Cosa fa il regolatore? Chiediamolo a Gasparotto

11.05.2021
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Gasparotto ha cambiato ruolo, ma non lo sguardo. La capacità di guardare dritto al cuore delle cose che aveva da corridore l’ha portata oggi nel nuovo ruolo di regolatore. Anche se, ammette con disappunto, alcuni corridori e parte dell’ambiente non hanno ancora capito di che cosa si tratti. Enrico detto “Giallo” è salito sulla moto di Rcs Sport al Uae Tour e poi chilometro dopo chilometro, è arrivato al Giro d’Italia. Ieri ha preso la prima pioggia della corsa rosa, ma oggi sarà peggio. E comunque ricorda di essersi bagnato ben di più alla Tirreno nel giorno in cui Van der Poel vinse a Castelfidardo.

«Mi hanno proposto questo incarico ai primi di gennaio – racconta – anzi inizialmente era venuto fuori che si liberavano delle posizioni, solo dopo ho saputo di cosa si trattava. Sono uno dei quattro regolatori che Rcs vuole per gestire al meglio il gruppo. Gli altri sono Velo, Longo Borghini ed Enrico Barbin. Siamo più di quelli che prevede l’Uci, ma per stare tranquilli, da noi si fa così. Ero curioso di sapere che cosa ci fosse da fare. Mentre però il Uae Tour non era così difficile da gestire, la Tirreno è stata la prima vera gara, fra moto e auto al seguito. E ho capito davvero il mio compito».

E’ un compito difficile?

Dipende dal ruolo che hai. Velo è quello che sta davanti al gruppo e la sua posizione è la più pericolosa. In ogni caso è un ruolo in cui devi avere capacità decisionale, fermezza e devi essere fermo in quello che decidi, altrimenti è un attimo che qualcuno se ne approfitti.

In che modo lavorate?

Siamo tutti collegati tramite Radio Direzione, un canale attraverso il quale comunichiamo i problemi che ci sono. E’ una frequenza cui hanno accesso la direzione e tutte le figure ufficiali che gestiscono la corsa. Chi è davanti avvisa chi è dietro di eventuali rischi per il gruppo. La figura del regolatore nasce per la sicurezza dei corridori. Ogni ragionamento che facciamo è per la massima sicurezza dei ragazzi. Parliamo di gestire il sorpasso delle moto staffette e quello delle moto dei fotografi, gestendo anche la loro rotazione in testa al gruppo, perché possano lavorare tutti in condizioni di sicurezza. Sta a noi permettere a chiunque abbia un ruolo di lavorare in gruppo, ammiraglie comprese.

Il fatto di aver corso ti permette di capire i movimenti del gruppo?

E’ il motivo per cui siamo tutti ex professionisti, perché riusciamo a capire e prevenire il movimento dei ragazzi. Se capisci in che modo si muove il gruppo, puoi disporre il passaggio di chi deve superare. Comunichiamo le indicazioni a Velo, che sposta il gruppo di conseguenza.

Velo è il regolatore numero uno. Qui sulla moto guidata da Igor Astarloa al Giro del 2015
Velo è il regolatore numero uno. Qui sulla moto guidata da Igor Astarloa al Giro del 2015
Sembra brutto, ma sembra che voi siate i cani e il gruppo un gregge…

E avete ragione, perché sono come un branco di pecoroni. Ho discusso tante volte quando correvo di questi dettagli, affinché lasciassero lavorare le ammiraglie, dando a tutti modo di fare la propria parte. Quello che mi dispiace è che tanti non sappiano che cosa sia il regolatore. Mi chiedono che cosa faccia in moto, se stia collaborando con la Rai…

Forse si dovrebbe insegnarlo ai corridori?

Servirebbe una formazione a livello Uci e non soltanto per i corridori, perché anche alcuni team manager o direttori non capiscono. Alla Sanremo ho dovuto discutere con un’ammiraglia, per la quale ero poco più di una staffetta o di un fotografo.

Sei tranquillo in corsa sulla moto?

