diverso. Perché Remco ha ad esempio un rendimento così alto? Un influsso importante ha la sua aerodinamicità, la sua capacità di assumere una posizione raccolta con le braccia che assumono una posizione che fende l’aria aiutando il corpo a penetrarla. Ma questo non aiuta nell’affrontare il vero problema posto dal belga. Nelle crono è tutto amplificato perché sei da solo. Nella gara su strada vedi due corridori, quello davanti esprime una potenza maggiore rispetto a quello dietro ma non lo stacca, perché? Perché i watt espressi dal corridore non sono tutto, c’è altro…

Cosa?

L’apporto dei materiali. Altrimenti non si capirebbe perché soprattutto tra una stagione e l’altra si fanno tanti test. Dal punto di vista dell’erogazione di potenza, anche la bici ha una grande importanza. Perché ad esempio si lavora tanto sui serraggi? Perché si fa in modo che abbiano meno attrito con l’aria, quindi serve che abbiano meno gioco. Oppure si lavora tantissimo sul movimento centrale, che abbia anche questo meno impatto con l’aria perché sono tutti watt persi. L’aerodinamica ha un peso specifico molto grande.

Pogacar ed Evenepoel, rivali per tutta la stagione. I watt però non rappresentano le loro differenze in toto
Pogacar ed Evenepoel, rivali per tutta la stagione. I watt però non rappresentano le loro differenze in toto
E’ quindi un discorso simile a quello di Formula 1 o GP motoristici…

Sicuramente, c’è differenza tra un modello e l’altro e il mezzo ha un peso molto alto nella prestazione dell’atleta. Per questo il paragone di Remco non regge, non ci si può basare sull’unico valore, non dice nulla a proposito della prestazione.

A questo punto emerge però un altro quesito, che è quello che da sempre ci si pone per le prove automobilistiche: quanto influisce l’uomo e quanto la macchina, in questo caso la bici?

E come si fa a quantificarlo? Di sicuro sono due valori ben distinti. Soprattutto nel ciclismo di oggi. Una cosa però possiamo affermarla: nella prestazione di un atleta conta tantissimo il team. In questo la similitudine con la Formula 1 c’è, attraverso il lavoro dei meccanici e infatti oggi quelli delle squadre WorldTour hanno stipendi altissimi. Il capo meccanico di un top rider ha uno stipendio annuo di almeno 100 mila euro. Ma lo stesso discorso potremmo farlo per il nutrizionista, il preparatore, insomma tutti coloro che gravitano in una squadra. Si vince e si perde davvero tutti insieme, il corridore è colui che finalizza il tanto lavoro che c’è alla base.

Contador nel 2012, a quel tempo era uno dei pochi ad avere una potenza media di 400 watt
Contador nel 2012, a quel tempo era uno dei pochi ad avere una potenza media di 400 watt
E’ un segno del progresso generale?

Certo e per farlo capire faccio un esempio: nel 2012 lavoravo alla Saxo e a quel tempo trovare un corridore che esprimeva 400 watt per 20 minuti ininterrotti era molto raro. Da noi ci riuscivano solamente Contador e Porte. Oggi un valore simile è considerato ordinaria amministrazione, quasi mediocre. E sono passati solo 12 anni…

Vanthourenhout, 4 anni alla guida della nazionale più difficile

10.11.2024
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Se in Italia Bennati è tenuto a bagnomaria in attesa delle elezioni presidenziali, in Belgio è già deciso che ci sarà un cambio alla guida della nazionale. Sven Vanthourenhout ha deciso di chiudere la sua quadriennale esperienza per tuffarsi nel mondo del WorldTour.

Molti media lo danno vicinissimo alla Red Bull Bora Hansgrohe, ma l’ex campione di ciclocross non ha ancora ufficialmente deciso dove andrà. Intanto però mette alle spalle un quadriennio che di soddisfazioni ne ha portate tante, ma si sa che nella patria del ciclismo i palati sono fini e non ci si sente mai appagati, anzi…

Remco a Glasgow 2023 con Vanthourenhot, dopo la vittoria nella crono: antipasto per il doppio oro olimpico
Remco a Glasgow 2023 con Vanthourenhot, dopo la vittoria nella crono: antipasto per il doppio oro olimpico

E’ proprio dall’analisi di questi quattro anni, così intensi e per molti versi difficili, che parte l’intervista al tecnico belga: «Posso dire che sono stati abbastanza eccitanti. Perché sono arrivato un po’ a sorpresa, avendo un passato da ciclocrossista e non da professionista di spicco su strada. Oltretutto a capo di una nazionale piena di grandi corridori e con una federazione importante alle spalle. È stato un grande passo nella mia carriera. Posso dire di aver avuto successo, favorito naturalmente dai nomi a mia disposizione per ogni grande evento. Le medaglie sono importanti, ma per me conta anche il modo in cui ho lavorato».

Quanto cambia tra il guidare una nazionale ed essere direttore sportivo in un team?

È un po’ diverso. Con la tua squadra puoi lavorare ogni settimana, ogni giorno con gli stessi corridori che hai, condividi gli obiettivi. Nella squadra nazionale devi sempre unire corridori di team differenti. Oltretutto in un Paese come il Belgio dove hai molti leader. Non è sempre facile farli diventare una squadra, quando ognuno è in grado di vincere o prendere medaglie. Ogni anno rendere la squadra vincente è un lavoraccio…

Vanthourenhout insieme a Van Aert. Un legame profondo che va al di là dei rispettivi ruoli
Vanthourenhout insieme a Van Aert. Un legame profondo che va al di là dei rispettivi ruoli
E’ stato difficile mettere insieme due campioni come Evenepoel e Van Aert?

Oh sì, all’inizio posso dire che non è stato così facile perché Van Aert era tutto. Aveva vinto classiche, tappe al Tour, ma intanto arrivava Remco, giovane e ambizioso. Per il quale tutto era nuovo. Quindi all’inizio non è stato così facile. Avevamo bisogno di molto tempo, di parlare apertamente e con calma. Alla fine posso dire che avevamo un ottimo rapporto, sapevamo che se volevamo vincere avevamo ognuno bisogno l’uno dell’altro e mi ci metto anch’io con le mie responsabilità. Non c’era posto per una persona singola, ma per un gruppo. Alla fine posso dire che ce l’abbiamo fatta alla grande con il nostro lavoro.

Van Aert lo conosci bene: soffre il fatto di vincere meno di Evenepoel, Van der Poel, Pogacar?

