MONTREAL (Canada) – Fare l’Italia, una volta per tutte. Lo disse Garibaldi e ci piace pensare che nella riunione di ieri sera, ciascuno degli azzurri lo abbia sentito dentro come una missione. E alla fine è successo e ci siamo mangiati il mondo. L’Italia della crono oggi ride e, più che le labbra, ai sei ragazzi che hanno appena conquistato il team relay ridono gli occhi.
Ride Ganna ed è bello vederlo così dopo lo sguardo terreo di domenica. Ride Longo Borghini e ancora non ci crede, ma alla fine in una maglia iridata ci si è infilata anche lei. Ride Sobrero, che condivide con Trinca Colonel il senso di essere stato spremuto fino all’osso per la causa comune. Cattaneo ha la barba lunga e il sorriso da cow boy e si tiene tutto dentro. E poi c’è Guazzini, che ha raddrizzato una stagione tutta storta e non sta nella pelle, tanto che sul podio continuava a dare il tormento alla compagna di squadra Berthet, finita seconda col resto dei francesi.
Che bello è stato guardarli dall’alto, i francesi e anche gli svizzeri, dopo anni di assalti mancati per un soffio, mentre dai piedi del grande palco gli incoraggiamenti in italiano rendevano più allegra la tarda mattinata di Montreal. La specialità è stata introdotta al mondiale nel 2019 e per noi erano già venuti un argento e due bronzi: sembrava esserci una maledizione, che invece oggi abbiamo spazzato via.






Il casco dimenticato
Il team relay di Montreal era cominciato col brivido. Dopo un lungo e accurato riscaldamento, Ganna è sceso dai rulli e ha guardato Sobrero e Cattaneo che avevano appena indossato il casco. Lui no. Lui era fermo, statuario e quasi trattenendo il respiro, mentre Luigino Moro e altri ragazzi del personale cercavano il suo.
Non c’era nel camper e nemmeno nel furgone parcheggiato subito dietro. Non c’era e basta. Finché Ganna ha preso il casco da strada, ha infilato gli occhiali ed è andato alla partenza senza nulla di aerodinamico sul capo. Per sua fortuna dopo un po’ è spuntato Viviani sulla bici da strada di Sobrero e gli ha portato quello di Kwiatkowski, che aveva appena terminato la sua prova.
«Che cosa è successo col casco – sorride Ganna – è presto detto. Ho lavato la visiera, l’ho posizionata dentro la sacchetta del casco, poi mi sono messo a scherzare coi ragazzi e… c’è stata una piccola dimenticanza. Me ne sono accorto al momento di scendere ai rulli: dov’è il casco? Panico totale, poi lampo di genio ed è arrivato quello di Kwiatkowski.
«Se avessi corso col casco da strada, magari avremmo lasciato le ragazze in ritardo e magari ci sarebbe stato un altro risultato. Invece le abbiamo lasciate in una buona posizione e loro hanno addirittura aumentato il vantaggio sulle seconde. Quindi oggi dobbiamo fare loro i complimenti per la grinta e l’impegno che ci hanno messo».


Riferimento Longo
Il momento in cui Elisa Longo Borghini ha infilato la maglia iridata, poi l’ha stesa bene sulle maniche e sull’addome, è stato uno dei più emozionanti. Tutti sanno quanto ci tenesse a quel primato e anche se l’oggetto del desiderio resta quella della gara su strada, a vederla fasciata di quel bianco con le strisce iridate nel team relay c’è venuto di pensare alla tempesta di emozioni che deve essersi trovata a fronteggiare. Lei è la stella polare della nazionale, un carisma così non si trova facilmente.
«Per essere onesta – conferma – sono molto emozionata in questo momento. Ho sempre creduto in questa squadra, ci siamo sempre andati vicino, ma questa volta ci siamo riusciti. E’ piuttosto speciale condividere le emozioni con questi ragazzi e ragazze e sono molto orgogliosa di loro. Quando un team va così bene è un piccolo segnale che il movimento è in salute, che il nostro ciclismo sta bene, al netto di tutte le critiche che riceviamo sempre. Oggi però è una giornata particolare e sinceramente non ho assolutamente voglia di andare in questo senso, verso le polemiche.
«Sono talmente contenta che voglio solo godermi questo momento insieme ai miei compagni e poi pensare alla gara di sabato. Il quarto posto nella crono e questo successo nel team relay personalmente dicono molto. Vuol dire che sono in buona condizione, ma non voglio illudermi. Voglio restare con i piedi per terra e rimanere concentrata su sabato e quello che potremo fare come squadra. Credo che saremo una grande nazionale e riusciremo a fare una bellissima prova».


La volata di Trinca Colonel
Alle sue spalle e nel tentativo di non farsi staccare, dato che il tempo nel team relay viene preso sul secondo, Monica Trinca Colonel ha lasciato due anni di vita sull’asfalto. Ganna ridendo dice di averla vista provata e di fatto è stato lui a sganciarle i pedali, permettendole di distendersi sulla strada dopo l’arrivo.
«Tre anni fa ero in un’azienda di optometristi – dice sbalordita la valtellinese – e ora sono qui con la maglia di campione del mondo. Sono molto emozionata e davvero felice di condividere questa emozione con i ragazzi. Ho fatto il mio meglio e devo dire grazie a tutti loro perché hanno creduto in me. Penso che stanotte non dormirò, ma intanto ho ancora le gambe che tremano.
«Ho fatto una volata dall’ultimo giro fino all’arrivo e devo dire che più di così non potevo dare, sono arrivata che non stavo più in piedi (Sobrero si affaccia e sorridendo dice che la capisce, ndr). Come sempre Elisa mi ha portato al limite, l’ha fatto al campionato italiano e l’ha rifatto oggi. Però lei è una fonte di ispirazione per me, quindi è un onore anche soffrire dietro di lei».
Monica sorride dolcemente e probabilmente lo pensa davvero. La Longo, seduta accanto, la guarda con gli occhi da presa in giro e le dice: «Immagino!».


