Piganzoli

Piganzoli: primi passi alla Visma fra progetti e… campioni

31.01.2026
7 min
Salva

Ed eccolo, Davide Piganzoli. Il lombardo è uno degli atleti che desta maggiore curiosità in vista di questa stagione. E’ uno dei nostri migliori giovani, è passato in un super team come la Visma-Lease a Bike e soprattutto viene da chiedersi se, con il ritiro di Simon Yates, per lui si prospettino nuovi scenari. O comunque percorsi diversi.

Piganzoli è rimasto in Spagna qualche giorno in più dopo il secondo ritiro. L’ex Polti-Visit Malta ha approfittato del buon clima per continuare ad allenarsi con grande qualità. La sua stagione inizierà non a breve e ha tutto il tempo di fare le cose per bene e con calma.

Piganzoli
Piganzoli si trovando molto bene con i nuovi compagni
Piganzoli
Piganzoli si trovando molto bene con i nuovi compagni
Davide, una super avventura sta iniziando. Come sono le sensazioni?

Solo da qualche mese che sono in squadra e mi sento già molto ambientato. I compagni sono persone molto umane che cercano di fare gruppo con tutti. Abbiamo cambiato una buona parte della squadra, quasi un terzo, e credo che sia importante fare gruppo con tutti e sapere di essere entrati in una grande realtà. Sicuramente per me è cambiato il modo di lavorare e questo spero possa dare i suoi frutti.

Hai cambiato il modo di lavorare. Filippo Fiorelli ci ha raccontato tante cose interessanti. Anche per te c’è stato un cambiamento così radicale?

Sì, è stato un cambiamento molto grande sotto diversi aspetti. Filippo ha parlato tanto della nutrizione, ed è un aspetto enorme: oggi tutto è basato anche su quello. Oltre all’allenamento in sé per sé, c’è dietro il modo di alimentarsi che prima magari andava un po’ in secondo piano, mentre adesso è importante quanto il programma in bici, quanto la performance dei materiali, del vestiario e di tutto il resto. Come le tattiche in gara. Insomma non si tratta solo di salire in sella.

Una preparazione a 360 gradi…

Da quello che ho visto dall’interno sin qui, mi sembra che ci sia veramente poco stress. Alla fine sì, ci si allena e bene, ma direi anche il giusto. Oltre alla bici ci sono altre mille cose da curare, come l’alimentazione appunto o la palestra, ma non c’è questo stress ossessivo del dover fare per forza questo o quest’altro allenamento. Se un giorno piove non succede niente: si fa un po’ di rulli e il giorno dopo si recupera. E devo dire che non me lo aspettavo: questo aspetto è forse la cosa che mi ha colpito di più.

Piganzoli
Davide Piganzoli (classe 2002) durante gli esercizi in palestra (foto Visma-Lease a Bike)
Piganzoli
Davide Piganzoli (classe 2002) durante gli esercizi in palestra (foto Visma-Lease a Bike)
Ci sta. Era lecito pensare: vado in uno squadrone, sarà tutto più impostato e tosto…

Esatto, anch’io pensavo così. Dicevo: vado in una squadra del genere, si fa quello che è scritto nella tabella e basta. Invece ho visto, anche da parte del mio preparatore e di tutti, che c’è tanto dialogo. Se una cosa non va bene si cerca di capire perché, si prova a fare in un modo diverso. Si parla spesso tra di noi. C’è un approccio molto più elastico.

E riguardo agli allenamenti in bici, come sta andando? Quali differenze hai notato rispetto a prima?

Ho diminuito un pochino i carichi, ma credo anche perché partendo un po’ più tardi non avevo questo grande bisogno di fare grossi volumi. Ho fatto sei ore l’altro giorno per la prima volta, altrimenti le uscite erano da quattro, cinque, cinque ore e mezza al massimo. Non siamo andati sopra le ventiquattro, venticinque ore settimanali, neanche in ritiro per dire… Per ora non ci sono troppi lavori specifici. Ripeto: immagino sia dovuto anche al fatto che inizierò a correre tra ancora un mese e mezzo, alla Tirreno-Adriatico.

Cosa ci racconti, Davide, di quelle sei ore? Con che spirito le avete affrontate?

Il giorno prima scherzavamo su dove fare la pausa bar, cosa che succede spesso. I direttori avevano creato un giro con due salite e sei ore. A quel punto, dopo averlo visto, Campenaerts gli ha chiesto se poteva modificarlo in base proprio alla pausa bar. Victor conosceva un posto dove facevano i biscotti più buoni al mondo. Così abbiamo deviato e ci ha portato lì. Ho l’immagine di noi tutti che invadiamo questo bar con le bici, che prendiamo possesso seduti, tranquilli… Noi e lo staff.

Piganzoli
Il lombardo è stato inserito nel gruppo degli scalatori (immagine Visma-Lease a Bike)
Piganzoli
Il lombardo è stato inserito nel gruppo degli scalatori (immagine Visma-Lease a Bike)
E i biscotti?

Erano davvero buoni! Ma l’immagine di come siamo entrati nel bar è stata una spettacolo.

C’è qualche compagno con cui hai legato un po’ di più?

Prima del ritiro, noi nuovi arrivati eravamo un po’ più timidi. Facevamo gruppo tra italiani, anche se in realtà Edoardo Affini che è qui da molto tempo ha cercato d’introdurci ancora di più. Il secondo ritiro invece è stato senza connazionali e mi sono trovato bene lo stesso. Soprattutto con i giovani, tipo con Nordhagen o Graat, che hanno più o meno la mia età: è più facile legare. In camera invece ero con Matteo Jorgenson: con lui ho fatto belle chiacchierate.

Affini poi è un veterano e una gran bella persona, oltre che un grande atleta. Lui vi avrà introdotto molto bene…

Edo ci ha proprio portato dentro e ci ha detto: «Ragazzi, qua dovete sentirvi come a casa. Alla fine non è perché siamo una delle squadre più forti del mondo che cambia qualcosa». Ed è vero: siamo una squadra, quindi bisogna trattarsi a vicenda con il cuore.

Passiamo un po’ ai piani tecnici, Davide. Sei entrato in questo team a dicembre. In quegli stessi giorni è andato via Simon Yates: questo suo addio in qualche modo influisce sul percorso di crescita che era stato programmato per te in Visma-Lease a Bike? Magari non avresti dovuto fare il Giro e adesso sì…

Il Giro d’Italia era già nei programmi anche prima che si fermasse Yates. Lui avrebbe fatto il Tour e prima la Parigi-Nizza, quindi sul mio calendario ha inciso poco. Però la squadra mi sta chiedendo di essere presente e vedremo un po’ cosa succederà. Del Giro sapevo già che ci sarei andato e che avrei avuto un ruolo importante per stare vicino a Jonas Vingegaard.

Davide si è detto orgoglioso di ritrovarsi fra tanti campioni… E in tutto ciò Affini è stato un ottimo aiuto per integrarsi
Davide si è detto orgoglioso di ritrovarsi fra tanti campioni… E in tutto ciò Affini è stato un ottimo aiuto per integrarsi
E non è una cosa da poco…

Questo mi dà motivazione e voglia di lavorare. Se penso che l’anno scorso facevo il capitano in una squadra molto più piccola e adesso sono in una squadra grande che mi chiede di fare un lavoro importante e specifico per un grande capitano, capisco che forse valgo qualcosa e sono sulla strada giusta.

Pensando alle corazzate Red Bull-Bora-Hansgrohe e UAE Emirates, che hanno tanti scalatori anche di supporto, hai la sensazione che senza Yates sarai inserito più velocemente nei meccanismi dei grandi scalatori della Visma?