Lo conosco da quando aveva 16-17 anni come giovane crossista, ho visto molto presto di che cosa era capace. Pochi sottolineano che ha avuto molta sfortuna, vedendo affermarsi tanti giovani mentre lui era alle prese con brutti infortuni. D’altra parte, sapeva anche di essere un ottimo corridore, ha anche capacità non comuni, che magari gli altri non hanno. Io penso che alla fine si accorgerà di avere un palmarés invidiabile, una carriera da grande campione. Ma non è il momento di pensarci, perché può ancora vincere tanto.

L’abbraccio di Evenepoel e Van Aert, oro e bronzo nella crono olimpica, intervallati da Ganna
L’abbraccio di Evenepoel e Van Aert, oro e bronzo nella crono olimpica, intervallati da Ganna
Qual è stata la tua più grande gioia in questi 4 anni?

Sicuramente le Olimpiadi. Posso dire di aver chiuso alla grande. Quello è stato il più grande obiettivo nella mia carriera e posso dire che a Parigi abbiamo fatto il massimo, prima con la cronometro con l’oro di Remco e il bronzo di Wout. Era il massimo che potevamo fare e l’abbiamo fatto. Quella è stata una giornata davvero bella per noi. Abbiamo lavorato molto perché si realizzasse. Siamo entrati nella storia. Poi con Evenepoel abbiamo vinto anche la corsa su strada con una squadra eccezionale. Una squadra che lavorava insieme. Quindi sì, per me è stata una settimana incredibile.

E quale il momento più difficile?

Penso che siano stati i campionati del mondo in Belgio nel 2021. È stato anche il mio primo anno come allenatore della nazionale, il mio primo grande evento. C’era molta pressione su di noi, correvamo in casa, Abbiamo fatto un buon lavoro di squadra e e abbiamo provato a vincere, ma quel giorno trovammo un Alaphilippe davvero in stato di grazia. Mancando anche il podio e in un Paese come il nostro e con le responsabilità che avevamo è stato un duro colpo da mandar giù. Ma penso che alla fine, abbiamo imparato molto da quella giornata e che sia stata anche propedeutica per gli eventi successivi.

Lo sprint di Stuyven a Leuven nel 2021, con il bronzo che sfugge a Vanthourenhout come a tutto il Belgio
Lo sprint di Stuyven a Leuven nel 2021, con il bronzo che sfugge a Vanthourenhout come a tutto il Belgio
Tra i tanti nuovi talenti belgi chi vedi più capace di diventare protagonista fra i professionisti?

Abbiamo un sacco di buoni corridori che sono in grado di fare una bella carriera. In questo momento posso dire che con Jarno Widar abbiamo anche un elemento molto promettente per i Grandi Giri. Ma anche nella categoria junior abbiamo gente abituata a vincere. Io credo che il nostro vivaio sia ricchissimo e soprattutto produca corridori molto diversi, in grado di vincere nelle corse in linea come in quelle a tappe, in salita come allo sprint. In Belgio possono fidarsi del futuro. Ce l’abbiamo.

Tour in salita: anche Evenepoel sulla strada di Vingegaard

02.11.2024
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La presentazione del Tour de France ha avviato il dibattito sulle sfide 2025. Erano tutti in attesa del percorso del Giro ed è superfluo far notare che il rinvio (per motivi che nulla avrebbero a che vedere con l’aspetto sportivo) ha lasciato aperto il discorso ed esposto la corsa italiana a una figura di cui nessuno avvertiva la necessità. In casa Visma-Lease a Bike, in cui pure si è preso in considerazione il Giro per Vingegaard, il ragionamento va avanti sulla sfida francese. E il diesse Grischa Niermann, che pochi giorni fa avevamo sentito per commentare la stagione della sua squadra, ha iniziato con Het Nieuwsblad a fare il punto su quanto accaduto all’ultimo Tour.

«Non diremo – ha ammesso – che se Jonas non fosse caduto, avrebbe vinto il Tour. Pogacar è stato il miglior corridore al mondo dall’inizio alla fine dell’anno. Lo ha dimostrato in ogni occasione e presumiamo che sarà di nuovo più forte nel 2025. Dovremo quindi fare molto meglio come squadra».

Grischa Niermann è il primo direttore sportivo del team olandese (foto Visma-Lease a Bike)
Grischa Niermann è il primo direttore sportivo del team olandese (foto Visma-Lease a Bike)

Percorso per Vingegaard

Il percorso francese sorride al miglior Vingegaard, come è chiaro che sorrida a Pogacar. Tadej ha infatti dimostrato che a fare la differenza non siano i percorsi, ma la sua voglia di correre per vincere. Tolta la prima settimana nel Nord della Francia, non mancano le tappe impegnative.

«Che si tratti di un percorso per Jonas? Sembra interessante, con molto dislivello, inclusa una cronometro in salita. Dopo il Tour di quest’anno – prosegue Niermann – si può dire però che sia il percorso giusto anche per Pogacar. Sapevamo già alcune cose, ma da ora in poi possiamo davvero attuare la nostra pianificazione per il Tour de France. Il nostro obiettivo principale della stagione è vincerlo».

Vingegaard è arrivato al Tour 2024 dopo la caduta di aprile, ma i suoi dati in salita sono parsi i migliori di sempre
Vingegaard è arrivato al Tour 2024 dopo la caduta di aprile, ma i suoi dati in salita sono parsi i migliori di sempre

Quali Giri?

Non è casuale che il tecnico parli al plurale, essendosi reso conto che nell’unica occasione in cui Vingegaard ha battuto il miglior Pogacar (sull’edizione 2023 pesa infatti la frattura dello scafoide), nel Tour del 2022, la guerra fu vinta grazie al gioco di squadra. Indimenticabile lo scontro nel giorno del Granon, in cui Roglic e il danese misero in mezzo lo sloveno, che però nel frattempo è diventato più scaltro e potente. Roglic nel frattempo non c’è più ed è difficile immaginare chi potrebbe prenderne il posto, se Uijtdebroeks o Jorgenson. Ma al centro resta il livello di Vingegaard.

«Vedremo quale sarà la preparazione ottimale per Jonas – dice Niermann – perché Pogacar ha dimostrato quest’anno che il Giro era adatto per lui e lo ha vinto. Con il nostro team performance vedremo se l’esperienza sarà convincente anche per Jonas. Forse il percorso di avvicinamento attraverso alcune classiche in primavera potrebbe essere un’altra buona soluzione. Non posso ancora dire nulla al riguardo, nemmeno se Jonas potrà correre tutti e tre i Grandi Giri. Forse è così, anche se la possibilità non è molto alta».