Il motociclista che mi è stato assegnato ha fatto tanti anni come scorta, ma non aveva mai guidato in gruppo, perciò gli ho insegnato come muoversi. E devo dire che in queste prime due tappe in linea, si è mosso bene. E questa è una bella soddisfazione. Per contro, anche io ho dovuto imparare la mia parte. E comunque è bello perché sento che in questi giorni si sta creando il feeling in tutto il nostro gruppo.

Dovete ispezionare i percorsi in qualche modo?

Ogni giorno, finita la tappa, facciamo un briefing mettendo sul tappeto tutte le informazioni sulla corsa del giorno dopo. Abbiamo software nei telefonini, la stessa tecnologia che usano i direttori sportivi sulle ammiraglie.

Prima del via, parlando con Longo Borghini, altro regolatore
Prima del via, parlando con Longo Borghini, altro regolatore
Quali sono dunque i tuoi strumenti quando sali in moto?

A parte il casco e l’abbigliamento tecnico, il più importante è il fischietto. Poi la bandierina, l’elenco dei partenti e la mappa della tappa. Questa una volta era di carta e in certi casi lo è ancora, ma di fatto sotto il cupolino della moto si riesce a mettere uno smartphone con lo schermo gigante che ha cambiato le cose.

Arrivi stanco la sera?

Non ho il mal di gambe dei ragazzi, ma c’è comunque tensione. Se piove, se le strade non sono grandi. E comunque c’è tensione per fare le cose al meglio. Inoltre con la diretta televisiva integrale, c’è una pressione incredibile. L’Uci sorveglia ogni fase e le multe arrivano. E noi regolatori abbiamo la responsabilità e ci chiediamo sempre se potevamo fare meglio. Quando alla Tirreno, Simon Carr è finito contro quel paletto, mi sono chiesto per giorni se avrei potuto fare di meglio.

Riesci ancora a mandare avanti la tua squadra continental?

La squadra va avanti da sé e io comunque non sono il tecnico principale. Per quello c’è Marcello Albasini, io do una mano quando serve. Riesco ancora a farlo benissimo.

In viaggio con Velo nell’inferno del Kemmel

02.03.2021
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La memoria dei ciclisti è come quella degli elefanti o poco ci manca. Ce ne siamo accorti con Paolo Fornaciari parlando della discesa del Kemmel. Certi paesaggi o alcune strade non si dimenticano facilmente. Specialmente se corri una classica in Belgio e cadi sul pavè. A Marco Velo bastano questi ultimi due elementi per iniziare a raccontare un episodio del 2007. E’ lui il corridore nella foto di apertura…

Marco Velo oggi collabora con Davide Cassani e con Rcs Sport: qui con Allocchio
Velo con Allocchio al Giro d’Italia

Kemmelberg

Il punto chiave della Gand-Wevelgem è il Kemmelberg – la “montagna” più alta delle Fiandre Occidentali con i suoi 156 metri sul livello del mare – e la sua discesa iniziale in porfido è un piano inclinato con punte al 22%. Le borracce cadono dalle bici e diventano palline impazzite simili a quelle di un flipper che colpiscono i corridori oppure perdono acqua e le pietre diventano scivolose. L’abilità è cercare di restare in piedi. 

Quella edizione – era l’11 aprile di quattordici anni fa, 203 chilometri di gara e si disputava ancora di mercoledì tra Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix – è famosa per una serie di cadute incredibili: 65 ritiri, 13 feriti, di cui 9 ricoverati.

Nel 2004 con la pioggia altre cadute: guardate Balducci
La discesa del Kemmel è sempre stata pericolosa: nel 2004 con l’acqua altre cadute, riconoscete Balducci?

Casper e Velo

Il primo corridore che paga un dazio salato è il francese Jimmy Casper che nella prima discesa dal Kemmel si rompe il setto nasale, gli saltano un po’ di denti riportando una commozione cerebrale. Ma anche a Velo non va molto meglio. Il bresciano della Milram, durante la seconda ed ultima discesa dal totem fiammingo (-36 chilometri dalla fine), rovina a terra a causa di una borraccia. Cade anche il suo compagno Fabio Sacchi (botta al femore) mentre il suo capitano Alessandro Petacchi invece, pur restando in piedi, rompe la bici dovendo abbandonare così la corsa (le ammiraglie in quel tratto non potevano transitare) e con essa le speranze di vittoria che andrà a Burghardt della T-Mobile.

