COMO – Mastica amaro Giulio Ciccone dopo un’altra grande corsa nella quale ha fatto vedere di meritare il ruolo che ricopre. Il terzo posto al Lombardia rappresenta un motivo di orgoglio, ma l’abruzzese arriva nella zona mista dietro al palco con poca voglia di sorridere. Questo finale di stagione gli ha regalato tanto, ma lo ha provato ed è stanco. Gli occhi non mentono mai, soprattutto dopo 239 chilometri di gara. Il suo Lombardia si è deciso in pochi istanti, quelli necessari a capire che seguire il cambio di ritmo di Paul Seixas fosse impossibile.
Il francesino della Decathlon CMA CGM ha allungato ai 2 chilometri dalla vetta del Civiglio, la salita più dura delle due proposte dal circuito finale di Como. Al primo passaggio sul San Fermo della Battaglia la differenza non c’è stata. Così sulle rampe cattive del Civiglio le gambe hanno presentato il conto, quelle di Seixas lo hanno portato alla prima Monumento della sua carriera. Ciccone invece si è dovuto arrendere, con la pedalata sempre più pesante, metro dopo metro.


Soddisfatto
Dal mondiale in Canada al Lombardia, nel mezzo una cocente sconfitta al campionato europeo che ancora grida vendetta. Giulio Ciccone però a Como trova anche la forza di vedere il bicchiere mezzo pieno, consapevole di aver fatto il massimo. Questa volta è stata una questione di energie rimaste in corpo.
«Sono molto contento, devo essere oggettivo – racconta con il trofeo del terzo classificato sotto braccio – oggettivamente questo era il massimo risultato che potevo ottenere oggi (ieri per chi legge, ndr). Magari da fuori non lo si è notato, ma non ero in una grande giornata. E’ stata una corsa abbastanza difficile a livello di sensazioni. Ecco perché a questo podio do ancora più valore, perché non è facile lottare così quando non si è al 100 per cento».


Le fatiche dell’europeo si sono fatte sentire?
In realtà la stanchezza è frutto di un blocco lunghissimo di gare, arriviamo tutti da più di un mese in giro. Tra voli, jet lag, stress e tanti altri fattori esterni non era semplice restare al massimo. Ripeto, non mi sentivo super, e comunque quello del Lombardia è stato uno sforzo diverso rispetto a quelli fatti al mondiale e all’europeo.
Provare a seguire Seixas è stato un errore?
La mia intenzione era fare quel minuto o due di fuorigiri, poi magari quando la situazione si fosse assestata tirare un attimo il fiato. Ho pensato che lo stesso Seixas avrebbe rallentato, invece ha fatto la sua azione e poi è andato dritto. Dopo i due minuti ho capito che sarebbe stato impossibile tenere quel passo e ho cercato di gestirmi.


C’è un po’ di rimorso?
No, a mio avviso è stata la decisione giusta, ne valeva la pena. L’ho pagata, perché anche all’ultimo passaggio sul San Fermo della Battaglia mi sono staccato da Mas. Però tutti sapevamo che con l’assenza di Tadej (Pogacar, ndr) la corsa sarebbe stata più aperta. Abbiamo fatto tanta fatica comunque, quando superi i 200 chilometri tra salite, discese e pianura tutto diventa difficile.
Rispetto al terzo posto di due anni fa che valore dai a questo risultato?
Arriva alla fine di un periodo lungo e intenso del quale sono super soddisfatto per la costanza che ho avuto. Ho trovato delle belle prestazioni e raccolto ottimi risultati, da dopo il Giro non c’è stata una corsa dalla quale sono uscito dalla top 10.
Una stagione che ti porterà a decidere quali strada seguire in vista del prossimo futuro?
Diciamo che non sarà una decisione mia (dice in merito al nuovo percorso che lo attende in Pinarello-Q36.5, ndr). E’ un dato di fatto che le gare di un giorno e nelle brevi gare a tappe mi trovo meglio. Mi concentrerò su queste, però il mio obiettivo in generale è restare competitivo.


Riuscendo sempre a rimanere ad alti livelli da diverse stagioni…
Una cosa che va riconosciuta e che mi riconosco da solo, è che sono ormai da più di dieci anni nel ciclismo professionistico. Questo sport è cambiato tanto, il podio di oggi fa capire molte cose. Amo quello che faccio, ci sono molti sacrifici ma non li faccio da solo. Devo molto alla mia famiglia e a mia moglie.
Ti trovi a lottare con corridori giovani e sempre più competitivi.
Ho fatto un cammino diverso, a vent’anni non ero ancora professionista. Non voglio dire: «Ai miei tempi» perché sembro vecchissimo (dice ridendo, ndr) però a quell’età non avevo mai fatto gare del genere. Sapevo che dai 27-28 anni sarei potuto migliorare molto ed è quello che ho fatto e sto facendo.


Sono uno stimolo?
Lo sono ma allo stesso tempo è una generazione di fenomeni che in un certo senso ti toglie qualcosa, è inevitabile. Credevo di potermi togliere qualche soddisfazione in più a questa età, ma potrò dire di aver vissuto un ciclismo che verrà ricordato per sempre.
Il bilancio della stagione è comunque positivo^
Sì, cambierei magari qualche podio e piazzamento per una vittoria (magari proprio quei 3 millimetri al campionato europeo, ndr).