I progressi in salita di Evenepoel al Tour 2024 sono stati eclatanti: il belga (classe 2000) crescerà ancora
I progressi in salita di Evenepoel al Tour 2024 sono stati eclatanti: il belga (classe 2000) crescerà ancora

Pericolo Evenepoel

E poi c’è da considerare il terzo incomodo, quel Remco Evenepoel che nel 2024 ha salito uno scalino altissimo rispetto all’anno precedente. I progressi in salita palesati nel Tour chiuso al terzo posto hanno stupito il gruppo e si può pensare che altri passi avanti seguiranno. Aver vinto per due volte il Tour, insomma, non rappresenta per Vingegaard la garanzia di essere la sola alternativa a Pogacar.

«Non possiamo sederci e pensare che andrà tutto bene – dice Niermann – pur con la consapevolezza che Jonas abbia iniziato il Tour in ritardo, a causa della caduta. E probabilmente avremo di nuovo a che fare anche con Remco Evenepoel. Non starà fermo neanche lui e temo che sarà ancora più vicino. Vogliamo che il Tour 2025 sia una grande battaglia e che noi come squadra possiamo davvero vincerlo di nuovo».

Evenepoel, la grande fatica di imparare a perdere

14.10.2024
4 min
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Forse non è mai stato facile, anche se poteva sembrarlo. Di certo da quando Pogacar ha alzato il numero dei giri, essere Remco Evenepoel è diventato un lavoro molto più difficile. La sua estate è stata spettacolare e pesante. Dopo il terzo posto del Tour, che va considerato un grandissimo risultato, il belga ha tirato dritto verso le Olimpiadi e le ha vinte entrambe: a crono e su strada. Solo a quel punto ha staccato la spina, ma nei 30 giorni passati fra la gara in linea di Parigi e l’inizio del Tour of Britain, Remco ha recuperato davvero poco. Al punto che andare nel Regno Unito è diventato il modo per sfuggire al tritacarne mediatico cui è stato sottoposto in patria.

Ugualmente ha vinto il mondiale crono, mentre su strada si è dovuto inchinare all’impresa di Pogacar. Il quale, conquistata la maglia gialla a Nizza, si è allenato sin da subito, ma di fatto ha avuto 43 giorni per recuperare e ricaricare le batterie. Se metti un Pogacar moderatamente fresco contro un Evenepoel moderatamente finito, il lavoro di essere Remco diventa un’impresa a perdere. Il suo gesticolare all’indirizzo degli altri nell’inseguimento allo sloveno al Lombardia era il segno di un comprensibile nervosismo con cui dovrà imparare a convivere. Non è facile perdere ogni volta, quando si è abituati a vincere.

Alla partenza da Bergamo, Evenepoel sapeva di essere stanco, ma ha provato a dare tutto
Alla partenza da Bergamo, Evenepoel sapeva di essere stanco, ma ha provato a dare tutto

La batterie scariche

Dopo il Lombardia, Evenepoel ha pianto. Sul traguardo si è chinato sul manubrio, ha tolto gli occhiali e si è asciugato gli occhi. Non deve essere stato facile per lui ripassare sul ponticello del suo orribile salto nel vuoto e insieme tenere testa alla furia di Pogacar.

«Tutti sanno come era andata qui a Como quattro anni fa – ha detto – e quest’anno la corsa è ripassata per la prima volta nello stesso punto, sia pure in direzione opposta. Da allora, non è più stato facile venire da queste parti. La mia prestazione è stata in linea con il Tour de France. In quel caso, Tadej mi ha preceduto di 9 minuti, ma ne avevo 10 su quelli dietro di me. Qui è successa la stessa cosa. Lui ha vinto con 3 minuti di vantaggio, ma fra me e quelli dietro c’era ugualmente un bel margine. Il secondo posto lo considero una vittoria personale. Nell’ultima settimana ho sentito che le batterie si stavano scaricando, ma sono rimasto calmo. Ho corso il Giro dell’Emilia e la Coppa Bernocchi come allenamento. E oggi questo ha dato i suoi frutti, con il secondo posto nell’unica Monumento che ho corso quest’anno. Ho quasi realizzato tutti i miei sogni, con il podio al Tour e due medaglie d’oro ai Giochi Olimpici. Quindi posso essere orgoglioso, penso di meritarmi un 9 in pagella».

Evenepoel non ha seguito lo scatto di Pogacar, ma ha gestito l’inseguimento come al Tour
Evenepoel non ha seguito lo scatto di Pogacar, ma ha gestito l’inseguimento come al Tour

Il dominio nei numeri

Singolarmente rispetto alle abitudini, ieri sia Pogacar sia Evenepoel hanno pubblicato su Strava i file dei reciproci Lombardia. Risulta che Pogacar ha trascorso 5 ore 58’ in sella, coprendo i 247,7 chilometri (dislivello di 4.470 metri) a 41,4 di media. Ha consumato 5.013 calorie e ha pedalato a 93 rpm medie.

Il suo attacco sulla Colma di Sormano (13,05 chilometri al 6,6 per cento di media) gli ha permesso di conquistare il KOM in 30’18” alla media di 25,9 di media. Evenepoel ha impiegato 31’23” a 25 di media.

Pogacar ha fatto la differenza nei tratti ripidi. Nel segmento “Tratto duro” della salita (2,38 chilometri all’8,2 pe cento), Tadej ha impiegato 5’53” (media di 24,3 km/h), contro 6’27” (a 22,1 di media) di Evenepoel.

L’unico segmento in cui il belga non ha perso è stato la discesa: 9,6 chilometri percorsi quasi nello stesso tempo: 9’37” per Pogacar, 9’38” per Evenepoel. Ha invece continuato ad accumulare passivo nel tratto conclusivo di pianura. Pogacar ha pedalato nel tratto “Albavilla da Buccinigo” a 38,8 chilometri orari. Evenepoel, che magari a quel punto era già rassegnato, pedalava a 35,8 di media.

Nel confronto a distanza fra Pogacar ed Evenepoel, lo sloveno ha sempre guadagnato, tranne in discesa
Nel confronto a distanza fra Pogacar ed Evenepoel, lo sloveno ha sempre guadagnato, tranne in discesa

Incidente e calendario

La domanda che tutti si pongono è se ci sia in giro qualcuno in grado di contrastare Pogacar. E casomai se sia più prossimo a riuscirci Vingegaard che si sta ricostruendo oppure il più giovane Evenepoel, che ha solo 24 anni: due meno dello sloveno.

