Oggi parte la Vuelta ma già si profila all’orizzonte l’appuntamento mondiale, anche quest’anno lontano dall’Europa. Questa volta si va in Canada, a Montreal e non è certo la prima volta che la rassegna iridata si sposta nel Nord America. Era già successo nel 2003 ad Hamilton, quando tutti i big vennero battuti da Igor Astarloa (in apertura, foto Flickr). Certo non uno sconosciuto, quell’anno aveva vinto la Freccia Vallone, ma quel successo rimase nel tempo come una delle principali beffe del mondo delle due ruote.
Astarloa è lontano dal ciclismo che conta da un po’ di tempo anche se ha continuato a vivere di ciclismo (è stato anche motociclista al Giro) e soprattutto continua a pedalare. Lo rintracciamo in Belgio, dove ripercorre cicloturisticamente quelle strade che per tante volte lo hanno visto impegnato e la chiacchierata è per lui un gradito tuffo nel passato.


Quando sei arrivato in Canada pensavi di poter indossare la maglia arcobaleno?
Avevamo corso la Parigi-Tours, che di solito si teneva alla fine di settembre, e poi sono volato in Spagna, a Madrid, dove tutta la squadra spagnola si è riunita: Valverde, Osa, Beltrán, Gonzalez de Galdeano. Siamo partiti una settimana prima per assorbire il jet lag e poter fare un paio di lunghe giornate di allenamento.
Valverde era il capitano di quella nazionale. Che ruolo avresti dovuto ricoprire?
No, a dir la verità il capitano era Freire che aveva già vinto due campionati del mondo, con Valverde in seconda battuta. Era il suo secondo anno da professionista, aveva 22 anni e aveva disputato un’ottima Vuelta a España, era arrivato terzo in classifica generale e aveva vinto due tappe. Ma il leader della squadra era Óscar. Diciamo che Astarloa era l’ultima carta: il mio ruolo era quello di stare molto attento a qualsiasi attacco che potesse arrivare da Italia, Belgio, Paesi Bassi, per garantire la presenza della Spagna nella fuga e coprire Valverde e Freire in modo che la squadra potesse rilassarsi e non dover lavorare.


L’attacco arrivò?
A due giri dalla fine, ci fu un attacco di Peter van Petegem. Bettini si unì al gruppo, con lui Boogerd, Camenzind e io risposi come mi era stato detto, si formò un gruppo di 6, ma fummo ripresi all’ultimo giro. Intanto Freire aveva avvertito la squadra che non si sentiva benissimo, ma avrebbe provato a restare nel gruppo e se si arriva alla volata si doveva lavorare per lui. All’ultimo giro è successa la stessa cosa, nello stesso punto, Van Petegem ha attaccato di nuovo e praticamente lo stesso gruppo di noi, 6 o 7, è partito e siamo stati noi ad arrivare al traguardo all’ultimo giro.
Cosa successe poi?
C’erano due salite sul circuito, sull’ultima, che era a circa 4 chilometri dal traguardo, ero in testa ma ho sbagliato rapporto e sono scivolato indietro. Mi sono ripreso e poi ho attaccato a sinistra su un lungo rettilineo, era al 5 o 6 per cento. Tutti guardavano Bettini, perché Bettini era il favorito per quel Campionato del Mondo, tutta la stampa parlava di lui e tutti aspettavano la sua mossa. Ma lui non reagì immediatamente. Nel frattempo, io guadagnavo e mantenevo il distacco dal gruppo. Bettini attaccò un paio di volte, ma non riuscì a raggiungermi. Su un tratto pianeggiante ci provarono altri tre, tra cui Paolini e Barry, che correva in casa e si è unito anche Valverde.
Guadagnavano?
Paolini ha iniziato a lavorare per Bettini, ma anch’io sono riuscito a tenere il suo ritmo e poi è iniziata la discesa, che era molto veloce, molto ripida, raggiungendo velocità di 70 chilometri orari. Tenni quei 5 secondi di vantaggio, sino alla fine. La vittoria era cosa fatta.