Simon Yates non è un corridore che si rimpiazza da un giorno all’altro. La squadra mi dava fiducia anche prima del suo addio alle corse. Mi avevano detto che ero un uomo importante per loro, che avrei dovuto lavorare bene, che avrei avuto i miei spazi. Ovviamente l’assenza di Simon è difficile da colmare, però la squadra l’ha presa bene. Alla fine ha capito che forse è stato meglio così rispetto a iniziare la stagione senza motivazione.

Tu lo hai conosciuto, giusto?

Sì, non troppo a dire il vero, ma nel primo ritiro lui c’era. Simon mi ha dato comunque buoni consigli sulla preparazione, sull’altura, il tirare… Lo ringrazierò sempre.

Piganzoli
Secondo Piganzoli, la Visma è un top team in cui non mancano la voglia di divertirsi e le attenzioni personali
Piganzoli
Secondo Piganzoli, la Visma è un top team in cui non mancano la voglia di divertirsi e le attenzioni personali
E adesso, per esempio, sei nella lista lunga del Tour?

Il Tour per ora non è nei programmi, però sicuramente dopo quello che è successo con Simon si rimescolano un po’ le carte. Tuttavia non voglio fare il passo più lungo della gamba, perché è un’altra dimensione. Io rimango pronto per quello che la squadra mi chiederà.

Al Giro quindi sarai uno degli uomini per la salita di Vingegaard…

Sì, al Giro vado con questo scopo, per cercare di aiutarlo il più possibile. Correrò con lui anche il Catalunya, quindi cercherò di entrare nei suoi meccanismi e capire bene come si lavora. Con Jonas ho parlato spesso in questo ritiro. Ci siamo allenati tante volte insieme ed è una persona bravissima, che non ha paura di stare in contatto con ragazzi giovani e nuovi come me. Questa cosa mi fa molto piacere: venendo da una squadra piccola, vedere campioni di questo calibro come lui, come Van Aert, Jorgenson, che parlano con te durante l’allenamento, è un motivo di grande orgoglio.

Prima hai detto che ti ha colpito l’approccio al lavoro della Visma, ma anche dal profilo umano?

Non mi aspettavo che questi campioni fossero così socievoli. Hanno sempre una battuta pronta, hanno sempre qualcosa da dire. Anche quando ti vedono un po’ in disparte sono pronti a prenderti e portarti in mezzo al gruppo. E questo credo sia, soprattutto per noi nuovi, il segno di essere davvero in una grande squadra. Quello che mi ha colpito di più è che tutte le persone che lavorano attorno alla squadra, dallo staff in giù, sono sempre pronte ad aiutarti per ogni singola cosa.

Visma senza più Yates, cosa cambia? Il commento di Moreno Moser

16.01.2026
5 min
Salva

Il ritiro di Simon Yates è stato un bel colpo per la Visma–Lease a Bike. Il suo addio fa sì che i gialloneri non perdano solo un uomo importante, che poteva essere leader da solo, ma anche un enorme gregario per Jonas Vingegaard. La foto in apertura (foto Instagram -Visma Lease a Bike) è stata scattata a pochissimi giorni dal ritiro di Yates. Era dicembre e in quello scatto c’erano i leader del team… anche Simon, tutto a destra. D’ora in poi ne mancherà uno.

Da qui molti interrogativi: il ritiro di Yates indurrà il team a rivedere i piani? Non potendo più fare grosse rotazioni, con che squadra verrà al Giro d’Italia pensando che poi c’è anche il Tour? E quale treno per Jonas in salita? Non che siano pochi: Kuss, Jorgenson, Kruijswijk, Kelderman, il quale però non è più lo stesso di qualche anno fa, ma non sono neanche tantissimi.
Tutte domande a cui in parte hanno risposto gli stessi tecnici della Visma in questi giorni di media day in Spagna e che abbiamo sottoposto al commento, sempre molto acuto, di Moreno Moser.

In Visma, e lo ha detto anche Vingegaard, si è parlato di esaurimento: ma forse dopo la conquista del Giro Simon Yates, a 34 anni, si sentiva appagato (foto La Presse)
In Visma, e lo ha detto anche Vingegaard, si è parlato di esaurimento: ma forse dopo la conquista del Giro Simon Yates, a 34 anni, si sentiva appagato (foto La Presse)

Visma spiazzata

Lo hanno sottolineato in questi giorni gli stessi dirigenti della squadra olandese. Partiamo dalle parole di Grischa Niermann, uno dei direttori sportivi. «Simon è irrimpiazzabile. Primo, perché al momento non possiamo sostituirlo nemmeno volendo visto che il ciclomercato è chiuso. E sinceramente non vedo chi possa essere come lui. Secondo, perché non credo si possa rimpiazzare Simon Yates come atleta e uomo squadra. Apparentemente non c’erano segnali del suo ritiro, ma durante il periodo natalizio è venuto da noi dicendo che voleva chiudere la sua carriera».

«Prima di tutto – dice Moser – lasciatemi dire la mia sul fatto che abbia lasciato e sulle critiche sui social, che non condivido, da parte del pubblico e persino di alcuni giornalisti che hanno speculato negativamente sulle ragioni del ritiro, suggerendo dubbi o problemi nascosti.

«Io invece, quando ho letto la notizia, l’ho apprezzato. Per me Yates a settembre-ottobre neanche ci pensava, poi quando ha ripreso ad allenarsi ha capito che qualcosa non andava più, che non c’erano gli stimoli necessari. Ha 13 anni di carriera da professionista, tutti tra l’altro con un ottimo stipendio. Sa che una stagione così non la rifarà più… e ha detto basta. Quindi, come dicevo, ho apprezzato questo coraggio di dire basta nel momento migliore. E sono contento per lui se ha scelto di fermarsi sentendosi sereno».

Kuss sarà ancora il punto fermo per Vingegaard…
Kuss sarà ancora il punto fermo per Vingegaard…

Come cambiano i programmi

E poi subentrano i discorsi tecnici. Quante cosa hanno dovuto rivedere in casa Visma-Lease a Bike. «Yates – ha detto Niermann – era nei nostri programmi in molte corse, programmi che sapeva sin da settembre. E alla Parigi-Nizza era addirittura il nostro leader. Questo ci costringe a rivedere molte cose». E qui emerge il vero dilemma: Yates non era solo un gregario, ma anche un leader.

«Dico che per Vingegaard la sua perdita è un bel problema – commenta Moser – la partenza di Yates indebolisce notevolmente la Visma. Mettiamoci che già non era più la “corazzata” di qualche anno fa, soprattutto per quanto riguarda gli uomini di salita. Questo inciderà sui piani e sulle formazioni. Per di più quest’anno verranno al Giro d’Italia con l’intento di vincerlo, quindi dovranno centellinare bene gli uomini. Alla peggio, nelle altre stagioni, sarebbero venuti in Italia con una squadra un po’ così e avrebbero fatto all in sul Tour. Stavolta non possono farlo. Di certo, mi immagino, ci sarà Kuss. Lui diventa davvero fondamentale».

Chiaramente il confronto con Red Bull–Bora e, ancora di più, con UAE Emirates, è svantaggioso per la Visma: loro hanno quantità e qualità. Pensateci: Lipowitz, Roglic, Evenepoel, Pellizzari, Hindley, Vlasov per i “tori rossi”. Pogacar, Almeida, Del Toro, Adam Yates, Torres, Sivakov, Vine… per gli emiratini.