Petacchi resta indietro impaurito dalla caduta di Velo sul Kemmel, rompe la bici e si ritira
Petacchi rompe la bici dopo il Kemmel e si ritira
Marco facciamo un flashback, che istanti sono stati quelli?

Mi andò via la ruota davanti, fu una grande caduta e pensate che quella di Casper del giro prima non l’avevo nemmeno notata nel caos più totale. Lì per lì, malgrado i dolori, pensavo di non essermi fatto nulla, non mi rendevo conto delle botte. Ma nel momento in cui ho provato a piegare il ginocchio destro per rimettermi in piedi, ho sentito un click che mi ha un po’ preoccupato. Ho immaginato qualcosa di serio alla rotula, però c’era anche la clavicola destra fratturata e due costole rotte che mi avevano perforato un polmone. Ho avuto subito pensieri di ogni tipo, tutti negativi. Ho capito che avrei dovuto saltare il Giro d’Italia e buona parte della stagione. Fui portato via in ambulanza all’ospedale di Gand, dove rimasi per tre giorni prima di tornare in Italia, sempre in ambulanza, poiché non potevo volare per il danno al polmone.

Era un periodo importante per la vostra stagione.

Esatto, ma poco fortunato. La settimana prima al Fiandre era caduto Zabel, mentre in quella Gand-Wevelgem ci stavamo organizzando per andare a ricucire sulla fuga (erano fuori in tre da molti chilometri con un vantaggio di 1’30” in diminuzione, ndr) per portare Petacchi a giocarsi lo sprint. Si facevano un po’ di prove generali in vista delle volate della corsa rosa.

Sul Kemmel, Jimmy Casper va giù di faccia. A destra, in fondo, ecco Fornaciari
Jimmy Casper va giù di faccia
Al rientro in Italia hai dovuto affrontare una lunga riabilitazione?

Prima di partire dal Belgio avevo avuto il supporto della squadra e di alcuni ex compagni che mi erano venuti a trovare in ospedale, facendomi forza e tirandomi su di morale. E’ stato importante avere quel genere di aiuto perché mi è servito per metabolizzare meglio la caduta. Il polmone si sistemò a fine aprile, nel frattempo avevo subito l’intervento al ginocchio in cui mi tolsero circa 8 centimetri di cartilagine. Rimasi a letto per quaranta giorni, facendo solo terapia al ginocchio, che mi provocava un dolore immenso. La fisioterapia in quei tre mesi abbondanti è stata fondamentale, non ho mai saltato un giorno. Facevo lavori in piscina e in pratica sono passato dalle stampelle alla bici.

Quando rientrasti in gruppo?

A fine luglio disputai il Brixia Tour e poi a settembre la Vuelta, in cui andai molto forte aiutando Petacchi e Zabel. Non male, considerando che il medico dopo l’operazione mi aveva detto che sarei tornato in bici molto dopo e con problemi futuri al ginocchio.

Sul Kemmel cade anche Wilfried Crestkens: quel giorno sarà un’ecatombe
Cade anche Wilfried Crestkens: quel giorno sarà un’ecatombe
Marco, a distanza di anni, sei anche direttore e regolatore di corsa per Rcs Sport. Con quale punto di vista guardi adesso quella caduta?

Quel giorno io non potevo fare diversamente, ma va detto che dopo le nostre cadute, quel versante in discesa del Kemmel venne tolto. Gli organizzatori optarono per aggirare quei 350 metri terribili di pavé prendendo un’altra strada in asfalto un po’ meno pericolosa. Adesso sono cambiati anche i materiali, all’epoca non c’erano i freni a disco e usavamo copertoni da 23 millimetri, mentre gli attuali da 28 o addirittura 30 ti danno più controllo. Però devo dire, ora che sono dall’altra parte della barricata e con la moto sono nel cuore della corsa, che è sempre difficile domare i corridori.