Com’è stata l’esperienza di gareggiare in Canada, c’erano molte differenze rispetto alle gare europee?
No, perché in pratica, alla fine, noi che abbiamo gareggiato ai Campionati del Mondo… Era come fare una prova di Coppa del Mondo, come correre l’Amstel Gold Race o la Liegi o la San Sebastián. La differenza era che era una corsa adatta a un tipo di corridore più come me, l’anno prima il mondiale di Cipollini era piattissimo, era impossibile per me. Ma non era neanche super duro come quello di Firenze. Era comunque molto impegnativo e se stavo bene era perfetto per le mie caratteristiche. Ma era come correre in Europa, in fin dei conti gli avversari erano gli stessi…
Com’era il tempo?
La mattina sembrava che sarebbe stata una bella giornata perché era tutto blu ed era settembre, temperatura fresca e ci dicevano che il tempo sarebbe migliorato, penso che abbia raggiunto al massimo i 18 o 20°.
Di cosa ti occupi oggi e come ricordi quegli anni da professionista?
Ho dei bei ricordi – riconosce Astarloa – Mi piace molto andare in bici, penso di essere stato fortunato, di aver potuto lavorare facendo ciò che amavo. Sono entrato alla Mercatone Uno di Pantani dove ho trovato un grande diesse come Martinelli. Quando ho smesso di correre, mi ha invitato a diventare direttore sportivo ma non era nelle mie corde e poi bisogna stare spesso lontani da casa e credo che ci ero stato abbastanza… Così ho aperto una piccola pasticceria, panetteria e caffetteria nella mia città natale e conduco una vita tranquilla. Ma ogni anno vado anche al Giro d’Italia dove ho anche portato in moto Velo, vecchio compagno di squadra.


Segui il ciclismo di oggi e ti piace?
Il ciclismo di oggi è molto meglio per me. Anzi, per le mie caratteristiche sarebbe stato ideale. Io venivo dal ciclocross, avrei potuto abbinare le due discipline, al tempo feci anche due mondiali da junior, ma quando passai alla Café Baqué, team dilettantistico il diesse cominciò a dirmi che le corse su strada erano lunghe, il calendario impegnativo, che d’inverno bisognava riposare e prepararsi per iniziare poi la stagione con più voglia… Altri tempi, altra mentalità. Ma mi dispiacque perché ero un corridore esplosivo, infatti sono emerso nelle classiche d’un giorno.


Secondo te il mondiale di Montreal ha già un vincitore in Pogacar o ti aspetti qualche sorpresa?
Quando Pogacar punta a vincere una corsa che vuole, non lo ferma nessuno – è l’opinione di Astarloa- Io credo che vuole vincere questo e il prossimo mondiale, che pure è impegnativo per essere il primo a fare poker consecutivo. A lui piacciono i record, fare quello che nessuno ha fatto perché gli dà stimoli. Per me quel che sta facendo è una cosa impressionante, talmente superiore che gli altri si deprimono, corrono per il secondo posto, sembra che corre con gli allievi, eppure tutti sanno di aver fatto le cose per bene, la preparazione, il ritiro… E’ davvero difficile da digerire. Non ho mai visto nessuno, né Contador, né Armstrong, né Froome vere tanto potere.
E che cosa potrà fare la nazionale spagnola?
Penso abbastanza poco, come quella italiana. Abbiamo avuto così tanto talento, con Valverde, Contador, Purito Rodriguez che oggi soffriamo al confronto. Ayuso è bravo, lo scorso anno era stato l’unico a tenere l’attacco di Pogacar, ma poi è saltato per aria. Ha fatto il Tour senza emergere, è stanco, la squadra ha tante speranze su di lui e sa che non può sbagliare ma questo gli pesa. No, non lo vedo sul podio…