ORCIERES-MERLETTE (Francia) – Uno scatto secco. Di quelli che sa fare lui quando sta bene. Il trionfo di Richard Carapaz mette tutti d’accordo. Persino Tadej Pogacar, dopo l’arrivo, la prima cosa che ha fatto è stato complimentarsi per l’ecuadoriano. Perché, alla fine, come si fa a non voler bene a un corridore così? Uno che ci ha provato a lungo e su ogni terreno in questo Tour de France?
Sulla linea d’arrivo, all’improvviso, sembra di essere tornati indietro di qualche anno, quando lo stesso Carapaz, Egan Bernal e Rigoberto Uran si giocavano il podio dei Grandi Giri. I giornalisti sudamericani iniziano a fare baccano. Un piacevole baccano. Giù con commenti focosi. Urla. Parole velocissime nel commento della gara. Tutti con l’immancabile microfono alla bocca e le antenne nello zainetto sulle spalle per trasmettere le emozioni al di là dell’Oceano Atlantico.


Applausi per Richard
Ha vinto dunque Richard Carapaz. Lo ha fatto con grinta e passione. Con gambe e intelligenza. In 4 chilometri rifila 45 secondi a Mauro Schmid e Matteo Jorgenson. E torna anche in ballo per la maglia a pois. L’arrivo, infatti, metteva in palio 10 punti. E ora proprio Pogacar guida con un solo punto su Valentin Paret-Peintre e 7 su Carapaz.
«Se me la sfilerà – dice Tadej – è perché sarà andato molto forte». Quasi, quasi spera davvero che possa farcela. E dire che ad un certo punto ci stava per mettere lo zampino la sorte. Un tifoso, tra l’altro con la maglia di una squadra di calcio italiana, lo stava per far cadere, essendosi sporto troppo.
A proposito di maglie, oggi merita almeno una citazione l’impresa impressionante di Mads Pedersen, in grado di superare in testa anche un GPM di prima categoria pur di prendersi il traguardo volante. Obiettivo raggiunto e, così facendo, ha messo una grossa toppa alla falla di ieri.
Dopo l’arrivo oggi niente bus. Solo le ammiraglie e un pulmino per le squadre. Gli spazi sono ridotti. Il posto, se non fosse per gli orrendi palazzoni tipici della montagna francese, sarebbe fantastico. Una natura d’altri tempi. E’ qui che incontriamo Charly Wegelius, ancora tremante per l’emozione. Charly è il direttore sportivo della EF Education-EasyPost di Carapaz.
«Cos’è tutto questo? E’ un po’ come quando si partorisce un bambino e il parto dura 48 ore. Abbiamo inseguito questo successo per tutto il Tour. Nessuno di noi ha mai mollato. Siamo stati sempre presenti in tutte le fughe e molto spesso abbiamo fatto le mosse giuste. In quei casi, semmai, era mancata la gamba. Ma nulla da dire ai ragazzi».
Intanto arriva il diesse della Jayco-AlUla, seconda con Schmid. I due si abbracciano sportivamente e Wegelius riprende: «Avete visto anche la gara di oggi? I nostri ragazzi erano dappertutto a chiudere i buchi. C’è stato un momento in cui si pensava che fosse finita. Poi, grazie a loro, Richard è rientrato davanti, lo hanno sostenuto. E questa vittoria è il simbolo del non aver mai mollato ed è il prodotto di un lavoro di squadra enorme».






L’anno più duro
Carapaz, e ne avevamo parlato noi stessi alla Tirreno-Adriatico, stava puntando forte sul Giro d’Italia. Era quello l’obiettivo principale della sua stagione e il frutto del grande lavoro invernale. Poi tutto è svanito per un problema, più lungo del previsto, a una cisti. Si è resettato. E’ andato al Tour de Suisse ed è arrivato secondo dietro a Pogacar.
«Non solo la delusione del Giro – spiega Wegelius – ma anche quella della morte della mamma a fine inverno. E’ stato bravissimo a non mollare di testa. Ha continuato a lavorare e questo è il risultato. Un risultato a cui non ho creduto finché non ha tagliato il traguardo. Io sono molto nervoso, scaramantico, in quelle situazioni. E poi bisogna avere paura. Guardate la fuga. Tutta gente di qualità e, a fine Tour, con le energie al lumicino per tutti, non è detto che vada come deve andare. Prendiamo Schmid, arrivato secondo. Questo non era un percorso adatto a lui, ma è molto forte in questo periodo. E’ in forma. Pertanto bisogna avere paura di tutti e in ogni momento».
«E stasera, Charly?», gli domandiamo. «Stasera champagne… e domani ci si riprova».
«E’ stata una giornata folle, una giornata pazza – racconta Carapaz – Dopo la riunione sul bus, per noi della EF era importante entrare nella fuga e la vittoria è il riconoscimento del lavoro di tutti». Sembra quasi che direttore sportivo e atleta si siano messi d’accordo. Ma evidentemente questo era il mood in casa EF.
«Salivamo davvero veloce nel finale. Ma direi che per tutta la tappa siamo andati forte. I miei compagni sono stati grandi e io sono stato lesto quando la Soudal-Quick Step ha attaccato con tre corridori e non mi sono fatto sorprendere. Poi, nel finale, ho aspettato il momento buono. Salivamo veloce, ma ero super determinato. Okay i watt, l’aerodinamica, ma soprattutto avevo la determinazione. Avevo davvero tanta motivazione. In più sapevo che l’arrivo in quota poteva avvantaggiarmi, quindi ho atteso un tratto abbastanza duro. Ma soprattutto ho avuto le gambe per portare questo attacco».


Maglia, classifica o tappa?
Da qui in poi, potrà sembrare un paradosso, con tante salite il Tour de France di Carapaz è tutto in discesa. Aver vinto una tappa lo mette al sicuro. Lo fa stare tranquillo. L’obiettivo è nel sacco. Ma, al tempo stesso, non è finita. In palio c’è la maglia a pois, come abbiamo accennato. E non solo quella.
«Vediamo – ha detto Carapaz – Lottare contro Pogacar non è mai facile, anche se per lui la maglia a pois non è il primo obiettivo. Però ci sono tantissime salite e tantissimi punti in palio. Anche Valentin Paret-Peintre vuole questa maglia. Poi è chiaro che Pogacar, se decide, può fare la differenza. Un arrivo come quello dell’Alpe d’Huez fa gola a tutti, ma se ci sarà l’opportunità di sicuro ci proveremo».
Prima Carapaz ha parlato della quota. Dopodomani si va sul Galibier, 2.642 metri. Lassù, sul tetto del Tour, Richard potrebbe aver un match point mica da poco. I punti in palio sono ben 20. E sin lì la UAE potrebbe lasciare spazio.
Ma tra gli obiettivi che Orcieres-Merlette ha riproposto sul piatto di Carapaz c’è anche quello della classifica generale? Da stasera Richard è rientrato nella top 10 e Jordan Jegat, nono, è circa a sette minuti. Non poco, ma neanche tanto a questo punto del Tour e con di fronte certe salite.
«Come ho detto a Barcellona – conclude Carapaz – la generale non era un obiettivo. Sappiamo quali sono i nostri valori. Ma certo, a questo punto, anche stare lì è importante. Vedremo come si metterà la corsa con tutti questi obiettivi in palio. L’importante è dare il massimo e sfruttare le opportunità che si presenteranno. La cosa buona è che una tappa l’abbiamo vinta, che le gambe ci sono. E anche la testa».