Tour de France 2026, Paul Seixas, Remco Evenepoel, Juan Ayuso, Mattias Skjelmose

EDITORIALE / Quando Pogacar tornerà, sarà tutto come prima?

12.10.2026
6 min
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Quando Pogacar sarà nuovamente al suo posto, ricomincerà tutto come prima. Tadej sceglierà la corsa e il punto, andrà all’attacco e agli altri non resterà che inchinarsi. Andrà davvero così oppure il coraggio trovato in questi due mesi insoliti sarà la scintilla perché qualcosa cambi?

Seixas non ha avuto paura lo scorso anno, quando con l’incoscienza dei 18 anni lo sfidò al mondiale, al campionato europeo e anche al Lombardia. Poi lo ha affrontato all’ultima Liegi e lo ha visto dominare al Tour, prendendo le prime misure. E ora che il francese ha vinto il Lombardia a vent’anni, tre di vantaggio sullo sloveno, ha davanti un inverno di lavoro per avvicinarsi alla maestà di Tadej.

Chissà come saranno le prossime sfide, quando lo sloveno si troverà a fare i conti, di volta in volta nelle classiche e nei giri, con l’entusiasmo del francese, la forza di Evenepoel e quella di Vingegaard, la testardaggine di Gall, di Jorgenson e Skjelmose, di Pellizzari, Ciccone e Piganzoli e magari la verve ritrovata di Ayuso e di Enric Mas. Tutta gente che si è fatta spazio grazie alla sua assenza, siamo d’accordo, ma che nel frattempo potrebbe aver scoperto nelle gambe e nel cervello la forza per tirare il mantello dell’imperatore.

Quando Pogacar sarà nuovamente al suo posto, probabilmente sarà più forte di prima, perché sa già che non gli concederanno la minima sbavatura e, conoscendolo, per vincere vorrà essere più che perfetto. Quello che Seixas ha fatto sul Civiglio inizierà a farlo a 90 chilometri dall’arrivo. Ma quanto gli costerà questa estrema ricerca?

Tadej Pogacar, Sencur
Pogacar ha ricevuto l’abbraccio del suo pubblico sloveno, prima, durante e dopo gli europei di Sencur
Tadej Pogacar, Sencur
Pogacar ha ricevuto l’abbraccio del suo pubblico sloveno, prima, durante e dopo gli europei di Sencur

I mondiali non voluti

Prima i mondiali su strada in Canada, poi l’UCI ha spedito il gruppo della pista in Cina e quello della gravel in Australia. A nessuno sembra troppo? Di certo è parso troppo ad alcune federazioni storiche – dall’Italia al Belgio, passando per la Gran Bretagna – che hanno scelto di disertare la gravel australiana di Nannup. Se ci pensate è peggio di quanto si fece lo scorso anno a Kigali, quando fu portato un numero ridotto di atleti. Questa volta, prima ancora di porsi il problema, si è scelto di non andare e non dare aiuto agli atleti interessati.

L’Italia infatti è stata rappresentata da Erica Magnaldi (quarta al traguardo su cui è passata per prima Marianne Vos) che ha indossato la maglia azzurra per amor di patria, ma non certo per aver ricevuto particolari contributi. Idem per il belga Vermeersch, battuto allo sprint da Magnus Bak Klaris. Il campione uscente è volato agli antipodi ugualmente a spese sue, ringraziando la UAE Emirates che, al pari di quello che ha fatto con la Magnaldi, gli ha fornito il materiale tecnico necessario. Non per caso, Colnago aveva appena lanciato la sua nuova gravel e il mondiale ignorato da tutti sarebbe stato la vetrina ideale.

Le risorse federali sono limitate e non era possibile prevedere una spedizione numerosa in Australia. Del resto, la gravel non è disciplina olimpica e alla fine, dovendo far di conto, è legittimo che si sia preferito puntare prima sulla strada e sulla pista, avendo avuto i mondiali di mountain bike in casa. Ma forse, guardando a quello che si è speso e le persone e i personaggi che sono stati portati in Canada, siamo certi che non ci fosse la possibilità di risparmiare la somma necessaria per un biglietto aereo e il soggiorno dell’atleta piemontese?

Erica Magnaldi è volata a sue spese ai mondiali gravel in Australia, assieme a Dario Giovine (foto Luca Troglia)
Erica Magnaldi è volata a sue spese ai mondiali gravel in Australia, assieme a Dario Giovine (foto Luca Troglia)
Erica Magnaldi è volata a sue spese ai mondiali gravel in Australia, assieme a Dario Giovine (foto Luca Troglia)
Erica Magnaldi è volata a sue spese ai mondiali gravel in Australia, assieme a Dario Giovine (foto Luca Troglia)

I tricolori d’autunno

Intanto è notizia degli ultimi giorni che il 24 ottobre saranno assegnati gli altri titoli italiani a cronometro: a fine giugno, prima data individuata, a Cuneo c’era stato spazio soltanto per gli uomini elite, mentre le donne non gareggiarono per la disputa che portò al commissariamento della Lega Ciclismo e alla cancellazione della prova femminile.

