PARMA – Le gare fanno parte della sua prima vita, sono già storia, passato. Elena Cecchini ha dato l’addio al ciclismo poco più di due settimane fa, ma ha ancora giornate itineranti e intense. Le vuole mantenere tali seppur alzando il piede dall’acceleratore e con nuovi propositi.
Martedì scorso a mezzogiorno l’ex campionessa italiana era a Roma sul palco dell’Auditorium Parco della Musica per la presentazione del Giro Women. Poi viaggio in treno verso Parma dove, tra nel tardo pomeriggio e serata, doveva presenziare a due eventi tra provincia e città. L’abitudine ai lunghi trasferimenti si evince subito quando incontriamo Cecchini in un circolo sportivo cittadino per una cena privata. Prima di lasciarla all’antipasto a base di Prosciutto di Parma – lei che viene dalla terra del suo antagonista, quello di San Daniele del Friuli – ci concede qualche minuto per il post carriera, grazie alla sua consueta disponibilità nel parlare senza troppe riserve.


I consigli di Elia
Mentre attendiamo l’arrivo di Cecchini, ne approfittiamo per chiedere a suo marito Elia Viviani (presente con Cordiano Dagnoni, entrambi arrivati da Roma) quali consigli le abbia dato per i nuovi progetti, prendendo spunto da se stesso che ha vissuto questo momento esattamente un anno fa.
«In questi giorni – esordisce il team manager della nazionale – abbiamo capito che non siamo a casa più di quanto pensassimo di esserlo. Sicuramente era più semplice quando si correva, tutto si limitava alle ore in bici, al recupero e al giorno dopo, mentre ora le giornate sono più lunghe. Elena dovrà trovare la sua migliore gestione delle giornate, anche se non sono la persona più giusta per consigliarla, perché sono sempre in full immersion dalla mattina alla sera.
«Elena – conclude Viviani – non ha mai scelto la strada più facile, quindi sono certo che saprà scegliere quello che le piacerà di più nel ciclismo. So che vuole trasmettere qualcosa alle atlete più giovani e ha visto quella via come una potenziale occupazione per il futuro. Può essere un loro riferimento, ma ha tante cose da affrontare. Si sta buttando a capofitto negli eventi come il corso di safeguarding del CONI e poi si laureerà il prossimo aprile (in Scienze Motorie e Sportive, ndr). L’hanno anche cercata come diesse, ma ripeto, nel prossimo anno Elena dovrà guardarsi attorno per capire le opportunità che si presenteranno».
Giusto il tempo di due battute dunque e ci rivolgiamo direttamente a lei.


Elena, qualcosa ci ha anticipato Elia. Da dove vuoi iniziare su quello che ti attende?
Sono rientrata da Aigle dove ho fatto il corso da diesse. Ne avevo già parlato al Tour Femmes con Danny Stam (il diesse della SD Worx-Protime, ndr) e ho colto l’occasione intanto che sono ancora “fresca” di regolamenti. Anche Elia mi aveva consigliato di prendere quel certificato ora anziché più avanti. Adesso vorrei approfondire altre aree. Il mio obiettivo però è quello di fare il corso da agente a giugno. Mi hanno detto che è piuttosto difficile, ma vorrei passare l’esame perché è una cosa che mi piacerebbe fare in futuro. Tuttavia ad oggi la mia priorità rimane un’altra.
Quale?
Sono tesserata per le Fiamme Azzurre (Corpo di Polizia Penitenziaria, ndr) e devo capire quale potrebbe essere il mio ruolo con loro, tenendo conto che faccio parte della commissione atleti CONI e che sarei disponibile per un eventuale ruolo in FCI nel caso ci fosse bisogno della mia figura.


