Ragusa e i suoi quasi 600 metri di quota sono il rifugio ideale per un corridore, ormai ex, che per anni ha portato fieramente il nome di Aquila degli Iblei. Come in ogni autunno, Damiano Caruso si è immerso nella sua terra, fra la sua gente e con la sua famiglia: uomo soddisfatto alla fine del viaggio, che ha in mano il biglietto per il prossimo.
«Mi è appena arrivata la convocazione – Caruso sorride – la prossima settimana sarò al performance meeting. Nella colonna dei direttori sportivi,c’è scritto Caruso e questa cosa sembra davvero strana. E poi andrò anche a Aigle per il corso da direttore sportivo. Jacopo Mosca si è offerto di venirmi a prendere a Malpensa, abbiamo già prenotato l’hotel…».
Si sono ritirati lo stesso giorno al Gran Piemonte. E quando si sono guardati negli occhi alla fine del corridoio d’onore, si sono stretti la mano. Del ritiro di Caruso abbiamo parlato già più volte: è stato un cammino progettato e vissuto con lucidità, iniziato quando da bambino lasciò questi colli con vista sul mare, senza rinunciare a tornarci ogni volta che fosse possibile.


L’intervista con Di Fresco
E proprio alla sua parabola si è ispirata l’intervista pubblicata ieri a Giuseppe Di Fresco, il primo tecnico. Uno che oggi arrivasse negli juniores come Damiano Caruso allora – ci ha detto – probabilmente non farebbe molta strada, tanto è diventato alto ed esasperato il livello nella categoria dei diciottenni. E Damiano che cosa ne pensa?
«Lascio un altro ciclismo – ragiona Caruso – molto più performante, più scientifico e ancora più maniacale nella cura dei dettagli. E questo lo metterei tra le note positive. L’unica pecca secondo me è che si sta un po’ tralasciando la dimensione umana. Si sta trasformando sempre di più l’atleta in una macchina e certe volte viene meno l’attenzione alla parte umana. Si curano l’alimentazione e la performance, ma si ha meno attenzione alla sua felicità. Quello che sta venendo fuori con la PicNic non mi stupisce. Così mi sono fatto una domanda».


Quale domanda?
Damiano, non è che hai questa visione perché sei un vecchietto e per giunta stanco? Però in realtà non è così. Leggo anche di tanti ragazzi che smettono e che si lamentano di questo aspetto. Una volta il burnout era legato al sovraccarico o all’overtraining, oggi sembra più mentale che fisico.
Negli ultimi tempi fra corridori vi siete divertiti com’era ad esempio nei tuoi anni con la Liquigas?
No, no, no, zero. Questo magari è un mio problema, perché negli ultimi anni la maggior parte dei miei compagni di squadra era tanto più giovane di me. Se metti in camera uno di 39 anni con un ragazzo di 19-20, non è puoi fare grandi discussioni. Cosa gli vado a raccontare? Di quando porto mio figlio a scuola alle otto del mattino? Una volta che abbiamo parlato di macchine, orologi e cavolate varie, la conversazione è finita. Però già anni fa, appena arrivai alla BMC, capii che il gruppo italiano della Liquigas non l’avrei più ritrovato.
Perché?
Le squadre WorldTour sono aziende internazionali, con staff e corridori che vengono da tutto il mondo. E’ difficile creare lo zoccolo che ti porta alle corse e ti faccia anche divertire. In più, i ragazzi sono cambiati, sono più introversi. Si parla un po’ meno in generale, si vive di più sul telefono e tramite i social. Quest’anno mi è successa una cosa carina, quando sono andato a correre il Memorial Pantani che non facevo dal 1972 (ride, ndr).
E cosa è successo?
La sera prima della corsa, dato che eravamo in hotel a Riccione, siamo scesi e siamo andati a mangiare un gelato. Ho detto: «Ragazzi, voi non sapete cosa mi state regalando!». Loro non capivano, ma in realtà era dai tempi della Liquigas e forse prima della LPR che non uscivo la sera prima della gara per andarmi a mangiare un gelato.


Passiamo su un terreno scivoloso. In questi due mesi di gare senza Pogacar è stato bello andare alle corse senza sapere chi avrebbe vinto…
Io credo che Pogacar sia la storia del ciclismo e non dobbiamo girarci attorno: secondo me è il ciclista più forte di tutti i tempi e fa bene a fare quello che fa. Siamo pagati e abbiamo la mentalità di correre per vincere. Quindi Tadej fa bene a vincere ogni volta che può. Detto questo, quando lui non c’è, nel 99 per cento del gruppo si riaccende la speranza di vincere. Guardate Mas. Alla Vuelta avrebbe fatto secondo, perché dopo Pogacar era il più forte di tutti. Ma perché il suo sogno si avverasse, è dovuto uscire di scena Tadej.
Stessa cosa ai mondiali…
Esatto. Di colpo alla partenza tutti hanno realizzato di potersi giocare la maglia di campione del mondo. Perché con lui in gara, questo non sarebbe successo. Stessa cosa per gli europei e il Lombardia.
Abbiamo un bel ciclismo, però squadre e tifosi vanno sempre in cerca del giovane fenomeno a tutti i costi. Perché si aspetta Finn e non si capisce che Pellizzari e Piganzoli che valgono oro?
Io credo che una buona parte dipenda dal giornalismo italiano e dal tifoso medio italiano. Stiamo sempre a guardare quello che vorremmo – dice Caruso – e non guardiamo quello che abbiamo. Sto seguendo il modo in cui la Mercedes sta proteggendo Kimi Antonelli dalla stampa italiana, filtrando tanto, perché hanno paura che il ragazzo venga tartassato.
Non guardiamo quello che già abbiamo?
E’ normale che se io fossi Pellizzari o Piganzoli, direi: «Ma cavolo, mi sembra che non sto facendo male, perché già cercate oltre, quando io sono qui e adesso?». Nel mio piccolo, con le dovute similitudini, mi ricordo quando arrivai nono alla Vuelta del 2014 in cui Aru fece quinto. Non feci tanto peggio di lui, però nessuno parlò di me. Poi andai alla BMC, vincevo le cronosquadre e facevo vincere i miei compagni, arrivai secondo alla Tirreno-Adriatico, ma appena qualche trafiletto. Era il periodo di Nibali che chiaramente si meritava il massimo di attenzione. Eppure i titoloni pompavano già Aru.


