LODETTO (BS) – Ugualmente a Montreal, ma 50 anni fa, Giuseppe Martinelli conquistò l’argento olimpico che lo lanciò nel ciclismo dei grandi. A dire il vero lui ci sarebbe già passato l’anno prima, ma l’applicazione del blocco olimpico fece sì che il bresciano rimanesse fra i giovani per due anni ancora. A quel punto le Olimpiadi del 1976 divennero un obiettivo concreto.
Quando Martino ci accoglie nell’ampia corte di casa, la campagna bresciana è pettinata da una leggera brezza che non riesce ad attenuare il caldo di agosto. L’ammiraglia del Team Ecotek è nel box che per tanti anni ha ricoverato quelle dell’Astana e tutte le precedenti e ha idealmente il motore ancora caldo, perché fino al giorno prima Giuseppe è stato a correre la tre giorni in Toscana, portando a casa il quarto posto di Balliana a Terricciola. Si parla di Montreal per celebrare i 50 anni trascorsi e perché il gruppo tornerà in Canada per i mondiali dopo quelli vinti nel 2003 da Astarloa a Hamilton.


Martinelli, il corridore
Martinelli ha i capelli bianchi e il viso abbronzato di ogni estate. Lo abbiamo conosciuto quando guidava Chiappucci e il primo Pantani e da allora di chilometri e storie assieme ne abbiamo vissuti tanti, ma raramente ci si ferma a pensare al Martinelli corridore. A quel giovane adulto dal carattere meno riflessivo di adesso che amava andare in fuga e che nel 1974 aveva in tasca il pre-contratto per l’anno successivo con la Scic di Colnago. Pare che uno dei suoi juniores abbia chiesto al suo direttore sportivo se Martinelli da giovane abbia corso in bici. Ridendo dice che non ha voluto saperne il nome. Perché altrimenti, sorride sua moglie Anna, lo avrebbe tirato sotto con l’ammiraglia.
«Rispetto agli altri ragazzi che erano nel gruppo per le Olimpiadi – prosegue Martinelli – io pensavo di avere già qualcosa in più per il passaggio al professionismo. Invece quel contratto alla fine scadde, si rimise in piedi tutta un’altra cosa e firmai con la Jolly Ceramica. Colnago ci rimase male, perché mi volevano a tutti i costi e così mandarono subito a riprendermi la bici».
Negli anni Settanta il ciclismo era ancora uno sport molto popolare, almeno al pari del calcio. Alle Olimpiadi non volevano i professionisti e fu così fino al 1996, quando ad Atlanta cadde una delle ultime barriere del mondo di prima. Quello che forse sembrava chiuso e limitante, ma in compenso non aveva ancora messo in vendita i suoi valori.


