Luca Guercilena accompagnato verso l’uscita dalla Lidl-Trek. Grisha Niermann che lascia la Visma-Lease a Bike per approdare proprio alla Lidl-Trek. Dan Lorang, che lascia Red Bull-Bora. Tanti corridori in procinto di cambiare maglia. Le insistenti voci sul futuro di Paul Seixas. I team WorldTour che cercano di allungare le proprie radici nelle squadre giovanili anche oltre confine. L’ultimo esempio è la Soudal Quick-Step con Autozai Contri. Mai come quest’anno il ciclomercato è esploso così presto.
Un valzer totale e a tutti i livelli. Un valzer che riguarda non solo i corridori, ma anche tecnici, manager e membri dello staff. Come mai? Cosa sta succedendo? Ne abbiamo parlato con Cedric Vasseur.
Il francese è un ex team manager che fino allo scorso anno ha guidato la Cofidis e conosce perfettamente queste dinamiche. La sua è una voce super partes che può offrire una visione più ampia di quanto sta accadendo e, soprattutto, delle ragioni che stanno dietro a questi cambiamenti.


Cedric, in questo momento ci sono molti movimenti di ciclomercato. Movimenti che non riguardano solo i corridori, ma anche manager, coach e membri dello staff. Cosa sta succedendo?
Penso che il ciclismo stia evolvendo molto e molto velocemente. Oggi le strutture sono gigantesche, con budget enormi almeno per le cinque o sei migliori squadre del mondo. E’ un po’ il modello del calcio. Ovviamente non siamo ancora a quei livelli perché i budget sono diversi, ma il sistema sta diventando quello. Un contratto non rappresenta più molto nel ciclismo: che si tratti di un corridore o di un membro dello staff, chiunque può trovare un modo per uscirne.
Come mai?
Perché oggi chi dirige davvero il ciclismo mondiale non sono più le squadre, ma gli agenti dei corridori. I procuratori. Lavorano su una logica di breve termine, cioè ottenere il miglior contratto possibile nell’immediato, senza pensare al futuro. E se l’anno successivo la situazione cambia?
Ma perché questi grandi movimenti anche relativi allo staff?
Costruire un progetto sportivo è molto difficile, perché bisogna fidelizzare i corridori e seguirli per un periodo minimo di tre anni, meglio ancora cinque, per creare qualcosa di solido. Lo stesso vale per lo staff: direttore della performance, nutrizionista, direttore sportivo… Per me, in Visma c’è una perdita di talento. Una perdita che mette in difficoltà la squadra. Di fatto Vingegaard perde il suo allenatore.


Ti riferisci a Grisha Niermann, chiaramente…
Sì, e il danese dovrebbe ripartire praticamente da zero. Per carità, tutto questo non avviene nell’illegalità. E’ l’economia dello sport professionistico che oggi funziona così e bisogna adattarsi. Ma è chiaro che questo sistema favorisce molto le squadre che hanno i budget più elevati. Patrick Lefevere lo diceva spesso: «Oggi sono le squadre ricche a dettare le regole. E lo fanno più di prima, molto più di prima». Penso alle squadre più piccole che magari hanno un buon corridore. Prendiamo l’esempio di Tommaso Dati. Oggi l’italiano e soprattutto il suo allenatore (Michele Bartoli, ndr) sono corteggiati da molte squadre. Le realtà più piccole non hanno modo di trattenerli. Quando emerge qualcuno di promettente, chi ha più risorse economiche lo acquista. E quel team non può continuare a crescere insieme a quei corridori o a quel preparatore. Si pensa che se una persona ha avuto successo in una squadra, allora andrà bene automaticamente anche in quella successiva.
Cosa vuoi dire?
Facciamo l’esempio di Oscar Onley. Lo scorso anno alla Picnic-PostNL ha disputato una grande stagione. A dicembre si è trasferito alla Ineos Grenadiers senza che la sua squadra d’origine ne traesse un reale beneficio e, nel frattempo, la Picnic si è ritrovata in forte difficoltà. Non solo, ma l’UCI assegna le licenze sulla base di un valore sportivo che comprende anche Oscar Onley. Un mese dopo, però, Onley non è più in quella squadra. Ovviamente il valore sportivo di quel team non è più lo stesso. Secondo questa logica non dovrebbe più essere nel WorldTour, e invece lo è. E’ evidente che qualcosa non funziona.
In effetti c’è qualcosa che va rivisto…
Per me è arrivato il momento che i principali attori del ciclismo prendano atto di tutte queste dinamiche e si chiedano come evitare di mettere in difficoltà le squadre. L’anno scorso l’Arkéa è sparita. La Movistar vive una situazione complicata: il main sponsor ha un contratto fino al 2029 ma ha già fatto capire di non voler necessariamente arrivare a quella scadenza. Anche i contratti delle sponsorizzazioni non sono sicuri e, di conseguenza, non lo sono nemmeno i risultati. Non puoi ottenere grandi risultati se alle spalle non hai il supporto finanziario di uno sponsor solido. I corridori, e non solo loro, ne risentono. Oggi la vita di un general manager non è affatto semplice.


