Michael Valgren, Andalo

Una riunione particolare e Valgren si prende Andalo

27.05.2026
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ANDALO (Trento) – Da quando erano rientrati Damiano Caruso e gli altri inseguitori, si sapeva che sarebbe stata una roulette russa. Ogni colpo poteva essere quello decisivo. Eppure, chissà perché, dentro di noi c’era quasi la certezza che quel colpo lo avrebbe sparato proprio Michael Valgren.

Una fucilata. Scatto secco a 1.200 metri dall’arrivo, laddove la salita scemava e poco dopo terminava. Gli inseguitori che si guardano, tre secondi di esitazione e il gioco è fatto. Il danese s’invola verso il successo e in casa EF Education-EasyPost esplode la festa.

Juan Manuel Garate festeggia la vittoria del suo Valgren
Juan Manuel Garate festeggia la vittoria del suo Valgren
Juan Manuel Garate festeggia la vittoria del suo Valgren
Juan Manuel Garate festeggia la vittoria del suo Valgren

Quella riunione particolare

L’hotel della EF si trova a un centinaio di metri dal traguardo. Il problema (per noi) è che si trova anche cento metri più in alto! Seguiamo l’ammiraglia del direttore sportivo Juan Manuel Garate. Quando lo raggiungiamo è in corso la classica scena di abbracci e pacche sulle spalle. Corridori che rientrano alla spicciolata e il diesse che li stringe uno a uno. Una scena che ricorda, ancora una volta, quanto il ciclismo sia uno sport di squadra.

Valgren in fuga era quasi una sentenza? E’ questa la domanda che poniamo a Garate. «Quando vedi rientrare da dietro un gruppo con Ciccone, Narvaez, Caruso, Rubio e Arrieta, non è mai semplice. Stamattina abbiamo fatto un meeting particolare, più emozionale che tattico. Abbiamo cercato di far visualizzare ai ragazzi l’obiettivo prima di scendere dal bus. Di vedersi sul podio. A ridere e festeggiare. Perché non bisogna concentrarsi solo sul processo per raggiungerlo, ma anche sulla realizzazione dell’obiettivo. In questo Giro d’Italia ci abbiamo sempre provato. Ci mancava di riuscirci. Ora non più!».

Chiaramente Garate e i suoi hanno fatto anche un’analisi tecnica. Lo spagnolo spiega che, vedendo le pendenze delle salite, immaginavano un arrivo a piccoli gruppi o comunque con corridori sfilacciati. E’ andata più o meno così.

«Nell’ultima salita Valgren ha scelto un’andatura forte ma regolare, senza esagerare. Poi, appena è iniziato l’ultimo chilometro, ha dato la legnata decisiva. Per radio gli dicevo soltanto di insistere, testa bassa fino all’arrivo. Di non guardarsi indietro. Gli urlavo di menare, menare…».

Il momento decisivo. Rubio e Valgren si guardano. Dietri rientrano. Il danese prende fiato, poi spara tutto nel finale
Il momento decisivo. Rubio e Valgren si guardano. Dietro rientrano. Il danese prende fiato, poi spara tutto nel finale
Il momento decisivo. Rubio e Valgren si guardano. Dietri rientrano. Il danese prende fiato, poi spara tutto nel finale
Il momento decisivo. Rubio e Valgren si guardano. Dietro rientrano. Il danese prende fiato, poi spara tutto nel finale

Lo zampino di Carapaz

Alla fine Valgren quei sei secondi li ha difesi davvero, portandosi a casa la tappa con un colpo da finisseur puro. Ma questa vittoria non era affatto scontata per la EF. La squadra aveva perso il proprio leader, Richard Carapaz, ancora prima della corsa rosa.

«Per noi non è stato facile – prosegue Garate – fino a due o tre settimane prima del Giro non sapevamo se Carapaz ce l’avrebbe fatta. Quando ha dato forfait, abbiamo ridisegnato la squadra pensando soprattutto alle tappe. Non avevamo in testa di puntare alla classifica generale con Markel Beloki e forse non sarebbe stato neppure giusto chiederglielo. Pensavamo alle volate con Madis Mihkels e alle tappe mosse con Valgren».