«Come dicevo, infatti, è un bel problema. Vingegaard stesso ha detto che s’immaginava di essere al Giro con Simon vicino. Tra l’altro Jonas ha sì vinto la Vuelta l’anno scorso contro Almeida, ma non l’ha vinta facilmente. Se l’è dovuta sudare e, se vado ad analizzare i dati, Almeida è in crescita costante, mentre la curva di crescita di Vingegaard negli ultimi due anni non è altrettanto brillante. A lui la squadra serve. Non è Pogacar, che vincerebbe il Giro anche da solo… per dire».

Simon Yates, Piganzoli
Il ritiro anticipato di Yates può incidere sui programmi e sul progresso di Piganzoli, giovane neoacquisto della Visma (foto Instagram)
Simon Yates, Piganzoli
Il ritiro anticipato di Yates può incidere sui programmi e sul progresso di Piganzoli, giovane neoacquisto della Visma (foto Instagram)

Quali tattiche?

La Visma–Lease a Bike resta comunque un team enorme e di grande competenza e di certo sapranno come fare. Ma per la salita è chiaro che bisogna fare di nuovo quadrato attorno a Sepp Kuss (giusto ieri anche lui è stato ufficializzato per la corsa rosa) la garanzia e magari modificare i piani e le preparazioni di alcuni uomini come Kelderman o Kruijswijk.

La domanda che abbiamo rivolto a Moser è diretta: che tattiche ti aspetti? Cambierà qualcosa?
«Per me sì – ha replicato Moreno – dato l’indebolimento della squadra, già mi vedo una strategia difensiva, simile a quella vista alla Vuelta. Correranno al risparmio. Punteranno tutto sulla crono e magari su una tappa di montagna: due spot in cui concentreranno le energie. Una tattica meno aggressiva ma pragmatica. Certo, già sento le critiche: “Non attaccano”, “Aspettano sempre”. Ma sono quasi certo che andrà così».

E poi Moser rilancia con un tema molto intrigante. «E se l’uomo per la salita fosse Davide Piganzoli ? Magari lo hanno preso apposta, o comunque se lo ritrovano. Consideriamo che sono un grande team, che sa lavorare, che sa far migliorare gli atleti e che si basa molto sui numeri. Un Piganzoli proiettato per fare un certo lavoro ci potrebbe stare. Magari deve arrivare a metà salita, non deve correre con lo stress della classifica e per certi aspetti è più tranquillo, spenderebbe di meno.

«Le selezioni in Visma sono basate su test e pianificazioni a lungo termine, piuttosto che sulle sole prestazioni della corsa. In quei casi l’atleta si sente in dovere di dimostrare qualcosa e alla fine finisce per esaurirsi, anche solo per guadagnarsi un posto. In Visma invece questo non succede: se sanno che quell’atleta deve lavorare in un certo modo, loro battezzano quell’idea e vanno avanti».

Il ritiro di Yates, ma il cerchio si era già chiuso

Il ritiro di Yates, ma il cerchio si era già chiuso

09.01.2026
6 min
Salva

“Grazie per la pedalata”. Quattro semplici parole, quasi a scusarsi, così Simon Yates improvvisamente ha messo fine alla sua carriera, quando fino a poche ore prima si discuteva ancora di programmi, tabelle, obiettivi. Al di là delle ragioni della sua scelta, se uno legge la sua storia può anche comprendere la scelta, legata a un caso, il Giro d’Italia, dove la vittoria finale rappresenta anche uno spartiacque nel suo animo, nella sua determinazione.

Qualcuno si è anche arrischiato a dire che aveva deciso allora e non è propriamente così, perché il britannico di Bury (città dove l’orgoglio per le imprese sue e del gemello Adam è almeno a pari a quello per il concittadino Gary Neville, bandiera del Manchester United) non avrebbe potuto vivere poi una giornata come quella del Tour, sul Massiccio Centrale. E’ anche vero però che il racconto di quell’impresa ci dice molto del corridore della Visma-Lease a Bike.

L'inglese in trionfo al Tour 2025 a Le Mont-Doré, trovando una grande giornata pur in una forma precaria
L’inglese in trionfo al Tour 2025 a Le Mont-Doré, trovando una grande giornata pur in una forma precaria
L'inglese in trionfo al Tour 2025 a Le Mont-Doré, trovando una grande giornata pur in una forma precaria
L’inglese in trionfo al Tour 2025 a Le Mont-Doré, trovando una grande giornata pur in una forma precaria

Una tappa di grande valore

Partendo, è evidente che le scorie della fatica del Giro sono ben visibili, ma a Yates non si chiede molto, se non di sostenere Vingegaard nella sua improba battaglia contro “vincitutto” Pogacar. Il fatto è che le energie sono al lumicino, può dare un apporto limitato. Fino al giorno di Le Mont-Doré, alla fuga di tanti corridori di primo piano tutti slegati dalla classifica. E’ una corsa nella corsa e in quel contesto, Yates si trova a meraviglia. Alla fine stoccata al momento giusto e vittoria.

«Ero un po’ arrugginito, per questo non mi vedete in classifica» afferma all’arrivo, ma i più attenti colgono in quell’impresa la dimensione di un corridore non comune, capace di vincere anche quando non è al massimo della forma. Come solo i grandi sanno fare.

La carriera di Simon è disegnata tutta all’interno del Giro d’Italia, diventato un’ossessione suo malgrado. Certo, c’era stato un prima, la carriera giovanile con l’uscita dalla British Cycling Academy insieme al fratello, il titolo mondiale junior su pista nella madison (ne vincerà uno anche da elite, nella corsa a punti), l’approdo in coppia alla Orica-GreenEdge sorprendendo chi pensava che due talenti simili non potessero non finire nella WorldTour di casa, il Team Sky. Simon però, quella corazzata voleva sfidarla con l’ardore della sua gioventù. Dopo aver vinto una tappa alla Vuelta nel 2016, aveva conquistato la maglia bianca di miglior giovane al Tour, il che faceva pensare a un futuro ancor più fortunato, ma nel suo destino c’era il Giro.

Yates a 33 anni chiude la sua carriera con 35 vittorie e successi di tappa in tutti i grandi giri
Yates a 33 anni chiude la sua carriera con 35 vittorie e successi di tappa in tutti i Grandi Giri
Yates a 33 anni chiude la sua carriera con 35 vittorie e successi di tappa in tutti i grandi giri
Yates a 33 anni chiude la sua carriera con 35 vittorie e successi di tappa in tutti i Grandi Giri

La grande crisi del Giro 2018

L’anno dopo Yates si presenta al via della corsa rosa con il piglio di chi vuole spaccare tutto e per certi versi lo fa. Per due settimane e mezzo è il padrone, conquista ben tre tappe vestendo il simbolo del primato, in frazioni diverse geograficamente e morfologicamente, sulle vette del Gran Sasso, a Osimo domando l’Appennino, svettando sulle Dolomiti a Sappada. Appena può, dà spettacolo, ma il coraggio spesso diventa incoscienza, soprattutto in età giovanile. Il giorno del Colle delle Finestre il Team Sky prepara il grande agguato, ma quando Froome lancia la sua offensiva che si dimostrerà vincente, Yates è già alla deriva.

