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Trent’anni fa, la cavalcata rosa di “Coppino” Chioccioli

28.03.2021
5 min
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Un flash-back di trent’anni, basta premere il tasto rewind e tornare al Giro d’Italia del 1991, quello dominato da Franco Chioccioli. E ci si accorge di quanto alcune ricorrenze possano presentarti conti salati o ricompense.

Riavvolgiamo il nastro della memoria insieme a lui, che all’epoca aveva 31 anni e ora si divide tra il ruolo di team manager della sua squadra di elite/under 23 Futura Team Rosini (fondata nel 2003) e quello di gestore del suo agriturismo La Greppia a Pian di Scò, nel cuore dell’alto Valdarno sulle colline aretine.

«Anche se – esordisce – a causa di questo maledetto virus è quasi un anno e mezzo che non si lavora tanto. Di clienti ne abbiamo pochi perché la gente non può muoversi».

La vittoria del 1991 nasce dalla cocente delusione del 1988 sul Gavia
La vittoria del 1991 nasce dalla cocente delusione del 1988 sul Gavia

Il Gavia del 1988

In realtà il ricordo di quel trionfo parte da un po’ prima, dalla corsa rosa del 1988 e dalla tremenda giornata di neve sul Gavia nella Chiesa Valmalenco-Bormio. Chioccioli è passato alla Del Tongo ad inizio anno. Ha già vinto nella cronosquadre di Vieste e poi a Campitello Matese ad inizio Giro. Il toscano è in maglia rosa da due giorni e guida la generale con circa mezzo minuto di vantaggio sullo svizzero Zimmermann e 55” su Visentini, ma nella discesa rimane vittima (una delle tantissime di quella tappa) del freddo. Giunge al traguardo a 5′ dal vincitore Breukink, scendendo terzo in classifica a quasi 4′ da Hampsten, che poi conquisterà quella edizione.

In quella frazione Chioccioli non solo perde la maglia rosa ma anche tanta fiducia nei propri mezzi, che lo aveva accompagnato fino a quel momento. Malgrado il quinto posto finale, seppur a 13’20” dallo statunitense della Seven Eleven-Hoonved, “Coppino” passerà i successivi due anni in cerca di riscatto (solo due successi totali), concludendo il Giro rispettivamente in quinta e sesta piazza.

Il 1991 senza attese

Nel 1991 non si concentra sulla classifica generale, vuole solo vincere tappe per ritrovare morale. Parte forte, fortissimo: terzo, secondo, terzo nelle prime tre frazioni e maglia rosa già al secondo giorno di corsa, con lo stesso tempo di Bugno, dominatore dell’anno prima. Cede il simbolo del primato per ventiquattro ore al francese Boyer (vincitore della quarta tappa a Sorrento) poi lo riprende subito a Scanno e lo conserva con un margine risicato su Lejarreta. Può essere la volta buona, ma…

Arriviamo alla decima frazione, metà Giro, cronometro Collecchio-Langhirano di 43 chilometri. Franco, appunto, che succede?

Sto bene, la condizione psicofisica è cresciuta di giorno in giorno ma non sono tranquillo del tutto, ho ancora qualche spettro della tappa del Gavia. Per me è il primo crocevia. Parto con 1’03” di vantaggio su Bugno, che è quello più specialista dei miei diretti avversari. Vado a tutta cercando di limitare i danni, però non so se è abbastanza. Taglio il traguardo e mi accorgo di aver salvato la maglia rosa per un solo secondo proprio su Bugno, vincitore. Incredibile, festeggio, coltivo speranze, ma forse è solo merito del “fattore c.f. culo-fortuna” che serve sempre.

Guardiamola sotto un altro punto di vista. Il giorno del Gavia era il 5 giugno, lo stesso di questa cronometro. Forse era un segno del destino…

La data del Gavia me la ricordavo bene, onestamente. Avevo sofferto non solo per il freddo, per la fatica e per la delusione del risultato, ma anche perché da quel giorno tante persone attorno a me si erano allontanate. Alla data di Langhirano invece non ci avevo mai fatto troppo caso, anche perché tutti ci ricordiamo piuttosto quel famoso secondo. Sono coincidenze che capitano nel ciclismo.

Da lì in avanti è stata una cavalcata, durante la quale riesci a centrare tre tappe nell’ultima settimana e fortificare la maglia rosa, che alla fine hai indossato sempre tranne per due giorni.

Dopo la crono non furono giornate semplici. Bugno era più distante in classifica, ma temevo l’imprevedibilità di Chiappucci. Con le mie vittorie in tre giorni di Aprica e Pordoi, quest’ultima azzardando una lunga fuga, mi sentivo più al sicuro. Poi al penultimo giorno, la crono di Casteggio, che era adatta alle mie caratteristiche, servì per definire la classifica.

A Milano conquista il Giro scortato da Fabio Roscioli e Luca Gelfi
A Milano conquista il Giro scortato dal compianto Luca Gelfi
Quanto è contato partire senza pressioni?

Non avere l’assillo della classifica è stato fondamentale, così come non avere avuto eventi sfavorevoli in corsa. Questi due aspetti hanno inciso tanto, ma devo dire che se non fossi stato così in forma ed in crescendo di condizione non avrei ottenuto nulla. Diciamo che mi sono meritato quella vittoria e anche il fatto che mi sia girato tutto bene.

E il ciclismo attuale com’è? Come lo interpreterebbe il Chioccioli di trent’anni fa?

Non amo fare paragoni con le varie epoche, sono cambiate troppe cose, lo vedo con i ragazzi che alleno. Rispetto ai miei tempi, dove c’erano sostanzialmente solo capitani e gregari, ci sono tante seconde e terze punte importanti che possono fare bene in ogni gara. Posso dire che io correrei adattandomi al ciclismo di adesso, così come ho fatto quando correvo io.

Sul podio finale fra Chiappucci e il giovane Max Lelli
Sul podio finale fra Chiappucci e il giovane Max Lelli
E invece adesso c’è uno con le caratteristiche di Chioccioli?

No, direi di no. Anzi sì, direi un po’ Aru, ma si è perso negli ultimi anni per tanti motivi e mi dispiace davvero tanto.

Forse perché in lui ti rivedi in quel 1988 che ti fece perdere fiducia in te e persone attorno? Vuoi dargli un consiglio?

Sì, un po’ somiglia a quella mia situazione anche se non conosco bene le questioni di Aru. Lo vorrei rivedere protagonista presto, ma a lui servono persone che gli vogliano bene in modo disinteressato. Non è facile trovarle ma sono quelle che possono aiutarti a riprendere fiducia e speranza nei propri mezzi.