Sebastien Joly, della Decathlon-CMA, ci ha detto che sono una squadra internazionale in Francia e non una squadra francese aperta all’estero. Quindi c’è una forte apertura internazionale. Al tempo stesso però la Lidl-Trek accompagna all’uscita Luca Guercilena per favorire un manager più vicino alla proprietà tedesca. Non è una contraddizione?
Tutte le squadre vogliono avere una dimensione internazionale. Le chiusure vanno bene solo per le Nazionali al mondiale. Quando una squadra come Lidl-Trek vive un cambiamento negli equilibri finanziari, con Lidl che aumenta il proprio investimento, è normale che desideri un manager più vicino alla propria visione. Del resto hanno già trasferito il centro operativo delle corse dal Belgio alla Germania. Hanno salutato Luca Guercilena e promosso Andy Schleck. In questi casi i risultati sportivi contano relativamente. Credo che Lidl-Trek oggi si senta più vicina ad Andy Schleck che a Luca Guercilena, anche se Luca ha contribuito a costruire questa squadra e a renderla una delle migliori del mondo negli ultimi 13-15 anni. Oggi le squadre ciclistiche funzionano sempre più come aziende. E in un’azienda capita spesso che un amministratore delegato venga sostituito improvvisamente. Abbiamo trasferito il modello aziendale all’interno delle squadre e questo spiega molte delle decisioni che vediamo.
Hai parlato dei grandi budget e dei super team. Credi che si andrà verso una Super League?
Non credo. Come dicevo all’inizio, penso che il modello economico del ciclismo non sia realmente cambiato dagli anni Novanta. E non è normale. Guardo quello che accade in Formula 1, nel tennis e nel calcio. Alla fine uno sport non può svilupparsi davvero senza una redistribuzione delle ricchezze. Oggi, nel ciclismo, il finanziamento delle squadre dipende esclusivamente dagli sponsor. Penso che le squadre abbiano ragione a cercare un nuovo sistema, ma allo stesso tempo sono concorrenti tra loro. Seduti attorno allo stesso tavolo non sono necessariamente solidali.


E invece bisognerebbe essere compatti…
Basta pensare alle dichiarazioni di Patrick Lefevere nei confronti di Ralph Denk, accusato di avergli portato via Remco e risorse. O la Visma sempre con Red Bull. Le squadre hanno bisogno di trovare nuove fonti di finanziamento per sostenere stipendi, specie dei corridori, che negli ultimi dieci anni sono esplosi. Nel frattempo ci sono le crisi internazionali, la guerra in Medioriente e le difficoltà economiche generali. A quel punto uno sponsor può pensare che sia meglio investire in un altro sport meno costoso. E il ciclismo entra in difficoltà.
E’ un discorso molto ampio, che alla fine ha anche risvolti tecnici e concreti. In corsa si vedono enormi squilibri…
Anche il calendario è molto difficile da comprendere per il pubblico e per gli sponsor. Ci sono gare in tutti i continenti e praticamente ogni giorno. Quando si costruisce una classifica bisogna farlo con una logica precisa. Non si può avere soltanto una classifica WorldTour se poi le stesse squadre WorldTour corrono anche gare di categoria inferiore dove la concorrenza è molto diversa. Credo che serva una grande riforma e che si debba lavorare in questa direzione pensando al 2030. Anche l’UCI dovrebbe interrogarsi su cosa cambiare per aiutare squadre, corridori e organizzatori. Pensiamo anche ai rischi che si assumono i corridori.
Cioè?
Cadute ce ne sono in tutte le gare. Questo accade perché la ricerca del risultato è sempre più esasperata e i corridori rischiano sempre di più. Bisogna creare un sistema in cui il risultato abbia un peso meno determinante e in cui esista una certa redistribuzione delle risorse economiche. Altrimenti si rischia di andare verso la legge del più forte. Si rischia di vedere vincere sempre le stesse squadre e gli stessi corridori. E a quel punto il ciclismo perderebbe parte del suo appeal.