Intanto continuano gli arrivi e gli abbracci. Anche il cuoco si unisce alla festa. «Michael – va avanti Garate – è un atleta esperto. Fuori e dentro la corsa è esattamente come lo vedete: sereno, tranquillo. E’ un uomo di famiglia e un riferimento per i compagni. Ma soprattutto è testardo: quando si mette qualcosa in testa non si ferma finché non la ottiene. Lo abbiamo visto vincere alla Tirreno e lo abbiamo rivisto qui. Nonostante il grave infortunio, è ancora competitivo nel WorldTour».

Michale Valgren (classe 1992) ha messo in bacheca il suo decimo successo da professionista
Michael Valgren (classe 1992) ha messo in bacheca il suo decimo successo da professionista
Michale Valgren (classe 1992) ha messo in bacheca il suo decimo successo da professionista
Michael Valgren (classe 1992) ha messo in bacheca il suo decimo successo da professionista

Il presentimento di Valgren

Il grave infortunio, ha detto Garate. Valgren è stato quasi un anno e mezzo senza correre: la frattura del bacino, i medici che dubitavano potesse tornare in bici. La sua storia ciclistica era in bilico e invece…

«E’ davvero una gioia essere qui – racconta Valgren – oggi era la mia occasione per attaccare. Quando sto bene riesco a muovermi nel modo giusto. Di certo non volevo arrivare in volata, perché in realtà sono piuttosto lento».

A proposito di sprint, c’è anche un aneddoto curioso. Il commentatore tv Adam Blythe proprio in mattinata gli aveva chiesto quale fosse il suo picco di forza massima. «Quasi mi vergognavo a rispondere!», scherza il danese.

Il danese spiega anche come la fuga iniziale, con 28 corridori, fosse quasi una lotteria: «Però avevo un buon presentimento – continua Valgren quasi ribadendo della riunione del mattino – è stata una giornata strana: eravamo in tanti in fuga e non collaboravamo bene. Quando Caruso e gli altri hanno accelerato, stavo bene ma ero al limite. Inoltre non riuscivo a mangiare e l’ammiraglia era molto indietro.

«Avevo paura di andare in crisi. Sono arrivato giusto giusto: con altri 500 metri non so se ce l’avrei fatta. Mi mancava questa vittoria. Mi mancava una tappa in un Grande Giro ed è arrivata in Italia, che evidentemente mi porta fortuna».

«Avevo cerchiato questa tappa da tempo. La prima missione era entrare nella fuga. Poi, con così tanti uomini davanti, servivano gambe e anche un po’ di fortuna. Mi sono detto che, anche in caso di sconfitta, avrei comunque dato tutto.

«Quando sono andato via con Rubio pensavo che fosse leggermente più forte di me in salita. Credo però che anche lui avesse qualche dubbio su di me, così abbiamo rallentato entrambi. Quando ci hanno ripresi, forse per me non è stato neanche un male, perché ho potuto preparare l’azione decisiva. Non ero sicuro di battere né lui né Arrieta in volata».

Danimarca alla ribalta. A Valgren la tappa. Vingegaard ha praticamente vinto il Giro e anche sulle strade non mancano i tifosi scandinavi
Danimarca alla ribalta. A Valgren la tappa. Vingegaard ha praticamente vinto il Giro e anche sulle strade non mancano i tifosi scandinavi
Danimarca alla ribalta. A Valgren la tappa. Vingegaard ha praticamente vinto il Giro e anche sulle strade non mancano i tifosi scandinavi
Danimarca alla ribalta. A Valgren la tappa. Vingegaard ha praticamente vinto il Giro e anche sulle strade non mancano i tifosi scandinavi

Danimarca docet

Il Giro parla sempre più danese. Jonas Vingegaard domina la generale e ha già conquistato quattro tappe. Oggi è arrivato anche il sigillo di Valgren. E lungo le strade gli scandinavi erano gli stranieri più numerosi. Per dire: a 400 metri dallo scatto decisivo c’era persino una “curva Danimarca”, con bandiere, musica e perfino un Santa Claus.

«Perché la Danimarca è così forte nel ciclismo? Non lo so con precisione – conclude Valgren – Essendo un Paese piatto, da noi si pedala sempre. Si sviluppa un tipo di allenamento diverso rispetto a chi vive in montagna dove magari se ti alleni un’ora per mezz’ora pedali, ma per l’altra sei in discesa.