«Devo restare paziente – ha detto Evenepoel – perché posso ancora ridurre il gap su Tadej e avvicinarmi a lui. La mia prestazione del Lombardia è resa promettente dal vantaggio che alla fine ho avuto su Ciccone (1’15”, ndr). Questo è ciò che mi dà fiducia per il futuro, sapendo che devo continuare a lavorare in montagna, perdere peso per raggiungere questi obiettivi. Ho ancora margini di miglioramento, qualche percentuali da guadagnare. Quest’anno è stato particolare, perché l’infortunio ai Pasi Baschi mi ha impedito di fare una pausa prima del Tour. Ma nonostante ciò sono sempre riuscito a fare il massimo di quello che volevo».

Pomeriggio con Pogacar: tattiche, ricordi e parole chiare sul doping

11.10.2024
7 min
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CAVENAGO – Mezz’ora a cavallo fra i saluti di fine stagione e un viaggio indietro nei mesi. Tadej Pogacar ha lo sguardo sereno e parla con tono pacato. Si indurisce solo quando due francesi gli chiedono sui sospetti di doping, ma dopo una fiammata nello sguardo, gestisce le risposte con grande realismo. I giornalisti attorno sono pochi, quelli che lo hanno raccontato per tutto l’anno e fanno domande mirate. Ne viene fuori mezz’ora che sarebbe impossibile da sbobinare alla lettera, ma che consegna una serie di risposte davvero piene di contenuti. Domani a quest’ora il Lombardia entrerà nel vivo, per ora fuori dall’Hotel Devero i ritmi sono blandi. Non c’è l’elettricità di inizio stagione, la consapevolezza permette di vivere ogni cosa con il giusto distacco.

Per il Lombardia, Pogacar ha due bici iridate, quella decorata per il mondiale e la quarta sarà una Colnago nera
Per il Lombardia, Pogacar ha due bici iridate, quella decorata per il mondiale e la quarta sarà una Colnago nera
Siamo alla fine di una stagione molto ricca per te e l’Italia questa volta è stata uno snodo speciale. Che rapporto hai sviluppato con il nostro Paese?

Mi sono divertito molto in Italia quest’anno. Ho iniziato con la Strade Bianche e molti allenamenti lì intorno. Mi sono preparato per il Giro e anche il Tour è iniziato da qui. E domani ci sarà il Lombardia. Devo dire che l’Italia mi ha trattato bene e mi sono divertito. Spero che nei prossimi anni potrò fare qualcosa di simile.

Finora hai puntato a vittorie che non avevi mai centrato, mentre il Lombardia lo hai già vinto per tre volte. Gli stimoli sono uguali?

Di sicuro voglio prefissarmi obiettivi diversi. Ma a questo punto della stagione, il Lombardia è il Lombardia e non ci sono molte altre gare simili da fare. E’ una bella corsa da fare ogni anno e se riesco a vincerne il più possibile, a me sta bene. Sono stato qui tre volte e per tre volte ho vinto. Vedremo domani. Se ci riesco, sarò felice. Se non ci riesco, mi sarò divertito ugualmente.

Tutti ti vedono come il grande favorito, forse la vera sorpresa sarebbe se non vincessi…

Penso che nel ciclismo non sia mai facile vincere, quindi non sarei sorpreso di non vincere. Però sono pronto a dare tutto un’ultima volta. La cosa principale sarà godermi la giornata. Spero nel bel tempo e poiché non ci sono molte gare di un giorno belle come il Lombardia, vorrei godermi il percorso e la giornata, qualunque cosa accadrà.

Alla Tre Valli Varesine, Pogacar si è esposto nel nome della sicurezza è ha ottenuto lo stop della corsa per maltempo
Alla Tre Valli Varesine, Pogacar si è esposto nel nome della sicurezza è ha ottenuto lo stop della corsa per maltempo
Dove trovi la motivazione alla fine di una stagione così?

E’ qualcosa che scopri dentro di te, per la squadra e per rispettare i programmi che sono stati fatti. Se fai un cambiamento alla fine della stagione, se scegli di non partire, tocca a un altro e non lo troverei corretto. D’altra parte, queste sono belle gare e io sono in buona forma. Mi sento bene in bici, quindi perché non continuare a correre finché non posso? E soprattutto avendo la maglia di campione del mondo, penso che potrò godermi ancora di più la gara.

Vincere è bello ma non è mai facile. Nelle ultime occasioni hai scelto la fuga da lontano, nel tuo gusto come sarebbe vincere lottando con qualcun altro sino alla fine?

Andare da soli porta con sé un po’ di rischio, devi sapere come stai. Alla Strade Bianche, sin dall’attacco ero abbastanza sicuro di poter vincere. Ai mondiali ho rischiato restando fuori per due ore e mezza e non sapevo se ce l’avrei fatta. Se invece si tratta di arrivare in uno sprint ristretto oppure a due, c’è molta più adrenalina, più che correre da soli. E’ fantastico vincere una volata, ma non sono un esperto, quindi preferisco andare da solo e assicurarmi di poter vincere.

Quando attacchi da solo, come a Zurigo o all’Emilia, ti sorprende che nessuno ti segua?

In Svizzera, di sicuro c’erano corridori che potevano seguirmi, ad esempio Evenepoel. All’Emilia eravamo più vicini al traguardo, pioveva, quindi è stato un giorno piuttosto duro. Ho espresso una grande potenza, lì potevo immaginare che nessuno mi avrebbe seguito. Ma non direi, come ho letto, che ho la stessa forma del Tour. Stiamo correndo gare di un giorno, è diverso da un Grande Giro in cui devi essere performante per tre settimane. Se oggi mi mettessi sulla linea di partenza del Tour, non credo che potrei farcela. Siamo in bassa stagione (sorride, ndr), si pensa alle vacanze. Se guardiamo il singolo giorno, magari i numeri sono gli stessi del Tour, ma gli sforzi non sono paragonabili.

Arrivare in una volata ristretta o anche a due dà grande adrenalina, ma non garanzia di vittoria. Meglio arrivare da soli
Arrivare in una volata ristretta o anche a due dà grande adrenalina, ma non garanzia di vittoria. Meglio arrivare da soli
Qual è secondo te il miglioramento più grande che hai fatto quest’anno come corridore?