E quindi?

Quindi, per quanto riguarda le gare Rcs, c’è una attenzione maniacale nel cercare di mettere il ciclista nelle migliori condizioni di sicurezza. Ma io vorrei che i corridori fossero più formati, magari grazie a dei corsi proposti dall’Uci, con la partecipazione di driver, regolatori e organizzatori per cercare di portare al minimo il margine di pericolosità di certe situazioni.

Giro d'Italia 1998

Ecco perché farebbe tremare anche la Ineos: parla Velo

13.01.2021
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Velo non ha dubbi: «Anche oggi, con l’organizzazione di squadre come il Team Ineos, uno come Marco li farebbe morire. C’è riuscito Contador, figuratevi il Panta».

Il fruscio di fondo non lascia spazio a dubbi: Marco è in bici. Dice che ci sono due gradi, ma anche un timido sole. E in attesa di tempi migliori, quei due raggi tra le nuvole sono stati un invito irresistibile.«Ma ho gli auricolari – dice anticipando la domanda – parliamo pure».

Freccia Vallone 1998
Per Marco Velo nel 1998, le Ardenne e il Giro d’Italia
Freccia Vallone 1998
Per Marco Velo nel 1998, le Ardenne e il Giro d’Italia

Al Trentino del ’97

E allora partiamo in questo allenamento blando fra ricordi e pensieri con l’ex corridore che proprio Pantani andò a cercare, disegnando la Mercatone Uno per l’anno successivo, e che oggi fa parte dello staff di Rcs e corse e tappe nella memoria inizia ad averne tante.

«Eravamo al Giro del Trentino – racconta – e avevo appena vinto la tappa di Lienz, che era dura impestata, battendo Zaina, Piepoli, Belli e Faresin. Mi venne vicino durante la corsa e mi disse che stava pensando di rinforzare la squadra. Buttò lì due parole per capire se mi interessava venire via dalla Brescialat. Io non avevo tanto da pensarci perciò dissi di sì, anche se per sentire tutto parlai anche con Martinelli e Pezzi. Ai tempi funzionava così. Il capitano era libero di avvicinare i corridori che avrebbe voluto ingaggiare. Purtroppo adesso non va così. C’era un rapporto molto più umano e senza tanti filtri. Vuoi mettere come mi sentii gratificato a ricevere una proposta come quella? E questo fece sì che si creasse sin da subito un legame fortissimo».

Il treno del Panta

Ne abbiamo parlato nei giorni scorsi con Sabatini e Guarnieri prima, con Tiralongo poi. Il treno per il velocista e il treno per lo scalatore. La squadra di Marco a partire dal 1998 diventò una corazzata.

Tour de France 1998
Scherzi con Borgheresi nell’ultima tappa del Tour 1998
Tour de France 1998
Scherzi con Borgheresi nell’ultima tappa del Tour 1998

«Marco era ed è il ciclismo – prosegue Velo – essere il suo ultimo uomo ti metteva su un altro pianeta di responsabilità. Sono stato anche l’ultimo uomo di Petacchi, ma era diverso. Sapevi che a parte qualche imprevisto, dovevi fare solo il finale. Con Marco c’erano molte più variabili. E quando però arrivavi al dunque, eri quello che faceva l’ultimo passaggio, l’assist per Maradona o Messi nella finale di Champions League. Mi sentivo partecipe, era la causa comune. Anche se magari ti trovavi a gestire situazioni tattiche completamente diverse, rispetto a quelle che avevamo studiato e condiviso. Se l’istinto gli diceva di andare, raramente non lo assecondava. E di solito aveva ragione lui. Mai visto un attacco a vuoto del Panta».

Tutto sul gruppo

La Mercatone Uno raggiunse livelli di potenza e affiatamento che negli anni successivi, attorno a uno scalatore, avrebbero raggiunto la Saxo Bank di Contador e l’Astana di Nibali.