Nibali vinceva il Tour e già cercavamo il dopo…
Secondo me è un brutto vizio del nostro sistema. Perché Aru ha smesso così presto? Sarà stato una delle prime vittime di quel burnout mentale? E’ stato catapultato nella dimensione più alta e ha capito quanto gli costasse mantenerla. E come lui altri, mi vengono in mente Pinot, Dumoulin, forse anche Bardet.
Anche le squadre però fanno la loro parte, facendo firmare dei bambini…
Ma certo, perché sono i chiavistelli su cui fare leva per cercare nuovi sponsor. Se addirittura interviene Macron (il presidente della Repubblica francese, ndr), per aiutare la Decathlon ad avere maggiori finanziamenti per tenere Seixas in Francia, è normale che tutti sognino un corridore del genere. E i ragazzini accettano la scommessa. Quello che Caruso faceva da under 23, oggi lo fa uno junior. Si è tutto abbassato e anche all’allievo bisogna far capire che il ciclismo è uno sport cui stare attenti.
In che senso?
Già è pericoloso perché ci alleniamo per strada. E poi c’è da capire: vuoi farlo per sport o vuoi provare a fare il ciclista professionista? Cambia come la notte e il giorno. Se vuoi fare sport, va benissimo. Se invece vuoi fare il corridore, ti devi immettere subito in un percorso che una volta era impensabile, perché si diceva che a quell’età devono giocare. Purtroppo non è più così. Gioca a 16 anni e poi vedi cosa ti succede: a 20 vai a lavorare!
Ci sarebbe spazio oggi per un Damiano Caruso che comincia al secondo anno da junior senza aver mai corso prima?
No, assolutamente no. Erano ancora gli anni in cui se avevi un po’ di talento, c’era il tempo per farlo maturare. Adesso il talento da solo non basta: va coltivato. Anche se ti chiami Seixas o Remco, devi vivere in simbiosi con la bici. Forse per Pogacar è stato diverso perché di talento ne ha in quantità impensabile per chiuque altro. Per gli altri la bici deve diventare un’ossessione.
Un messaggio che hai dato ai tuoi compagni di squadra?
Gli ho detto: «Avete l’opportunità di cambiare la vostra vita tra i 20 e i 30 anni», perché le carriere dureranno un po’ meno. Però se arrivi a 32 anni e sei appagato dei tuoi risultati nel ciclismo, di conseguenza sarai anche abbastanza appagato in termini economici e ti puoi permettere di dire: «Signori, è stato un piacere!». E oggi a 32 anni sei ancora un ragazzino.


In che modo il Damiano Caruso direttore sportivo proverà a dire queste cose ai suoi corridori?
Ho promesso a me stesso che nei primi sei-otto mesi vorrei avere un ruolo da osservatore, perché uno deve imparare a ragionare da una prospettiva differente. La vita del corridore è molto più semplice, perché trovi tutto apparecchiato e devi pensare solo a pedalare forte. Dietro però c’è tanto lavoro e bisogna andarci con i piedi di piombo. E poi ho notato una cosa.
Quale?
Forse perché ho un qualche carisma, ho notato che i miei compagni erano molto influenzabili dal mio umore, dalle mie opinioni, da quello che gli dicevo e mi sono reso conto che bisogna starci attenti. Per questo, in un primo momento voglio lavorare su me stesso e sul mio modo di pormi. Mi piacerebbe osservare e condividere quel che penso con i colleghi.
Restando in silenzio?
E’ chiaro: se c’è da parlare con i ragazzi, chiaramente lo fai. Però inizialmente è meglio andarci piano, per non dire la cosa sbagliata. Quando sei corridore, a volte aiuta sentirsi dire una piccola bugia a fin di bene. Altre volte invece devi essere schietto e sincero. Come con i figli. Devi capire quando devi essere duro e quando invece tollerante e per questo non c’è nessun corso da fare.
Discorsi seri, non è un gioco. Parliamo di cose meno serie: vai ogni giorno in spiaggia?
No, anche se giù al mare c’è ancora un sacco di gente. Io me ne sto quassù a Ragusa, con venti gradi e si sta benissimo. Ho appena bevuto due birre e ieri ho fatto quasi dieci chilometri di corsa a piedi. Negli ultimi dieci giorni, da quando ho smesso, ho preso la bici un paio di volte. Poi Bianchi me ne ha regalata una e devo dire che mi ha fatto piacere chiudere la carriera con un marchio così prestigioso. So già che nel ritiro di dicembre ci andrò senza bici e anche questo lo troverò stranissimo.