Ancora un finale in calando in una corsa a tappe per Monica Trinca Colonel. Casualità, limite tecnico o c’è altro? Senza dubbio l’atleta della Jayco-AlUla è una delle più promettenti del ciclismo italiano e, proprio per questo, dopo averne parlato ieri con il suo nutrizionista, abbiamo voluto approfondire l’argomento con il suo coach, Marco Pinotti.
La stessa Trinca Colonel, con grande realismo, ci aveva spiegato, nell’intervista pubblicata nei giorni scorsi che negli ultimi due giorni di un Grande Giro le capita sempre di spegnersi. Un’analisi tecnica, ma anche mentale. Le stesse riflessioni ora le facciamo con Pinotti, che la allena e ancora di più la sta seguendo passo dopo passo in questa sua avventura nel mondo del ciclismo e del professionismo. Un’avventura che, va tenuto come fosse un pilastro, per Monica è iniziata davvero da poco.


Marco, partiamo da questo calo che arriva nel finale. E’ psicologico oppure è un aspetto fisico?
E’ una questione di esperienza. L’anno scorso alla Vuelta, che era di otto tappe, era uscita piuttosto bene. Avere una crisi non è propriamente un suo pattern. E’ vero che quest’anno è successo due volte, alla Vuelta e al Giro d’Italia Women. L’anno scorso, sempre al Giro, era andata in crisi dopo tre tappe e si era ritirata dopo sette, mentre stavolta ha iniziato a calare dopo quattro. Sempre l’anno scorso al Tour Femmes ha avuto un calo dopo quattro tappe, ma non stava bene. Di base non possiamo dire che dopo sei o sette giorni crolli per motivi fisiologici. Non è così, anche se lei tende a pensarlo.
Perché hai parlato di esperienza?
Mi riferisco al fatto che le mancano ancora alcuni anni di attività che normalmente si accumulano tra l’adolescenza e i primi vent’anni. Magari le sue concorrenti, anche quelle arrivate più tardi al ciclismo, erano già più abituate a tollerare determinati carichi di lavoro e oggi riescono ad assorbirli meglio.
Come Paula Blasi, che arrivava dal triathlon per dire…
Io sto utilizzando un approccio piuttosto graduale con Monica e vedo che ogni volta che aumentiamo un po’ il volume di lavoro lei fatica ad adattarsi. O meglio, ci mette più tempo. Venti ore di allenamento le sostiene bene, ma sono comunque tante per lei. Al primo anno da professionista faceva 15-16 ore settimanali, quest’anno è passata a 18-19 ore. Quando però inserisci una settimana da 23 ore, fa più fatica e a quel punto devo ridurre l’intensità.
In un Grande Giro si fanno più ore…
Oggi mediamente un Giro, un Tour o una Vuelta significano circa 25 ore di gara e 15-16.000 chilojoule di dispendio energetico. Forse Monica non ha ancora quella base aerobica necessaria per sostenere questi volumi e restare competitiva ogni giorno. Le altre tendono a calare meno.


