VEZZANO LIGURE (SP) – Vedere la maglia tricolore dal vivo fa sempre un certo effetto, soprattutto se a indossarla è un ragazzo arrivato da lontano, dalla Sardegna, e per farcela ha dovuto fare uno sforzo e un passo in più di tutti gli altri. La vita ciclistica di Enrico Balliana è cambiata a fine giugno, quando a Sora, dopo 128 chilometri di gara, ha messo la ruota davanti a tutti.
Vestire la maglia di campione italiano è sempre una responsabilità, in qualsiasi categoria e sport. E’ un simbolo ambito, che però porta con sé anche dinamiche nuove. In gruppo tutti ti vedono, ti cercano, sei etichettato come uno dei più forti e sei costretto a imparare nuovi metodi per correre e vincere (in apertura foto ptzphotolab).
Enrico Balliana lo ha vissuto sulla propria pelle, ci ha messo un po’ a ritrovare il successo, il primo con questo simbolo sulle spalle. Era fine agosto, non molto tempo fa. La vittoria l’ha sfiorata ancora una volta al Trofeo Buffoni, la domenica dopo aver chiuso un Giro della Lunigiana che gli è valso una convocazione per i mondiali in Canada.


Il peso del tricolore
Il cittì Dino Salvoldi ha visto in Enrico Balliana uno degli atleti più in forma al momento, un profilo ideale per guidare e lanciare un’eventuale volata di Brandon Fedrizzi. Lo stesso campione italiano però ha le gambe e la condizione per tentare di entrare in qualche fuga da lontano, come stopper o come pedina importante. Alla fine non diventi campione italiano per caso.
«Quello dopo la vittoria del tricolore a Sora – ci racconta nel ciclodromo di Vezzano Ligure – è stato un periodo abbastanza duro. Correre con la maglia di campione italiano è una responsabilità ogni domenica, sicuramente diventa più difficile, ma è anche un grandissimo piacere. Se fai fatica tu vuol dire che la stanno facendo anche tutti gli altri. Tatticamente le cose si complicano, perché tutti ti guardano e corrono sulle tue ruote. Però sono felice di quanto raccolto in questi mesi».


Come cambia la percezione di se stessi quando si vince una cosa così importante?
Arriva una grande consapevolezza nei propri mezzi, però rimango sempre con i piedi per terra per raggiungere i prossimi obiettivi.
Ti aspettavi di crescere in questo modo già da junior?
Quando sono partito dalla Sardegna mi aspettavo di avere il motore per fare il cammino che ho fatto. Sapevo di essere un buon atleta, ma riuscire a farlo così è stata sicuramente una sorpresa. Ero consapevole di essere forte, ma non mi sarei aspettato di essere così forte. Ma credo di avere ancora tanto da scoprire.
Partire dalla Sardegna, lasciare casa per seguire il proprio sogno, quanto è stato difficile lasciare tutto dietro?
Molto, però non l’ho mai visto come un sacrificio, anzi lo vedo come un piacere perché sto facendo quello che mi piace.


Lasciare amici, parenti non è semplice…
Sicuramente all’inizio (due anni fa, ndr) c’era un po’ di sofferenza, anche adesso ogni tanto mi manca casa. Però so che quando torno a casa è tutto più bello e quindi sono sereno. Ogni volta che torno a casa poi sono felice, ma lo sono anche nello stare nella mia nuova casa a Brescia.
Hai fatto un’estate a casa in Sardegna?
Sono stato due settimane dopo il campionato italiano, ogni tanto durante l’anno ho fatto qualche toccata e fuga.
Come ti accolgono adesso che hai una maglia diversa?
Mi accolgono sempre con grande piacere, soprattutto gli amatori di zona. C’è una bella atmosfera ogni volta che torno.


Ci sono tanti ciclisti?
No, il movimento deve crescere ancora molto, però credo ci siano delle buone potenzialità.
La tua storia può aiutare il movimento?
Credo possa essere uno stimolo, soprattutto per i ragazzi più giovani. Iniziano a credere ancora di più nel loro percorso e vedono che le possibilità ci sono.
Anche tuo fratello Andrea corre, ed era con te al Lunigiana, cosa vuol dire correre insieme?
E’ bello, anche perché lui è rimasto a casa in Sardegna. Quindi ho fatto un anno senza vederlo, se non ogni tre o quattro mesi. Quando siamo insieme in gruppo ci sacrifichiamo l’uno per l’altro. In questi giorni ha lavorato per me, ma io farei lo stesso per lui.


Per te che cosa ha rappresentato questo percorso?
Ho capito che voglio far diventare quello che sto facendo un lavoro, devo crescere, imparare e metterci sempre il massimo per riuscire nel mio scopo.
Come si sta a Brescia?
Mi trovo bene, ci sono tantissimi campioni, altrettanti posti per allenarsi e bei posti nei quali pedalare. Una pecca se vogliamo è il traffico. Però è altrettanto bello allenarsi in Sardegna.
Hai corso per due anni con la Ecoteck, dove hai conosciuto un diesse come Giuseppe Martinelli, che figura è?
Importantissima, perché mi ha insegnato tutto quello che sa sul ciclismo. E’ stato un vero maestro, anche se a volte è duro. Ma so che tutto ciò che dice è per il mio bene.


Qual è la cosa più dura che ti ha detto?
Di curare il peso, che non ho ancora capito il motore che ho e che posso fare di più. Quando stai faticando e qualcuno ti dice che ne hai ancora, è dura tirarlo fuori perché senti di essere già oltre i tuoi limiti.
Hai trovato altri limiti da superare?
Sì, ne ho trovati tanti e sono sicuro che sono altrettanti quelli da scoprire.
Quindi aveva ragione?
Martino ha sempre ragione (ride, ndr).


Invece la cosa più bella che ti ha detto?
Questa è una domanda più difficile, lui dice sempre che è uno che sembra scontento. Però quando ho vinto il campionato italiano l’ho visto felice e so di avergli regalato qualcosa di bello. Un suo sorriso vale molto più di mille parole.
L’anno prossimo dove si impara a diventare grandi?
Imparare a fare l’atleta al 100 per cento come ha detto Beppe. Andrò in Red Bull-BORA-hansgrohe, nel devo team. Ho firmato per due anni e cercherò di crescere il più possibile.
Red Bull perché?
E’ la mia squadra dei miei sogni, sono riuscito ad andare forte e meritare un posto lì. Sono stata la mia prima opzione. C’è un bel gruppo di italiani, anche se l’anno prossimo molti passeranno nel WorldTour. Però nei vari ritiri avrò comunque modo di parlarci e conoscerli.


E’ il passo giusto da fare?
Sì, per imparare a fare l’atleta e apprendere dai più grandi.
Cosa hai imparato in questi due anni da junior?
Ho imparato a gestirmi in gara, a vivere con la pressione addosso, a dormire, riposare. Ho imparato a rinunciare a delle cose per ottenere qualcosa di più grande in futuro.
Hai parlato anche con Martinelli del passaggio?
Gli ho chiesto cosa ne pensasse, mi sono sempre fidato di lui. Ha detto che secondo lui era il passo giusto da fare, e Beppe ha sempre ragione.