Arriva con una quarantina di minuti di ritardo. Si ritira nel camper, piange, in silenzio. Poi ritrova il suo aplomb, si fa forza, esce, si presenta ai taccuini dei giornalisti del suo Paese più incuriositi dalla sua debacle che dalla vittoria di Froome: «Ero stanco, esausto già all’inizio, ma oggi ho capito che il ciclismo funziona così. Ho cercato di gestire la crisi, ma puoi fare poco quando le energie non ci sono più». Aveva volato alto con le sue aspirazioni, novello Icaro fino a sfiorare il sole. Bruciandosi…

La terribile crisi vissuta al Giro 2018, vedendo svanire il suo sogno cullato per oltre due settimane
La terribile crisi vissuta al Giro 2018, vedendo svanire il suo sogno cullato per oltre due settimane
La terribile crisi vissuta al Giro 2018, vedendo svanire il suo sogno cullato per oltre due settimane
La terribile crisi vissuta al Giro 2018, vedendo svanire il suo sogno cullato per oltre due settimane

Una vittoria alla Vuelta, ma…

Non era stato un caso, però. Yates è stato un grande specialista dei Grandi Giri. Pochi mesi dopo si presenta alla Vuelta e la corre sempre all’attacco, ma questa volta ha imparato a gestirsi, ha capito che se punti al massimo devi tenere a bada i tuoi ardori. Vince solo la tappa di Les Praeres, poi marca stretto i rivali e alla fine vince la maglia amarillo tenendo a debita distanza Mas e Lopez. Ma quella vittoria ha un retrogusto amaro, perché lo smacco della primavera non è cancellato.

Al Giro ci torna, pervicacemente. Nel 2019 vive una primavera brillantissima e si presenta al via con tante speranze, ma si spegne troppo presto ed è solo 8°. L’edizione spuria del 2020, a fine stagione lo vede contrarre il covid in corsa. L’anno dopo la forma arriva tardi, nel corso delle tre settimane e il terzo posto non gli basta. Nel 2022 trionfa il secondo giorno, alla crono di Budapest, ma la sua corsa finisce sul Blockhaus. E’ come se ogni volta le speranze della partenza s’infrangano contro un muro.

Alla Vuelta 2018 il britannico si prende la rivincita del Giro perduto, staccando Mas di 1'42"
Alla Vuelta 2018 il britannico si prende la rivincita del Giro perduto, staccando Mas di 1’42”
Alla Vuelta 2018 il britannico si prende la rivincita del Giro perduto, staccando Mas di 1'42"
Alla Vuelta 2018 il britannico si prende la rivincita del Giro perduto, staccando Mas di 1’42”

Alla Visma per dare una mano

Nel 2023 Yates sceglie di non correre il Giro, opta per il Tour dove alla fine finisce ai piedi del podio dimostrando che avrebbe anche potuto fare qualcosa di più negli anni precedenti, scegliendo la Francia invece della sua ossessione. Il ciclismo però sta cambiando, sta diventando lo sport dei fenomeni. Siamo entrati nell’”era Pogacar” e Yates pensa che sia il caso di cambiare. Va alla Visma, accetta un ruolo subalterno a Vingegaard, da buon luogotenente, ma il pensiero è sempre lì.

Al Giro 2025 parte un po’ nascosto, resta nelle prime posizioni ma anche gli addetti ai lavori non scommetterebbero su di lui, forse memori di quanto avvenuto. Vede da fuori le diatribe in casa UAE, Ayuso che affonda, il rampante Del Toro che si lancia verso la rosa proprio come faceva lui, Almeida che mastica amaro. Intravede uno spiraglio, il giorno della vigilia. Il giorno del Colle delle Finestre. Capisce che è arrivato il momento del redde rationem di un’intera carriera.

Il Colle delle Finestre che nel 2018 l'aveva respinto, regala a Yates la più grande gioia
Il Colle delle Finestre che nel 2018 l’aveva respinto, regala a Yates la più grande gioia
Il Colle delle Finestre che nel 2018 l'aveva respinto, regala a Yates la più grande gioia
Il Colle delle Finestre che nel 2018 l’aveva respinto, regala a Yates la più grande gioia

Un viaggio quasi di redenzione

Il britannico si gioca tutto, spinge come un forsennato, è come il giocatore alla roulette che sogna di accumulare sempre più fiches, nel suo caso secondi. Sbanca il Giro, si riprende quella maglia che aveva dovuto cedere, sullo stesso palco, sette anni prima. Il cerchio si chiude: «Sapevo di avere le gambe forti – racconta alla fine – ma la mia mente ha vagato per tutto il tempo, guardando gli avversari, contando i secondi, spingendo via i cattivi pensieri, i ricordi». Non è stata una tappa, è stato un viaggio. Quel giorno Yates ha toccato il cielo e stavolta non si è bruciato.

Obiettivamente, non aveva molto altro da chiedere. Sa che la sua carriera avrebbe potuto vivere mille altre evoluzioni, ma in fin dei conti bisogna anche sapersi accontentare e il riservato corridore di Bury lo sa bene. Magari un giorno su quel colle fra Italia e Francia ci tornerà, da turista, per liberarsi di quel peso psicologico che si è portato dietro per troppo tempo…

Summer Victory Collection, le Nimbl dei campioni (per tutti)

23.08.2025
3 min
Salva

La stagione non è ancora finita (proprio oggi inizia la Vuelta), ma per qualcuno è già tempo di bilanci. Per Nimbl, ad esempio, il 2025 è già stato un anno da incorniciare con la vittoria di Yates e la maglia azzurra di Fortunato al Giro d’Italia, e la storica vittoria al Tour de France femminile di Ferrand-Prevot. L’azienda italiana ha deciso di omaggiare queste imprese con un’edizione limitata del suo modello di punta Ultimate Pro Edition, la Summer Victory Collection.

La scritta Nimbl in rosa celebra la vittoria di Simon Yates al Giro 2025
La scritta Nimbl in rosa celebra la vittoria di Simon Yates al Giro 2025

Rosa, Giallo e Blu, le tinte dei campioni

La particolarità della Summer Victory Collection è la colorazione della tomaia, che rende unica questa versione delle Ultimate Pro. I più attenti le hanno già viste ai piedi di Lorenzo Fortunato nell’ultima tappa del Giro d’Italia, nella livrea blu che omaggiava la maglia azzurra di miglior scalatore indossata dal corridore italiano. Ora Nimbl ha fatto lo stesso per celebrare due fra le maglie più importanti del ciclismo mondiale.

Quella rosa vinta da Simon Yates e quella gialla indossata da Pauline Ferrand-Prevot sul podio di Châtel ad inizio agosto. L’estetica è molto curata e minimal, come nello stile di Nimbl. La base rimane bianca, ma impreziosita da una colorazione (rosa, gialla o blu) che parte dal tacco e poi sfuma a metà della linguetta. La livrea celebrativa è completata dalla scritta Nimbl con la stessa colorazione sul lato esterno della scritta.

La suola in monoscocca di carbonio sottilissima è uno dei segreti di questo modello, amatissimo dai professionisti
La suola in monoscocca di carbonio sottilissima è uno dei segreti di questo modello, amatissimo dai professionisti

Ultimate Pro Edition, la scarpa dei pro’

Il modello scelto per la Summer Victory Collection non poteva che essere il più performante, curato e leggero di Nimbl, la Ultimate Pro Edition. Si tratta di scarpe senza compromessi, realizzate a mano con la massima artigianalità. Sono leggerissime grazie alla suola in monoscocca in carbonio molto sottile (meno di 2 mm). La chiusura è affidata a due rotori Boa, con le guide in cotone che hanno sostituito quelle in plastica del precedente modello, rendendo così le scarpe ancora più comode. 

La tomaia è in microfibra e, assieme alla linguetta con un nuovo design, è studiata per garantire il massimo dell’areazione anche nelle giornate più calde (come quelle trovate da Ferrand-Prevot  al Tour). La suola è disponibile in due versioni, a 3 o a 4 fori, per adattarsi a tutti i tipi di tacchette presenti sul mercato. In due parole, le Ultimate Pro Edition sono le scarpe preferite dei professionisti.