Non lo so per certo. Una parte importante di me sta crescendo. Di sicuro sto maturando, ho più esperienza rispetto agli anni passati. E ormai ho un approccio diverso con l’allenamento e anche fuori dalla bici. Devo dire che quest’anno mi sono sentito più a mio agio in bici e ho avuto degli snodi nella stagione che hanno fatto crescere la fiducia.

Quali snodi?

La prima iniezione di fiducia c’è stata al Giro. Mi sono sentito bene, non ho avuto una brutta giornata e l’ho vinto. Nel periodo dopo il Giro, non avevo molti impegni e non ci sono state persone che mi abbiano disturbato, quindi ho potuto riposare e allenarmi in quota con Urska. E’ stato un periodo piacevole e rilassante e allo stesso tempo, una buona preparazione. Quella è stata la seconda parte in cui ho capito che potevo fare molto bene il Tour. E quando mi sono presentato al via, già il secondo giorno a San Luca ho fatto uno dei migliori 5-6 minuti di potenza e da quel momento in poi, è stato un bel Tour. Niente è perfetto, ma più o meno è andato tutto come avevo pianificato.

Pensi che domani Evenepoel potrebbe darti del filo da torcere?

Questa settimana non è stata la migliore per lui. E’ stata davvero dura. Se non sei preparato mentalmente alla fine della stagione, anche per una gara sotto la pioggia o con quel tempo pessimo, non riesci a tenere duro. Se non c’è una grande motivazione per vincere gare, è difficile arrivare a giocarsela. Ma penso che per il Lombardia sia diverso. Penso che Remco sia pronto mentalmente più per la grande corsa, che per le più piccole. Quindi penso che domani proverà.

Pogacar si aspetta domani una reazione di Evenepoel, che secondo lui è arrivato al finale non troppo concentrato
Pogacar si aspetta domani una reazione di Evenepoel, che secondo lui è arrivato al finale non troppo concentrato
Dal 1998, c’è sospetto su chi domina in questo sport. In Francia ci sono media che hanno iniziato a dire che siccome sei molto dominante, allora aumenta anche il sospetto. Come reagisci di fronte a questo?

Il mondo oggi è così, si vedono dominatori in ogni ambito. Negli affari. Nel tennis, nel golf, nell’NBA, nel football, in qualsiasi altro sport vedi predominio dalle squadre o dei singoli atleti. Penso che ci sia sempre qualcuno che domina, finché arriva un nuovo talento, un giovane più affamato, una squadra migliore e ci saranno altri dominatori.

Cosa pensi di chi porta avanti sospetti sul tuo conto?

Il ciclismo è uno sport in cui in passato le persone facevano di tutto per ottenere dei risultati e hanno messo a rischio la loro salute. Molti ragazzi che non conosci nemmeno probabilmente hanno problemi di salute o mentali, per quello che facevano ai loro corpi 20-30 anni fa. Secondo la mia modesta opinione, penso che il ciclismo abbia sofferto molto in quegli anni. Non c’è fiducia e tocca a noi ciclisti riconquistarla. Non c’è niente che possiamo dire, se non fare la nostra gara e sperare che la gente inizi a crederci. Ma avrai sempre bisogno di un vincitore e il vincitore avrà sempre più occhi puntati addosso.

Fine stagione col sorriso: all’Emilia Pogacar ha regalato questa mortadella gigante a uno spettatore sloveno
Fine stagione col sorriso: all’Emilia Pogacar ha regalato questa mortadella gigante a uno spettatore sloveno
Con tanto di commenti sul suo conto?

Qualcuno penserà sempre o dirà che il vincitore è un imbroglione. Forse tra qualche generazione, la gente dimenticherà il passato, si dimenticherà di Armstrong e di quei ragazzi che facevano quello che facevano, e forse andremo avanti. Dalla mia esperienza personale, penso che il ciclismo sia uno degli sport migliori, il più pulito. Dove tutte le persone cercano di essere sane e non più malate nel nome della prestazione. Perché lo sappiamo che non puoi spingerti oltre il limite, che è meglio rimanere in salute. Se vuoi rischiare la tua salute e la tua vita per dieci anni di carriera, allora è solo uno spreco di vita ed è una cosa stupida. Ma ci saranno sempre persone invidiose e sospettose e non c’è niente che io possa fare al riguardo.

Ti capita di voltarti e guardare le vittorie di quest’anno?

Ho smesso di farlo. Al momento mi lascio trasportare dalla corrente, da una gara all’altra. Cerco di divertirmi con la squadra, ma non penso che questa stagione sarebbe potuta essere migliore di così.

EDITORIALE / Pogacar un gigante, ma non perdiamo lo stupore

07.10.2024
5 min
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Il giorno dopo la vittoria di Pogacar al Giro dell’Emilia, Van der Poel ha vinto un’altra Roubaix, anche se questa volta si chiamava mondiale gravel. Una corsa piatta, più corta dell’Inferno del Nord, in cui l’olandese ha fatto valere la sua capacità illimitata di andare forte in pianura. Visto il livello dei rivali e la comodità della bici da fuoristrada, si capisce che Mathieu abbia avuto vita (quasi) facile nel lasciarsi dietro Florian Vermeersch a 13 chilometri dall’arrivo, con Stuyven ed Hermans vicini alla soglia dei 4 minuti. Ben altra fatica è costata la vittoria a Marianne Vos, che il giorno prima ha dovuto vedersela in un arrivo allo sprint con Lotte Kopecky.

La solitudine

Nel ciclismo dei fenomeni, la solitudine è un luogo spensierato in cui far valere la propria superiorità. E’ così da qualche anno a questa parte. Ne abbiamo avuto la conferma nella Roubaix dell’olandese e la riprova ai mondiali di Zurigo e poi a Bologna, dove Pogacar ha polverizzato le velleità dei rivali, prima ancora di polverizzarne la resistenza. Un post di Adriano Malori su Instagram rende perfettamente lo stato d’animo dei rivali al via.

«Immaginate di essere Evenepoel, Roglic, Pidcock. Siete alla partenza del Giro dell’Emilia e guardando verso destra, sulla linea di partenza, vedete questo personaggio qui fresco reduce da un mondiale dominato dopo la doppia corona Giro-Tour. A quel punto le alternative sono due: sperare in una sua foratura a 500 m dall’arrivo (500 m non prima se no fa in tempo a rientrare e vincere). Mandare tutti a quel paese, imprecando perché lui sia anche qui, ed entrare nella classica osteriaccia bolognese e finire la stagione a tagliatelle col ragù e sangiovese. Qualsiasi decisione uno prenda…lui vincerà lo stesso!!».