Davide Dall'Olio 1997
Dall’Olio in squadra dopo l’incidente del 1995: fu Marco a volere lui e Secchiari
Davide Dall'Olio 1997
Fu Marco a volere Dall’Olio (sopra) e Secchiari dopo l’incidente del 1995

«Per questo dico – prosegue – che ne avrebbe avuto per far saltare anche gli schemi Ineos. Perché non era un solista contro tutti, era la nostra corsa e gli altri a inseguire. Eravamo forti. Partivamo prima di Natale da Madonna di Campiglio, mentre gli altri erano alle Canarie. Non andavamo a perdere tempo, a casa ci eravamo allenati già tutti. Si andava su quei tre giorni a fare una cosa che ora va tanto di moda. Il team building, che in italiano si dice fare gruppo. Ed è vero che ai tempi si parlava tanto dei percorsi troppo facili a favore dei cronoman, ma quelli dopo Indurain iniziarono a sparire e tutto sommato a Marco per vincere bastavano le salite. Di tutti i tipi, quelle lunghe, ma anche quelle corte da fare a tutta con le mani sotto».

La tattica giusta

Velo ragiona ad alta voce e intanto pedala. «Avendo una squadra come la Mercatone Uno del 1999 e avendo ovviamente anche il Panta – dice – si potrebbe davvero far saltare la Ineos. Loro corrono a sfinimento, facendo un ritmo che impedisce gli scatti, ma si potrebbe sorprenderli tatticamente.

«Potresti fare il ritmo alto, rischiando di perdere i tuoi uomini. Loro hanno per gregari dei vincitori di Giro e di Tour, noi avevamo Garzelli, che aveva vinto il Giro ma singolarmente non eravamo così forti. Ma se c’è spirito di squadra, e noi ne avevamo da vendere, si può fare. Se tiri forte per fargli fuori sulla prima salita gli uomini delle pianure, quando Marco attacca e si porta dietro qualcun altro, nella valle successiva, loro devono far tirare gli scalatori. E allora magari sulla salita successiva il leader è un po’ più solo. Ma queste sono cose che potevi fare soltanto con un Marco in condizione, oppure il Contador degli ultimi anni».

Gli urli di Oropa

Secondo Velo, che intanto continua a pedalare accrescendo la voglia di farlo anche di qua dall’apparecchio, il capolavoro di squadra lo fecero a Oropa. Che sarebbe anche facile da dire, se non fosse che dopo l’arrivo Marco prese fiato e li mise tutti sugli attenti.

«Esatto – conferma – è facile dire Oropa, anche perché la fanno vedere spesso. In realtà prima di allora ci sono state tante situazioni, come tutto l’avvicinamento al Giro del 1999 dove Marco raggiunse un livello di condizione eccezionale. E comunque quel giorno avevamo fatto tanto lavoro per prendere la salita davanti e pensai che per uno stupido problema meccanico, rischiavamo di perdere tutto. Marco era dietro di me, ma io non avevo capito niente. Mi girai con la coda dell’occhio per controllare che fosse tutto a posto e non lo vidi. Fu uno della Saeco, mi pare Petito, a dirmi che si era fermato. Avrei voluto girare per tornare indietro, ma è vietato, così lo aspettammo. La rimonta l’avete vista, ma dopo l’arrivo si arrabbiò con me e con Zaina perché ci eravamo messi a tirare con troppa foga, volendo riportarlo sotto. Non c’erano le radioline. Lui urlava probabilmente per dire di andare regolari e io, in piena trance agonistica, continuavo ad aumentare. Ci disse che, ogni volta che uno di noi si spostava, lui doveva aumentare. E così avevamo rischiato di mandarlo fuori giri. A parte quella volta, che c’era una sola salita e anche durissima, Marco non ti metteva in difficoltà soltanto nei finali. Quando trovi uno così che ti va via a 30 chilometri dall’arrivo dopo averti tirato il collo, hai poco da controllare. Certo sarebbe difficile, ma sarebbe ancora uno spettacolo».