Le Ultimate Pro in livrea giallo-oro sono dedicate alla storica maglia gialla di Pauline Ferrand-Prevot
Le Ultimate Pro in livrea giallo-oro sono dedicate alla storica maglia gialla di Pauline Ferrand-Prevot

Peso, disponibilità e prezzo

Il peso delle Ultimate Pro Edition è impressionante: solo 192 grammi nella taglia 43. I tre modelli, Rosa, Azzurro e Giallo, della Summer Victory Collection saranno disponibili nel sito dell’azienda a partire dal 1° settembre 2025, e il prezzo consigliato è di 599 euro.

E chissà che entro fine settembre, al termine della Vuelta, non venga aggiunto alla capsule collection anche il modello Rosso. Le Ultimate Pro Edition, infatti, sono anche le scarpe di Vingegaard, il grande favorito della corsa a tappe spagnola.

Nimbl

Yates come Simoni: storie del Tour 2003, guardando Jonas e Tadej

20.07.2025
7 min
Salva

Una somma di cose alla fine ci ha portato a rispolverare una storia del 2003, quando Gilberto Simoni vinse il Giro d’Italia e poi si presentò baldanzoso al Tour de France, vincendo una tappa. Quando qualche giorno fa Simon Yates ha vinto a Le Mont Dore, subito la mente è andata al trentino. Non sono tanti quelli (tolto Pogacar e pochi altri) che hanno vinto il Giro e poi anche una tappa al Tour. Loro due per giunta hanno quel modo simile di andare in salita. Rapportone, bassa cadenza e ritmo che li stronca. E quando ci siamo accorti che la cronoscalata di venerdì è partita da Loudenvielle, abbiamo pensato che non potesse essere solo una coincidenza: proprio lì infatti Gilberto conquistò l’unica tappa al Tour della sua carriera.

In breve. Già vittorioso al Giro del 2001 quando correva con la Lampre, nel 2003 Simoni corre in maglia Saeco e si gioca il Giro con Garzelli e Popovych. Nel gruppo c’è anche l’ultimo Pantani. Gilberto è arrivato al Giro dopo aver vinto il Trentino e il Giro dell’Appennino. Arriva secondo sul Terminillo, battuto da Garzelli. Prende la maglia rosa a Faenza, dove si piazza terzo. Poi vince sullo Zoncolan e all’Alpe di Pampeago. E dopo il secondo posto di Chianale, vince ancora a Cascata del Toce, nella tappa degli ultimi scatti di Pantani. Esce dal Giro il primo giugno in grandissima condizione. Il Tour quell’anno parte il 5 luglio con un prologo a Parigi. Propone una crono di 47 chilometri il dodicesimo giorno a Cap Decouverte e l’indomani affronta i Pirenei.

Simon Yates, vincitore del Giro con l’impresa del Finestre, conquista la tappa di Le Mont-Dore
Simon Yates, vincitore del Giro con l’impresa del Finestre, conquista la tappa di Le Mont-Dore
Andasti al Tour, ma al centro dei pensieri c’era il Giro?

Sì, io ho sempre avuto in testa il Giro. Insomma, non c’era tanto spazio per andare al Tour con le programmazioni di allora. Era difficile prepararsi per due appuntamenti. Però devo dire che negli anni in cui sono andato, mi sono anche impegnato. E quell’anno, dopo aver fatto il Giro d’Italia, ero convinto di fare bene e mi ero preparato a puntino.

Ma non tutto andò come speravi, giusto?

Nella prima settimana stavo veramente benissimo, poi sono andato fuori giri nella crono. Il giorno dopo ci fu una tappaccia, veramente intensa e dura. E da lì in poi non sono più riuscito a recuperare. Ho fatto un fuori giri che non ci voleva, altrimenti non avrei vinto perché non me lo sognavo neanche, però credo che sarei riuscito a entrare nei primi cinque.

Ricordi cosa facesti in quel mese fra Giro e Tour?

Non corsi, ma andai con Miozzo (il suo tecnico, ndr) ad allenarmi sull’altopiano di Asiago. Anche allora si andava in altura, ma non era la mia preparazione preferita. Salimmo ad Asiago perché stavo veramente bene e se non avessi sbagliato quella crono, sarebbe finita diversamente. Le tappe contro il tempo in quel periodo erano lunghe e determinanti. Diedi anche l’anima per non prendere un minuto in più e invece la pagai cara.

Garzelli ha conquistato la maglia rosa sul Terminillo e la perderà a Faenza per mano di Simoni: intervista con Alessandra De Stefano
Garzelli ha conquistato la maglia rosa sul Terminillo e la perderà a Faenza per mano di Simoni: intervista con Alessandra De Stefano
Eri uscito bene dal Giro?

Quando vinci non ti sembra neanche di aver fatto fatica. Ero tranquillo, per quello non andai a cercare l’altura. Cercai solo il fresco, dovevo recuperare. Mi ricordo che le prime tappe furono veramente nervose. Mi è successo di tutto. Sono caduto a 70 all’ora in volata, ma non mi son fatto niente. La prima settimana al Tour de France è sempre un disastro, più emotivamente che fisicamente. Insomma, quello che ha finito col pagare Remco. Serve una squadra forte perché in corsa si creano delle gerarchie e per stare davanti bisogna lavorare di spalle, gridare e tener duro.

Ti sembra che il modo di correre sia cambiato?

Ricordo che Indurain lasciava fare. Quando andava via la fuga, non si interessava troppo, mentre adesso è difficile vedere una situazione del genere. Tutte le squadre sono in corsa per cercare un risultato, quindi devono far vedere che sono lì per lavorare e non per fare vacanza. Mi ricordo che per una settimana era sempre così: un’ora a 50 di media, si formavano gruppi da tutte le parti e poi li trovavi fermi in mezzo alla strada e si andava verso la volata, ma spesso qualcuno arrivava. Non mi spiego come qualche giorno fa ci fosse una fuga di 50 corridori e non siano arrivati.

Che cosa ti ricordi di quella vittoria a Loudenville? 

Per la delusione che avevo addosso, è stata una roba enorme. Ero deluso perché a Parigi avevo fatto veramente un prologo eccezionale, arrivai ventunesimo. Si girava intorno alla Tour Eiffel: arrivai e mi sentii orgoglioso di me, veramente all’altezza della sfida. Persi 13 secondi, sentii di essere nel vivo della corsa. Invece andammo sulle Alpi e provai una delusione dopo l’altra. Riconoscevo anche persone venute per me dall’Italia, ma non c’era modo di rialzarsi. Saltai il giorno dopo Morzine. Nella tappa dell’Alpe d’Huez cercai di tener duro.

Che cosa successe?

Feci la salita dietro al gruppo, a 20 metri. Rientrai in discesa e pensai che forse la bambola mi fosse passata, invece ancora prima che iniziasse l’ultima salita, ero già saltato. Ero confuso e quindi decisi di riposarmi e disinteressarmi della gara. Nel giorno di riposo finii su L’Equipe, perché mi fotografarono al mare con Bertagnolli a prendere il sole. E piano piano iniziai a crescere. Bertagnolli invece si ritirò e Martinelli venne a dirmi che se non me la fossi sentita di continuare, sarei potuto ritornare a casa. Invece gli risposi che ero arrivato alle tappe che volevo e sarei rimasto. Non volevo rinunciare all’occasione di provarci. E infatti il giorno dopo andai in fuga.

Come andò?