Che cosa significava correre nei dilettanti in quel periodo?
Guardate, io ho ancora via i giornali di quell’epoca, quando i dilettanti andavano sulla Gazzetta. Se io vincevo a Carate Brianza, per dire una corsa, finivo sulla Gazzetta dello Sport, nella stessa pagina del ciclismo dove c’erano i Bitossi e i Dancelli. Adesso secondo me non ci siamo più neanche sotto quell’aspetto. Fare il dilettante era veramente qualcosa, era il passaggio naturale per poi diventare qualcuno. Avere la maglia per le Olimpiadi è stato difficile, perché nessuno ti regalava niente.
Che cosa ricordi dell’avvicinamento alle Olimpiadi?
Nel 1974 eravamo stati ai mondiali proprio a Montreal. Poi facemmo altre corse con la nazionale, anche il Giro d’Italia del 1976. La rivalità c’era. Soprattutto fra me, Porrini e Algeri. Era una rivalità vera, i nostri direttori sportivi erano nemici per la pelle e se potevano, fra Petruzzi che era il mio e Garbelli, facevano anche a sportellate. Perciò la conquista di una maglia azzurra in quell’epoca non era una cosa tanto facile.
Che cosa ricordi dell’arrivo a Montreal?
Lo dicevo ai ragazzi in questi tre giorni in Toscana. Le Olimpiadi sono l’esperienza che ti rimane in testa più di tutte, perché vai nel Villaggio Olimpico, incontri tutte le realtà. In quell’epoca era ancora più evidente, perché adesso il Villaggio è un po’ snaturato e sparpagliato in vari siti. Quella volta incontrammo proprio tutti, l’americano di colore che giocava a basket oppure Nadia Comaneci. Eri lì insieme a loro, si respirava un clima di qualcosa di importante. Mi ricordo che per uscire dal Villaggio Olimpico, dovevi presentare un documento e dire per quante ore stavi fuori. Non so come dire: c’era proprio un clima da grande evento che ti faceva sentire importante.
Ti è più capitato di rivedere quei posti?
Anni dopo, soprattutto le prime volte che andavamo con le squadre a fare le gare di Quebec e Montreal, ho riconosciuto il Villaggio Olimpico vicino all’Università. Erano tre enormi piramidi ed eravamo tutti lì dentro. Davvero un grande casino anche per andare a mangiare, però il ristorante era aperto tutto il giorno e a qualsiasi ora. C’era l’andirivieni degli atleti che facevano le varie batterie di qualificazione e anche gente che magari non era mai uscita da casa sua e si ritrovava a fare le Olimpiadi. E poi era bello perché potevi andare a vedere tutti gli sport…


Tu andasti a vedere qualche altra gara?
Andai a vedere qualche gara in pista, poi una partita di basket e qualche tuffo di Klaus Dibiasi, quelli che erano i nomi più conosciuti, In realtà sotto quell’aspetto non fui fortunatissimo, perché noi corremmo in apertura e ci dissero che chi voleva, poteva rientrare subito a casa e io feci così. In pratica rimasti una decina di giorni. Una settimana prima in cui però pensammo solo alla corsa e poi due o tre giorni dopo la nostra corsa. A posteriori, dico che sarebbe stato meglio restare di più.
Giuseppe Martinelli medaglia d’argento: cosa ricordi della corsa?
Avevamo per avversari quelli che avevamo trovato anche nelle corse di avvicinamento. Io avevo fatto il Giro d’Italia e vinsi due tappe. Poi ero andato al Guglielmo Tell, dove c’erano c’erano tanti corridori che sarebbero venuti alle Olimpiadi, e ne vinsi tre. Ero uno dei più osservati. L’ordine per la gara olimpica era di entrare nelle fughe anche prima di metà corsa. Io mi cacciai dentro a quella che più mi convinceva e mi feci quasi tutta la corsa all’attacco, con Bernaudeau a ruota sin dalla partenza.
E poi?
Solo in finale rientrò un gruppettino di due o tre che scombinò un po’ le carte, anche se involontariamente secondo il mio punto di vista. C’era dentro anche Algeri e con due italiani davanti, diventò tutto più difficile. Un paio di volte Vittorio chiuse su quelli che scattavano, ma quando andò via Johansson rimanemmo a guardare e io capii che non avrei più vinto.
Come mai?
Guardai subito Algeri per capire se ce la facesse a chiudere, invece Vittorio mi fece cenno di no. Io avevo le gambe per chiudere, dico la verità e se tornassi indietro, lo andrei sempre a prendere. L’ho sempre detto, anche nelle prime interviste. Il problema è che partì nel punto perfetto. C’era uno strappo di 300 metri abbastanza impegnativo e poi dallo scollinamento mancava un chilometro e mezzo per l’arrivo. Se qualcuno avesse chiuso subito, lo potevamo ancora prendere, altrimenti avremmo corso per il secondo posto e così fu. Che poi per poco non sfumò anche quello…