«Quando ero bambino, la Federazione danese ci aiutava molto e io avevo un ottimo club. Io e Jonas veniamo dallo stesso team giovanile e abbiamo vissuto un periodo straordinario. Ancora oggi cerco di allenarmi con i ragazzi più giovani per restituire qualcosa. Da piccoli avevamo sempre degli eroi da seguire. A dire il vero, io ero l’eroe di Jonas! Andavamo insieme alle gare con il camper e le nostre famiglie facevano il barbecue assieme. La nostra amicizia nasce lì.

«La comunità ciclistica in Danimarca è molto forte. E poi il nostro Paese è perfetto per andare in bici: mi sento sempre al sicuro, soprattutto nella mia piccola cittadina, dove c’è poco traffico. Ma anche a Copenaghen puoi lasciare la bici fuori senza problemi».

Tirreno-Adriatico 2026, 5a tappa, Mombaroccio, Isaac Del Toro

Forcing Del Toro, Pellizzari cede: Tirreno ancora aperta

13.03.2026
5 min
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Quei due ci faranno divertire e ci stanno proiettando sin d’ora in una rivalità giovane e corretta. Chissà se si possa essere amici e ugualmente grandi avversari: la storia sostiene il contrario. Invece quando Del Toro ha tagliato il traguardo di Mombaroccio e si è fermato per controllare il distacco di Pellizzari, gli ha dato il tempo di prendere fiato e digerire il ribaltamento della classifica, poi ha allungato la mano e accettato le sue congratulazioni.

Adesso il primato della Tirreno-Adriatico è del messicano con 23 secondi di vantaggio sull’italiano che domani per riscrivere il finale dovrà farlo crollare sulle strade di casa e non sarà affatto facile. Chissà se nelle sue scorribande di bambino, quando restava fuori per tutto il giorno e correva lungo le mura di Camerino, Giulio abbia mai immaginato che le cose sarebbero andate così.

Valgren, calvario e risalita

La tappa l’ha vinta il danese Valgren, 34 anni, che dopo il successo di Andresen a Magliano de’ Marsi ha fatto giustamente ringalluzzire il giornalista della televisione danese. Il corridore della EF Education-Easy Post è stato in fuga per tutto il giorno e alla fine si è ritrovato da solo con Alaphilippe, staccandolo sull’ultimo strappo. Conoscendone la storia drammatica, dopo la sconfitta, il francese è andato a congratularsi con lui.

Era giugno del 2022, quando durante la Route d’Occitanie, la sua carriera è arrivata a un passo dal chiudersi. Il referto dell’ospedale parlava di lussazione dell’anca e frattura del bacino, ma quello che poteva sembrare un recupero lineare, si è trasformato in un percorso a ostacoli.

Sono insorti problemi al ginocchio, si è parlato di rischio di necrosi dell’anca e solo nel 2023 Valgren è potuto tornare in gruppo, ma con il devo team della squadra americana per avere un rientro graduale. E quando il 2024 lo ha riconsegnato alla normalità, proprio alla Tirreno del 2025 è caduto, rompendosi una clavicola, perdendo le classiche e rientrando al Tour of the Alps. Ultima vittoria la Coppa Sabatini del 2021: a distanza di cinque anni, ecco la tappa di Mombaroccio alla Tirreno-Adriatico.

«E’ stato difficile – ha detto – tornare al mio livello dopo l’infortunio. Quando ci sono riuscito, sono dovuto crescere ancora perché l’evoluzione qualitativa del ciclismo attuale è imponente. Sapevo che Del Toro e Jorgenson stavano rientrando velocemente, però dentro di me pensavo che volevo solo la vittoria e ho sempre provato a rimanere ottimista. Non ho mai perso questa mentalità vincente, neanche nei momenti più bui. Mi sento giovane, anche se la mia data di nascita dice altro».

Del Toro ha aspettato l'ultima scalata per attaccare a fondo: ha fatto il vuoto, ma non ha ucciso la corsa
Del Toro ha aspettato l’ultima scalata per attaccare a fondo: ha fatto il vuoto, ma non ha ucciso la corsa
Del Toro ha aspettato l'ultima scalata per attaccare a fondo: ha fatto il vuoto, ma non ha ucciso la corsa
Del Toro ha aspettato l’ultima scalata per attaccare a fondo: ha fatto il vuoto, ma non ha ucciso la corsa

L’orgoglio di Del Toro

Non si può dire che la UAE Emirates si sia nascosta. I compagni di Del Toro si sono messi davanti alzando il ritmo chilometro dopo chilometro e forse il fatto che da un certo punto in poi dalla testa del gruppo si sia assottigliata la presenza dei compagni di Pellizzari ha fatto capire che oggi Giulio non fosse in palla come ieri. Del resto, lo avevamo scritto: questo tipo di percorso si addice maggiormente a un corridore scattante come il messicano, ma la speranza è stata sino in fondo accesa.

