L’argomento era emerso il giorno dopo la vittoria di Paul Seixas al Lombardia, il francesino della Decathlon aveva appena vinto la prima Classica Monumento della carriera e nella conferenza stampa parlava di coraggio e ambizione. Parole arrivate dopo la scarica di adrenalina del successo più importante della sua giovane carriera, una sorta di redenzione che ha nascosto subito la delusione e l’insoddisfazione maturate a Montreal. Paul Seixas al margine del Lombardia ha detto che lavora ogni giorno per diventare il numero uno al mondo, lo fa perché il talento e l’ambizione lo spingono e fanno ardere in lui la voglia di vincere.
Questo finale di stagione senza Tadej Pogacar ci ha fatto ricordare che viviamo in un’epoca di grandi corridori: Mathieu Van Der Poel, Michael Matthews, Remco Evenepoel, Giulio Ciccone e ovviamente Paul Seixas. Tanti altri sono coloro che si sono ricordati di valere più di qualche piazzamento, basti chiedere ad Enric Mas e a quante volte ha sognato di vincere un Grande Giro.


Senza sua maestà
La caduta in Spagna di Tadej Pogacar ha aperto una finestra sul mondo che fino a quel momento era coperto dalle spalle larghe e dal talento dello sloveno. Tanta era la forza di Pogacar che il rischio era di dimenticarsi del resto, la sensazione sembrava essere che anche i corridori stessi si fossero dimenticati del loro valore. E’ servito il carattere di un ragazzino francese di 19 anni per pensare di vedere un affronto al re. Prima alla Strade Bianche, poi alla Liegi e infine con la vittoria al Lombardia, Paul Seixas ha gettato il guanto di sfida.
Abbiamo intercettato Roberto Damiani alla fine della stagione, mentre i corridori vanno in vacanza e scappano dall’altra parte del mondo e chi resta si gode qualche momento di normalità.
«Con quella caduta tutti avevano percepito che saremmo tornati a vedere un ciclismo diverso – commenta Damiani – il dominio di Pogacar era ed è meritato, ci mancherebbe. Però eravamo arrivati a vedere una sudditanza sia verso di lui che nei confronti del UAE Team Emirates».


Dominio che durava da un po’…
Al Lombardia dello scorso anno si era percepito ancora di più, oltre a Pogacar la squadra aveva sei corridori che sarebbero stati tranquillamente dei capitani nelle altre formazioni in gruppo. Un dominio per un certo senso quasi frustrante, anche perché nessuno poi provava e resistere.
Il primo a scottarsi fu Bagioli al mondiale di Zurigo nel 2024…
Da un paio d’anni a questa parte, il canovaccio tattico era un attacco di Pogacar, uno o due che provavano a restargli a ruota e poco dopo cedevano. Facevano un fuorigiri talmente alto che poi perdevano anche il podio e da secondi finivano quinti, sesti o peggio.


Alla fine si era optato per lasciarlo andare?
Sembrava l’unica soluzione, Pogacar attaccava e gli altri si giocavano i piazzamenti, se a questo aggiungi il fatto che le squadre lottano per i punti viene facile capire il perché. Oltre alla superiorità di Pogacar.
Siamo tornati a vedere delle corse aperte?
Per il risultato finale sì, se pensiamo al mondiale è stato vinto da un corridore di talento ma che ha fatto un’azione tatticamente intelligente. Senza dimenticare il lavoro di squadra che hanno fatto i compagni di nazionale di McNulty. Allo stesso modo il Lombardia è stata una gara bellissima, dove Seixas ha fatto un’azione impressionante.
Figlia del coraggio?
Di una motivazione ritrovata, perché se prima alla partenza l’atteggiamento era quasi di sconfitta anticipata adesso abbiamo assistito a corridori con grinta e fame ritrovata.


E quando tornerà Pogacar?
Benvenga, ma dovremo trovare il modo di rendere la corsa interessante. Di provare cose nuove, uscire dai soliti canovacci tattici. Ricordo che Felice Gimondi disse una frase secondo me attuale quando un tifoso gli disse che senza Eddy Merckx avrebbe vinto di più. Lui rispose: «Magari senza Merckx non sarei diventato Felice Gimondi».
Questo per dire?
Che Pogacar continuerà a fare quello che gli riesce meglio, saranno gli avversari a dover trovare il modo di batterlo. A mio avviso serve più coraggio, sia tattico che di corsa. A volte in gara si vedono team collaborare con la UAE per interessi comuni, ma se sono i più forti, per batterli bisogna isolarli.
Torniamo al fatto che serve coraggio?
Alfredo Martini diceva che certe volte per vincere bisogna rischiare di perdere, ma quando le squadre guardano ai punti UCI allora tutto diventa più monotono.


I grandi campioni come Van Der Poel Van Aert, Seixas o Ciccone però non guardano a questo, corrono per vincere…
Infatti penso che Seixas sia stata una bella ventata di aria fresca, ha corso con l’istinto e il coraggio di provare a contrastare Pogacar. Lo stesso hanno fatto Van Der Poel e Van Aert. E Seixas senza Pogacar ha corso un mondiale sbagliando tattica, però ha imparato qualcosa di nuovo.
C’è tanta curiosità il ritorno di Pogacar?
Si dovrà capire se tornerà lo stesso, personalmente credo di sì e che sarà questo per altre stagioni. Ma le prima gare del prossimo anno serviranno per misurare la temperatura e vedere cosa succede.