Il riscatto di Guazzini
Guazzini ha vinto mondiali e Olimpiadi su pista, ma la sua stagione è stata così bislacca da essere venuta fino al Canada per cercare di raddrizzarla e poi lanciare un’ideale volata verso i mondiali di Shanghai su pista.
«Avevamo fatto un progetto – dice – ci siamo detti di stare attenti nelle curve. Sapevamo dove darci i cambi, io avevo l’obiettivo di andare a tutta sino alla fine, perché so che Monica e Elisa sarebbero state più veloci di me dall’ultima curva al traguardo. Ho dato tutto fino all’ultimo rettilineo e le ho lasciate andare. Ho visto che volavano, ero stanca, ma ho esultato. Penso che sia stata una buona tattica.
«Fino a questo momento la stagione è stata pessima, se devo dirla tutta, e sono venuta qua in Canada sperando di fare due buone prove. Domenica, finita la crono, ero quasi soddisfatta della mia prestazione, ma ho subito switchato sul team relay di oggi e ho dato tutto. Le ragazze mi hanno veramente portato al limite e io ho cercato di sfruttare le mie caratteristiche al meglio che potevo. Come detto, la stagione non è finita. Un po’ di recupero e poi mi concentrerò a girare in tondo e si punterà a qualche altra maglietta del genere».


La riunione tecnica
Ci sono certo i sentimenti, ma in un team relay come questa c’è anche tanta tecnica e forse non è un caso che la vittoria sia venuta nell’anno in cui a guidare il settore è arrivato Marco Villa, che di quartetti se ne intende, con buona pace (anche in ambito federale) di chi pensa che basti avere i corridori forti e vincere sia scontato. Di scontato nello sport di vertice non c’è niente.
«Il mio primo focus – dice Ganna – era la cronometro di domenica. Finita quella, sapevamo già dall’inizio stagione che c’era questa possibilità nel team relay e che avremmo potuto fare molto bene. Ieri sera abbiamo fatto un breve meeting, sarà durato mezz’ora. Abbiamo parlato di come fare le curve, dove prenderle, dove cambiare, chi tira più lungo o più corto, cercare di ricordare meglio le curve, cercare di posizionare i ragazzi nel miglior comfort perché potessero arrivare dando tutto in cima alla linea d’arrivo. Credo che tutti abbiamo fatto il nostro, che tutti abbiamo fatto tutto in modo perfetto.
«E’ come nel quartetto – annota – quando riesci a ottenere un grande risultato di squadra, ti dà qualcosa in più, perché sai che c’è un gruppo di amici che lavora bene e ha voglia di fare. Non per niente oggi abbiamo questa maglia e credo che abbia fatto piacere anche a tanti italiani che ci hanno seguito da casa. L’altro giorno ero un po’ triste per il secondo posto, ma vincere questo team relay mi ha dato più emozione, più felicità. Mi ha dato qualcosa di buono da condividere con i miei amici».












Un gruppo di amici
Cattaneo è qui da tre settimane. Prima per le corse di Quebec e Montreal, poi la crono e domenica la strada. Ieri sera raccontava che non vede sua figlia da un pezzo e che dopo il Canada andrà anche in Slovenia per gli europei e a Lubiana, dove potrà giocarsi le sue carte nella crono molto dura, la famiglia lo seguirà. Lui il team relay lo conosce bene, l’ha già fatto quattro volte
«Oggi non c’era da pensare ad altro che a dare tutto – dice Cattaneo – lo abbiamo fatto e abbiamo vinto. Ora mi aspetta un’altra gara che arriverà domenica e sarà molto importante per la nazione e per tutti».
«Penso che con questa vittoria – dice Sobrero – c’entri molto anche il fatto di essere amici, di scherzare e di divertirci anche fuori dalla competizione. Penso che abbiamo un gruppo davvero bello e ci aiutiamo l’uno con l’altro».
Poi presta il telefono alla Longo che vuole chiamare a casa il marito Jacopo, ma non ha con sé il cellulare. Si tengono stretti la medaglia, l’orologio Tissot dello sponsor, ma soprattutto il castoro Bagel, simbolo del Canada e mascotte del mondiale. Il protocollo prevede che firmino due mucchi grandi così di maglie iridate per le autorità e gli sponsor.
Poi quando arriva il momento di andare all’antidoping, ecco la scenetta che vale il prezzo del biglietto. Ganna si siede al volante della golf car a otto posti e dopo aver risposto a sua volta con Ironia alle battute di Evenepoel sui suoi valori così buoni, è lui a portare la squadra verso i locali del controllo. C’è voglia di ridere e divertirsi, li lasciamo andare sentendoci per qualche istante parte della storia. E’ il bello di quando si attraversa il mondo per stare con loro.