Nel finale Del Toro si è messo a scattare con il consueto rapportone, Pellizzari ha iniziato ad aumentare la frequenza di pedalata, trovando solo a tratti la forza per alzarsi e rilanciare. L’attacco del messicano non l’ha colto impreparato, ma a corto di energie fresche e probabilmente alle prese con un crampo. La difesa è stata dignitosa, ma certo Del Toro ha fatto un passo verso la vittoria finale

«E’ bello tornare a indossare la maglia di leader – ha detto Del Toro – ho provato a mettere pressione sull’ultima salita e sono riuscito a creare un po’ di distacco tra me e i miei rivali. E’ stata una tappa davvero dura, con salite per tutta la giornata e un ritmo molto alto. La squadra ha lavorato incredibilmente bene per tenere la corsa sotto controllo e mettermi nella posizione giusta per l’ultima salita. Ho provato ad attaccare nel momento giusto e sono felice che questo mi abbia permesso di riprendere la maglia. Ci sono ancora due tappe difficili da affrontare, quindi resteremo concentrati e continueremo a lottare».

Pellizzari si è ben difeso, ma ha ccusato crampi e ha pagato pendenze e strade non adatte alle sue caratteristiche
Pellizzari si è ben difeso, ma ha pagato pendenze e strade non adatte alle sue caratteristiche
Pellizzari si è ben difeso, ma ha ccusato crampi e ha pagato pendenze e strade non adatte alle sue caratteristiche
Pellizzari si è ben difeso, ma ha pagato pendenze e strade non adatte alle sue caratteristiche

A Camerino per lottare

Ma la Tirreno-Adriatico non è finita. E anche se i precedenti di Del Toro lo accreditavano di maggiori chance sin dalla vigilia, resta la curiosità di assistere alla reazione di Pellizzari domani sulle strade della sua Camerino.

Da casa sua al traguardo ci sarà un chilometro e c’è da scommettere che tutto il tifo sarà per lui. Una situazione che può esaltare o buttare giù. L’auspicio è che gli acciacchi di oggi rientrino nella notte e domani la battaglia veda in prima linea contendenti alla pari. Poi vincerà il migliore, ma in ogni caso noi ce ne andremo con la sensazione (confermata) di aver trovato qualcuno grazie cui sognare in grande.

La lunga battaglia di Valgren, corridore più che mai

21.10.2022
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19 giugno 2022. Ultima tappa de La Route d’Occitanie. Una gara come tante. Una caduta come tante. Troppe. Una caduta di troppo per Michael Valgren. Non un corridore qualsiasi, visto che stiamo parlando di un vincitore di Amstel, del bronzo mondiale 2021, insomma di un grande specialista delle classiche. Si capisce subito che le cose non vanno. E’ come una marionetta a cui abbiano tagliato i fili. Forse i soccorritori non se ne rendono subito conto, nello spostarlo e caricarlo sull’ambulanza potrebbero (e il condizionale è d’obbligo) non essere state usate tutte le accortezze del caso.

Il responso immediato è molto pesante: frattura del bacino, lussazione all’anca e un ginocchio a pezzi con tutti i legamenti rotti e anche il menisco. Un bilancio pesantissimo, Valgren lo accetta con l’atteggiamento di chi è ai piedi di una grande salita alpina, sapendo la grande fatica che lo aspetta ma per nulla disponibile a tirarsi indietro.

L’ultimo piazzamento di Valgren, 2° nella seconda tappa della Route d’Occitanie. Due giorni dopo, il crack…
L’ultimo piazzamento di Valgren, 2° nella seconda tappa della Route d’Occitanie. Due giorni dopo, il crack…

Il rischio di una protesi

Il cammino è lungo, lento, insidioso. Fatto di momenti difficili. Drammatici. Come quando il medico gli si è posto davanti e gli ha parlato in maniera cruda: «Michael, la situazione è difficile. La tua anca è a rischio necrosi (morte delle cellule dell’osso, ndr), il che comporterebbe la sua sostituzione con una protesi. Non posso dirti ora se questo avverrà, una risposta ce la potrà dare solamente il tempo. Ma ne occorrerà tanto…».