Ho avuto solo un pensiero, uno solo, non ne avevo altri: volevo vincere. Non mi lasciai influenzare dal tempo, dall’acqua, né dal caldo, né dalle salite. Volevo solo vincere e alla fine ci riuscii in volata, cosa che per me non era scontata. Era una tappa dura, con sei salite tutte combattute. Mi ritrovai con corridori veloci come Dufaux e Virenque. Sapevo di non essere il più veloce, ma presto anche loro si accorsero che ero io l’uomo da battere e provarono a farmi fuori. Andai all’ammiraglia e mi attaccarono. Però sono stato freddo, sono rientrato e poi ho iniziato a guidare le danze. La volata sarebbe stata una roulette russa, ma con un po’ di fortuna, riuscii a vincere la tappa.

Hai visto il Tour di Armstrong, ora c’è Pogacar: con quale spirito si va alle corse se i rivali sono tanto più forti?

Devi affrontare la realtà. Non mi sono mai illuso, però ho sempre messo in conto di dire: vediamo dove arrivo. Non sono mai partito battuto, insomma. La consapevolezza di non poterli battere arriva strada facendo, perché almeno all’inizio devi partire sapendo che puoi giocartela, no? Non sono mai partito per partecipare, io ero fatto così. Detto questo, si vede che Vingegaard corre su Pogacar, che non gliene frega niente di nessun altro. Ho visto tanti corridore fare così, potrei farvi una lista infinita. Quelli che battezzano un rivale perché sanno che va forte e aspettano che salti per rubargli il posto. Io non sono mai stato così, non ho mai fatto la corsa per aspettare che mi arrivasse qualcosa dal cielo. Insomma non era nel mio carattere.

Si arriva in casa: Simoni vince da solo a Pampeago, intorno a lui l’entusiasmo trentino
Si arriva in casa: Simoni vince da solo a Pampeago, intorno a lui l’entusiasmo trentino
Cosa ti pare di Pogacar?

Non aspetta, non è attendista. A volte sembra che non segua alcuna indicazione. Credo che a volte voglia fare le cose in grande e poi si penta per aver fatto qualcosa di troppo. Secondo me, visto il risultato, a Hautacam ha pensato che gli sarebbe bastato attaccare negli ultimi tre chilometri, anziché dai piedi della salita.

Ha il gusto di stupire?

Attacca spesso da lontano, anche se basterebbe meno. Mi piace l’imprevedibilità, come Van der Poel. Quando puntano una tappa, diventano imprevedibili, ma sono tenaci e ne fanno di tutti i colori. Insomma, la scommessa più grande è capire se vinceranno oppure no. Per il resto diciamo che Tadej è abbastanza infallibile, l’altro gli gira attorno da un po’. Ha già vinto per due volte il Tour, ma continuerà a correre allo stesso modo.

Tappa a Yates, Healy in giallo. E i big? Ce lo spiega Ellena

14.07.2025
7 min
Salva

Sul Massiccio Centrale tanto tuonò che non piovve? Sembra proprio di sì… La decima tappa del Tour de France nel giorno più importante per i “cugini”, quello della presa della Bastiglia, ha visto i big stuzzicarsi appena e la fuga andare via. Una di quelle 4-5 fughe che aveva pronosticato Aurelien Paret-Peintre, che infatti era nel gruppo giusto. Tappa a Simon Yates e maglia gialla a Ben Healy.

Come ha detto Stefano Rizzato in diretta Rai, una tappa che ha visto mischiare il rosa e il giallo: a vincere sul Massiccio Centrale è stato il re dell’ultima maglia rosa (appunto Yates) e un altro corridore in rosa si è preso la maglia gialla.

Ma al netto dei colori, che cosa ci ha detto questa frazione? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Ellena, uno dei direttori sportivi della Polti-Kometa, in questi giorni in ritiro a Bormio con la sua squadra per preparare i tanti appuntamenti di agosto, tra Spagna e Nord Europa.

Giovanni Ellena, direttore sportivo della Polti-VisitMalta (foto Borserini)
Giovanni Ellena, direttore sportivo della Polti-VisitMalta (foto Borserini)
Forse, Giovanni, ci si poteva attendere qualcosa di più da questa tappa?

Il dislivello era tanto, perché comunque 4.500 metri non sono pochi, però alla fine erano tutte salite abbastanza pedalabili. Se mandi due uomini in fuga nella tappa del Sestriere, dove poi c’è da fare tutta la valle e li tieni a 4-5 minuti è un conto. Ma in una tappa del genere lasciarli a quella distanza… a cosa serviva? E soprattutto, dove attacchi? Serve anche il terreno adatto e questa non era la tappa giusta.

Chiaro…

Va bene il 14 luglio, se vogliamo parlare della festa nazionale, ma non era una tappa in cui potevi fare grandi differenze attaccando da lontano. Se attacchi su una salita con pendenze elevate, può funzionare, ma qui era davvero difficile. E poi non è che stai attaccando “Giovanni”, stai attaccando un certo Pogacar.

La sensazione è che l’azione della Visma-Lease a Bike a un certo punto sia passata da “prepariamo l’attacco per Vingegaard” a “vinciamo la tappa”. In fin dei conti alla UAE Emirates che interesse aveva a tenere la maglia?

E infatti si è visto nel finale. Pogacar non ha nemmeno fatto la volata.

Aver perso la maglia gialla a questo punto del Tour lo aiuta ancora?

Un po’ sì. Intanto domani si riposa con qualche riflettore in meno. Non dico che sia stata una scelta voluta, è difficile fare certe valutazioni con i meccanismi attuali, ma sicuramente gli fa bene. Stressa meno la squadra. Anche mercoledì la responsabilità di tenere il gruppo, anche solo nei tratti in pianura, passerà sicuramente a un altro team, la EF Education-EasyPost, per quella legge non scritta che vuole davanti la squadra del leader. Magari si alterneranno con quella di qualche velocista. Tutto questo ti aiuta a salvare qualcosa in termini di energie. In più non scordiamo che ha già perso Almeida.

Nel finale la planimetria ruotava attorno alla meta, il Puy de Sancy, vetta del Massiccio Centrale. In fuga anche Velasco, in primo piano
Nel finale la planimetria ruotava attorno alla meta, il Puy de Sancy, vetta del Massiccio Centrale. In fuga anche Velasco, in primo piano
E Sivakov oggi non era affatto messo bene sin dall’inizio…

Quindi comincia a risparmiare e fa bene. Anche se potrebbe vincere il Tour “da solo”, sa bene che la squadra è importante e che lavorare un filo in meno è utile. E poi ci sono i dettagli: le interviste, il tornare prima in hotel, tutti gli altri protocolli… Sono aspetti che oggi fanno la differenza.

E invece, Giovanni, come ti spieghi quegli attacchi ai 20-25 chilometri della Visma-Lease a Bike?

Probabilmente per cercare di far lavorare la squadra di Pogacar, risparmiando al massimo Vingegaard. Magari hanno deciso di puntare tutto sulle salite vere con Vingegaard, che non si è mai mosso davvero, a parte qualche scattino. Azioni volte a innervosire Pogacar, anche se mi sembra l’ultimo che si innervosisce! E’ difficile combattere con un personaggio del genere. C’è una cosa che mi ha colpito qualche giorno fa.

Quale?

Per radio voleva sapere come fosse andata la gara della sua compagna, Urska Zigart, al Giro Women. Non solo: ha chiesto anche della classifica. Vuol dire che sei disconnesso nel senso buono, che scarichi la tensione. E’ importantissimo nelle corse a tappe. Ti stacchi mentalmente. Sì, stai pedalando, ma non hai lo stress addosso. Ti alleggerisce psicologicamente. Oltre alla condizione fisica – che è incredibile – ha anche questa capacità. Penso alla borraccia al bambino l’anno scorso sul Grappa. Riesce a non essere sempre focalizzato al cento per cento.