Evenepoel, Roglic e in mezzo Pogacar: con quale spirito gli altri due erano al via dell’Emilia?
Evenepoel, Roglic e in mezzo Pogacar: con quale spirito gli altri due erano al via dell’Emilia?

Il solo fenomeno

Il giorno dopo la Strade Bianche prendemmo parole per il titolo di un altro editoriale: «Il fenomeno è solo uno, si chiama Pogacar». Lo sloveno era alla prima corsa 2024 e se la aggiudicò con 81 chilometri di fuga solitaria. Sette mesi dopo, avuta la conferma del teorema di partenza, ci troviamo alle prese con un’imbarazzante sensazione di troppo. Non perché sia troppo il vincere dello sloveno o troppo il gap rispetto agli avversari. I numeri ipotizzati giorni fa con Pino Toni, sia pure con criterio empirico che potrebbe essere ridimensionato dalla realtà dei dati, mostrano che contro uno così c’è davvero poco da fare. Contro lui e anche qualcun altro della sua squadra. «Siamo all’Agostoni per vincere – diceva ieri mattina Roberto Damiani – e per fortuna Pogacar non c’è. Il guaio però è che ci sono Hirschi e Christen».

Quando lo svizzero ha vinto la corsa, quelle parole sono risuonate profetiche. Hirschi il prossimo anno andrà via con destinazione Tudor Pro Cycling. Sarà interessante vedere se il cambio di ambiente e di allenatori lo rallenterà o se continuerà in questa meravigliosa scia di vittorie. Il UAE Team Emirates è più che mai la squadra numero uno al mondo ed è così evidentemente in ogni suo comparto.

Strade Bianche, 81 chilometri di fuga e vittoria: il portentoso 2024 di Pogacar era iniziato così
Strade Bianche, 81 chilometri di fuga e vittoria: il portentoso 2024 di Pogacar era iniziato così

Tadej come Binda

Il senso del troppo di cui parlavamo poc’anzi si è riverberato in un pensiero forse poco sportivo durante la cavalcata di Pogacar sul San Luca: lo abbiamo trovato noioso, come se ormai lo stupore si stia affievolendo. Ammettiamo che il suo non essere italiano potrebbe aver contribuito a quella sensazione. Se al suo posto ci fosse stato Piganzoli, saremmo stati per tutto il tempo a incitarlo. Ma forse dopo un anno intero di Piganzoli solo al comando, da amanti del ciclismo e non tifosi di qualcuno in particolare, avremmo avuto la stessa reazione (Piga, tu intanto provaci, poi con la noia facciamo i conti!). E allora c’è venuto in mente quanto accadde con Binda nel 1930.

A causa della sua superiorità, il campione di Cittiglio fu pagato dagli organizzatori per non partecipare al Giro. Gli promisero 22.500 lire, una somma che copriva la vittoria finale più alcune tappe. Binda accettò e ottenne anche il permesso di partecipare ad alcuni circuiti contemporanei al Giro. Così con gli ingaggi raddoppiò la somma ottenuta per non partecipare. Poi andò al Tour, il primo per squadre nazionali, ma dopo una caduta e due tappe vinte, si ritirò. Quando gli fu chiesto il perché, disse che non aveva ancora ricevuto i soldi del Giro. Glieli diedero alla vigilia del mondiale di Liegi, che Binda ovviamente vinse.

Alfredo Binda, 5 Giri, 3 mondiali, 4 Lombardia, nel 1930 fu pagato per non correre il Giro (foto Wikipedia/Mondonico Collection)
Alfredo Binda, 5 Giri, 3 mondiali, 4 Lombardia, nel 1930 fu pagato per non correre il Giro (foto Wikipedia/Mondonico Collection)

La superiorità di Pogacar non ricorda quella di Merckx, cui tanti lo stanno accostando, quando piuttosto quella di Binda. Al giorno d’oggi pare che il Giro paghi i corridori perché vengano al Giro, non certo per lasciarli a casa. Pur continuando a pensare che il fenomeno sia solo lui, speriamo anche che i rivali, da Vingegaard a Evenepoel, passando per Van der Poel, Van Aert e Hirschi, trovino gli argomenti per avvicinarsi un po’. Altrimenti più che di strapotere, sentendoci come quelli cui non va mai bene niente, con una punta di bonaria invidia per gli amici sloveni, bisognerà iniziare a parlare di una simpatica dittatura.

Cronoman e statura. Remco resta una particolarità

01.10.2024
5 min
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Remco Evenepoel ci ha anche scherzato su qualche giorno fa dopo aver rivisto il titolo iridato contro il tempo: «Per fortuna che ero sul gradino più alto del podio altrimenti con questi due spilungoni ai miei lati neanche sarei entrato nelle foto». I due spilungoni erano Filippo Ganna ed Edoardo Affini, entrambi più alti di un metro e 90. Ma questa frase ha sollevato una questione interessante: l’altezza è sempre sinonimo di forza?

Pensiamoci. L’ultimo cronoman di bassa statura di un certo livello fu Chris Boardman e forse Levi Leiphemer, il quale però prima di altri aveva intuito determinate posizioni, altrimenti il gesto della crono è sempre stato a favore dei passistoni alti. Gente che può sfruttare tanti muscoli e leve lunghe.

E tutto sommato anche a Zurigo tra gli juniores e gli under 23 hanno vinto corridori di statura elevata. E prima dell’era Remco bisogna scorrere appunto a Boardman, Catania 1994, per trovare un iridato contro il tempo più basso di un metro e 75 centimetri. Ricordiamo che Remco Evenepoel è alto 171 centimetri.

Boardman è stato uno degli iridati a crono più bassi: era alto 174 cm (foto Getty Images)
Boardman è stato uno degli iridati a crono più bassi: era alto 174 cm (foto Getty Images)

Sentiamo Malori

La stazza quindi conta? E fino a che punto? Ne abbiamo parlato con i due italiani forse più esperti in materia: Adriano Malori e Marco Pinotti.