Parli della scorrettezza di Thaler in volata?
Venne fuori una volata talmente strana, che alla fine per fortuna diedi il colpo di reni e mi andò bene. Prima avevo provato a partire lungo, facendo qualche zigzag per vedere se qualcuno abboccasse, ma eravamo ancora lontani. Invece ai 250 metri corsi il rischio e partii. Klaus-Peter Thaler mi prese per i pantaloncini, rischiando di farmi finire al quarto posto, perdendo il bronzo.
Quindi per te era un bronzo alle Olimpiadi ed eri pronto per il podio?
Andai da Thaler a dirgli qualcosa, però ero sicuro che non l’avrebbero squalificato, perché squalificare uno che ha vinto una medaglia non è tanto comune. Invece arrivò un giudice a farmi domande. Io non capii niente, perché non parlavo inglese e probabilmente mi chiese la mia versione. Era il giudice che una volta veniva fatto scendere ai 200 metri perché non c’erano i filmati della volata, e lui aveva visto tutto.
Quindi non ci fu reclamo e fece tutto il giudice?
Esatto. Vide Thaler che toglieva la mano dal manubrio e mi prendeva per i pantaloncini e decisero subito di squalificarlo. Non facemmo neanche in tempo a parlare di reclamo, che ci comunicarono che ero argento e salii sul podio nel posto giusto.
Come fu salire sul podio e poi tornare al Villaggio con la medaglia al collo?
Pensai di aver fatto una cosa importante e quando tornai a casa lo capii ancora di più. Fra l’altro furono Olimpiadi in cui non vincemmo troppe medaglie, per cui quando entrai nel Villaggio e trovai tutti gli atleti azzurri che mi applaudivano, sentii di essere diventato qualcuno. Non c’erano i social, le corse le vedevi dalla strada o in televisione e al mio paese dopo la volata erano tutti usciti a festeggiare il bronzo e nessuno sapeva che in realtà era arrivato l’argento. Mica come adesso che dopo cinque minuti vai su internet e trovi l’ordine di arrivo completo…


Andavi davvero così forte?
Ricordo che venni a casa il venerdì e la domenica andammo la Coppa della Pace a Sant’Ermete di Rimini. Era il 2 agosto e arrivammo in ritardo a causa di un incidente sull’autostrada, tanto che per aspettarci ritardarono la partenza. Neanche mangiammo, la corsa partì e davanti si formò una fuga di 10-12 senza nessuno di noi. Ricordo il direttore sportivo in mezzo alla strada che urlò che avevamo fatto sei ore per venire lì e di darci una mossa. Fu come se avesse acceso l’interruttore. Partii e alla fine li presi tutti e vinsi la corsa. Poi ne vinsi altre 3-4 in successione.
Come preparaste l’Olimpiade: si usava già andare in altura?
Si usava correre e allenarsi a casa. Andammo prima in Canada per fare una gara e ambientarci, mi pare a Toronto e andammo sul podio con Algeri. Ricordo che il cittì Ricci mi disse di stare coperto, perché al Guglielmo Tell avevano visto che stavo bene e dovevo nascondermi. Io volevo vincere, ma restai coperto lo stesso.
Che cosa rappresentò quella medaglia d’argento?
Conoscevo le Olimpiadi e il ciclismo, nonostante sia nato in una casa dove il ciclismo non sapevano neanche cos’era. Però dal momento che ho cominciato a correre in bici, ho iniziato a seguirlo. Ero tifoso di Dancelli, perché abitava qua. Di Vianelli, perché aveva vinto le Olimpiadi del 1968. Quando ero esordiente o allievo e incontravo un professionista, per me era veramente trovare qualcuno di importante. Qualche volta mi mettevo a ruota, qualche volta lo salutavo.
Quasi come adesso…
Oggi i ragazzi conoscono solo Pogacar e i migliori del mondo, ma non sanno niente del ciclismo di qualche anno fa. Per me fu entrare nel giro grande. Avrei potuto vincere l’oro, ero lanciatissimo. Mi resta solo il rammarico che poi da professionista non abbia avuto risultati all’altezza di quanto avevo fatto vedere da dilettante.