Si diceva che con quegli attacchi volessero isolarlo, per evitare che con i suoi uomini potesse imboccare forte la salita. Pertanto gli attacchi dei Visma erano quasi più per difendersi: come la vedi?

Non lo so. Per me ha più senso il discorso del provare a innervosirlo, isolarlo, far stancare la sua squadra che non è al top. La Visma ha vinto la tappa, gli è andata bene, però poi quando in ammiraglia vedi che ti muovi, fai, prendi iniziativa e il tuo rivale a due chilometri ti piazza uno scatto del genere, come a dire “Il più forte sono io”, non è facile. Stasera Vingegaard in camera penserà: «Questo mi scatta in faccia e poi mi aspetta anche».

Forse anche perché voleva perdere la maglia gialla…

Sì, si per quello. Si è messo a ruota di Lenny Martinez che era reduce della fuga. E anche qui non è stata un’azione banale. Perché è vero che si chiama Pogacar ed è il più forte in assoluto in questo momento, ma è anche vero che più amici hai nel gruppo, meglio è. E da oggi avrà qualche amico in più nella EF e anche nella Alpecin-Deceuninck. Ieri a un certo punto era lui a rompere i cambi per favorire Van der Poel. Pogacar si sa gestire su tutto. E torno alla sua capacità di disconnettersi: lo rende più lucido.

Ma secondo te, Giovanni, è davvero il più forte o Vingegaard sta covando il colpaccio come due anni fa, quando alla prima vera salita cambiò tutto?

Potrebbe anche essere. Sin qui, anche per caratteristiche fisiche diverse, non è stato brillante come Tadej, ma non lo vedo affatto male. Se la sua condizione è davvero buona, sulle salite lunghe potrebbe anche fare la differenza. E non sarebbe la prima volta…

Remco, lo vedremo correre solo di rimessa, al netto del piccolo allungo di oggi?

Sì, deve correre di rimessa e sperare di non essere troppo sotto agli altri due. Poi magari mi sbaglierò, ma in questo momento la vedo così.

Ben Healy in giallo. L’irlandese è arrivato 3° a 31″ da Simon Yates. Ora guida con 29″ su Pogacar
Ben Healy in giallo. L’irlandese è arrivato 3° a 31″ da Simon Yates. Ora guida con 29″ su Pogacar

Parola ai protagonisti

Quanto detto da Ellena trova riscontro nelle parole di Simon Yates: «E’ stata una vittoria di esperienza. E’ stato difficile entrare in fuga. C’erano molti corridori forti. Ho volutamente preso il comando nelle ultime curve, alla fine della discesa, prima dell’inizio della salita, perché volevo partire bene e prendere slancio. Lì ho dato il massimo.
«Siamo tutti concentrati su Jonas – ha aggiunto Yates – e sulla classifica generale. E anche oggi era così. Il piano era di essere in fuga nel caso fosse successo qualcosa dietro, ma a un certo punto il distacco era troppo grande, quindi mi sono potuto giocare la tappa».

Un plauso va poi a Ben Healy. Tante volte ha corso peggio di un allievo al debutto, ma in questo Tour de France sta mostrando davvero la sua classe e anche il suo coraggio. A un certo punto ha corso esclusivamente per la maglia e ha centrato di nuovo l’obiettivo, non curandosi di Yates.

«Sono ancora un po’ apatico perché sono così stanco – ha detto Healy – Non ci posso credere. Se qualcuno mi avesse detto che dopo dieci giorni avrei indossato la maglia gialla, non ci avrei creduto. A un certo punto, quando il vantaggio è aumentato, ho semplicemente abbassato la testa e sono partito pensando solo alla maglia gialla. Ho iniziato a spingere e basta. Non ho potuto rispondere a Yates nel finale. Devo ringraziare i miei compagni (in fuga ne aveva tre: Neilson Powless, Alex Baudin e Harry Sweeny, ndr). Se non ci fossero stati loro, ora non avrei la maglia gialla. Harry è andato come un camion e Alex ha concluso alla perfezione».

Chi accompagna la maglia rosa all’aeroporto? Una storia del Giro

08.06.2025
4 min
Salva

Non capita spesso, anzi non capita quasi mai. Per questo quando a Valerio Bianco e Jean Francois Quenet, due ragazzi dell’ufficio stampa del Giro d’Italia, è arrivata la singolare richiesta, non ci hanno pensato e hanno subito accettato. Erano a Sestriere, alle prese con l’ultimo comunicato di tappa. Il Giro d’Italia, dato ormai per consegnato fra le giovani mani di Del Toro, era stato appena ribaltato dall’attacco di Simon Yates. Sul colle torinese si stava abbattendo un temporale estivo molto violento, quando Luca Papini, event manager del Giro, si è reso conto che i pullman per l’aeroporto di Torino dovevano partire e la nuova maglia rosa non avrebbe fatto in tempo a salirci.

Missione compiuta: a distanza di 7 anni, Yates si riprende la maglia rosa attaccando sul Colle delle Finestre
Missione compiuta: a distanza di 7 anni, Yates si riprende la maglia rosa attaccando sul Colle delle Finestre

Il pullman deve partire

Fatta l’ultima tappa di montagna, il Giro d’Italia aveva previsto che dopo le docce in un hotel, dei pullman trasportassero gli atleti all’aeroporto di Caselle, dando così modo ai mezzi delle squadre di partire dopo il via da Verres e arrivare in tempo per accogliergli a Roma. Sta di fatto che fra premiazione, conferenza stampa, zona mista e antidoping, Yates non avrebbe fatto in tempo e così Papini ha chiamato l’ufficio stampa e ha chiesto se potessero accompagnare la maglia rosa all’aeroporto. L’operazione è nata così ed è scattata che ancora Valerio Bianco doveva ultimare il lavoro. Perciò Quenet si è messo alla guida, Bianco sul sedile del passeggero scriveva e alle loro spalle Yates e il dottore della Visma-Lease a Bike hanno approfittato del passaggio.

«Anche noi saremmo andati a Roma in aereo – ricostruisce Valerio Bianco – ma eravamo prenotati sul terzo volo, mentre Simon aveva quello delle 21,15. E siccome siamo partiti alle 18, c’era da correre, anche se Google Maps diceva che saremmo arrivati in tempo. Yates là dietro era totalmente frastornato, non aveva ancora capito cosa stesse succedendo. Maneggiava il telefono, rispondeva, era ancora commosso come durante la conferenza stampa…».

Nascosto alle interviste

Schegge di memoria durante la discesa da Sestriere, lavorando al computer e di tanto in tanto buttando lo sguardo dietro verso quell’ospite così speciale. Sul Colle delle Finestre, il britannico si era da poco ripreso la vittoria che sette anni prima Froome gli aveva portato via con un attacco storico, al pari di quello messo in atto da lui.

«Mentre lo ascoltavo – prosegue Valerio Bianco – mi sono reso conto di come fossero cambiate le cose. Al mattino il nostro compito è chiamare i corridori e portarli nella zona mista, quando qualche giornalista chiede di parlare con loro. Con lui è stato piuttosto complicato, perché si nascondeva alle interviste. Ma da dopo la maglia rosa, è diventato la persona più disponibile del mondo, davvero molto simpatico. Anche quando il lunedì dopo il Giro siamo andati a inaugurare il murales sulla metro di Roma, è parso super disponibile. Ha dedicato del tempo ai media del Vaticano e così quando a un certo punto gli ho chiesto di fare un selfie perché la mia ragazza non credeva che fossimo con lui, si è prestato senza esitazione».