«Remco è piccolo, è vero – spiega Malori, 1,82 di statura – ma quel che conta è la muscolatura. Torniamo indietro di qualche anno. C’era Cancellara che vinceva poi venne Tony Martin. Lui era due spanne più alto, ma al tempo stessa aveva quadricipiti enormi e spalle strettissime. E per questo guadagnava: era super aerodinamico. O al contrario, prendiamo Enric Mas: anche lui è alto, ha leve lunghe e potrebbe andare forte a crono, ma non ha la stessa muscolatura di Remco. E ancora Castroviejo, che è alto 1,71. Lui è forse in assoluto il corridore più aerodinamico come posizione che abbia visto. E’ molto schiacciato, grazie anche alla sua elasticità, ma non ha la stessa potenza e spalle tanto strette, quindi perde qualcosa rispetto a Remco e agli specialisti».

La scena che più ha fatto sorridere dopo i mondiali crono di Zurigo, con “il piccoletto” in mezzo ai due giganti
La scena che più ha fatto sorridere dopo i mondiali crono di Zurigo, con “il piccoletto” in mezzo ai due giganti

Il fisico di Remco

Malori entra nel dettaglio dell’analisi della fisionomia di Evenepoel. Remco è un brevilineo: «Ma anche le braccia relativamente lunghe e questo unito alle spalle più piccole rispetto ai cronoman puri gli consente di distendersi e chiudersi bene. Ecco quindi che ha il fisico perfetto per andare forte a crono. Non solo, ma questa sua caratteristiche si riscontra anche su strada. Perché quando attacca a 60 chilometri dall’arrivo fanno fatica riprenderlo? Perché è potente e super aerodinamico».

Facendo un passo indietro e ipotizzando un paragone con gli specialisti degli anni ’90, per Malori gli sviluppi aerodinamici e le nuove posizioni lo hanno agevolato.

«Consentite infine un commento alla crono iridata. Ganna ha perso il mondiale per 6”, io sono convinto che sia andata così perché il percorso non era del tutto per specialisti. C’era una salita piuttosto impegnativa. E lì Pippo ha pagato non solo in termini di tempo, ma anche di dispendio energetico. Pensateci, l’ultimo vero percorso a crono per specialisti tra mondiali ed olimpiadi qual è stato? Quello delle Fiandre 2021 e chi ha vinto?». La risposta è implicita e dice proprio Ganna.

Anche Castroveijo secondo Malori è super aerodinamico, ma ha spalle più larghe e meno forza rispetto a Remco
Anche Castroveijo secondo Malori è super aerodinamico, ma ha spalle più larghe e meno forza rispetto a Remco

Parola a Pinotti

Da Malori passiamo a coach Marco Pinotti. Una brevilineo tra gli spilungoni.  «Parlo dei mio caso – dice Pinotti, alto 1,76 – e nel contesto dei miei tempi. Io non avevo una grande potenza assoluta, ma avevo una buona posizione, una posizione stabile che mi consentiva di spingere bene. Remco oltre ad avere un cda (coefficiente aerodinamico, ndr) ottimo, ha anche un grande motore, una grande potenza, che unito ad un’ottima posizione ne fa un grande cronoman».

La sua abilità in questa disciplina quindi da dove viene? E’ un fattore di watt, di aerodinamica, di posizione…

«Per me è di posizione e di conseguenza di aerodinamica. Certamente Evenepoel è un cronoman atipico. Ha il busto corto, una gabbia toracica importante e quadricipiti possenti: tutto ciò lo rende particolarmente adatto al tipo di sforzo che richiede una prova contro il tempo. Chiaro che i watt assoluti contano: un cronoman di alta statura ha più muscoli, più forza, più leva… Remco non avrà mai gli stessi watt di Ganna. Il fatto è che lui ha i watt di un atleta di 65-67 chili, pure essendo più leggero (60-61 chili, ndr). E poi pensiamo a come va in pianura anche su strada».

Sia Malori che Pinotti hanno preso a esempio anche la posizione d’attacco di Evenepoel su strada: anche questa potente e aero
Sia Malori che Pinotti hanno preso a esempio anche la posizione d’attacco di Evenepoel su strada: anche questa potente e aero

Punti di vista

E qui Pinotti ripete esattamente quel che ha detto Malori prima: Remco è aerodinamico “per natura” e per questo riesce ad andare via quando è in fuga. Mentre va in disaccordo con Malori quando si parla di regole.

Secondo Malori le quote fisse, come la distanza fra linea del movimento centrale e punta delle appendici, svantaggiano gli atleti più alti: «In alcuni casi si vede che Ganna è sacrificato in certe posizioni – spiega Adriano – e tutti questi studi sull’aerodinamica, l’evoluzione dei materiali lo hanno aiutato ad ottimizzare la sua potenza». Mentre per Pinotti il ritocco ai regolamenti ha ridato vantaggio anche a questi ultimi e che tutto sommato Remco sarebbe stato Remco anche con materiali e posizioni meno aero.

«Io penso – conclude Pinotti – che la forza di Remco a crono dipenda molto dalla sua posizione. Fate caso a quanto è stabile. Se non fosse per le curve, sulla sua schiena potresti mettere un bicchiere d’acqua e quello non si muoverebbe, questo perché è riuscito a riportare i test in galleria su strada. Tanti in galleria del vento ottengono buone posizioni, ma poi su strada si muovono e molto di quel lavoro decade. Io credo che questa sua stabilità dipenda anche da una buona forza nella parte alta del corpo: spalle, braccia… che gli consentono di sostenersi bene».

Insomma, la regola che il cronoman debba essere alto e potente resta valida: leve lunghe e watt assoluti hanno ancora il loro perché. Poi la cura dell’aerodinamica può aiutare, certamente, ma è Remco Evenepoel la vera eccezione.  

Evenepoel ha deluso? Sì, no, forse. In Belgio si discute

01.10.2024
5 min
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ZURIGO (Svizzera) – Inutile dire che la folla di giornalisti arrivati in massa dal Belgio si aspettasse il duello tra il Remco baldanzolo della vigilia e il Pogacar venuto per conquistare la maglia che sognava da bambino. Il mondiale di Zurigo prometteva di essere il primo vero scontro al vertice in una grande classica, dopo la caduta di Pogacar nella Liegi vinta da Evenepoel nel 2023 e quella di Remco ai Baschi prima della Liegi vinta lo scorso aprile dallo sloveno.

Invece qualcosa non ha funzionato. E come pure lo scorso anno, vinta la cronometro su Ganna e Affini, Remco ha corso un mondiale sotto tono. Difficile dire se il motivo sia legato al recupero dopo gli sforzi della prova contro il tempo. Alle Olimpiadi, fra strada e pista c’erano comunque sette giorni e la cosa non gli ha creato troppi problemi. Oppure si potrebbe pensare semplicemente che nella prova su strada delle Olimpiadi non ci fosse Pogacar. Di certo però, Evenepoel visto a Parigi aveva un’altra sostanza rispetto a quello del mondiale.