La tua amica Bertizzolo ci ha detto che vorrebbe fare la manager. Entrambe avete maturato qualità tecniche e umane per fare quello che volete. Ti vedresti in quel ruolo?
Lo so, Sofia è più per la squadra, avevo letto la vostra intervista. Sono cose diverse da quello che vorrei fare io, benché ci siano responsabilità importanti in entrambe le situazioni perché hai in mano delle persone. Il lavoro da team manager implica stare ancora tanto lontano da casa, mentre se dovessi diventare agente potrei gestire meglio il tempo, la vita privata e tutto il resto. Senza dimenticare che mi piacerebbe anche avere famiglia e quando arriva un figlio, cambia la vita.
Questo è sempre un argomento delicato da trattare e da chiedere perché talvolta la gravidanza per una atleta può diventare uno stress se diventa un’imposizione data dagli schemi sociali. Tu che pensiero hai in merito?
Certo, non è una cosa che ci completerà e non deve diventare un’ossessione. Ho sempre avuto in testa l’idea di un figlio solo quando avessi terminato di correre per miei motivi. Ammiro tanto tutte le ragazze che hanno avuto una maternità durante la carriera e sono tornate più forti di prima. La maggior parte di loro aveva un marito o una famiglia che le aspettava a casa, mentre per noi fino all’anno scorso era improponibile perché Elia ed io facevamo la stessa vita. Penso che avere un figlio a fine carriera te lo puoi godere di più, anche se in gravidanza si diventa superattive.


Sono tanti progetti da gestire e incastrare. Stai mettendo in ordine le idee?
Sì, per forza e va bene così. Per la famiglia non vogliamo metterci fretta, forse il fatto di avere già dei lavori avviati ti permette di delegare oppure di organizzarti a dovere, a differenza di quando stai ancora costruendo qualcosa. Quest’anno ho visto Elia che dedicandosi a cose totalmente diverse, anche in ambito aziendale, si è sentito realizzato e l’ho percepito in modo evidente. Quindi credo che nel post-carriera sia importante mantenere l’ambizione di realizzarsi e trovare nuove soddisfazioni.
A proposito di soddisfazioni, Elena Cecchini in 16 stagioni di carriera ne ha avuto tante: 15 vittorie, tra cui cinque titoli italiani, ori mondiali e europei e una leadership da donna-squadra riconosciuta da tutti. Dopo il campionato italiano ci avevi detto che non avresti più voluto piangere, poi però ti abbiamo vista emozionata ai Giochi del Mediterraneo. Com’è andata all’Eneco Tour, la tua ultima gara?
Mi sono commossa, ma per un altro motivo. A parte tutti i messaggi che ho ricevuto, all’ultima tappa ho visto Amy Pieters a bordo strada e mi si sono gonfiati gli occhi di lacrime (esattamente come accade mentre ce lo racconta, ndr). Siamo state compagne nel 2021, stagione al termine della quale ha avuto l’incidente (durante un ritiro a Calpe che le provocò una lesione cerebrale, ndr) ed era venuta apposta per salutarmi. Eravamo subito diventate grandi amiche, ci siamo sempre confidate tante cose. Si è emozionata anche lei e nonostante non parli più, l’ho ritrovata empatica proprio come quando ci siamo conosciute. Si fa capire bene, con lo stesso carattere di sempre.




All’europeo 2019 avevi fatto seconda alle sue spalle. Qual è la prima istantanea che ti viene in mente della tua carriera?
A parte il mio primo allenamento da giovanissima di cui vi avevo già parlato ad inizio luglio, se parliamo di performance dico il mondiale di Innsbruck e il titolo vinto nella cronosquadre con la Canyon. Per me resta una giornata da pelle d’oca per come l’abbiamo preparata e per come l’abbiamo vinto. La cura dei dettagli, con i meccanici che ci avevano messo la cera sulla catena il giorno prima. Era stato uno sforzo di tutto il gruppo di lavoro, ricordo tutto di quei giorni. Però anche l’argento continentale di Alkmaar ha assunto un sapore particolare col passare del tempo.
Per quale motivo?
Quando rivedo le foto dell’europeo 2019, ricordo che quel giorno rientravo da un infortunio ed ero contenta perché non mi aspettavo di fare subito risultato. Oggi però mi rendo conto di essere ancora più felice perché aveva vinto Amy, il mio pensiero più bello è per lei. Adesso cammina con le sue gambe, ha perso tutto a livello verbale, ma comunque sta bene. Mi ha fatto sapere che è diventata bravissima a giocare a carte e quindi mi sono prefissata di tornarla a trovare presto per sfidarla e prendermi la rivincita di quell’europeo.