Valerio Bianco e un selfie con Yates da far vedere alla compagna
Valerio Bianco e un selfie con Yates da far vedere alla compagna

Simon, ho perso l’aereo

E’ stato come se per certi istanti, Yates stesse riavvolgendo il nastro della memoria, mentre l’auto superava gruppi di cicloturisti resi fradici dalla pioggia inaspettata. Scambiava poche parole con il dottore, ma senza particolari riferimenti ad aspetti tecnici.

«Gli ho sentito dire una frase – ricorda Valerio Bianco – che si sposa con quello che ha raccontato nella conferenza stampa, sul suo rapporto con il Giro d’Italia. A un certo punto ha detto: “Dopo questo, potrei anche smettere!”. Ha sospirato ricordando la maglia rosa sfumata sette anni fa sul Finestre. Ma il siparietto più carino c’è stato quando lo ha chiamato la sua compagna. La aspettava a Roma per l’indomani, invece lei con tutto il candore possibile gli ha detto che per seguire la tappa, non era uscita in tempo e aveva perso il volo. La reazione di Yates? Ha sollevato gli occhi al cielo. Io stavo lavorando, ho capito cosa fosse successo, mi sono voltato e lui aveva gli occhi al cielo. Ma anche in questo, per tutto il tempo mi è parso di parlare con un bambino felice, che aveva la testa fra le nuvole».

Yates c’era, ma nessuno l’ha visto. Affini spiega il capolavoro Visma

07.06.2025
5 min
Salva

Affini ammette di non essere uno che dorme tanto, ma che un paio di giorni di letargo dopo il Giro gli sono serviti. Adesso si tratta di preparare un’altra valigia, perché i corridori non si fermano mai, ma prima un ritorno sulla corsa conquistata da Yates ci sta tutto. Quello che ci interessa capire con il mantovano della Visma-Lease a Bike è cosa abbia rappresentato la conquista della maglia rosa per la squadra che nel 2023 aveva vinto Giro, Tour e Vuelta e l’anno successivo si è trovata a fare i conti con infortuni, sfortune e piazzamenti troppo piccoli per le attese generate nell’anno delle meraviglie.

«Diciamo che il 2023 è stato qualcosa di probabilmente irripetibile – dice Affini – poi il 2024, venendo da una stagione del genere, è stato un’annata più complicata, ma non da buttare via completamente. Alla fine, se guardi, non eravamo scomparsi dagli ordini d’arrivo, però è chiaro che una differenza c’è stata. Quest’anno siamo ripartiti abbastanza bene, anche se siamo mancati nelle classiche Monumento al Nord. Siamo stati presenti, ma è mancato il risultato pesante. Per cui venire al Giro e riuscire a portare a casa tre tappe e la maglia rosa credo che sia stata una bella botta di fiducia».

Si prepara la valigia per l’altura, senza conoscere ancora il programma del ritorno alle gare, ma con un’ipotesi Tour che segnerebbe il suo debutto e il giusto riconoscimento per un atleta che più forte e concreto non si può. Affini dice che gli piacerebbe fare il campionato italiano a crono, perché potrebbe correrlo con la maglia di campione europeo, ma altro non è stato ufficializzato e si dovrà attendere la metà di giugno per avere i piani dell’estate.

Sul podio di Roma, Simon Yates e Richard Plugge hanno riallacciato il filo dei Grandi Giri per la Visma-Lease a Bike
Sul podio di Roma, Simon Yates e Richard Plugge hanno riallacciato il filo dei Grandi Giri per la Visma-Lease a Bike
Sei stato uno di quelli che ha incitato Yates perché ci credesse: lo avevi in testa da prima oppure è stato una scoperta giorno dopo giorno?

Ho corso con la allora Mitchelton-Scott in cui c’era anche Simon. Lo conoscevo già, anche se quando è arrivato da noi, era chiaro che fosse stato preso più come rinforzo per Jonas (Vingegaard, ndr). Però allo stesso tempo gli avevano dato carta bianca per giocarsi le proprie carte in certi appuntamenti. E’ partito con l’idea del Giro già dall’inverno e quando siamo arrivati a Tirana c’era l’idea di fare una bella classifica. Volevamo fare tutto il possibile per metterlo nelle condizioni di ottenere un risultato. Poi strada facendo, è cresciuta sempre di più la fiducia che potesse arrivare qualcosa di grande. Per cui direi che abbiamo sempre visto Simon come un uomo per fare classifica e lo abbiamo protetto come meglio potevamo.

Ha raccontato di essere rimasto da solo soltanto nelle crono, mentre per il resto del tempo lo avete tenuto al sicuro…

Il mio compito era di tenerlo il più coperto e il più a lungo possibile, fintanto che in certe tappe il mio fisico me lo consentiva. Invece nei finali veloci, era sempre (tra virgolette) un casino, nel senso che eravamo divisi. Avendo Olav Kooij, Van Aert e io eravamo più concentrati su di lui, almeno nei finali di corsa quando cominciava l’avvicinamento alla volata, quindi negli ultimi 5-6-10 chilometri. In quei casi, il resto della squadra si stringeva attorno a Simon.

Tu hai vissuto il Nord con Van Aert e probabilmente ne hai condiviso le delusioni. Come è stato vederlo vincere la tappa di Siena?

Forse ne ho già parlato con qualcun altro, non mi ricordo bene con chi, ma sostanzialmente non è che in primavera Wout non ci fosse. Era sempre lì, solo che s’è trovato davanti degli altri corridori che in quel momento gli erano superiori. Però a guardare bene, la sua continuità è stata un segnale importante. Poi è chiaro che soprattutto in Belgio la stampa si aspetta tanto e a volte esagera. Però ci sono anche gli altri, non solo lui. Vederlo vincere una tappa, soprattutto quella di Siena che per lui è da sempre un posto importante, è stato un bel momento. Ha fatto un grande lavoro in tutte le tappe, ma vederlo vincere è stato bello per tutti noi. Eravamo tutti contenti, tutta la squadra quella sera ha festeggiato.

Giugno potrebbe essere per Affini l’occasione per correre il tricolore crono con la maglia di campione europeo
Giugno potrebbe essere per Affini l’occasione per correre il tricolore crono con la maglia di campione europeo
Si racconta che dopo la sconfitta del 2023, lo scorso anno Pogacar fosse davvero super determinato. Si percepisce una rivalità fra Visma e UAE?

Forse andrebbe chiesto ai diretti interessati, quindi Jonas e Tadej. Però noi, come squadra, sappiamo quali sono i corridori che effettivamente devi considerare rivali al 100 per cento. E’ normale che quando hai gli stessi obiettivi, diventi automaticamente il rivale numero uno. Allo stesso modo, quando hai due corridoi come Vingegaard e Pogacar, la rivalità diventa più forte. Ovviamente ce ne sono anche altri, il Giro ad esempio ha mostrato Del Toro e Ayuso, ma avere dei riferimenti come loro è una spinta reciproca. Ogni squadra cerca di migliorarsi, magari nel trovare quello 0,5 per cento per andare un po’ più forte. E questo riguarda i corridori, ma anche lo staff. Alla fine, se il livello è alto, lo scontro è elevato, come nel calcio.

Eppure, pur conoscendovi, è parso che nella tappa di Sestriere la UAE Emirates abbia sottovalutato Yates: a Martinelli è parso incredibile…

Per quello forse è stato bravo Simon con la sua esperienza, a gestirsi in quella maniera. Come ha detto anche lui, non ha preso un filo di vento e nessuno quasi lo ha visto. Il nostro scopo sin dall’inizio era portarlo avanti nel Giro senza che facesse troppa fatica. Praticamente c’è sempre stato, ma era come se non ci fosse e così ha gestito al meglio le sue energie.