Evenepoel e Alaphilippe, ritirato dopo 15 chilometri con la slogatura della spalla: Julian sarebbe stato un bell’ago della bilancia
Evenepoel e Alaphilippe, ritirato dopo 15 chilometri con la slogatura della spalla: Julian sarebbe stato un bell’ago della bilancia

L’attacco temuto

Sven Vanthourenhout, commissario tecnico uscente della nazionale belga, ha ammesso in un’intervista a Het Nieuwsblad di non essere rimasto troppo sorpreso per l’attacco di Pogacar al mondiale.

«L’ultima volta che Stuyven è venuto da me mentre la fuga con Laurens De Plus si stava allontanando – ha detto ripensando al mondiale – mi ha chiesto se avrebbero dovuto tirare. Gli ho detto di no, ma di stare attenti al tentativo successivo. Avevo visto che nella fuga non c’erano alcuni Paesi, soprattutto Olanda, Svizzera e Spagna. In teoria avrebbero dovuto tirare loro, invece non si muovevano. Allora ho pensato che avrebbero provato a scattare. E Tadej, con Tratnik là davanti, avrebbe potuto muoversi da solo. Infatti quindici minuti dopo ha attaccato e la sua mossa ci ha isolato. A quel punto infatti toccava a noi tirare, essendo dietro con Evenepoel. Eppure non pensavo che la gara fosse già chiusa e di fatto non lo è stata sino alla fine. Tadej non ha staccato il gruppo per due minuti. Ma quel momento è stato decisivo».

Quinten Hermans tira il gruppo alle spalle di Pogacar. Dietro ha Tjesi Benoot, ma il vantaggio non decresce
Quinten Hermans tira il gruppo alle spalle di Pogacar. Dietro ha Tjesi Benoot, ma il vantaggio non decresce

Un tentato suicidio

Evenepoel ha deluso? Fra coloro che avrebbero potuto fare di più, il belga era annunciato come l’unica possibile alternativa a Pogacar. Invece alla resa dei conti è mancato, facendo capire sin dal momento dello scatto di Pogacar di non avere le gambe e di conseguenza l’ardire per seguirlo. Volete che il miglior Evenepoel non si sarebbe divertito ad accettare quella sfida?

«Forse è così – ha spiegato il campione olimpico di Parigi – forse anche no. A 100 chilometri dal traguardo bisogna essere onesti… Ho pensato che fosse un tentativo di suicidio. Ovviamente l’ho visto andarsene. Ero accanto a Van der Poel e abbiamo avuto entrambi la sensazione che fosse una mossa folle. Sicuramente avevo le gambe per scattare e l’ho dimostrato più avanti nella gara. Ma pensavamo che fosse ancora troppo lontano. Finirà che l’anno prossimo attaccheremo a 200 chilometri dal traguardo. Sono deluso? No, sono campione olimpico. L’argento o il bronzo sarebbero stati una bella medaglia, ma alla fine non sarebbe cambiato molto per la mia carriera. Tadej è stato eccezionale, ma un mondiale l’ho già vinto e l’anno prossimo ci sarà un’altra possibilità».

Evenepoel ha provato qualche scatto, ma non incisivo come quello di Pogacar. Tanto che non ha staccato nessuno
Evenepoel ha provato qualche scatto, ma non incisivo come quello di Pogacar. Tanto che non ha staccato nessuno

Le gambe di Remco

Vanthourenhout prosegue nella sua disamina e conferma che, al netto del grande lavoro dei belgi, il capitano non sia stato nella sua giornata migliore.

«A un giro dalla fine sono andato accanto a Remco – ha raccontato – e non ho dovuto dire niente. Ho capito subito che era finita. Non penso che avesse le super gambe che voleva. Non c’è niente di sbagliato in questo, ma si è capito che a quel punto la gara fosse chiusa. Sarebbe stato meglio se Remco fosse andato con Pogacar, ma mancavano comunque più di cento chilometri. E comprensibile che non abbia risposto subito. Avevamo una buona squadra, venuta per vincere. Tutti hanno cercato di fare la loro parte, alcuni hanno avuto una giornata migliore di altri. E alla fine siamo finiti quinti. Per vincere, Remco doveva essere al 100 per cento e non credo che sia stato così. Eppure ugualmente, anche con questo scenario alla fine avrebbe potuto vincere il mondiale».

Dopo l’arrivo con Van der Poel, Evenepoel ricorda il momento in cui Pogacar è andato via
Dopo l’arrivo con Van der Poel, Evenepoel ricorda il momento in cui Pogacar è andato via

Un mondiale estenuante

Al netto di definire la percentuale di forma di Evenepoel, quel che resta è lo stupore per il gesto di Pogacar, che ha sorpreso per coraggio e intensità. Va anche bene che nessuno lo abbia seguito sul momento, ma ha colpito che ogni tentativo di inseguimento sia naufragato.

«E’ speciale – ha concluso Evenepoel – davvero unico che sia partito a 100 chilometri dal traguardo. Noi eravamo completamente in fila dietro di lui, ma alla fine ci siamo avvicinati solo un po’. Anch’io avevo buone sensazioni, ma è stato un mondiale massacrante, molto difficile. Questo è tutto quello che potevo fare. A quattro o cinque giri dalla fine abbiamo iniziato a spegnerci, giro dopo giro. Ma non ho niente di cui lamentarmi. De Plus era in fuga ed è stato grandioso. Poi Wellens e Van Gils hanno provato a ridurre le distanze e poi ho iniziato a muovermi anche io. Quindi è iniziata una fase di scatti e momenti di stanca. Solo alla fine c’è stata un po’ di collaborazione e in volata più di così non potevo fare».

Stamattina in una riunione tecnica, la Soudal-Quick Step deciderà se Evenepoel correrà le prossime gare italiane. Lui avrebbe voglia e non a caso dopo il mondiale ha parlato di Emilia, Bernocchi, Tre Valli e Lombardia. Ma ancora i programmi sono sub judice. «E’ stata una stagione lunga e difficile, quindi sono un po’ stanco di allenarmi. E’ meglio correre ancora un po’. E poi concedersi un bel periodo di riposo».

Intanto in Belgio si sfoglia la margherita per trovare il successore di Sven Vanthourenhout. E pare che Philippe Gilbert avrebbe fatto sapere alla Federazione di essere interessato all’incarico.