Sono passate molte settimane da allora e la vita di Michael Valgren è completamente cambiata. L’ha raccontata lui con toni anche drammatici un paio di mesi fa in un’intervista al canale danese TV2 Sport: «Convivo con questo rischio ma non sono nervoso, so che ho un cammino da compiere, non so dove mi porterà, ma so che devo farlo. So che il 15-20 per cento delle persone che hanno subìto un infortunio quantomeno simile al mio hanno dovuto mettere la protesi, ma a questo non voglio pensare.

«Amo il mio lavoro e sto facendo tutto quel che posso per riprendere. Non voglio finire la mia carriera per colpa di un infortunio. Sto lavorando duramente per quel che posso».

Il trionfo all’Amstel 2018, battendo in uno sprint a 3 Kreuziger e Gasparotto
Il trionfo all’Amstel 2018, battendo in uno sprint a 3 Kreuziger e Gasparotto

Giorni fra Tv e fisioterapia

Altro tempo è trascorso. Al Tour è seguita la Vuelta e poi i Mondiali e poi le corse di fine stagione. Tutte viste dalla televisione, nel suo “eremo” di lavoro come chiama il luogo dov’è ancora ricoverato e dove da quattro mesi ormai sta combattendo la sua battaglia. La sua quotidianità è dettata dalla fisioterapia: corre per tre volte un quarto d’ora e poi tanti esercizi per rinforzare bacino e ginocchio.

«Qualche giorno fa – ha raccontato il danese – sono arrivato a completare il giro completo della pedalata e mi dovete credere: nel mio cuore c’era una gioia enorme, superiore anche a quella di una grande vittoria su strada».

Il podio di Leuven 2021 come ultima gioia, terzo dietro Alaphilippe e Van Baarle
Il podio di Leuven 2021 come ultima gioia, terzo dietro Alaphilippe e Van Baarle

La mancanza della bici

Sono passati mesi da quel terribile responso, ma la risposta non è ancora arrivata. Serviranno altri mesi per sapere che non servirà una protesi e altro tempo ancora per tornare a essere un ciclista. Valgren parla proprio di questo, va avanti per la sua strada considerando quel che serve fare, ma è l’identità in questo momento il suo pensiero motivazionale: «Non essere su una bici, non essere un ciclista? Non voglio neanche pensarci.

«La mia vita però è cambiata tanto, sono passato da 25-30 ore settimanali in sella a settimana al quasi nulla e questo sento che non mi fa bene al sistema cuore-polmoni, per questo ogni conquista, ogni minuto in più passato in movimento è un’iniezione di fiducia. L’allenamento dà energia, io mi sentivo svuotato senza. Gli esercizi di fisioterapia non sono la stessa cosa: sono la mia arma contro il dolore fisico, mi danno la spinta, ma mi manca il sudare, il faticare, il sentire il cuore. Ma sentirlo davvero…».

Valgren è nato il 7 febbraio 1992 a Osterild. Nel WT dal 2014. Da pro’ ha vinto 8 corse
Valgren è nato il 7 febbraio 1992 a Osterild. Nel WT dal 2014. Da pro’ ha vinto 8 corse

«Mi rivedrete…»

Rispetto a qualche settimana fa la situazione sembra migliorata, la sua mobilità è aumentata. La squadra, l’EF Education EasyPost non gli ha mai fatto mancare il suo sostegno. Lo ritiene sempre uno dei suoi effettivi di punta, lo aspetta fiduciosa. Come lo aspettano i tifosi, quei tanti che attraverso la sua carriera fatta di sfide coraggiose, di attacchi e di inseguimenti. Di 8 vittorie, alcune delle quali pesanti. Dal 2018 ai mondiali non era mai andato oltre l’11° posto, quelli di Wollongong li ha visti di notte, davanti allo schermo con un groppo in gola grosso così. La sua scalata alpina è ancora lunga, ci sono tanti tornanti da affrontare, ma Michael ha ancora tanta forza dentro di sé: «Aspettatemi, prima o poi tornerò…».