ARBOREA (OR) – La vittoria di Elven al Trophée Centre Morbihan, in Coppa delle Nazioni al debutto in maglia azzurra, era stato un segnale molto chiaro. A Sora, vestito di tricolore sul podio del campionato italiano su strada degli juniores, Enrico Balliana ha chiarito ogni dubbio. La sua vittoria fa rumore, perché arriva da una terra come la Sardegna, che i campioni li produce con il contagocce, e perché è controfirmata da un personaggio come Giuseppe Martinelli.
Quando “Martino” trova un sardo con cui mettersi a lavorare, capita che qualcosa di buono venga fuori. Chiedere a Fabio Aru per credere, uno dei primi a congratularsi con entrambi, uno dei tanti. E non soltanto del mondo del ciclismo, perché a complimentarsi è stato un altro suo mentore, l’ex interista Gianfranco Matteoli, che ebbe da ragazzino Balliana nella sua scuola calcio di Oristano, la Simba.
«Lui è stato il mio primo Beppe», dice il diciottenne di Arborea (in apertura nella foto xpix.it), rientrato nell’Isola dalla sua Aurora, la ciclista che prima di diventare (tre anni fa) sua fidanzata, era compagna di allenamenti da esordiente.


Alla scuola di “Martino”
Beppe è naturalmente Martinelli, che a Brescia, diventato team manager della Ecotek Zero24, si è preso a cuore la vicenda di questo corridore, che ha lasciato la famiglia per trasferirsi in Lombardia. Lì ha scoperto di amare la sua terra e non era scontato.
Arborea è stata costruita durante il fascismo e tanti veneti sono andati lì a lavorare. Oggi è la capitale sarda del latte e delle vacche, che papà Emanuele alleva nell’azienda dove Enrico e suo fratello Andrea sono cresciuti. Padre di origine veneta, mamma svizzera, Cornelia. Ma, come Fabio Aru e come quasi tutti i sardi (il tatuaggio di Filippo Tortu vi dice niente?), Enrico è legato a doppio filo alla propria terra, al punto di correre con lo stemma dei Quattro Mori sul manubrio: «Ho cominciato ad apprezzarla quando sono andato via», ammette.


La borraccia di Van der Poel
Enrico, 18 anni, milanista convertito al Cagliari dalle tante partite viste alla Unipol Domus, studente al Liceo Sportivo di Oristano e poi di Brescia (sarà di diploma nel 2027), amante della musica italiana («ma quando devo caricarmi ascolto musica impossibile per chiunque, un funk brasiliano assurdo»), è stato forte da subito.
Da quando, a 12 anni, ha lasciato il calcio (chiuso per Covid) per la bici: prima gara di ciclocross, sulla sabbia, ad Arborea, e primo posto di categoria. Passare da Cristiano Ronaldo a Van der Poel è stato una conseguenza.
«Ho la sua borraccia autografata, la tengo accanto al comodino come portafortuna. Lui è il corridore che ha più classe, dà sempre tutto. Ciò che ha fatto con Pogacar al Fiandre è da fuoriclasse», dice Enrico che gli somiglia. Tiene sulle salite brevi (ha costruito lì la sua vittoria tricolore), si difende nelle volate di gruppetto (come al Trophée Centre Morbihan) ed è ottimo sul passo.


Diventare pro’: l’unica scelta
Balliana voleva fare il professionista già da calciatore («Avevo già in testa di andare fuori a giocare»), ora vuole fare il pro’: «Non c’è un piano B. Voglio fare il corridore e, dopo il diploma, andare all’università, magari per diventare preparatore e restare in quest’ambiente».
Martinelli dice che quando hai tra le mani il campione di una categoria come gli juniores puoi pensare di avere una pepita preziosa. Lui lo ascolta come fosse un profeta. «Beppe dice che l’anno prossimo inizierò a capire come si fa il corridore. Lui mi ha fatto migliorare moltissimo – racconta – io lo ascolto. In gara mi ha detto: “Vai che oggi sei vincente”. E io ci ho creduto. Sentire uno come lui che ti dice certe cose ti dà un’adrenalina incredibile».


A casa dell’avversario
Per capire come è il mondo di Enrico Balliana basta chiedergli a chi è grato per questa vittoria, che ha voluto dedicare a Daniele Santamaria, corridore cagliaritano che è caduto e si è rotto la clavicola mentre era con lui in ricognizione a Sora.
«Intanto la squadra – dice – tutto lo staff. Cito il presidente Luigi Braghini, i ds Sergio Gozio e Marco Zanotti, il preparatore Marco Corti che mi scrive ogni giorno». Poi c’è un personaggio speciale: «Paolo Novaglio mi ha scoperto in Sardegna, al Trofeo Gentilis di mountain bike, dove era venuto a portare i suoi corridori, che io ho battuto. Correvo per l’Arkitano Mtb, la squadra che mi ha lanciato. Oggi vivo a casa sua, a Brescia, ed è come un secondo papà».
Ma c’è il primo: «Mio padre Emanuele è il mio psicologo, quello con cui vado più d’accordo. Lui mi ha portato a fare equitazione da piccolo, ma in effetti ho fatto tante cose, anche arrampicata in falesia».
Mamma Cornelia: «Da giovane era sciatrice, ma i miei nonni non le hanno permesso di fare agonismo. Così lei ha voluto che io e mio fratello Andrea praticassimo lo sport». Andrea ha un anno in meno, corre con la Ecotek ed è campione sardo: «Più leggero, più forte di me in salita», dice. La famiglia è stata fondamentale nel suo percorso.


Il sogno di Montreal
Due titoli italiano da allievo di 2° anno nella Mtb (short track ed eliminator), un podio nel ciclocross. Enrico era la grande promessa del ciclismo sardo giovanile e adesso è sbocciato. «Questa vittoria – dice – è la più importante sinora. Più di quella in maglia azzurra, perché qui c’è un titolo, è una gara secca: posso dire di essere stato il migliore d’Italia nel giorno in cui serviva».
La sesta vittoria della stagione della prima esplosione: «Prima sbagliavo tanto, ho perso molte corse che potevo vincere». Non importa, ce ne sono tante ancora da vincere, la carriera è appena iniziata. «A che punto sono nella scala della mia ambizione? Al 100 per 100: io guardo un obiettivo alla volta. Ho raggiunto il massimo e adesso riparto da zero verso il prossimo traguardo».
Una maglia azzurra ai mondiali di Montreal? Stavolta risponde Martinelli: «Quel percorso lo conosco, è quello dove ho vinto l’argento olimpico cinquant’anni fa e lì la salita è decisiva. Per essere convocato dovrà essere in grande condizione, come è adesso».