Qual è il senso di un campionato italiano a cronometro il 24 ottobre? Vittoria Guazzini, prima nelle ultime due stagioni e attualmente ai mondiali pista, non ci sarà perché in vacanza: capita ed è molto comprensibile al termine di stagioni così estenuanti. Mentre Elisa Longo Borghini, che prima ha stretto i denti fino al podio del Tour, poi ha tirato e portato medaglie ai mondiali e agli europei, adesso avrebbe soltanto bisogno di riposo per guarire dalla tendinite al ginocchio.

Invece ci sarà, per attaccamento a ciò che Il tricolore per lei da sempre rappresenta (probabilmente anche per i punti che faranno comodo alla squadra) e per questo sarà costretta ancora a sottoporsi ogni giorno per altre due settimane alle terapie al ginocchio, quando qualsiasi medico le imporrebbe un periodo di riposo. Come le hanno detto: nessuno ha mai vinto contro una tendinite.

Nel frattempo le atlete e gli atleti che cambiano squadra hanno già restituito da tempo le bici da crono e questo vorrà dire riaprire i magazzini e tirare fuori nuovamente il necessario. I più giovani per quel periodo dovrebbero essere nel pieno della fase di recupero per riprendere a breve con la palestra. E chi ha cominciato la scuola avrà poco tempo per prepararsi. Nessuno ci ha pensato?

Le cronometro tricolori sono state assegnate all’Esperia di Piasco, società che con il supporto di Extra Giro riuscirà a organizzare tutto in breve tempo e probabilmente spendendo molto meno di quel che avrebbe dovuto sborsare a cose normali. Siamo tutti concordi tuttavia nel dire che sarebbe stato imbarazzante andare in letargo senza aver assegnato il titolo nazionale di una specialità olimpica.

Prima Evenepoel al Lombardia, poi Godon alla Parigi-Tours: questa volta la lettura del comunicato dei corridori è avvenuta per  iniziativa del CPA
Dopo Evenepoel al Lombardia, è stato Godon a leggere il comunicato per la sicurezza dei corridori alla Parigi-Tours: questa volta per inziativa del CPA
Prima Evenepoel al Lombardia, poi Godon alla Parigi-Tours: questa volta la lettura del comunicato dei corridori è avvenuta per  iniziativa del CPA
Dopo Evenepoel al Lombardia, è stato Godon a leggere il comunicato per la sicurezza dei corridori alla Parigi-Tours: questa volta per inziativa del CPA

La protesta dei corridori

Torniamo a casa dal Lombardia con il senso di un Pellizzari sacrificato prima del tempo e una girandola pazzesca di notizie di mercato, legate a fusioni fra società, squadre che chiudono e procuratori super indaffarati per piazzare i loro ultimi corridori. Un frullare di news che arrivano dal ciclismo maschile e anche da quello femminile, dove fa riflettere la vicenda di un’atleta in procinto di accasarsi nella nuova squadra, avendo firmato in precedenza degli impegni con altre due società. Il giochino di liberarsi pagando le penali andrebbe in qualche modo arginato. Ma se le squadre per prime si prestano, vuol dire che l’andazzo gli sta bene e hanno trovato anche loro il modo di trarne vantaggio.

Nel frattempo i corridori hanno provato a farsi sentire ritardando la partenza prima del Lombardia e poi della Parigi-Tours. Alcuni di loro si sono detti infastiditi dal fatto che la protesta non sia stata organizzata dall’associazione che li rappresenta, ma siamo certi che lo avrebbe fatto? Qualcuno fra il pubblico ha invece chiesto a cosa sia servito e che cosa abbiano ottenuto: domanda fondata.

Sul momento sono solo riusciti a far innervosire gli organizzatori. Il giorno in cui, davanti all’assenza di provvedimenti e risposte, decideranno di non partire, allora forse il castello costruito sulle loro spalle inizierà a vacillare sul serio. E chi comanda capirà di non avere a che fare con dei soldatini disposti a tutto, ma donne e uomini che hanno bisogno di far sentire la loro voce. Se solo chi li rappresenta fosse meno conciliante e andasse dritto al sodo, forse certe tematiche sulla sicurezza sarebbero arrivate da tempo (e in modo serio) sul tavolo di chi comanda.