Però, in base alla tua esperienza, quello di Trinca Colonel è un motore su cui si può lavorare in prospettiva delle corse a tappe? Anagraficamente non è giovanissima, ma ciclisticamente sì…
Diciamo che gli adattamenti maggiori si sviluppano in un’età più favorevole. Quando una junior è in piena fase di crescita, certi lavori producono effetti ancora più evidenti. Una cosa però è certa: negli ultimi tre anni Monica è sempre migliorata. Semmai ci sono stati, non dico degli errori, ma delle sottovalutazioni nella programmazione della preparazione.
Cosa intendi?
Inizialmente il programma prevedeva classiche, Vuelta Femenina, un periodo di stacco e poi il Giro di Svizzera e il Tour Femmes. Successivamente è arrivato il Giro d’Italia Women, con un percorso molto interessante per le sue caratteristiche. Lei era motivata e abbiamo deciso di inserirlo nel programma. Era anche un modo per cambiare rispetto all’anno scorso, quando alla Vuelta era andata soprattutto per aiutare Mavi Garcia e al Giro per curare la propria classifica. Però è arrivata stanca. Alla fine la situazione si è ripetuta, nonostante avessimo alleggerito il calendario eliminando alcune corse, tra cui la Valenciana.
Come sta evolvendo la sua preparazione?
Già durante l’inverno abbiamo aumentato il carico di lavoro. Ha disputato la Vuelta, è tornata a casa e ha preparato il Giro Women. Dopo sei tappe, però, era completamente stanca. Va anche detto che non abbiamo una controprova. Non sappiamo cosa sarebbe successo se avessimo seguito il programma originario disegnato dalla squadra all’inizio della stagione.
Senza il Giro Women, dopo lo stacco post Vuelta l’avresti portata anche in altura?
Probabilmente no. Anche l’altura è un aspetto sul quale stiamo lavorando. Abbiamo notato che deve ancora adattarsi completamente. L’anno scorso aveva lavorato bene in quota, ma poi aveva impiegato più tempo per ritrovare il proprio equilibrio. Quest’anno è arrivata alle classiche un po’ più scarica e poi è caduta all’Amstel.


Quindi, oltre al suo percorso personale, ci sono state anche complicazioni esterne.
Anche questo è vero e va considerato nell’analisi complessiva.
Secondo te questi cali che arrivano sempre più o meno nello stesso momento sono una coincidenza oppure c’è qualcosa di più?
No, non è una coincidenza. C’è sicuramente un legame con il suo passato sportivo e con alcuni passaggi che le mancano ancora. Per questo dobbiamo programmare tutto con grande attenzione. Non possiamo caricarla di tutto ciò che piace a noi o a lei. Dobbiamo decidere quando puntare alla classifica generale e quando invece concentrarci sulle singole tappe. Se al Giro Women l’obiettivo fosse stato esclusivamente quello di vincere una tappa, alla fine il bilancio non sarebbe stato negativo. Ha chiuso quinta nella cronometro, ha corso per vincere il tappone dolomitico. Questo Giro Women, così adatto alle sue caratteristiche, ci ha probabilmente portato a modificare un po’ i piani.
Ci sta, poi quando vedi che anche l’atleta lo vuole, è motivata…
Però non dobbiamo accettare l’idea che al sesto o settimo giorno debba necessariamente arrivare un calo. Gliel’ho detto anche a Monica. Dopo il Colle delle Finestre mi disse che da lì in avanti sarebbe soltanto peggiorata. Io le risposi che, se l’avesse pensata così, sarebbe sicuramente andata peggio. In realtà poi non è crollata del tutto. A volte prendere certe batoste serve. Il fatto stesso che abbia concluso il Giro Women rappresenta un passo avanti rispetto all’anno scorso e sarà un’esperienza utile in vista del Tour Femmes.


Conoscendola bene, Monica è una ragazza che a mente fredda riesce ad analizzare tutto questo oppure, una volta fatta un’idea, tende a convincersi di non essere adatta alle corse a tappe?
Spero che faccia delle analisi. Monica impara abbastanza in fretta. Per me è un’atleta da Grandi Giri, però non dobbiamo crearci illusioni. Non possiamo pretendere tutto e subito. Bisogna programmare con attenzione, perché oggi abbiamo a che fare con un’atleta che è ancora meno resiliente rispetto alle migliori.
Il motore c’è, ma bisogna completare la costruzione dell’atleta?
Esatto. Perché Monica vada forte deve funzionare tutto bene. Le giornate storte capitano anche alle altre, ma loro riescono a trovare risorse e a convivere meglio con le difficoltà. Lei deve ancora maturare un po’. Non parlo tanto di un aspetto psicologico, perché è una ragazza che lotta sempre. Però quando sei lì e ti accorgi che le gambe non girano, devi riuscire a stringere i denti e andare avanti anche nella giornata no. E’ un passaggio che fa parte del percorso di crescita di ogni atleta.